“Giulio fu torturato per giorni fino alla morte”: la Procura di Roma chiede processo per 4 agenti egiziani

Si è conclusa l’indagine italiana condotta dalla Procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni. Nelle 94 pagine dell’atto di accusa la ricostruzione di quello che avvenne in quei giorni attraverso le parole di cinque testimoni oculari. 94 pagine che portano ad un’accusa formale nei confronti di 4 membri dei servizi segreti egiziani.

Forse, finalmente, una nuova luce potrebbe squarciare le tenebre che da quasi 5 anni avvolgono la morte di Giulio Regeni. Una luce che arriva da Roma dove oggi si è conclusa ufficialmente l’inchiesta italiana su quanto accaduto al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Per la prima volta arrivano accuse formali per quattro membri dei servizi segreti egiziani a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti gli accusati, ora, avranno a disposizione venti giorni per depositare le proprie memorie difensive ed eventualmente chiedere di essere ascoltati dalla magistratura italiana. Chiesta l’archiviazione invece per Mahmoud Najem poiché, come si spiega in una nota, non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato attuale, per sostenere l’accusa in giudizio. Tra gli indiziati vi erano altri 13 soggetti su cui, però, la totale mancanza di collaborazione da parte dell’Egitto non ha permesso di indagare.

Ma le 94 pagine dell’atto di accusa firmate dalla procura di Roma rappresentano una mossa pesantissima che mette all’angolo l’Egitto. Determinanti per ricostruire cosa sia avvenuto sono state le parole di cinque testimoni oculari, indicati con le prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta ed epsilon) per tutelarli, che hanno raccontato quello che hanno visto in quei giorni. Parole pesantissime che hanno permesso di costruire un quadro completo di quei giorni drammatici: dall’arrivo di Giulio, bendato ed ammanettato, nella stazione di polizia di Dokki alle torture subite nella sede della National Security. Proprio la testimonianza di un ex agente della NSA che in quei giorni era in servizio nella villa dove venne portato il ricercatore di Fiumicello è uno dei passaggi più drammatici delle 94 pagine di accusa. “Ho lavorato per 15 anni nella sede della National Security dove Giulio è stato ucciso” ha raccontato “È una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Al primo piano della struttura c’è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la Sicurezza Nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con due ufficiali e altri agenti. C’erano catene di ferro per immobilizzarlo a terra. Lui era nudo nella parte superiore, sulla schiena portava segni inequivocabili di tortura. Parlava in italiano, ma delirava, pronunciava parole senza senso. Aveva il capo riverso di lato, con la barba lunga. Non sapevo chi fosse, l’ho riconosciuto solo giorni dopo vedendo le foto sui giornali. Sono passati anni, ma quelle immagini non le scordo”.

Per giorni Giulio è stato torturato “ripetutamente”, per “motivi abietti e futili e con crudeltà”, con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. In quella famigerata stanza numero 13 ha subito sevizie che gli hanno provocato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori” oltre alla “perdita permanente di più organi”. Fino ad arrivare alla morte che, come si legge nell’atto, non è stata un incidente ma “un atto volontario e autonomo” compito da Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per “occultare la commissione dei delitti abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano”. Una morte che sarebbe avvenuta per un’insufficienza respiratoria dovuta ai traumi subiti.

Ci sono voluti cinque anni. Cinque anni di silenzi e bugie. Ma ora, forse, Giulio potrà avere verità e giustizia. Forse ci sarà un processo. Forse, però, non è abbastanza perché come ci ricorda la legale della famiglia Regeni Alessandra Ballerini: “I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi. E questo ce lo dimostra la famiglia Regeni. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile.”

3 commenti

  • Verità e giustizia per Giulio Regeni

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  • È ignobile come gli interessi economici che l’Italia intrattiene con l’Egitto superino i diritti di una persona innocente uccisa e torturata come Giulio. Ammiro e sono al fianco dei genitori e di chi combatte per fare giustizia

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  • De Lio Francesca

    Giulio ormai é morto e in una maniera terribile. Se siamo ua nazione con principi e valori dobbiamo fortemente condannare quanto é successo. Il modo lo deve stabilire lo stato ma non a parole. Ciò che è successo a Giulio non deve più avvenire e non solo per gli italiani ma per ogni uomo. Mantenere relazioni con simili stati è come diventare complici dei loro delitti.Da italiana non voglio essere un’assasina.

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