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Una pandemia di plastica: come il covid-19 sta avvelenando l’ambiente

Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle”
-Lev Tolstoj-


L’uscita dalla pandemia sarà lunga e tortuosa. Non tanto dal punto di vista sanitario, dove grazie ai vaccini si inizia ad intravedere una luce in fondo al tunnel, quanto dal punto di vista ambientale. Guanti, mascherine, calzari, tute monouso, gel igienizzanti e chi più ne ha più ne metta. Siamo di fronte ad una vera e propria invasione di prodotti monouso che stanno sommergendo il mondo di plastica.

I DPI – Con la Direttiva 2019/904 l’Unione Europea aveva deciso di vietare a partire dal 1° gennaio 2021 la vendita in Europa di stoviglie monouso con lo scopo di promuovere un approccio circolare ai consumi, privilegiando prodotti riutilizzabili, sostenibili e non tossici. Una direttiva che avrebbe reso l’Unione Europea una zona “plastic free” ma che, avendo preso le mosse nel 2018, non poteva prevedere quello che sarebbe successo da lì a un anno. L’arrivo della pandemia ha portato infatti con sé l’utilizzo di massa di Dispositivi di Protezione Individuale, gli ormai arcinoti DPI, che non solo sono costituiti principalmente da materiale composito ma essendo potenzialmente infetti non possono essere differenziati né riciclati. A ciò si aggiunge un aumento di confezioni in plastica per il mercato alimentare conseguente da un lato ad un aumento vertiginoso delle consegne a domicilio di piatti già pronti conservati in vaschette monouso e dall’altro al massiccio ritorno di imballaggi in plastica nei supermercati per motivi di igiene. Così, dopo anni di calo e di scelte volte ad eliminarla dalle nostre vite, il mercato della plastica torna a crescere in modo vertiginoso grazie alla pandemia: dai 900 miliardi di dollari del 2019 alla cifra stellare di 1.012 miliardi nel 2021.

Secondo un recente studio del Politecnico di Torino si stima che solo in Italia vengano utilizzate ogni mese un miliardo di mascherine usa e getta e 500 milioni di guanti monouso. A livello globale il conto sale a 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti ogni mese. Una vera e propria ondata di plastica che sta sommergendo il mondo provocando un pericoloso aumento dell’inquinamento, soprattutto in fiumi e mari, che mette a rischio milioni di specie animali e vegetali. Un’ondata di plastica monouso che sta avendo effetti tangibili anche nel nostro paese con gli impianti di smaltimento ormai ai limiti e mascherine gettate un po’ ovunque nelle nostre città e non solo da qualche incivile. In presenza i rifiuti con una vita brevissima come i DPI, come d’altronde per tutti gli altri rifiuti anche al di fuori della pandemia, il corretto smaltimento diventa di cruciale importanza. Guanti e mascherine monouso utilizzati dalla popolazione vanno smaltiti come rifiuti urbani e gettati nell’indifferenziata, mentre tutti i rifiuti provenienti da ospedali o strutture sanitarie in generale vanno considerati come rifiuti pericolosi a rischio infettivo e devono essere smaltiti mediante termodistruzione in impianti autorizzati. Ma a lanciare l’allarme su questo punto è stata la Presidente del WWF Donatella Bianchi: “se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura, questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, che corrispondono a oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura”.

Il riciclo – All’aumento della domanda di prodotti plastici monouso, sia DPI che imballaggi, è corrisposto però un calo del riutilizzo e del riciclo. Da un lato i dispositivi di protezione individuale non possono essere differenziati e dunque non sono destinati ad alcun tipo di recupero, dall’altro, come testimoniato da un report della Reuters, il calo della produzione durante i lockdown ha fatto calare drasticamente il prezzo del petrolio come conseguenza del calo della domanda ed ha reso così più conveniente produrre plastica vergine che da materiali riciclati. Alla luce della minore domanda di plastica riciclata, molte amministrazioni locali europee hanno avuto difficoltà nel gestire lo smaltimento dei rifiuti plastici in modo sostenibile. Con la conseguenza che sempre più plastica rischia di essere smaltita nelle discariche o peggio dispersa nell’ambiente. Un circolo vizioso che ha di fatto incentivato la nascita di miliardi di tonnellate di materiali plastici vergini e non destinati al riciclo.

Vi è poi un ulteriore elemento emerso da un’importante inchiesta trasmessa l’anno scorso dalla Pbs e dalla National public radio (Plastic wars) secondo cui il riutilizzo ed il riciclo sarebbero un’illusione: per molti composti non c’è alcuna possibilità di riuso e per altri è raramente conveniente, ad oggi, sul piano economico o energetico. Nei documenti delle grandi aziende petrolchimiche esposti dai giornalisti il marketing legato al riciclo assume una nuova faccia: pensare che sia possibile dare nuova vita a vestiti o pacchetti fatti di materiali plastici tiene in piedi il consumo. Far credere ai consumatori che per la plastica che stanno utilizzando vi sia la possibilità di una seconda vita fa aumentare le vendite anche se poi quella plastica non vedrà mai alcun tipo di riutilizzo.

La pandemia ha reso poi di fatto reso secondaria la questione ambientale. La necessità di una maggior protezione personale e l’illusione di una maggior igiene data dagli imballaggi monouso hanno fatto schizzare a livelli al limite del catastrofico. Eppure, i danni ambientali riconducibili a un uso sconsiderato della plastica- dimostrati da anni di studi e ormai sotto gli occhi di tutti- non sono cambiati. Montagne di rifiuti, biodiversità danneggiata, risorse contaminate sono solo alcuni dei risvolti negativi di un materiale che, anche a fronte di lunghissimi tempi di degrado, può essere considerato a ragione uno dei maggiori nemici pubblici dell’ambiente.

Guerriglia a Tripoli: Le tre crisi che stanno mettendo in ginocchio il Libano

“Tutti noi per la patria, la gloria e la bandiera”


Guerriglia, fuoco e feriti. Dopo le proteste che hanno segnato la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 e che si sono riacutizzate dopo le tragiche esplosioni al porto di Beirut, il 4 agosto scorso, il Libano torna ad essere teatro di violente manifestazioni. Da giorni, infatti, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza sfidando le forze dell’ordine e le misure anti-contagio per esprimere la propria rabbia per le crisi che attanagliano il paese.

Le proteste – È stata una settimana di vera e propria guerriglia quella che si è appena conclusa a Tripoli, seconda città del Libano per popolazione e tra le più povere del paese. Per giorni, ogni sera, migliaia di persone sono scese in piazza sfidando i blindati e le camionette delle Internal Security Forces (Isf) schierati a piazza Al Nour in attesa di una nuova esplosione della rabbia popolare. A caratterizzare questa settimana di proteste, infatti, è stata proprio la violenza che ha portato a violenti scontri tra esercito e manifestanti con ripercussioni altissime. Il bilancio provvisorio degli scontri, quasi ininterrotti dal 25 gennaio, è di due manifestanti uccisi e più di 300 feriti, tra cui una trentina di militari e agenti di polizia ma l’episodio più eclatante è stato l’assalto al municipio di Tripoli. L’antico edificio che ospita il governo della città è stato dato alle fiamme dai manifestanti nell’ultima notte di scontri.

Le Isf hanno tentato di reprimere le proteste utilizzando idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma a cui i manifestanti hanno risposto con pietre, copertoni in fiamme e molotov. Molti cittadini, però, hanno denunciato l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di armi da fuoco caricate con proiettili veri ed il quotidiano “Orient Today” riporta di diversi manifestanti portati in ospedale con ferite d’arma da fuoco alle gambe. Quello che prima era solamente un sospetto è divenuto certezza dopo la morte di un manifestante, colpito al torace da un proiettile sparato dai militari.

Crisi – Ma gli abitanti di Tripoli non hanno nulla da perdere. In un paese che sta affrontando la peggior crisi economica della sua storia ed ha dichiarato un default tecnico a causa del mancato pagamento di 1,2 miliardi di eurobond, nella città settentrionale la situazione sembra essere peggiore che nel resto del Libano con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%. Secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il prodotto interno lordo del Libano è diminuito del 25%, mentre i prezzi sono aumentati del 144% causando un aumento esponenziale della povertà anche estrema. Ad aggravare la situazione, le banche hanno impedito ai depositanti di accedere ai propri risparmi in valuta estera, consentendo loro di convertirli nella valuta locale solo alla metà del tasso di mercato, causando una perdita sostanziale. Si stima che circa metà della popolazione totale del Libani, di quasi 7 milioni di abitanti, viva in una condizione di povertà.

Come se non bastasse la crisi economica è arrivata la pandemia ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. A scatenare la rabbia della popolazione ed innescare le proteste di questa settimana è stata infatti la decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale fino all’8 febbraio. Una decisione che, seppur necessaria visto l’incremento dei contagi e delle morti nelle ultime settimane, rischia di mettere definitivamente in ginocchio l’economia del paese costringendo imprenditori e commercianti a chiudere, forse per sempre. Il lockdown si è però reso necessario a causa dell’aumento esponenziale dei casi confermati che dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati quasi quanti quelli registrati nei primi dieci mesi di emergenza sanitaria con una media di quattromila contagi al giorno su un territorio grande all’incirca quanto l’Abruzzo. Una crescita che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, con i pochi ospedali pubblici al collasso costretti a rifiutare pazienti mentre quelli privati sono un privilegio per pochi con prezzi che arrivano fino a 2,5 milioni per posto letto.

Una situazione difficilmente risolvibile, a maggior ragione perché intrecciata con un’altra profonda crisi che attanaglia il paese: quella politica. Dal novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri) e da ottobre scorso il Libano è in attesa che si formi un nuovo governo, appoggiato dalla Francia, che faccia uscire il paese dalla crisi. Dopo l’esplosione al porto dello scorso agosto, infatti, si è giunti alle dimissioni del governo con l’apertura di una nuova crisi politica ancora irrisolta. Lo stallo politico, però, sta avendo effetti drammatici sulla situazione del paese non potendo garantire una risposta immediata alle crisi economiche e sociali che attraversano il paese. Fino a quando durerà lo stallo politico, il Libano non potrà sperare di contrastare efficacemente pandemia e crisi economica e non potrà richiedere aiuti internazionali per interventi decisi sull’economia del paese.

La formazione di un governo stabile ed in grado di guidare il paese appare dunque come la precondizione necessaria affinchè il libano possa sperare di rialzarsi. Senza una guida politica il paese non sembra in grado di uscire da un vortice che sta pericolosamente trascinando nel baratro l’intera popolazione facendola sprofondare sempre di più.

L’anno che verrà: cosa tenere d’occhio nel 2021

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando

-Lucio Dalla-


Dopo un anno in cui la pandemia da coronavirus ha monopolizzato la scena è iniziato un anno in cui, si spera, il mondo proverà a trovare una nuova normalità. Dopo avervi raccontato gli eventi salienti del 2020 nel nostro riassunto, oggi proviamo a tracciare un quadro di quello che sarà il 2021 attraverso alcuni elementi chiave che abbiamo individuato per voi. Fermo restando che uno dei temi principali sarà la lotta al coronavirus e la campagna vaccinale più grande di tutti i tempi, oggi non vogliamo parlare di pandemia.

La svolta politica dell’anno: Germania – A livello politico tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati sulla Germania e la data cerchiata in rosso sul calendario è una sola: il 26 settembre 2021. In quella data, infatti i tedeschi andranno alle urne per eleggere il proprio governo e, per la prima volta da 16 anni, tra i candidati alla cancelleria non ci sarà Angela Merkel. Erano le 16:00 del 22 novembre 2005 quando la Merkel giurò diventando per la prima volta Cancelliere Federale, un ruolo che lascerà per la prima volta a settembre dopo quattro mandati consecutivi e 5782 giorni ininterrotti alla guida della Germania.

La fine dell’era-Merkel porta con sé innumerevoli punti interrogativi. Il primo riguarda inevitabilmente il suo successore che verrà deciso il 16 gennaio dal congresso della CDU che dovrà anche fare i conti con la decisione di Annegret Kramp-Karrenbauer, già individuata come erede della Merkel, di non candidarsi dopo la sconfitta delle scorse amministrative in Turingia. Al momento sembrano essere in tre a contendersi il ruolo: l’ultraconservatore Friedrich Merz, l’ex Ministro dell’ambiente Armin Laschet e il Ministro presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Norbert Röttgen. Nessuno dei tre sembra però essere in grado di riempire il vuoto che lascerà la cancelliera, ancora capace di raccogliere da sola un terzo delle preferenze dei tedeschi. Gli interrogativi sono molteplici anche su come sarà la politica tedesca post-Merkel e sul ruolo che il paese avrà nell’Unione Europea dopo l’uscita di scena di quella che per anni è stata il vero leader dell’UE.

Lo scontro dell’anno: Taiwan – Per qualcuno è “l’isola che non c’è” visto che, con i suoi 23 milioni di abitanti in 35mila Km2, molti stati non hanno relazioni diplomatiche con Taipei. Ma quest’anno Taiwan potrebbe trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione con la Cina che, dopo Hong Kong, vorrebbe portare sotto il proprio controllo anche quella “provincia ribelle” che negli anni ha sviluppato una forte identità e un’autonomia sempre maggiore. Le relazioni tra i due stati non sono certo mai state semplici tanto che, dopo la cessione dell’isola alla Cina da parte del Giappone nel 1945, già nel 1947 iniziarono i primi moti indipendentisti che portarono due anni dopo ad una sostanziale indipendenza da Pechino. Dopo anni di guerra aperta e decenni di stallo diplomatico e militare, le relazioni sembravano essersi stabilizzate alla fine degli anni ’90. Lo scorso anno, però, Taiwan è stato terreno di scontro per tre motivi: lo scoppio di proteste anticinesi, il supporto del governo dell’Isola ai movimenti democratici di Hong Kong e le relazioni sempre maggiori con gli USA.

Imponendo la sua legge su Hong Kong, ponendo di fatto fine all’esperienza “un paese due sistemi” che avrebbe voluto applicare anche a Taiwan, Pechino ha mostrato il suo vero volto esasperando la situazione. Da un lato Taiwan non è disposta a fare la fine dell’ex colonia britannica e vuole a tutti i costi affermare la propria autonomia, dall’altro la Cina vorrebbe definitivamente porre fine alle mire indipendentiste e per questo ha fatto salire tensioni e allarmismo, intensificando la pressione militare su Taiwan ad un livello senza precedenti per decenni. Negli ultimi mesi le forze armate di Pechino hanno condotto una fitta serie di esercitazioni militari, aeree e terrestri, insolitamente vicino all’isola per intimidire i suoi leader e la sua popolazione. A differenza di quanto accaduto ad Hong Kong, però, se decidesse di forzare la mano con Taiwan la Cina troverebbe una situazione ben diversa con un governo che non ha intenzione di piegarsi a Pechino e che è disposto a schierare il proprio esercito per resistere. Per questo motivo Xi Jinping si è fino ad ora trattenuto da un attacco frontale ma è improbabile che le tensioni si riducano. Saranno invece sempre maggiori, con Pechino che ha compreso la necessità di una maggiore coercizione e intimidazione per mettere in ginocchio una Taiwan sempre più capricciosa e che potrebbe dunque fare del 2021 l’anno della stretta finale.  

Summit dell’anno: COP26 – Dall’1 al 12 novembre 2021 andrà in scena la 26° conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (cop26). Rinviata di un anno a causa della pandemia, sarà organizzata congiuntamente da Italia e Regno Unito anche se avrà luogo, se mai sarà possibile svolgerla in presenza, esclusivamente al SEC Center di Glasgow mentre nel nostro paese avranno luogo appuntamenti ad essa collegati. Il summit di Glasgow avrà l’arduo compito di riportare le tematiche ambientali al centro delle strategie degli stati dopo un anno in cui tutte le attenzioni sono state concentrate sulla pandemia. Come previsto nell’Accordo di Parigi sul Clima, siglato nel 2015, verrà attivato il cosiddetto “meccanismo a cricchetto” che porterà ad una rivalutazione delle strategie e degli obiettivi delineati nella capitale francese. Nell’Accordo era infatti previsto che ogni cinque anni, divenuti sei a causa della pandemia, gli stati presentassero un rapporto su quanto fatto per calibrare la strategia comune e verificare l’attualità e la fattibilità degli obiettivi. Ad oggi, secondo il monitoraggio effettuato da Climate Action Tracker, tutti i principali stati avrebbero fatto sforzi insufficienti o gravemente insufficienti per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Da monitorare nel corso dell’anno per avvicinarsi al summit di Glasgow sarà senza dubbio la posizione degli Stati Uniti. Dopo la decisione del Presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, infatti, sembra possibile un’inversione di rotta con Joe Biden che ha già annunciato di voler incrementare gli sforzi in ambito ambientale e di voler rientrare immediatamente negli accordi internazionali sul clima, Parigi incluso. Se dovesse mantenere fede alle promesse fatte in ambito green, il nuovo presidente potrebbe affrontare la COP26 ponendosi come guida per gli altri paesi nel tracciare la linea da seguire.

L’addio dell’anno: Raul Castro – Per chi ha sempre guardato a Cuba come alla terra di Fidel Castro e Che Guevara, il 2021 sarà un anno di grande cambiamento. Dopo la svolta del 2019 con la decisione di cedere la presidenza a Miguel Díaz-Canel, Raul Castro ha infatti già annunciato una decisione che porrà definitivamente fine alla Cuba castrista. In occasione del Congresso del Patrito Comunista Cubano, che si terrà tra il 16 e il 19 aprile, Il fratello di Fidel dirà addio alla scena politica dimettendosi da leader del partito e passando il testimone all’attuale presidente. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1965, il Partito Comunista Cubano sarà guidato da qualcuno di esterno alla famiglia Castro ponendo fine ad un’era che durava dalla rivoluzione cubana. “Sarà il congresso della continuità, espressa attraverso il passaggio progressivo e ordinato delle principali responsabilità del Paese alle nuove generazioni” scrive il quotidiano ufficiale del partito Granma. Ma ciò che è certo è che, continuità o meno, sarà un momento storico per l’isola socialista che vedrà per la prima volta fuori dalla politica nazionale i principali fautori della rivoluzione che rese celebre Cuba.

Evento sportivo dell’anno: Olimpiadi Tokyo – Sarà l’anno buono? Non lo possiamo sapere ancora, ma tutto lascia presagire che i Giochi Olimpici andranno in scena regolarmente. Al di là delle competizioni sportive, quelle di Tokyo saranno Olimpiadi che rimarranno nella storia per diversi motivi. Un primo dato a renderle uniche sarà innanzitutto la data: pur continuando a chiamarsi Tokyo 2020, saranno i primi Giochi Olimpici della storia a svolgersi in un anno dispari. Se durante le guerre le olimpiadi vennero annullate a mai recuperate, è infatti la prima volta che la rassegna olimpica viene posticipata di un anno. Curioso che sia toccato proprio a Tokyo che già nel 1940 dovette rinunciare alle olimpiadi, già assegnate ed organizzate, a causa dello scoppio della guerra. Ma al di là delle date sarà un evento che rimarrà nella storia come il primo grande evento sportivo post pandemia, un segnale di ripresa e speranza per il mondo che dovrà essere completamente ripensato e riorganizzato per renderlo compatibile con l’emergenza sanitaria che, presumibilmente, non sarà ancora del tutto terminata.

Il 2021 sarà dunque un anno pieno di momenti chiave e ricorrenze. Sarà l’anno del 700° anniversario della morte di Dante e del 75° della nascita della Repubblica Italiana, sarà l’ultimo anno di Mattarella come Presidente della Repubblica e il primo di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, sarà un anno pregno di eventi e di spunti che, speriamo, potrà farci dimenticare un 2020 monopolizzato dalla pandemia. Forse.

2020: l’anno che ha cambiato il mondo

“Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani.
Tutti insieme ce la faremo.”
-Giuseppe Conte-


Sta per terminare il 2020. Un anno che molti vorranno dimenticare, cancellandolo dai propri ricordi per ricominciare a sperare nel futuro, ma che inevitabilmente resterà per sempre impresso in chi lo ha vissuto. Un anno che, a modo suo, rimarrà nella storia per quello che è successo. La pandemia, certo, ma non solo.

Gennaio – Già a gennaio, infatti, era chiaro che il 2020 non sarebbe stato un anno come tutti gli altri. All’1.00 del 3 gennaio quattro missili lanciati da un drone dell’esercito statunitense colpiscono un convoglio di auto all’aeroporto di Baghdad uccidendo dieci persone tra cui il vero obiettivo dell’attacco: il generale iraniano Quasem Soleimani. La morte del generale scatenò una serie di reazioni violentissime e l’Iran, dopo tre giorni di lutto cittadino con dieci milioni di persone in piazza a salutare “il martire Soleimani”, passò al contrattacco pochi giorni dopo colpendo con missili a lunga gittata due basi americane e ferendo un totale di 109 soldati statunitensi. Per giorni si temette per l’inizio di una nuova guerra ma, per fortuna, le scaramucce durarono poco.

Non sono durati poco invece gli incendi che per settimane hanno devastato l’Australia bruciando, a cavallo tra il 2019 e il 2020, sedici milioni di ettari e provocando la morte di 33 persone e oltre un miliardo di animali. Un evento che rappresenta uno dei disastri più grandi di sempre per l’ambiente e per l’ecosistema australiano che è però passato sottotraccia a causa degli eventi che vi si sono sovrapposti. Oltre al rischio di una terza guerra mondiale, paventata da media ed opinione pubblica dopo gli scontri tra USA ed Iran, l’ecatombe australiana viene oscurata da una notizia che arriva dalla Cina: il 23 gennaio, a seguito della diffusione incontrollata di un nuovo coronavirus, la città di Whuan e in seguito tutta la regione di Hubei vengono messe in quarantena. È l’inizio di un incubo che sarà mondiale come avvertì l’OMS che il 30 gennaio dichiara il nuovo virus “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”.

Febbraio – Nonostante gli avvertimenti, però il virus continua ad essere visto come un problema cinese e il mondo continua con la vita di sempre. Così, mentre negli USA il senato respinge l’impeachment del presidente Donald Trump, in Italia il Festival di Sanremo condotto da Amadeus viene vinto da Diodato con la canzone “Fai rumore”. E mentre l’Italia si preoccupa di cosa sia successo tra Bugo e Morgan, in Egitto il 7 febbraio viene arrestato lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, ancora detenuto senza nessuna accusa.

Ma la data che cambierà per sempre questo 2020, facendoci capire che il virus non era solo un problema cinese, è una: venerdì 21 febbraio 2020. All’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, si registra il primo caso di covid-19 in Italia.

Marzo-Aprile – è l’inizio del periodo più buio della recente storia dell’umanità. All’improvviso il mondo si scopre fragile. Nel nostro paese dopo una settimana in cui si assiste quasi impotenti all’aumento esponenziale dei casi si decide di chiudere tutto: è il 9 marzo 2020, è l’Italia entra nel primo lockdown della sua storia. Sono passati 70 giorni da quando il virus è stato annunciato dalla Cina. 1680 ore. Tanto ci ha messo ad essere individuato anche in Italia e far crollare il paese nella sua “ora più buia”. Una settimana dopo anche il resto del mondo avrebbe iniziato a chiudere. Mentre tornano le frontiere europee per la prima volta, il presidente Macron il 16 marzo parla alla nazione annunciando: “da oggi siamo in guerra”. Nel mondo sono però sempre più diffusi i leader politici che sostengono che la pandemia non esista e che sia solo un’influenza. Tra di loro c’è Boris Johnson, primo ministro della Gran Bretagna, che colpito da un karma immediato il 7 aprile si ritrova ricoverato in terapia intensiva dopo aver contratto il covid-19. Ne uscirà senza conseguenze.

Le immagini di quei mesi le abbiamo ancora davanti agli occhi: supermercati assaltati, strade deserte, medici ed infermieri esausti, gli obitori intasati, le terapie intensive al collasso. L’Italia aspetta le conferenze del sabato sera e quello con il premier Conte diventa un appuntamento quasi fisso per milioni di persone. Due istantanee però rimarranno per sempre nella storia, indelebili nella memoria di chi le ha vissute: una colonna di mezzi militari che porta via da Bergamo decine di bare e un Papa solo in una piazza deserta che prega per il mondo. Ma mentre tutto sembra crollare si inizia a diffondere una solidarietà senza precedenti con medici che partono volontari verso i paesi più colpiti, gente comune che si ritrova unita nella lotta ad un “nemico invisibile” cantando ed applaudendo dai balconi.

Maggio-Giugno – Dopo due mesi e mezzo di chiusure, Il nostro paese inizio una timida riapertura. Il premier Giuseppe Conte annuncia la possibilità dal 4 maggio di rivedere i propri “congiunti”, rendendola all’istante una delle parole più googlate dell’anno. È l’inizio della ripresa che sancisce la fine della fase più acuta. I contagi calano e la pressione sulle terapie intensive scende. L’Europa lentamente si risveglia da un incubo. Il 3 giugno nel nostro paese si respira una nuova normalità, con mascherine guanti e gel igienizzanti ma con la possibilità di nuovo di muoversi tra regioni e andare per negozi. Lo stesso accade gradualmente in tutto il mondo che superato il periodo spera, sbagliando, che sia già tutto finito.

Ma una nuova scossa alle coscienze arriva dagli USA. Il 25 maggio il giovane afroamericano George Floyd viene ucciso da un poliziotto a Minneapolis innescando proteste violentissime che si protrarranno per giorni. Il movimento “Black Lives Matter” attraversa tutto il pianeta e in ogni paese si organizzano manifestazioni contro il razzismo. Ma è negli stati Uniti che la situazione degenera: i manifestanti assaltano e bruciano stazioni di polizia e negozi arrivando persino davanti alla Casa Bianca da dove il presidente Trump è costretto a fuggire nonostante un muro di due metri eretto a protezione del presidente per l’occasione.

Luglio-Agosto – Assaporando la nuova libertà in Italia e nel resto del mondo le località turistiche tornano ad essere affollate. Come se non ci fosse alcun virus, senza distanziamento e spesso senza dispositivi di protezione, milioni di persone partono per le vacanze approfittando dell’allentamento delle misure di contenimento.

Mentre senza accorgersene il mondo soffiava sul fuoco della seconda ondata, una scintilla è sufficiente per distruggere una città. Il 4 agosto una violentissima esplosione al porto di Beirut distrugge un’area vastissima facendo crollare diversi edifici e causando oltre 200 morti, 7.000 feriti e decine di migliaia di sfollati. Morte e devastazione spingono il popolo libanese a tornare in piazza a manifestare contro la corruzione nel governo. In piazza scendono anche i bielorussi dopo l’ennesima elezione che ha visto il trionfo, viziato da brogli, del leader Lukashenko contro cui milioni di persone hanno deciso di manifestare in tutto il paese venendo represse duramente. Ma il mondo sembra troppo preso dalla partenza dello Space-X, lo shuttle di Elon Musk che riporta gli Stati Uniti nello spazio, per accorgersi dei problemi dei due stati.

Settembre-Ottobre – L’illusione di aver sconfitto il virus si infrange contro i numeri in rapida ascesa. Mentre scuole e uffici ripartono in presenza i contagi crescono e con loro i ricoveri e i decessi. Nel giro di poche settimane ci si rende conto di essere di fronte ad una seconda ondata. In tutta Europa ricominciano le chiusure, ma quel senso di solidarietà che aveva caratterizzato la prima lascia il posto alla rabbia e alla disperazione di qualcuno. Nascono in tutto il continente movimenti di protesta che mettono a ferro e fuoco le città per dimostrare la propria contrarietà alle nuove chiusure. Da Parigi a Berlino, passando per Napoli Milano e Roma dove le manifestazioni sono guidate dall’estrema destra e dai negazionisti, migliaia di persone scendono in piazza per diversi giorni nella loro personale guerra contro lo stato.

Meno personale è invece la guerra che scoppia nella regione caucasica del Nagorno Karabakh dove per settimane si affrontano forze armate armene e azere causando morti e sfollati anche tra i civili. Il tutto mentre il 2 ottobre, a un mese dalle elezioni presidenziali, Donald Trump annuncia la sua positività al covid-19.  Dopo aver criticato le mascherine, paragonando ripetutamente il virus all’influenza e continuato a tenere comizi elettorali viene trasportato in un’ospedale militare per precauzione. Ne uscirà pochi giorni dopo senza conseguenze.

Novembre-Dicembre – Il 3 novembre Joe Biden sconfigge un Donald Trump che non si rassegna e gridando a presunti brogli elettorali fa causa in diversi stati nel tentativo di ribaltare il risultato. Non sarà così. Tutti i tribunali a cui si rivolge respingono i suoi ricorsi e il 20 dicembre la vittoria di Biden viene certificata dai Grandi Elettori che lo incoronano nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sconfitto Trump, da sempre particolarmente permaloso, cerca di ostacolare in tutti i modi Biden per rendergli il lavoro più difficile e grazia a ripetizione i suoi alleati condannati in questi anni concedendo nelle ultime settimane decine di perdoni presidenziali a suoi fedelissimi.

Intanto l’anno scivola via. I contagi continuano a crescere e novembre vede chiusure diffuso in tutto il mondo con il nostro paese di nuovo in prima linea. Ma dalle aziende farmaceutiche arriva un segnale di speranza: il vaccino. Mai una piccola fiala ha tenuto così tanto il mondo sospeso. Il suo viaggio dal Belgio allo Spallanzani di Roma viene seguito in diretta da migliaia di italiani nel giorno di Natale. E oggi, con un’immagine che da speranza per un futuro senza mascherine e distanziamento, 9.750 dosi in tutta Italia vengono somministrate a medici e infermieri.

25 dicembre 1918: come la pandemia colpì il Natale

Nel gennaio 1918 iniziò a diffondersi nel mondo l’influenza spagnola che, in due anni, avrebbe provocato oltre 50 milioni di morti. Tra lockdown, mascherine e no-mask il Natale del 1918 sembra essere incredibilmente simile a quello che stiamo vivendo in questo 2020.

“Quest’anno mostrerete più amore per vostro padre e vostra madre, per vostro fratello, vostra sorella e il resto della famiglia rimanendo a casa anziché andandoli a visitare per Natale, o tenendo feste o riunioni familiari. Per una volta, queste feste possono essere rimandate.”. No, non si tratta di uno dei tanti appelli che in questi giorni si rincorrono in tutto il mondo per un Natale distanziato. Quello che vi abbiamo riportato è un estratto di un articolo apparso il 21 dicembre 1918 sull’Ohio State Journal con cui il Commissario alla Sanità invita i lettori a rinunciare ad alcune tradizioni natalizie per far fronte alla pandemia che quell’anno stava causando centinaia di migliaia di morti: la Spagnola.

Non è infatti la prima volta nella storia che il mondo si ritrova a dover affrontare una pandemia nel periodo delle festività natalizie. L’influenza spagnola fece la sua apparizione nel gennaio 1918 e negli ultimi mesi dello stesso anno, a partire da ottobre, raggiunse il suo picco causando quasi sei milioni di morti morti in tutto il mondo in soli tre mesi. Solo in Italia la spagnola causò 600.000 vittime, l’1,6% della popolazione totale dell’epoca. Distanziamento sociale e mascherine si iniziarono a diffondere già allora e nel tentativo di limitare la diffusione del virus vennero prese misure restrittive per le festività natalizie. Dopo la fine della Grande Guerra, terminata ufficialmente l’11 novembre 1918, la voglia di festeggiare riabbracciando i propri cari era alle stelle ma proprio il ritorno dei soldati dal fronte fu uno dei principali veicoli di diffusione dell’influenza che si diffuse in modo incontrollato. Iniziarono dunque gli appelli a non organizzare feste e riunioni familiari e addirittura a rinunciare alla tradizione del bacio sotto il vischio limitandoli a quelli tra marito e moglie. E ci fu anche il primo tentativo di ridurre gli assembramenti e chiudere le attività in quello che fu una sorta di primo lockdown della storia: negli USA a partire dal 3 ottobre, molti stati chiusero scuole, chiese, teatri e luoghi di ritrovo pubblici.

Oltre alle restrizioni, però, un altro elemento sembra accomunare il Natale 2020 a quello di oltre un secolo fa. Nei tre mesi più duri della pandemia (ottobre – dicembre) iniziò a diffondersi in molti stati l’obbligo di indossare una mascherina e, insieme ad esso, presero piede anche i primi no-mask. In molti, infatti, si rifiutarono di indossare quella particolare protezione fatta da diversi strati di garza legati insieme e fatti bollire per sterilizzarli. In una situazione che sembra quanto mai attuale c’era chi adduceva motivazioni religiosi sostenendo che fosse vietato dal proprio credo, chi si lamentava della scomodità e chi denunciava l’obbligo di mascherina come una violazione dei propri diritti. A San Francisco addirittura nacque la “lega anti mascherine” formata da cittadini comuni, medici, politici e liberali alla cui prima riunione presero parte quasi 5.000 persone che protestarono contro l’introduzione dell’obbligo da parte del sindaco della città che fu costretto a fare marcia indietro nel febbraio 1919.

Al di là delle proteste, sporadiche, di chi si rifiutava di rispettare gli obblighi imposti dai governi e dai sindaci la curva epidemiologica dell’influenza spagnola mostra come i contagi siano calati drasticamente dopo le limitazioni della fine del 1918. Pur continuando la sua diffusione in tutto il mondo, con la fine ufficiale della pandemia nel 1920 dopo 50.000.000 di morti, già nei primi mesi del 1919 ci fu un brusco calo dei contagi. Le misure funzionarono e qualche sacrificio in più durante il periodo natalizio, nonostante la voglia di festeggiare il rientro delle proprie truppe, contribuì in maniera significativa a contenere i contagi.

Tra reazione allergiche e dosi in eccesso: guida rapida al vaccino

“Sono morti più 260 mila americani e mi rivolgo alle famiglie che hanno perso i loro cari.
So che cosa significa ritrovarsi a tavola con una sedia vuota, specie in giorni come questi.”
-Joe Biden-


Pronti, via. Dopo l’annuncio dell’agenzia europea del farmaco di voler anticipare dal 29 al 21 la riunione per la valutazione e l’approvazione del vaccino Pfizer-Biontech in tutta Europa ci si prepara a vaccinazioni su larga scala come già sta accadendo da una settimana circa nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In Italia si dovrebbe partire tra una settimana esatta con le prime 9750 dosi di vaccino che verranno somministrate in tutta in tutte le regioni italiane: ad avere il maggior numero di dosi per la prima somministrazione simbolica sarà la Lombardia, con 1.620 dosi, seguita dall’Emilia Romagna (975), dal Lazio (955), dal Piemonte (910) e dal Veneto (875). Le regioni che riceveranno meno dosi sono la Valle d’Aosta (20), il Molise (50) e l’Umbria (85). In questi giorni, però, le campagne lanciate in Gran Bretagna e USA sono tenute in osservazione da tutto il mondo che studia i modelli applicati e i problemi rilevati.

Dosi – La prima, buona, notizia arriva dagli Stati Uniti dove le dosi dei vaccini sarebbero più di quanto era stato ipotizzato. Se inizialmente si pensava che ogni fiala di vaccino contenesse cinque dosi, ora gli operatori sanitari impegnati nella campagna statunitense stanno sottolineando come in ogni fiala vi siano fino a due dosi in più rispetto a quanto dichiarato. Se in condizioni normali le dosi in eccesso verrebbero scartate, in una situazione critica come quella attuale la FDA ha autorizzato l’utilizzo di tutte le dosi presenti nelle fiale in possesso degli operatori portando ad un aumento del 40% dei vaccini a disposizione. L’unico paletto messo dall’FDA è il divieto assoluto di miscelare dosi di fiale diverse, qualora infatti in una fiala dovesse rimanere meno di una dose intera sarà vietato prelevarne parte da una fiala diversa per evitare contaminazioni potenzialmente pericolose.

A mettere le mani avanti in questo caso è stata la stessa casa produttrice dell’unico vaccino attualmente somministrabile, la Pfizer, che ha sottolineato come non sia automatica la presenza di sette dosi per ogni fiala. “La quantità di vaccino rimanente nella fiala multidose dopo la rimozione di cinque dosi” ha fatto sapere in un comunicato “può variare, a seconda del tipo di aghi e siringhe utilizzati”. L’importante, insomma, sarà somministrare sempre la giusta dose senza sforzarsi per far uscire da ogni fiala sette dosi. Il consiglio, infatti, è quello di verificare sempre al termine delle cinque dosi ufficiali se vi sia sufficiente materiale per ricavarne un’altra o più.

Reazioni – Sotto i riflettori negli ultimi giorni sono però finite anche le reazioni che hanno avuto alcuni dei primi pazienti sottoposti a vaccino. Preoccupante ed ampiamente ripreso in tutto il mondo è stato il caso di un’operatrice sanitaria del Bartlett Regional Hospital di Juneau, nell’Alaska meridionale. Una decina di minuti dopo la somministrazione del vaccino la donna, che non presentava altre patologie ne allergie pregresse, ha iniziato ad accusare una reazione anafilattica con fiato corto e l’aumento della frequenza cardiaca. L’intervento dei medici che le hanno somministrato adrenalina ha calmato la reazione che però si è ripresentata nel giro di poche ore costringendo i medici a somministrarle steroidi ed altra adrenalina e a trasferita per precauzione in terapia intensiva. Il giorno seguente la reazione era terminata del tutto e dopo un paio di giorni di osservazione è stata dimessa. Una reazione che ha alimentato il dibattito pubblico portando ad una nuova ondata di esternazioni da parte dei movimenti “no vax” che hanno immediatamente strumentalizzato il caso per rilanciare la tesi di un vaccino insicuro e pericoloso.

In realtà quello che è successo in Alaska è un caso particolarmente isolato. Non si segnalano, infatti, altri casi di reazioni così gravi da richiedere un ricovero mentre le reazioni allergiche gravi si sono registrati solo in pochissimi casi. Nel Regno Unito solo due operatori sanitari hanno sviluppato reazioni gravi ma in entrambi i casi, come ha sottolineato l’NHS, si trattava di persone che già in passato avevano avuto reazioni simili a precedenti vaccini o farmaci. Negli USA, dove le autorità stanno monitorando da vicino la situazione catalogando i casi di reazioni per programmare il prosieguo della campagna vaccinale, si sono registrati sei casi di reazioni gravi su 272.000 dosi somministrate ai pazienti. Circa un migliaio invece sarebbero i pazienti che hanno manifestato reazioni di media entità entro la finestra di osservazione mentre sintomi lievi (febbre, mal di testa e brividi) sono frequenti nelle prime 24 ore ma una volta manifestati si esauriscono nel giro di poche ore.  Pur restando la raccomandazione, come d’altronde per ogni tipo di farmaco, di evitare la somministrazione a persone che già in passato abbiano manifestato reazioni allergiche, il vaccino Pfizer sembra essere ad oggi abbastanza stabile e con effetti collaterali limitati tanto da spingere i paesi che hanno già lanciato le proprie campagne vaccinali a non modificarle.

Test – Come dimostrano i documenti, pubblici e consultabili sul sito della Food and Drug Administration (FDA), il vaccino è stato testato seguendo tutti i protocolli previsti dalle autorità sanitarie. La fase di sperimentazione è durata mesi ed ha coinvolto 44 mila volontari che si sono sottoposti a test clinici e vaccinazioni negli scorsi mesi per permettere un perfezionamento delle dosi da somministrare su larga scala. Le centinaia di pagine di documentazione fornite dalla Pfizer-BioNTech presentano i risultati dei tre test clinici che hanno portato all’appprovazione definitiva di un vaccino che presenta un’efficacia del 95% in seguito alla seconda somministrazione che deve essere fatta entro 3-4 settimane dalla prima. L’efficacia del vaccino risulta buona già dopo la prima dose (52%) mentre è definita molto buona ed al di sopra delle aspettative al termine del ciclo di due dosi. Particolarmente rilevante è poi il dato relativo all’efficacia nelle varie fasce: dai test risulta infatti che il livello di efficacia si è mantenuto alto a prescindere dal genere, dall’età, dalla provenienza geografica e dalla presenza di problemi di salute nei volontari.

I documenti forniti all’agenzia da Pfizer-BioNTech indicano che diversi volontari hanno segnalato qualche segno di malessere temporaneo nelle ore dopo la somministrazione della seconda dose. Nella fascia tra i 16 e i 55 anni, più della metà ha indicato una sensazione di affaticamento e mal di testa; un terzo ha segnalato di avere i brividi e il 37 per cento di avere dolori muscolari. Tra gli over 55, circa la metà ha detto di avvertire un certo affaticamento, un terzo mal di testa e/o dolori muscolari e un quarto i brividi. Gli effetti avversi sono stati temporanei e si sono risolti nella maggior parte dei casi a un giorno di distanza dal ricevimento della seconda dose. Altri vaccini impiegati da tempo contro diverse malattie causano effetti transitori di questo tipo, e non costituiscono quindi una preoccupazione per quanto riguarda il nuovo vaccino. Alcuni medici ritengono che alla somministrazione della seconda dose potrebbe essere associato un giorno di malattia per i lavoratori, in modo da ridurre i rischi e incentivare il completamento della vaccinazione.

I dati sperimentali e le campagne di vaccinazione già avviate con il vaccino Pfizer sembrano dunque smentire, o quantomeno ridimensionare, le tesi di no mask, no vax e gilet arancioni. Ma mentre i vari soggetti anti “dittatura sanitaria”, da qualche giorno confluiti insieme all’estrema destra di Forza Nuova nel nuovo partito Italia Libera, continuano a gridare alla pericolosità dei vaccini l’Italia si prepara a somministrare le prime dosi. Chissà se anche loro ne vorranno una.

Il dramma della sanità calabrese

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti

– Costituzione, art. 32 –


Quella che si è appena conclusa è stata una settimana da incubo per la sanità calabrese. Tra le discussioni sul “decreto Calabria”, con cui il governo intende prolungare il commissariamento della sanità regionale, le polemiche relative alla zona rossa e lo scandalo relativo al commissario Cotticelli la regione sta attraversando un momento a dir poco burrascoso.

Commissario – L’ultimo durissimo colpo è arrivato per mezzo della trasmissione “Quinto Titolo”, andata in onda su Rai 3. Quello che doveva essere un servizio sulle difficoltà del sistema calabrese in questa seconda ondata e sull’inserimento della regione tra quelle più a rischio si è trasformato in uno tsunami che ha letteralmente travolto il commissario straordinario. Sono bastati pochi minuti di intervista perché Saverio Cotticelli, ex generale dei carabinieri e vicino al M5S e dal 2018 a capo della sanità calabrese, mostrasse al mondo tutta la sua impreparazione. Al giornalista che gli chiede cosa abbia fatto quando a giugno si è reso conto che la regione non aveva un “piano covid” risponde sicuro e quasi polemico: “Ho chiesto al ministero chi dovesse redigerlo e loro mi hanno risposto con un parere”. Quando prende in mano quel parere però cala il gelo. “Cosa le dicono? Chi deve farlo il piano?” lo incalza il giornalista. Qualche istante di silenzio poi la risposta sommessa: “Dovevo farlo io”.

Come uno studente che arriva impreparato all’interrogazione prova a giustificarsi, ad arrampicarsi sugli specchi. “Il piano lo sto preparando e la settimana prossima è pronto” dice. Ma da quel momento l’intervista precipita. Non c’è traccia del bando che il commissario Arcuri ha chiesto alla Calabria per portare a 280 i posti in terapia intensiva e che avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 3 novembre: “Adesso stiamo verificando che siano fatti” risponde Cotticelli. Ma è sui numeri delle terapie intensive che crolla definitivamente. Prima dice di aver raddoppiato i posti rispetto ai 107 che aveva qualche mese fa poi chiede conferma alla sua sub commissario Maria Crocco che prima lo gela, “tu quando vai di là devi essere preparato”, poi gli risponde nel merito: “Non ne hai attivati di nuovi, li hai solo previsti nel piano”.

Una dimostrazione di incompetenza che ha costretto l’ex generale alle dimissioni, presentate ieri nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. “Dopo 2 anni di lavoro” ha commentato “non ci sto a diventare il capro espiatorio di situazioni a me non addebitali, adesso basta, siamo arrivati al punto di non ritorno. Ci sono attacchi nei confronti della struttura commissariale intollerabili e frutto di menti raffinate”.

Commissariamento – Che la sanità in Calabria avesse delle gravi mancanze non lo si scopre certo oggi. A partire dal 2007, infatti, il tema della sanità calabrese ha assunto una rilevanza sempre maggiore e già nel 2010 si sono insediati i primi commissari incaricati di risolvere una situazione drammatica. La principale criticità era, ed è tutt’oggi, quella relativa ai bilanci in cui si è per anni accumulato un debito divenuto ormai milionario anche a causa del disinteresse da parte delle giunte che si sono succeduto fino al commissariamento. Fino al 2007, insomma, le giunte regionali hanno di fatto deciso di non occuparsi del problema facendolo in questo modo crescere giorno dopo giorno fino a che la situazione è diventata insostenibile. Con le casse della sanità calabrese in rosso, infatti, si è determinata un’elevatissima precarietà nell’erogazione dei servizi e ripetuti e frequenti episodi di malasanità. Si è registrata insomma una “riconosciuta inidoneità del Servizio sanitario regionale ad assicurare i livelli essenziali di assistenza alla popolazione”.

Così, ne 2007 con un’ordinanza del Presidente del Consiglio si decise di commissariare la sanità calabrese affidando all’assessore alla salute Spaziente il compito di risolvere i gravi problemi che affliggevano il settore. Un intervento che non si è però dimostrato risolutivo ed ha costretto il governo a ricorrere a misure più drastiche optando, a partire dal 2010, per la gestione affidata a commissari nominati dal governo. Da 10 anni, dunque, la sanità calabrese è commissariata nel tentativo di risolvere una situazione quantomai critica. Un tentativo quantomai vano che non sta certo portando i risultati sperati e che anzi sta portando il sistema sanitario regionale al collasso. Perché non solo in oltre 10 anni di commissariamento non c’è stato un miglioramento in un bilancio che continua a contare centinaia di milioni di disavanzo (320 per la precisione), ma questa continua e infinita crisi sta portando conseguenze gravi sull’efficienza del sistema. Si registra ormai da anni una cronica insufficienza del personale medico, paramedico e tecnico che compromette in tal modo l’assistenza ai pazienti generando gravi episodi di malasanità. La medicina territoriale è pressoché inesistente e in molti dei 405 comuni della regione la popolazione ha difficoltà ad accedere alle cure mediche. Strutture e macchinari, spesso insufficienti o obsoleti, causano difficoltà nell’assistere i pazienti. Due aziende territoriali (l’Asp di Reggio Calabria e quella di Catanzaro) sono state sciolte per infiltrazione/condizionamento mafioso, ed entrambe “fantasiosamente” dichiarate in dissesto. Insomma, in Calabria, tra sprechi vergognosi e incapacità, si registra una inefficienza da scandalizzare chiunque. Basterebbe pensare che da queste parti vengono ancora tollerate aziende sanitarie territoriali senza bilancio da anni, altre sciolte per ‘ndrangheta, aziende ospedaliere che, pare, non esercitino il pronto soccorso e chiudano nei week-end. Tutto questo nonostante dieci anni di commissariamento ad acta

Proteste – E proprio in questo senso vanno viste le proteste che da giovedì infiammano le principali città calabresi. Mentre in altre zone d’Italia si manifesta contro una fantomatica “dittatura sanitaria” e contro l’imposizione di misure più severe da parte del governo, in Calabria le proteste hanno un significato diverso. In una regione troppo spesso descritta come silente migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza non per dimostrare contrarietà alla zona rossa ma per esprimere il loro disappunto verso una politica regionale che non è in grado di garantire il diritto alla salute ai propri cittadini. Dalle principali città all’entroterra e fino alle coste migliaia di calabresi hanno scandito slogan contro una sanità più che mai malata e incapace di dare sicurezza in un momento storico come questo. Da Reggio a Castrovilllari, da Lamezia a Gioia Tauro passando per Crotone, Catanzaro e quella Cosenza che è diventata il fulcro della sanità pubblica e dove la classe politica locale ha consegnato le chiavi della sanità ai proprietari delle cliniche private come i Morrone, i Greco, i Parente, i cui cognomi sono stati indicati nei cartelli di protesta e urlati dai megafoni.

E mentre chi dovrebbe ripianare la situazione ripete da 10 anni che serve tempo per tornare alla normalità, la Calabria assiste attonita alla morte del proprio servizio sanitario. Speranza cercasi in Calabria: la speranza immateriale di una sanità degna di un paese civile, e il materialissimo Ministro della Salute che ci si augura possa intervenire in una situazione che pare sempre più drammatica.

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Relazione DIA: ecco come le mafie prenderanno tutto grazie al covid

Nella relazione sul secondo semestre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia si sofferma a lungo anche su quello che accadrà in futuro. Il coronavirus porterà grandi opportunità per la criminalità organizzata offrendo un doppio scenario in cui agire

Per la prima volta la Direzione Investigativa Antimafia va oltre il semplice riepilogo. Nella relazione sul secondo semestre del 2019, infatti, la DIA inserisce uno “Speciale Covid” di 16 pagine in cui analizza gli scenari possibili per la criminalità organizzata in tempo di pandemia. Nel capitolo vengono analizzati gli obiettivi a breve e lungo termine delle mafie italiane nel tentativo di comprendere le strategie con cui i clan tenteranno di trarre vantaggio dall’emergenza sanitaria globale. Un quadro ben poco incoraggiante che porta la DIA ad ipotizzare per la criminalità “prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Un contesto in cui le mafie si muoveranno su un doppio scenario: un primo di breve periodo incentrato sul rafforzamento del consenso sociale sul territorio e un secondo di lungo periodo in cui le cosche proveranno ad attuare strategie di espansione.

Al primo scenario stiamo assistendo in questi mesi con tutte le organizzazioni impegnate nel garantire forme di assistenzialismo a cittadini ed imprese in difficoltà. Attraverso il proprio potere e l’ampia disponibilità di capitali, i clan sono in grado di “porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Più rapida e spesso più efficiente dello stato, la mafia riesce in questo modo a consolidare il consenso sociale nei territori di tradizionale presenza mafiosa elargendo prestiti, sostenendo le imprese e i commercianti in difficoltà e supportando l’economia locale attraverso gli aiuti a titolari di attività commerciali. Forme di assistenzialismo che rappresentano secondo gli inquirenti “un vero e proprio investimento sul consenso sociale, che se da un lato fa crescere la “rispettabilità” del mafioso sul territorio, dall’altro genera un credito, da riscuotere, ad esempio, come “pacchetti di voti” in occasione di future elezioni.”. E se nel breve periodo l’interesse sarà posto principalmente sulle comunità locali, nel medio-lungo termine la criminalità organizzata proverà ad uscire dalle aree tradizionali per allungare i propri tentacoli su scala globale. “L’economia internazionale” si legge nella relazione “avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”.  

Sul piano dell’economia legale, dunque, la DIA evidenzia come la disponibilità di ingenti capitali e “la semplificazione delle procedure di affidamento, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza” potrebbero favorire l’infiltrazione criminale in diversi settori. In particolare investimenti importanti potrebbero arrivare nel cosiddetto “ciclo della sanità” ambito che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei clan, come dimostrano i commissariamenti delle Aziende Sanitarie di Reggio Calabria e Catanzaro, sia per le consistenti risorse che vengono destinate a quel settore sia per il controllo sociale che può garantire. In ambito sanitario la criminalità organizzata potrebbe provare a mettere le mani in particolare sulla produzione e distribuzione di dispositivi medici e di protezione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali la cui produzione è aumentata a dismisura a seguito dell’emergenza. L’utilizzo più che raddoppiato di mascherine e altri dispositivi da smaltire come rifiuti speciali con conseguenti costi più elevati per ospedali e aziende. Facendo leva su costi più bassi la criminalità potrebbe infiltrarsi in quel business e smaltire in modo irregolare e con pesanti ripercussioni su ambiente e salute i rifiuti ospedalieri.

C’è poi un aspetto, non trascurabile, connesso all’alta mortalità dovuta al coronavirus, che ha imposto carichi di lavoro maggiori sia alle imprese di onoranze funebri che ai servizi cimiteriali. Nel primo caso sarà importante verificare, specie nei presidi ospedalieri dichiarati “COVID”, se vi siano imprese che sono state favorite più di altre. Per quanto riguarda i servizi cimiteriali è invece opportuno verificare se le cosche potranno, in qualche modo, incidere sulle decisioni delle amministrazioni comunali in merito alla gestione dei cimiteri, con particolare riferimento alle modifiche ai Piani Regolatori Cimiteriali e ai criteri di assegnazione delle concessioni. Di contro, il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona sono tra i settori che hanno più risentito del lockdown, e che faranno registrare una netta diminuzione del fatturato dovuta alla prospettiva di una stagione estiva difficile, per affrontare la quale, in molti casi, sono stati già fatti investimenti e ristrutturazioni immobiliari, i cui costi dovranno comunque essere sostenuti. Ne deriverà una diffusa mancanza di liquidità, che espone molti commercianti all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti soprattutto per quel che riguarda alberghi, ristoranti e bar, bed & breakfast, case vacanze e attività simili.

Da sempre la criminalità organizzata ha saputo cogliere i cambiamenti nella società e nell’economia per sfruttarli a proprio vantaggio e trarne il massimo beneficio possibile. Dalla relazione della DIA sembra emergere come l’emergenza sanitaria in corso non rappresenti un’eccezione. Il lockdown e lo shock, economico e sociale, che ne è conseguito hanno di fatto ampliato quelle sacche di povertà e disagio sociale già esistente. Ecco allora che per la mafia si è venuto a creare un terreno fertile per il consolidamento delle mafie. Nei territori a tradizionale insediamento mafioso, quella Questione meridionale non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, “offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Offre dunque quel consenso sociale che permette alle mafie di consolidare il proprio potere e fare quel salto in una dimensione macro. Così rinvigorita dal nuovo consenso sempre più ampio, la criminalità riesce a rispondere alla paralisi economica che mette in ginocchio piccoli e medi imprenditori. Riesce a sfruttare ogni singola opportunità per infiltrare il mercato e l’economia legale. Noi non dobbiamo perdere l’occasione di impedirglielo. Prima che sia troppo tardi.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

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