Un calcio al razzismo: tra immobilismo e indignazione a metà

“Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.”
– Giorgio Gaber –
Verona, 3 novembre 2019. Nel secondo tempo dalla curva dell’Hellas Verona partono ululati razzisti verso l’attaccante bresciano Mario Balotelli. Il giocatore non ci sta. Raccoglie la palla e la scaglia in tribuna costringendo l’arbitro ad interrompere la partita per diversi minuti. La reazione di Balotelli, da molti considerata spropositata, è il grido disperato di un campione che non può più tollerare certi episodi. Un gesto che ha riacceso i riflettori su uno dei problemi più taciuti del calcio italiano e non solo: il razzismo negli stadi.
Italia – In Italia, nel calcio e non solo, è emergenza razzismo. Lo ha evidenziato a inizio campionato anche il presidente della FIFA Gianni Infantino sottolineando come “in Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave”. Si tratta di un problema reale e sempre più preoccupante perché ormai diffuso in ogni categoria, anche quelle in cui il calcio dovrebbe essere divertimento e veicolo di valori positivi. Come tra i “pulcini”, classe 2009, che a 10 anni già corrono dietro un pallone con un tifo spesso troppo estremo da parte dei genitori in tribuna. Così a Desio, provincia di Milano, durante la partita tra la Aurora Desio e la Sovicese dagli spalti una mamma ha iniziato a rivolgere insulti razzisti nei confronti di un bambino. “Negro di merda”. Proprio così. Senza se e senza ma. Senza pudore. Senza senso. E se sono le madri le prime pronte ad insultare dei bambini discriminando con parole d’odio, è evidente che esita un problema culturale che va combattuto con l’educazione e l’istruzione. Il caso di domenica scorsa non è dunque che la punta di un iceberg gigantesco, il caso diventato emblematico di un problema che torna a galla sono in relazione ad episodi estremi. Parole di condanna si susseguono da più parti ad ogni nuovo ululato che interrompe le partite. Parole a cui, troppo spesso, non seguono fatti.
Ne è esempio plastico l’Hellas verona. Non è la prima volta che la società finisce al centro delle polemiche: il 15 settembre durante Verona Milan il Bentegodi copre di fischi l’ivoriano Kessie e il campano Donnarumma. Il giorno dopo piovono comunicati di condanna, squadre, giocatori, esperti e federazione sono tutti concordi nel definire inaccettabili i fischi. Tutti tranne la società veronese che, tramite il suo account Twitter, minimizza la faccenda: “I ‘buuu’ a Kessie? I fischi a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del nostro tifo”. E ancora condanne e richieste di scuse, mai arrivate, alla società gialloblù. Ma a quell’episodio non sono seguiti provvedimenti e, nel giro di qualche settimana, è calato il silenzio sul razzismo al Bentegodi. Fino ad una settimana fa. Fino a quel gesto di Balotelli che ha spezzato la solita catena fatta di ululati, condanne, minimizzazione e poi silenzio. Un elemento preoccupante, però, è dato dalle dichiarazioni post partita con cui ancora una volta il Verona ha minimizzato i fatti: “Non facciamo un caso dove non c’è.” ha detto l’allenatore Juric “non ci sono stati cori ai suoi danni”. Ma il gesto di Balotelli ha interrotto, come si è detto, quel circolo a cui eravamo soliti assistere. Il clamore mediatico della vicenda ha portato il Verona all’inevitabile decisione di punire con il divieto di entrare allo stadio fino al 2030 Luca Castellini. Leader della formazione veneta di Forza Nuova e della curva gialloblù, Castellini aveva commentato la vicenda rincarando la dose ed affermando che “anche se ha la cittadinanza, Balotelli non sarà mai del tutto italiano”. Una decisione che, seppur inevitabile visto il tenore delle dichiarazioni e la copertura mediatica che hanno avuto, è un piccolo passo avanti nel panorama calcistico italiano. Un enorme passo avanti, però, per il contesto veronese.
Regolamento – In Italia appare dunque sempre più evidente come in assenza di casi eclatanti nulla si muova. Basti pensare che l’attuale regolamento federale che disciplina i casi di razzismo è stato perfezionato solo sull’onda degli ululati razzisti rivolti dalla curva interista ai danni del giocatore del Napoli Koulibaly nella partita del 26 dicembre scorso. In un ambiente già teso per gli scontri che nel prepartita avevano portato alla morte dell’ultras Daniele Belardinelli, la tifoseria organizzata nerazzurra aveva ripetutamente intonato il verso della scimmia nei confronti del giocatore senegalese. L’ennesimo episodio, in un campionato già costellato di fischi e ululati indirizzati a giocatori di colore, convinse la federazione ad operare una serie di modifiche al regolamento per snellire le procedure da seguire in caso di situazioni simili. Le norme del campionato italiano, in linea con i protocolli internazionali, prevedono che in caso di cori discriminatori l’arbitro possa sospendere la partita per qualche minuto e successivamente interromperla, se i cori dovessero continuare. Nessuna importanza ricopre, ai fini della sospensione, il numero di tifosi coinvolti ma solo se il coro è udibile in modo distinto dal direttore di gara o dal responsabile dell’ordine pubblico. Una volta fermata la partita è l’arbitro a gestire in maniera insindacabile la fase sospensiva decidendo se far rientrare o meno i giocatori negli spogliatoi e se e quando far riprendere la partita. Superati i 45’ di sospensione, però, il direttore di gara ha l’obbligo di dichiarare definitivamente sospesa la partita ed avvisare gli organi di Giustizia Sportiva. Ma è proprio la giustizia sportiva a rappresentare l’anello debole del meccanismo pensato dalla FIGC. Gli organi preposti possono infatti intervenire su segnalazione dell’arbitro e delle autorità in caso di cori discriminatori durante la gara o in caso di sospensione ma solo contro soggetti tesserati. Non vi è dunque la possibilità di colpire direttamente i singoli tifosi responsabili, lasciata in capo alla giustizia penale ed alle singole società. Il giudice si rifà dunque sul club o sull’intero settore con multe o chiusure totali o parziali dello stadio per le partite successive.
La giustizia ordinaria è dunque l’unico ambito in cui le discriminazioni vengono punite adeguatamente e nello specifico: caso per caso, spettatore per spettatore. Chi viene identificato incorre in una denuncia corredata dal cosiddetto DASPO, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Ma nulla può contro le condotte incivili e aggressive, o per i casi di razzismo meno evidenti e più controversi, insomma tutto quello che non costituisce reato può essere trattato soltanto dai club. E in Italia, raramente i club prendono posizioni così nette e, purtroppo, impopolari tra i tifosi. Punire i responsabili vorrebbe dire allontanare i propri “tifosi” dallo stadio, magari inimicandosi quell’oscuro e turbolento mondo del tifo organizzato.
Mondo Ultras – Sono proprio i gruppi organizzati a far riecheggiare, il più delle volte, nel loro settore fischi ululati e cori discriminatori. Forti di un radicamento decennale, i gruppi ultras comandano interi settori che nel tempo sono diventate vere e proprie zone franche dentro lo stadio in cui i capi delle tifoserie organizzate dettano legge. La loro forza e sicurezza è tale da tenere letteralmente in scacco le società. Accade, ad esempio, a Torino dove i tifosi della Juventus, come accertato dall’inchiesta “Alto Piemonte”, utilizzano i cori discriminatori come arma di ricatto per avanzare pretese sui biglietti omaggio. Con uno schema molto semplice, i principali gruppi ultras pretendono dalla dirigenza un certo numero di biglietti gratuiti che alimentano il business del bagarinaggio gestito dalle cosche calabresi infiltrate nella curva bianconera. In caso di risposta negativa partono i cori razzisti con un unico obiettivo: far squalificare il campo e giocare la partita successiva a porte chiuse provocando un danno economico non indifferente alla società.
Ma le curve italiane hanno un altro grosso problema: la politica. Molte tifoserie organizzate sono legate a doppio filo a formazioni politiche di estrema destra. Dall’Hellas all’Inter passando per la Lazio, ogni domenica militanti dell’ultradestra italiana svestono i panni politici e indossano quelli da ultras. Un cambio di abiti che però non può cancellare l’indole di questi soggetti che riempiono d’odio le curve di mezza Italia arrivando a schierarsi contro i propri giocatori pur di non ammettere l’insensatezza di certi comportamenti. È accaduto di recente, con la curva dell’Inter che in un comunicato ha difeso i cori razzisti indirizzati dai tifosi del Cagliari all’attaccante nerazzurro Romelu Lukaku definendo gli ululati in occasione del rigore calciato dal belga “una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli”.
Il calcio italiano è dunque fragile e sembra non essere pronto ad affrontare concretamente e seriamente il razzismo negli stadi. Eppure basterebbe poco. Basterebbe dare uno sguardo all’estero e prendere esempio dal resto del mondo. Dall’Inghilterra ad esempio, dove durante la partita di FA Cup Haringey Borough-Yeovil Tow due tifosi hanno indirizzato insulti razzisti al portiere camerunense Valery Douglas Pajetat per distrarlo in occasione di un rigore. Nessuna esitazione né da parte dell’arbitro, che dopo il rigore ha sospeso la partita, né da parte delle forze dell’ordine che hanno individuato ed arrestato i due soggetti. Pugno duro senza guanti di velluto. È questa la strategia della federazione inglese che da tempo ormai ha deciso di prendere una posizione netta contro gli episodi di questo genere arrivando addirittura a disporre 6 settimane di carcere l’autore di un tweet a sfondo razzista sul giocatore egiziano del Liverpool Mohamed Salah. Nel nostro paese, dove fino a un decennio fa potevamo vantare il calcio più bello del mondo, i silenzi sul razzismo si stanno trasformando in una sorta di legittimazione. L’immobilismo della federazione lascia troppi varchi per quegli psudo tifosi che allo stadio si sentono gli invincibili padroni di un territorio senza regole.
Non tutto però è perduto. Se la federazione resta immobile, iniziano a muoversi i club. Lo ha fatto, ad esempio, la Roma che ha daspato a vita, e segnalato alle autorità, un “tifoso” che su Instagram aveva insultato il difensore brasiliano Juan Jesus per il suo colore della pelle. Lo ha fatto il Pescara con un tweet ha risposto ad un tifoso che ne criticava le posizioni sul razzismo senza mezzi termini. “Basta con questa storia del razzismo” aveva scritto un certo Andrea dell’Amico “vi ho sempre sostenuto ma direi che è ora di finirla voi e quei comunisti del ca**o, state per perdere un tifoso fate voi”. Facciamo noi? Bene, signore e signori Andrea non è più un nostro tifoso” la risposta del club con tanto di emoticon festeggianti. Forse non sarà una svolta epocale, ma certo da speranza. In un mondo immobile e cieco, qualcosa si muove. Intanto, però, restiamo attoniti ad indignarci stancamente per qualche giorno ogni qualvolta uno pseudo tifoso decide di riempire d’odio gli stadi del Bel Paese che, come, direbbe il signor G:
ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia

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