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Transizione Ecologica: abbiamo un piano ma potrebbe non bastare

Il termine “Transizione Ecologica” è ormai entrato nelle agende politiche di tutti i principali leader mondiali con l’obiettivo di correre ai ripari per scongiurare una catastrofe climatica. Anche il nostro paese, a modo suo e con i suoi tempi, sta provando a mettersi al passo.

“L’ambiente e la transizione ecologica sono l’essenza stessa di questo governo. È nato su questo programma. Quindi continuiamo su questa strada” Così, durante un question time alla Camera a inizio marzo, il premier Mario Draghi aveva ricordato ai deputati come l’esecutivo da lui guidato ha tra le priorità la questione ambientale. La crisi climatica che stiamo attraversando, tornata di stretta attualità dopo la tragedia della Marmolada e il caldo record di questi giorni, costringe infatti i governi ad assumersi la responsabilità di trovare una via d’uscita ad una situazione che rischia di aver conseguenze devastanti sul mondo che viviamo. Così nelle agende politiche dei principali paesi del mondo è presente un piano per la Transizione Ecologica, termine utilizzato per indicare il passaggio o la trasformazione da un sistema produttivo intensivo e non sostenibile dal punto di vista dell’impiego delle risorse, a un modello che invece ha il proprio punto di forza nella sostenibilità, ambientale, sociale ed economica. Quando si parla di “Transizione Ecologica”, dunque, si intende quel processo di cambiamento che possa portare al rilancio dell’economia e di interi settori produttivi all’interno di un modello che metta al primo posto la tutela ed il rispetto dell’ambiente.

Ma se a parole sembra semplice e di bon senso, l’attuazione o l’avvio di un reale percorso volto a modificare interamente il sistema produttivo di un paese incontra difficoltà non indifferenti. Un primo passo in questa direzione nel nostro paese è stato fatto il 26 febbraio 2021 quando con la nascita del Governo Draghi è stato istituito il primo Ministero della Transizione Ecologica nella storia del nostro paese. Tale ministero, che ha sostituito il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Mare, opera in stretto raccordo con il Ministero dello Sviluppo Economico con l’obiettivo di trovare un punto di incontro tra le esigenze economico-produttive e la necessità di una riconversione green del sistema. Ma se fino ad ora l’impegno del Governo non si era concretizzato in altro se non nelle dichiarazioni di Draghi e Cingolani, adesso l’Italia ha un piano. Nel vero senso della parola. 

Nel mese di giugno è stato infatti pubblicato il “Piano per la Transizione Ecologica” (PTE), uno strumento di programmazione nazionale volto a indirizzare le future decisioni in modo da coniugare le esigenze economiche e lavorative con quelle ambientali definendo un quadro concettuale anche per gli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Nelle sue premesse, il Pte enuncia l’intenzione di perseguire un “approccio sistemico, orientato alla decarbonizzazione ma non solo; caratterizzato da una visione olistica e integrata, che include la conservazione della biodiversità e la preservazione dei servizi ecosistemici, integrando la salute e l’economia e perseguendo la qualità della vita e l’equità sociale”. Nell’individuare nella decarbonizzazione, nella mobilità sostenibile e nell’abbassamento della soglia di inquinamento come priorità assolute da perseguire, il piano evidenzia tre presupposti necessari affinché si attivi realmente una transizione ecologica: il consenso, la partecipazione e un approccio non ideologico alle questioni; la centralità della ricerca scientifica; la semplificazione delle regole che governano l’attuazione dei progetti. Senza il verificarsi di queste tre condizioni la transizione ecologica è destinata ad esaurirsi in un nulla di fatto. Per raggiungere gli obiettivi contenuti nel piano, l’Italia si è data tempo fino al 2050, “”anno in cui il nostro paese deve conseguire l’obiettivo, chiaro e ambizioso, di operare “a zero emissioni nette di carbonio” e cioè svincolandosi da una linearità tra creazione di ricchezza e benessere con il consumo di nuove risorse e/o aumento di emissioni”. Un tempo evidentemente lungo, vista l’impossibilità di raggiungere obiettivi così ambiziosi nel breve periodo, che rende necessaria una continua revisione del PTE per renderlo il più possibile attuabile nel corso degli anni. Quella presentata a giugno, infatti, altro non è che una prima versione che funga da quadro generale e punto di partenza per l’elaborazione di una strategia concreta. Come esplicitato nel documento, infatti, “l’attuazione degli interventi previsti dal Piano per la transizione ecologica e dal PNRR necessitano di una efficiente pubblica amministrazione e di una accurata e precisa metodologia, basata sulla quantificazione in termini di emissioni, lavoro e flussi finanziari secondo la prospettiva del ciclo di vita […] Ulteriori elementi, dati quantitativi e cronoprogrammi saranno contenuti in una secondo documento”.

Vista l’impossibilità di pianificare interventi concreti su un periodo di tempo così lungo, dunque, sarà necessaria una costante revisione delle misure previste dal piano per renderle quanto più possibile attuali e realizzabili. Ma se quello descritto sin qua sembra essere uno scenario quasi idilliaco, con un programma di massima per arrivare ad una piena transizione entro il 2050, nella realtà nasconde diverse insidie. Su tutte vi è una questione strettamente politica data dalle diverse sensibilità sul tema dei vari partiti che potrebbe influire, e non poco, sull’attuazione del piano. Come stabilito nel PTE, infatti, ogni 31 maggio dovrà essere presentata una relazione sullo stato dell’arte e l’attuazione del piano per ricalibrare gli obiettivi e immaginare misure concrete da adottare per raggiungerli entro l’anno successivo. Una revisione annuale in un paese in cui temi, urgenze e priorità dei partiti vengono stravolti da un giorno all’altro rischia di esporre in modo irrimediabile un argomento così importante alle oscillazioni politiche che caratterizzano il nostro sistema. Se il 31 maggio prossimo al governo ci dovesse essere una forza politica che ha a cuore l’ambiente allora il piano potrebbe diventare centrale nella programmazione dei lavori. Se, al contrario, al governo ci fosse un partito (o una coalizione) poco interessata a questi temi si potrebbe creare uno stallo con l’implementazione della transizione ecologica ferma in attesa di risposte. E così per tutti gli anni successivi, fino al 2050.

Il rischio è dunque che il tema della transizione ecologica, la cui importanza è sotto gli occhi di tutti oggi più che mai, diventi una carta politica come tante altre da utilizzare per fare pressione sugli avversari e ottenere quello che si vuole. L’elaborazione di un piano è un punto di partenza fondamentale ed imprescindibile che il nostro paese stava aspettando da tempo ma potrebbe non essere sufficiente. Ora è necessario che quel piano venga attuato e che da oggi fino al 2050 tutte le forze in campo si adoperino affiche gli obiettivi stabiliti da questo governo vengano raggiunti il prima possibile. Non è immaginabile che ogni governo che si insedierà da qui al 2050 possa riconsiderare il PTE per questioni ideologiche o partitiche. Ne va del futuro di tutti. 

Allarme siccità in tutta Italia: si va verso il razionamento dell’acqua potabile?

In gran parte delle regioni italiane l’acqua scarseggia e mentre i raccolti già sono a forte rischio è sempre più concreta la possibilità di un razionamento dell’acqua potabile per i cittadini. Ma le responsabilità di questa ondata di siccità non sono solo delle condizioni atmosferiche estreme.

La mancanza d’acqua era già preoccupante ad inizio primavera quando temperature sopra la media ed assenza di precipitazioni avevano messo a dura prova le riserve idriche del nostro paese. Ora con un’anomalia climatica sempre più evidente la mancanza di acqua potabile sta diventando un vero e proprio problema nazionale e potrebbe portare a conseguenze gravi anche in territori solitamente non toccati dalla cronica siccità estiva. I cambiamenti climatici, insomma, hanno portato l’Italia ad una situazione che si era vista raramente nella storia recente del nostro paese con una siccità diffusa in tutte le regioni e situazioni al limite dell’emergenza in diverse zone.

A lanciare l’allarme è stato nei giorni scorsi l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche che ha sottolineato come siano diverse le regioni italiane, da nord a sud, che stanno affrontando situazioni di grave criticità. In particolare preoccupano le situazioni di Lombardia e Lazio: “Mentre in Lombardia si va verso lo stato di crisi idrica regionale” si legge nel comunicato di ANBI “l’incubo del razionamento dell’acqua potabile torna ad aleggiare sul Lazio, dove la quasi assenza di precipitazioni sta diventando allarmante: calano significativamente i livelli dei fiumi Tevere e Liri, ma anche dei laghi di Bracciano e di Nemi.” Sui Colli Albani, per evitare interruzioni di fornitura idrica, il gestore Acea Ato2 ha chiesto alla regione un incremento di prelievo dalla sorgente del Pertuso, una delle fonti del fiume Aniene, la cui condizione già critica (-60% rispetto alla media stagionale) rischia di aggravarsi. Situazione analoga si registra in Emilia Romagna, dove piogge disomogenee hanno portato leggero ristoro agli esangui corsi d’acqua, ma non hanno impedito che il bilancio idroclimatico di alcune zone scendesse al di sotto dei minimi storici. Grave è anche la situazione dei fiumi toscani, dove l’Arno ha una portata pari al 27% della media e l’Ombrone è in grande sofferenza, trasportando solo 1,56 metri cubi al secondo. In Abruzzo nei mesi scorsi, a causa della scarsa pioggia, sono stati toccati livelli di deficit superiori al 90% (ad esempio a Penne con -93,3%). A ciò si aggiunge la sofferenza delle regioni del sud Italia e delle isole, tradizionalmente soggette a fenomeni di siccità nei mesi estivi: in Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna la situazione risulta drammatica con il livello dei bacini idrici, naturali e artificiali, in costante diminuzione e vicino alla soglia critica.

La situazione al momento è critica e l’annunciato arrivo di “Scipione”, l’anticiclone africano che porterà temperature oltre i 35°, rischia di far ulteriormente precipitare le condizioni delle riserve idriche in tutta la penisola. Dopo un inverno in cui la pioggia è stata un miraggio, insomma, ci stiamo addentrando in un’estate in cui di precipitazioni non se ne vede nemmeno l’ombra. La prima conseguenza la si avrà sui raccolti con Coldiretti che ha già sottolineato come, con le condizioni attuali, siano a forte rischio le semine primaverili di riso, mais e soia ma anche le coltivazioni di cereali e foraggi, gli ortaggi e la frutta. E mentre i raccolti già soffrono, all’orizzonte si prospetta una misura drastica per arginare quanto possibile la mancanza di acqua potabile: il razionamento dell’acqua. In molte regioni, con il Lazio in testa, è infatti già allo studio la possibilità di chiudere i rubinetti in determinate fasce orarie ogni giorno per ridurre il consumo di acqua potabile e gestire così le riserve idriche in affanno in attesa che nuove precipitazioni possano dare respiro ad una situazione sempre più critica. 

Ma se il razionamento dell’acqua potabile, per quanto al momento tenuto come ultima spiaggia, può risolvere il problema in una situazione emergenziale come quella attuale è necessario un intervento strutturale in grado di ridurre al minimo il verificarsi di situazioni come quella che stiamo vivendo. Se buona parte delle responsabilità di questa situazione sono da attribuire a condizioni climatiche sempre più estreme non si può negare la presenza di fattori prevedibili e risolvibili: da un lato il mancato adeguamento alla domanda, con una rete idrica sempre uguale nonostante l’aumento della popolazione, e dall’altro una manutenzione carente della rete idrica provoca ogni anno perdite medie del 40%. Se dunque, nel breve periodo, poco si può fare per contrastare fenomeni atmosferici sempre più estremi, è necessario ed urgente un intervento volto a ridurre al minimo le criticità della rete idrica italiana in modo che possa resistere anche in situazioni di forte stress come quella attuale. L’arrivo dei fondi del PNRR, ad esempio, potrebbe essere un’occasione per investire su una rete idrica funzionante e con minori sprechi ma ad oggi la questione non sembra essere tra le priorità del nostro paese. Chissà che un’estate senza acqua possa far cambiare idea.

La tutela dell’ambiente entra nella costituzione: cosa e come cambia.

Martedì la Camera ha approvato alla quasi unanimità la legge costituzionale che modifica gli articoli 9 e 41 inserendo per la prima volta l’ambiente e la sua tutela nel testo della nostra Costituzione. Un passo in avanti che potrebbe però rivelarsi solo di facciata. 

Con la firma apposta ieri da Sergio Mattarella entra in vigore ufficialmente la modifica costituzionale approvata martedì dalla Camera dei deputati con 468 voti a favore, un contrario e sei astenuti. Un passaggio formale, quello della firma del Capo dello Stato, che assume un significato fortemente simbolico rappresentando il momento esatto in cui la tutela dell’ambiente entra per la prima volta nella nostra Costituzione. Il testo approvato martedì alla Camera, che già aveva ricevuto l’ok del Senato a novembre, modifica infatti gli articoli 9 e 41 della carta costituzionale inserendo per la prima volta in modo esplicito riferimenti all’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi.

Articolo 9

Prima

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione

Ora

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali

La modifica dell’art. 9 assume un significato particolarmente rilevante, non solo perché per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana viene modificato uno dei primi 12 articoli della costituzione ma anche e soprattutto perché l’ambiente e la sua tutela entrano di fatto tra i principi fondamentali e fondanti del nostro paese. Con la nuova formulazione dell’art. 9, infatti, per la prima volta compare la parola “ambiente” nel testo sostituendo la “tutela del paesaggio” inserita originariamente dai padri costituenti. Una modifica non solo simbolica e formale ma che potrebbe rivelarsi particolarmente importante nell’indirizzare l’attività legislativa e giuridica. Citare esplicitamente l’ambiente e le sue componenti ed elevarne la tutela a rango costituzionale, infatti, permette di eliminare ogni ambiguità e di considerarlo per la prima volta un valore primario costituzionalmente protetto. A ciò si aggiunge il fatto che, in una formulazione totalmente inedita per la carta costituzionale, tale tutela è rivolta “alle future generazioni.

Articolo 41

Prima

 
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

Ora

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge controlla i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali

Con la modifica all’art. 41, invece, il legislatore ha voluto ampliare i casi in cui si limita l’iniziativa economica inserendo l’ambiente tra i beni da tutelare. Anche la posizione della parola “ambiente” nel nuovo testo non è casuale essendo stata inserita, non al termine dei limiti già presenti, ma al secondo posto dando così attuazione immediata al nuovo art. 9 che pone l’ambiente tra i valori fondamentali. A ciò si aggiunge che la destinazione e il coordinamento dell’attività economica pubblica e privata avvengono non solo per fini sociali ma anche per fini ambientali.

Se la modifica costituzionale porta l’Italia ad allinearsi con gli altri paesi europei diventando il ventiduesimo stato dell’Unione ad aver inserito tematiche ambientali nella propria carta fondamentale, è inevitabile chiedersi quale valore e impatto pratico avranno queste modifiche. Mentre politici di ogni parte esultano ed il ministro Cingolani parla di “una giornata storica per il Paese che sceglie la via della sostenibilità e della resilienza nell’interesse delle future generazioni”, è impossibile non notare come gli stessi abbiano fino ad ora disatteso ogni aspettativa in tema ambientale e di transizione ecologica. Nessuno stop alle estrazioni petrolifere, sempre maggior spinta sul gas, pochi investimenti sulle rinnovabili e un occhio di riguardo sempre pronto per colossi altamente inquinanti come ENI e Snam. Quel che si auspica è che questa ispiri realmente le future mosse legislative. Certo è che l’inserimento di nozioni ecologiche, come biodiversità ed ecosistemi, nella principale fonte del diritto, conferma quantomeno una nuova visione socioculturale.

La Cannabis Light diventa illegale? Facciamo il punto.

“La cannabis light diventa illegale”. Una notizia che da giorni rimbalza sui social e sui quotidiani italiani a seguito di un decreto interministeriale approvato mercoledì. Ma cosa dice realmente il decreto? E cosa può succedere adesso?

Nel corso della seduta di mercoledì della conferenza Stato-Regioni si è raggiunta un’intesa per la realizzazione di un decreto interministeriale che possa ridefinire “l’elenco delle specie di piante officinali coltivate nonché criteri di raccolta e prima trasformazione delle specie di piante officinali spontanee”. Il decreto coinvolge i ministeri della Salute dell’Agricoltura e della Transizione ecologica ed è finito al centro delle polemiche perché rischierebbe, di fatto, di cancellare l’intero settore basato sulla produzione ed il commercio della cosiddetta “cannabis light”, ossia quella con un livello di THC inferiore allo 0,6% la cui filiera è stata regolamentata nel 2016. Ad allertare l’intero settore è in particolare il punto 4 del decreto, in cui si fa sottostare “la coltivazione delle piante di cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale” al Testo unico sugli stupefacenti, a prescindere che vi siano o meno sostanze psicoattive al di sopra dei limiti della legge sulla filiera agroindustriale della canapa del 2016. Il che, tradotto, significa equiparare la cannabis light a quella con un livello di THC superiore alla soglia consentita rendendo di fatto illecita la produzione e il commercio di entrambe. 

Oltre alle ricadute sui consumatori, il decreto in questione metterebbe a rischio un settore economico che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla liberalizzazione del 2016. Ad oggi il comparto della cannabis light conta solo in Italia circa 3.000 aziende per un totale di oltre 15.000 dipendenti, per lo più giovani, e rischia ora di sparire a causa di un’inversione di marcia improvvisa ed inaspettata. In virtù di questa nuova norma, infatti, dalla data di efficacia del decreto, tutti i coltivatori e i rivenditori di infiorescenze di ‘cannabis light’ sarebbero passibili delle sanzioni derivanti dall’apparato penale del DPR 309/90 che ne vieta la coltivazione senza un’autorizzazione da parte del Ministero della Salute. “Ci hanno resi illegali” il commento a caldo di Luca Fiorentino, 26 anni e fondatore di una delle principali imprese che produce e distribuisce cannabis light. “Rischiamo di essere considerati spacciatori e di chiudere tutto. Rischiamo persino l’arresto immediato oltre all’accusa pesantissima di vendere grandi quantitativi di stupefacente che stupefacente non è”.

Ma è davvero tutto finito? Il decreto pone fine realmente al commercio di cannabis light? Sembrerebbe, in realtà, di no. A spiegare il provvedimento, e provare a far chiarezza sulla situazione attulae, ci ha provato l’avvocato Carlo Alberto Zaina in un lungo post in cui si è dimostrato particolarmente scettico sul provvedimento. In primo luogo, infatti, nel testo si usa in modo generico il termine “piante di cannabis” senza menzionare in modo specifico le piante di canapa sativa.

È  ben vero” spiega Zaina “che questa ultima specie rientra in quella più generale, ma così come concepita l’espressione usata in decreto appare pleonasticamente sconcertante. La coltivazione di Cannabis (termine questo che, invero, riguarda usualmente le piante idonee a produrre un alto contenuto di THC) è naturalmente illecita e riconducibile all’ambito del dpr 309/90. Non vi era, quindi, certo necessità di ribadire un concetto solare. Da altro lato, invece, non si comprende se menzionando la coltivazione di piante di cannabis ai fini della produzione di foglie ed infiorescenze e facendo seguire alle stesse il termine “sostanze attive ad uso medicinale”, il redattore del decreto abbia fatto solo una grossolana confusione, oppure abbia inteso – seppure malamente – collegare direttamente le foglie e le infiorescenze all’uso medicinale.” 

A ciò si aggiunge la natura del testo che, in quanto decreto interministeriale, non ha valenza giuridica paragonabile a quella di una legge ma un grado inferiore:

“Un decreto ministeriale (D.M.), che diviene, come nella specie, interministeriale quando impegna la competenza di diversi dicasteri e deve quindi essere adottato di concerto tra gli stessi, è un mero atto amministrativo.” chiarisce Zaina “Esso come tale è suscettibile di essere impugnato dinanzi al TAR, diversamente da una legge, che al più potrebbe venire dichiarata incostituzionale o disapplicata ai sensi l’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (All. E). Nella gerarchia delle fonti del diritto questa tipologia di atti, riconducibili alla specie dei regolamenti, viene, quindi, definita come fonte secondaria statale per eccellenza. In buona sostanza, un atto puramente amministrativo non può derogare, quanto al contenuto, alla Costituzione e agli atti aventi forza di legge sovraordinati, né può avere ad oggetto incriminazioni penali, stante la riserva assoluta di legge che vige in detta materia.”

Si tratta, insomma, di un testo confuso che costituirebbe l’ennesimo tentativo malriuscito di criminalizzare il settore della coltivazione della canapa e che proprio per la confusione che crea potrebbe generare non pochi problemi a chi opera in questo comparto. Il testo, dunque, non modifica la legge del 2016 sulla cannabis light ma la interpreta, specificandola, approfittando delle zone grigie presenti nella normativa italiana. Il vero rischio, dunque, è che magistratura e forze dell’ordine si facciano forti di questo decreto per giustificare operazioni e sequestri che, fino ad oggi, sarebbero finite in un nulla di fatto. 

E mentre dalla conferenza Stato-Regioni si prova a sbarrare la strada alla cannabis light, la Cassazione ha riconosciuto come valide le oltre 600.000 firme raccolte dal comitato promotore per la realizzazione di un Referendum sulla legalizzazione della cannabis con un livello di THC superiore allo 0,6%. La palla ora passa alla Corte Costituzionale che il 15 febbraio esprimerà il proprio parere sulla proposta e, in caso di via libera, spianerà la strada per l’indizione del referendum.

Il costo nascosto della fast fashion: come ciò che indossi sta uccidendo il pianeta

La verità è, signora, che il vero bisogno dell’uomo di oggi è questo di buttare e comprare, buttare e comprare, perché questo è il consumismo. Questo è l’origine di tutti i nostri guai.
– Così parlò Bellavista-


Siamo abituati a poter indossare di tutto. Cambiamo vestiti quando ci va, comprandoli a prezzi sempre più bassi grazie alla grande distribuzione che scopiazzando le passerelle d’alta moda sforna capi ed accessori a milioni per soddisfare ogni desiderio. È il mondo del fast fashion, termine coniato nel 1989 dal New York Times in occasione dell’apertura del primo negozio di Zara per descrivere un nuovo modo di consumare e vestirsi. Una moda veloce, dove veloce sta per breve. Una moda quasi usa e getta, accessibile a tutti e estremamente intercambiabile. Una moda che, però, ha anche ripercussioni pesantissime.

Dati – Nel febbraio 2020, quando il covid era ancora considerato un problema della sola Cina, Ubs inviò una nota sui marchi di retail europeo che avrebbero sofferto di più per la diffusione del virus in quel Paese. Nessun dubbio su quali sarebbero stati: H&M e Inditex, il colosso spagnolo che controlla Zara e altri sette marchi. Da li a un mese, però, il problema sarebbe diventato globale con serrande abbassate in tutto il mondo e negozi costretti a chiudere. Sembrava l’inizio di un cambiamento epocale anche nel campo della moda, un cambiamento che avrebbe dovuto portare al collasso delle logiche “fast” per un ritorno ai consumi “slow”. Mai previsione fu così sbagliata.

Nemmeno il covid, infatti, ha fermato l’ascesa del fast fashion e l’ondata pandemica sembra anzi aver dato ai due big del settore un impulso decisivo. Stando alle analisi dell’analista di Barclays Nicolas Champ, esperto di retail, tasso medio di crescita nei prossimi tre anni sarà di 2,98% per H&M e di 5,33% per Inditex. Una crescita dovuta ad uno stile di vita sempre più frenetico che, come detto, porta ad essere alla costante ricerca di novità. Così, se la moda tradizionale ora ridefinita “slow” propone due collezioni annue, i brand “fast” replicano arrivando a produrre fino a 52 micro-stagioni annuali. Praticamente una nuova collezione ogni settimana. Il tutto anteponendo inevitabilmente la quantità di produzione del bene alla sua effettiva qualità. Il tutto per soddisfare i desideri dei clienti, sempre più orientati ad un continuo ricambio. Si compra e si butta in continuazione come se fossimo gli abitanti della mitologica Leonia descritta da Calvino tra le sue città invisibili: 

“più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità.

Inquinamento – Ma in questa in questa corsa al consumismo più sfrenato, che altro non è se non frenetica ricerca del superfluo, qualcosa viene sacrificato. Secondo le stime, infatti, l’industria tessile occupa il secondo gradino del podio come industria più inquinante al mondo con circa 5.000 tonnellate di CO2 emesse ogni anno, e questo soprattutto a causa della Fast Fashion. I dati, emersi in una ricerca pubblicata su Nature reviews Earth and Environment, sono sconcertanti: ogni anno vengono consumati 1.500 miliardi di litri d’acqua, la lavorazione e la tintura dei tessuti sono responsabili di circa il 20 per cento dell’inquinamento idrico industriale, circa il 35 per cento (cioè 190mila tonnellate all’anno) delle microplastiche che popolano gli oceani è attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche e i rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate ogni anno. 

Una delle principali cause dell’inquinamento dell’industria della moda è data dalla dispersione globale dei processi che caratterizzano la catena di approvvigionamento. La produzione e la manifattura si sono notoriamente spostate verso aree in cui la manodopera ha un basso costo, contribuendo a un sostanziale declino, se non all’estinzione, della produzione in molti paesi sviluppati. In questo modo aumenta la complessità della filiera a scapito della trasparenza, anche grazie alla poca contezza di ciò che accade nei paesi meno sviluppati. Ma non è finita. Perché se nel processo produttivo si registra un sostanziale disinteresse per l’ambiente con l’uso, e spesso l’abuso, di risorse e prodotti inquinanti alla fine del ciclo produttivo l’impatto ambientale cresce con la distribuzione. Una volta prodotti, infatti, i capi vengono spediti nei centri di distribuzione da cui partono per i negozi al dettaglio di tutto il mondo. E se un tempo il trasporto avveniva in gran parte attraverso navi container, le logiche del fast fashion oggi vogliono che tutto sia ancora più veloce e si è così passati a spedizioni tramite aerei cargo che permettono di risparmiare tempo. Il tutto, ovviamente, con un impatto ambientale maggiore.

La lezione di Genova a vent’anni dal massacro

“E allora tu non puoi dimenticare
il soffio del respiro soffocato
l’idea di resistenza e ribellione
e del suo fiore che hanno calpestato”


A Genova, tra il 19 e 21 luglio 2001, andò in scena “la più grave sospensione dei diritti umani in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Parlare di quello che accadde in quei quattro, drammatici giorni, significa fare memoria di un movimento represso come mai si era visto fare nella storia democratica del nostro paese. Un movimento, mosso dall’utopia di un mondo fatto di pace e uguaglianza, radunato dietro uno slogan semplice quanto potente: “Voi G8, noi 6.000.000.000”. Uno slogan che gridava al mondo l’indignazione per quel manipolo di 8 capi di stato riunito nel capoluogo ligure per decidere il destino di 6 miliardi di persone.

Il movimento – Spesso quando si parla di Genova e di quei giorni maledetti si riduce tutto a due parole: No Global. Erano stati etichettati così i movimenti che in quegli anni avevano deciso di battersi per un mondo più equo e senza guerre, contro il FMI che elargiva prestiti a tassi altissimi ai paesi in via di sviluppo, contro la Banca Mondiale che sosteneva una sanità privata a scapito di quella pubblica, contro l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) che impediva ai Paesi africani di proteggere attraverso i dazi le proprie colture, ma permetteva all’Unione europea di sostenere con ingenti sussidi le grandi multinazionali europee del settore agricolo. Tutto ridotto dai media in due parole: No Global. Contro la globalizzazione e, di conseguenza, contro il progresso. Un movimento che per questo era ritenuto pericoloso e da fermare e che per questo fu represso sin dalle origini: Seattle nel 1999 dove nacque; Praga, settembre 2000, in occasione del meeting di Fmi e Bm; Napoli, marzo 2001, durante il Global forum; Goteborg, giugno 2001, dov’era in corso un vertice Ue. E infine Genova, luglio 2001, il momento più buio e la fine di quel movimento.

Ma anche se per anni, e spesso ancora oggi, si è cercato di ridurre il tutto a quella dicitura la realtà era profondamente diversa. A Genova nel 2000 venne inaugurato il “Genoa Social Forum” una rete di 1300 realtà provenienti da tutto il mondo che per un anno ha lavorato ininterrottamente per pensare un mondo nuovo slegato da quelle logiche che sembravano imprescindibili. Non un rifiuto totale alla globalizzazione ma un rifiuto a una globalizzazione che lascia indietro gli ultimi e dà poco a tanti per dare tanto ai pochi. La consapevolezza di quanto fosse complicato cambiare la realtà quando ci si scontra con istituzioni finanziarie e politiche che dispongono di poteri immensi, unita alla necessità di evitare un confronto che era stato integralmente trasferito sul terreno della repressione, della delegittimazione mediatica e delle aule dei tribunali, indusse negli anni molte realtà del movimento a tornare nel proprio specifico ambito d’impegno. Il movimento dopo Genova iniziò a morire ma quegli ideali rimangono vivi.

I fatti – Quello che accadde nel capoluogo ligure tra il 19 e il 21 luglio, poi, è cosa ben nota. Dopo mesi di terrorismo mediatico, con i principali quotidiani italiani che alzarono la tensione all’inverosimile. Il Corriere della Sera in un articolo del 20 maggio parla di manifestanti finanziati da Osama Bin Laden e in possesso di armi non convenzionali. Il 23 giugno Repubblica, riportando fonti del SISDE, descrisse uno scenario secondo cui i manifestanti sarebbero stati pronti a rapire agenti di polizia e carabinieri ed usarli come scudi umani. La città venne blindata per resistere a quello che, stando ai proclami di media e politici, sarebbe stato uno scenario da guerra. Reti alte cinque metri delimitavano il centro cittadino e la cosiddetta “Zona Rossa” inaccessibile a tutti se non residenti. Batterie antiaeree e antimissili vennero disposte in varie zone della città mentre lo spazio aereo su Genova venne chiuso per evitare attacchi da parte dei manifestanti che, sempre stando a quanto lasciato trapelare dai servizi segreti, sarebbero stati pronti a usare droni per sganciare sacche di sangue infetto procurato da non meglio precisati manifestanti tedeschi su obiettivi sensibili.

Quello che accadde, come ben sappiamo, fu l’esatto opposto. Manifestanti pacifici, se non per un centinaio di blac block pesantemente infiltrati dalle forze dell’ordine italiane, vennero caricati e massacrati per due giorni da polizia e carabinieri. Un precipitare di eventi che portò, dopo una prima manifestazione pacifica cui presero parte il 19 luglio 2001 circa 50mila persone, a iniziative diffuse in città e a un secondo corteo il 20 luglio, seguito da un terzo il 21 luglio, tutti caricati e repressi anche lungo il percorso autorizzato. Tre i momenti che per sempre segneranno la storia del nostro paese. La morte di Carlo Giuliani, ragazzo di 23 anni ucciso con un colpo di pistola dal carabiniere Mario Placanica alle 17.27 del 20 luglio in piazza Alimonda. La “macelleria messicana” della scuola Diaz con centinaia di studenti disarmati e con le braccia alzate pestati selvaggiamente dalle forze dell’ordine. L’orrore di Bolzaneto e quelle torture subite dai manifestanti presi in custodia da uomini dello stato che avrebbero dovuto tutelarli.

L’eredità – Troppo spesso in questi anni si è parlato del G8 di Genova solo con riferimento alle violenze e agli scontri. Troppo spesso si è dimenticato che a Genova in quei giorni scendeva in strada il “movimento dei movimenti”. Sotto i colpi dei manganelli finì quella galassia altromondista mossa da ideali così all’avanguardia da essere attuali anche vent’anni dopo. Puntare i riflettori sulle violenze e non sui contenuti ha fornito ai governi un alibi perfetta per sorvolare su quei problemi, reali e urgenti, sollevati dalle centinaia di migliaia di persone scese in piazza in quei giorni. C’era l’idea di un mondo senza frontiere e senza razzismo, promossa dal corteo dei migranti che aprì quei giorni di lotta il 19 luglio 2001, che oggi sta alla base del movimento Black Lives Matter. C’era il tema del femminismo e le prime lotte per i diritti omosessuali. C’era il tema dell’ambiente e, addirittura, c’era già un sentore della gravità dei cambiamenti climatici come testimoniano le parole di Walden Ballo intervenuto in quei giorni a Genova: “la crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera. La crisi dei cambiamenti climatici si è acuita drasticamente e la contrapposizione tra economia capitalista ed ecologia è evidente”. C’era in quei giorni e in quella generazione una voglia, non di anti-politica come qualcuno ha interpretato, ma di una politica nuova. Una politica fatta di ideali e che puntasse al miglioramento della società attraverso il riconoscimento dei diritti e dell’altro. 

In quei giorni nelle piazze di Genova c’era la ricetta per anticipare le più grandi crisi di questi anni.
A Genova in quei giorni c’era già tutto. Ma tutto quello che c’era è stato coperto di sangue.

Una pandemia di plastica: come il covid-19 sta avvelenando l’ambiente

Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle”
-Lev Tolstoj-


L’uscita dalla pandemia sarà lunga e tortuosa. Non tanto dal punto di vista sanitario, dove grazie ai vaccini si inizia ad intravedere una luce in fondo al tunnel, quanto dal punto di vista ambientale. Guanti, mascherine, calzari, tute monouso, gel igienizzanti e chi più ne ha più ne metta. Siamo di fronte ad una vera e propria invasione di prodotti monouso che stanno sommergendo il mondo di plastica.

I DPI – Con la Direttiva 2019/904 l’Unione Europea aveva deciso di vietare a partire dal 1° gennaio 2021 la vendita in Europa di stoviglie monouso con lo scopo di promuovere un approccio circolare ai consumi, privilegiando prodotti riutilizzabili, sostenibili e non tossici. Una direttiva che avrebbe reso l’Unione Europea una zona “plastic free” ma che, avendo preso le mosse nel 2018, non poteva prevedere quello che sarebbe successo da lì a un anno. L’arrivo della pandemia ha portato infatti con sé l’utilizzo di massa di Dispositivi di Protezione Individuale, gli ormai arcinoti DPI, che non solo sono costituiti principalmente da materiale composito ma essendo potenzialmente infetti non possono essere differenziati né riciclati. A ciò si aggiunge un aumento di confezioni in plastica per il mercato alimentare conseguente da un lato ad un aumento vertiginoso delle consegne a domicilio di piatti già pronti conservati in vaschette monouso e dall’altro al massiccio ritorno di imballaggi in plastica nei supermercati per motivi di igiene. Così, dopo anni di calo e di scelte volte ad eliminarla dalle nostre vite, il mercato della plastica torna a crescere in modo vertiginoso grazie alla pandemia: dai 900 miliardi di dollari del 2019 alla cifra stellare di 1.012 miliardi nel 2021.

Secondo un recente studio del Politecnico di Torino si stima che solo in Italia vengano utilizzate ogni mese un miliardo di mascherine usa e getta e 500 milioni di guanti monouso. A livello globale il conto sale a 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti ogni mese. Una vera e propria ondata di plastica che sta sommergendo il mondo provocando un pericoloso aumento dell’inquinamento, soprattutto in fiumi e mari, che mette a rischio milioni di specie animali e vegetali. Un’ondata di plastica monouso che sta avendo effetti tangibili anche nel nostro paese con gli impianti di smaltimento ormai ai limiti e mascherine gettate un po’ ovunque nelle nostre città e non solo da qualche incivile. In presenza i rifiuti con una vita brevissima come i DPI, come d’altronde per tutti gli altri rifiuti anche al di fuori della pandemia, il corretto smaltimento diventa di cruciale importanza. Guanti e mascherine monouso utilizzati dalla popolazione vanno smaltiti come rifiuti urbani e gettati nell’indifferenziata, mentre tutti i rifiuti provenienti da ospedali o strutture sanitarie in generale vanno considerati come rifiuti pericolosi a rischio infettivo e devono essere smaltiti mediante termodistruzione in impianti autorizzati. Ma a lanciare l’allarme su questo punto è stata la Presidente del WWF Donatella Bianchi: “se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura, questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, che corrispondono a oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura”.

Il riciclo – All’aumento della domanda di prodotti plastici monouso, sia DPI che imballaggi, è corrisposto però un calo del riutilizzo e del riciclo. Da un lato i dispositivi di protezione individuale non possono essere differenziati e dunque non sono destinati ad alcun tipo di recupero, dall’altro, come testimoniato da un report della Reuters, il calo della produzione durante i lockdown ha fatto calare drasticamente il prezzo del petrolio come conseguenza del calo della domanda ed ha reso così più conveniente produrre plastica vergine che da materiali riciclati. Alla luce della minore domanda di plastica riciclata, molte amministrazioni locali europee hanno avuto difficoltà nel gestire lo smaltimento dei rifiuti plastici in modo sostenibile. Con la conseguenza che sempre più plastica rischia di essere smaltita nelle discariche o peggio dispersa nell’ambiente. Un circolo vizioso che ha di fatto incentivato la nascita di miliardi di tonnellate di materiali plastici vergini e non destinati al riciclo.

Vi è poi un ulteriore elemento emerso da un’importante inchiesta trasmessa l’anno scorso dalla Pbs e dalla National public radio (Plastic wars) secondo cui il riutilizzo ed il riciclo sarebbero un’illusione: per molti composti non c’è alcuna possibilità di riuso e per altri è raramente conveniente, ad oggi, sul piano economico o energetico. Nei documenti delle grandi aziende petrolchimiche esposti dai giornalisti il marketing legato al riciclo assume una nuova faccia: pensare che sia possibile dare nuova vita a vestiti o pacchetti fatti di materiali plastici tiene in piedi il consumo. Far credere ai consumatori che per la plastica che stanno utilizzando vi sia la possibilità di una seconda vita fa aumentare le vendite anche se poi quella plastica non vedrà mai alcun tipo di riutilizzo.

La pandemia ha reso poi di fatto reso secondaria la questione ambientale. La necessità di una maggior protezione personale e l’illusione di una maggior igiene data dagli imballaggi monouso hanno fatto schizzare a livelli al limite del catastrofico. Eppure, i danni ambientali riconducibili a un uso sconsiderato della plastica- dimostrati da anni di studi e ormai sotto gli occhi di tutti- non sono cambiati. Montagne di rifiuti, biodiversità danneggiata, risorse contaminate sono solo alcuni dei risvolti negativi di un materiale che, anche a fronte di lunghissimi tempi di degrado, può essere considerato a ragione uno dei maggiori nemici pubblici dell’ambiente.

Fukushima 10 anni dopo: quel che resta di un disastro

Sono passati dieci anni dal disastro nucleare di Fukushima e mentre la decontaminazione procede a rilento il governo invita gli sfollati a tornare nelle proprie abitazioni. Con il nostro speciale facciamo il punto sulla situazione nell’area intorno alla centrale e sullo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza.

Prima la terra che trema, poi l’acqua che travolge tutto. Sono passati 10 anni da quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto di magnitudo 9 sconvolse il Giappone provocando uno tsunami di 40 metri che si abbatté con una forza devastante sulla costa nipponica colpendo, tra le altre, la centrale nucleare di Fukushima. Il doppio disastro provocò così il più grave incidente nucleare dopo quello di Chernobyl con conseguenze che continuano tutt’ora. Se il governo giapponese, che vede la riqualificazione dell’area come un simbolo della rinascita nazionale, incoraggia gli abitanti sfollati a tornare nelle proprie case grazie ad ingenti aiuti finanziari è invece evidente come l’area sia ancora tutt’altro che abitabile. Tante sono infatti le incognite e le sfide che le autorità giapponesi devono affrontare per mettere in sicurezza l’area ed occorre ancora un intervento su più livelli che richiederà almeno altri vent’anni per dirsi concluso.

Innanzitutto, vanno completate le operazioni di smantellamento della centrale al cui interno sono ancora presenti ingenti quantità di sostanze radioattive. La Tepco, la più grande compagnia elettrica del Giappone che gestisce l’impianto, ha da poco annunciato di aver completato la rimozione di tutte le 566 barre del reattore 3, il primo per il quale sia stato avviato il delicato lavoro, eseguito in modo automatizzato con una gru azionata a distanza. La rimozione da tutti e tre i reattori della centrale dovrebbe essere completata per il 2031. Ma questa rimane la parte meno complessa del lavoro visto che una volta rimosse le barre di combustibile dai reattori 1 e 2, i più colpiti dall’incidente, andrà rimosso il combustibile fuso. Si stima che nei tre reattori colpiti, essendo rimasti sostanzialmente intatti i reattori 4 5 e 6, siano presenti tra le 500 e le 800 tonnellate di combustibile fuso che dovrà essere “neutralizzato” e poi rimosso con operazioni che potrebbero richiedere alcuni decenni non essendo nota né l’esatta quantità né la posizione precisa ed essendo il livello di radiazioni ancora molto elevato.

Il problema principale, relativamente alla centrale, rimane poi quello dello smaltimento delle acque utilizzate durante e dopo l’incidente per il raffreddamento dei reattori. Nei dieci anni trascorsi sono state pompate nei reattori 1,24 milioni di tonnellate di acqua, oggi stoccate in circa mille serbatoi che occupano pressoché tutto lo spazio disponibile nell’area della centrale. L’acqua è stata trattata per essere depurata da molti elementi radioattivi, ma rimane contaminata da trizio, un isotopo dell’idrogeno relativamente assai difficile da separare dalle molecole di H2O. La proposta delle autorità di sversarle in mare è stata accolta con sconcerto da tecnici ed ambientalisti che hanno sottolineato i rischi che questo comporterebbe per la natura e per l’uomo. A dieci anni dal disastro, però, ancora non si è giunti ad una soluzione ma ora il tempo stringe: secondo le stime nel 2022 non ci sarà più spazio per contenere l’acqua di raffreddamento che aumenta ogni giorno di circa 160 tonnellate. Ad oggi la possibilità che vengano liberate in modo progressivo in mare non è così remota e per renderla ancor più fattibile la Tepco si sta impegnando a ridurre al minimo possibile le sostanze radioattive presenti nell’acqua anche se sarà impossibile eliminarle del tutto. Con buona pace di pesci ed industria ittica.

Ma se l’area della centrale è ancora fortemente compromessa, meglio on va per le zone circostanti. Circa l’85% della cosiddetta “area speciale”, quella zona che si estende in un raggio di 30 km intorno centrale evacuata a seguito dell’incidente, è ancora fortemente contaminata. Nonostante questo, però, già dal 2017 il governo giapponese esorta molti sfollati a far rientro nelle proprie abitazioni. Spesso, addirittura, gli abitanti della zona sono stati di fatto costretti a rientrarvi a seguito della classificazione delle loro abitazioni come sicure ed il conseguente stop ai sussidi statali previsti per gli sfollati. Quelle case, però, rimangono tutt’altro che sicure. Nonostante il programma di decontaminazione, l’analisi dei dati del Governo mostrano che solo il 15% dell’area risulta ripulito e vivibile. Nel caso di Namie, una delle zone dichiarate nuovamente abitabili, dei 22.314 ettari che compongono il territorio solo 2.140 sono stati decontaminati. Continuando a revocare gli ordini di evacuazioni in aree ancora così altamente contaminate, il governo sta di fatto esponendo i propri cittadini a rischi altissimi con possibili conseguenze devastanti sulla salute della popolazione. Greenpeace l’ha definita una violazione dei diritti umani. Per il Giappone, invece, è un modo per far credere al mondo che tutto stia tornando alla normalità. Ma di normale, a dir la verità, c’è ben poco.

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.

L’Italia franò: i dati del dissesto idrogeologico nel Bel Paese

Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo.”
– Jean Jacques Rousseau –


Tre morti e almeno quattro dispersi. Un inferno di acqua e fango che si è abbattuto su Bitti, a 40km da Nuoro in Sardegna. Il fiume Cedrino, ingrossato dagli affluenti, rompe gli argini ed esonda in più punti riversando a valle milioni di cobi d’acqua con tutta la ferocia di cui sa essere capace la natura. È l’ennesima tragedia causata dal maltempo in un’Italia in cui ogni volta che il bollino del meteo diventa rosso riscopre tutte le sue fragilità. Ma se troppo a lungo si è cercato di attribuire la colpa di questi drammi solamente all’estremità di certi fenomeni atmosferici di carattere eccezionale, è innegabile che ad alimentare la portata di questi fenomeni vi siano problemi più profondi.

Territorio – La conformazione del nostro paese unita al consumo del suolo e ai cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi rendono l’Italia un paese fragile per quel che riguarda il dissesto idrogeologico. Basti pensare che il progetto “Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia” (IFFI) ha rilevato dal 2018 ad oggi 620.808 frane nel nostro paese che hanno interessato tutto il territorio nazionale, isole comprese.

I dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ci restituiscono una fotografia dell’Italia alquanto preoccupante evidenziando come tra fenomeni franosi ed alluvioni cittadini, imprese e beni di interesse culturale siano sistematicamente esposti a rischi altissimi. Secondo i dati riportati sul portale IdroGEO, infatti, l’8,4% dell’intero territorio italiano rientra nelle due classi a maggior pericolosità (elevata e molto elevata) per quanto riguarda il rischio frane. Una fetta di territorio vastissima che espone 1.281.980 abitanti ad un’alta probabilità di essere travolti da fenomeni del genere in situazioni di maltempo con rischi concreti per quasi 12mila imprese. Dati ancora peggiori se si considera il rischio legato alle alluvioni: il 10% della popolazione italiana (6.183.364 di abitanti) è esposto ad un significativo rischio idrico. L’Italia, insomma, è come se fosse in bilico. Un paese che rischia di vivere l’ennesima tragedia ogniqualvolta fenomeni atmosferici particolarmente violenti colpiscano il nostro paese.

Così non sorprende se nel solo 2017, secondo i dati dell’ultimo monitoraggio ISPRA del 2018, si sono registrate 172 frane importanti che hanno causato in totale 5 vittime, 31 feriti e danni importanti alla rete stradale e alle infrastrutture. Fenomeni con cui l’Italia ha quasi imparato a convivere, facendo quasi l’abitudine a disastri sempre più frequenti e drammatici. Negli ultimi settant’anni il nostro paese ha vissuto continue tragedie legate all’instabilità idrogeologica del nostro paese: dall’alluvione del Polesine che nel 1951 causò quasi cento vittime e oltre 180.000 sfollati a quella del 2000 a Soverato passando per i tremendi danni al patrimonio artistico dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966. E poi Genova, le Cinque Terre, Olbia, Massa Carrara, il Tanaro e una serie infinita di episodi simili che hanno portato nel nostro paese morte e distruzione.

Uomo – Ma se per troppo tempo si è attribuita la colpa di questi drammi a precipitazioni intense dovute a fenomeni atmosferici sempre più intensi, emerge sempre di più una responsabilità diretta dell’uomo nell’aumentare il rischio idrogeologico in molte aree del nostro paese. Per troppi anni, infatti, sono state fatte scelte urbanistiche scorrette disattendendo le valutazioni tecniche e ignorando le caratteristiche del territorio. Scelte urbanistiche che non solo hanno portato il nostro paese ad essere tra i peggiori per quel che riguarda il consumo del suolo, che si attesta intorno all’8% a livello nazionale con picchi in alcune regioni ben oltre al 10%, ma hanno anche logorato il territorio rendendolo più fragile e più esposto a rischi idrogeologici. Per anni, insomma, si è deturpato il territorio derogando a regole e buonsenso nel nome di un progresso sociale ed economico. Deroghe che oggi vengono sempre meno accettate socialmente ed istituzionalmente e che portano le recenti scelte in tema di pianificazione urbana e regionale ad essere sempre più attente alla sostenibilità ambientale e al tema del consumo del suolo. Un’inversione di rotta che certo è utile per non peggiorare ulteriormente una situazione già grave e quasi compromessa ma che da sola non può portare ad un concreto miglioramento.

Interventi – Secondo la ricerca “Natural disaster in Italy: evolution and economic impact”, condotta da Prometeia, il nostro paese ha speso negli anni circa 160 miliardi di euro per le ricostruzioni post calamità. Risulta dunque evidente come sia necessaria un’opera di prevenzione struttura ed efficiente che a fronte di investimenti ingenti possa mettere il nostro paese al riparo da altri fenomeni come quelli vissuti negli ultimi anni.

Ma se l’opera di prevenzione dovrebbe nascere principalmente dalla politica, la politica sembra interessarsene solo in piccolissima parte. Nel 2019 il Governo ha lanciato la cabina di regia “Strategia Italia”, finalizzata a verificare lo stato di attuazione di una serie di interventi a rilevante rischio per il territorio incluso il dissesto idrogeologico, ma il nuovo organismo non è mai risultato particolarmente incisivo. All’istituzione della cabina di regia centralizzata, infatti, non è seguito un cambio del modello lasciando la programmazione e l’attuazione delle opere di prevenzione agli enti locali per i quali è stato stanziato per il triennio 2019-2021 un fondo di 10,9 miliardi di euro. Uno stanziamento sicuramente importante ma che rischia di essere inefficace in assenza di un piano nazionale pluriennale che detti la linea sugli interventi da attuare. Per quanto utile, un fondo del genere rischia di portare ad una frammentazione pericolosa con interventi disorganici e incapaci di risolvere un problema che andrebbe reso prioritario nel nostro paese.

Oltre a questo, e forse in maniera più urgente, serve un cambio culturale nel nostro paese. È necessario per riuscire a risolvere almeno parzialmente il problema un cambio di mentalità che ci porti a percepire l’ambiente che ci circonda non come un insieme di risorse da sfruttare il più possibile ma come un qualcosa da tutelare e utilizzare in modo sostenibile. Sarà decisivo, anche in questo ambito, un deciso cambio di rotta in tema di tutela ambientale con interventi sempre meno invasivi e uno sfruttamento sempre più ridotto del territorio in cui viviamo. Investimenti, maggior sensibilità ambientale e un programma politico strutturato e centralizzato forse non porteranno ad azzerare i rischi e a risolvere un problema che dura da decenni ma sicuramente possono rappresentare un primo passo per un’Italia che possa smettere di avere paura ogni volta che il meteo mette pioggia.

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