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La glorificazione di Ratko Mladic: da “boia di Srebrenica” a Eroe serbo

Questo sta accadendo nel cuore dell’Europa e non facciamo il necessario per fermarlo.
Si trova nella sfera di influenza europea. Se ne dovrebbe prendere coscienza in ambito europeo.
Siamo più che complici del massacro.

-Margaret Thatcher-


26 anni dopo il primo mandato di cattura è arrivata la condanna definitiva per Ratko Mladic. Il “boia di Srebrenica”, 78 anni compiuti, ha ascoltato per oltre un’ora il giudice del tribunale dell’Aia leggere il dispositivo che lo condanna a passare il resto della vita in carcere. Vestito con un abito nero e una cravatta azzurra, l’uomo che ha teorizzato e messo in atto uno dei più violenti genocidi della storia recente ha ascoltato in silenzio senza mai intervenire, come era invece accaduto nel 2017 quando in occasione della condanna di primo grado aveva più volte gridato “sono tutte bugie”.

Il massacro – Non sono tutte bugie, invece, e a confermarlo è il Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia. Ventisei anni fa, a partire dall’11 luglio 1995, a Srebrenica andò in scena il peggior massacro in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale definito dalla corte dell’Aia come un vero e proprio genocidio. 

Designata nel 1993 dalle Nazioni unite come “area sicura” per i civili in fuga dai combattimenti tra il governo bosniaco e le forze serbe separatiste Srebrenica ospitava nel luglio 1995 ventimila profughi e trentacinque mila residenti difesi da circa cinquecento soldati delle forze internazionali posti a tutela della sua neutralità. Una tutela che, però, servì a ben poco. Scarsamente equipaggiati e impreparati ad un possibile combattimentoi soldati delle Nazioni Unite, facenti parte del battaglione olandese “DutchBat III”, furono sovrastati senza problemi dall’esercito serbo che l’11 luglio entrò nella città. Una volta preso il controllo di Srebrenica venne messo in atto un piano accuratamente studiato: il personale delle Nazioni Unite presente fu preso in ostaggio e posizionato in punti strategici della città per evitare attacchi volti a liberare Srebrenica mentre gli uomini al di sopra dei sedici anni venivano isolati e separati da donne e bambini. I primi vennero fucilati e gettati in fosse comuni, le seconde violentate e picchiate prima di essere trasportate in altre città. Il bilancio del controllo serbo a Srebrenica parla di oltre 8.000 musulmani giustiziati senza motivo dall’esercito comandato da Mladic.

Sostegno – Un massacro orrendo e ingiustificato che in Serbia viene visto diversamente. La condanna di Mladic è stata infatti accolta con sdegno da quella parte di popolazione secondo cui non è né il “macellaio della Bosnia” né “il boia di Srebrenica” ma un eroe nazionale. Il giorno del verdetto, un’organizzazione serbo-bosniaca ha proiettato nella piazza centrale di Bratunac, una cittadina a 10km da Srebrenica, un documentario apologetico sulla sua vita. A Banja Luka, capitale de facto della Republika Srpska di Bosnia, è comparso uno striscione con la scritta: “Non riconosciamo le decisioni dell’Aja. Sei l’orgoglio della Repubblica serba”. Il tutto mentre diversi tabloid titolavano “Mladic sarà per sempre un Eroe serbo”.

Esempi di come parte della Serbia ancora oggi non riconosca l’esistenza del genocidio e veneri le figure che invece lo causarono. Si tratta di quello che Hariz Halilovic definì “trionfalismo”: rimozione della realtà storica e glorificazione dei suoi protagonisti. Un meccanismo radicato nel paese e fomentato dalle istituzioni e da quei media che provano a raccontare la loro versione della storia. Basti pensare che Milorad Dodik, principale politico Serbo, ha più volte ripetuto pubblicamente che Mladic non è un criminale e che “è inaccettabile che venga definito così”. Così la macchina della contronarrazione serba ha dato vita ad una versione per cui ibosgnacchi sono descritti come dei serbi autoctoni che avevano “abbandonato” e “tradito” la loro etnia convertendosi all’Islam con l’obiettivo di colonizzare il paese e per questo andavano fermati. La rimozione del genocidio e della pulizia etnica si inserisce dunque in un quadro storico totalmente alterato, in cui i serbo-bosniaci si sono legittimamente difesi contro gli “invasori” musulmani. Una versione sempre sostenuta da buona parte della popolazione serba che ha preso ancora più piede nel clima islamofobo scaturito dagli attacchi dell’11 settembre a New York. Sfruttando il clima islamofobo post-attentato alle Torri Gemelle, insomma, la macchina propagandistica serbo-bosniaca ha avuto gioco facile nel dipingere il conflitto civile come una “guerra al terrore” ante litteram, arrivando a dire che le vittime di Srebrenica non erano bosgnacchi inermi ma “terroristi” in potenza. Con una simile operazione di revisionismo, dunque, le guerre jugoslave sono diventate il primo capitolo del nuovo “scontro di civiltà” tra il cristianesimo e l’islam; e quello della “Grande Serbia” non era un piano d’espansione nazionalista, ma la prima linea di difesa costruita per proteggere l’Europa dall’“invasione islamica”.

Una narrazione portata avanti con convinzione da più parte che ha finito per plasmare l’opinione pubblica allargando la platea di nostalgici ed estimatori di Mladic: non più il “boia di Srebrenica” ma un Eroe serbo. Quello che accadde ventisei anni fa, invece, rimane una macchia indelebile nella storia dell’uomo. A Srebrenica andò in scena quella disumanizzazione generalizzata che porta ad una violenza cieca ed immotivata. Ricordare i genocidi come quello di Srebrenica non impedirà che queste tragedie si verifichino ancora in futuro. Dopo il 1995 altri gruppi emarginati sono stati violentemente attaccati in paesi come Sudan, Siria e Birmania. Oggi gli uiguri, minoranza musulmana in Cina, vengono chiusi nei campi di concentramento e sterilizzati. Ma non possiamo smettere di ricordare Srebrenica e le atrocità passate. Il ricordo rimane l’unico strumento a difesa dell’integrità del passato dalle persone che vorrebbero correggere la storia per fare i propri interessi

Il nuovo colonialismo che svuota l’Africa silenziosamente

“La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo,
mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale.” 

-Josè Saramago-


È notizia di pochi giorni fa che la Germania, per la prima volta nella sua storia, ha riconosciuto di essere responsabile tra il 1904 e il 1908 di un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni di allevatori degli Herero e dei Nama in quella che oggi è la Namibia moderna, indipendente dal 1990 ma all’epoca colonia tedesca. Il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, oltre ad auspicare una riconciliazione con la Namibia, ha annunciato che la Germania intende stanziare un fondo di 1,1 miliardi di euro nei prossimi 30 anni, da investire in sviluppo dell’agricoltura e progetti di formazione ovvero per altre destinazioni che le stesse comunità colpite saranno libere di scegliere.

Europa  – Così la Germania cerca di riappacificarsi con il proprio passato coloniale a differenze di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, che ancora non riescono a riconoscere quegli orrori. Ma quando si parla di colonialismo è sbagliato pensare a qualcosa di lontano, a qualcosa che non ci appartiene. Ancora oggi, in gran parte del continente africano, perdurano forme di colonialismo diverse ma certo non meno provanti per chi le vive. In Europa è la Francia la principale attrice nel nuovo colonialismo, non più militare certo, ma fatto di influenza economica e culturale. Da questo punto di vista l’imperialismo francese sembra non essersi mai concluso e Parigi ha saldamente mantenuto un forte legame con i quattordici stati africani che un tempo erano colonie. Proprio in questi quattordici stati si verifica un caso unico di colonialismo moderno grazie all’utilizzo in tutte le ex colonie francesi di una moneta, il Franco della Comunità Francese in Africa (CFA), coniata da Parigi con un tasso di cambio fisso (655 CFA = 1 euro). Quella che sembra essere solamente una moneta racchiude in sé il senso del nuovo colonialismo francese. Da un lato, infatti, in cambio della convertibilità del CFA con l’euro la Francia richiede di partecipare alla definizione della politica monetaria della zona mentre dall’altro i paesi che utilizzando il Franco Africano sono tenuti a versare il 50% delle proprie riserve presso il Tesoro francese in un fondo comune gestito dallo stato transalpino. Tra i vantaggi derivanti dall’adozione di questa valuta vi è senza dubbio una sorta di scudo contro la svalutazione. Il CFA ripara anche dalle impennate inflattive che sovente scuotono l’Africa e rappresenta una garanzia anche in termini di integrazione regionale, facilitando gli scambi tra i Paesi che lo utilizzano. Non mancano gli svantaggi. Il più evidente è di costituire un potenziale freno allo sviluppo di questi Paesi. A farne le spese sono soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci e agevola gli agricoltori francesi ed europei. Rafforzando i propri legami culturali ed economici con le ex colonie, Parigi tenta di mantenere un’influenza importante sul continente per resistere al colonialismo in arrivo da oriente.

Asia – Ad oggi la principale potenza colonizzatrice dell’Africa è, senza dubbio, la Cina. Se fino al 2010 Pechino non aveva fatto grossi sforzi per aumentare la propria influenza sul continente, negli ultimi dieci anni sono stati investiti oltre cento miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti economici e commerciali e per la realizzazione di infrastrutture. Un modo silenzioso per far valere la propria forza nel continente aumentando la propria influenza sugli stati che beneficiano degli investimenti massicci in arrivo dalla Cina. Ma quegli investimeni non sono destinati ad una reale crescita dell’Africa. Sono soldi spesi da Pechino in cerca di un tornaconto. Secondo uno studio condotto dalla China-Africa Research Initiative presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, la Cina ha prestato un totale di 143 miliardi di dollari a 56 nazioni africane di cui circa un terzo dei è destinato a finanziare progetti di trasporto, un quarto all’energia e il 15% destinato all’estrazione di risorse, compresa l’estrazione di idrocarburi. Solo l’1,6% dei prestiti cinesi è stato invece destinato ai settori dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente, alimentare e umanitario. Una cifra irrisoria che fa capire come l’investimento cinese sia finalizzato all’utilizzo dell’Africa per scopi economici e commerciali.

Quei prestiti, inoltre, stringono un cappio attorno al collo dei paesi africani che solo ora si rendono conto di essere alle dipendenze di Pechino. La difficoltà di restituire i prestiti ottenuti, infatti, sta costringendo diversi stati a cedere alla Cina infrastrutture o settori strategici della propria economia. Così l’Angola ha legato la propria produzione petrolifera alla Cina per poter ripagare il debito accumulato e il kenya potrebbe addirittura perdere il porto di Mombasa, una delle sue infrastrutture chiave e più grande porto dell’Africa orientale, cedendolo al governo cinese se la Kenya Railways Corporation (KRC) non dovesse effettuare il pagamento di 22 miliardi di dollari dovuti alla Exim Bank of China.

Mentre gli investimenti della Cina aumentano a dismisura, però, va sottolineato come anche altri paesi asiatici abbiano allungato le proprie mire sul continente nero. Tra i dieci maggiori investitori, infatti, si trovano anche Singapore, India ed Hong Kong che investono circa 20 miliardi ciascuno ogni anno in diverse zone.

Dove – Così come i partner, anche i settori e le regioni di interesse sono mutati nel corso degli anni. Gli investimenti hanno infatti iniziato ad essere diretti non solo alle materie prime, ma anche alle infrastrutture, alla manifattura, alle telecomunicazioni e, più recentemente, al settore dei servizi finanziari e commerciali, facendo uso sempre più di nuove tecnologie e puntando all’automazione. Allo stesso modo hanno subito una marcata diversificazione in termini di paesi di destinazione. I paesi destinatari di investimenti sono così cambiati e aumentati: non più solo quelli ricchi di risorse come il Sudan, la Nigeria, l’Angola, ma anche quelli con mercati e consumatori promettenti, per quantità e tipologia, come il Kenya e l’Etiopia. Per la Cina questa diversificazione è avvenuta di pari passo all’arrivo di imprese private cinesi nel continente e al crollo dei prezzi delle materie prime africane.

Il colonialismo, insomma, non sembra essere finito. Nonostante sempre più paesi prendano le distanze dal proprio passato fatto di abusi e violenze, ancora oggi la dominazione straniera in Africa sembra continuare sotto forme diverse. Più silenziose, forse, ma certo non meno pericolose. Se prima, infatti, lo sfruttamento delle risorse africane avveniva alla luce del sole, oggi prosegue nell’ombra sotto forma di investimenti e prestiti che, alla fine dei conti, sembrano servire solo in chi investe danneggiando ulteriormente chi li riceve.

Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

Colpo di mano in Francia: un Parlamento deserto approva la legge sulla sicurezza globale

“Allons enfants de la Patrie,
Le jour de gloire est arrivé!
Contre nous de la tyrannie,
L’étendard sanglant est levé!”


75 voti favorevoli e 33 contrari. Un parlamento svuotato, con circa il 90% dei parlamentari assenti, ha approvato in Francia la “legge per la sicurezza globale”. Fortemente contestata per le pesanti limitazioni imposte ad attivisti e manifestanti era stata al centro delle polemiche nei mesi scontri con una serie di proteste che per settimane avevano attraversato tutto il paese.

Proteste – Era inizio dicembre quando le strade e le piazze francesi si riempirono di manifestanti pronti a tutto per impedire l’approvazione di una legge considerata liberticida. Una serie di interventi a dir poco scomposti delle forze dell’ordine, tra cui il pestaggio a freddo di un produttore musicale, combinata all’annuncio di una legge sulla “sicurezza globale” aveva portato oltre mezzo milione di persone in piazza. A destare particolare preoccupazione era l’art. 24 della proposta di legge che prevedeva una pena minima di un anno di reclusione e una multa di 45mila euro per chiunque diffonda “con qualunque mezzo, al fine di minarne l’integrità fisica o psicologica, l’immagine del volto o qualsiasi altro elemento di identificazione di un funzionario della polizia nazionale o di un agente della gendarmeria nazionale quando agisce nell’ambito di un’operazione di polizia”. Un articolo che secondo molti, dai giornalisti agli attivisti, avrebbe rischiato di porre un limite grave alla libertà di stampa e non solo impedendo la diffusione tout court delle immagini raffiguranti agenti in servizio. 

Ma non è tutto. Perché se l’art. 24 era stato la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, anche altri passaggi erano stati pesantemente criticati: una facilitazione dell’accesso alle immagini dei sistemi di videosorveglianza da parte della polizia; il rafforzamento dei poteri della polizia locale; la possibilità di utilizzare i droni della polizia anche durante le manifestazioni per identificare i manifestanti. Una serie di proposte che secondo il partito del presidente Macron “En Marche”, che ha proposto la legge, avrebbe dovuto tutelare la sicurezza degli agenti francesi ma che sono state immediatamente viste come misure pesanti in grado di limitare le libertà di tutti.

Legge – In un parlamento con 469 assenti, giovedì 15 aprile è stato dunque approvato il testo definitivo che si prepara ad entrare in vigore con un testo leggermente diverso da quello che aveva scatenato le proteste. Il tanto contestato art. 24 è stato interamente riscritto ma il risultato non è cambiato: rimosso il riferimento alla diffusione di “immagini o video”, la nuova norma introduce un nuovo reato nel Codice penale che punisce con cinque anni di reclusione e fino 75 mila euro di multa qualsiasi “provocazione [nel senso di incitare, invocare] dell’identificazione” di un gendarme, di un ufficiale di polizia, di un doganiere o dei loro parenti, “con il chiaro scopo di causare danni fisici o psicologici.” Non si parla esplicitamente di immagini e video, ma sono aumentati gli anni di reclusione e l’ammontare della multa. Modificato anche l’art. 21 con una stretta decisa sull’informazione data dal divieto ai media di diffondere il materiale fotografico e video delle body camera degli agenti perché, secondo la maggioranza di Governo, nel caso in cui circolassero immagini delle reazioni violente della polizia durante delle manifestazioni, si creerebbe un sentimento ostile nei confronti degli agenti. Restano invece la possibilità di utilizzare i droni in qualsiasi occasione per identificare i cittadini e quella di visionare senza limiti le immagini di telecamere di sicurezza anche private. Il resto del testo non è meno problematico per quanto concerne lo stato di diritto: siamo di fronte a un allargamento dei poteri della polizia e della gendarmeria che saranno concessi anche alla polizia municipale, ma soprattutto alla sicurezza privata. Infatti, la legge mira a creare un “continuum di sicurezza” in Francia rafforzando le prerogative della polizia municipale e degli agenti di sicurezza da un lato, e facilitando l’accesso ai mezzi tecnici (droni, telecamere pedonali, videosorveglianza) dall’altro.

A nulla sembrano essere servite le proteste contro una legge giudicata liberticida. A nulla è servito il richiamo delle Nazioni Unite che nel dicembre scorso avevano richiesto alla Francia, a seguito delle pesanti proteste, di riscrivere interamente la legge perché giudicata troppo pesante. In un giovedì grigio il parlamento francese, o meglio una parte molto piccola del parlamento francese, ha dato un segnale forte e grave. La legge sulla sicurezza globale va avanti come era stata pensata. Con buona pace di chi sogna la libertà di stampa e di espressione.

Guida al dark web: il lato oscuro di internet dove tutto è lecito

Internet ha riaperto i giochi ma li ha anche confusi:
lo struscio elettronico consente i bluff dei vigliacchi e le bugie dei mitomani
.”
-Massimo Gramellini-


Diecimila euro in bitcoin, suddivisi in quattro pagamenti, per assoldare un sicario e provocare lesioni gravi alla ex che non voleva tornare con lui. Era questo il piano di un manager 40enne milanese finito in manette questa settimana con l’accusa di stalking e tentate lesioni aggravate su richiesta del procuratore romano Michele Prestipino. Quello che rende la vicenda inquietante è la facilità con cui il manager milanese è riuscito a mettersi in contatto con il gruppo di sicari chiamato “Assassins” per chiedere di effettuare l’aggressione alla donna. È bastato rivolgersi al dark web, la parte più oscura di internet in cui è possibile trovare di tutto: dalla droga ai sicari passando addirittura per il mercato nero dei vaccini anti covid.

Cos’è – La definizione più banale del cosiddetto dark web è apparentemente anche quella più corretta: una porzione di internet non indicizzata sui principali motori di ricerca e non raggiungibile attraverso i comuni browser. Nato per esigenze militari negli Stati Uniti, sviluppato dalla US Naval Research Lab per aumentare la sicurezza delle comunicazioni e dei contenuti, il dark web è divenuto accessibile a tutti nei primi anni duemila con lo sviluppo di un apposito browser da parte del “Tor Project”. Per accedere al dark web, infatti, è necessario utilizzare un browser anonimo specifico, come Tor o Ahmia, in grado di instradare le tue richieste di pagine web attraverso una serie di server proxy gestiti da migliaia di volontari in tutto il mondo, rendendo il tuo indirizzo IP non identificabile e irrintracciabile. L’attività degli utenti, dunque, è crittografata e protetta e di conseguenza non rintracciabile garantendo così un ampio anonimato.

Anche se spesso vengono accostati, vi è una differenza enorme tra il deep web ed il dark web. Con il primo termine, infatti, ci si riferisce a tutti quei siti che non sono rintracciabili nei motori di ricerca ma che sono raggiungibili con i comuni browser come Chrome o Firefox. Le mail, ad esempio, o le pagine riservate dei servizi di home banking rientrano in questa definizione non essendo direttamente raggiungibili dai motori di ricerca ma solo attraverso una più lunga procedura che prevede l’accesso tramite link diretto o una password. Si stima che circa il 90% dei contenuti presenti in rete siano riconducibili a questa categoria mentre solo il 5% ricada nel cosiddetto “Surface web” ovvero quei contenuti raggiungibili tramite una normale ricerca testuale sui comuni motori di ricerca. Il restante 5%, invece, è il dark web. Contenuti raggiungibili solo ed esclusivamente tramite browser appositi il cui contenuto, non sempre ma molto spesso, è di natura illegale.

Cosa succede – Non tutto quello che accade nel dark web, infatti, è illegale e spesso è anzi utilizzato per garantire la propria privacy e sfuggire a qualche genere di repressione. Tor è stato ampiamente usato, ad esempio, nel 2010 per organizzare le rivolte della Primavera Araba ed è utilizzato ampiamente in Cina per evitare la censura governativa. Molte testate giornalistiche e organizzazioni per i diritti umani utilizzano addirittura il dark web per farsi inviare nel modo più sicuro possibile materiale dalle proprie fonti più sensibili. Addirittura i principali social network hanno un proprio sito con dominio “.onion”, il più usato nel dark web, per permettere di accedere anche dalla parte più oscura di internet.

Ma, come ampiamente noto, la maggior parte di quello che accade nel dark web è oltre qualsiasi soglia di legalità. Nel 2016, Daniel Moore e Thomas Rid provato a mappare i siti presenti nel dark web. Hanno identificato 5.205 siti, quasi il 48% apparentemente inattivi e privi di contenuto. Di quelli che sembravano attivi, ben più della metà appariva illecita, ospitando una serie molto diversificata di attività illecite: 423 siti che apparentemente commerciano o producono droghe illegali, compresi medicinali soggetti a prescrizione ottenuti illegalmente; 327 siti si propongono come facilitatori per la criminalità finanziaria, come il riciclaggio di denaro sporco, la contraffazione o il commercio di conti o carte di credito rubati; 122 siti contenevano pornografia “che coinvolge bambini, violenza, animali o materiale ottenuto senza il consenso dei partecipanti”. Inoltre, Moore e Rid hanno individuato 140 siti che “sposano ideologie estremiste” o “sostegno alla violenza terroristica”, alcuni con guide pratiche o forum di comunità estremiste. 

Si tratta di numeri ovviamente indicativi e non aggiornati ma che danno ampiamente idea di cosa accada nel dark web. Senza mai utilizzare denaro vero ma attraverso pagamenti in criptovalute, come ad esempio i bitcoin, che garantiscono un maggior anonimato è possibile comprare praticamente di tutto. In siti in tutto e per tutto simili ai più noti store online si possono ordinare senza alcuna difficoltà armi, droghe di ogni tipo, sicari e nelle ultime settimane anche vaccini anti covid. Un mercato immenso e con prezzi bassissimi: con 130 euro in criptovalute si acquistano due grammi di cocaina pura, con 1.500 euro si assolda un killer professionista e basta un piccolo sovrapprezzo se si vuole che sembri un suicidio. Ma si trovano facilmente anche iPhone X “ricondizionati” (e il venditore assicura che non sono segnalati come rubati) a meno di 300 euro. Si tratta insomma di un vero e proprio territorio franco in cui operare coperti da un anonimato quasi totale. In quella minuscola porzione di internet si può trovare davvero di tutto, basta cercarlo. L’unica cosa che lo rende ancora poco diffuso, per fortuna, è la difficoltà di accesso ai siti che, non essendo indicizzati, devono essere raggiunti tramite link diretto da reperire tramite passaparola o su altri siti comunque difficilmente raggiungibili. Ma una volta superato quello scoglio sembra davvero di trovarsi in un paradiso criminale.

Sanzioni a Cuba: perché quella dell’Italia non è stata ingratitudine

“Da parte sua, Cuba esporta vita, amore, salute.” 
-Lula da Silva-


La scorsa primavera, nel pieno della prima ondata di contagi, in Italia atterrò la “Brigada Henry Reeve”. Il gruppo di medici volontari cubani ebbe un ruolo cruciale nelle aree più colpite garantendo un supporto determinante ai medici lombardi sempre più in difficoltà. Un anno dopo l’Italia durante il Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU ha votato contro una risoluzione volta a condannare gli embarghi unilaterali come quello imposto a Cuba. Una notizia che ha fatto scalpore nel nostro paese scatenando le reazioni scomposte di chi ci ha visto un gesto di ingratitudine nei confronti di un popolo che appena dodici mesi fa ci offrì il proprio supporto nel nostro momento più buio. 

La risoluzione – Presentata da Cina, Stato di Palestina e Azerbaigian, a nome del Movimento dei Paesi non allineati la Risoluzione “sollecita gli stati a smettere di intraprendere, o di mantenere in essere, misure coercitive unilaterali con particolare riferimento alle misure con effetto extraterritoriale che creano ostacoli alle relazioni ed al commercio tra i popoli impedendo una piena realizzazione dei Diritti Umani”. A tali misure, la risoluzione chiede di sostituire un dialogo pacifico e produttivo in grado di risolvere le controversie senza ricadute sulla vita di tutti. Nonostante il voto contrario da parte dell’Italia, però, la mozione è passata con 30 voti favorevoli e 15 contrari ed esprime così una condanna all’imposizione di sanzioni unilaterali da parte di un paese nei confronti di un altro come accade in Venezuela, Siria, Iran e, appunto, Cuba.

Come testimonia il contesto in cui è avvenuta la discussione, il Consiglio Onu per i Diritti Umani, il fulcro della risoluzione presentata da Cina, Palestina ed Azerbaigian è il contrasto che vi sarebbe tra l’imposizione di misure del genere e i Diritti Umani di un popolo. Senza citarla apertamente si rimanda anche alla relazione presentata da Alina Duhan che proprio alle Nazioni Unite aveva sottolineato come gli le sanzioni imposte dagli USA al Venezuela avessero un effetto devastante non sui vertici del paese che si intendeva colpire ma sulle fasce più povere e deboli.

Cuba – Nel documento, peraltro, non viene mai citato il caso del paese caraibico e l’embargo che da 60 anni ne blocca economia e commercio. Un “bloqueo” rinnovato da ben 12 presidenti negli ultimi decenni e reso ancor più duro dall’amministrazione Trump dopo la leggera inversione di rotta intrapresa da Obama. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump ha attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959. Negli ultimi giorni prima della fine del mandato, poi, Trump aveva inserito Cuba nella lista dei paesi sostenitori del terrorismo sostenendo che l’Avana avesse fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Dopo la decisione di Obama di rimuoverla, Cuba è così tornata a far parte di un gruppo di paesi che comprende tra gli altri Siria, Iran e Corea del Nord, e prevede misure durissime per motivi di Sicurezza Nazionale. 

Per questi motivi la risoluzione votata dall’ONU è stata particolarmente sentita a Cuba con migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere la fine dell’embargo statunitense. Pur non essendo espressamente citata nel documento, l’isola caraibica è infatti il simbolo delle sanzioni unilaterali imposte dagli Usa (e non solo) e per questo motivo il pensiero di tutti è andato immediatamente a Cuba.

L’Italia – Ma allora perché l’Italia ha votato contro la risoluzione? Si tratta davvero di ingratitudine verso il paese che più l’ha aiutata durante la prima fase della pandemia? Se il primo impatto può sembrare questo, la realtà appare più complessa. Lasciando da parte Cuba, infatti, è evidente come la risoluzione potrebbe aiutare molti paesi attualmente colpiti da sanzioni simili. Si pensi ad esempio alla Cina, sanzionata da Canada, Regno Unito ed Unione Europea per la persecuzione degli uiguri, rinchiusi in campi di prigionia nello Xinjiang. O alla Siria, dove i diritti umani della popolazione vengono sistematicamente violati con azioni scellerate e criminali.

Non essendo una mozione esclusivamente sull’isola caraibica, mai nemmeno citata nel documento presentata all’ONU, è evidente come il voto favorevole ad una simile risoluzione avrebbe voluto dire opporsi in toto a misure a volte necessarie. Nessuno, in Italia come nel mondo, può sostenere con convinzione che le sanzioni a Cuba siano giuste e meritate e che producano effetti positivi. Ma si può dire lo stesso delle sanzioni imposte a paesi che effettivamente violano i diritti umani nei propri confini?

La generazione sbagliata che vuole salvare il Myanmar

Assentire o dissentire è prerogativa di chi vive in un sistema democratico.
In un regime autoritario, dissentire può essere considerato un crimine.

– Aung San Suu Kyi –


Il 1° febbraio i militari arrestano Aung San Suu Kyi e gli altri leader del partito di governo dichiarando lo stato di emergenza. Doveva essere un cambiamento rapido, quasi impercettibile. Un golpe lampo senza ripercussioni sul sistema. Il generale dell’esercito Min Haung Hlain si era subito dato da fare incontrando i rappresentanti del mondo economico e degli affari promettendo stabilità politica e una rapida ripresa economica grazie ad importanti interventi. Ma il generale golpista non aveva fatto i conti con la popolazione birmana. Se i militari si aspettavano una risposta passiva da parte della popolazione, infatti, si sbagliavano. I birmani sono scesi in piazza nel più grande moto di proteste mai visto nel paese. Della stabilità politica promessa non c’è nemmeno l’ombra, della ripresa economica men che meno. E ora la Birmania si trova sempre più in un vortice.

Le proteste – In tutto il paese la risposta al colpo di stato è stata immediata. Milioni di persone in tutta la Birmania sono scese in piazza per dimostrare la loro contrarietà al ritorno di una giunta militare ed il loro supporto alla leader democratica Aung San Suu Kyi. Operai, studenti, attivisti, imprenditori ma anche monaci buddisti. Tutti sono scesi in piazza a testimonianza di come la popolazione sia compatta nel voler dire no a questo regime. A Rangoon, addirittura, tutte le minoranze del paese hanno manifestato pacificamente insieme in una scena di unità che non si era mai vista prima. Si sono organizzati tramite internet e social network, replicando quanto fatto negli anni scorsi dai giovani di Hong Kong, e per venti giorni sono scesi in piazza pacificamente sfidando l’esercito schierato. “Avete fatto arrabbiare la generazione sbagliata” recitava uno slogan scandito dai giovani birmani con tre dita rivolte verso l’alto ad imitare il gesto di “Hunger Games” diventato simbolo delle proteste. Ma poi qualcosa è cambiato.

Il 25 febbraio, per la prima volta, l’esercito ha risposto a quella rabbia. Ma se quella dei manifestanti era una rabbia pacifica e colorata, quella dei militari è stata violenta e spietata. Uomini di diverse legioni, tra cui le unità di controguerriglia utilizzate nel 2016 per la pulizia etnica dei rohingya, hanno iniziato a reprimere ogni tipo di protesta. Una risposta spietata. I lacrimogeni e i manganelli hanno ben presto lasciato spazio ad armi da fuoco e cecchini sui tetti. Internet è stato più volte bloccato per impedire l’organizzazione delle manifestazioni. Le irruzioni negli ospedali per trascinare via o uccidere chi era stato ferito durante le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti. Sono oltre 250 le vittime accertate, oltre duemila gli arresti. Ieri il giorno più buio e mentre il regime celebrava la festa delle forze armate la popolazione è stata letteralmente presa di mira: 114 morti in meno di 24 ore. Il più piccolo aveva quattro anni ed era in braccio a suo papà, a casa sua, quando è stato raggiunto da un proiettile sparato attraverso la finestra.

Crisi Umanitaria – E con la popolazione che da quasi due mesi protesta senza sosta, oltre a quella di una stabilità politica, si è infranta anche l’illusione di una ripresa economica. Già prima del golpe militare la Birmania era il paese asiatico più povero con oltre un terzo della popolazione in stato di povertà e la quasi totalità senza la possibilità di richiedere assistenza sanitaria. Oggi, con le proteste che stanno paralizzando il paese, la situazione è sprofondata verso un punto di non ritorno. Le banche sono chiuse, i settori produttivi principali si sono fermati causando un aumento vertiginoso dei beni primari come riso e olio, il settore tessile in cui sono impiegati 1,5 milioni di birmani è in ginocchio. In tutto ciò non è mai partita una campagna vaccinale, i test anti-covid sono sospesi così come le importazioni di farmaci di qualunque genere. L’impennata dell’inflazione sta rendendo sempre più difficile l’approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità e presto la crisi politica ed economica si potrebbe trasformare in un’enorme crisi umanitaria con più della metà della popolazione che rischia di trovarsi in uno stato di povertà assoluta.

In questo contesto la risposta dei paesi occidentali è stata blanda e discontinua. L’attenzione mediatica, altissima nei primi giorni post-golpe, si è via via affievolita e la situazione birmana trova ora spazio solo in caso di fatti eclatanti come quello di ieri. Le istituzioni hanno più volte condannato quanto accade nel paese asiatico senza però muoversi in alcun modo. L’unica azione intrapresa finora dall’Unione Europea è stato il ritiro dei visti e il congelamento dei beni ad undici persone coinvolte nel golpe. L’unico paese ad essere attivo in modo significativo è la Cina, preoccupata per gli sviluppi della situazione in un paese che reputa strategico. Così il popolo birmano è abbandonato a sé stesso e si ritrova a combattere da solo la propria battaglia per la democrazia. E ora, sotto il fuoco incessante dei militari, i birmani si trovano ad un bivio: accettare una dittatura senza fine o continuare nella propria rivoluzione fino a quando cambierà qualcosa. La strada intrapresa, per ora, sembra ben chiara. Hanno fatto arrabbiare la generazione sbagliata.

Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.  

Patrick Zaki + 60mila: la piaga degli arresti politici in Egitto

Vorrei essere libero come un uomo
– Giorgio Gaber –


Sono passati dieci anni dalla primavera araba che aveva ridato speranza all’Egitto. Oggi, però, il paese sembra più che mai sprofondato in un gelido inverno dittatoriale con il generale Al-Sisi che ha di fatto congelato ogni speranza di democrazia imponendo il proprio regime. Grazie alla complicità dell’occidente, più interessato alla stabilità della regione che al benessere e i diritti di chi la abita, in Egitto è di fatto tornata una dittatura che reprime le opposizioni imprigionando chi spera in un paese migliore.

Patrick – Tra gli oltre 60 mila detenuti politici in Egitto, da 365 giorni esatti c’è anche Patrick Zaki. Arrestato il 7 febbraio scorso appena atterrato all’aeroporto del Cairo, lo studente dell’Università di Bologna è rinchiuso da un anno nel carcere di massima sicurezza di Tora nonostante a suo carico non siano ancora state formulate accuse ufficiali. Secondo la ricostruzione di Amnesty international, è stato interrogato per 17 ore, bendato, ammanettato, poi picchiato e torturato con scosse elettriche. Ed è finito nel limbo della detenzione preventiva, in cui si trovano trentamila egiziani e che è la misura punitiva più usata dalle autorità contro quelli che sono considerati oppositori politici. Un limbo che si rinnova ogni 45 giorni con la pronuncia di un giudice che puntualmente delude le speranze dei familiari rinnovando la detenzione del ragazzo. Un limbo che, secondo la legge egiziana, potrebbe durare ancora un anno essendo di due anni il limite massimo per la detenzione preventiva.

In un anno la giustizia egiziana ha prodotto nei confronti dello studente iscritto all’Università di Bologna 11 rinnovi della detenzione, ci sono stati 13 rinvii delle udienze, specie tra primavera ed estate a causa del Coronavirus, e una raffica di esposti ed appelli per chiedere la sua liberazione, tutti respinti. L’ultima beffa, ossia l’ennesima udienza-farsa nell’aula bunker della State Security – stesso complesso del terribile penitenziario di Tora e dunque a poche centinaia di metri dalla sua cella – meno di una settimana fa. Con un’aggravante stavolta. Il rinnovo della misura cautelare per altri 45 giorni da parte del giudice è comparso in anteprima su alcuni organi di stampa vicini al regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, addirittura prima dell’ufficializzazione all’avvocata di Patrick, Hoda Nasrallah.

Detenuti – Ma quella di Patrick, nell’Egitto di Al-Sisi, non è una situazione unica. Secondo la ong Human Rights Watch sono oltre sessantamila i detenuti politici richiusi nelle carceri egiziane per le loro idee politiche, per la loro fede o per il loro attivismo tutela dei diritti umani. Il regime di Al-Sisi utilizza sempre più lo strumento della detenzione preventiva per togliere di mezzo non solo figure scomode ed oppositori ma anche influencer in grado di condizionare migliaia di giovani. È il caso, ad esempio, della 22enne Mawada Eladhm, tre milioni di follower su tik tok, arrestata per avere “violato i princìpi e i valori familiari della società egiziana”. Nel mirino della Nsa, i servizi segreti egiziani, non finirebbero solo voci critiche contro il governo ma anche artisti o, come nel caso di Mawada, giovani divenuti famosi grazie ai social, accusati di diffondere messaggi immorali che attentano ai valori tradizionali della nazione.

Chi viene arrestato dall’Nsa, secondo Amnesty, “finisce nelle stazioni di polizia o negli uffici del ministero dell’Interno. Le persone non vengono iscritte nel registro dei detenuti quindi ufficialmente non risultano in mano alla polizia. Possono restare in questa situazione per pochi giorni o settimane, nei casi più gravi anche per mesi e ci è stato riferito che durante questo periodo capita che subiscano torture o violenze di vario genere”. Nessuno, insomma, sembra essere al sicuro sotto il regime autoritario di Al-Sisi.

Forse pensava di essere al sicuro Ahmed Samir Santawy quando il primo febbraio si è imbarcato a Vienna, dove frequentava la Central European University, per far ritorno a casa durante le vacanze. Invece, in una storia che ricorda per filo e per segno quanto accaduto a Patrick, è stato arrestato al Cairo e dal momento del fermo nessuno ha più avuto sue notizie. Un anno dopo l’arresto di Patrick, dunque, la storia si ripete in un paese in cui la luce della democrazia sembra essere sempre più flebile.

Guerriglia a Tripoli: Le tre crisi che stanno mettendo in ginocchio il Libano

“Tutti noi per la patria, la gloria e la bandiera”


Guerriglia, fuoco e feriti. Dopo le proteste che hanno segnato la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 e che si sono riacutizzate dopo le tragiche esplosioni al porto di Beirut, il 4 agosto scorso, il Libano torna ad essere teatro di violente manifestazioni. Da giorni, infatti, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza sfidando le forze dell’ordine e le misure anti-contagio per esprimere la propria rabbia per le crisi che attanagliano il paese.

Le proteste – È stata una settimana di vera e propria guerriglia quella che si è appena conclusa a Tripoli, seconda città del Libano per popolazione e tra le più povere del paese. Per giorni, ogni sera, migliaia di persone sono scese in piazza sfidando i blindati e le camionette delle Internal Security Forces (Isf) schierati a piazza Al Nour in attesa di una nuova esplosione della rabbia popolare. A caratterizzare questa settimana di proteste, infatti, è stata proprio la violenza che ha portato a violenti scontri tra esercito e manifestanti con ripercussioni altissime. Il bilancio provvisorio degli scontri, quasi ininterrotti dal 25 gennaio, è di due manifestanti uccisi e più di 300 feriti, tra cui una trentina di militari e agenti di polizia ma l’episodio più eclatante è stato l’assalto al municipio di Tripoli. L’antico edificio che ospita il governo della città è stato dato alle fiamme dai manifestanti nell’ultima notte di scontri.

Le Isf hanno tentato di reprimere le proteste utilizzando idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma a cui i manifestanti hanno risposto con pietre, copertoni in fiamme e molotov. Molti cittadini, però, hanno denunciato l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di armi da fuoco caricate con proiettili veri ed il quotidiano “Orient Today” riporta di diversi manifestanti portati in ospedale con ferite d’arma da fuoco alle gambe. Quello che prima era solamente un sospetto è divenuto certezza dopo la morte di un manifestante, colpito al torace da un proiettile sparato dai militari.

Crisi – Ma gli abitanti di Tripoli non hanno nulla da perdere. In un paese che sta affrontando la peggior crisi economica della sua storia ed ha dichiarato un default tecnico a causa del mancato pagamento di 1,2 miliardi di eurobond, nella città settentrionale la situazione sembra essere peggiore che nel resto del Libano con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%. Secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il prodotto interno lordo del Libano è diminuito del 25%, mentre i prezzi sono aumentati del 144% causando un aumento esponenziale della povertà anche estrema. Ad aggravare la situazione, le banche hanno impedito ai depositanti di accedere ai propri risparmi in valuta estera, consentendo loro di convertirli nella valuta locale solo alla metà del tasso di mercato, causando una perdita sostanziale. Si stima che circa metà della popolazione totale del Libani, di quasi 7 milioni di abitanti, viva in una condizione di povertà.

Come se non bastasse la crisi economica è arrivata la pandemia ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. A scatenare la rabbia della popolazione ed innescare le proteste di questa settimana è stata infatti la decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale fino all’8 febbraio. Una decisione che, seppur necessaria visto l’incremento dei contagi e delle morti nelle ultime settimane, rischia di mettere definitivamente in ginocchio l’economia del paese costringendo imprenditori e commercianti a chiudere, forse per sempre. Il lockdown si è però reso necessario a causa dell’aumento esponenziale dei casi confermati che dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati quasi quanti quelli registrati nei primi dieci mesi di emergenza sanitaria con una media di quattromila contagi al giorno su un territorio grande all’incirca quanto l’Abruzzo. Una crescita che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, con i pochi ospedali pubblici al collasso costretti a rifiutare pazienti mentre quelli privati sono un privilegio per pochi con prezzi che arrivano fino a 2,5 milioni per posto letto.

Una situazione difficilmente risolvibile, a maggior ragione perché intrecciata con un’altra profonda crisi che attanaglia il paese: quella politica. Dal novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri) e da ottobre scorso il Libano è in attesa che si formi un nuovo governo, appoggiato dalla Francia, che faccia uscire il paese dalla crisi. Dopo l’esplosione al porto dello scorso agosto, infatti, si è giunti alle dimissioni del governo con l’apertura di una nuova crisi politica ancora irrisolta. Lo stallo politico, però, sta avendo effetti drammatici sulla situazione del paese non potendo garantire una risposta immediata alle crisi economiche e sociali che attraversano il paese. Fino a quando durerà lo stallo politico, il Libano non potrà sperare di contrastare efficacemente pandemia e crisi economica e non potrà richiedere aiuti internazionali per interventi decisi sull’economia del paese.

La formazione di un governo stabile ed in grado di guidare il paese appare dunque come la precondizione necessaria affinchè il libano possa sperare di rialzarsi. Senza una guida politica il paese non sembra in grado di uscire da un vortice che sta pericolosamente trascinando nel baratro l’intera popolazione facendola sprofondare sempre di più.

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