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Cos’è la sentenza “Roe v. Wade” e perché il diritto all’aborto negli USA è in pericolo

Secondo quanto riportato dal quotidiano “Politico”, la Corte Suprema potrebbe ribaltare la sentenza “Roe v. Wade” su cui si basa il diritto all’aborto riportando gli USA indietro di cinquant’anni in materia di interruzione di gravidanza. 

L’indiscrezione che arriva dal quotidiano “Politico” è di quelle che lasciano senza parole: La Corte Suprema degli Stati Uniti si prepara a ribaltare la storica sentenza “Roe vs. Wade” del 1973 con la quale si è di fatto legalizzato l’aborto in gra parte degli stati americani. Stando a quanto riportato dal quotidiano, che cita fonti interne alla Corte, la maggioranza dei giudici che compongono la corte sarebbero pronti ad approvare una decisione presentata da Samuel Aito il 10 febbraio con l’obiettivo di ribaltare la storica sentenza. Qualora la decisione venisse approvata così com’è stata diffusa da Politico, essa rappresenterebbe la fine del diritto d’aborto negli Stati Uniti e spingerebbe verso legislazioni più severe su questo tema eliminando di fatto gli effetti della storica sentenza e riportando la situazione a com’era fino al 1973.

Prima della sentenza “Roe vs. Wade”, infatti, l’aborto negli Stati Uniti era disciplinato in modo autonomo da ciascuno stato con leggi nazionali senza che vi fossero indicazioni a livello federale. La conseguenza era che in oltre la metà degli stati, prevalentemente a guida repubblicana, l’aborto era considerato totalmente illegale, in altri tredici stati era consentito solo in caso di stupro, incesto, malformazioni fetali o in caso di pericolo per la madre mentre solo in quattro stati era considerato legale. In questo contesto si colloca la storia di Jane Roe,pseudonimo di Norma Leah McCorvey scelto per tutelarne la privacy. Dopo la separazione dei suoi genitori, Norma abbandonò la scuola e si sposò a 16 anni con un uomo violento da cui venne più volte maltrattata. Mentre era incinta del terzo figlio, a soli 18 anni, decise di fare causa all’uomo per interrompere la gravidanza. Così, con il supporto tra le altre delle avvocatesse Sarah Weddington, Linda Coffee e Gloria Allred, decise di avviare un processo davanti alla Corte Distrettuale contro le leggi anti-aborto del Texas. La sua richiesta venne accolta sulla base di un’interpretazione dell’Emendamento IX della Costituzione americana che recita: “L’interpretazione di alcuni diritti previsti dalla Costituzione non potrà avvenire in modo tale da negare o disconoscere altri diritti goduti dai cittadini”. Il rappresentante legale dello Stato del Texas, l’avvocato Henry Menasco Wade, decise di appellarsi alla Corte Suprema. Il suo nome, assieme allo pseudonimo della querelante, ha dato il nome al processo che divenne così il caso “Roe vs. Wade”. Il 22 gennaio 1973, la Corte Suprema riconobbe così il diritto della donna ad interrompere la gravidanza anche in assenza di malformazioni fetali o pericoli per la sua salute riconoscendo l’aborto come un vero e proprio diritto e facendolo così entrare per la prima volta nella legislazione federale.

Se la Corte Suprema oggi decidesse di ribaltare quella sentenza, stabilendo dunque che il diritto all’aborto non è più riconosciuto a livello federale, la palla passerebbe nuovamente agli stati che potrebbero così decidere in autonomia come legiferare sul tema. Se ciò dovesse accadere in tutti gli stati, in assenza di nuove norme sul tema, tornerebbe in vigore la legislazione precedente alla sentenza “Roe vs. Wade”. Sarebbe dunque necessario rivedere la legislazione di ogni stato per garantire il diritto all’aborto, un tema su cui, però, i Repubblicani non intendono fare passi indietro e sembrano intenzionati a mantenere in essere i divieti negli stati che governano. Si tratterebbe, in questo caso, del cupo culmine di una campagna sempre più conservatrice attuata dai Repubblicani e dalle varie organizzazioni anti-aborto che negli ultimi anni hanno più volte tentato invano di rovesciare la sentenza per impedire l’interruzione di gravidanza. Il tutto mentre gli sforzi dei Democratici per codificare la decisione, inserendola definitivamente in una legge federale e non solo in una sentenza della corte, sono sempre naufragati vista l’impossibilità di trovare voti a favore dell’aborto tra i Repubblicani al Senato. Una mano alle donne americane, intanto, è già stata tesa dal Canada con Karina Gould, ministro per la famiglia canadese, che ha sottolineato come “se le donne americane volessero abortire, qui troverebbero certamente accoglienza”.

Quattro attentati e una nuova ondata di repressione. Cosa sta succedendo in Israele?

I quattro attacchi in quattro diverse città israeliane tra il 22 marzo e il 9 aprile rappresentano la più letale ondata di violenza dal 2016 ad oggi con quattordici vittime. Ma la situazione sembra essere più complicata di come sembra e non si può ridurre all’eterno conflitto tra Israele e Palestina.

L’attuale ondata di attacchi terroristici in Israele è stata inquadrata da partiti palestinesi e gruppi militanti come una logica conseguenza del radicamento dei 55 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania, del controllo israeliano su siti religiosi sensibili a Gerusalemme e della diminuzione dell’impegno di alcuni leader arabi chiave per la creazione di uno stato palestinese. Ma la situazione appare essere più complessa e non riconducibile esclusivamente alle rivendicazioni dei grandi gruppi palestinesi su Israele.

Gli ultimi due attacchi, che hanno provocato un totale di sette vittime a Tel Aviv e Bnei Brak, sono stati condotti da palestinesi provenienti da territori occupati della Cisgiordania ma gli attentati non sono stati rivendicati ufficialmente da nessun gruppo politico palestinese e, pur elogiandone l’azione, hanno negato ogni legame con gli attentatori. Ancor più complesso il quadro dei primi due attacchi, effettuati da tre membri della minoranza araba israeliana che negli ultimi mesi si erano radicalizzati ed erano ritenuti vicino all’ISIS, che ha prontamente rivendicato l’attacco. Non sembra dunque emergere una regia comune dietro gli attacchi che ad oggi appaiono più come i gesti estremi di soggetti radicalizzati senza spinte di gruppi o movimenti politici. Attacchi come quelli delle ultime settimane, anzi, sembrano essere inutili per la causa palestinese e la reazione della popolazione della Cisgiordania con la mancata rivendicazione degli attacchi sembrano indicare proprio la consapevolezza della scarsa utilità di questi atti terroristici. Ogni palestinese ha senza dubbio molti motivi per desiderare che gli israeliani provino dolore perché nella loro visione sono tutti, e non solo il loro governo, responsabili della drammatica situazione dei palestinesi. E probabilmente proprio da qui nasce il desiderio degli attentatori di colpire quanti più israeliani possibili. Ma la maggior parte dei palestinesi si discosta da questo pensiero e sa che gli attacchi di singoli individui spinti dalla disperazione o dalla vendetta non sono mai serviti, non servono e non serviranno a ottenere niente. Non cambieranno l’equilibrio di potere.

Ed è per questo che, pur comprendendo e talvolta condividendo le motivazioni degli attentatori, la maggior parte dei palestinesi resta indifferente agli attacchi e non si registrano particolari tentativi di seguire quella strada da parte di una fetta più ampia della popolazione. E non perché sarebbe impossibile. Migliaia di palestinesi senza un permesso di lavoro entrano ogni giorno in Israele attraverso le numerose brecce nella barriera di separazione. Succede da anni, e polizia ed esercito ne sono al corrente. Come tutti sanno, tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania c’è abbondanza di armi e munizioni. Quindi si sarebbero potuti verificare molti più attacchi individuali che non sarebbero potuti essere sventati in anticipo. Tutti i palestinesi avrebbero buoni motivi per desiderare d’incrinare la falsa normalità dei cittadini israeliani, che per lo più ignorano il fatto che il loro stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per spogliare un numero sempre maggiore di palestinesi delle loro terre e dei loro storici diritti collettivi in quanto popolo e società. Ma non lo fanno perché lo reputano inutile per la causa se non addirittura dannoso.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo per la resistenza armata, la maggioranza sa che per il momento, anche se questa lotta riprendesse in modo strutturato e ampio e anche se fosse pianificata meglio rispetto quanto avvenuto nella seconda intifada, non potrebbe sconfiggere Israele né migliorare la sorte dei palestinesi. La falsa normalità di Israele, certo, in qualche modo si è incrinata. Pur non essendoci un collegamento diretto tra gli attentati e la popolazione palestinese, infatti, Israele ha colto l’occasione per intensificare la propria repressione nei territori occupati in Cisgiordania con una serie di rappresaglie anche simboliche, come l’abbattimento di ulivi e il danneggiamento di case e auto palestinesi. Giovedì 31 marzo almeno due palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid nel campo profughi di Jenin, un terzo su di un autobus. Il 30 marzo due fratelli palestinesi, accusati dai poliziotti israeliani di star preparando un attentato, sono stati arrestati nella Gerusalemme ovest dopo che la polizia ha sparato loro alle gambe. I media palestinesi denunciano decine di arresti tra la popolazione. Come se non bastasse, in seguito agli attacchi, il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è rivolto alla popolazione con un video nel quale ha affermato “Cosa ci si aspetta da voi cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità. A chi ha il porto d’armi dico che questo è il momento di tenere sempre le armi a portata di mano”. Un netto incitamento alla violenza accompagnato da una militarizzazione totale delle strade con oltre un migliaio di soldati schierati nelle città pronti a colpire la popolazione palestinese. Una reazione che, però, non sembra avere degli obiettivi specifici ma appare più come una ritorsione. Una violenza estrema contro obiettivi casuali che possa agire da deterrente per chiunque volesse provare ad imitare gli attentatori delle ultime settimane.

La Cannabis Light diventa illegale? Facciamo il punto.

“La cannabis light diventa illegale”. Una notizia che da giorni rimbalza sui social e sui quotidiani italiani a seguito di un decreto interministeriale approvato mercoledì. Ma cosa dice realmente il decreto? E cosa può succedere adesso?

Nel corso della seduta di mercoledì della conferenza Stato-Regioni si è raggiunta un’intesa per la realizzazione di un decreto interministeriale che possa ridefinire “l’elenco delle specie di piante officinali coltivate nonché criteri di raccolta e prima trasformazione delle specie di piante officinali spontanee”. Il decreto coinvolge i ministeri della Salute dell’Agricoltura e della Transizione ecologica ed è finito al centro delle polemiche perché rischierebbe, di fatto, di cancellare l’intero settore basato sulla produzione ed il commercio della cosiddetta “cannabis light”, ossia quella con un livello di THC inferiore allo 0,6% la cui filiera è stata regolamentata nel 2016. Ad allertare l’intero settore è in particolare il punto 4 del decreto, in cui si fa sottostare “la coltivazione delle piante di cannabis ai fini della produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medicinale” al Testo unico sugli stupefacenti, a prescindere che vi siano o meno sostanze psicoattive al di sopra dei limiti della legge sulla filiera agroindustriale della canapa del 2016. Il che, tradotto, significa equiparare la cannabis light a quella con un livello di THC superiore alla soglia consentita rendendo di fatto illecita la produzione e il commercio di entrambe. 

Oltre alle ricadute sui consumatori, il decreto in questione metterebbe a rischio un settore economico che negli ultimi anni ha avuto una crescita esponenziale grazie alla liberalizzazione del 2016. Ad oggi il comparto della cannabis light conta solo in Italia circa 3.000 aziende per un totale di oltre 15.000 dipendenti, per lo più giovani, e rischia ora di sparire a causa di un’inversione di marcia improvvisa ed inaspettata. In virtù di questa nuova norma, infatti, dalla data di efficacia del decreto, tutti i coltivatori e i rivenditori di infiorescenze di ‘cannabis light’ sarebbero passibili delle sanzioni derivanti dall’apparato penale del DPR 309/90 che ne vieta la coltivazione senza un’autorizzazione da parte del Ministero della Salute. “Ci hanno resi illegali” il commento a caldo di Luca Fiorentino, 26 anni e fondatore di una delle principali imprese che produce e distribuisce cannabis light. “Rischiamo di essere considerati spacciatori e di chiudere tutto. Rischiamo persino l’arresto immediato oltre all’accusa pesantissima di vendere grandi quantitativi di stupefacente che stupefacente non è”.

Ma è davvero tutto finito? Il decreto pone fine realmente al commercio di cannabis light? Sembrerebbe, in realtà, di no. A spiegare il provvedimento, e provare a far chiarezza sulla situazione attulae, ci ha provato l’avvocato Carlo Alberto Zaina in un lungo post in cui si è dimostrato particolarmente scettico sul provvedimento. In primo luogo, infatti, nel testo si usa in modo generico il termine “piante di cannabis” senza menzionare in modo specifico le piante di canapa sativa.

È  ben vero” spiega Zaina “che questa ultima specie rientra in quella più generale, ma così come concepita l’espressione usata in decreto appare pleonasticamente sconcertante. La coltivazione di Cannabis (termine questo che, invero, riguarda usualmente le piante idonee a produrre un alto contenuto di THC) è naturalmente illecita e riconducibile all’ambito del dpr 309/90. Non vi era, quindi, certo necessità di ribadire un concetto solare. Da altro lato, invece, non si comprende se menzionando la coltivazione di piante di cannabis ai fini della produzione di foglie ed infiorescenze e facendo seguire alle stesse il termine “sostanze attive ad uso medicinale”, il redattore del decreto abbia fatto solo una grossolana confusione, oppure abbia inteso – seppure malamente – collegare direttamente le foglie e le infiorescenze all’uso medicinale.” 

A ciò si aggiunge la natura del testo che, in quanto decreto interministeriale, non ha valenza giuridica paragonabile a quella di una legge ma un grado inferiore:

“Un decreto ministeriale (D.M.), che diviene, come nella specie, interministeriale quando impegna la competenza di diversi dicasteri e deve quindi essere adottato di concerto tra gli stessi, è un mero atto amministrativo.” chiarisce Zaina “Esso come tale è suscettibile di essere impugnato dinanzi al TAR, diversamente da una legge, che al più potrebbe venire dichiarata incostituzionale o disapplicata ai sensi l’art. 4 della legge 20 marzo 1865, n. 2248 (All. E). Nella gerarchia delle fonti del diritto questa tipologia di atti, riconducibili alla specie dei regolamenti, viene, quindi, definita come fonte secondaria statale per eccellenza. In buona sostanza, un atto puramente amministrativo non può derogare, quanto al contenuto, alla Costituzione e agli atti aventi forza di legge sovraordinati, né può avere ad oggetto incriminazioni penali, stante la riserva assoluta di legge che vige in detta materia.”

Si tratta, insomma, di un testo confuso che costituirebbe l’ennesimo tentativo malriuscito di criminalizzare il settore della coltivazione della canapa e che proprio per la confusione che crea potrebbe generare non pochi problemi a chi opera in questo comparto. Il testo, dunque, non modifica la legge del 2016 sulla cannabis light ma la interpreta, specificandola, approfittando delle zone grigie presenti nella normativa italiana. Il vero rischio, dunque, è che magistratura e forze dell’ordine si facciano forti di questo decreto per giustificare operazioni e sequestri che, fino ad oggi, sarebbero finite in un nulla di fatto. 

E mentre dalla conferenza Stato-Regioni si prova a sbarrare la strada alla cannabis light, la Cassazione ha riconosciuto come valide le oltre 600.000 firme raccolte dal comitato promotore per la realizzazione di un Referendum sulla legalizzazione della cannabis con un livello di THC superiore allo 0,6%. La palla ora passa alla Corte Costituzionale che il 15 febbraio esprimerà il proprio parere sulla proposta e, in caso di via libera, spianerà la strada per l’indizione del referendum.

La surreale vicenda del pm che denuncia il giornalista perché ha svelato i suoi errori

Nei giorni scorsi Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian, ha ricevuto la notifica della prima udienza del suo processo che si terrà il 2 febbraio prossimo. La sua colpa? Aver svelato al mondo gli errori di un giudice italiano che ha condannato un innocente credendolo un trafficante.

Un grossolano errore giudiziario, di quelli che non dovrebbero accadere. Un giornalista tra i più autorevoli in tutta Europa che se ne accorge e decide di indagare. Un reportage che fa luce sulla vicenda gettando ombre inquietanti sul lavoro della magistratura. Una vicenda surreale che si chiude con la corte d’assise che dà ragione al giornalista confermando l’errore giudiziario e disponendo il rilascio dell’imputato. Ma in quella che sembra la trama di un libro c’è tempo per un ultimo colpo di scena: la notifica recapitata al giornalista che comunica l’inizio di un processo a suo carico il 2 febbraio 2022. L’accusa? Aver diffamato i pm con il suo reportage.

Ma facciamo un passo indietro. È il 2016 quando Calogero Ferrara, sostituto procuratore a Palermo, annuncia di aver disposto e portato a termine l’arresto del “Generale” Medhanie Yehdego Mered, uno tra i principali trafficanti di esseri umani. La notizia rimbalza sui principali siti di informazione d’Europa e sembra essere il punto più alto della lotta al traffico di esseri umani. Ma qualcuno si insospettisce. Secondo Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian”, c’è qualcosa che non quadra in quella vicenda e decide di conseguenza di approfondirla seguendo le udienze e indagando sull’uomo arrestato. Quello che emerse da quel reportage fu clamoroso: l’uomo estradato in Italia perché considerato il più sanguinoso trafficante di esseri umani altro non era che un profugo eritreo che faceva il falegname a Khartoum con l’unica colpa di avere lo stesso nome del “generale” ricercato. Uno scambio di persona che ha portato in carcere un innocente lasciando a piede libero il vero trafficante. Perché, nonostante le inchieste di Tondo e le prove portate a processo dall’avvocato della difesa, quel processo si concluse con la condanna di Mered. Quello sbagliato, ovviamente. Solo nel 2019, dopo tre anni di detenzione in carcere, la Corte d’Assise di Palermo riconobbe l’errore ed ordinò l’immediata scarcerazione dell’uomo. 

Ma le inchieste condotte dal giornalista del Guardian non sono mai state digerite dal pubblico ministero. Tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, infatti, Ferrara ha presentato due denunce per diffamazione a carico di Tondo: la prima per i suoi post su Facebook in cui chiedeva di fare chiarezza sul caso, la seconda per le sue inchieste sul Guardian e la sua indagine parallela a quella della magistratura. Ora, conclusosi il processo di mediazione, Ferrara ha deciso di confermare entrambe le cause e Tondo dovrà presentarsi in aula per difendersi dalle accuse del PM. “Il caso di Lorenzo Tondo è emblematico delle difficoltà che vive oggi il giornalismo indipendente in Italia”, ha commentato l’avvocato nominato dal Guardian, Andrea Di Pietro, che da anni segue le peripezie giudiziarie dei giornalisti. “La critica che spesso si rivolge ai cronisti giudiziari italiani è di essere troppo dipendenti dai pubblici ministeri i quali interagiscono con la stampa solo quando questa è disposta a raccontare la loro versione dei fatti”. Criticare un PM in Italia espone i reporter al rischio di dover affrontare, nella quasi totalità dei casi, querele o denunce in un meccanismo perverso che limita la libertà di stampa. 

Il caso, ora, è al centro dell’attenzione internazionale e il processo a Tondo potrebbe diventare il simbolo delle libertà di stampa violate. Sulla vicenda è intervenuta anche la Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei reporter che indicato come una potenziale “intimidazione” la doppia querela presentata da Ferrara. Un’intimidazione che, però, non può funzionare. Tondo ha ricevuto pieno supporto dal suo giornale, il Guardian, che ha deciso di sostenere interamente le spese legali mentre tutto il mondo del giornalismo europeo e non solo si è stretto intorno al collega a difesa di una libertà che deve rimanere inviolabile. Lorenzo non è solo oggi e non lo sarà nemmeno il 2 febbraio in aula.

La morte di Mario Paciolla e un silenzio che dura da 14 mesi: cosa è successo realmente?

Quattordici mesi dopo la morte di Paciolla un silenzio assordante è calato sulla vicenda. Mentre la procura di Roma indaga, ostacolata dalle autorità colombiane e dall’ONU, media e opinione pubblica sembrano essersi dimenticati di quel “creatore di Futuro” ucciso in Colombia.

Sono passati oltre 14 mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano trentatreenne trovato morto in Colombia il 15 luglio 2020 mentre si trovava in missione per conto dell’Onu. Quattordici mesi trascorsi tra indagini a rilento e un silenzio assordante di media e opinione pubblica. Perché sin dall’inizio sono stati pochi, pochissimi, ad interessarsi al caso di Paciolla e tenere alta l’attenzione su quanto stava succedendo. Pochi i media che ne hanno parlato, pochi i comuni che hanno esposto lo striscione realizzato dalla famiglia per chiedere verità.

Una verità che stenta a venire a galla anche per via dei numerosi depistaggi, delle ricostruzioni contradditorie e dei muri di silenzio. Le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che stanno seguendo il caso hanno spiegato che le indagini vanno avanti, ma che l’omertà anche tra i colleghi di Mario sta rallentando le operazioni dei magistrati. La versione fornita dalle autorità colombiane e dall’ONU, che sin dall’inizio hanno parlato di suicidio, non ha mai convinto fino in fondo e sarebbe stata definitivamente smentita dai risultati dell’autopsia svolta dall’equipe medica guidata dal dottor Vittorio Finsecchi, che si è occupato tra gli altri anche dei casi Cucchi e Regeni. Un risultato che conferma i dubbi sollevati da subito dai genitori a cui Mario aveva più volte confidato di temere per la sua incolumità tanto da acquistare, il giorno prima del presunto suicidio, un biglietto aereo per tornare anzitempo in Italia. Un risultato che, soprattutto, ha spinto le autorità italiane a riaprire il caso con la Procura di Roma che ha disposto ulteriori accertamenti chiedendo ai colleghi colombiani una serie di perizie ulteriori per far luce sulla morte di Paciolla.

Mentre resta viva più che mai la pista che collega la morte del cooperante italiano ai bombardamenti delle forze armate colombiane dell’agosto 2019, su cui Paciolla aveva realizzato un rapporto per le Nazioni Unite, i genitori Anna e Giuseppe chiedono che finalmente possa essere fatta luce sul suo decesso. “Noi crediamo, anzi siamo certi, che le persone che lo frequentavano e in particolare chi lavorava nella sua squadra sapesse e sa.” hanno scritto in una lettera aperta pubblicata da Repubblica nelle scorse settimane “I suoi amici, che vediamo sorridenti con lui nelle foto scattate solo qualche mese prima della sua morte, sanno molte cose ma si guardano bene dal parlare. E quel sorriso oggi ci sembra falso e ci fa male. Ci rivolgiamo a chi sorrideva con lui nelle fotografie: parlate, non tradite ancora Mario. Non soffocate la vostra coscienza, non siate pavidi. Vi preghiamo, non lasciateci in questa incertezza, restituiteci le ultime giornate di Mario. Per noi chi non parla è complice di questo delitto. Aiutateci ad avere un po’ di pace e a restituire dignità a Mario e alle vostre esistenze.” Quel silenzio degli amici che si riflette nel silenzio dell’opinione pubblica che sembra essersi dimenticata del “creatore di futuro”, come lo ha definito Roberto Saviano, ucciso in Colombia. Un creatore di futuro che non possiamo e non dobbiamo dimenticarci e su cui dobbiamo tenere i riflettori accesi fino a quando non sarà fatta giustizia. Fino a quando mamma Anna e papà Giuseppe avranno, finalmente, una verità.

Santa Maria Capua Vetere e quelle mele marce che in Italia sono sistema

A Santa Maria Capua Vetere è stata tradita la Costituzione
-Marta Cartabia-


Un’orribile mattanza. Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del carcere di Santa Maria Capua Vetere non lasciano dubbi su quello che è stato. Violenza gratuita e brutale da uomini in divisa ai danni di quegli stessi detenuti che avevano in custodia e avrebbero dovuto tutelare. Una rappresaglia inumana, indiscriminata e che non può ammettere nessuna giustificazione. Non può essere giustificata con lo stress, con la pressione dopo le proteste di quei giorni, con il virus che dilaga e fa paura. Nessuna attenuante può rendere meno crude e disarmanti quelle immagini.

Mele marce? – Immediata la difesa del corpo di Polizia Penitenziaria da parte di diversi schieramenti politici che si sono affrettati a sottolineare come quelle intervenute a Santa Maria Capua Vetere fossero “mele marce” nate da un albero sano. Ma si può davvero giustificare il tutto con la solita retorica delle mele marce? Il primo a non crederci è l’ex senatore Luigi Manconi, ex Presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, che in un’intervista di qualche giorno fa non ha avuto dubbi: “Come è potuto accadere che oltre 50 persone abbiano commesso misfatti del genere? Io non ritengo che tutti gli agenti siano dei criminali ma non credo neanche alla retorica delle mele marce. Il problema risiede nel sistema carcerario, nella sua natura profonda e nel suo complessivo funzionamento: è un fatto culturale.”

Senza andare troppo indietro nel tempo, rievocando i fatti del G8 di Genova di cui ricorre il 20esimo anniversario tra pochi giorni, basta guardare al recente passato del nostro paese per capire quello che intende Manconi. Nel nostro paese in questo momento ci sono sette indagini aperte contro agenti di polizia penitenziaria accusati di tortura, reato introdotto nel Codice penale solo nel 2017. In due casi ulteriori, per fatti verificatisi nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si è già arrivati alla condanna di undici persone con rito abbreviato mentre altri cinque sono in attesa di giudizio. Undici condanne, cinque rinviati a giudizio e un centinaio di agenti indagati per tortura. Sono dati che rappresentano solo la punta dell’iceberg e che devono aiutare a comprendere come la violenza sia spesso elevata a sistema e non limitata alle sole “mele marce”. Perché se a Genova si registrarono per tre giorni violenze indiscriminate ed episodi di tortura su larga scala, quella mentalità sembra continuare oggi a macchiare la quotidianità delle carceri del nostro paese. Questo non vuol dire, certo, che l’intero apparato di polizia italiano sia composto da torturatori o sadici. Ma le violenze che si registrano quotidianamente in diverse parti del paese sono sintomo di un qualcosa che non funziona.

Cultura – C’è nei corpi di polizia italiani un vero e proprio problema culturale. Anzi, ce ne sono molteplici. Le violenze nelle carceri sembrano essere figlie di una tradizione di impunità che, da Genova in poi, sembra caratterizzare gli episodi simili. Dal 2001 ad oggi i passi avanti sono stati pochi. Se per approvare una legge contro la tortura si sono dovuti attendere 16 anni e i numerosi richiami delle istituzioni europee, per un’altra misura di buonsenso come i numeri identificativi sui caschi e le divise degli agenti potrebbero volercene altrettanti vista la strenua opposizione di diverse forze politiche. Quelle stesse forze politiche che accorrono a portare solidarietà agli agenti indagati e che reputano il reato di tortura una limitazione per gli le forze dell’ordine che a causa di quella legge si troverebbero nelle condizioni di non poter più svolgere il proprio lavoro.

Ma c’è anche un ulteriore problema: l’omertà. Se le brutalità di Santa Maria Capua Vetere, come di altri penitenziari, sono state possibili e sono emerse a un anno di distanza è anche e soprattutto colpa di un diffuso senso di cameratismo che rende l’omertà una virtù apprezzata e riconosciuta. Una virtù che sembra ritrovarsi ad ogni livello della scala gerarchica. Dagli agenti che fecero irruzione fino all’allora sottosegretario alla giustizia Vittorio Ferraresi che, consapevole o meno di quanto accaduto realmente, definì l’azione della polizia penitenziaria una “doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell’intero reparto”. Nel mezzo ci sono le decine di funzionari e dirigenti della polizia penitenziaria che avrebbero cercato di coprire le violenze con prove false e relazioni scritte per dimostrare che il 6 aprile la reazione delle forze dell’ordine era stata provocata dai detenuti. E, ancora, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che pur avendo ricevuto decine di esposti da parte di detenuti che denunciavano le violenze subite a seguito delle rivolte della primavera scorsa ha preferito non intervenire lasciando cadere nel vuoto quelle parole. E se il ministro Bonafede, rimasto in silenzio sul caso in Parlamento, poteva non sapere di cosa fosse accaduto nella realtà, risulta difficile immaginare che non lo sapessero tutti gli altri.

Rieducazione – Come sarebbe un errore convincersi che la violenza è frutto solo di alcune mele marce senza vederne la portata effettiva, come se si trattasse di schegge impazzite e isolate dal resto del corpo, sarebbe un errore altrettanto grande non capire il quadro generale che quelle violenze indicano. Perché quello che si consuma in molti penitenziari italiani è il fallimento del sistema carcerario. Un sistema in cui, come sottolinea ancora Manconi, “la rieducazione del condannato viene in genere sacrificata in nome della sicurezza: ovvero della custodia coatta dei corpi dei detenuti. È così che si spiegano episodi come quello di S. M. Capua Vetere: alcuni agenti si trasformano in aguzzini perché è la struttura del carcere, ispirata alla segregazione e alla mortificazione del condannato, che induce a questo. Perché, nei fatti, l’esito della detenzione è quello di de-responsabilizzare il detenuto, privarlo dell’indipendenza, della sua autonomia e controllarlo in tutti i suoi atti”. Servirebbe un cambio culturale per riportare la rieducazione del detenuto al centro della filosofia carceraria. Basterebbe poco, forse. Basterebbe rimettere al centro della scena non più controllori in divisa ma figure professionali quali educatori, assistenti sociali, animatori, mediatori, psicologi in grado di accompagnare il detenuto in un percorso utile a lui e alla società.

Perché oggi la Norvegia potrebbe decidere di boicottare i mondiali in Qatar del 2022

Sarà come giocare in un cimitero
-Ole Kristian Sandvik-


“Diritti umani in campo e fuori”. È iniziata con questa frase, impressa sulle maglie utilizzate dalla nazionale norvegese nei prepartita di diverse gare disputate negli ultimi mesi, la campagna del mondo del calcio contro i Mondiali in Qatar in programma per il 2022. Dopo la decisione della nazionale scandinava di indossare un messaggio forte e diretto lo stesso hanno fatto Germania e Olanda e ora molte squadre sarebbero pronte a schierarsi in questa battaglia.

Qatar 2022 – Una protesta nata dai numeri angoscianti che si nascondono dietro l’entusiasmo con cui Doha continua a rilanciare l’evento calcistico più importante in programma per il prossimo inverno. Più di 6.500 lavoratori provenienti prevalentemente da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sono morti durante la costruzione di stadi ed altre opere collegate al mondiale di calcio negli ultimi dieci anni. Un numero impressionante che, tradotto, significa dodici morti al giorno da quando a dicembre 2010 la Fifa annunciò l’assegnazione dei mondiali 2022 al Qatar. Per dare un’idea dell’eccezionalità di ciò che sta accadendo in Qatar, il un report dell’ITUC ha comparato le morti legate ai mondiali Qatar 2022 con quelle di altri mega-eventi sportivi a partire dalle Olimpiadi di Sydney nel 2000: il numero massimo di morti si era raggiunto con le Olimpiadi invernali di Sochi 2014, quando morirono 60 persone. Negli altri eventi, le morti sono state tra le 0 (Olimpiadi di Londra 2012) e le 40 (Olimpiadi di Atene 2004). In Qatar, a oltre un anno dalla fine dei lavori, i morti sono già oltre 6.500.

Il paese, che vuole farsi trovare pronto agli occhi del mondo, ha dato il via a una imponente progetto infrastrutturale che prevede la realizzazione di sette nuovi stadi, un aeroporto, nuove infrastrutture e una nuova città per ospitare la finale. Per la partita più importante, infatti, il Qatar ha deciso di non limitarsi a costruire uno stadio ma sta realizzando una città partendo da zero. Losail, questo sarà il nome, è “un progetto futuristico, che creerà una società moderna e ambiziosa.” Una società moderna che nascerà dalla violazione dei diritti dei lavoratori migranti, sfruttati ed esposti al pericolo per non intralciare la realizzazione del più ambizioso progetto della monarchia. Il tutto mentre il comitato organizzatore e le autorità qatariote negano ogni legame tra i mondiali e le morti affermando che i decessi collegati alla realizzazione degli stadi siano solo 37 mentre gli altri sono da ricondurre a cause naturali. Cause naturali che, però, sarebbero facilmente collegabili al lavoro svolto se il governo del Qatar non avesse negato l’autopsia.

All’origine di questo trattamento disumano risiede il sistema della kafala, denunciato da molte organizzazioni a sostegno dei diritti umani come una forma di moderna schiavitù. Questa regolamentazione prevede che il datore di lavoro abbia forti tutele legali per poter controllare i lavoratori migranti che fa entrare nel proprio paese. Tra queste ci sono forti restrizioni sulla possibilità di cambiare impiego, senza aver ottenuto il permesso del datore di lavoro, sulla facoltà di dimettersi e perfino sulla possibilità di lasciare il paese senza permesso. A seguito delle ripetute denunce a livello internazionale e delle indagini dell’Organizzazione mondiale del lavoro o di Ong come Amnesty international, il Qatar ha finalmente abolito la kafala a settembre del 2020. Un’abolizione solo formale che, nella pratica, non ha cambiato in modo incisivo il meccanismo di assunzione di lavoratori stranieri né aumentato le tutele per i dipendenti.

Ora – Le possibilità che la Fifa, sempre più sotto pressione, decida di revocare l’assegnazione dei mondiali al Qatar è però quantomai remota. Il massimo organo del calcio mondiale fino ad ora si è limitato ad adottare nel 2017 una “Politica sui diritti umani” e nel 2019 la “Strategia congiunta di sostenibilità sui mondiali di calcio del 2022 in Qatar”. Due documenti volti a lasciare “un’eredità di standard e prassi di primo livello per i lavoratori sia in Qatar che a livello internazionale” ma che non stanno impendendo né rallentando lo sfruttamento dei lavoratori migranti.

L’immobilismo della Fifa, però, non è stato accolto con favore da tutte le federazioni e molte nazioni sembrano pronte ad intraprendere azioni formali per chiedere un cambio di rotta. C’è chi, come la Svezia sceglie una linea soft, con una lettera indirizzato al massimo organismo del calcio mondiale in cui afferma che “tutti abbiamo il dovere di fare il possibile per assicurare che i diritti umani siano rispettati nella fase di preparazione e attuazione del torneo” chiedendo ai responsabili di verificare il rispetto delle condizioni dei lavoratori nelle fasi che precedono il torneo. Ma c’è anche chi potrebbe optare per una linea più dura: la Federcalcio Norvegese oggi potrebbe votare per autoescludere la nazionale dal mondiale del 2022. “Andare in Qatar sarebbe come giocare in un cimitero” ha detto Ole Kristian Sandvik, portavoce dell’associazione dei tifosi norvegesi. Una decisione che, se presa, sarebbe storica e renderebbe la Norvegia la prima nazionale al mondo a rinunciare volontariamente ad un mondiale. Una decisione che, però, porterebbe anche effetti collaterali non indifferenti: in caso si boicottaggio, infatti, la Norvegia andrebbe incontro ad una multa di 20.000 franchi svizzeri e l’esclusione dai successivi mondiali del 2026. Una scelta coraggiosa, un segnale forte alle altre federazioni ed un messaggio molto chiaro: i diritti umani valgono più di qualsiasi mondiale.

Il caso Zaki e il cortocircuito istituzionale tra Parlamento e Governo

Oggi Patrick Zaki compie 30 anni. Per il secondo anno di fila, però, festeggerà questa ricorrenza dal carcere di massima sicurezza in cui è detenuto. Il tutto mentre in Italia va in scena un cortocircuito istituzionale con il Governo che non dà seguito alle richieste del Parlamento. 

Non ci saranno torta e candeline. Non ci sarà una festa. Non ci saranno amici e parenti. Per Patrick Zaki non ci sarà nemmeno la libertà come regalo. Oggi lo studente dell’Alma Mater di Bologna compie trent’anni ma da 493 giorni è detenuto senza alcuna accusa formale nel carcere di massima sicurezza di Tora. Inghiottito nel più infernale carcere del suo paese senza un processo, né celebrato né in programma, dal 7 febbraio 2020. Per il secondo anno di fila Patrick trascorrerà il giorno del suo compleanno in quella cella dove, come hanno testimoniato i suoi legali, sta lentamente crollando fisicamente e mentalmente. Sedici mesi in cui la società civile italiana e non solo si è mobilitata per chiedere che questo ennesimo sopruso del regime egiziano finisca al più presto. Dalle associazioni all’impegno instancabile dell’Università di Bologna, dai cittadini ai sindaci che gli hanno concesso la cittadinanza in decine di città. Tutta Italia sembra avere a cuore le sorti di Patrick. Tutta Italia tranne, a quanto pare, il Governo.

Era il 14 aprile quando, con 208 voti favorevoli e 33 astenuti, il Senato approvava un ordine del giorno unitario per chiedere al governo di riconoscere il prima possibile la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Indimenticabili le parole di Liliana Segre, corsa a Roma da Milano appositamente per votare quella mozione, che davanti ai colleghi senatori disse: “C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà. Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno”. Parole che hanno toccato tutti e sono arrivate fino a Patrick che ha voluto scrivere una lettera di ringraziamento alla Senatrice a vita. Senza mandargliela però. Gliela consegnerà a mano una volta libero, ha detto.

Ma quelle parole così forti e profonde, qualcuno sembra averle dimenticate in fretta. Dopo oltre due mesi da quel voto, infatti, nulla si è minimamente mosso. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’ordine del giorno il governo ha fatto sapere di essere pronto ad avviare le verifiche necessaria per la concessione della cittadinanza. Era il 19 aprile e dopo quel primo segnale di disponibilità tutto sembra essersi fermato tanto che qualche giorno dopo lo stesso Draghi dichiarò: “Quella su Zaki è un’iniziativa parlamentare. Il governo al momento non è coinvolto.” Il disinteresse del governo per la questione della cittadinanza allo studente egiziano può certamente essere giustificato da tante questioni, nessuna buona per carità, come il non voler rovinare le buone relazioni tra il nostro paese e l’Egitto con cui nonostante le polemiche continua una fitta collaborazione anche in ambito militare. Si presenta però un problema politico interno non indifferente. Che rapporto c’è tra il Parlamento ed il Governo? Può quest’ultimo ignorare una richiesta unanime del Senato? I Senatori che hanno votato lo hanno fatto per prendere una posizione netta e decisa e passare la palla all’esecutivo perché ne desse attuazione. Sono passati due mesi e dal Governo non è stata intrapresa, almeno pubblicamente, nessuna azione in quella direzione. Una vicenda che rischia di sbilanciare i poteri con un parlamento incapace di impegnare il Governo ed un esecutivo tranquillo nel fare quel che più crede senza sentirsi legato alle due camere. Una vicenda che, dunque, dovrebbe portare a riflettere sui ruoli e sulle competenze di chi governa questo paese. Se non fosse che nel mezzo c’è una vita che merita tutta l’attenzione del caso. La vita di Patrick, che da 493 giorni è detenuto. Che oggi compie trent’anni. Che guarda al nostro paese e aspetta. Che non merita tutto questo.

La generazione sbagliata che vuole salvare il Myanmar

Assentire o dissentire è prerogativa di chi vive in un sistema democratico.
In un regime autoritario, dissentire può essere considerato un crimine.

– Aung San Suu Kyi –


Il 1° febbraio i militari arrestano Aung San Suu Kyi e gli altri leader del partito di governo dichiarando lo stato di emergenza. Doveva essere un cambiamento rapido, quasi impercettibile. Un golpe lampo senza ripercussioni sul sistema. Il generale dell’esercito Min Haung Hlain si era subito dato da fare incontrando i rappresentanti del mondo economico e degli affari promettendo stabilità politica e una rapida ripresa economica grazie ad importanti interventi. Ma il generale golpista non aveva fatto i conti con la popolazione birmana. Se i militari si aspettavano una risposta passiva da parte della popolazione, infatti, si sbagliavano. I birmani sono scesi in piazza nel più grande moto di proteste mai visto nel paese. Della stabilità politica promessa non c’è nemmeno l’ombra, della ripresa economica men che meno. E ora la Birmania si trova sempre più in un vortice.

Le proteste – In tutto il paese la risposta al colpo di stato è stata immediata. Milioni di persone in tutta la Birmania sono scese in piazza per dimostrare la loro contrarietà al ritorno di una giunta militare ed il loro supporto alla leader democratica Aung San Suu Kyi. Operai, studenti, attivisti, imprenditori ma anche monaci buddisti. Tutti sono scesi in piazza a testimonianza di come la popolazione sia compatta nel voler dire no a questo regime. A Rangoon, addirittura, tutte le minoranze del paese hanno manifestato pacificamente insieme in una scena di unità che non si era mai vista prima. Si sono organizzati tramite internet e social network, replicando quanto fatto negli anni scorsi dai giovani di Hong Kong, e per venti giorni sono scesi in piazza pacificamente sfidando l’esercito schierato. “Avete fatto arrabbiare la generazione sbagliata” recitava uno slogan scandito dai giovani birmani con tre dita rivolte verso l’alto ad imitare il gesto di “Hunger Games” diventato simbolo delle proteste. Ma poi qualcosa è cambiato.

Il 25 febbraio, per la prima volta, l’esercito ha risposto a quella rabbia. Ma se quella dei manifestanti era una rabbia pacifica e colorata, quella dei militari è stata violenta e spietata. Uomini di diverse legioni, tra cui le unità di controguerriglia utilizzate nel 2016 per la pulizia etnica dei rohingya, hanno iniziato a reprimere ogni tipo di protesta. Una risposta spietata. I lacrimogeni e i manganelli hanno ben presto lasciato spazio ad armi da fuoco e cecchini sui tetti. Internet è stato più volte bloccato per impedire l’organizzazione delle manifestazioni. Le irruzioni negli ospedali per trascinare via o uccidere chi era stato ferito durante le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti. Sono oltre 250 le vittime accertate, oltre duemila gli arresti. Ieri il giorno più buio e mentre il regime celebrava la festa delle forze armate la popolazione è stata letteralmente presa di mira: 114 morti in meno di 24 ore. Il più piccolo aveva quattro anni ed era in braccio a suo papà, a casa sua, quando è stato raggiunto da un proiettile sparato attraverso la finestra.

Crisi Umanitaria – E con la popolazione che da quasi due mesi protesta senza sosta, oltre a quella di una stabilità politica, si è infranta anche l’illusione di una ripresa economica. Già prima del golpe militare la Birmania era il paese asiatico più povero con oltre un terzo della popolazione in stato di povertà e la quasi totalità senza la possibilità di richiedere assistenza sanitaria. Oggi, con le proteste che stanno paralizzando il paese, la situazione è sprofondata verso un punto di non ritorno. Le banche sono chiuse, i settori produttivi principali si sono fermati causando un aumento vertiginoso dei beni primari come riso e olio, il settore tessile in cui sono impiegati 1,5 milioni di birmani è in ginocchio. In tutto ciò non è mai partita una campagna vaccinale, i test anti-covid sono sospesi così come le importazioni di farmaci di qualunque genere. L’impennata dell’inflazione sta rendendo sempre più difficile l’approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità e presto la crisi politica ed economica si potrebbe trasformare in un’enorme crisi umanitaria con più della metà della popolazione che rischia di trovarsi in uno stato di povertà assoluta.

In questo contesto la risposta dei paesi occidentali è stata blanda e discontinua. L’attenzione mediatica, altissima nei primi giorni post-golpe, si è via via affievolita e la situazione birmana trova ora spazio solo in caso di fatti eclatanti come quello di ieri. Le istituzioni hanno più volte condannato quanto accade nel paese asiatico senza però muoversi in alcun modo. L’unica azione intrapresa finora dall’Unione Europea è stato il ritiro dei visti e il congelamento dei beni ad undici persone coinvolte nel golpe. L’unico paese ad essere attivo in modo significativo è la Cina, preoccupata per gli sviluppi della situazione in un paese che reputa strategico. Così il popolo birmano è abbandonato a sé stesso e si ritrova a combattere da solo la propria battaglia per la democrazia. E ora, sotto il fuoco incessante dei militari, i birmani si trovano ad un bivio: accettare una dittatura senza fine o continuare nella propria rivoluzione fino a quando cambierà qualcosa. La strada intrapresa, per ora, sembra ben chiara. Hanno fatto arrabbiare la generazione sbagliata.

Sui rider troppi punti di svolta e troppi pochi cambiamenti

“Non è più tempo di chiamarli schiavi, è tempo di renderli cittadini”.


Quella che si è abbattuta sulle principali aziende di delivery è una vera e propria tempesta. L’inchiesta condotta dalla Procura di Milano e conclusa questa settimana ha infatti stabilito che 60.511 i rider che fino ad oggi hanno sfidato il traffico delle città a loro rischio e pericolo ora dovranno essere assunti con le dovute tutele antiinfortunistiche e previdenziali. È una svolta che potrebbe riscrivere le regole di un settore che, anche grazie alla pandemia e alle chiusure dei locali, è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. L’inchiesta si inserisce però in un dibattito che dura da anni e che già tante volte nel passato ha visto episodi che sembravano poter rappresentare una svolta epocale.

Sentenze – Non è la prima volta, infatti, che nei tribunali italiani si parla di rider e dei loro diritti. Una prima breccia nel sistema del delivery era stata aperta da cinque rider torinesi che avevano deciso di fare causa a Foodora, nel frattempo acquisita da Glovo, chiedendo che il giudice del lavoro riconoscesse il loro rapporto di lavoro subordinato con la società. Istanze respinte in blocco in primo grado ma parzialmente accolte in secondo quando il giudice, pur respingendo l’ipotesi di un contratto a tempo indeterminato come da loro richiesto, aveva chiesto l’applicazione di un contratto di collaborazione diretta con retribuzione comunque commisurata ai parametri del contratto nazionale della logistica e trasporto merci.

Una sentenza che sembrava potesse dettare la linea per una tutela sempre maggiore dei rider e dei loro diritti e che, invece, meno di un anno dopo è stata in parte smontata dal Tribunale di Firenze. I rider, secondo i giudici fiorentini, sono lavoratori autonomi “perché possono decidere se e quando lavorare senza doversi giustificare”. L’esclusività del rapporto, l’uso della piattaforma, il meccanismo dell’algoritmo che punisce chi rifiuta le chiamate non sono elementi sufficienti a incarnare un rapporto di lavoro stabile. Non ha quindi senso in base a questa sentenza, che ne ricalca una precedentemente emessa dal Tribunale di Milano, parlare di un rapporto stabile regolabile con contratto a tempo indeterminato.

Ma nemmeno la pronuncia della corte di Firenze ha fatto scuola al punto da generare un cambiamento in quella direzione tanto che solo pochi mesi fa, nel novembre 2020, il Tribunale di Palermo ha pronunciato una sentenza storica accogliendo in pieno la richiesta di un rider di 49 anni, Marco Tuttolomondo che voleva essere assunto a tempi indeterminato. La sentenza ha obbligato la multinazionale Glovo ad assumere il rider ai sensi del contratto del terziario e con un inquadramento di sesto livello: paga mensile di 1.200 euro netti, versamento dei contributi pensionistici, assicurazione contro gli infortuni, tredicesima, malattia. La sentenza ha in pratica accertato che Tuttolomondo lavorava in maniera esclusiva e continuativa per la piattaforma Glovo e per un numero considerevole di ore.

Politica – Una serie di sentenze contrastanti che dimostrano come nel nostro paese il tema dei rider sia sempre di estrema attualità dando continuamente l’impressione di essere a un punto di svolta. Come nell’agosto 2019, a pochi giorni dalla caduta del Governo gialloverde, quando Luigi Di Maio rivendicava i risultati della sua battaglia da ministro del Lavoro a favore dei rider: “Basta sfruttamenti. Abbiamo dato ai rider la dignità del lavoro e la possibilità di scegliere se e come lavorare. Questa è la verità. Questi sono i fatti. E ci riempiono di orgoglio”. A un anno dall’insediamento, infatti, l’esecutivo sembrava finalmente aver centrato uno dei principali obiettivi dichiarati dai pentastellati: la tutela dei lavoratori della cosiddetta gig economy. Era nato così il “decreto tutela rider”, convertito in legge nel novembre 2019, volto a regolare il settore stabilendo i livelli minimi di tutela “per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e attraverso piattaforme digitali”.

La legge prevede la possibilità di stabilire i compensi anche, e dunque non esclusivamente, tramite contrattazione collettiva e stabilisce di fatto due soli principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata. Inoltre, il decreto ha inserito nell’ordinamento italiano l’obbligo per le aziende di garantire copertura assicurativa ai rider, di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

Ancora una volta, però, quello che sembrava un punto di svolta epocale si è tradotto in un nulla di fatto. Quella che poteva essere una grande opportunità di regolamentare un settore sempre più in crescita si è di fatto concretizzata con un provvedimento troppo blando che, non a caso, non ha interrotto le rivendicazioni dei rider portando a continui cambi di rotta sull’argomento. La debolezza del legislatore sul tema ha generato confusione portato alle sopracitate sentenze contrastanti e non riuscendo a fare ordine in una materia così complessa. Ora arriva l’intervento a gamba tesa della Procura di Milano che sottolinea come i rider non siano schiavi ma cittadini e che per questo devono essere tutelati anche con un contratto subordinato. Ma quali saranno le conseguenze di questo ennesimo intervento sul tema? Sarà in grado di essere realmente un punto di svolta per i rider? L’impressione è che senza un intervento deciso e coraggioso del legislatore non si possano superare le criticità presenti nel sistema. Non basta esultare per i continui riconoscimenti dei diritti dei rider. Bisogna fare in modo che diventino effettivi. Intanto il 26 marzo i rider saranno di nuovo in piazza per chiedere tutele.

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