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L’Italia come la Russia: si va verso l’esclusione dalle Olimpiadi

Una legge voluta dal governo gialloverde nel 2019 mina l’indipendenza del Comitato Olimpico Nazionale (CONI) violando di fatto i principi fondamentali della Carta Olimpica. Dopo due anni di avvertimenti domani potrebbe arrivare il verdetto finale che escluderebbe l’Italia dalle prossime Olimpiadi.

Il verdetto è atteso per domani ma la voce che ha iniziato a circolare da ieri ha già fatto gelare il sangue agli sportivi italiani. Il Comitato Olimpico Internazionale, infatti, sarebbe pronto a sospendere con effetto immediato il CONI dalle federazioni riconosciute. Una decisione che avrebbe come effetto più evidente l’assenza di una nazionale italiana alle Olimpiadi di Tokyo dove, qualora fossero confermate le indiscrezioni, gli atleti azzurri gareggeranno da indipendenti e non potranno utilizzare la bandiera, le divise e l’inno che rappresentano il nostro paese. Ma non solo. La sospensione del CONI, infatti, provocherebbe anche uno stop dei finanziamenti al nostro paese da parte del CIO con evidenti e pesantissime ricadute anche sull’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026 già assegnate a Milano e Cortina.

A generare una situazione surreale è stata la riforma dello sport voluta ed approvata dal governo gialloverde durante il “Conte I”. Il passaggio controverso, su cui si basa la decisione del CIO, è sostanzialmente contenuto nella prima frase del testo di legge che, all’art. 1, recita: “Il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per il riordino del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI)”. Tale disposizione, però, incide in maniera decisiva sull’autonomia del CONI e viola, di conseguenza, la Carta Olimpica che tra i propri principi fondamentali prevede la totale autonomia dei comitati olimpici nazionali e la loro completa neutralità politica. Non si tratta dunque di un fulmine a ciel sereno ma di una situazione nota dal 6 agosto 2019, data di approvazione della riforma dello sport, e più volte sottolineata dal presidente del CIO Bach che ha ripetutamente sollecitato il premier Conte chiedendo un adeguamento normativo.

Ogni ora che passa si assottigliano sempre più quindi le speranze di vedere la nazionale italiana alle prossime olimpiadi con i nostri atleti che parteciperanno da indipendenti al pari dei russi, il cui comitato olimpico è stato sospeso per le vicende relative al doping di stato. Per salvare la situazione sarebbe infatti necessario, entro stasera, che il Consiglio dei ministri si riunisse per approvare un decreto salva – CONI che possa aggiustare all’ultimo minuto la posizione del comitato olimpico italiano facendolo rientrare nei canoni del CIO. Una possibilità che sembra essere sempre più remota soprattutto dopo le ultime evoluzioni della crisi di Governo che tengono impegnato il premier e i ministri su altri fronti considerati prioritari. E mentre tra CONI e Governo è un continuo rimbalzo di responsabilità, con Malagò che punta il dito contro il governo e gli autori della legge che la difendono a spada tratta, l’Italia vede sempre più vicina la possibilità di una Olimpiade senza tricolore e inno di Mameli. Uno schiaffo all’orgoglio nazionale che attorno a quei simboli si arrocca ogni qualvolta vi siano eventi sportivi di questa portata, siano essi mondiali o Olimpiadi.


+++ Aggiornamento +++
Poco prima di salire al Colle per rassegnare le sue dimissioni, il premier Giuseppe Conte ha firmato un decreto che restituisce autonomia al CONI. Il provvedimento dovrebbe scongiurare la possibilità di un’esclusione dell’Italia dalle prossime Olimpiadi ma rimane la possibilità di sanzioni al nostro paese. Domani verrà annunciata la decisione del CIO.

Ascesa e caduta di un dio dello sport

Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta,
si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport:
si chiama Marco, il nome forte di un evangelista.
-Candido Cannavò-

Era un dio Marco Pantani. Un dio dello sport, come lo descrisse la penna di Candido Cannavò sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport il 28 luglio 1998. Un dio salito fino al paradiso prima della tremenda caduta che lo ha portato all’inferno, una caduta iniziata il 5 giugno 1999 e finita meno di cinque anni più tardi. Finita nel modo più tragico che si possa immaginare, in una stanza d’albergo nel giorno di San Valentino. Il personaggio più amato nella storia del ciclismo italiano, l’ultima vera leggenda in grado di emozionare appassionati e semplici spettatori. L’ultimo personaggio sportivo che ha saputo tenere incollati milioni di spettatori alla televisione per vederlo danzare sui pedali, curvo sul manubrio in quell’inconfondibile posizione che solo lui riusciva a tenere. Una posizione da velocista. Mani basse sul manubrio mentre la strada va su. 9%, 10%, 15%. Sulle rampe più ripide, lo scalatore venuto dal mare dava tutto sé stesso. Sulle rampe più ripide ha fatto emozionare un’intera nazione.
La carriera – Marco non è stato certo un vincente. Nella sua, purtroppo breve, carriera ha collezionato 46 vittorie da professionista tra il 1992 e il 2003. Ma sono vittorie che nessun appassionato di ciclismo può dimenticare. La stella di Pantani inizia a brillare il 5 giugno 1994, su una delle salite più dure d’Europa. Nella tappa che va da Merano all’Aprica Pantani, dopo aver vinto quella del giorno precedente, attacca sul Mortirolo e stacca sia la maglia rosa Berzin sia lo spagnolo Miguel Indurain. Passa in cima al passo del Mortirolo da solo, aspetta i rivali, riprende fiato, si fa raggiungere e poi scatta di nuovo sul valico di Santa Caterina. Va via, arriva all’Aprica a braccia alzate. Bastava guardarlo per capire che aveva qualcosa di diverso dagli altri. Quando la strada saliva sembrava che la sua bici non toccasse nemmeno per terra, sembrava galleggiasse leggera e composta ondeggiando dolcemente ad ogni pedalata del Pirata. Quella bandana lanciata via come ad annunciare l’imminente attacco e poi via. In piedi sui pedali a fuggire da tutto e da tutti verso un traguardo da tagliare a braccia alzate. Come quel 4 giugno 1998 e quel traguardo di Montecampione tagliato a braccia aperte. Gli occhi socchiusi e un sospiro profondo, come a dire: “anche questa è andata. Anche oggi ce l’ho fatta.”
Quell’anno Marco fu insuperabile. La vittoria di Montecampione gli spianò la strada per la vittoria del suo primo giro d’Italia conquistato con un vantaggio di 1’33’’ di vantaggio sul russo Tonkov. Ma il bello doveva ancora venire. Dopo il Giro, Pantani si mise in testa di correre anche il Tour e di provare ad entrare nell’olimpo del ciclismo vincendo entrambe le corse nello stesso anno. L’inizio non fù entusiasmante, dopo sette tappe il ritardo in classifica generale era di circa 5 minuti e i presentimenti su quel Tour de France non sembravano essere buoni. Ma Marco, si sa, era in grado di tirar fuori tutto quello che aveva nelle situazioni più difficili. Giorno dopo giorno riuscì a ridurre il suo ritardo, vincendo anche la tappa di Plateau de Beille, ma il capolavoro lo fece il 27 luglio. “Sulle alpi francesi solcate da tempesta” Marco attacca sul Galibier, a 50km dal traguardo. La nebbia e la pioggia fitta a rendere quella giornata, quella salita, la cornice perfetta di un’impresa che rimane nella storia. Un’impresa con cui Marco ha cambiato maglia e vita. Al traguardo arriva con 9 minuti di vantaggio sul tedesco Jan Ullriche indossa la maglia gialla che porterà fino a Parigi. È trionfo. Il 2 agosto 1998, sugli Champs-Elysées, Pantani può sorridere. Il 2 agosto 1998 il pirata diventa il settimo, e ultimo, corridore a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Il 2 agosto 1998, Marco è leggenda.
Una leggenda che è stata in grado di rialzarsi dopo ogni caduta. Perché dietro quei successi, c’è un Pantani maledetto. Un Pantani che ha dovuto affrontare ogni genere di sfortuna. Dopo l’incidente del 1995, quando durante la Milano-Torino fu investito da un fuoristrada e si ruppe tibia e perone, si riprende e torna a correre con una squadra costruita attorno a lui. Sembra essere finalmente il suo anno, quello della consacrazione. E invece no. E invece un’altra volta ci si mette la sfortuna. Durante la 7 tappa, lungo la discesa dal valico di Chiunzi, un gatto gli attraversa la strada mentre è lanciato a oltre 50 km/h. Marco sbanda, sbatte contro il muro, cade e si rialza. Finisce la tappa ma all’ospedale scoprì di aver subito la lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari della coscia sinistra. Abbandonò la corsa. E forse abbandona anche un po’ di leggerezza.
La caduta – il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando sta per iniziare la penultima tappa di un Giro dominato, inizia la fine della carriera e della vita del Pirata. Alle 10.10 del mattino, a un’ora dall’inizio della tappa vengono diffusi i risultati del test antidoping condotto su diversi corridori. Era un test programmato da tempo e per questo nessuno lo temeva particolarmente, in un ciclismo invaso da sostanze dopanti era infatti sufficiente risultare entro i limiti per evitare squalifiche. Ma quella mattina a Madonna di Campiglio accadde l’impensabile: nel sangue di Pantani viene riscontrata una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato al cesenate fu infatti del 52% contro il limite del 50% consentito dal regolamento. Per qualche minuto si pensa se insabbiare il caso e far concludere la corsa a Pantani o dire la verità. È Candido Cannavò, direttore della Gazzetta dello Sport, a prendere la decisione finale: i dati ufficiali vengono diffusi, Marco Pantani viene squalificato con effetto immediato. Il pirata è incredulo, non vuole lasciare l’albergo, non vuole lasciare la corsa. È convinto che non sia possibile un valore così alto, è convinto che ci sia qualcosa di sbagliato. Esce dall’albergo scortato dai carabinieri mentre una folla di giornalisti lo assale, è la caduta del dio dello sport. È la fine di una carriera straordinaria, perché anche se la squalifica è di soli 15 giorni, il contraccolpo psicologico è devastante per Pantani: “C’è qualche cosa di strano.” Dice ai giornalisti che lo attendono in strada “Ripartire dopo una batosta come questa… L’ho fatto dopo grossi incidenti, mi sono sempre rialzato, ma questa volta non mi rialzo più.” E infatti Marco non si rialzerà più. Quel giorno a Madonna di Campiglio finì la carriera dello scalatore venuto dal mare. Il suo tentativo di tornare in sella nelle stagioni successive naufragò. Aveva perso la spensieratezza e la fiducia. Aveva perso la voglia di stare in un mondo che lo aveva fatto cadere.
Mentre da Madonna di Campiglio torna a Cesenatico, Pantani decide di fare una sosta. Un prelievo volontario in un centro specializzato di Imola per vedere cosa non andasse nel suo sangue. Il risultato è inequivocabile: il livello di ematocrito è intorno al 45%. Ben lontano dal 52% rilevato solo poche ore prima. La conferma che qualcosa non andava.
La morte – da quel giorno per Pantani inizia un vortice infinito che lo trascina sempre più in basso. Quel dio dello sport che come un profeta scalava le montagne per diffondere il suo verbo si ritrova all’improvviso all’inferno. La depressione prima e la droga poi. Fino al drammatico epilogo di quel tragico San Valentino. Il 14 febbraio 2004, il corpo senza vita di Marco Pantani viene ritrovato nella stanza D5 al residence ‘Le Rose’ di Rimini dove alloggiava da 4 giorni. Lontano da tutti, da solo con la sua depressione. La stanza a soqquadro e una dose di cocaina fecero subito pensare ad un delirio da overdose e l’autopsia stabilì che la causa della morte fosse un edema polmonare. Tanto bastò per far emergere quella come verità. Ma c’è qualcosa in questa vicenda che non torna. Dal metodo che sarebbe stato utilizzato per assumere la cocaina, l’ingestione secondo i carabinieri, al caos troppo ordinato per essere frutto di un delirio. Tonina Pantani, la mamma di marco che da allora cerca la verità, ha sempre fatto notare come le firme per il prelievo dei soldi che Pantani avrebbe usato per comprare la droga siano state falsificate e che non c’era traccia di droga nella camera del residence, se non quella che Marco avrebbe ingerito. Dubbi anche sulla stanza messa “scientificamente” in disordine e non in modo naturale da una singola persona in preda a overdose come attestato dalla Procura. Infine quei residui di cibo cinese, che Pantani detestava, l’assenza di una bottiglia d’acqua per ingerire la cocaina e alcuni lividi sul corpo dell’atleta pestato probabilmente da più persone per costringerlo a bere l’acqua con la cocaina. E sulla vicenda, ci sarebbe infatti una mano esterna al mondo del ciclismo. A rivelarlo per primo fu Renato Vallanzasca che, in una lettera indirizzata a Tonina, affermo che un suo amico habitué delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del “fatto” di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Pantani per la classifica finale, e assicurandogli che “il Giro non lo vincerà sicuramente lui”. Una mano criminale confermata negli anni anche dalla procura di Forlì che, prima di archiviare le indagini, evidenziò come “un clan camorristico minacciò un medico per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma”.

Quello che accadde dal 1999 al 20004 è troppo confuso e nascosto per poter sapere con esattezza cosa portò alla morte del pirata ma, se è oramai certo che l’esclusione dal giro del 1999 fosse un modo per fermare il campione romagnolo e incassare milioni in scommesse, possiamo solo ipotizzare cosa accadde dopo. Il campione ferito che cerca la verità su quel giorno. I suoi amici raccontano di un Pantani che non si da per vinto e indaga, cerca i nomi, cerca i motivi. Probabilmente Marco ha scoperto qualcosa. Probabilmente era troppo vicino alla verità. Probabilmente andava fermato in qualche modo per non scoperchiare un vaso di pandora. A fermarlo fu quella morte assurda su cui ancora aspettiamo verità. Una morte che ci ha tolto l’uomo, cinque anni dopo l’inganno che ci tolse il campione. Quel campione che ci faceva saltare sul divano ogni volta che lanciava la bandana. Quel campione che tenne un’intera nazione sognante davanti alla TV mentre leggero fluttuava nella nebbia del Galibier. Quel campione che ci fece scoprire il ciclismo e ci fece innamorare dei pirati. Perché da allora nulla è più come prima ma nel nostro cuore resterà indelebile il ricordo. In piedi sui pedali, mani basse sul manubrio, occhi dritti sulla strada. La bandana gettata via, l’orecchino che luccica e quello striscione che attende il suo passaggio:
“Dio c’è ed è pelato”.

Perchè piangiamo Kobe Bryant

“Whether you view me as a hero or a villain,please know I poured every emotion,every bit of passion and my entire self.”

“Sia che mi vediate come un eroe o come il cattivo,per favore, sappiate che ci ho messo ogni emozioneogni briciolo di passione, tutto me stesso.”
-Kobe Bryant, Lettera ai tifosi-


Un silenzio irreale. Un violoncello in mezzo al campo suona l’Hallelujah mentre sul tabellone scorrono le immagini di una carriera indimenticabile. Sugli spalti lacrime, commozione ed un silenzio che allo Staples Center di Los Angeles probabilmente non si sente nemmeno quando è vuoto. È il grande omaggio del popolo gialloviola ad un giocatore che per i Lakers, e per tutto il basket, ha significato molto più di quello che si può immaginare. Il prepartita è tutto per lui. Fuori dallo Staples Center migliaia di persone si sono radunate per portare fiori e ricordi. Sugli spalti ventimila maglie con i numeri 24 e 8 e due posti vuoti. Per Kobe Bryant e Gianna Bryant.


Kobe – Nato a Philadelphia il 23 agosto 1978, Kobe ha iniziato a giocare a basket all’età di 3 anni e non ha mai smesso. Figlio di Joe Bryant, ex cestista nel nostro campionato, Kobe ha vissuto per 7 anni in Italia seguendo il padre nelle sue avventure sportive tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. L’amore tra Kobe e il nostro paese è rimasto immutato in lui per tutta la vita, conquistato de un Italia così diversa dagli USA ma così bella e calorosa. E proprio quell’amore per l’Italia lo stava per portare a giocare nel nostro campionato. Nel 2011 in NBA scatta il “lockout”, lo sciopero delle proprietà delle squadre della lega che blocca totalmente il basket americano: le squadre non possono operare sul mercato, non si possono organizzare amichevoli, esibizioni o summer camp, i giocatori non ricevono gli stipendi e non possono avere nessun tipo di rapporto con i loro club. Una situazione che porta molti giocatori a scegliere, per qualche mese, di giocare in Europa per non perdere l’allenamento. Nasce li la pazza idea della Virtus Bologna di portare Kobe in Italia: dieci partite per un ingaggio totale di 3 milioni di euro, tra il 9 ottobre e il 16 novembre 2011. Kobe ci pensa, si confronta con il suo procuratore, e alla fine accetta. Nemmeno il tempo dei titoloni sui giornali, “Kobe quasi sì a Bologna” scrisse la Gazzetta, e arrivò il ripensamento. La NBA sarebbe potuta ricominciare da un momento all’altro e il Mamba non voleva rischiare di perdere un mese di regular season per il contratto con Bologna. Kobe scelse quell’NBA che lo aveva reso leggenda.

E in NBA Kobe ha lasciato un segno indelebile. Con 33.643 punti è il quarto miglior marcatore della storia della lega superato al terzo posto, con uno strano scherzo del destino, da LeBron James la sera prima dell’incidente proprio in quella Philadelphia che gli diede i natali. In carriera ha avuto una media di 25 punti a partita, da aggiungere a uno score di 4,7 assist, 5,3 rimbalzi e un totale di oltre 1.800 palle rubate. In carriera è stato due volte MVP delle Finals NBA, ha vinto due ori olimpici, cinque titoli NBA e anche un Oscar per il miglior cortometraggio. Dal 13 novembre 1996, Los Angeles Lakers-Minnesota Timberwolves (0 punti), al 13 aprile 2016, Los Angeles Lakers – Utah Jazz (60 punti). 20 anni con la stessa maglia, 1346 partite con la canotta gialloviola e quei due numeri: l’8 fino al 2006 “per piantare la sua bandierina nella lega” poi il 24 “simbolo della crescita: gli attributi fisici non sono quelli di una volta, ma la maturità e aumentata”. Due numeri che oggi tutto il mondo omaggia in ogni modo possibile. Due numeri che ora sono indissolubilmente legati ad un nome: Kobe Bean Bryant.


Leggenda – La morte di Kobe lascia increduli e storditi. Non solo per il modo in cui è arrivata, e non entreremo nel merito della vicenda e del dibattito sulla scelta di volare in condizioni non ideali, ma anche e soprattutto perché inaspettata e imprevedibile. Inaspettata ed imprevedibile come erano le sue giocate. Inaspettata e imprevedibile e dunque ancora più dolorosa. Il mondo del basket e quello sportivo più in generale hanno pianto la scomparsa di un campione che ha saputo travalicare i confini del suo sport diventando icona. Pochi prima di lui ci sono riusciti. Pochi riusciranno a farlo dopo di lui.

Perché Kobe ha rappresentato per un’intera generazione, quella nata tra gli anni ’80 e i ’90, il punto di riferimento nel mondo del basket. In un basket che sembrava potesse sprofondare nel buio dopo il ritiro di Michael Jordan, Kobe ha riacceso la luce prendendosi la scena e diventando per quella generazione ciò che Jordan fu per la precedente. Kobe era quel giocatore che conosceva anche chi non seguiva il basket. Era quel giocatore di cui tutti i ragazzini al campetto avevano la canotta e imitavano le mosse.  Per 20 anni Kobe ha rappresentato l’atleta individualista per eccezione, un maestoso solista capace di fare canestro quando voleva e come voleva, a prescindere dal difensore, dal compagno, dall’allenatore in panchina o dai fischi dei tifosi in tribuna. Per 20 anni Kobe è stato anche un meraviglioso direttore d’orchestra in grado di smistare palloni d’oro ai compagni, la coppia Bryant-O’Neal è nella storia della pallacanestro, e di motivarli all’inverosimile prima e durante le partite. Kobe è riuscito ad essere contemporaneamente icona individuale e uomo squadra perfetto. Ci ha insegnato che non importa quanto si può essere forti, non si è mai migliori degli altri e si può vincere solo facendolo tutti insieme. Con i suoi allenamenti notturni mentre tutti dormivano, con i suoi tiri in solitaria alle 5 del mattino in una palestra deserta, con la sua “mamba mentality” ci ha insegnato che si può sempre migliorare, anche dopo 5 titoli NBA. Basta crederci e dare tutto. Kobe ha reso reale quello che tutti pensavamo potesse esistere solo nella nostra immaginazione. Perché tutti noi abbiamo iniziato da quei calzini arrotolati lanciati nel cestino, come in quel cortometraggio da Oscar. Perché se nel silenzio di un campetto di periferia, mentre la palla lasciava le mani, abbiamo sentito la sirena di fine quarto e il boato dello Staples Center è stato solo grazie a lui. Perché se quando tiriamo, gridiamo ancora “Kobe!” scoprendoci campioni quando la palla danza sul ferro è grazie a lui. Da NBA Action di Italia1 alla pay-tv passando per Sportitalia e i siti pirata con telecronaca in russo. Quella sveglia puntata alle 2 o alle 3 di notte era dolcissima. Per vent’anni le nostre notti insonni hanno avuto lui come attore protagonista, le sue movenze, i suoi arresto e tiro, i suoi sorrisi. Per vent’anni lo abbiamo visto danzare su un parquet con la palla in mano. Lo abbiamo visto cadere, piangere e rialzarsi più forte. Lo abbiamo visto vincere e lo abbiamo visto perdere. Per vent’anni Kobe è stato il basket. E forse no, non siamo pronti a lasciarlo andare. E ora che non c’è più, chiudendo gli occhi immagino ancora quel cronometro che scorre. Cinque secondi alla fine, palla in mano. Quella danza sulla linea dei tre punti, e un finale che già si sa.


“5… 4… 3… 2… 1…Love you always.”

Un calcio al razzismo: tra immobilismo e indignazione a metà

“Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.”
– Giorgio Gaber –
Verona, 3 novembre 2019. Nel secondo tempo dalla curva dell’Hellas Verona partono ululati razzisti verso l’attaccante bresciano Mario Balotelli. Il giocatore non ci sta. Raccoglie la palla e la scaglia in tribuna costringendo l’arbitro ad interrompere la partita per diversi minuti. La reazione di Balotelli, da molti considerata spropositata, è il grido disperato di un campione che non può più tollerare certi episodi. Un gesto che ha riacceso i riflettori su uno dei problemi più taciuti del calcio italiano e non solo: il razzismo negli stadi.
Italia – In Italia, nel calcio e non solo, è emergenza razzismo. Lo ha evidenziato a inizio campionato anche il presidente della FIFA Gianni Infantino sottolineando come “in Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave”. Si tratta di un problema reale e sempre più preoccupante perché ormai diffuso in ogni categoria, anche quelle in cui il calcio dovrebbe essere divertimento e veicolo di valori positivi. Come tra i “pulcini”, classe 2009, che a 10 anni già corrono dietro un pallone con un tifo spesso troppo estremo da parte dei genitori in tribuna. Così a Desio, provincia di Milano, durante la partita tra la Aurora Desio e la Sovicese dagli spalti una mamma ha iniziato a rivolgere insulti razzisti nei confronti di un bambino. “Negro di merda”. Proprio così. Senza se e senza ma. Senza pudore. Senza senso. E se sono le madri le prime pronte ad insultare dei bambini discriminando con parole d’odio, è evidente che esita un problema culturale che va combattuto con l’educazione e l’istruzione. Il caso di domenica scorsa non è dunque che la punta di un iceberg gigantesco, il caso diventato emblematico di un problema che torna a galla sono in relazione ad episodi estremi. Parole di condanna si susseguono da più parti ad ogni nuovo ululato che interrompe le partite. Parole a cui, troppo spesso, non seguono fatti.
Ne è esempio plastico l’Hellas verona. Non è la prima volta che la società finisce al centro delle polemiche: il 15 settembre durante Verona Milan il Bentegodi copre di fischi l’ivoriano Kessie e il campano Donnarumma. Il giorno dopo piovono comunicati di condanna, squadre, giocatori, esperti e federazione sono tutti concordi nel definire inaccettabili i fischi. Tutti tranne la società veronese che, tramite il suo account Twitter, minimizza la faccenda: “I ‘buuu’ a Kessie? I fischi a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del nostro tifo”. E ancora condanne e richieste di scuse, mai arrivate, alla società gialloblù. Ma a quell’episodio non sono seguiti provvedimenti e, nel giro di qualche settimana, è calato il silenzio sul razzismo al Bentegodi. Fino ad una settimana fa. Fino a quel gesto di Balotelli che ha spezzato la solita catena fatta di ululati, condanne, minimizzazione e poi silenzio. Un elemento preoccupante, però, è dato dalle dichiarazioni post partita con cui ancora una volta il Verona ha minimizzato i fatti: “Non facciamo un caso dove non c’è.” ha detto l’allenatore Juric “non ci sono stati cori ai suoi danni”. Ma il gesto di Balotelli ha interrotto, come si è detto, quel circolo a cui eravamo soliti assistere. Il clamore mediatico della vicenda ha portato il Verona all’inevitabile decisione di punire con il divieto di entrare allo stadio fino al 2030 Luca Castellini. Leader della formazione veneta di Forza Nuova e della curva gialloblù, Castellini aveva commentato la vicenda rincarando la dose ed affermando che “anche se ha la cittadinanza, Balotelli non sarà mai del tutto italiano”. Una decisione che, seppur inevitabile visto il tenore delle dichiarazioni e la copertura mediatica che hanno avuto, è un piccolo passo avanti nel panorama calcistico italiano. Un enorme passo avanti, però, per il contesto veronese.
Regolamento – In Italia appare dunque sempre più evidente come in assenza di casi eclatanti nulla si muova. Basti pensare che l’attuale regolamento federale che disciplina i casi di razzismo è stato perfezionato solo sull’onda degli ululati razzisti rivolti dalla curva interista ai danni del giocatore del Napoli Koulibaly nella partita del 26 dicembre scorso. In un ambiente già teso per gli scontri che nel prepartita avevano portato alla morte dell’ultras Daniele Belardinelli, la tifoseria organizzata nerazzurra aveva ripetutamente intonato il verso della scimmia nei confronti del giocatore senegalese. L’ennesimo episodio, in un campionato già costellato di fischi e ululati indirizzati a giocatori di colore, convinse la federazione ad operare una serie di modifiche al regolamento per snellire le procedure da seguire in caso di situazioni simili. Le norme del campionato italiano, in linea con i protocolli internazionali, prevedono che in caso di cori discriminatori l’arbitro possa sospendere la partita per qualche minuto e successivamente interromperla, se i cori dovessero continuare. Nessuna importanza ricopre, ai fini della sospensione, il numero di tifosi coinvolti ma solo se il coro è udibile in modo distinto dal direttore di gara o dal responsabile dell’ordine pubblico. Una volta fermata la partita è l’arbitro a gestire in maniera insindacabile la fase sospensiva decidendo se far rientrare o meno i giocatori negli spogliatoi e se e quando far riprendere la partita. Superati i 45’ di sospensione, però, il direttore di gara ha l’obbligo di dichiarare definitivamente sospesa la partita ed avvisare gli organi di Giustizia Sportiva. Ma è proprio la giustizia sportiva a rappresentare l’anello debole del meccanismo pensato dalla FIGC. Gli organi preposti possono infatti intervenire su segnalazione dell’arbitro e delle autorità in caso di cori discriminatori durante la gara o in caso di sospensione ma solo contro soggetti tesserati. Non vi è dunque la possibilità di colpire direttamente i singoli tifosi responsabili, lasciata in capo alla giustizia penale ed alle singole società. Il giudice si rifà dunque sul club o sull’intero settore con multe o chiusure totali o parziali dello stadio per le partite successive.
La giustizia ordinaria è dunque l’unico ambito in cui le discriminazioni vengono punite adeguatamente e nello specifico: caso per caso, spettatore per spettatore. Chi viene identificato incorre in una denuncia corredata dal cosiddetto DASPO, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Ma nulla può contro le condotte incivili e aggressive, o per i casi di razzismo meno evidenti e più controversi, insomma tutto quello che non costituisce reato può essere trattato soltanto dai club. E in Italia, raramente i club prendono posizioni così nette e, purtroppo, impopolari tra i tifosi. Punire i responsabili vorrebbe dire allontanare i propri “tifosi” dallo stadio, magari inimicandosi quell’oscuro e turbolento mondo del tifo organizzato.
Mondo Ultras – Sono proprio i gruppi organizzati a far riecheggiare, il più delle volte, nel loro settore fischi ululati e cori discriminatori. Forti di un radicamento decennale, i gruppi ultras comandano interi settori che nel tempo sono diventate vere e proprie zone franche dentro lo stadio in cui i capi delle tifoserie organizzate dettano legge. La loro forza e sicurezza è tale da tenere letteralmente in scacco le società. Accade, ad esempio, a Torino dove i tifosi della Juventus, come accertato dall’inchiesta “Alto Piemonte”, utilizzano i cori discriminatori come arma di ricatto per avanzare pretese sui biglietti omaggio. Con uno schema molto semplice, i principali gruppi ultras pretendono dalla dirigenza un certo numero di biglietti gratuiti che alimentano il business del bagarinaggio gestito dalle cosche calabresi infiltrate nella curva bianconera. In caso di risposta negativa partono i cori razzisti con un unico obiettivo: far squalificare il campo e giocare la partita successiva a porte chiuse provocando un danno economico non indifferente alla società.
Ma le curve italiane hanno un altro grosso problema: la politica. Molte tifoserie organizzate sono legate a doppio filo a formazioni politiche di estrema destra. Dall’Hellas all’Inter passando per la Lazio, ogni domenica militanti dell’ultradestra italiana svestono i panni politici e indossano quelli da ultras. Un cambio di abiti che però non può cancellare l’indole di questi soggetti che riempiono d’odio le curve di mezza Italia arrivando a schierarsi contro i propri giocatori pur di non ammettere l’insensatezza di certi comportamenti. È accaduto di recente, con la curva dell’Inter che in un comunicato ha difeso i cori razzisti indirizzati dai tifosi del Cagliari all’attaccante nerazzurro Romelu Lukaku definendo gli ululati in occasione del rigore calciato dal belga “una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli”.
Il calcio italiano è dunque fragile e sembra non essere pronto ad affrontare concretamente e seriamente il razzismo negli stadi. Eppure basterebbe poco. Basterebbe dare uno sguardo all’estero e prendere esempio dal resto del mondo. Dall’Inghilterra ad esempio, dove durante la partita di FA Cup Haringey Borough-Yeovil Tow due tifosi hanno indirizzato insulti razzisti al portiere camerunense Valery Douglas Pajetat per distrarlo in occasione di un rigore. Nessuna esitazione né da parte dell’arbitro, che dopo il rigore ha sospeso la partita, né da parte delle forze dell’ordine che hanno individuato ed arrestato i due soggetti. Pugno duro senza guanti di velluto. È questa la strategia della federazione inglese che da tempo ormai ha deciso di prendere una posizione netta contro gli episodi di questo genere arrivando addirittura a disporre 6 settimane di carcere l’autore di un tweet a sfondo razzista sul giocatore egiziano del Liverpool Mohamed Salah. Nel nostro paese, dove fino a un decennio fa potevamo vantare il calcio più bello del mondo, i silenzi sul razzismo si stanno trasformando in una sorta di legittimazione. L’immobilismo della federazione lascia troppi varchi per quegli psudo tifosi che allo stadio si sentono gli invincibili padroni di un territorio senza regole.
Non tutto però è perduto. Se la federazione resta immobile, iniziano a muoversi i club. Lo ha fatto, ad esempio, la Roma che ha daspato a vita, e segnalato alle autorità, un “tifoso” che su Instagram aveva insultato il difensore brasiliano Juan Jesus per il suo colore della pelle. Lo ha fatto il Pescara con un tweet ha risposto ad un tifoso che ne criticava le posizioni sul razzismo senza mezzi termini. “Basta con questa storia del razzismo” aveva scritto un certo Andrea dell’Amico “vi ho sempre sostenuto ma direi che è ora di finirla voi e quei comunisti del ca**o, state per perdere un tifoso fate voi”. Facciamo noi? Bene, signore e signori Andrea non è più un nostro tifoso” la risposta del club con tanto di emoticon festeggianti. Forse non sarà una svolta epocale, ma certo da speranza. In un mondo immobile e cieco, qualcosa si muove. Intanto, però, restiamo attoniti ad indignarci stancamente per qualche giorno ogni qualvolta uno pseudo tifoso decide di riempire d’odio gli stadi del Bel Paese che, come, direbbe il signor G:
ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia