Cosa sta succedendo in Bielorussia

“È stato un risveglio improvviso, come se un intero Paese fosse uscito dall’incantesimo”
Iryna Khalip


È domenica sera quando la commissione elettorale, a seggi ancora aperti, annuncia con certezza la rielezione per il sesto mandato consecutivo di Aleksandr Lukashenko. Questa volta, però, i bielorussi non ci stanno e a pochi minuti dall’annuncio migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città del paese. Esplode con tutta la forza possibile la rabbia di un popolo che non vuole più sottostare ad un regime che dura da 26 anni, da quando cioè la Bielorussia è tornata votare dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica.

Lukashenko – Era il 1994 quando, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, venne approvata la Costituzione della Repubblica di Bielorussia. Un passo fondamentale per un paese che attraverso i 146 articoli di quel documento sognava l’inizio di un nuovo corso democratico dopo settant’anni di regime sovietico. Ma quello che doveva essere l’inizio di un sogno democratico si è trasformato in quella che è a tutti gli effetti l’ultima dittatura europea.

Le prime elezioni democratiche videro la partecipazione di sei candidati tra cui vinse, a sorpresa, un giovane Aleksandr Lukashenko ottenendo il 45% dei voti al primo turno e l’80% al ballottaggio contro lo sfidante Vjačaslaŭ Francavič Kebič. Quarantenne ex militare delle forze armate sovietiche e già deputato del Soviet bielorusso dal 1990, Lukashenko condusse una campagna elettorale incentrata sulle promesse di fare pulizia nel paese rimuovendo dalle posizioni di vertice gli ufficiali corrotti e di impedire privatizzazione e riforme di mercato. Una volta eletto, però, le sue idee politiche e la sua linea antioccidentale iniziò ad apparire sempre più chiara. Nel 1999 promosse una modifica alla costituzione per allungare da 5 a 7 anni il suo mandato presidenziale mentre due anni più tardi alzò il tiro contro i paesi occidentali facendo espellere gli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Germania, Italia, Grecia accusandoli di cospirazione. È l’inizio di un regime mai più interrotto che ha trasformato la presidenza della repubblica in un gioco personale nelle mani di una sola persona.

Rieletto per un secondo mandato nel 2001, nonostante l’OCSE avesse sollevato dubbi sulla legittimità delle consultazioni, promosse e fece approvare una nuova modifica alla costituzione eliminando il limite di due mandati per i Presidenti della repubblica e spianandosi la strada verso un futuro alla guida del paese. Da quel momento il copione si è ripetuto identico per altre 3 volte prima di quest’anno (2006, 2010, 2015). Ad ogni tornata elettorale Lukashenko ha trionfato con un consenso tra il 70 e l’80% portandosi dietro critiche da tutti i paesi occidentali e dall’OCSE che ha più volte sottolineato come nei mesi precedenti alle elezioni venissero sistematicamente fermati tutti i principali sfidanti. Negli anni ha ridotto infatti in modo drastico le libertà di stampa e di parola in Bielorussia comprimendo i diritti delle minoranze e portando avanti una costante campagna persecutoria nei confronti degli oppositori politici.

Elezioni – E così è stato anche quest’anno. La stanchezza per il suo dominio infinito, la crisi economica e il suo spudorato negazionismo della pandemia hanno dato vigore a reali candidature alternative: il vlogger Serghej Tikhanovskij, l’ex direttore di una banca controllata da Mosca Viktor Babariko e l’ex ambasciatore negli Usa e fondatore della “Silicon Valley” bielorussa Valerij Tsepkalo. Candidature forti che, a pochi mesi dalle elezioni sembravano poter strappare finalmente lo scettro all’ultimo dittatore d’Europa e dar vita a un vero cambiamento per il paese. Ma in una Bielorussia in cui nulla deve impedire a Lukashenko di governare una tale voglia di cambiamento non è ammissibile. Così, dopo averli definiti “burattini della Russia”, l’eterno leader ha fatto arrestare i primi due e invalidato la candidatura del terzo. Unica ammessa alle elezioni per sfidarlo è stata la moglie di Serghej, Svetlana Tikhanovskaja considerata meno pericolosa perché donna. Su questo però, si sbagliava.

L’arresto dei principali candidati ha dato uno slancio inimmaginabile alla Tikhanovskaja che ha raccolto la rabbia e la stanchezza dei bielorussi. Timida insegnante trentasettenne, è riuscita infatti a galvanizzare le folle radunando addirittura 60mila sostenitori a Minsk in quello che è stata la manifestazione politica più partecipata dalla caduta dell’Unione Sovietica. Così la sua candidatura ha preso forza giorno dopo giorno tanto da arrivare, secondo alcuni sondaggi, ad avere oltre il 60% dei consensi nel paese. Ogni tentativo di Lukashenko di arginare la sua ascesa, come i quasi 1.300 attivisti arrestati durante manifestazioni a sostegno della Tikhanovskaja, sembrava andare nella direzione opposta rafforzando la sua candidatura. Ma quando l’opposizione era pronta a festeggiare un risultato storico, i dati ufficiali hanno gelato gli animi. Il 9 agosto la commissione elettorale ha diffuso, a seggi ancora aperti, i risultati delle elezioni: Lukashenko 80%, Tikhanovskaja 7%.

Proteste – L’ennesima tornata elettorale viziata da evidenti brogli e la prospettiva di un sesto mandato per Lukashenko ha scatenato la rabbia dei bielorussi che sono scesi in strada in oltre 30 città. Ancora una volta, però, il regime ha reagito come meglio sa fare. L’accesso a internet è stato interrotto isolando di fatto per diverse ore la Bielorussia dal resto del mondo mentre decine di migliaia di agenti venivano schierati in tenuta antisommossa per reprimere le proteste. Il bilancio a notte fonda è drammatico: 3.000 manifestanti arrestati, oltre 1.000 feriti e un manifestante ucciso. Ma è solo l’inizio.

Per tutta la settimana la tensione in Bielorussia resta altissima, centinaia di migliaia di persone scendono in strada sventolando drappi bianchi simbolo dell’opposizione. La Tikhanovskaja fugge in Lituania, dove da alcune settimane aveva mandato i suoi figli, temendo per la propria sicurezza in un paese che sembra sull’orlo di una rivoluzione. Perché più i giorni passano più la rabbia aumenta e con essa anche la repressione. Diverse associazioni denunciano il pestaggio e le torture inflitte ai manifestanti arrestati mentre i video mostrano una repressione sempre più dura da parte della polizia che, però, inizia a perdere i pezzi. Alcuni video mostrano infatti anche gruppi di militari che si tolgono la divisa per unirsi alle proteste rifiutandosi di combattere una guerra tra poveri per fare il gioco di Lukashenko.

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