Australia, storia di una catastrofe senza precedenti

With courage let us all combineTo advance Australia fair.
In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!
– Advance Australia Fair, Inno nazionale australiano-


La tregua di Natale è durata poco. La speranza degli australiani è finita con la nuova ondata di caldo. Sono ripresi, più impetuosi e devastanti di prima, gli incendi che da quattro mesi stanno mettendo in ginocchio l’intera Australia. Un’area grande quanto il Belgio è andata in fumo, la barriera corallina agonizza, le foreste pluviali sono in fiamme e per la fauna locale cresce un terribile rischio di estinzione. È una catastrofe senza precedenti. Nemmeno il lavoro, instancabile e ininterrotto, di volontari e vigili del fuoco può nulla contro il gigante di fuoco che sta inghiottendo l’intero paese.

La storia – L’Australia è da sempre particolarmente esposta al rischio di incendi a causa del suo clima particolarmente arido. Il più grande della storia del continente fu il 6 febbraio 1851, passato alla storia come “The black Thursday”, quando nello stato di Vittoria le temperature di oltre 40° C e i forti venti alimentarono un muro di fuoco che incenerì in un solo giorno oltre 5 milioni di ettari causando la morte di 12 persone e oltre un milione di animali. Ottant’anni più tardi fu il turno del “Black Friday” con le fiamme che nella giornata del 13 gennaio 1939 distrussero due milioni di ettari uccidendo 71 persone. Più recente il caso del “Black Saturday” che nel 2009 causò la morte di 173 persone con i roghi che, divampati il 7 febbraio, distrussero un’area di circa 450.000 ettari in un mese. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso. Non si tratta di un evento di un giorno o di qualche settimana. Non si tratta di un “Black Friday” o di un “Black Monday”. Questa volta, se si vuole continuare con questa denominazione, si può parlare di “Black Year”

Gli incendi in Australia sono iniziati 121 giorni fa e da 17 settimane ininterrotte stanno divorando l’Australia. Il 6 settembre i primi roghi sono divampati nel Nuovo Galles del Sud, nel sud est del paese, e da lì si sono rapidamente estesi arrivando a toccare a inizio novembre il Wollemi National Park, alle porte di Sidney. Attualmente si contano circa 90 focolai diversi tra Nuovo Galles del Sud, Vittoria e Queensland con un’area di oltre 5 milioni di ettari, quanto Piemonte e Lombardia messi insieme, già distrutta dalle fiamme. Nel sud est del paese, la regione più popolosa, è stato dichiarato lo stato di emergenza e venerdì oltre 100.000 persone sono state evacuate anche via mare con mezzi della marina militare in quella che è la più grande evacuazione della storia. Centinaia di proprietà sono andate distrutte e 24 persone hanno già perso la vita mentre le fiamme, alimentate da un forte vento e da temperature di oltre 40° C, minacciano Sidney. La città più popolosa dell’Australia è circondata dalle fiamme e rischia di rimanere isolata con continue interruzioni di corrente dopo che la rete elettrica è stata danneggiata dagli incendi. Intanto, per far fronte ad un’emergenza senza precedenti, è partita la più grande mobilitazione dal dopoguerra ad oggi con il premier Scott Morrison che ha richiamato oltre 3.000 riservisti da schierare sul territorio per aiutare i vigili del fuoco. Intanto uno dei simboli dell’Australia è andato completamente distrutto: Sull’Isola dei Canguri, al largo di Adelaide nel sud del paese, oltre 10 mila ettari del Flinders Chase National Park, santuario per le specie in via di estinzione, sono andati in fumo.


Conseguenze – È una strage senza precedenti. Il cielo sopra l’Australia è grigio e arancione. Il fumo e la cenere stanno avvolgendo gradualmente l’intero paese causando problemi di respirazione a buona parte della popolazione. Secondo i dati raccolti, Sidney in questi giorni è la città più inquinata sull’intero pianeta. Il fumo e la cenere sono arrivati fino alla in Nuova Zelanda, dove le nevi e i ghiacciai si sono tinti di marrone. L’impatto degli incendi sull’inquinamento è stato fortissimo. Le fiamme, secondo i dati diffusi dalla NASA, avrebbero provocato l’emissione di 250 milioni di tonnellate di CO2, la maggior parte delle quali, circa 195 milioni di tonnellate, generate dai roghi scoppiati nelle antiche foreste del Nuovo Galles del Sud. Si tratta di cifre impressionanti equivalenti a circa la metà delle emissioni annuali medie dell’intero paese (532 milioni di tonnellate di CO2 emesse dall’Australia nel 2018).

Ma se l’inquinamento da fumo è la conseguenza più evidente della catastrofe che sta attraversando l’Australia, ce n’è una più nascosta ma forse più preoccupante. Dall’inizio degli incendi si stima che siano morti quasi 500 milioni di animali. La stima, effettuata dai ricercatori dell’Università di Sidney, si basa su un rapporto del 2007 del World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana. Se la gran parte degli animali è morta nei roghi, molti altri hanno perso la vita per intossicazioni da fumo ma ancor più preoccupante è la situazione per tutti quegli animali scampati ai roghi ma che ora si trovano a dover vivere in un habitat diverso dal loro. Colpito duramente dalla catastrofe è anche l’animale simbolo dell’Australia. Circa 8.000 koala hanno infatti perso la vita negli incendi. Si tratta di quasi un terzo della popolazione totale dello stato che, con quasi 28.000 esemplari, era ritenuta la patria naturale di questa specie. I Koala, spiegano gli scienziati, sono particolarmente vulnerabili agli incendi perché vivono sugli alberi, facilmente infiammabili, è perché si spostano molto lentamente con velocità medie di circa 2 Km/h e massime di 20 km/h per gli esemplari più giovani. Se sarà necessario attendere la fine degli incendi per valutarne l’impatto, si può stimare che ad oggi circa il 30% dell’habitat naturale di questi animali sia andato distrutto. I ricchi ecosistemi che caratterizzavano il continente stanno sparendo trasformandosi in aride distese di cenere. L’impatto ambientale rischia dunque di essere devastante sia per la distruzione della flora e della fauna, con diverse specie che potrebbero trovare l’estinzione se i roghi continuassero, sia per l’inquinamento che stanno provocando le fiamme.

Suicidio Climatico – Ma anche per un evento di questa portata, non si può parlare esclusivamente di fatalità. Se temperature elevate e venti caldi non sono contrastabili, se non con un cambio di rotta globale in risposta ai cambiamenti climatici, la situazione poteva certamente essere gestita in maniera migliore. Il premier Scott Morrison, la cui partenza con la famiglia per festeggiare Capodanno aveva provocato un vero e proprio scandalo costringendolo a tornare, è stato duramente contestato durante la sua visita nel Nuovo Galles del Sud. Molti dei volontari impiegati nell’area si sono rifiutati di stringere la mano al premier in segno di protesta per le sue decisioni politiche che, secondo molti, avrebbero favorito il propagarsi delle fiamme. La mancanza di fondi e di mezzi e la sua iniziale contrarietà allo stanziamento di circa 4 milioni per garantire un compenso alle migliaia di volontari impegnati in tutto il paese hanno alimentato parecchie critiche. Le sue posizioni sono sempre più impopolari e le sue recenti dichiarazioni non fanno che alimentare lo scontento di un popolo in ginocchio. “Continuerei a chiedere alle persone di essere pazienti” ha detto in conferenza stampa. “So che puoi avere bambini in macchina e c’è ansia e c’è stress e il traffico non si muove rapidamente ma la cosa migliore da fare è mantenere ordine e calma”.

Dichiarazioni che non migliorano certo la posizione del premier che da diverso tempo è accusato anche politicamente di essere passivo di fronte ai problemi del clima e di essere in combutta con la lobby del carbone. Dalle pagine del New York Times, il giornalista Richard Flanagan ha definito quello che sta avvenendo con il “suicidio climatico dell’Australia” sottolineando la riluttanza da parte dei governi conservatori a rispettare gli impegni internazionali sul clima. Scott Morrison non è altro che la figura apicale di un sistema politico imprenditoriale impegnato da diverso tempo in un’azione di negazionismo climatico. Ne è una prova lo United Australia Party, partito politico creato dal magnate del carbone Clive Palmer con l’unico scopo di togliere voti ai laburisti ed impedirgli di prendere il potere e attuare politiche più green. E se la politica si muove in una direzione senza ritorno, la stampa le dà man forte. Rupert Murdoch, il moloch dei media planetari che nel suo paese controlla il 58%, da anni utilizza i suoi media per diffondere notizie apertamente schierate sul negazionismo climatico. Posizioni certamente funzionali alla difesa del settore più remunerativo dell’Australia, primo esportatore al mondo di gas e carbone, ma altrettanto sicuramente dannose non solo per il paese ma anche, in prospettiva più ampia, per l’intero pianeta.

Ma c’è una nuova speranza che nasce da questi incendi. Gli australiani, nonostante la macchina della propaganda lavori a pieno regime, si stanno accorgendo dell’incompetenza di un premier che non ammette i propri errori e anzi sostiene che gli incendi siano “solamente in minima parte” dovuti alle sue politiche. La rabbia nei confronti di Morrison è esplosa e il consenso nei suoi confronti è in picchiata. Da qui deve ripartire l’Australia. I roghi che stanno devastando il paese possono essere per il popolo australiano un nuovo inizio. Possono essere l’evento scatenante di una presa di coscienza collettiva. L’inizio di un cambiamento profondo che scuota l’intera popolazione a partire dalle cariche di governo. Perché, come si auspica nell’inno nazionale scritto dal britannico Peter Dodds McCormick, la bella Australia possa migliorarsi anche in questa terribile fase storica e i suoi abitanti possano tornare a vivere una vita normale. E possano tornare a cantare, con un po’ più di speranza

In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!

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