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Una pandemia di plastica: come il covid-19 sta avvelenando l’ambiente

Felicità è trovarsi con la natura, vederla, parlarle”
-Lev Tolstoj-


L’uscita dalla pandemia sarà lunga e tortuosa. Non tanto dal punto di vista sanitario, dove grazie ai vaccini si inizia ad intravedere una luce in fondo al tunnel, quanto dal punto di vista ambientale. Guanti, mascherine, calzari, tute monouso, gel igienizzanti e chi più ne ha più ne metta. Siamo di fronte ad una vera e propria invasione di prodotti monouso che stanno sommergendo il mondo di plastica.

I DPI – Con la Direttiva 2019/904 l’Unione Europea aveva deciso di vietare a partire dal 1° gennaio 2021 la vendita in Europa di stoviglie monouso con lo scopo di promuovere un approccio circolare ai consumi, privilegiando prodotti riutilizzabili, sostenibili e non tossici. Una direttiva che avrebbe reso l’Unione Europea una zona “plastic free” ma che, avendo preso le mosse nel 2018, non poteva prevedere quello che sarebbe successo da lì a un anno. L’arrivo della pandemia ha portato infatti con sé l’utilizzo di massa di Dispositivi di Protezione Individuale, gli ormai arcinoti DPI, che non solo sono costituiti principalmente da materiale composito ma essendo potenzialmente infetti non possono essere differenziati né riciclati. A ciò si aggiunge un aumento di confezioni in plastica per il mercato alimentare conseguente da un lato ad un aumento vertiginoso delle consegne a domicilio di piatti già pronti conservati in vaschette monouso e dall’altro al massiccio ritorno di imballaggi in plastica nei supermercati per motivi di igiene. Così, dopo anni di calo e di scelte volte ad eliminarla dalle nostre vite, il mercato della plastica torna a crescere in modo vertiginoso grazie alla pandemia: dai 900 miliardi di dollari del 2019 alla cifra stellare di 1.012 miliardi nel 2021.

Secondo un recente studio del Politecnico di Torino si stima che solo in Italia vengano utilizzate ogni mese un miliardo di mascherine usa e getta e 500 milioni di guanti monouso. A livello globale il conto sale a 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti ogni mese. Una vera e propria ondata di plastica che sta sommergendo il mondo provocando un pericoloso aumento dell’inquinamento, soprattutto in fiumi e mari, che mette a rischio milioni di specie animali e vegetali. Un’ondata di plastica monouso che sta avendo effetti tangibili anche nel nostro paese con gli impianti di smaltimento ormai ai limiti e mascherine gettate un po’ ovunque nelle nostre città e non solo da qualche incivile. In presenza i rifiuti con una vita brevissima come i DPI, come d’altronde per tutti gli altri rifiuti anche al di fuori della pandemia, il corretto smaltimento diventa di cruciale importanza. Guanti e mascherine monouso utilizzati dalla popolazione vanno smaltiti come rifiuti urbani e gettati nell’indifferenziata, mentre tutti i rifiuti provenienti da ospedali o strutture sanitarie in generale vanno considerati come rifiuti pericolosi a rischio infettivo e devono essere smaltiti mediante termodistruzione in impianti autorizzati. Ma a lanciare l’allarme su questo punto è stata la Presidente del WWF Donatella Bianchi: “se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura, questo si tradurrebbe in ben 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente, che corrispondono a oltre 40 mila chilogrammi di plastica in natura”.

Il riciclo – All’aumento della domanda di prodotti plastici monouso, sia DPI che imballaggi, è corrisposto però un calo del riutilizzo e del riciclo. Da un lato i dispositivi di protezione individuale non possono essere differenziati e dunque non sono destinati ad alcun tipo di recupero, dall’altro, come testimoniato da un report della Reuters, il calo della produzione durante i lockdown ha fatto calare drasticamente il prezzo del petrolio come conseguenza del calo della domanda ed ha reso così più conveniente produrre plastica vergine che da materiali riciclati. Alla luce della minore domanda di plastica riciclata, molte amministrazioni locali europee hanno avuto difficoltà nel gestire lo smaltimento dei rifiuti plastici in modo sostenibile. Con la conseguenza che sempre più plastica rischia di essere smaltita nelle discariche o peggio dispersa nell’ambiente. Un circolo vizioso che ha di fatto incentivato la nascita di miliardi di tonnellate di materiali plastici vergini e non destinati al riciclo.

Vi è poi un ulteriore elemento emerso da un’importante inchiesta trasmessa l’anno scorso dalla Pbs e dalla National public radio (Plastic wars) secondo cui il riutilizzo ed il riciclo sarebbero un’illusione: per molti composti non c’è alcuna possibilità di riuso e per altri è raramente conveniente, ad oggi, sul piano economico o energetico. Nei documenti delle grandi aziende petrolchimiche esposti dai giornalisti il marketing legato al riciclo assume una nuova faccia: pensare che sia possibile dare nuova vita a vestiti o pacchetti fatti di materiali plastici tiene in piedi il consumo. Far credere ai consumatori che per la plastica che stanno utilizzando vi sia la possibilità di una seconda vita fa aumentare le vendite anche se poi quella plastica non vedrà mai alcun tipo di riutilizzo.

La pandemia ha reso poi di fatto reso secondaria la questione ambientale. La necessità di una maggior protezione personale e l’illusione di una maggior igiene data dagli imballaggi monouso hanno fatto schizzare a livelli al limite del catastrofico. Eppure, i danni ambientali riconducibili a un uso sconsiderato della plastica- dimostrati da anni di studi e ormai sotto gli occhi di tutti- non sono cambiati. Montagne di rifiuti, biodiversità danneggiata, risorse contaminate sono solo alcuni dei risvolti negativi di un materiale che, anche a fronte di lunghissimi tempi di degrado, può essere considerato a ragione uno dei maggiori nemici pubblici dell’ambiente.

Fukushima 10 anni dopo: quel che resta di un disastro

Sono passati dieci anni dal disastro nucleare di Fukushima e mentre la decontaminazione procede a rilento il governo invita gli sfollati a tornare nelle proprie abitazioni. Con il nostro speciale facciamo il punto sulla situazione nell’area intorno alla centrale e sullo stato di avanzamento dei lavori di messa in sicurezza.

Prima la terra che trema, poi l’acqua che travolge tutto. Sono passati 10 anni da quell’11 marzo 2011 in cui un terremoto di magnitudo 9 sconvolse il Giappone provocando uno tsunami di 40 metri che si abbatté con una forza devastante sulla costa nipponica colpendo, tra le altre, la centrale nucleare di Fukushima. Il doppio disastro provocò così il più grave incidente nucleare dopo quello di Chernobyl con conseguenze che continuano tutt’ora. Se il governo giapponese, che vede la riqualificazione dell’area come un simbolo della rinascita nazionale, incoraggia gli abitanti sfollati a tornare nelle proprie case grazie ad ingenti aiuti finanziari è invece evidente come l’area sia ancora tutt’altro che abitabile. Tante sono infatti le incognite e le sfide che le autorità giapponesi devono affrontare per mettere in sicurezza l’area ed occorre ancora un intervento su più livelli che richiederà almeno altri vent’anni per dirsi concluso.

Innanzitutto, vanno completate le operazioni di smantellamento della centrale al cui interno sono ancora presenti ingenti quantità di sostanze radioattive. La Tepco, la più grande compagnia elettrica del Giappone che gestisce l’impianto, ha da poco annunciato di aver completato la rimozione di tutte le 566 barre del reattore 3, il primo per il quale sia stato avviato il delicato lavoro, eseguito in modo automatizzato con una gru azionata a distanza. La rimozione da tutti e tre i reattori della centrale dovrebbe essere completata per il 2031. Ma questa rimane la parte meno complessa del lavoro visto che una volta rimosse le barre di combustibile dai reattori 1 e 2, i più colpiti dall’incidente, andrà rimosso il combustibile fuso. Si stima che nei tre reattori colpiti, essendo rimasti sostanzialmente intatti i reattori 4 5 e 6, siano presenti tra le 500 e le 800 tonnellate di combustibile fuso che dovrà essere “neutralizzato” e poi rimosso con operazioni che potrebbero richiedere alcuni decenni non essendo nota né l’esatta quantità né la posizione precisa ed essendo il livello di radiazioni ancora molto elevato.

Il problema principale, relativamente alla centrale, rimane poi quello dello smaltimento delle acque utilizzate durante e dopo l’incidente per il raffreddamento dei reattori. Nei dieci anni trascorsi sono state pompate nei reattori 1,24 milioni di tonnellate di acqua, oggi stoccate in circa mille serbatoi che occupano pressoché tutto lo spazio disponibile nell’area della centrale. L’acqua è stata trattata per essere depurata da molti elementi radioattivi, ma rimane contaminata da trizio, un isotopo dell’idrogeno relativamente assai difficile da separare dalle molecole di H2O. La proposta delle autorità di sversarle in mare è stata accolta con sconcerto da tecnici ed ambientalisti che hanno sottolineato i rischi che questo comporterebbe per la natura e per l’uomo. A dieci anni dal disastro, però, ancora non si è giunti ad una soluzione ma ora il tempo stringe: secondo le stime nel 2022 non ci sarà più spazio per contenere l’acqua di raffreddamento che aumenta ogni giorno di circa 160 tonnellate. Ad oggi la possibilità che vengano liberate in modo progressivo in mare non è così remota e per renderla ancor più fattibile la Tepco si sta impegnando a ridurre al minimo possibile le sostanze radioattive presenti nell’acqua anche se sarà impossibile eliminarle del tutto. Con buona pace di pesci ed industria ittica.

Ma se l’area della centrale è ancora fortemente compromessa, meglio on va per le zone circostanti. Circa l’85% della cosiddetta “area speciale”, quella zona che si estende in un raggio di 30 km intorno centrale evacuata a seguito dell’incidente, è ancora fortemente contaminata. Nonostante questo, però, già dal 2017 il governo giapponese esorta molti sfollati a far rientro nelle proprie abitazioni. Spesso, addirittura, gli abitanti della zona sono stati di fatto costretti a rientrarvi a seguito della classificazione delle loro abitazioni come sicure ed il conseguente stop ai sussidi statali previsti per gli sfollati. Quelle case, però, rimangono tutt’altro che sicure. Nonostante il programma di decontaminazione, l’analisi dei dati del Governo mostrano che solo il 15% dell’area risulta ripulito e vivibile. Nel caso di Namie, una delle zone dichiarate nuovamente abitabili, dei 22.314 ettari che compongono il territorio solo 2.140 sono stati decontaminati. Continuando a revocare gli ordini di evacuazioni in aree ancora così altamente contaminate, il governo sta di fatto esponendo i propri cittadini a rischi altissimi con possibili conseguenze devastanti sulla salute della popolazione. Greenpeace l’ha definita una violazione dei diritti umani. Per il Giappone, invece, è un modo per far credere al mondo che tutto stia tornando alla normalità. Ma di normale, a dir la verità, c’è ben poco.

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.

L’Italia franò: i dati del dissesto idrogeologico nel Bel Paese

Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo.”
– Jean Jacques Rousseau –


Tre morti e almeno quattro dispersi. Un inferno di acqua e fango che si è abbattuto su Bitti, a 40km da Nuoro in Sardegna. Il fiume Cedrino, ingrossato dagli affluenti, rompe gli argini ed esonda in più punti riversando a valle milioni di cobi d’acqua con tutta la ferocia di cui sa essere capace la natura. È l’ennesima tragedia causata dal maltempo in un’Italia in cui ogni volta che il bollino del meteo diventa rosso riscopre tutte le sue fragilità. Ma se troppo a lungo si è cercato di attribuire la colpa di questi drammi solamente all’estremità di certi fenomeni atmosferici di carattere eccezionale, è innegabile che ad alimentare la portata di questi fenomeni vi siano problemi più profondi.

Territorio – La conformazione del nostro paese unita al consumo del suolo e ai cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi rendono l’Italia un paese fragile per quel che riguarda il dissesto idrogeologico. Basti pensare che il progetto “Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia” (IFFI) ha rilevato dal 2018 ad oggi 620.808 frane nel nostro paese che hanno interessato tutto il territorio nazionale, isole comprese.

I dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ci restituiscono una fotografia dell’Italia alquanto preoccupante evidenziando come tra fenomeni franosi ed alluvioni cittadini, imprese e beni di interesse culturale siano sistematicamente esposti a rischi altissimi. Secondo i dati riportati sul portale IdroGEO, infatti, l’8,4% dell’intero territorio italiano rientra nelle due classi a maggior pericolosità (elevata e molto elevata) per quanto riguarda il rischio frane. Una fetta di territorio vastissima che espone 1.281.980 abitanti ad un’alta probabilità di essere travolti da fenomeni del genere in situazioni di maltempo con rischi concreti per quasi 12mila imprese. Dati ancora peggiori se si considera il rischio legato alle alluvioni: il 10% della popolazione italiana (6.183.364 di abitanti) è esposto ad un significativo rischio idrico. L’Italia, insomma, è come se fosse in bilico. Un paese che rischia di vivere l’ennesima tragedia ogniqualvolta fenomeni atmosferici particolarmente violenti colpiscano il nostro paese.

Così non sorprende se nel solo 2017, secondo i dati dell’ultimo monitoraggio ISPRA del 2018, si sono registrate 172 frane importanti che hanno causato in totale 5 vittime, 31 feriti e danni importanti alla rete stradale e alle infrastrutture. Fenomeni con cui l’Italia ha quasi imparato a convivere, facendo quasi l’abitudine a disastri sempre più frequenti e drammatici. Negli ultimi settant’anni il nostro paese ha vissuto continue tragedie legate all’instabilità idrogeologica del nostro paese: dall’alluvione del Polesine che nel 1951 causò quasi cento vittime e oltre 180.000 sfollati a quella del 2000 a Soverato passando per i tremendi danni al patrimonio artistico dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966. E poi Genova, le Cinque Terre, Olbia, Massa Carrara, il Tanaro e una serie infinita di episodi simili che hanno portato nel nostro paese morte e distruzione.

Uomo – Ma se per troppo tempo si è attribuita la colpa di questi drammi a precipitazioni intense dovute a fenomeni atmosferici sempre più intensi, emerge sempre di più una responsabilità diretta dell’uomo nell’aumentare il rischio idrogeologico in molte aree del nostro paese. Per troppi anni, infatti, sono state fatte scelte urbanistiche scorrette disattendendo le valutazioni tecniche e ignorando le caratteristiche del territorio. Scelte urbanistiche che non solo hanno portato il nostro paese ad essere tra i peggiori per quel che riguarda il consumo del suolo, che si attesta intorno all’8% a livello nazionale con picchi in alcune regioni ben oltre al 10%, ma hanno anche logorato il territorio rendendolo più fragile e più esposto a rischi idrogeologici. Per anni, insomma, si è deturpato il territorio derogando a regole e buonsenso nel nome di un progresso sociale ed economico. Deroghe che oggi vengono sempre meno accettate socialmente ed istituzionalmente e che portano le recenti scelte in tema di pianificazione urbana e regionale ad essere sempre più attente alla sostenibilità ambientale e al tema del consumo del suolo. Un’inversione di rotta che certo è utile per non peggiorare ulteriormente una situazione già grave e quasi compromessa ma che da sola non può portare ad un concreto miglioramento.

Interventi – Secondo la ricerca “Natural disaster in Italy: evolution and economic impact”, condotta da Prometeia, il nostro paese ha speso negli anni circa 160 miliardi di euro per le ricostruzioni post calamità. Risulta dunque evidente come sia necessaria un’opera di prevenzione struttura ed efficiente che a fronte di investimenti ingenti possa mettere il nostro paese al riparo da altri fenomeni come quelli vissuti negli ultimi anni.

Ma se l’opera di prevenzione dovrebbe nascere principalmente dalla politica, la politica sembra interessarsene solo in piccolissima parte. Nel 2019 il Governo ha lanciato la cabina di regia “Strategia Italia”, finalizzata a verificare lo stato di attuazione di una serie di interventi a rilevante rischio per il territorio incluso il dissesto idrogeologico, ma il nuovo organismo non è mai risultato particolarmente incisivo. All’istituzione della cabina di regia centralizzata, infatti, non è seguito un cambio del modello lasciando la programmazione e l’attuazione delle opere di prevenzione agli enti locali per i quali è stato stanziato per il triennio 2019-2021 un fondo di 10,9 miliardi di euro. Uno stanziamento sicuramente importante ma che rischia di essere inefficace in assenza di un piano nazionale pluriennale che detti la linea sugli interventi da attuare. Per quanto utile, un fondo del genere rischia di portare ad una frammentazione pericolosa con interventi disorganici e incapaci di risolvere un problema che andrebbe reso prioritario nel nostro paese.

Oltre a questo, e forse in maniera più urgente, serve un cambio culturale nel nostro paese. È necessario per riuscire a risolvere almeno parzialmente il problema un cambio di mentalità che ci porti a percepire l’ambiente che ci circonda non come un insieme di risorse da sfruttare il più possibile ma come un qualcosa da tutelare e utilizzare in modo sostenibile. Sarà decisivo, anche in questo ambito, un deciso cambio di rotta in tema di tutela ambientale con interventi sempre meno invasivi e uno sfruttamento sempre più ridotto del territorio in cui viviamo. Investimenti, maggior sensibilità ambientale e un programma politico strutturato e centralizzato forse non porteranno ad azzerare i rischi e a risolvere un problema che dura da decenni ma sicuramente possono rappresentare un primo passo per un’Italia che possa smettere di avere paura ogni volta che il meteo mette pioggia.

Il peso della carne: come allevamento e agricoltura stanno erodendo le risorse naturali

“Una volta si diceva che gli ecologisti erano dei pazzi.
Oggi sono tutti ecologisti. Ma è proprio quello il pericolo.
Perché dietro l’impegno formale poi non si fa nulla”

-Grazia Francescato-


Una sola Italia non basta più. Uno studio condotto dall’Università degli Studi di Tuscia e da Greenpeace rivela come allevamento ed agricoltura nel nostra pese non siano sostenibili e stanno consumando una volta e mezza le risorse del nostro territorio. I continui investimenti negli allevamenti intensivi, riconfermati dalle ultime decisioni dell’Unione Europea, rendono la nostra agricoltura e la nostra zootecnica altamente insostenibili.

Lo studio – Sono proprio i dati della ricerca condotta dall’Università di Tuscia a mostrare come allevamenti intensivi di bovini e suini stiano erodendo in modo lento e costante le risorse naturale presenti nel nostro paese. Analizzando il metodo della cosiddetta l’impronta ecologica, che confronta l’impatto di un dato settore con la capacità del territorio che lo ospita di fornire risorse e compensare le emissioni, emerge infatti come per compensare l’impatto del settore zootecnico si consumino circa il 39% delle risorse naturali del nostro paese. Un dato allarmante se si considera, come spiega il prof. Silvio Franco nella ricerca, che “la biocapacità di quello stesso territorio deve riuscire a compensare anche altre attività umane, prime fra tutte quelle dell’agricoltura”. Come spiegato nel testo si tratta peraltro di un dato “conservativo” riferito cioè solamente alle “emissioni dirette di gas serra del bestiame causate da fermentazione enterica e deiezioni”. In poche parole il risultato potrebbe essere ampiamente peggiore se venissero presi in considerazione anche le emissioni dell’intera filiera, dall’import di mangimi alle coltivazioni intensive destinate ad alimentare gli animali passando per consumi di carburante, elettricità ed acqua.

Se a livello nazionale il dato potrebbe apparire quasi accettabile, analizzando i dati regione per regione ci si accorge di come la situazione sia drammatica. Lo studio rivela come il 58% dell’impronta totale sia data dalle quattro principali regioni del bacino padano. Tra queste il caso limite è rappresentato dalla Lombardia dove il settore zootecnico sta divorando il 140% della biocapacità agricola della regione. In altre parole, la Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale solo per assorbire le emissioni degli animali allevati sul suo territorio. Un dato allarmante che ci mostra come l’impatto della Lombardia rappresenti “oltre un quarto di quello nazionale e contribuisce per oltre il 10 per cento nel determinare l’insostenibilità complessiva dell’agricoltura italiana”. Leggermente meglio il Veneto, dove gli allevamenti consumano il 64% delle risorse, e il Piemonte (56%). Quarta regione del bacino padano è l’Emilia-Romagna dove il dato si attesta al 44% non perché il consumo di suolo sia minore che altrove ma piuttosto perché grazie alla superficie agricola così ampia riesce ad attutirlo in modo migliore. Emerge dunque come siano le aree più antropizzate quelle dove l’impronta ecologica degli allevamenti risulta essere maggiormente grave mentre in regioni con una grande quantità di foreste, come ad esempio il Trentino-Alto Adige, la presenza di ampie aree verdi riesce a bilanciare in maniera efficacie l’impatto di questo settore.

Green Deal – Se per invertire questa tendenza servirebbe un deciso intervento politico, le vicende di questa settimana hanno mostrato lo scarso interesse per i temi ambientali da parte delle istituzioni europee. L’Unione Europea ha infatti approvato la nuova “Politica agricola comune”, il più grande programma di sussidi diretti esistente al mondo con un valore di 390 miliardi per il periodo 2021-2027: un terzo del budget europeo. Una pioggia di finanziamenti che avrebbe potuto rappresentare una svolta importante verso una riconversione del settore agricolo e zootecnico in un’ottica green e che invece si trasforma in un nulla di fatto. Nonostante il tanto sbandierato Green Deal, infatti, l’Europa sembra aver perso un’occasione d’oro per raggiungere i propri obiettivi ambientali e dare un segnale forte a tutto il mondo di come sia possibile invertire la tendenza. Nelle lunghe trattative tra i vari gruppi per arrivare ad un testo definitivo è stata infatti eliminata la parte relativa ai cosiddetti eco-schemi ossia quei meccanismi che dovevano permettere una distribuzione più mirata dei fondi e incentivare la diffusione di pratiche agricole attente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente e del clima. Insomma, per accedere ai fondi i criteri ambientali non saranno vincolanti mentre lo saranno tutta una serie di criteri basati sul lato economico. Oltre 160 miliardi di sussidi destinati alle imprese del settore saranno così totalmente svincolati da qualsiasi criterio ambientale stringente alimentando un sistema malato che sta mettendo in ginocchio la biodiversità in tutto il continente e, come abbiamo visto, il nostro paese. E nello stabilire che saranno i governi nazionali, e non l’Unione Europea a destinare quei fondi, si è deciso di fermare sul nascere anche le singole iniziative di salvaguardia ambientale: se un singolo paese volesse adottare misure più stringenti in tema ambientale nell’assegnare i fondi sarà fermato dall’inizio. La nuova PAC infatti prevede esplicitamente il divieto di porre vincoli ulteriori in nome dell’omogeneità a livello UE e della concorrenza.

Ci sono poi una serie di piccole modifiche apparentemente minori che invece avranno un impatto forte perché erodono, comma dopo comma, le misure di tutela degli habitat e degli ecosistemi. Le larghe intese in parlamento hanno cancellato l’obbligatorietà, per le aziende agricole, di usare uno strumento di gestione sostenibile dei nutrienti. Vengono poi cancellati gli indicatori che misuravano la quota di preservazione del paesaggio che spettava alle aziende senza i quali sarà sostanzialmente impossibile compiere un monitoraggio sul rispetto o meno di parti della strategia UE per la tutela della biodiversità. Via anche gli indicatori della riduzione delle emissioni del bestiame: in assenza di dati certi che questi fornivano, adesso non sarà possibile fissare degli obiettivi di riduzione delle emissioni per questo settore.

In questo modo si va dunque ad alimentare un sistema in cui agricoltura e allevamento consumano più risorse naturali di quante il territorio sia in grado di dare. Ma come è possibile una cosa simile? Lo spiega in modo magistrale il prof. Franco: “Il processo è semplice: stiamo immettendo nell’ambiente più emissioni e scarti di quello che l’ambiente è in grado assorbire, quindi stiamo regalando a chi verrà dopo di noi una serie di problematiche ambientali senza dare loro le risorse per riuscire a gestirle”. Di fatto, ogni anno, l’overshoot day indica il giorno dell’anno in cui finiscono le risorse della terra e si iniziano a consumare “le risorse del futuro”. Un giorno che ogni anno è drammaticamente prima di quello precedente e che quest’anno era il 22 agosto. Per quasi metà del 2020, insomma, abbiamo usato risorse sottraendole alle generazioni future. Eppure basterebbe così poco ad invertire la tendenza. Basterebbe cambiare abitudini e scegliere una vita più sostenibile. Senza bisogno di scelte drastiche.

Inquinamento: il Mediterraneo verso il punto di non ritorno

Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare
-Lucio Dalla-


Come ogni estate migliaia di italiani si riverseranno sulle spiagge del mediterraneo per godersi qualche giorno di vacanza dopo un anno di lavoro. Comportamenti irresponsabili e una scarsa attenzione verso l’ambiente potrebbero portare a complicare ulteriormente una situazione già grave. Il mediterraneo, infatti, è in forte sofferenza con sfruttamento umano e inquinamento che stanno danneggiando il principale mare Europeo a livelli mai visti prima.

Il rapporto – Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, che ha pubblicato il rapporto “Marine Messages II” sullo stato del Mediterraneo, la situazione sarebbe vicina ad un punto di non ritorno. Secondo l’ente europeo, infatti, sono stati falliti tutti gli obiettivi previsti fino ad ora e risulta estremamente improbabile il raggiungimento di quelli fissati per questo 2020. Secondo una direttiva quadro del 2017, infatti, gli stati membri dell’Unione Europea avrebbero dovuto impegnarsi per raggiungere un “buono stato ecologico delle acque marine dell’UE entro il 2020”. Se per “buono stato ecologico” si intende, come specificato nella direttiva, uno “sfruttamento sostenibile” ed il mantenimento degli “ecosistemi e della biodiversità” è evidente come sia ben lontano dalla sua attuazione.

Nell’intero mediterraneo, che vanta uno degli ecosistemi più vari del mondo con oltre 17mila specie, solo il 6,1% degli stock ittici è pescato in modo sostenibile e solo il 12,7% della sua area non riscontra problemi di inquinamento. Se alcune misure mirate alla salvaguardia di singoli habitat hanno portato a buoni risultati, risulta evidente come la biodiversità nel mediterraneo non sia salvaguardata e sia invece costantemente minacciata dall’attività umana. Molte specie animali, dagli uccelli marini agli stock ittici passando per i grandi mammiferi, hanno visto un grave deterioramento del loro habitat naturale negli ultimi anni con pesanti ripercussioni sulla loro sopravvivenza. Ma oltre alla crisi climatica in corso, che sta provocando un sensibile innalzamento delle temperature delle acque, a provocare questi sconvolgimenti nel mediterraneo è anche la mano umana. Sarebbe infatti in corso, secondo il rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente una vera e propria corsa allo sfruttamento delle risorse marine. Pesca, estrazione di combustibili fossili, produzione di energie rinnovabili ed ogni attività collegata ad uno sfruttamento del mediterraneo risulta essere in crescita negli ultimi anni ed avrebbe comportato una forte erosione della condizione del mare.

Plastica – Dalla mano umana dipende anche un altro grande problema del “Mare Nostrum”: L’inquinamento da plastica. Come denunciato da diverse associazioni ambientaliste, pur rappresentando solamente l’1% delle acque mondiali, il Mediterraneo raccoglie al suo interno il 7% delle plastiche presenti nei mari di tutto il mondo. Lenze, reti da pesca, sacchetti, bottiglie, flaconi e molto altro finisce ogni giorno nei nostri mari minacciando la salute della fauna marina e anche la nostra. Sui fondali marini del Mare Nostrum sono stati rilevati livelli di microplastiche più elevati mai registrati, fino a 1,9 milioni di frammenti su una superficie di un solo metro quadrato. I primi a farne le spese sono senza dubbio gli animali che sempre più spesso muoiono dopo aver ingerito rifiuti plastici. Come è successo la scorsa estate a Porto Cervo quando una balena di 8 metri, in cinta del suo cucciolo, è stata ritrovata morta sulle spiagge con circa 23 kg di rifiuti plastici nello stomaco. Ma a rischio c’è anche la nostra salute. Il pesce che consumiamo sulle nostre tavole, infatti, ingerisce quasi quotidianamente micro e nano plastiche: si stima che un consumatore medio di pesce ingerisca in media cinque grammi di plastica a settimana, l’equivalente di una carta di credito, e non si conoscono ancora gli esatti risvolti per la nostra salute.

Percezione – Quello che sembra essere un problema grave e irrisolvibile sembra essere però ben noto agli italiani. L’indagine “Gli italiani e la tutela del mare e dell’ambiente” promossa dall’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale – Ogs e realizzata da Swg ha infatti rivelato come l’84% degli italiani sia convinta che la salute del mare sia “gravemente a rischio”. A minacciarla per l’81% degli intervistati sarebbero soprattutto le plastiche e microplastiche ma anche gli inquinanti chimici (78%) e gli effetti dei cambiamenti climatici (60%); meno considerati, la presenza di specie aliene (31%) e il rumore provocato dall’uomo (25%).

Emerge poi dall’opinione pubblica italiana una forte convinzione dell’urgenza di salvaguardare il mare: su una scala di importanza da 1 a 10, per il 46% degli intervistati il bisogno è massimo e la rilevanza media data al tema è 8,7. Il 50% del campione ritiene inoltre che la salvaguardia del mare sia necessaria per mantenere gli equilibri del Pianeta. Da questi dati, da cui sembra emergere una forte sensibilità degli italiani per questo tema, risulta difficile capire perché i nostri mari siano i più inquinati dell’intera area con circa il 60% dei rifiuti del mediterraneo depositati sui fondali italiani. Forse a pesare c’è l’idea, diffusa nel 71% degli italiani secondo la ricerca, che ad occuparsi della salute dei mari dovrebbe essere un organismo sovrannazionale. Un’idea che sembra far emergere una tendenza a delegare ad altri la soluzione di un problema che non può essere risolto se non partendo da noi. Se è innegabile che sia necessario un intervento nazionale o sovrannazionale lo è altrettanto che senza un cambio di mentalità dei singoli cittadini il mar Mediterraneo continuerà ad essere inquinato e sfruttato.  Se ora siamo “vicini ad un punto di non ritorno” senza un cambio di paradigma rischiamo di raggiungere e superare quel punto. Senza la collaborazione e l’impegno di tutti, non ci sarà nessun “Green Deal” in grado di salvare i nostri mari.

Come l’Europa sta disboscando l’Amazzonia

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a tanta ingiustizia
-Chico Mendes-


A parole, l’ambiente è il tema centrale su cui si sta concentrando l’Unione Europea. Da mesi ormai le istituzioni europee parlano del “Green New Deal”, il pacchetto di provvedimenti e incentivi per azzerare le emissioni entro il 2050 e rendere più sostenibile la crescita economica, come assoluta priorità sottolineando la necessità di agire il prima possibile per salvare il pianeta. “Nessuno deve essere lasciato indietro” si legge sul sito “nessuna persona e nessun luogo possono essere trascurati”. Ma la grande sfida europea fallisce ogni giorno a 10.000 km da Bruxelles, nel cuore della Foresta Amazzonica.

Disboscamento – Quello che era il polmone verde del mondo, una lussureggiante foresta pluviale con un ecosistema unico, si sta trasformando a ritmi da record in un’arida savana. Secondo i dati ufficiali, diffusi dall’Istituto nazionale per le ricerche spaziali del Brasile, tra gennaio e aprile 2020 sono stati disboscati 1.200 km quadrati di foresta, il 55% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi 12 mesi (aprile 2019 – aprile 2020) sono stati in totale 9.320 i km quadrati di foresta distrutti, il dato più alto mai registrato dall’inizio del monitoraggio nel 2007.

Non è certo un caso che la deforestazione abbia subito un’impennata nell’ultimo anno. Nel gennaio scorso infatti si è insediato come presidente del Brasile, paese che ospita la maggior parte della Foresta Amazzonica, Jair Bolsonaro. Dopo una campagna elettorale basata, anche, sulla promessa di uno sfruttamento massiccio di quell’area per rilanciare l’economia del paese, il presidente ha mantenuto le promesse smantellando di fatto le politiche a tutela della foresta e tagliando drasticamente i fondi destinati al controllo sulle attività illecite nell’area. Non sorprende dunque che al suo fianco abbia un ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, che ha definito la crisi climatica “una questione secondaria” o un ministro degli esteri secondo cui sarebbe solo un “complotto marxista”. In un anno di governo Bolsonaro ha sostituito o licenziato tutti i dirigenti dei principali enti preposti alla difesa della foresta, da Ricardo Galvao a Lubia Vinhas, creando così un esercito di collaboratori pronti a sostenere la sua strategia politica basata sullo sfruttamento indiscriminato dell’area per coltivazioni, allevamenti e miniere. Così si sono moltiplicati i roghi appiccati dai proprietari terrieri per far largo alle proprie attività e le azioni dei taglialegna illegali che abbattono intere aree di foresta per sfruttare il suolo.

Ma un fenomeno così complesso non può essere ridotto a questo. Dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo la volontà politica di una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo alimentare che ha in quelle aree del Brasile uno dei propri baricentri. È un sistema dove gran parte della popolazione mondiale fonda la propria dieta sul consumo di proteine animali. E se aumenta il consumo di carne, aumentano gli animali da allevare, e aumenta la necessità di produrre materie prime agricole per i loro mangimi. Diventa così indispensabile la presenza di vaste aree da destinare alla produzione intensiva di cereali e soia da destinare al nutrimento degli allevamenti di tutto il mondo. Secondo un recente studio del canadese Tony Weiss, un terzo delle aree coltivate nel mondo non è destinato al consumo da parte degli uomini ma alla produzione di prodotti per la zootecnica. È proprio a questo che sono destinate le aree disboscate in amazzonia. Abbattere gli alberi permette da un lato di ampliare la superfice coltivabile a soia, principale alimento per gli allevamenti, e dall’altro di creare aree in cui allevare in modo intensivo bovini.

Europa – Ma cosa c’entra in questo contesto l’Unione Europea? Il Brasile, maggior produttore di soia al mondo, è il principale partner commerciale dei paesi europei per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali. Secondo un recente studio della rivista “Science”, circa un quinto della soia prodotta in zone disboscate della regione amazzonica è destinata al mercato europeo. Solamente pochi giorni fa nel porto di Amsterdam ha attraccato la nave mercantile “Pacific South” proveniente dal Brasile e carica di oltre 100.000 tonnellate di soia per la cui coltivazione sono stati necessari secondo le stime circa 40.000 ettari di terreno. L’arrivo della “Pacific South” non è però che l’ultima dimostrazione di un rapporto commerciale consolidato e sempre più stabile tra l’UE e il Brasile.

Lo scorso anno, tra le polemiche di alcuni europarlamentari e il silenzio della stampa italiana, l’UE ha stretto un patto politico e commerciale con il cosiddetto “Blocco Mercasur” composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’accordo, presentato da Junker come “un momento storico per l’Europa”, oltre a favorire le esportazioni dall’UE verso quei paesi riducendo dazi e alleggerendo la burocrazia rende anche più semplice l’importazione in Europa di prodotti agroalimentari dall’area “Mercasur”. È evidente dunque come l’Europa, attraverso il fitto commercio con il paese sudamericano, sia almeno in parte responsabile di quel disboscamento che pubblicamente condanna e contrasta. Sulla spinta di una domanda che non accenna a diminuire, e anzi aumenta sempre più, la frontiera agricola brasiliana si muove verso nord ad un ritmo impressionante rosicchiando senza sosta km di foresta per destinarli al soddisfacimento del fabbisogno mondiale, e soprattutto Europeo, di soia e cereali.

E se l’Europa, mentre rilancia politiche green, alimenta un disboscamento incontrollato della foresta pluviale brasiliana il nostro paese non può dirsi estraneo a questo fenomeno. Anche per l’Italia, infatti, il Brasile si conferma principale partner commerciale per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali e gli accordi tra i due paesi non sono mai stati messi in discussione. Tra il gennaio e il luglio 2019, secondo le statistiche ufficiali, abbiamo importato più di 130 milioni di dollari di prodotto non lavorato (tra semi e macinato) dal paese sudamericano. Come l’Europa, però, anche il nostro paese fa finta di non sapere da dove provengano i cargo carichi di soia. Fingiamo di non sapere che per produrla ogni giorno una fetta di Amazzonia scompare per sempre. E mentre alimentiamo tutto questo continuiamo imperterriti a ripeterci che il nostro obiettivo deve essere la salvaguardia dell’ambiente. Perché non esiste un pianeta di riserva.

La guerra di Bolsonaro al polmone del mondo

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace,
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà
a rispettare la vita.


“La foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità, ed è sbagliato dire che sia il polmone del mondo. La foresta è del Brasile, basta mettere in dubbio la nostra sovranità”. Era il settembre scorso quando, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Jair Bolsonaro attaccava leader mondiali e media arrogandosi il diritto di decidere il futuro della foresta amazzonica. Ora, a quasi cinque mesi da quelle dichiarazioni, il presidente brasiliano sta provando a fare quello che nessuno aveva osato fare prima di lui: anteporre gli interessi economici alla salvaguardia dell’Amazzonia.

Piano – Ma la salvaguardia della foresta pluviale più grande del pianeta per Bolsonaro è un fattore secondario. Già durante la campagna elettorale del 2018, che lo aveva portato alla vittoria delle elezioni, il presidente brasiliano aveva più volte evidenziato come la presenza di un’area “intoccabile” come quella amazzonica rappresentasse un freno per l’economia del paese. Dal 1° gennaio 2019, momento dell’insediamento ufficiale, Bolsonaro ha forzato la mano provando a dar seguito con i fatti a quelle parole che avevano scatenato le preoccupazioni degli ambientalisti di tutto il mondo. Prima ancora che cambiando le leggi, lo ha fatto principalmente riducendo le sanzioni, gli avvertimenti e i sequestri operati dalle autorità verso società e proprietari terrieri che portano avanti opere di disboscamento illegale. Nei primi sei mesi del suo mandato (fino a luglio 2019) le sanzioni per il disboscamento illegale sono diminuite quasi del 70% garantendo un livello di impunità tale da spingere molti a non rispettare più alcun limite imposto dalla legge. Un atteggiamento passivo a cui è seguito un atteggiamento attivissimo con la rimozione di qualsiasi funzionario pubblico abbia tentato di denunciare il problema. Come accaduto con il fisico Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali, colpevole di aver diffuso dati che testimoniavano un drammatico incremento del disboscamento. In questo modo Bolsonaro è riuscito a costruire un apparato statale a sui immagine e somiglianza con funzionari e uomini di governo scelti strategicamente per poter proseguire incontrastato nella sua opera di riforme. Strategica in tal senso è stata ad esempio la nomina di Ricardo Salles come ministro dell’ambiente. Finito al centro di un’indagine nel 2017 per aver violato le leggi sulla tutela ambientale per fini economici, Salles ha espresso più volte i suoi dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico. Un paradosso che diventa normalità nel Brasile di Jair Bolsonaro.

Come diventa normale affidare il Ministero per le Miniere e l’Energia ad un ex militare senza esperienze politiche né tantomeno nel settore energetico. Si tratta in questo caso dell’Ammiraglio Bento Albuquerque protagonista, insieme al presidente brasiliano del nuovo piano di sfruttamento dell’amazzonia. I due hanno infatti presentato alla stampa, in occasione della conferenza stampa per i 300 giorni del governo Bolsonaro, il nuovo piano per lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei territori indigeni consegnato dallo stesso Albuquerque al termine dell’incontro al presidente della Camera, Rodrigo Maia, che nei prossimi giorni darà inizio all’iter per l’approvazione. Il provvedimento rappresenta il culmine della politica attuata dall’esecutivo nonché la realizzazione di quelle promesse fatte dal Bolsonaro durante la campagna elettorale. Con questa legge, se approvata, si aprirebbe allo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie presenti nella foresta amazzonica e finora rimaste intatte. Il parlamento sarebbe chiamato di volta in volta a concedere o meno l’autorizzazione alle varie società per sfruttare i giacimenti o realizzare opere idroelettriche previo un parere, non vincolante, delle tribù indigene. E proprio quelle tribù sono quelle maggiormente a rischio, il provvedimento aprirebbe infatti ad uno sfruttamento massiccio della foresta pluviale per finalità economiche senza prevedere vincoli né per lo sfruttamento delle risorse, attualmente utilizzate solamente dagli indigeni in minima quantità, né per i territori interessati da tali attività. È un vero e proprio attacco alle riserve indigene con una decisione che nessuno fino ad ora aveva mai osato prendere. Se il congresso dovesse approvare il disegno di legge, infatti, centinaia di tribù rischierebbero di rimanere senza terra, sfrattati dalle riserve che occupano da millenni per perseguire uno sviluppo economico obsoleto già in partenza. La vita di centinaia di tribù in cambio di risorse che tutto il mondo cerca di eliminare: petrolio, gas e carbone.

Indigeni – La vita degli indigeni, d’altra parte, non è mai stata così poco tutelata dalle istituzioni brasiliane come nel primo anno di presidenza Bolsonaro. Taglialegna e minatori illegali hanno in questo periodo aumentato il livello di violenza nei confronti delle tribù indigene e, coperti da un’impunità pressoché totale, non si sono fatti scrupoli ad uccidere chiunque provasse ad intralciare le loro attività. A farne le spese sono stati in particolare i cosiddetti “Guardiani della Foresta”, una sorta di corpo di polizia istituito dagli indios per vigilare sulla foresta amazzonica nel tentativo di limitare le attività economiche illegali, diventati negli ultimi mesi sempre più un bersaglio. Ma non sono i soli a pagare con la vita, l’intera popolazione indigena è a rischio. Un’ondata di violenza che ha portato un gruppo di giuristi, accademici e attivisti a denunciare Jair Bolsonaro alla Corte Penale Internazionale dell’Aja per incitamento al genocidio delle popolazioni native e crimini contro l’umanità. Due accuse pesanti e giustificate dal bassissimo livello di attenzione posto dal suo governo sulle esigenze e sulle difficoltà delle popolazioni indigene oltre che dal totale disinteresse per i crimini portati avanti dai disboscatori illegali. Un genocidio istituzionale che trae la propria forza dai continui tentativi del presidente brasiliano di indebolire sistematicamente tutti gli enti preposti alla salvaguardia delle tribù. Dall’inizio del suo mandato, Bolsonaro ha rimosso 22 funzionari su 27 sostituendoli con uomini di fiducia pronti ad obbedire ai suoi ordini.

Nei giorni scorsi è arrivata la nomina del missionario evangelico Ricardo Lopez Dias alla guida del Funai, l’agenzia governativa agli affari indigeni. Un missionario evangelico dovrà dunque gestire i rapporti con le tribù incontattate nel delicato passaggio per lo sfruttamento delle risorse in quei territori con tutti i rischi che ciò può comportare. E le critiche non sono mancate. Diversi attivisti hanno ricordato la precedente esperienza di Dias nella New Tribes Mission (oggi Ethos360), un’organizzazione fondamentalista che con le sue missioni nel cuore della foresta amazzonica cerca di portare ad un’evangelizzazione forzata delle tribù incontattate. “È come mettere una volpe a guardia del pollaio” è stato il commento lapidario della ong “Survival International” che da anni si occupa di difendere i diritti delle popolazioni indigene messi in serio pericolo da un Bolsonaro che “cede agli interessi evangelici e di proselitismo, minando una politica secolare di rispetto per le popolazioni indigene”. La nomina di Dias si aggiunge così a quella di un altro pastore evangelico, la ministra dei Diritti Umani Damares Alves che, insieme al Funai, ha il compito di delimitare i confini delle terre indigene. Due figure che hanno già dimostrato, con una sola dichiarazione, di poter rappresentare il più grande problema per la storia recente dei popoli indigeni: “Nessun rapporto con le ONG. Ora l’indiano deve parlare direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Due missionari evangelici fondamentalisti a curare i delicati rapporti con popolazioni che non vogliono aver contatti con la società. Non è un libro di storia aperto sul capitolo del colonialismo. È la drammatica situazione del Brasile di oggi.

Disboscamento – E se gli indios sono in pericolo, la loro casa non è certo al sicuro. Dove prima c’era il verde ora campeggiano macchie giallastre, dove prima c’erano gli alberi ora la desolazione. Nel 2019 la deforestazione è aumentata del’85% rispetto all’anno precedente con oltre 9.000 chilometri quadrati di vegetazione persi per sempre. E in questo 2020 la rotta non sembra destinata ad invertirsi, al contrario. Nel solo mese di gennaio, stando ai dati dell’Inpe basati sul sistema di monitoraggio DETER, 284, 27 chilometri quadrati sono già andati distrutti con un incremento del 108% rispetto al gennaio 2019. Dati allarmanti che indicano come i fattori che hanno potato ad una deforestazione record durante tutto lo scorso anno, non siano cambiati. Alimentata e coperta dal governo la deforestazione rischia di non fermarsi nemmeno quest’anno. E mentre le autorità brasiliane nascondono i crimini ambientali e tentano di legalizzarli, il polmone del mondo muore per far vivere il profitto. Per arricchire i pochi e far morire gli altri. Però forse non è il momento di perdere la speranza ma di combattere ancora di più contro chi abusa del mondo condannandoci tutti. Perché gli alberi continuano a cadere. Gli indios continuano a morire. Ma forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme. Speriamo che quel giorno arrivi presto.

Australia, storia di una catastrofe senza precedenti

With courage let us all combineTo advance Australia fair.
In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!
– Advance Australia Fair, Inno nazionale australiano-


La tregua di Natale è durata poco. La speranza degli australiani è finita con la nuova ondata di caldo. Sono ripresi, più impetuosi e devastanti di prima, gli incendi che da quattro mesi stanno mettendo in ginocchio l’intera Australia. Un’area grande quanto il Belgio è andata in fumo, la barriera corallina agonizza, le foreste pluviali sono in fiamme e per la fauna locale cresce un terribile rischio di estinzione. È una catastrofe senza precedenti. Nemmeno il lavoro, instancabile e ininterrotto, di volontari e vigili del fuoco può nulla contro il gigante di fuoco che sta inghiottendo l’intero paese.

La storia – L’Australia è da sempre particolarmente esposta al rischio di incendi a causa del suo clima particolarmente arido. Il più grande della storia del continente fu il 6 febbraio 1851, passato alla storia come “The black Thursday”, quando nello stato di Vittoria le temperature di oltre 40° C e i forti venti alimentarono un muro di fuoco che incenerì in un solo giorno oltre 5 milioni di ettari causando la morte di 12 persone e oltre un milione di animali. Ottant’anni più tardi fu il turno del “Black Friday” con le fiamme che nella giornata del 13 gennaio 1939 distrussero due milioni di ettari uccidendo 71 persone. Più recente il caso del “Black Saturday” che nel 2009 causò la morte di 173 persone con i roghi che, divampati il 7 febbraio, distrussero un’area di circa 450.000 ettari in un mese. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso. Non si tratta di un evento di un giorno o di qualche settimana. Non si tratta di un “Black Friday” o di un “Black Monday”. Questa volta, se si vuole continuare con questa denominazione, si può parlare di “Black Year”

Gli incendi in Australia sono iniziati 121 giorni fa e da 17 settimane ininterrotte stanno divorando l’Australia. Il 6 settembre i primi roghi sono divampati nel Nuovo Galles del Sud, nel sud est del paese, e da lì si sono rapidamente estesi arrivando a toccare a inizio novembre il Wollemi National Park, alle porte di Sidney. Attualmente si contano circa 90 focolai diversi tra Nuovo Galles del Sud, Vittoria e Queensland con un’area di oltre 5 milioni di ettari, quanto Piemonte e Lombardia messi insieme, già distrutta dalle fiamme. Nel sud est del paese, la regione più popolosa, è stato dichiarato lo stato di emergenza e venerdì oltre 100.000 persone sono state evacuate anche via mare con mezzi della marina militare in quella che è la più grande evacuazione della storia. Centinaia di proprietà sono andate distrutte e 24 persone hanno già perso la vita mentre le fiamme, alimentate da un forte vento e da temperature di oltre 40° C, minacciano Sidney. La città più popolosa dell’Australia è circondata dalle fiamme e rischia di rimanere isolata con continue interruzioni di corrente dopo che la rete elettrica è stata danneggiata dagli incendi. Intanto, per far fronte ad un’emergenza senza precedenti, è partita la più grande mobilitazione dal dopoguerra ad oggi con il premier Scott Morrison che ha richiamato oltre 3.000 riservisti da schierare sul territorio per aiutare i vigili del fuoco. Intanto uno dei simboli dell’Australia è andato completamente distrutto: Sull’Isola dei Canguri, al largo di Adelaide nel sud del paese, oltre 10 mila ettari del Flinders Chase National Park, santuario per le specie in via di estinzione, sono andati in fumo.


Conseguenze – È una strage senza precedenti. Il cielo sopra l’Australia è grigio e arancione. Il fumo e la cenere stanno avvolgendo gradualmente l’intero paese causando problemi di respirazione a buona parte della popolazione. Secondo i dati raccolti, Sidney in questi giorni è la città più inquinata sull’intero pianeta. Il fumo e la cenere sono arrivati fino alla in Nuova Zelanda, dove le nevi e i ghiacciai si sono tinti di marrone. L’impatto degli incendi sull’inquinamento è stato fortissimo. Le fiamme, secondo i dati diffusi dalla NASA, avrebbero provocato l’emissione di 250 milioni di tonnellate di CO2, la maggior parte delle quali, circa 195 milioni di tonnellate, generate dai roghi scoppiati nelle antiche foreste del Nuovo Galles del Sud. Si tratta di cifre impressionanti equivalenti a circa la metà delle emissioni annuali medie dell’intero paese (532 milioni di tonnellate di CO2 emesse dall’Australia nel 2018).

Ma se l’inquinamento da fumo è la conseguenza più evidente della catastrofe che sta attraversando l’Australia, ce n’è una più nascosta ma forse più preoccupante. Dall’inizio degli incendi si stima che siano morti quasi 500 milioni di animali. La stima, effettuata dai ricercatori dell’Università di Sidney, si basa su un rapporto del 2007 del World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana. Se la gran parte degli animali è morta nei roghi, molti altri hanno perso la vita per intossicazioni da fumo ma ancor più preoccupante è la situazione per tutti quegli animali scampati ai roghi ma che ora si trovano a dover vivere in un habitat diverso dal loro. Colpito duramente dalla catastrofe è anche l’animale simbolo dell’Australia. Circa 8.000 koala hanno infatti perso la vita negli incendi. Si tratta di quasi un terzo della popolazione totale dello stato che, con quasi 28.000 esemplari, era ritenuta la patria naturale di questa specie. I Koala, spiegano gli scienziati, sono particolarmente vulnerabili agli incendi perché vivono sugli alberi, facilmente infiammabili, è perché si spostano molto lentamente con velocità medie di circa 2 Km/h e massime di 20 km/h per gli esemplari più giovani. Se sarà necessario attendere la fine degli incendi per valutarne l’impatto, si può stimare che ad oggi circa il 30% dell’habitat naturale di questi animali sia andato distrutto. I ricchi ecosistemi che caratterizzavano il continente stanno sparendo trasformandosi in aride distese di cenere. L’impatto ambientale rischia dunque di essere devastante sia per la distruzione della flora e della fauna, con diverse specie che potrebbero trovare l’estinzione se i roghi continuassero, sia per l’inquinamento che stanno provocando le fiamme.

Suicidio Climatico – Ma anche per un evento di questa portata, non si può parlare esclusivamente di fatalità. Se temperature elevate e venti caldi non sono contrastabili, se non con un cambio di rotta globale in risposta ai cambiamenti climatici, la situazione poteva certamente essere gestita in maniera migliore. Il premier Scott Morrison, la cui partenza con la famiglia per festeggiare Capodanno aveva provocato un vero e proprio scandalo costringendolo a tornare, è stato duramente contestato durante la sua visita nel Nuovo Galles del Sud. Molti dei volontari impiegati nell’area si sono rifiutati di stringere la mano al premier in segno di protesta per le sue decisioni politiche che, secondo molti, avrebbero favorito il propagarsi delle fiamme. La mancanza di fondi e di mezzi e la sua iniziale contrarietà allo stanziamento di circa 4 milioni per garantire un compenso alle migliaia di volontari impegnati in tutto il paese hanno alimentato parecchie critiche. Le sue posizioni sono sempre più impopolari e le sue recenti dichiarazioni non fanno che alimentare lo scontento di un popolo in ginocchio. “Continuerei a chiedere alle persone di essere pazienti” ha detto in conferenza stampa. “So che puoi avere bambini in macchina e c’è ansia e c’è stress e il traffico non si muove rapidamente ma la cosa migliore da fare è mantenere ordine e calma”.

Dichiarazioni che non migliorano certo la posizione del premier che da diverso tempo è accusato anche politicamente di essere passivo di fronte ai problemi del clima e di essere in combutta con la lobby del carbone. Dalle pagine del New York Times, il giornalista Richard Flanagan ha definito quello che sta avvenendo con il “suicidio climatico dell’Australia” sottolineando la riluttanza da parte dei governi conservatori a rispettare gli impegni internazionali sul clima. Scott Morrison non è altro che la figura apicale di un sistema politico imprenditoriale impegnato da diverso tempo in un’azione di negazionismo climatico. Ne è una prova lo United Australia Party, partito politico creato dal magnate del carbone Clive Palmer con l’unico scopo di togliere voti ai laburisti ed impedirgli di prendere il potere e attuare politiche più green. E se la politica si muove in una direzione senza ritorno, la stampa le dà man forte. Rupert Murdoch, il moloch dei media planetari che nel suo paese controlla il 58%, da anni utilizza i suoi media per diffondere notizie apertamente schierate sul negazionismo climatico. Posizioni certamente funzionali alla difesa del settore più remunerativo dell’Australia, primo esportatore al mondo di gas e carbone, ma altrettanto sicuramente dannose non solo per il paese ma anche, in prospettiva più ampia, per l’intero pianeta.

Ma c’è una nuova speranza che nasce da questi incendi. Gli australiani, nonostante la macchina della propaganda lavori a pieno regime, si stanno accorgendo dell’incompetenza di un premier che non ammette i propri errori e anzi sostiene che gli incendi siano “solamente in minima parte” dovuti alle sue politiche. La rabbia nei confronti di Morrison è esplosa e il consenso nei suoi confronti è in picchiata. Da qui deve ripartire l’Australia. I roghi che stanno devastando il paese possono essere per il popolo australiano un nuovo inizio. Possono essere l’evento scatenante di una presa di coscienza collettiva. L’inizio di un cambiamento profondo che scuota l’intera popolazione a partire dalle cariche di governo. Perché, come si auspica nell’inno nazionale scritto dal britannico Peter Dodds McCormick, la bella Australia possa migliorarsi anche in questa terribile fase storica e i suoi abitanti possano tornare a vivere una vita normale. E possano tornare a cantare, con un po’ più di speranza

In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!

I giovani che vogliono salvare il pianeta

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi”
–  G. Rodari –


Milioni di volti, giovani e speranzosi. Milioni di colori. Balli canti e cartelli colorati. 156 paesi, più di 5000 manifestazioni organizzate. Milioni di giovani per un’impresa difficile. Il terzo sciopero globale per il clima conferma la forza di un movimento giovane ma determinato. In una settimana, in tutti e 5 i continenti, sono stati i più giovani ad alzare la voce e a farsi sentire per chiedere alle istituzioni una svolta green che sia in grado di tutelare il pianeta da una fine catastrofica che sembra sempre più vicina.  Dall’Australia alla Nigeria, dagli Stati Uniti all’India, un unico coro ha chiesto a gran voce un cambio di rotta.

“Immagini incredibili da tutta Italia” – Anche Greta Thunberg, la sedicenne paladina della lotta ai cambiamenti climatici, è entusiasta della risposta dei ragazzi italiani alla causa ambientalista. Complice la decisione del ministro dell’Istruzione Fioramonti di giustificare l’assenza a chiunque avesse deciso di scioperare per il clima, il nostro paese è stato ancora una volta quello in cui si è registrata la maggior partecipazione. Nelle principali città Italiane gli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, sono scesi in piazza senza simboli di partito, senza bandiere di associazioni, senza ideologie: solo tanti, tantissimi, cartelli con gli slogan più disparati. Da nord a sud è scesa in piazza quella generazione senza futuro che ha capito, ancor prima dei grandi, l’urgenza di una svolta radicale nel modo di produrre, di vivere e di pensare. “Ci avete rotto i polmoni” lo slogan più gettonato, indice di una profonda ed insanabile sfiducia verso una società che fatica a comprendere la gravità e l’urgenza delle istanze ambientaliste. Una società che non ascolta o sbeffeggia i giovani che, per la prima volta da tanto tempo, hanno trovato una battaglia che li unisce. “Siamo un milione” hanno comunicato nel pomeriggio di venerdì gli organizzatori della rete ‘Fridays for Future Italia” numeri imponenti che rendono il nuovo movimento ambientalista uno dei più importanti movimenti giovanili in Italia, e nel mondo, degli ultimi anni. L’Italia si è fatta trovare pronta anche a questa terza “chiamata alle armi” ed è proprio dai giovani che venerdì affollavano le piazze che si dovrebbe ripartire per creare finalmente i presupposti per un futuro migliore.

Un movimento transnazionale – Ma non c’è solo l’Italia. Quello di ‘Fridays For Future’ è diventato, in meno di un anno, un fenomeno globale come non se ne sono mai visti. Un movimento che è riuscito a raggiungere davvero ogni angolo della terra e a mobilitare i giovani di tutti i continenti per un’unica grande battaglia che coinvolge tutti. Questa settimana abbiamo assistito ad una sorta di grande staffetta iniziata con le 300 mila persone scese in piazza in Australia il 20 settembre e proseguita ininterrottamente fino alle manifestazioni europee di questo venerdì. Nel mezzo migliaia di eventi, iniziative, flash mob e cortei che hanno mobilitato, per la prima volta, anche diverse città africane e sono culminate con la manifestazione di New York guidata da Greta Thunberg e Barack Obama. E mentre i giovani scendono in piazza, i grandi cercano di dare un’etichetta ad un movimento che non riescono, o non vogliono, capire: un nuovo ’68, i gretini, i rivoluzionari del clima e chi più ne ha più ne metta. Ma quello di cui forse non ci si accorge è che non si tratta di nulla di questo. Non sono solo giovani sfaticati che vogliono saltare la scuola e non sono nemmeno i supereroi che vogliono salvare il mondo. Sono semplicemente ragazzi e ragazze. Ragazzi e ragazze che hanno preso coscienza di quello che sta accadendo al nostro pianeta ancor prima che lo capissero gli adulti. Ragazzi e ragazze che non vogliono trovarsi a vivere un mondo inabitabile. Una rete enorme e sempre più strutturata che cerca di portare nei propri stati rivendicazioni comuni come la ‘Dichiarazione di Losanna’ elaborata dai delegati dei movimenti nazionali riunitisi quest’estate nella città svizzera per una settimana di confronti dibattiti e organizzazione di un movimento che, seppur appena nato, sta già diventando un punto di riferimento per molti.

Le critiche – “Onestamente, non capisco perché gli adulti scelgano di passare il loro tempo a deridere e minacciare i teenager e i bambini per aver scelto di promuovere la scienza, quando invece potrebbero fare qualcosa di buono”. Commenta così Greta Thunberg le critiche che le sono piovute addosso dopo il suo discorso alle Nazioni Unite di lunedì. Critiche che riflettono un più generale disappunto di una buona fetta degli “adulti” che sembrano non capire quanto sta accadendo intorno a loro. Pensano che sia un capriccio dei ragazzi, una moda passeggera come furono gli emo o i paninari degli anni ’80, non capiscono che non è una moda: è un grido disperato di una generazione che vuole rimediare agli errori di quella precedente. Ma dietro gli attacchi non c’è solo la disattenzione e l’incapacità di comprendere un movimento così ampio e dirompente. C’è qualcosa di più profondo, di più preoccupante. Buona parte di quelli che criticano il movimento ambientalista lo fa per non ammettere le proprie colpe. Per non dover chiedere scusa ai propri figli per aver gradualmente distrutto il mondo. Ed allora entra in gioco la macchina del fango: Greta è mossa dalle lobby, i giovani manifestano per saltare scuola, sono gretini e viziati. Ogni accusa è buona per distogliere l’attenzione dagli errori commessi nei decenni passati. Errori per cui, evidentemente, chiedere semplicemente scusa sarebbe uno smacco troppo grande. Sarebbe darla vinta a dei ragazzini. E allora continuiamo a negare, continuiamo a inquinare. Così ci penserà l’estinzione a risolvere il problema. Così non sarà più necessario chiedere scusa. Ma se non dovesse essere così, se qualcosa dovesse cambiare e le coscienze si inizieranno a smuovere sarà uno smacco ancora più grande. Sarà la vittoria dei ragazzi contro lo scetticismo degli adulti. Sarà la vittoria di una generazione che, per dirla con le parole di Rino Gaetano, “crede in un mondo più giusto e più vero”.Madre Terra, tieni duro. Arrivano i giovani. Ci penseranno loro a salvarti.