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Il Comune di Foggia sciolto per mafia: come i clan condizionavano la politica

Il Comune di Foggia diventa il primo capoluogo pugliese ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose. Alla base della decisione del Ministero dell’Interno vi sarebbero diversi episodi di connivenza tra amministrazione comunale e clan locali.

La notizia è passata un po’ in sordina, un po’ perché attesa da tempo, un po’ perché il consiglio comunale di Foggia è già stato sciolto, in via ordinaria, a seguito delle dimissioni rassegnate dall’ex sindaco Franco Landella lo scorso 4 maggio e non revocate nel termine dei 20 giorni dalla loro presentazione. Ma la breve nota con cui il Ministero dell’interno “ha deliberato l’affidamento a una commissione straordinaria della gestione del Comune di Foggia, già sciolto a seguito delle dimissioni del sindaco” ha un peso enorme e un significato profondo. Una frase che sembra non dire nulla ma che racchiude tutto in una sola parola: “Straordinaria”. Commissione straordinaria significa che il comune di Foggia è sciolto ufficialmente per infiltrazione mafiosa ai sensi dell’art. 143 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL).

Era lo scorso 9 marzo quando in Comune si era insediata la Commissione d’accesso agli atti, inviata dal Viminale per verificare la presenza o meno di condizionamenti della criminalità organizzata nell’ente comunale. Il lavoro è durato poco più di quattro mesi, rispetto ai sei previsti, poi la relazione con l’esito degli accertamenti è stata consegnata al prefetto di Foggia, Carmine Esposito che ha redatto il documento finale con le motivazioni alla base dello scioglimento. Ed ora c’è anche il timbro del Governo. A Foggia le istituzioni cittadine erano pesantemente condizionate dalla criminalità organizzata e per questo non possono continuare a governare la città. Ed ora la città non andrà ad elezioni, come sarebbe accaduto se fosse continuato il commissariamento ordinario, ma si prepara ad almeno un anno e mezzo di gestione commissariale con la guida della città che dovrebbe rimanere in mano all’attuale commissaria Marilisa Magno.

Secondo le prime indiscrezioni, il principale tema toccato dalla Commissione di accesso nei quattro mesi di lavoro sarebbe quello relativo alle politiche abitative con alloggi assegnati ad esponenti della criminalità organizzata, dai Moretti ai Sinesi passando per i Francavilla. A loro e ai loro familiari, secondo quanto rilevato dalla Commissione, sarebbero infatti stati concessi alloggi popolari anche in assenza dei requisiti sottraendoli così di fatto a chi ne avrebbe avuto realmente bisogno. A questo si aggiunge la mancata richiesta di certificazioni antimafia da parte del comune ad aziende destinatarie di importanti appalti pubblici in Città, vicenda che vede coinvolto in prima persona l’ex sindaco Landella che per questo motivo rischia l’incandidabilità.

Insomma, l’operato dell’amministrazione comunale negli ultimi anni è stato poco limpido e troppo spesso connivente con settori della criminalità organizzata locale. Una connivenza che ha condizionato l’andamento della politica pubblica costringendo il Governo ad intervenire per ripristinare l’ordine democratico minacciato da una mafia sempre più forte. Perché nel silenzio generale la mafia foggiana sta aumentando il proprio potere e la propria influenza. Proprio per questo serve una risposta istituzionale forte e decisa. Proprio per questo non è tollerabile una politica che faccia affari con la criminalità. 

Il caso Zaki e il cortocircuito istituzionale tra Parlamento e Governo

Oggi Patrick Zaki compie 30 anni. Per il secondo anno di fila, però, festeggerà questa ricorrenza dal carcere di massima sicurezza in cui è detenuto. Il tutto mentre in Italia va in scena un cortocircuito istituzionale con il Governo che non dà seguito alle richieste del Parlamento. 

Non ci saranno torta e candeline. Non ci sarà una festa. Non ci saranno amici e parenti. Per Patrick Zaki non ci sarà nemmeno la libertà come regalo. Oggi lo studente dell’Alma Mater di Bologna compie trent’anni ma da 493 giorni è detenuto senza alcuna accusa formale nel carcere di massima sicurezza di Tora. Inghiottito nel più infernale carcere del suo paese senza un processo, né celebrato né in programma, dal 7 febbraio 2020. Per il secondo anno di fila Patrick trascorrerà il giorno del suo compleanno in quella cella dove, come hanno testimoniato i suoi legali, sta lentamente crollando fisicamente e mentalmente. Sedici mesi in cui la società civile italiana e non solo si è mobilitata per chiedere che questo ennesimo sopruso del regime egiziano finisca al più presto. Dalle associazioni all’impegno instancabile dell’Università di Bologna, dai cittadini ai sindaci che gli hanno concesso la cittadinanza in decine di città. Tutta Italia sembra avere a cuore le sorti di Patrick. Tutta Italia tranne, a quanto pare, il Governo.

Era il 14 aprile quando, con 208 voti favorevoli e 33 astenuti, il Senato approvava un ordine del giorno unitario per chiedere al governo di riconoscere il prima possibile la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Indimenticabili le parole di Liliana Segre, corsa a Roma da Milano appositamente per votare quella mozione, che davanti ai colleghi senatori disse: “C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà. Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno”. Parole che hanno toccato tutti e sono arrivate fino a Patrick che ha voluto scrivere una lettera di ringraziamento alla Senatrice a vita. Senza mandargliela però. Gliela consegnerà a mano una volta libero, ha detto.

Ma quelle parole così forti e profonde, qualcuno sembra averle dimenticate in fretta. Dopo oltre due mesi da quel voto, infatti, nulla si è minimamente mosso. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’ordine del giorno il governo ha fatto sapere di essere pronto ad avviare le verifiche necessaria per la concessione della cittadinanza. Era il 19 aprile e dopo quel primo segnale di disponibilità tutto sembra essersi fermato tanto che qualche giorno dopo lo stesso Draghi dichiarò: “Quella su Zaki è un’iniziativa parlamentare. Il governo al momento non è coinvolto.” Il disinteresse del governo per la questione della cittadinanza allo studente egiziano può certamente essere giustificato da tante questioni, nessuna buona per carità, come il non voler rovinare le buone relazioni tra il nostro paese e l’Egitto con cui nonostante le polemiche continua una fitta collaborazione anche in ambito militare. Si presenta però un problema politico interno non indifferente. Che rapporto c’è tra il Parlamento ed il Governo? Può quest’ultimo ignorare una richiesta unanime del Senato? I Senatori che hanno votato lo hanno fatto per prendere una posizione netta e decisa e passare la palla all’esecutivo perché ne desse attuazione. Sono passati due mesi e dal Governo non è stata intrapresa, almeno pubblicamente, nessuna azione in quella direzione. Una vicenda che rischia di sbilanciare i poteri con un parlamento incapace di impegnare il Governo ed un esecutivo tranquillo nel fare quel che più crede senza sentirsi legato alle due camere. Una vicenda che, dunque, dovrebbe portare a riflettere sui ruoli e sulle competenze di chi governa questo paese. Se non fosse che nel mezzo c’è una vita che merita tutta l’attenzione del caso. La vita di Patrick, che da 493 giorni è detenuto. Che oggi compie trent’anni. Che guarda al nostro paese e aspetta. Che non merita tutto questo.

La nascita della Repubblica tra tensioni, morti, accuse di brogli e un’Italia divisa

Tutto quello che c’è da sapere sul referendum che portò alla nascita della repubblica. Dagli aventi diritto al voto alle accuse di brogli, passando per la tensione crescente che portò alla forzatura di De Gasperi.

Era il 2 giugno 1946. La Seconda guerra mondiale era appena finita e con lei anche il ventennio di dittatura fascista. In un’Italia martoriata che si apprestava a ripartire il primo forte segnale arrivò dalle urne con la prima elezione a suffragio universale della storia del nostro paese. Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani furono chiamati al voto per l’elezione di un’Assemblea Costituente, alla quale sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale, e la scelta della forma di governo da dare allo stato: Monarchia o Repubblica. Fu proprio quello il quesito più importante di quel giorno, in grado di mostrare le spaccature di un paese ancora diviso. Un quesito che si risolse con la vittoria risicata della Repubblica: 12.717.923 voti contro i 10.719.284della Monarchia.

Votanti – La prima curiosità su quella tornata elettorale, però, riguarda proprio i votanti. Se è vero che furono le prime elezioni a suffragio universale e videro la partecipazione dell’89% degli aventi diritto (circa 25 milioni di votanti su un totale di 28 milioni) furono in molti quelli che non poterono votare quel giorno. Non poterono votare, ad esempio, i prigionieri di guerra e gli internati in Germania. Non poterono votare i cittadini della provincia di Bolzano, passata alla Germania durante la guerra e in quel momento ancora sotto il controllo militare alleato. Non si votò a Pola, Fiume e Zara, tre città italiane passate sotto il controllo della Jugoslavia. Non si votò neppure a Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e al centro di un complicato contenzioso diplomatico che si sarebbe risolto soltanto nel 1954. Furono tanti, insomma, i territori esclusi in quella che fu un’elezione anomala quanto storica. 

Risultati – Altra curiosità è quella che riguarda i risultati e la distribuzione del voto. L’esito delle consultazioni, infatti, non fu annunciato subito ma bisognò aspettare una settimana prima che, il 10 giugno, la Corte Costituzionale annunciasse la vittoria della Repubblica sulla monarchia con il 54% dei voti. Una vittoria resa possibile dalle circoscrizioni del nord Italia dove la forma repubblicana ottenne consensi altissimi e poté contrastare la vittoria della Monarchia al sud. Lo spoglio dei risultati, infatti, rese l’immagine di un paese profondamente diviso: in tutte le province a nord di Roma, tranne Padova e Cuneo, vinse la Repubblica. In tutte le province dal Lazio in giù vinse la Monarchia. In Piemonte, culla dei Savoia, la repubblica ottenne 1.250.070 voti, in Toscana 1.280.815. In Sicilia, al contrario, furono 1.301.200 i voti per la monarchia e «solo» 708.109 quelli per la Repubblica. Roma rimase nel mezzo, non solo a livello geografico facendo da spartiacque tra un nord repubblicano e un sud monarchico, ma anche a livello politico registrando una sostanziale parità tra i due schieramenti: 711mila voti per la Repubblica (49%), 740mila per la Monarchia (51%).

Brogli – I ritardi nello spoglio, che vide continui ribaltamenti soprattutto nei primi giorni, e il distacco minimo tra le due parti fece nascere le più varie teorie del complotto tanto che, ancora oggi, sono in molti a credere che in quell’occasione si verificarono brogli elettorali. I monarchici presentarono migliaia di ricorsi alla Corte di Cassazione, denunciando ogni tipo di anomalie rivelatrici, a loro dire, di un voto pilotato per far vincere la Repubblica.  Per mettere i bastoni tra le ruote alla Repubblica chiesero anche di includere tra i votanti le schede bianche o nulle, sperando almeno di togliere la maggioranza assoluta raggiunta dai Repubblicani e aprire uno spiraglio per dichiarare il referendum non valido. Tentativi che si sono protratti nel tempo tanto da portare numerosi storici e studiosi ad occuparsene analizzando i risultati anche con tecniche moderne e all’epoca sconosciute. Il risultato delle analisi è sempre stato unanime: non ci fu alcun broglio. 

L’incertezza e la macchinosità dello spoglio, certo, alimentarono i sospetti e favorirono la creazione di una leggenda che dura tutt’ora. Una leggenda su cui provò a scherzare, nel 1990, Gianni Minoli organizzando uno scherzo nel suo programma di approfondimento “Mixer” su Rai Due. Nella puntata del 5 febbraio 1990 il pubblico si ritrovò di fronte ad Alberto Sansovino, presidente di Corte d’appello in pensione, che tra le lacrime confessava l’impensabile. La notte tra il 3 e il 4 giugno 1946 faceva il presidente a Modena durante lo spoglio. Un misterioso professor Salemi chiese a lui e ad altri sei magistrati di fede repubblicana un atto patriottico. Al Sud in troppi votavano monarchia, e bisognava prendere provvedimenti. I magistrati decisero di sostituire le schede monarchiche, che sarebbero state distrutte al ministero dell’Interno, con nuove schede a favore della repubblica fornite da Salemi. Si decise che l’ultimo dei sette giudici a rimanere in vita dovesse confessare pubblicamente, e il fardello era toccato a lui. Solo alla fine dello show, che tenne incollati milioni di italiani al televisore, Minoli annunciò che si trattava di una bufala. Sansovino non era mai esistito, si trattava di un attore ingaggiato appositamente. E così quello scoop che in migliaia stavano aspettando da decenni non ci fu. Ci fu invece il tentativo, più che mai riuscito, di Minoli di mostrare a tutti quale potere potesse avere la televisione nella società moderna. Uno strumento in grado di far credere persino a teorie complottiste più volte smentite. 

Scontri – Ma la questione dei brogli, soprattutto nei giorni immediatamente successivi fu centrale ed alimentò tensioni. Se oggi il 2 giugno è un giorno di festa non bisogna infatti pensare che fu così anche 75 anni fa quando, anzi, la tensione era altissima. I leader dei principali partiti, Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Comunista e Repubblicano, erano quasi tutti a favore della Repubblica, ma temevano che al sud i monarchici avrebbero potuto organizzare insurrezioni o rivolte e che in caso di disordini i carabinieri si sarebbero schierati con il re. Anche i repubblicani erano divisi tra di loro: i centristi temevano che i comunisti stessero organizzando un colpo di stato o una rivolta, non troppo diversa da quella scoppiata in Grecia in quei mesi. Nell’attesa dei risultati la tensione crebbe a dismisura alimentata anche dallo scontro tra il governo provvisorio e la monarchia culminato con la celebre frase che De Gasperi rivolse al Ministro della Real Casa, Falcone Lucifero: “Entro stasera, o lei verrà a trovare me a Regina Coeli, o io verrò a trovare lei”.

Intanto il sud Italia, a prevalenza monarchica aveva iniziato a ad essere irrequieto e iniziarono le prime azioni di protesta. A Napoli gruppi monarchici assaltarono la sede del partito Comunista, al cui interno si trovava tra gli altri anche Giorgio Napolitano, e l’intervento della polizia causò la morte di 9 manifestanti. Il 13 giugno, in un clima ormai troppo teso per attendere oltre, De Gasperi decise di forzare la mano. Senza aspettare i risultati ufficiali, confermati dalla cassazione solo il 18 giugno, annunciò la nascita della Repubblica e il passaggio dei poteri dal Re al governo. Nacque così, in un clima quasi da guerra civile, la Repubblica Italiana.

Il pentito che accusa Giorgia Meloni: “Diede 35mila euro ai clan per ottenere voti”

Dalle parole di un collaboratore di giustizia arrivano pesanti accuse verso la leader di Fratelli d’Italia. Agostino Riccardi racconta ai magistrati romani di come Giorgia Meloni avrebbe pagato 35mila euro ai clan rom in cambio di voti per le elezioni politiche del 2013.

La denuncia arriva direttamente dalle parole del collaboratore di giustizia Agostino Riccardi ed è una di quelle notizie che, potenzialmente, potrebbero scatenare un terremoto politico. Parlando con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia capitolina, Riccardi ha rivelato di come in occasione delle elezioni politiche nel 2013 Fratelli d’Italia avrebbe cercato il supporto e i voti dei clan. Con la sua collaborazione Riccardi sta aiutando i pm romani a ricostruire le vicende relative al clan nomade Travali, già finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per il video rap dei rampolli del clan.

Proprio il clan Travali, colpito duramente con l’indagine “Reset” delle scorse settimane, Fratelli d’Italia si sarebbe rivolto in cerca di voti. Secondo le parole del collaboratore di giustizia, infatti, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a recarsi da loro per chiedere un sostegno in vista della tornata elettorale su suggerimento di Pasquale Maietta, all’epoca astro nascente della formazione politica poi finito al centro delle cronache per i suoi legami con i clan e con il boss dei Casamonica Costantino “Cha Cha” Di Silvio. “Nel 2013 alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini” si legge nelle dichiarazioni di Riccardi. “Maietta ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonché del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”. Ma ovviamente quei “ragazzi” non si sarebbero occupati gratuitamente della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Quando Maietta si rivolse alla Meloni per dirle che c’era bisogno di un pagamento lei non si sarebbe fatta troppi scrupoli: “Non c’è problema.” Avrebbe detto “Parlatene con il mio segretario” avrebbe detto.

L’incontro tra gli uomini del clan e il segretario di Giorgia Meloni si sarebbe svolto nei giorni successivi al Caffè Shangrila di Roma e in breve tempo, “senza usare telefoni o altre apparecchiature elettroniche”, si arrivò ad un accordo. Fratelli d’Italia avrebbe infatti pagato al clan 35mila euro per procurare voti e affiggere manifesti elettorali in giro per la città di Latina, pesantemente controllata dal clan nomade come testimoniato dalle recenti inchieste.

Si tratta, come comprensibile, di dichiarazioni che potrebbero avere ripercussioni pesantissime sul partito e sull’immagine di Giorgia Meloni. Dopo le numerose inchieste che negli ultimi anni hanno portato alla luce legami tra esponenti del partito, soprattutto a livello locale, e criminalità organizzata le parole di Riccardi mettono per la prima volta in relazioni i vertici del partito con un potente clan mafioso. Se fino ad ora Giorgia Meloni aveva (quasi) sempre avuto parole di condanna per chi, nel suo partito, veniva coinvolto in inchieste di mafia ora si ritrova coinvolta in prima persona ed è chiamata a difendersi. La prima risposta è ovviamente arrivata via Facebook con un video in cui la leader di Fratelli d’Italia ha smentito tutto: “Io non faccio affari con i rom, io non metto i soldi nelle buste del pane, la notizia è inventata” ha commentato “Devo pensare che gli inquirenti l’abbiano considerata infondata altrimenti mi avrebbero chiesto conto di una notizia che mi infanga e mi chiedo come sia possibile che una rivelazione del genere sia finita su Repubblica, senza che nessuno abbia inteso chiedermi un punto di vista. È partita la macchina del fango contro l’unico partito di opposizione. Non ci facciamo intimidire. Gli ultimi sondaggi ci danno sopra il 18%”.

Perchè il Ministero della Transizione Ecologica non sarà “super”

“Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”


Questa settimana molto si è detto sulla nascita, per la prima volta in Italia, di un Ministero della transizione ecologica. Complice la scelta del Movimento 5 Stelle di inserirlo come uno dei punti nel quesito posto agli elettori su Rousseau, infatti, il nuovo ministero ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e la decisione di affidarlo a Cingolani ha spiazzato quanti erano ormai convinti sarebbe finito ai pentastellati che durante le consultazioni avevano inserito la nascita del nuovo dicastero tra i punti necessari per un sostegno al governo Draghi.

Ministero – L’improvvisa insistenza con cui il Movimento ha chiesto, ponendolo di fatto come una condizione, la nascita di un Ministero della Transizione Ecologica ha stupito tutti, soprattutto se si considera che mai prima d’ora l’idea non era mai emersa nei governi giallo-verde e giallo-rosso. Sta di fatto che la richiesta è arrivata ed è stata accettata dal premier Draghi che, con il giuramento di ieri, ha di fatto istituito per la prima volta in Italia il nuovo dicastero. Quello di una transizione ecologica, in ogni caso, è da tempo un concetto centrale ribadito più volte dai movimenti ambientalisti: la trasformazione del sistema produttivo verso un modello più sostenibile, che renda meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia, la produzione industriale e, in generale, lo stile di vita delle persone. Di questo, di fatto, si occuperà il nuovo ministero che avrà il compito di ideare di concerto con il ministero dello sviluppo economico modalità di transizione ad un sistema produttivo ed economico sempre più sostenibile.

Di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico, però. Perché se nel quesito proposto su Rousseau si parlava di super-Ministero, nella realtà il nuovo dicastero non avrà nulla di super e non ci sarà (come si aspettavano sia i 5 stelle che i movimenti ambientalisti) quel matrimonio tra Mise e Ministero dell’ambiente volto a far nascere un “Ministero della Transizione Ecologica” che avesse piene competenze in ambito ambientale ed economico. Se ancora sono poco definiti i contorni del nuovo dicastero, quello che ad oggi si sa è che sostituirà il ministero dell’Ambiente e che per risultare realmente incisivo dovrà trovare una strada comune con il Mise guidato da Giorgetti (Lega). Il rischio di una mancata collaborazione da parte del Ministero dello sviluppo economico è quello di ripetere il fallimento della Francia. Oltralpe, infatti, il ministero della Transizione Ecologica esiste già dal 2017 ma gli ostacoli per una reale attivazione sono stati tanti, tanto che nel 2018 il ministro Nicolas Hulot si dimise in polemica con il governo colpevole di averlo lasciato solo senza metterlo in condizione di lavorare.

Cingolani – Si spera, ovviamente, che lo stesso non accada a Roberto Cingolani, nominato da Draghi come primo ministro nella storia del nostro paese alla Transizione Ecologica. Laureato in fisica all’Università di Bari, nel 1989 Cingolani ha conseguito il diploma di perfezionamento alla prestigiosa Scuola normale superiore di Pisa. Ha lavorato all’istituto Max Planck di Stoccarda, una delle principali istituzioni tedesche nel campo della ricerca di base, e allo Human Technopol di Milano. Nel 2005 è stato chiamato a gestire l’allora appena nato Istituto italiano di tecnologia, oggi un centro di ricerca di rilevanza internazionale, del quale è stato direttore scientifico fino al 2019, anno in cui è diventato chief technology and innovation officer della Leonardo spa, un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza.

Proprio questo ultimo e prestigioso incarico ha fatto però storcere il naso a molti per il ruolo della Leonardo (ex Finmeccanica) di leader italiano ed europeo nella produzione e vendita di armi. Altri, invece, hanno sottolineato come nel suo curriculum, seppur di innegabile prestigio, manchino competenze specifiche in tema di ambiente e clima. I dubbi, insomma, restano parecchi. Riuscirà il nuovo Ministro a dirimerli? Riuscirà a trovare un punto di incontro con il collega Giorgetti per elaborare una vera strategia di transizione ecologica che non resti solo sulla carta? È ancora presto per dirlo, il tempo ci darà le risposte che cerchiamo.

L’altro assalto: le violenze sui media a Capitol Hill

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla devastazione del Campidoglio e sull’orda che ha tenuto in scacco per ore la democrazia americana, un altro assedio è passato inosservato. Un secondo obiettivo è infatti stato colpito dai sostenitori di Donald Trump: i giornalisti.

“Murder the media”, tradotto: morte ai giornalisti. È la scritta incisa durante l’assalto su una porta del Congresso americano da parte di qualche sostenitore di Trump. Un grido di battaglia che, purtroppo, non è rimasto solo su quella porta ma si è tradotto in un vero e proprio assalto ai media che si trovavano sul luogo per dare copertura ad un evento senza precedenti. Giornalisti e operatori sono stati aggrediti ripetutamente con una violenza ed una sistematicità che non trova precedenti.

Mentre dentro il Campidoglio i giornalisti sono stati portati dalle forze di sicurezza in un’ala sicura del palazzo per sottrarli alla furia dei sostenitori di Trump, all’esterno del palazzo del Congresso si è consumata una vera e propria caccia ai giornalisti. Un video diffuso da William Turton, giornalista di Bloomberg News, mostra un gruppo di manifestanti accerchiare una troupe televisiva intimandogli di andarsene prima di distruggere a calci e bastonate l’attrezzatura abbandonata dai giornalisti in fuga. Una scena che si è ripetuta in diversi punti della città dove, come denunciato da diversi media statunitensi, molte delle postazioni allestite per dare copertura all’evento sono state assaltate dai manifestanti. Le attrezzature di CNN ed Associated Press sono state distrutte e diversi giornalisti sono stati aggrediti e messi in fuga mentre con il cavo di una cinepresa veniva costruito un cappio da issare davanti al Campidoglio. Anche il nostro Antonio di Bella, durante collegamento con il TG3 notte, è stato costretto da un manifestante a spegnere la telecamera e ad interrompere la diretta al grido di “le vostre sono solo fake news”.

Un vero e proprio attacco alla libertà di stampa ed al Primo Emendamento della Costituzione statunitense che ha trasformato Washington in un teatro di guerra. “È stato spaventoso” ha raccontato Chip Reid, di CBS News “non c’era polizia a proteggerci e ne hanno approfittato per attaccarci. Ho dovuto indossare il casco e un giubbotto antiproiettile. Non mi accadeva da quando coprivo i conflitti in Iraq e Afghanistan”. Scene che in una democrazia non si dovrebbero vedere e che, invece, Sotto il governo di Donald Trump sono state addirittura alimentate e giustificate dallo stesso presidente. La violenza contro i media, infatti, è frutto della retorica di Trump che per quattro anni ha soffiato sul fuoco del sentimento anti-mediatico, etichettando regolarmente i notiziari come “il nemico del popolo” e accusando i media non allineati al suo pensiero di diffondere fake news. Così per anni, supportato da un esercito di fedelissimi pronti a sostenere lo stesso in ogni occasione, ha alimentato la sfiducia dei suoi sostenitori verso i giornalisti fomentandone la rabbia. Durante le proteste la repubblicana Sarah Palin, sostenitrice di Trump, in diretta su Fox News ha rilanciato per l’ennesima volta questa teoria sostenendo che “gran parte della colpa di quel che sta accadendo è dei media”.

Nel giorno della rabbia dei fedelissimi trumpiani, quindi, oltre alla democrazia è stato assaltato l’altro nemico del presidente uscente. A Washington, come nel resto degli Stati Uniti dove si sono verificati episodi simili, si è così registrata l’ora più buia per il giornalismo occidentale, raramente finito così platealmente sotto attacco. Quella frase incisa su una porta rimarrà per sempre come manifesto di quanto sia difficile oggi essere giornalisti. Chi filma, documenta, scrive, intervista, chi insomma scrive oggi quella che sarà la storia di domani è costantemente sotto attacco da parte di chi sostiene che il giornalismo sia il male. Senza accorgersi che a manipolare la verità è proprio chi chiude la bocca agli altri per veicolare un pensiero unico.

Tutto Gallera minuto per minuto: storia tragicomica di un assessore.

Sembra ieri che Giulio Gallera, frontman leghista dell’emergenza covid, sembrava a un passo dalla candidatura a Sindaco di Milano per il centrodestra. Oggi, invece, dopo una serie infinita di gaffe e sparate pubbliche si ritrova isolato sempre più vicino ad una sostituzione.

Giunge al capolinea l’avventura di Giulio Gallera nella giunta del presidente Fontana. Uno scenario inimmaginabile un anno fa quando l’assessore al welfare era una delle figure di punta della squadra di governo leghista. Sceso in politica nel 1990, quando venne eletto consigliere di Zona19 a Milano, fu uno dei primissimi sostenitori di Berlusconi e di Forza Italia con cui viene eletto per la prima volta nel 1997 in consiglio comunale a Milano. Dopo altri tre incarichi da consigliere, con la rielezione nel 2001 nel 2006 e nel 2011, arriva il passaggio in Regione con l’elezione al Pirellone nel 2013 come consigliere regionale. Nel 2018, dopo la vittoria di Fontana entra a far parte persino della giunta chiedendo e ottenendo anche una delle deleghe più prestigiose e complicate: la sanità.

Se gli avessero detto che proprio la sanità avrebbe posto fine anzitempo alla sua esperienza in giunta, forse ci avrebbe pensato due volte. Da marzo in poi, con lo scoppio della pandemia, quello di Giulio Gallera è diventato un nome conosciuto da tutti nel bene e nel male. L’inizio, bisogna ammetterlo, fu scoppiettante: in una situazione epocale, in cui nessuno sembrava capire nulla, lui era costantemente in tv o sui social a spiegare cosa stesse accadendo e cosa fosse necessario fare. A marzo nell’immaginario collettivo Giulio Gallera era la Lombardia. Un uomo forte e instancabile che, mentre la stessa OMS brancolava nel buio, era sempre pronto a dar risposte ai cittadini. La sovraesposizione mediatica aveva portato i suoi consensi alle stelle tanto che avevano iniziato a circolare voci su una sua candidatura per il centrodestra a sindaco di Milano. Voci mai smentite veramente e anzi cavalcate dallo stesso assessore che dichiarò apertamente: “Sono milanese, sono stato vent’anni al Comune, conosco ogni via della mia città e ne sono innamorato. Mi sono sposato qui, ho due figli al liceo, se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro”.

Poi, però, qualcosa si è rotto. La Lombardia, divenuta epicentro europeo della pandemia, ha mostrato gradualmente tutti i suoi limiti e lo scoppio di casi eclatanti, dalla gestione delle RSA all’inutilità dell’ospedale in fiera, ha alzato attorno a Gallera polemiche e richieste di dimissioni. Al dramma della sanità Lombarda si sono aggiunte poi le sue uscite pubbliche. Quello che era il suo punto di forza è diventata la sua croce e nelle sue dirette ha inanellato una serie di strafalcioni da far invidia a un Luca Giurato qualsiasi. Celebre è diventata ad esempio la sua spiegazione dell’indice RT che in quel momento era a 0,51 in Lombardia: “Che cosa vuol dire questo?” si chiese in diretta sulla pagina Facebook di regione Lombardia “Vuol dire che per infettare me bisogna trovare due persone nello stesso momento infette… Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone infette nello stesso momento per infettare me”. Poi ancora, dopo essere scivolato sulla temperatura corporea sostenendo che sia preoccupante se superiore al “37,5%”, aveva deciso di ringraziare le strutture private che “hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose anche a pazienti ordinari”. Una serie di dichiarazioni fuori luogo e sconclusionate che hanno costretto Matteo Salvini ad intervenire direttamente e, pur lasciando al suo posto l’assessore nonostante le richieste di dimissioni da parte di tutte le opposizioni, chiedere a Gallera di fare un passo indietro e smettere di apparire pubblicamente.

Così il frontman leghista è passato nel giro di tre mesi da uomo di punta dell’amministrazione lombarda a figura imbarazzante, da silenziare per evitare polemiche e crisi. Richieste di dimissioni e di commissariamento della sanità lombarda si sono susseguite per mesi prima di affievolirsi, solo parzialmente, con l’arrivo dell’estate e il calo nella curva dei contagi. Ma proprio in estate, soffrendo forse il calo della popolarità, Gallera ha deciso di attirare nuovamente su di sé i riflettori. Dopo mesi passati a chiedere ai cittadini lombardi sacrifici e responsabilità esortandoli a rinunciare alle vacanze per scongiurare una seconda ondata ha infatti deciso bene di pubblicare una sua foto dal pronto soccorso di Lavagna, in Liguria. Nulla di grave, per fortuna, solo una brutta ferita alla testa mentre giocava a paddle, durante una vacanza con amici e parenti. E via di nuovo con accuse e polemiche per la sua decisione di partire fregandosene dei suoi stessi appelli alla responsabilità. Polemiche che sono continuate per tutto settembre con le mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni che hanno tenuto occupato Gallera fino ad un finale di anno non meno turbolento. Con l’arrivo dell’autunno, infatti, a tenere sulla cresta dell’onda l’assessore lombardo è stato il caos vaccini con la Lombardia che si è fatta trovare ampiamente impreparata per la campagna antinfluenzale tanto che, dopo 13 gare indette e fiale pagate fino a 13 euro ciascuna (contro una media nazionale di 4,5 euro a dose), a inizio dicembre due terzi delle persone che ne avrebbero avuto diritto non avevano ancora fatto il vaccino per mancanza di dosi. Sfumata anche la polemica sui vaccini è di nuovo un suo post su Instagram a riaccendere le polemiche. Da buon milanese Gallera ha infatti deciso di celebrare Sant’Ambrogio facendo quello che lo fa stare meglio: una corsa con un gruppo di amici lungo il naviglio immortalata sul popolare social network con tanto di didascalia. “Oggi 20 km lungo il Naviglio Martesana. La maratona è maestra di vita. Stringere i denti e non mollare mai”. 20km, almeno tre comuni diversi attraversati. Il tutto mentre la Lombardia si trovava in zona arancione con il conseguente divieto di uscire dal comune e di praticare sport in gruppo.

Buio. Sipario. Applausi.

Prima di tornare in scena per salutare il suo pubblico con l’ultimo bis: “Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi hanno detto il 4 gennaio. Noi ci siamo organizzati per quella data. Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa”. Immediata e inequivocabile la replica di Regione Lombardia: “Le dichiarazioni dell’assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia”. Anche il suo partito ora lo scarica, sbugiardandolo pubblicamente e prendendo le distanze. Entro metà mese sarà rimpasto in giunta e Gallera dovrà lasciare la sua poltrona. L’ex frontman lombardo, isolato come non mai, tornerà nel camerino a ripensare a quel breve momento in cui è stato il leader del centrodestra lombardo. Un ricordo lontano mentre sulla sua esperienza politica scorrono i titoli di coda.

Forse.

Come Trump sta ostacolando la transizione pacifica verso una nuova presidenza

Oltre a non aver ammesso la vittoria dell’avversario, Trump sta in tutti i modi cercando di ostacolare il percorso di Biden verso la Casa Bianca. Fino a quando il nuovo presidente non sarà riconosciuto non potrà collaborare con l’amministrazione uscente con gravi ricadute sul futuro e sulla stabilità degli USA.

Il concession speech non è una legge ma una tradizione tutta americana. Il momento in cui lo sconfitto ammette di aver perso e ferma gli uomini che lo sostengono, avviando la transizione del potere. Una tradizione nata più di 120 anni fa quando William Jennings Bryant inviò un cortese telegramma al neo-presidente William McKinley, due giorni dopo le presidenziali del 1896: “Il senatore Jones mi ha appena informato che il risultato indica la Sua elezione e mi affretto a porgervi le mie congratulazioni. Abbiamo sottoposto la cosa al popolo americano e il suo volere è legge”. Quella tradizione, però, quest’anno non è stata rispettata.

Dopo la vittoria di Biden, infatti Trump non ha mai fatto un passo indietro insistendo sulla teoria delle elezioni truccate e vinte dal suo sfidante solo grazie brogli elettorali. La cosa più vicina ad un concession speech è stata un tweet in cui affermava che Biden “ha vinto perché il voto è stato truccato” salvo poi puntualizzare con un secondo post in cui ha voluto ribadire la sua posizione: “ha vinto solo per i media delle Fake News. Non concederò nulla. Abbiamo una lunga strada davanti. Questa è stata un’elezione truccata. Noi vinceremo!”. Ma l’ostinazione con cui Trump, sempre più isolato, sta portando avanti la sua verità non si riflette solo in uscite pubbliche in cui grida alla frode. Dal giorno in cui Biden è stato eletto, infatti, il presidente uscente ha iniziato a muoversi per intralciare il suo insediamento e mettere in difficoltà il proprio successore.

In questi giorni Donald Trump non solo sta facendo piazza pulita rimuovendo funzionari scomodi come il capo del Pentagono Mark Esper o il responsabile della sicurezza informatica Chris Krebs, ma si sta rifiutando di collaborare con Biden per garantire una transizione il più possibile pacifica. Da tradizione americana, infatti, durante le 9 settimane che separano il voto dal giorno dell’insediamento (storicamente il 20 gennaio) l’amministrazione uscente collabora con il nuovo presidente aggiornandolo sullo stato della nazione e sulle principali sfide che dovrà ereditare. Una tradizione tutta americana, come il concession speech, necessaria affinché il nuovo leader possa preparare al meglio il suo insediamento ed essere subito in grado di affrontare i problemi degli Stati Uniti. Nel 2016, ad esempio, il neoeletto Trump organizzò un team composto da 328 persone che collaborarono con 42 agenzie federali. Obama nel 2008 ne assunse 349 per avere contezza del lavoro di 62 agenzie. Anche su questo fronte, però, nessuna apertura è arrivata da Donald Trump che ha anzi impedito a Biden di organizzare persino i consueti incontri con l’apparato amministrativo e con l’intelligence. Nessun aggiornamento sulla diffusione del coronavirus, nessun invito a partecipare ai briefing governativi anti covid-19 né a quelli sulla sicurezza nazionale, nessuna possibilità per lo staff di Biden di collaborare con agenzie governative.

La chiusura totale di Trump sta costringendo il prossimo presidente degli Stati Uniti a correre ai ripari organizzando soluzioni “fai da te”. Martedì si è riunito con una task force di esperti, scelti appositamente tra chi non ha alcun legame con la Casa Bianca, formata appositamente per analizzare la situazione attuale e studiare le risposte da mettere in campo dal 20 gennaio in poi. Una task force che, per quanto composta da esperti nei vari settori, può avere uno sguardo solamente parziale non avendo accesso a molte delle informazioni di cui dispone la Casa Bianca. Si pensi ad esempio alle informazioni riservate relative alla sicurezza nazionale o alle proiezioni sullo sviluppo pandemico o su un eventuale vaccino. Tutto ciò che non è pubblico e conosciuto Biden potrà scoprirlo solo il 20 gennaio al momento del giuramento. Per quel che riguarda il covid-19 e la possibile diffusione di un vaccino, poi, la mancata condivisione di informazioni potrebbe avere effetti catastrofici. Ad oggi Biden e il suo staff non hanno idea di come sotto l’amministrazione Trump il Dipartimento della Salute e il Pentagono stiano lavorando per la diffusione del vaccino ed ereditare una situazione già avviata senza conoscerla potrebbe portare a ritardi o blocchi con effetti devastanti. A testimoniare la pericolosità della situazione, i vertici dell’American Hospital Association, dell’American Medical Association e dell’American Nurses Association hanno rilasciato martedì una dichiarazione congiunta esortando l’amministrazione Trump a condividere “tutte le informazioni critiche relative a COVID-19” con Biden.

Oltre agli evidenti disagi che ciò comporta per l’insediamento di Biden, il Center for Presidential Transition ha evidenziato come ciò inciderà in maniera pesante sulle nomine che il neopresidente sarà chiamato a fare una volta alla Casa Bianca. L’ente indipendente incaricato di vigilare sulle transizioni presidenziali ha infatti sottolineato come il mancato riconoscimento di Biden come vincitore e la conseguente totale mancanza di collaborazione allungherà i tempi di nomine strategiche “indebolendo così la capacità del governo di proteggere la nazione e gestire la diffusione del vaccino”. Se Biden ha infatti già indicato i nomi a cui intende affidare alcuni incarichi sensibili, fino a quando non ci sarà un riconoscimento ufficiale non potranno essere compiute le procedure di verifica sull’idoneità della nomina. Mentre i suoi predecessori sono riusciti a nominare gli oltre 1.200 funzionari entro i primi 100 giorni di governo, per Biden sarà un’impresa pressoché impossibile che rischia di lasciare a lungo scoperte alcune posizioni particolarmente sensibili allungando i tempi per una piena attivazione della macchina amministrativa americana ed esponendo il paese a rischi maggiori in una situazione già complicata.

Fino a quando la General Services Administration, guidata da fedelissimi di Trump, non certificherà la vittoria di Biden non ci sarà dunque alcuna collaborazione tra i funzionari dell’amministrazione attuale e il team del prossimo presidente statunitense. Ma mentre molti repubblicani iniziano a schierarsi contro il presidente che grida al complotto, Trump continua a non voler ammettere la sconfitta rilanciando la teoria dei brogli elettorali in quella che appare come la transizione più tesa della storia americana.

Il dramma della sanità calabrese

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti

– Costituzione, art. 32 –


Quella che si è appena conclusa è stata una settimana da incubo per la sanità calabrese. Tra le discussioni sul “decreto Calabria”, con cui il governo intende prolungare il commissariamento della sanità regionale, le polemiche relative alla zona rossa e lo scandalo relativo al commissario Cotticelli la regione sta attraversando un momento a dir poco burrascoso.

Commissario – L’ultimo durissimo colpo è arrivato per mezzo della trasmissione “Quinto Titolo”, andata in onda su Rai 3. Quello che doveva essere un servizio sulle difficoltà del sistema calabrese in questa seconda ondata e sull’inserimento della regione tra quelle più a rischio si è trasformato in uno tsunami che ha letteralmente travolto il commissario straordinario. Sono bastati pochi minuti di intervista perché Saverio Cotticelli, ex generale dei carabinieri e vicino al M5S e dal 2018 a capo della sanità calabrese, mostrasse al mondo tutta la sua impreparazione. Al giornalista che gli chiede cosa abbia fatto quando a giugno si è reso conto che la regione non aveva un “piano covid” risponde sicuro e quasi polemico: “Ho chiesto al ministero chi dovesse redigerlo e loro mi hanno risposto con un parere”. Quando prende in mano quel parere però cala il gelo. “Cosa le dicono? Chi deve farlo il piano?” lo incalza il giornalista. Qualche istante di silenzio poi la risposta sommessa: “Dovevo farlo io”.

Come uno studente che arriva impreparato all’interrogazione prova a giustificarsi, ad arrampicarsi sugli specchi. “Il piano lo sto preparando e la settimana prossima è pronto” dice. Ma da quel momento l’intervista precipita. Non c’è traccia del bando che il commissario Arcuri ha chiesto alla Calabria per portare a 280 i posti in terapia intensiva e che avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 3 novembre: “Adesso stiamo verificando che siano fatti” risponde Cotticelli. Ma è sui numeri delle terapie intensive che crolla definitivamente. Prima dice di aver raddoppiato i posti rispetto ai 107 che aveva qualche mese fa poi chiede conferma alla sua sub commissario Maria Crocco che prima lo gela, “tu quando vai di là devi essere preparato”, poi gli risponde nel merito: “Non ne hai attivati di nuovi, li hai solo previsti nel piano”.

Una dimostrazione di incompetenza che ha costretto l’ex generale alle dimissioni, presentate ieri nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. “Dopo 2 anni di lavoro” ha commentato “non ci sto a diventare il capro espiatorio di situazioni a me non addebitali, adesso basta, siamo arrivati al punto di non ritorno. Ci sono attacchi nei confronti della struttura commissariale intollerabili e frutto di menti raffinate”.

Commissariamento – Che la sanità in Calabria avesse delle gravi mancanze non lo si scopre certo oggi. A partire dal 2007, infatti, il tema della sanità calabrese ha assunto una rilevanza sempre maggiore e già nel 2010 si sono insediati i primi commissari incaricati di risolvere una situazione drammatica. La principale criticità era, ed è tutt’oggi, quella relativa ai bilanci in cui si è per anni accumulato un debito divenuto ormai milionario anche a causa del disinteresse da parte delle giunte che si sono succeduto fino al commissariamento. Fino al 2007, insomma, le giunte regionali hanno di fatto deciso di non occuparsi del problema facendolo in questo modo crescere giorno dopo giorno fino a che la situazione è diventata insostenibile. Con le casse della sanità calabrese in rosso, infatti, si è determinata un’elevatissima precarietà nell’erogazione dei servizi e ripetuti e frequenti episodi di malasanità. Si è registrata insomma una “riconosciuta inidoneità del Servizio sanitario regionale ad assicurare i livelli essenziali di assistenza alla popolazione”.

Così, ne 2007 con un’ordinanza del Presidente del Consiglio si decise di commissariare la sanità calabrese affidando all’assessore alla salute Spaziente il compito di risolvere i gravi problemi che affliggevano il settore. Un intervento che non si è però dimostrato risolutivo ed ha costretto il governo a ricorrere a misure più drastiche optando, a partire dal 2010, per la gestione affidata a commissari nominati dal governo. Da 10 anni, dunque, la sanità calabrese è commissariata nel tentativo di risolvere una situazione quantomai critica. Un tentativo quantomai vano che non sta certo portando i risultati sperati e che anzi sta portando il sistema sanitario regionale al collasso. Perché non solo in oltre 10 anni di commissariamento non c’è stato un miglioramento in un bilancio che continua a contare centinaia di milioni di disavanzo (320 per la precisione), ma questa continua e infinita crisi sta portando conseguenze gravi sull’efficienza del sistema. Si registra ormai da anni una cronica insufficienza del personale medico, paramedico e tecnico che compromette in tal modo l’assistenza ai pazienti generando gravi episodi di malasanità. La medicina territoriale è pressoché inesistente e in molti dei 405 comuni della regione la popolazione ha difficoltà ad accedere alle cure mediche. Strutture e macchinari, spesso insufficienti o obsoleti, causano difficoltà nell’assistere i pazienti. Due aziende territoriali (l’Asp di Reggio Calabria e quella di Catanzaro) sono state sciolte per infiltrazione/condizionamento mafioso, ed entrambe “fantasiosamente” dichiarate in dissesto. Insomma, in Calabria, tra sprechi vergognosi e incapacità, si registra una inefficienza da scandalizzare chiunque. Basterebbe pensare che da queste parti vengono ancora tollerate aziende sanitarie territoriali senza bilancio da anni, altre sciolte per ‘ndrangheta, aziende ospedaliere che, pare, non esercitino il pronto soccorso e chiudano nei week-end. Tutto questo nonostante dieci anni di commissariamento ad acta

Proteste – E proprio in questo senso vanno viste le proteste che da giovedì infiammano le principali città calabresi. Mentre in altre zone d’Italia si manifesta contro una fantomatica “dittatura sanitaria” e contro l’imposizione di misure più severe da parte del governo, in Calabria le proteste hanno un significato diverso. In una regione troppo spesso descritta come silente migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza non per dimostrare contrarietà alla zona rossa ma per esprimere il loro disappunto verso una politica regionale che non è in grado di garantire il diritto alla salute ai propri cittadini. Dalle principali città all’entroterra e fino alle coste migliaia di calabresi hanno scandito slogan contro una sanità più che mai malata e incapace di dare sicurezza in un momento storico come questo. Da Reggio a Castrovilllari, da Lamezia a Gioia Tauro passando per Crotone, Catanzaro e quella Cosenza che è diventata il fulcro della sanità pubblica e dove la classe politica locale ha consegnato le chiavi della sanità ai proprietari delle cliniche private come i Morrone, i Greco, i Parente, i cui cognomi sono stati indicati nei cartelli di protesta e urlati dai megafoni.

E mentre chi dovrebbe ripianare la situazione ripete da 10 anni che serve tempo per tornare alla normalità, la Calabria assiste attonita alla morte del proprio servizio sanitario. Speranza cercasi in Calabria: la speranza immateriale di una sanità degna di un paese civile, e il materialissimo Ministro della Salute che ci si augura possa intervenire in una situazione che pare sempre più drammatica.

Unità 74455: come la Russia ha dato inizio all’era delle cyberguerre

L’unità 74455 dell’intelligence russa è stata creata appositamente per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino. Hacker di stato agiscono nell’ombra riuscendo con un semplice clic a generare conseguenze inaudite nel mondo reale.

Una torre di vetro svetta al numero 22 di Kirova Street nel sobborgo di Khimki, a 20 km a nord di Mosca. Una torre apparentemente anonima che svetta nel sobborgo russo al cui interno, però, si celerebbero i segreti di una vera e propria cyberguerra tra la Russia e l’occidente. In quell’edificio, infatti, avrebbe sede l’unità 74455 dell’intelligence russa, meglio conosciuta come “Sandworm Team”. Si tratterebbe di un’unità speciale voluta dal governo russo, e formata da hacker esperti, che negli ultimi anni avrebbe ripetutamente utilizzato i propri strumenti per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino.

Erano le 15.30 del 23 dicembre 2015 quando nella centrale elettrica di Prykarpattyaoblenergo, che fornisce energia all’intera regione di Ivano-Frankivsk in Ucraina, qualcosa di mai visto prima lasciò interdetti gli operatori della sala di controllo. Mentre si preparavano a smontare per la fine del turno, infatti, i computer iniziarono a prendere vita. I cursori impazziti si muovevano sugli schermi disattivando una dopo l’altra le stazioni energetiche della regione. In pochi minuti fu il caos. Nessuno all’interno della sala di controllo riuscì a interrompere quell’attacco che sembrava uscito da un film di fantascienza e l’intera regione rimase senza corrente. Con 30 sottostazioni mandate completamente in tilt l’intera zona sprofondò nel buio. In pochi lo potevano immaginare ma quel giorno, lasciando quasi mezzo milione di persone senza corrente, era entrata per la prima volta in azione l’unità 74455. Con l’attacco alla centrale ucraina l’intelligence russa aveva di fatto aperto una nuova frontiera della propria guerra ai nemici dello stato. Per la prima volta nella storia un attacco informatico aveva ripercussioni così pesanti sul mondo reale. Per la prima volta nella storia da un computer a migliaia di km di distanza era stato colpito un centro di potere reale.

Da quel momento il sandworm non si è mai fermato. Se non è ancora chiaro quale ruolo abbia avuto l’unità negli attacchi volti a favorire l’elezione di Donald Trump nel 2016, è invece ritenuto responsabile di un attacco a una serie di laboratori ed agenzie operanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi che stavano indagando sull’avvelenamento di un ex membro dell’intelligence russa, Sergei Skripal, e di sua figlia. Ma è nel 2018 che l’unità russa sembra fare il salto di qualità, escludendo le elezioni statunitensi su cui come detto non ci sono conferme. Il 9 febbraio, giorno della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, sandworm lancia il proprio attacco agli organizzatori della rassegna. Il sito dei giochi crolla sotto gli attacchi degli hacker russi che impediscono agli spettatori di stampare i biglietti per entrare allo stadio, nell’impianto la connessione WiFi viene interrotta e per diverso tempo anche il maxischermo rimane nero. L’obiettivo finale era quello di far ricadere la colpa su Cina e Corea del Nord utilizzando una serie di espedienti e le metodologie solitamente usate da unità simili presenti nei due paesi asiatici. E se in quell’occasione l’attacco era rimasto confinato e non aveva avuto ripercussioni pesanti, così non sarebbe stato quest’anno. Il National Cyber ​​Security Center del Regno Unito, in un’operazione congiunta con l’intelligence americana, ha rivelato la presenza di un piano studiato nei minimi dettagli per interrompere le Olimpiadi che si sarebbero dovute disputare a Tokyo quest’estate. La Russia avrebbe infatti voluto compiere un gesto eclatante sabotando i giochi di Tokyo con un attacco informatico come reazione all’esclusione dalla rassegna olimpica di tutti gli atleti russi per lo scandalo del doping di stato.

Al di la dei singoli casi, a cui va aggiunto il rilascio del malware “NotPetya” con cui nel 2017 migliaia di aziende e organizzazioni vennero colpite in tutto il mondo con danni stimati intorno ai 10 miliardi di dollari, appare evidente come l’unità 74455 rappresenti l’apripista in quella che può essere definita una vera e propria cyberguerra. Hacker di stato in grado di colpire con un clic dall’azienda più piccola al più grande evento sportivo al mondo. In meno di cinque anni questa tecnica è stata affinata, si è evoluta ed ora sembra essere in grado di superare ogni limite per far crollare da remoto il mondo reale.

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