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Sanzioni a Cuba: perché quella dell’Italia non è stata ingratitudine

“Da parte sua, Cuba esporta vita, amore, salute.” 
-Lula da Silva-


La scorsa primavera, nel pieno della prima ondata di contagi, in Italia atterrò la “Brigada Henry Reeve”. Il gruppo di medici volontari cubani ebbe un ruolo cruciale nelle aree più colpite garantendo un supporto determinante ai medici lombardi sempre più in difficoltà. Un anno dopo l’Italia durante il Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU ha votato contro una risoluzione volta a condannare gli embarghi unilaterali come quello imposto a Cuba. Una notizia che ha fatto scalpore nel nostro paese scatenando le reazioni scomposte di chi ci ha visto un gesto di ingratitudine nei confronti di un popolo che appena dodici mesi fa ci offrì il proprio supporto nel nostro momento più buio. 

La risoluzione – Presentata da Cina, Stato di Palestina e Azerbaigian, a nome del Movimento dei Paesi non allineati la Risoluzione “sollecita gli stati a smettere di intraprendere, o di mantenere in essere, misure coercitive unilaterali con particolare riferimento alle misure con effetto extraterritoriale che creano ostacoli alle relazioni ed al commercio tra i popoli impedendo una piena realizzazione dei Diritti Umani”. A tali misure, la risoluzione chiede di sostituire un dialogo pacifico e produttivo in grado di risolvere le controversie senza ricadute sulla vita di tutti. Nonostante il voto contrario da parte dell’Italia, però, la mozione è passata con 30 voti favorevoli e 15 contrari ed esprime così una condanna all’imposizione di sanzioni unilaterali da parte di un paese nei confronti di un altro come accade in Venezuela, Siria, Iran e, appunto, Cuba.

Come testimonia il contesto in cui è avvenuta la discussione, il Consiglio Onu per i Diritti Umani, il fulcro della risoluzione presentata da Cina, Palestina ed Azerbaigian è il contrasto che vi sarebbe tra l’imposizione di misure del genere e i Diritti Umani di un popolo. Senza citarla apertamente si rimanda anche alla relazione presentata da Alina Duhan che proprio alle Nazioni Unite aveva sottolineato come gli le sanzioni imposte dagli USA al Venezuela avessero un effetto devastante non sui vertici del paese che si intendeva colpire ma sulle fasce più povere e deboli.

Cuba – Nel documento, peraltro, non viene mai citato il caso del paese caraibico e l’embargo che da 60 anni ne blocca economia e commercio. Un “bloqueo” rinnovato da ben 12 presidenti negli ultimi decenni e reso ancor più duro dall’amministrazione Trump dopo la leggera inversione di rotta intrapresa da Obama. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump ha attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959. Negli ultimi giorni prima della fine del mandato, poi, Trump aveva inserito Cuba nella lista dei paesi sostenitori del terrorismo sostenendo che l’Avana avesse fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Dopo la decisione di Obama di rimuoverla, Cuba è così tornata a far parte di un gruppo di paesi che comprende tra gli altri Siria, Iran e Corea del Nord, e prevede misure durissime per motivi di Sicurezza Nazionale. 

Per questi motivi la risoluzione votata dall’ONU è stata particolarmente sentita a Cuba con migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere la fine dell’embargo statunitense. Pur non essendo espressamente citata nel documento, l’isola caraibica è infatti il simbolo delle sanzioni unilaterali imposte dagli Usa (e non solo) e per questo motivo il pensiero di tutti è andato immediatamente a Cuba.

L’Italia – Ma allora perché l’Italia ha votato contro la risoluzione? Si tratta davvero di ingratitudine verso il paese che più l’ha aiutata durante la prima fase della pandemia? Se il primo impatto può sembrare questo, la realtà appare più complessa. Lasciando da parte Cuba, infatti, è evidente come la risoluzione potrebbe aiutare molti paesi attualmente colpiti da sanzioni simili. Si pensi ad esempio alla Cina, sanzionata da Canada, Regno Unito ed Unione Europea per la persecuzione degli uiguri, rinchiusi in campi di prigionia nello Xinjiang. O alla Siria, dove i diritti umani della popolazione vengono sistematicamente violati con azioni scellerate e criminali.

Non essendo una mozione esclusivamente sull’isola caraibica, mai nemmeno citata nel documento presentata all’ONU, è evidente come il voto favorevole ad una simile risoluzione avrebbe voluto dire opporsi in toto a misure a volte necessarie. Nessuno, in Italia come nel mondo, può sostenere con convinzione che le sanzioni a Cuba siano giuste e meritate e che producano effetti positivi. Ma si può dire lo stesso delle sanzioni imposte a paesi che effettivamente violano i diritti umani nei propri confini?

La generazione sbagliata che vuole salvare il Myanmar

Assentire o dissentire è prerogativa di chi vive in un sistema democratico.
In un regime autoritario, dissentire può essere considerato un crimine.

– Aung San Suu Kyi –


Il 1° febbraio i militari arrestano Aung San Suu Kyi e gli altri leader del partito di governo dichiarando lo stato di emergenza. Doveva essere un cambiamento rapido, quasi impercettibile. Un golpe lampo senza ripercussioni sul sistema. Il generale dell’esercito Min Haung Hlain si era subito dato da fare incontrando i rappresentanti del mondo economico e degli affari promettendo stabilità politica e una rapida ripresa economica grazie ad importanti interventi. Ma il generale golpista non aveva fatto i conti con la popolazione birmana. Se i militari si aspettavano una risposta passiva da parte della popolazione, infatti, si sbagliavano. I birmani sono scesi in piazza nel più grande moto di proteste mai visto nel paese. Della stabilità politica promessa non c’è nemmeno l’ombra, della ripresa economica men che meno. E ora la Birmania si trova sempre più in un vortice.

Le proteste – In tutto il paese la risposta al colpo di stato è stata immediata. Milioni di persone in tutta la Birmania sono scese in piazza per dimostrare la loro contrarietà al ritorno di una giunta militare ed il loro supporto alla leader democratica Aung San Suu Kyi. Operai, studenti, attivisti, imprenditori ma anche monaci buddisti. Tutti sono scesi in piazza a testimonianza di come la popolazione sia compatta nel voler dire no a questo regime. A Rangoon, addirittura, tutte le minoranze del paese hanno manifestato pacificamente insieme in una scena di unità che non si era mai vista prima. Si sono organizzati tramite internet e social network, replicando quanto fatto negli anni scorsi dai giovani di Hong Kong, e per venti giorni sono scesi in piazza pacificamente sfidando l’esercito schierato. “Avete fatto arrabbiare la generazione sbagliata” recitava uno slogan scandito dai giovani birmani con tre dita rivolte verso l’alto ad imitare il gesto di “Hunger Games” diventato simbolo delle proteste. Ma poi qualcosa è cambiato.

Il 25 febbraio, per la prima volta, l’esercito ha risposto a quella rabbia. Ma se quella dei manifestanti era una rabbia pacifica e colorata, quella dei militari è stata violenta e spietata. Uomini di diverse legioni, tra cui le unità di controguerriglia utilizzate nel 2016 per la pulizia etnica dei rohingya, hanno iniziato a reprimere ogni tipo di protesta. Una risposta spietata. I lacrimogeni e i manganelli hanno ben presto lasciato spazio ad armi da fuoco e cecchini sui tetti. Internet è stato più volte bloccato per impedire l’organizzazione delle manifestazioni. Le irruzioni negli ospedali per trascinare via o uccidere chi era stato ferito durante le manifestazioni sono diventate sempre più frequenti. Sono oltre 250 le vittime accertate, oltre duemila gli arresti. Ieri il giorno più buio e mentre il regime celebrava la festa delle forze armate la popolazione è stata letteralmente presa di mira: 114 morti in meno di 24 ore. Il più piccolo aveva quattro anni ed era in braccio a suo papà, a casa sua, quando è stato raggiunto da un proiettile sparato attraverso la finestra.

Crisi Umanitaria – E con la popolazione che da quasi due mesi protesta senza sosta, oltre a quella di una stabilità politica, si è infranta anche l’illusione di una ripresa economica. Già prima del golpe militare la Birmania era il paese asiatico più povero con oltre un terzo della popolazione in stato di povertà e la quasi totalità senza la possibilità di richiedere assistenza sanitaria. Oggi, con le proteste che stanno paralizzando il paese, la situazione è sprofondata verso un punto di non ritorno. Le banche sono chiuse, i settori produttivi principali si sono fermati causando un aumento vertiginoso dei beni primari come riso e olio, il settore tessile in cui sono impiegati 1,5 milioni di birmani è in ginocchio. In tutto ciò non è mai partita una campagna vaccinale, i test anti-covid sono sospesi così come le importazioni di farmaci di qualunque genere. L’impennata dell’inflazione sta rendendo sempre più difficile l’approvvigionamento di cibo e beni di prima necessità e presto la crisi politica ed economica si potrebbe trasformare in un’enorme crisi umanitaria con più della metà della popolazione che rischia di trovarsi in uno stato di povertà assoluta.

In questo contesto la risposta dei paesi occidentali è stata blanda e discontinua. L’attenzione mediatica, altissima nei primi giorni post-golpe, si è via via affievolita e la situazione birmana trova ora spazio solo in caso di fatti eclatanti come quello di ieri. Le istituzioni hanno più volte condannato quanto accade nel paese asiatico senza però muoversi in alcun modo. L’unica azione intrapresa finora dall’Unione Europea è stato il ritiro dei visti e il congelamento dei beni ad undici persone coinvolte nel golpe. L’unico paese ad essere attivo in modo significativo è la Cina, preoccupata per gli sviluppi della situazione in un paese che reputa strategico. Così il popolo birmano è abbandonato a sé stesso e si ritrova a combattere da solo la propria battaglia per la democrazia. E ora, sotto il fuoco incessante dei militari, i birmani si trovano ad un bivio: accettare una dittatura senza fine o continuare nella propria rivoluzione fino a quando cambierà qualcosa. La strada intrapresa, per ora, sembra ben chiara. Hanno fatto arrabbiare la generazione sbagliata.

Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.  

Patrick Zaki + 60mila: la piaga degli arresti politici in Egitto

Vorrei essere libero come un uomo
– Giorgio Gaber –


Sono passati dieci anni dalla primavera araba che aveva ridato speranza all’Egitto. Oggi, però, il paese sembra più che mai sprofondato in un gelido inverno dittatoriale con il generale Al-Sisi che ha di fatto congelato ogni speranza di democrazia imponendo il proprio regime. Grazie alla complicità dell’occidente, più interessato alla stabilità della regione che al benessere e i diritti di chi la abita, in Egitto è di fatto tornata una dittatura che reprime le opposizioni imprigionando chi spera in un paese migliore.

Patrick – Tra gli oltre 60 mila detenuti politici in Egitto, da 365 giorni esatti c’è anche Patrick Zaki. Arrestato il 7 febbraio scorso appena atterrato all’aeroporto del Cairo, lo studente dell’Università di Bologna è rinchiuso da un anno nel carcere di massima sicurezza di Tora nonostante a suo carico non siano ancora state formulate accuse ufficiali. Secondo la ricostruzione di Amnesty international, è stato interrogato per 17 ore, bendato, ammanettato, poi picchiato e torturato con scosse elettriche. Ed è finito nel limbo della detenzione preventiva, in cui si trovano trentamila egiziani e che è la misura punitiva più usata dalle autorità contro quelli che sono considerati oppositori politici. Un limbo che si rinnova ogni 45 giorni con la pronuncia di un giudice che puntualmente delude le speranze dei familiari rinnovando la detenzione del ragazzo. Un limbo che, secondo la legge egiziana, potrebbe durare ancora un anno essendo di due anni il limite massimo per la detenzione preventiva.

In un anno la giustizia egiziana ha prodotto nei confronti dello studente iscritto all’Università di Bologna 11 rinnovi della detenzione, ci sono stati 13 rinvii delle udienze, specie tra primavera ed estate a causa del Coronavirus, e una raffica di esposti ed appelli per chiedere la sua liberazione, tutti respinti. L’ultima beffa, ossia l’ennesima udienza-farsa nell’aula bunker della State Security – stesso complesso del terribile penitenziario di Tora e dunque a poche centinaia di metri dalla sua cella – meno di una settimana fa. Con un’aggravante stavolta. Il rinnovo della misura cautelare per altri 45 giorni da parte del giudice è comparso in anteprima su alcuni organi di stampa vicini al regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, addirittura prima dell’ufficializzazione all’avvocata di Patrick, Hoda Nasrallah.

Detenuti – Ma quella di Patrick, nell’Egitto di Al-Sisi, non è una situazione unica. Secondo la ong Human Rights Watch sono oltre sessantamila i detenuti politici richiusi nelle carceri egiziane per le loro idee politiche, per la loro fede o per il loro attivismo tutela dei diritti umani. Il regime di Al-Sisi utilizza sempre più lo strumento della detenzione preventiva per togliere di mezzo non solo figure scomode ed oppositori ma anche influencer in grado di condizionare migliaia di giovani. È il caso, ad esempio, della 22enne Mawada Eladhm, tre milioni di follower su tik tok, arrestata per avere “violato i princìpi e i valori familiari della società egiziana”. Nel mirino della Nsa, i servizi segreti egiziani, non finirebbero solo voci critiche contro il governo ma anche artisti o, come nel caso di Mawada, giovani divenuti famosi grazie ai social, accusati di diffondere messaggi immorali che attentano ai valori tradizionali della nazione.

Chi viene arrestato dall’Nsa, secondo Amnesty, “finisce nelle stazioni di polizia o negli uffici del ministero dell’Interno. Le persone non vengono iscritte nel registro dei detenuti quindi ufficialmente non risultano in mano alla polizia. Possono restare in questa situazione per pochi giorni o settimane, nei casi più gravi anche per mesi e ci è stato riferito che durante questo periodo capita che subiscano torture o violenze di vario genere”. Nessuno, insomma, sembra essere al sicuro sotto il regime autoritario di Al-Sisi.

Forse pensava di essere al sicuro Ahmed Samir Santawy quando il primo febbraio si è imbarcato a Vienna, dove frequentava la Central European University, per far ritorno a casa durante le vacanze. Invece, in una storia che ricorda per filo e per segno quanto accaduto a Patrick, è stato arrestato al Cairo e dal momento del fermo nessuno ha più avuto sue notizie. Un anno dopo l’arresto di Patrick, dunque, la storia si ripete in un paese in cui la luce della democrazia sembra essere sempre più flebile.

Guerriglia a Tripoli: Le tre crisi che stanno mettendo in ginocchio il Libano

“Tutti noi per la patria, la gloria e la bandiera”


Guerriglia, fuoco e feriti. Dopo le proteste che hanno segnato la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 e che si sono riacutizzate dopo le tragiche esplosioni al porto di Beirut, il 4 agosto scorso, il Libano torna ad essere teatro di violente manifestazioni. Da giorni, infatti, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza sfidando le forze dell’ordine e le misure anti-contagio per esprimere la propria rabbia per le crisi che attanagliano il paese.

Le proteste – È stata una settimana di vera e propria guerriglia quella che si è appena conclusa a Tripoli, seconda città del Libano per popolazione e tra le più povere del paese. Per giorni, ogni sera, migliaia di persone sono scese in piazza sfidando i blindati e le camionette delle Internal Security Forces (Isf) schierati a piazza Al Nour in attesa di una nuova esplosione della rabbia popolare. A caratterizzare questa settimana di proteste, infatti, è stata proprio la violenza che ha portato a violenti scontri tra esercito e manifestanti con ripercussioni altissime. Il bilancio provvisorio degli scontri, quasi ininterrotti dal 25 gennaio, è di due manifestanti uccisi e più di 300 feriti, tra cui una trentina di militari e agenti di polizia ma l’episodio più eclatante è stato l’assalto al municipio di Tripoli. L’antico edificio che ospita il governo della città è stato dato alle fiamme dai manifestanti nell’ultima notte di scontri.

Le Isf hanno tentato di reprimere le proteste utilizzando idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma a cui i manifestanti hanno risposto con pietre, copertoni in fiamme e molotov. Molti cittadini, però, hanno denunciato l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di armi da fuoco caricate con proiettili veri ed il quotidiano “Orient Today” riporta di diversi manifestanti portati in ospedale con ferite d’arma da fuoco alle gambe. Quello che prima era solamente un sospetto è divenuto certezza dopo la morte di un manifestante, colpito al torace da un proiettile sparato dai militari.

Crisi – Ma gli abitanti di Tripoli non hanno nulla da perdere. In un paese che sta affrontando la peggior crisi economica della sua storia ed ha dichiarato un default tecnico a causa del mancato pagamento di 1,2 miliardi di eurobond, nella città settentrionale la situazione sembra essere peggiore che nel resto del Libano con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%. Secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il prodotto interno lordo del Libano è diminuito del 25%, mentre i prezzi sono aumentati del 144% causando un aumento esponenziale della povertà anche estrema. Ad aggravare la situazione, le banche hanno impedito ai depositanti di accedere ai propri risparmi in valuta estera, consentendo loro di convertirli nella valuta locale solo alla metà del tasso di mercato, causando una perdita sostanziale. Si stima che circa metà della popolazione totale del Libani, di quasi 7 milioni di abitanti, viva in una condizione di povertà.

Come se non bastasse la crisi economica è arrivata la pandemia ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. A scatenare la rabbia della popolazione ed innescare le proteste di questa settimana è stata infatti la decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale fino all’8 febbraio. Una decisione che, seppur necessaria visto l’incremento dei contagi e delle morti nelle ultime settimane, rischia di mettere definitivamente in ginocchio l’economia del paese costringendo imprenditori e commercianti a chiudere, forse per sempre. Il lockdown si è però reso necessario a causa dell’aumento esponenziale dei casi confermati che dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati quasi quanti quelli registrati nei primi dieci mesi di emergenza sanitaria con una media di quattromila contagi al giorno su un territorio grande all’incirca quanto l’Abruzzo. Una crescita che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, con i pochi ospedali pubblici al collasso costretti a rifiutare pazienti mentre quelli privati sono un privilegio per pochi con prezzi che arrivano fino a 2,5 milioni per posto letto.

Una situazione difficilmente risolvibile, a maggior ragione perché intrecciata con un’altra profonda crisi che attanaglia il paese: quella politica. Dal novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri) e da ottobre scorso il Libano è in attesa che si formi un nuovo governo, appoggiato dalla Francia, che faccia uscire il paese dalla crisi. Dopo l’esplosione al porto dello scorso agosto, infatti, si è giunti alle dimissioni del governo con l’apertura di una nuova crisi politica ancora irrisolta. Lo stallo politico, però, sta avendo effetti drammatici sulla situazione del paese non potendo garantire una risposta immediata alle crisi economiche e sociali che attraversano il paese. Fino a quando durerà lo stallo politico, il Libano non potrà sperare di contrastare efficacemente pandemia e crisi economica e non potrà richiedere aiuti internazionali per interventi decisi sull’economia del paese.

La formazione di un governo stabile ed in grado di guidare il paese appare dunque come la precondizione necessaria affinchè il libano possa sperare di rialzarsi. Senza una guida politica il paese non sembra in grado di uscire da un vortice che sta pericolosamente trascinando nel baratro l’intera popolazione facendola sprofondare sempre di più.

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.

L’anno che verrà: cosa tenere d’occhio nel 2021

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando

-Lucio Dalla-


Dopo un anno in cui la pandemia da coronavirus ha monopolizzato la scena è iniziato un anno in cui, si spera, il mondo proverà a trovare una nuova normalità. Dopo avervi raccontato gli eventi salienti del 2020 nel nostro riassunto, oggi proviamo a tracciare un quadro di quello che sarà il 2021 attraverso alcuni elementi chiave che abbiamo individuato per voi. Fermo restando che uno dei temi principali sarà la lotta al coronavirus e la campagna vaccinale più grande di tutti i tempi, oggi non vogliamo parlare di pandemia.

La svolta politica dell’anno: Germania – A livello politico tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati sulla Germania e la data cerchiata in rosso sul calendario è una sola: il 26 settembre 2021. In quella data, infatti i tedeschi andranno alle urne per eleggere il proprio governo e, per la prima volta da 16 anni, tra i candidati alla cancelleria non ci sarà Angela Merkel. Erano le 16:00 del 22 novembre 2005 quando la Merkel giurò diventando per la prima volta Cancelliere Federale, un ruolo che lascerà per la prima volta a settembre dopo quattro mandati consecutivi e 5782 giorni ininterrotti alla guida della Germania.

La fine dell’era-Merkel porta con sé innumerevoli punti interrogativi. Il primo riguarda inevitabilmente il suo successore che verrà deciso il 16 gennaio dal congresso della CDU che dovrà anche fare i conti con la decisione di Annegret Kramp-Karrenbauer, già individuata come erede della Merkel, di non candidarsi dopo la sconfitta delle scorse amministrative in Turingia. Al momento sembrano essere in tre a contendersi il ruolo: l’ultraconservatore Friedrich Merz, l’ex Ministro dell’ambiente Armin Laschet e il Ministro presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Norbert Röttgen. Nessuno dei tre sembra però essere in grado di riempire il vuoto che lascerà la cancelliera, ancora capace di raccogliere da sola un terzo delle preferenze dei tedeschi. Gli interrogativi sono molteplici anche su come sarà la politica tedesca post-Merkel e sul ruolo che il paese avrà nell’Unione Europea dopo l’uscita di scena di quella che per anni è stata il vero leader dell’UE.

Lo scontro dell’anno: Taiwan – Per qualcuno è “l’isola che non c’è” visto che, con i suoi 23 milioni di abitanti in 35mila Km2, molti stati non hanno relazioni diplomatiche con Taipei. Ma quest’anno Taiwan potrebbe trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione con la Cina che, dopo Hong Kong, vorrebbe portare sotto il proprio controllo anche quella “provincia ribelle” che negli anni ha sviluppato una forte identità e un’autonomia sempre maggiore. Le relazioni tra i due stati non sono certo mai state semplici tanto che, dopo la cessione dell’isola alla Cina da parte del Giappone nel 1945, già nel 1947 iniziarono i primi moti indipendentisti che portarono due anni dopo ad una sostanziale indipendenza da Pechino. Dopo anni di guerra aperta e decenni di stallo diplomatico e militare, le relazioni sembravano essersi stabilizzate alla fine degli anni ’90. Lo scorso anno, però, Taiwan è stato terreno di scontro per tre motivi: lo scoppio di proteste anticinesi, il supporto del governo dell’Isola ai movimenti democratici di Hong Kong e le relazioni sempre maggiori con gli USA.

Imponendo la sua legge su Hong Kong, ponendo di fatto fine all’esperienza “un paese due sistemi” che avrebbe voluto applicare anche a Taiwan, Pechino ha mostrato il suo vero volto esasperando la situazione. Da un lato Taiwan non è disposta a fare la fine dell’ex colonia britannica e vuole a tutti i costi affermare la propria autonomia, dall’altro la Cina vorrebbe definitivamente porre fine alle mire indipendentiste e per questo ha fatto salire tensioni e allarmismo, intensificando la pressione militare su Taiwan ad un livello senza precedenti per decenni. Negli ultimi mesi le forze armate di Pechino hanno condotto una fitta serie di esercitazioni militari, aeree e terrestri, insolitamente vicino all’isola per intimidire i suoi leader e la sua popolazione. A differenza di quanto accaduto ad Hong Kong, però, se decidesse di forzare la mano con Taiwan la Cina troverebbe una situazione ben diversa con un governo che non ha intenzione di piegarsi a Pechino e che è disposto a schierare il proprio esercito per resistere. Per questo motivo Xi Jinping si è fino ad ora trattenuto da un attacco frontale ma è improbabile che le tensioni si riducano. Saranno invece sempre maggiori, con Pechino che ha compreso la necessità di una maggiore coercizione e intimidazione per mettere in ginocchio una Taiwan sempre più capricciosa e che potrebbe dunque fare del 2021 l’anno della stretta finale.  

Summit dell’anno: COP26 – Dall’1 al 12 novembre 2021 andrà in scena la 26° conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (cop26). Rinviata di un anno a causa della pandemia, sarà organizzata congiuntamente da Italia e Regno Unito anche se avrà luogo, se mai sarà possibile svolgerla in presenza, esclusivamente al SEC Center di Glasgow mentre nel nostro paese avranno luogo appuntamenti ad essa collegati. Il summit di Glasgow avrà l’arduo compito di riportare le tematiche ambientali al centro delle strategie degli stati dopo un anno in cui tutte le attenzioni sono state concentrate sulla pandemia. Come previsto nell’Accordo di Parigi sul Clima, siglato nel 2015, verrà attivato il cosiddetto “meccanismo a cricchetto” che porterà ad una rivalutazione delle strategie e degli obiettivi delineati nella capitale francese. Nell’Accordo era infatti previsto che ogni cinque anni, divenuti sei a causa della pandemia, gli stati presentassero un rapporto su quanto fatto per calibrare la strategia comune e verificare l’attualità e la fattibilità degli obiettivi. Ad oggi, secondo il monitoraggio effettuato da Climate Action Tracker, tutti i principali stati avrebbero fatto sforzi insufficienti o gravemente insufficienti per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Da monitorare nel corso dell’anno per avvicinarsi al summit di Glasgow sarà senza dubbio la posizione degli Stati Uniti. Dopo la decisione del Presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, infatti, sembra possibile un’inversione di rotta con Joe Biden che ha già annunciato di voler incrementare gli sforzi in ambito ambientale e di voler rientrare immediatamente negli accordi internazionali sul clima, Parigi incluso. Se dovesse mantenere fede alle promesse fatte in ambito green, il nuovo presidente potrebbe affrontare la COP26 ponendosi come guida per gli altri paesi nel tracciare la linea da seguire.

L’addio dell’anno: Raul Castro – Per chi ha sempre guardato a Cuba come alla terra di Fidel Castro e Che Guevara, il 2021 sarà un anno di grande cambiamento. Dopo la svolta del 2019 con la decisione di cedere la presidenza a Miguel Díaz-Canel, Raul Castro ha infatti già annunciato una decisione che porrà definitivamente fine alla Cuba castrista. In occasione del Congresso del Patrito Comunista Cubano, che si terrà tra il 16 e il 19 aprile, Il fratello di Fidel dirà addio alla scena politica dimettendosi da leader del partito e passando il testimone all’attuale presidente. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1965, il Partito Comunista Cubano sarà guidato da qualcuno di esterno alla famiglia Castro ponendo fine ad un’era che durava dalla rivoluzione cubana. “Sarà il congresso della continuità, espressa attraverso il passaggio progressivo e ordinato delle principali responsabilità del Paese alle nuove generazioni” scrive il quotidiano ufficiale del partito Granma. Ma ciò che è certo è che, continuità o meno, sarà un momento storico per l’isola socialista che vedrà per la prima volta fuori dalla politica nazionale i principali fautori della rivoluzione che rese celebre Cuba.

Evento sportivo dell’anno: Olimpiadi Tokyo – Sarà l’anno buono? Non lo possiamo sapere ancora, ma tutto lascia presagire che i Giochi Olimpici andranno in scena regolarmente. Al di là delle competizioni sportive, quelle di Tokyo saranno Olimpiadi che rimarranno nella storia per diversi motivi. Un primo dato a renderle uniche sarà innanzitutto la data: pur continuando a chiamarsi Tokyo 2020, saranno i primi Giochi Olimpici della storia a svolgersi in un anno dispari. Se durante le guerre le olimpiadi vennero annullate a mai recuperate, è infatti la prima volta che la rassegna olimpica viene posticipata di un anno. Curioso che sia toccato proprio a Tokyo che già nel 1940 dovette rinunciare alle olimpiadi, già assegnate ed organizzate, a causa dello scoppio della guerra. Ma al di là delle date sarà un evento che rimarrà nella storia come il primo grande evento sportivo post pandemia, un segnale di ripresa e speranza per il mondo che dovrà essere completamente ripensato e riorganizzato per renderlo compatibile con l’emergenza sanitaria che, presumibilmente, non sarà ancora del tutto terminata.

Il 2021 sarà dunque un anno pieno di momenti chiave e ricorrenze. Sarà l’anno del 700° anniversario della morte di Dante e del 75° della nascita della Repubblica Italiana, sarà l’ultimo anno di Mattarella come Presidente della Repubblica e il primo di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, sarà un anno pregno di eventi e di spunti che, speriamo, potrà farci dimenticare un 2020 monopolizzato dalla pandemia. Forse.

2020: l’anno che ha cambiato il mondo

“Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani.
Tutti insieme ce la faremo.”
-Giuseppe Conte-


Sta per terminare il 2020. Un anno che molti vorranno dimenticare, cancellandolo dai propri ricordi per ricominciare a sperare nel futuro, ma che inevitabilmente resterà per sempre impresso in chi lo ha vissuto. Un anno che, a modo suo, rimarrà nella storia per quello che è successo. La pandemia, certo, ma non solo.

Gennaio – Già a gennaio, infatti, era chiaro che il 2020 non sarebbe stato un anno come tutti gli altri. All’1.00 del 3 gennaio quattro missili lanciati da un drone dell’esercito statunitense colpiscono un convoglio di auto all’aeroporto di Baghdad uccidendo dieci persone tra cui il vero obiettivo dell’attacco: il generale iraniano Quasem Soleimani. La morte del generale scatenò una serie di reazioni violentissime e l’Iran, dopo tre giorni di lutto cittadino con dieci milioni di persone in piazza a salutare “il martire Soleimani”, passò al contrattacco pochi giorni dopo colpendo con missili a lunga gittata due basi americane e ferendo un totale di 109 soldati statunitensi. Per giorni si temette per l’inizio di una nuova guerra ma, per fortuna, le scaramucce durarono poco.

Non sono durati poco invece gli incendi che per settimane hanno devastato l’Australia bruciando, a cavallo tra il 2019 e il 2020, sedici milioni di ettari e provocando la morte di 33 persone e oltre un miliardo di animali. Un evento che rappresenta uno dei disastri più grandi di sempre per l’ambiente e per l’ecosistema australiano che è però passato sottotraccia a causa degli eventi che vi si sono sovrapposti. Oltre al rischio di una terza guerra mondiale, paventata da media ed opinione pubblica dopo gli scontri tra USA ed Iran, l’ecatombe australiana viene oscurata da una notizia che arriva dalla Cina: il 23 gennaio, a seguito della diffusione incontrollata di un nuovo coronavirus, la città di Whuan e in seguito tutta la regione di Hubei vengono messe in quarantena. È l’inizio di un incubo che sarà mondiale come avvertì l’OMS che il 30 gennaio dichiara il nuovo virus “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”.

Febbraio – Nonostante gli avvertimenti, però il virus continua ad essere visto come un problema cinese e il mondo continua con la vita di sempre. Così, mentre negli USA il senato respinge l’impeachment del presidente Donald Trump, in Italia il Festival di Sanremo condotto da Amadeus viene vinto da Diodato con la canzone “Fai rumore”. E mentre l’Italia si preoccupa di cosa sia successo tra Bugo e Morgan, in Egitto il 7 febbraio viene arrestato lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, ancora detenuto senza nessuna accusa.

Ma la data che cambierà per sempre questo 2020, facendoci capire che il virus non era solo un problema cinese, è una: venerdì 21 febbraio 2020. All’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, si registra il primo caso di covid-19 in Italia.

Marzo-Aprile – è l’inizio del periodo più buio della recente storia dell’umanità. All’improvviso il mondo si scopre fragile. Nel nostro paese dopo una settimana in cui si assiste quasi impotenti all’aumento esponenziale dei casi si decide di chiudere tutto: è il 9 marzo 2020, è l’Italia entra nel primo lockdown della sua storia. Sono passati 70 giorni da quando il virus è stato annunciato dalla Cina. 1680 ore. Tanto ci ha messo ad essere individuato anche in Italia e far crollare il paese nella sua “ora più buia”. Una settimana dopo anche il resto del mondo avrebbe iniziato a chiudere. Mentre tornano le frontiere europee per la prima volta, il presidente Macron il 16 marzo parla alla nazione annunciando: “da oggi siamo in guerra”. Nel mondo sono però sempre più diffusi i leader politici che sostengono che la pandemia non esista e che sia solo un’influenza. Tra di loro c’è Boris Johnson, primo ministro della Gran Bretagna, che colpito da un karma immediato il 7 aprile si ritrova ricoverato in terapia intensiva dopo aver contratto il covid-19. Ne uscirà senza conseguenze.

Le immagini di quei mesi le abbiamo ancora davanti agli occhi: supermercati assaltati, strade deserte, medici ed infermieri esausti, gli obitori intasati, le terapie intensive al collasso. L’Italia aspetta le conferenze del sabato sera e quello con il premier Conte diventa un appuntamento quasi fisso per milioni di persone. Due istantanee però rimarranno per sempre nella storia, indelebili nella memoria di chi le ha vissute: una colonna di mezzi militari che porta via da Bergamo decine di bare e un Papa solo in una piazza deserta che prega per il mondo. Ma mentre tutto sembra crollare si inizia a diffondere una solidarietà senza precedenti con medici che partono volontari verso i paesi più colpiti, gente comune che si ritrova unita nella lotta ad un “nemico invisibile” cantando ed applaudendo dai balconi.

Maggio-Giugno – Dopo due mesi e mezzo di chiusure, Il nostro paese inizio una timida riapertura. Il premier Giuseppe Conte annuncia la possibilità dal 4 maggio di rivedere i propri “congiunti”, rendendola all’istante una delle parole più googlate dell’anno. È l’inizio della ripresa che sancisce la fine della fase più acuta. I contagi calano e la pressione sulle terapie intensive scende. L’Europa lentamente si risveglia da un incubo. Il 3 giugno nel nostro paese si respira una nuova normalità, con mascherine guanti e gel igienizzanti ma con la possibilità di nuovo di muoversi tra regioni e andare per negozi. Lo stesso accade gradualmente in tutto il mondo che superato il periodo spera, sbagliando, che sia già tutto finito.

Ma una nuova scossa alle coscienze arriva dagli USA. Il 25 maggio il giovane afroamericano George Floyd viene ucciso da un poliziotto a Minneapolis innescando proteste violentissime che si protrarranno per giorni. Il movimento “Black Lives Matter” attraversa tutto il pianeta e in ogni paese si organizzano manifestazioni contro il razzismo. Ma è negli stati Uniti che la situazione degenera: i manifestanti assaltano e bruciano stazioni di polizia e negozi arrivando persino davanti alla Casa Bianca da dove il presidente Trump è costretto a fuggire nonostante un muro di due metri eretto a protezione del presidente per l’occasione.

Luglio-Agosto – Assaporando la nuova libertà in Italia e nel resto del mondo le località turistiche tornano ad essere affollate. Come se non ci fosse alcun virus, senza distanziamento e spesso senza dispositivi di protezione, milioni di persone partono per le vacanze approfittando dell’allentamento delle misure di contenimento.

Mentre senza accorgersene il mondo soffiava sul fuoco della seconda ondata, una scintilla è sufficiente per distruggere una città. Il 4 agosto una violentissima esplosione al porto di Beirut distrugge un’area vastissima facendo crollare diversi edifici e causando oltre 200 morti, 7.000 feriti e decine di migliaia di sfollati. Morte e devastazione spingono il popolo libanese a tornare in piazza a manifestare contro la corruzione nel governo. In piazza scendono anche i bielorussi dopo l’ennesima elezione che ha visto il trionfo, viziato da brogli, del leader Lukashenko contro cui milioni di persone hanno deciso di manifestare in tutto il paese venendo represse duramente. Ma il mondo sembra troppo preso dalla partenza dello Space-X, lo shuttle di Elon Musk che riporta gli Stati Uniti nello spazio, per accorgersi dei problemi dei due stati.

Settembre-Ottobre – L’illusione di aver sconfitto il virus si infrange contro i numeri in rapida ascesa. Mentre scuole e uffici ripartono in presenza i contagi crescono e con loro i ricoveri e i decessi. Nel giro di poche settimane ci si rende conto di essere di fronte ad una seconda ondata. In tutta Europa ricominciano le chiusure, ma quel senso di solidarietà che aveva caratterizzato la prima lascia il posto alla rabbia e alla disperazione di qualcuno. Nascono in tutto il continente movimenti di protesta che mettono a ferro e fuoco le città per dimostrare la propria contrarietà alle nuove chiusure. Da Parigi a Berlino, passando per Napoli Milano e Roma dove le manifestazioni sono guidate dall’estrema destra e dai negazionisti, migliaia di persone scendono in piazza per diversi giorni nella loro personale guerra contro lo stato.

Meno personale è invece la guerra che scoppia nella regione caucasica del Nagorno Karabakh dove per settimane si affrontano forze armate armene e azere causando morti e sfollati anche tra i civili. Il tutto mentre il 2 ottobre, a un mese dalle elezioni presidenziali, Donald Trump annuncia la sua positività al covid-19.  Dopo aver criticato le mascherine, paragonando ripetutamente il virus all’influenza e continuato a tenere comizi elettorali viene trasportato in un’ospedale militare per precauzione. Ne uscirà pochi giorni dopo senza conseguenze.

Novembre-Dicembre – Il 3 novembre Joe Biden sconfigge un Donald Trump che non si rassegna e gridando a presunti brogli elettorali fa causa in diversi stati nel tentativo di ribaltare il risultato. Non sarà così. Tutti i tribunali a cui si rivolge respingono i suoi ricorsi e il 20 dicembre la vittoria di Biden viene certificata dai Grandi Elettori che lo incoronano nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sconfitto Trump, da sempre particolarmente permaloso, cerca di ostacolare in tutti i modi Biden per rendergli il lavoro più difficile e grazia a ripetizione i suoi alleati condannati in questi anni concedendo nelle ultime settimane decine di perdoni presidenziali a suoi fedelissimi.

Intanto l’anno scivola via. I contagi continuano a crescere e novembre vede chiusure diffuso in tutto il mondo con il nostro paese di nuovo in prima linea. Ma dalle aziende farmaceutiche arriva un segnale di speranza: il vaccino. Mai una piccola fiala ha tenuto così tanto il mondo sospeso. Il suo viaggio dal Belgio allo Spallanzani di Roma viene seguito in diretta da migliaia di italiani nel giorno di Natale. E oggi, con un’immagine che da speranza per un futuro senza mascherine e distanziamento, 9.750 dosi in tutta Italia vengono somministrate a medici e infermieri.

Tra reazione allergiche e dosi in eccesso: guida rapida al vaccino

“Sono morti più 260 mila americani e mi rivolgo alle famiglie che hanno perso i loro cari.
So che cosa significa ritrovarsi a tavola con una sedia vuota, specie in giorni come questi.”
-Joe Biden-


Pronti, via. Dopo l’annuncio dell’agenzia europea del farmaco di voler anticipare dal 29 al 21 la riunione per la valutazione e l’approvazione del vaccino Pfizer-Biontech in tutta Europa ci si prepara a vaccinazioni su larga scala come già sta accadendo da una settimana circa nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In Italia si dovrebbe partire tra una settimana esatta con le prime 9750 dosi di vaccino che verranno somministrate in tutta in tutte le regioni italiane: ad avere il maggior numero di dosi per la prima somministrazione simbolica sarà la Lombardia, con 1.620 dosi, seguita dall’Emilia Romagna (975), dal Lazio (955), dal Piemonte (910) e dal Veneto (875). Le regioni che riceveranno meno dosi sono la Valle d’Aosta (20), il Molise (50) e l’Umbria (85). In questi giorni, però, le campagne lanciate in Gran Bretagna e USA sono tenute in osservazione da tutto il mondo che studia i modelli applicati e i problemi rilevati.

Dosi – La prima, buona, notizia arriva dagli Stati Uniti dove le dosi dei vaccini sarebbero più di quanto era stato ipotizzato. Se inizialmente si pensava che ogni fiala di vaccino contenesse cinque dosi, ora gli operatori sanitari impegnati nella campagna statunitense stanno sottolineando come in ogni fiala vi siano fino a due dosi in più rispetto a quanto dichiarato. Se in condizioni normali le dosi in eccesso verrebbero scartate, in una situazione critica come quella attuale la FDA ha autorizzato l’utilizzo di tutte le dosi presenti nelle fiale in possesso degli operatori portando ad un aumento del 40% dei vaccini a disposizione. L’unico paletto messo dall’FDA è il divieto assoluto di miscelare dosi di fiale diverse, qualora infatti in una fiala dovesse rimanere meno di una dose intera sarà vietato prelevarne parte da una fiala diversa per evitare contaminazioni potenzialmente pericolose.

A mettere le mani avanti in questo caso è stata la stessa casa produttrice dell’unico vaccino attualmente somministrabile, la Pfizer, che ha sottolineato come non sia automatica la presenza di sette dosi per ogni fiala. “La quantità di vaccino rimanente nella fiala multidose dopo la rimozione di cinque dosi” ha fatto sapere in un comunicato “può variare, a seconda del tipo di aghi e siringhe utilizzati”. L’importante, insomma, sarà somministrare sempre la giusta dose senza sforzarsi per far uscire da ogni fiala sette dosi. Il consiglio, infatti, è quello di verificare sempre al termine delle cinque dosi ufficiali se vi sia sufficiente materiale per ricavarne un’altra o più.

Reazioni – Sotto i riflettori negli ultimi giorni sono però finite anche le reazioni che hanno avuto alcuni dei primi pazienti sottoposti a vaccino. Preoccupante ed ampiamente ripreso in tutto il mondo è stato il caso di un’operatrice sanitaria del Bartlett Regional Hospital di Juneau, nell’Alaska meridionale. Una decina di minuti dopo la somministrazione del vaccino la donna, che non presentava altre patologie ne allergie pregresse, ha iniziato ad accusare una reazione anafilattica con fiato corto e l’aumento della frequenza cardiaca. L’intervento dei medici che le hanno somministrato adrenalina ha calmato la reazione che però si è ripresentata nel giro di poche ore costringendo i medici a somministrarle steroidi ed altra adrenalina e a trasferita per precauzione in terapia intensiva. Il giorno seguente la reazione era terminata del tutto e dopo un paio di giorni di osservazione è stata dimessa. Una reazione che ha alimentato il dibattito pubblico portando ad una nuova ondata di esternazioni da parte dei movimenti “no vax” che hanno immediatamente strumentalizzato il caso per rilanciare la tesi di un vaccino insicuro e pericoloso.

In realtà quello che è successo in Alaska è un caso particolarmente isolato. Non si segnalano, infatti, altri casi di reazioni così gravi da richiedere un ricovero mentre le reazioni allergiche gravi si sono registrati solo in pochissimi casi. Nel Regno Unito solo due operatori sanitari hanno sviluppato reazioni gravi ma in entrambi i casi, come ha sottolineato l’NHS, si trattava di persone che già in passato avevano avuto reazioni simili a precedenti vaccini o farmaci. Negli USA, dove le autorità stanno monitorando da vicino la situazione catalogando i casi di reazioni per programmare il prosieguo della campagna vaccinale, si sono registrati sei casi di reazioni gravi su 272.000 dosi somministrate ai pazienti. Circa un migliaio invece sarebbero i pazienti che hanno manifestato reazioni di media entità entro la finestra di osservazione mentre sintomi lievi (febbre, mal di testa e brividi) sono frequenti nelle prime 24 ore ma una volta manifestati si esauriscono nel giro di poche ore.  Pur restando la raccomandazione, come d’altronde per ogni tipo di farmaco, di evitare la somministrazione a persone che già in passato abbiano manifestato reazioni allergiche, il vaccino Pfizer sembra essere ad oggi abbastanza stabile e con effetti collaterali limitati tanto da spingere i paesi che hanno già lanciato le proprie campagne vaccinali a non modificarle.

Test – Come dimostrano i documenti, pubblici e consultabili sul sito della Food and Drug Administration (FDA), il vaccino è stato testato seguendo tutti i protocolli previsti dalle autorità sanitarie. La fase di sperimentazione è durata mesi ed ha coinvolto 44 mila volontari che si sono sottoposti a test clinici e vaccinazioni negli scorsi mesi per permettere un perfezionamento delle dosi da somministrare su larga scala. Le centinaia di pagine di documentazione fornite dalla Pfizer-BioNTech presentano i risultati dei tre test clinici che hanno portato all’appprovazione definitiva di un vaccino che presenta un’efficacia del 95% in seguito alla seconda somministrazione che deve essere fatta entro 3-4 settimane dalla prima. L’efficacia del vaccino risulta buona già dopo la prima dose (52%) mentre è definita molto buona ed al di sopra delle aspettative al termine del ciclo di due dosi. Particolarmente rilevante è poi il dato relativo all’efficacia nelle varie fasce: dai test risulta infatti che il livello di efficacia si è mantenuto alto a prescindere dal genere, dall’età, dalla provenienza geografica e dalla presenza di problemi di salute nei volontari.

I documenti forniti all’agenzia da Pfizer-BioNTech indicano che diversi volontari hanno segnalato qualche segno di malessere temporaneo nelle ore dopo la somministrazione della seconda dose. Nella fascia tra i 16 e i 55 anni, più della metà ha indicato una sensazione di affaticamento e mal di testa; un terzo ha segnalato di avere i brividi e il 37 per cento di avere dolori muscolari. Tra gli over 55, circa la metà ha detto di avvertire un certo affaticamento, un terzo mal di testa e/o dolori muscolari e un quarto i brividi. Gli effetti avversi sono stati temporanei e si sono risolti nella maggior parte dei casi a un giorno di distanza dal ricevimento della seconda dose. Altri vaccini impiegati da tempo contro diverse malattie causano effetti transitori di questo tipo, e non costituiscono quindi una preoccupazione per quanto riguarda il nuovo vaccino. Alcuni medici ritengono che alla somministrazione della seconda dose potrebbe essere associato un giorno di malattia per i lavoratori, in modo da ridurre i rischi e incentivare il completamento della vaccinazione.

I dati sperimentali e le campagne di vaccinazione già avviate con il vaccino Pfizer sembrano dunque smentire, o quantomeno ridimensionare, le tesi di no mask, no vax e gilet arancioni. Ma mentre i vari soggetti anti “dittatura sanitaria”, da qualche giorno confluiti insieme all’estrema destra di Forza Nuova nel nuovo partito Italia Libera, continuano a gridare alla pericolosità dei vaccini l’Italia si prepara a somministrare le prime dosi. Chissà se anche loro ne vorranno una.

L’Italia franò: i dati del dissesto idrogeologico nel Bel Paese

Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo.”
– Jean Jacques Rousseau –


Tre morti e almeno quattro dispersi. Un inferno di acqua e fango che si è abbattuto su Bitti, a 40km da Nuoro in Sardegna. Il fiume Cedrino, ingrossato dagli affluenti, rompe gli argini ed esonda in più punti riversando a valle milioni di cobi d’acqua con tutta la ferocia di cui sa essere capace la natura. È l’ennesima tragedia causata dal maltempo in un’Italia in cui ogni volta che il bollino del meteo diventa rosso riscopre tutte le sue fragilità. Ma se troppo a lungo si è cercato di attribuire la colpa di questi drammi solamente all’estremità di certi fenomeni atmosferici di carattere eccezionale, è innegabile che ad alimentare la portata di questi fenomeni vi siano problemi più profondi.

Territorio – La conformazione del nostro paese unita al consumo del suolo e ai cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi rendono l’Italia un paese fragile per quel che riguarda il dissesto idrogeologico. Basti pensare che il progetto “Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia” (IFFI) ha rilevato dal 2018 ad oggi 620.808 frane nel nostro paese che hanno interessato tutto il territorio nazionale, isole comprese.

I dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ci restituiscono una fotografia dell’Italia alquanto preoccupante evidenziando come tra fenomeni franosi ed alluvioni cittadini, imprese e beni di interesse culturale siano sistematicamente esposti a rischi altissimi. Secondo i dati riportati sul portale IdroGEO, infatti, l’8,4% dell’intero territorio italiano rientra nelle due classi a maggior pericolosità (elevata e molto elevata) per quanto riguarda il rischio frane. Una fetta di territorio vastissima che espone 1.281.980 abitanti ad un’alta probabilità di essere travolti da fenomeni del genere in situazioni di maltempo con rischi concreti per quasi 12mila imprese. Dati ancora peggiori se si considera il rischio legato alle alluvioni: il 10% della popolazione italiana (6.183.364 di abitanti) è esposto ad un significativo rischio idrico. L’Italia, insomma, è come se fosse in bilico. Un paese che rischia di vivere l’ennesima tragedia ogniqualvolta fenomeni atmosferici particolarmente violenti colpiscano il nostro paese.

Così non sorprende se nel solo 2017, secondo i dati dell’ultimo monitoraggio ISPRA del 2018, si sono registrate 172 frane importanti che hanno causato in totale 5 vittime, 31 feriti e danni importanti alla rete stradale e alle infrastrutture. Fenomeni con cui l’Italia ha quasi imparato a convivere, facendo quasi l’abitudine a disastri sempre più frequenti e drammatici. Negli ultimi settant’anni il nostro paese ha vissuto continue tragedie legate all’instabilità idrogeologica del nostro paese: dall’alluvione del Polesine che nel 1951 causò quasi cento vittime e oltre 180.000 sfollati a quella del 2000 a Soverato passando per i tremendi danni al patrimonio artistico dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966. E poi Genova, le Cinque Terre, Olbia, Massa Carrara, il Tanaro e una serie infinita di episodi simili che hanno portato nel nostro paese morte e distruzione.

Uomo – Ma se per troppo tempo si è attribuita la colpa di questi drammi a precipitazioni intense dovute a fenomeni atmosferici sempre più intensi, emerge sempre di più una responsabilità diretta dell’uomo nell’aumentare il rischio idrogeologico in molte aree del nostro paese. Per troppi anni, infatti, sono state fatte scelte urbanistiche scorrette disattendendo le valutazioni tecniche e ignorando le caratteristiche del territorio. Scelte urbanistiche che non solo hanno portato il nostro paese ad essere tra i peggiori per quel che riguarda il consumo del suolo, che si attesta intorno all’8% a livello nazionale con picchi in alcune regioni ben oltre al 10%, ma hanno anche logorato il territorio rendendolo più fragile e più esposto a rischi idrogeologici. Per anni, insomma, si è deturpato il territorio derogando a regole e buonsenso nel nome di un progresso sociale ed economico. Deroghe che oggi vengono sempre meno accettate socialmente ed istituzionalmente e che portano le recenti scelte in tema di pianificazione urbana e regionale ad essere sempre più attente alla sostenibilità ambientale e al tema del consumo del suolo. Un’inversione di rotta che certo è utile per non peggiorare ulteriormente una situazione già grave e quasi compromessa ma che da sola non può portare ad un concreto miglioramento.

Interventi – Secondo la ricerca “Natural disaster in Italy: evolution and economic impact”, condotta da Prometeia, il nostro paese ha speso negli anni circa 160 miliardi di euro per le ricostruzioni post calamità. Risulta dunque evidente come sia necessaria un’opera di prevenzione struttura ed efficiente che a fronte di investimenti ingenti possa mettere il nostro paese al riparo da altri fenomeni come quelli vissuti negli ultimi anni.

Ma se l’opera di prevenzione dovrebbe nascere principalmente dalla politica, la politica sembra interessarsene solo in piccolissima parte. Nel 2019 il Governo ha lanciato la cabina di regia “Strategia Italia”, finalizzata a verificare lo stato di attuazione di una serie di interventi a rilevante rischio per il territorio incluso il dissesto idrogeologico, ma il nuovo organismo non è mai risultato particolarmente incisivo. All’istituzione della cabina di regia centralizzata, infatti, non è seguito un cambio del modello lasciando la programmazione e l’attuazione delle opere di prevenzione agli enti locali per i quali è stato stanziato per il triennio 2019-2021 un fondo di 10,9 miliardi di euro. Uno stanziamento sicuramente importante ma che rischia di essere inefficace in assenza di un piano nazionale pluriennale che detti la linea sugli interventi da attuare. Per quanto utile, un fondo del genere rischia di portare ad una frammentazione pericolosa con interventi disorganici e incapaci di risolvere un problema che andrebbe reso prioritario nel nostro paese.

Oltre a questo, e forse in maniera più urgente, serve un cambio culturale nel nostro paese. È necessario per riuscire a risolvere almeno parzialmente il problema un cambio di mentalità che ci porti a percepire l’ambiente che ci circonda non come un insieme di risorse da sfruttare il più possibile ma come un qualcosa da tutelare e utilizzare in modo sostenibile. Sarà decisivo, anche in questo ambito, un deciso cambio di rotta in tema di tutela ambientale con interventi sempre meno invasivi e uno sfruttamento sempre più ridotto del territorio in cui viviamo. Investimenti, maggior sensibilità ambientale e un programma politico strutturato e centralizzato forse non porteranno ad azzerare i rischi e a risolvere un problema che dura da decenni ma sicuramente possono rappresentare un primo passo per un’Italia che possa smettere di avere paura ogni volta che il meteo mette pioggia.

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