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Come cambiano i decreti sicurezza

Mi stupisce la completa disumanità di questo signore
– Gino Strada-


Nella serata di lunedì, il governo ha approvato le modifiche ai “decreti Sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini. Con il decreto “Misure per la sicurezza delle città, l’immigrazione e la protezione internazionale”, proposto dal presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Interno Lamorgese, il governo ha deciso di non abrogare in toto i provvedimenti di Salvini ma di apportare delle modifiche lasciando invariate molte disposizioni presenti nel testo precedente.

Immigrazione – Con le modifiche ai decreti sicurezza si è ridisegnata la normativa in tema di immigrazione. In particolare torna in vigore il permesso di soggiorno per motivi umanitari, previsto dal “Testo Unico sull’Immigrazione” del 1998 ma abrogato dai decreti, che prenderà il nome di “protezione speciale”. Questo tipo di permesso, che avrà una durata di due anni, verrà concesso agli stranieri che presentano seri motivi di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. I permessi di soggiorno concessi per protezione speciale, poi, rientreranno tra quelli convertibili in permessi di lavoro che consentano di restare sul territorio italiano più a lungo.

In tema di rimpatrio, poi, l’art.1 sancisce il divieto di rimpatrio e respingimento non solo verso paesi in cui i diritti umani vengano violati in maniera sistematica ma anche per tutti quegli stranieri che hanno una vita consolidata in Italia. “Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani”, si legge nel nuovo testo “Non sono altresì ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica”.

Sempre all’art.1 è stato poi affrontato il tema più divisivo: il soccorso in mare. La maggioranza si è più volte divisa su questo tema a causa della vicinanza di molti esponenti dei 5 stelle alle posizioni leghiste in tema di ONG e aiuto ai migranti. In questo ambito, dunque, rimane in vigore la norma dei decreti sicurezza per cui ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, può vietare lo sbarco di navi che abbiano effettuato operazioni di salvataggio in mare se si tratta di imbarcazioni non militari. Questo divieto, però, non è applicabile nei casi in cui le operazioni di salvataggio siano state effettuate nel rispetto del diritto internazionale e comunicando per tempo alle autorità competenti lo svolgimento delle operazioni.

Non scompaiono invece i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Pur essendo stati una delle misure più criticate negli ultimi anni, come dimostrano le recenti tensioni per l’apertura del CPR di Milano, il governo ha deciso di non abolire i centri ma di modificarne la durata massima della detenzione. Utilizzati per identificare e respingere i migranti arrivati irregolarmente in Italia, sono diventati dei veri e propri lager in cui è concessa di fatto la reclusione fino a 180 giorni. Proprio su questo aspetto è intervenuto timidamente il governo abbassando a 90 il limite massimo di permanenza. Torna invece alle origini il sistema di accoglienza Sprar che si chiamerà “Sistema di accoglienza e integrazione” e tornerà ad essere un sistema di accoglienza diffuso gestito dai comuni e destinato non più solo alle persone più vulnerabili, ai minori e a chi è beneficiario di protezione umanitaria, ma anche a tutti i richiedenti asilo.

Critiche invece sono arrivate per la decisione di non ripristinare la situazione pre-decreti sicurezza in tema di cittadinanza. L’ex ministro dell’Interno Salvini, infatti, aveva voluto prolungare il tempo massimo per l’ottenimento della domanda da due a quattro anni raddoppiando così i tempi necessari per diventare a tutti gli effetti italiano. Con le modifiche approvate lunedì, si è deciso di non riportare quel termine a due anni ma di abbassarlo di un solo anno prevedendo un tetto massimo di tre anni. Uno in meno di Salvini, uno in più rispetto al passato.

Sicurezza – Le modifiche, però, non intervengono solo in tema di immigrazione ma anche nella normativa relativa alla sicurezza pubblica. Il cosiddetto “Daspo urbano” ad esempio viene rinforzato, permettendo al questore di applicare il divieto di accesso ai locali pubblici anche a chi ha riportato una denuncia o una condanna non definitiva relativa alla vendita di sostanze stupefacenti nel corso degli ultimi tre anni. Resta intatto anche il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999 e reintrodotto da Salvini per colpire manifestanti ed antagonisti, con una pena variabile da 1 a 6 anni di reclusione che raddoppia se il fatto è commesso da più persone e non da un singolo individuo.

In tema di sicurezza, sull’onda dell’indignazione per i fatti di Colleferro, si è introdotta quella che i media hanno già ribattezzato la “norma Willy” che rende più severe le pene per risse e condotte violente. Qualora qualcuno perda la vita o riporti lesioni gravi durante una colluttazione, il solo fatto di aver preso parte alla rissa diventa punibile con la reclusione da sei mesi a sei anni.

Una serie di modifiche, timide e disomogenee a dir la verità, che non accontentano ne l’una e ne l’altra parte. Da un lato chi ha spinto in questi anni per un’abrogazione dei decreti sicurezza è rimasto senza dubbio deluso da un intervento troppo limitato seppur importante, dall’altro i sostenitori della lega vedono questo gesto come un ennesimo attacco al loro leader per spalancare le porte ai clandestini. “Si torna alla mangiatoia, si torna alla pacchia, per scafisti, trafficanti e finte cooperative.” Ha commentato l’ex ministro Salvini “Non penso sia quello di cui ha bisogno il paese”. “Eliminare i decreti sicurezza” gli risponde il ministro Provenzano “era un atto dovuto e ci abbiamo messo fin troppo a farlo”. Siamo certamente ancora lontani da una riforma organica che consideri le migrazioni come un fatto strutturale e non emergenziale ma le modifiche apportate sono certamente un primo passo. Un primo passo per uscire dall’inferno dei diritti in cui eravamo precipitati con il governo gialloverde e tornare verso la civiltà.

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Il carosello degli eletti tra condannati, incandidabili, parenti ed amici

Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica?
Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare.

-Zdeněk Zeman


Una settimana fa in sette regioni e 1.177 comuni non si è votato solo per il referendum ma anche, e soprattutto, per le elezioni regionali e comunali. Elezioni che hanno portato al rinnovo di consigli e giunte e che hanno permesso a migliaia di nuovi consiglieri di entrare nel mondo della politica. Non tutti, infatti, hanno preso la stessa decisione della candidata di centrodestra alla presidenza della Regione Toscana che, esattamente come fece in Emilia-Romagna la Borgonzoni, una volta sconfitta ha rinunciato anche alla poltrona di consigliere regionale per tenere quella ben più remunerativa da Europarlamentare. Ma tra chi ha deciso di rimanere attaccato alla poltrona appena conquistata c’è anche una schiera di soggetti ambigui.

Regionali – Le elezioni regionali hanno portato al rinnovo dei consigli in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta. Proprio in quest’ultima regione si sta scatenando in questi giorni una feroce battaglia politica a seguito dell’accordo tra centrosinistra e autonomisti che ha di fatto escluso la lega dalla maggioranza nonostante fosse risultata il primo partito alle urne. Un dibattito che ha messo in secondo piano la bizzarra rielezione di Augusto Rollandin. L’ex presidente della regione nel marzo 2019 scorso era stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione con la conseguente interdizione dai pubblici uffici che in base alla legge Severino lo aveva fatto decadere da consigliere regionale. Ma con gli effetti della Severino che scadranno a fine novembre, un nuovo posto in consiglio ha certamente fatto gola a Rollandin che ha deciso di candidarsi con la lista “Pour l’Autonomie” ed ha conquistato la sua poltrona. A partire da novembre, però. Fino ad allora il suo seggio sarà occupato dal primo degli esclusi nella sua lista.

Ma la legge Severino, fortunatamente per Zaia, non si applica a molti reati. Così nel consiglio regionale del Veneto possono essere eletti senza troppi problemi due consiglieri condannati in via definitiva. Tra i cinque consiglieri che rappresenteranno Fratelli d’Italia troviamo Daniele Polato, già assessore alla sicurezza a Verona condannato nel dicembre scorso per aver convalidato in documento di raccolta firme per la presentazione della lista di Forza Nuova alle passate elezioni regionali. Non ci sarebbe nulla di strano, tantomeno di illegale, se non fosse che molte di quelle firme sono poi risultate false. A 9 mesi dalla condanna è risultato il più votato di Fratelli d’Italia con oltre 10mila preferenze. Semila in più di quante ne abbia prese Enrico Corsi, eletto nelle file della Lega nonostante una piccola condanna per propaganda razzista ricevuta nel 2008 per aver diffuso, insieme a Flavio Tosi, volantini con slogan razzisti contro un campo nomadi. Ma una condanna per razzismo passa certamente in secondo piano in una lista in cui a con 4.000 preferenze arriva in consiglio anche quel Gabriele Michieletto che paragonò l’allora ministra Cècile Kyenge ad un gorilla con un post su Facebook.

E se in Veneto in consiglio ci va chi è stato condannato, in Campania viene eletto chi è stato raccomandato. Nel fortino di De Luca, da destra a sinistra, va in scena la parentopoli all’italiana. Nella coalizione di centrosinistra troveremo seduto tra i banchi del Partito Democratico nel nuovo consiglio Massimiliano Manfredi, fratello del più noto Gaetano Ministro dell’Università nel governo attuale ed ex rettore dell’Università Federico II di Napoli. A fargli compagnia ci sarà anche Bruna Fiola, figlia di Ciro presidente di Confcommercio e già consigliere a Napoli, eletta con circa 20.000 preferenze. Nella lista di De Luca troviamo Vittoria Lettieri, figlia di Sindaco di Acerra Raffaele Lettieri, che prende più preferenze di Paola Raia, sorella di quel Luigi Raia che fu esponente di spicco di Forza Italia vicino a Nicola Cosentino e messo oggi da Vincenzo De Luca a capo dell’Agenzia Unica del Turismo della Campania. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Così anche nel centrodestra troviamo eletti ad esempio Giampiero Zinzi, il cui padre Domenico fu presidente della provincia di Caserta e consigliere regionale, che siederà a fianco di Anna Rita Patriarca, figlia dell’ex parlamentare della Democrazia Cristiana Francesco Patriarca. Quello stesso Francesco Petrarca condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per aver pilotato appalti a favore del boss dei casalesi Antonio Iovine.

Amministrative – Ma se le regionali regalano situazioni al limite dell’immaginabile, le amministrative sembrano andare oltre. A meno di una settimana dalle elezioni, ad esempio, c’è già il primo comune vicino allo scioglimento. A Carbone, in provincia di Potenza, ha vinto la lista “Onesti e Liberi”, capeggiata da Vincenzo Scavello. Onesti, liberi e mai visti considerando che Scavello è nato e vive a Messina e si era candidato esclusivamente per poter ottenere dal proprio datore di lavoro un’aspettativa retribuita durante il periodo di campagna elettorale. Ma oltre alle ferie pagate, per Scavello è arrivata anche una vittoria inaspettata che lo ha costretto a dimettersi immediatamente condannando il comune al commissariamento e a nuove elezioni.

Chi non si è ancora dimesso, e non ha intenzione di farlo, è invece Fabio Altitonante. Consigliere di Forza Italia in Regione Lombardia, Altitonante è stato eletto a sindaco di Montorio al Vomano, comune di 8.000 abitanti in provincia di Teramo. Ma su di lui non grava solo il doppio incarico istituzionale, a rendere ancor più bizzarra la sua elezione vi è il fatto che attualmente risulta essere sotto processo nell’ambito dell’inchiesta “Mensa dei Poveri” riguardante un sistema di tangenti e appalti pilotati in Regione Lombardia. Arrestato nel maggio 2019, Altitonante è attualmente imputato per “traffico di influenze illecite”. Non proprio una cosa da nulla, insomma, a maggior ragione se si considera che è una delle cause di incandidabilità stabilite dalla “Legge Severino”. Se dovesse essere condannato, insomma, la sua esperienza da sindaco verrebbe bruscamente interrotta.

Non è invece contemplata dalla Legge Severino l’incandidabilità nei casi come quello di Paolo Montagna. Eletto a sindaco di Moncalieri, Montagna è già indagato in relazione ad una condanna che subì qualche anno fa. Nel 2017, in seguito all’accesso abusivo al sistema informatico della Polizia, Montagna era stato condannato a svolgere tre mesi di volontariato con la Protezione Civile. Dopo tre mesi ha certificato di aver concluso la sua esperienza, ma nessuno lo aveva mai visto. Ora, dunque, è scattata la nuova imputazione per falso ideologico.

Un esercito di nostalgici del fascismo nelle liste elettorali

Un esercito di nostalgici del fascismo è pronto a scendere in campo per le elezioni regionali e comunali. C’è chi posta foto con il braccio teso e chi invoca una marcia su Roma, chi usa per la campagna elettorale slogan del regime e chi per anni ha militato in organizzazioni neofasciste. Ecco chi sono e da chi sono stati candidati.

Domenica e lunedì nel nostro paese non si terrà solo il referendum costituzionale. Questa tornata elettorale prevede infatti anche le elezioni amministrative in 1.177 comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia, e le elezioni regionali in sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta). È dunque pronto, e in attesa di giudizio, un vero e proprio esercito di candidati che da lunedì potrebbero iniziare una nuova avventura politica. Ma mentre la commissione antimafia ha presentato ieri un elenco di 13 impresentabili in diversi comuni con criticità soprattutto in Puglia e Campania, nelle liste di molti partiti da nord a sud Italia si registra una massiccia presenza di un altro tipo di impresentabili: i nostalgici del ventennio fascista.

 Il caso che ha trovato più spazio sui giornali, e generato più clamore, è senza dubbio quello di Christian D’Adamo. Candidato consigliere a Fondi con una lista civica a sostegno del candidato sindaco di Fratelli d’Italia Giulio Mastrobattista, D’Amato non nasconde in alcun modo la sua affinità con certi ambienti della destra più estrema e su Twitter, dove come immagine del profilo sfoggia una foto con la bandiera di Forza Nuova, si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Tra foto con il braccio teso e immagini di svastiche, il profilo del pizzaiolo 32enne candidato a Fondi sembra essere tutto tranne che il profilo di un candidato democratico. E come può essere, allora, che sia stato candidato a consigliere comunale? Secondo Francesco Mastrobattista, ex Forza Nuova e responsabile della lista civica che lo ha candidato oltre che nipote dell’aspirante sindaco, si sarebbe trattato di una svista: “ho controllato” ha assicurato “certificato penale, carichi pendenti, casellario giudiziario e profili Facebook di tutti i candidati. Mi dicono che D’Adamo aveva postato foto indecenti su Twitter. Mi dispiace ma è impossibile controllare tutto.”

Ma quello di Fondi non è c’erto l’unico caso in cui i responsabili di Fratelli d’Italia non sono riusciti a controllare tutto. In Campania, ad esempio, nel partito di Giorgia Meloni sembra esserci un boom di nostalgici. “Me ne frego” è ad esempio lo slogan elettorale scelto da Gimmi Cangiano, ex militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile dell’MSI) che da due anni è coordinatore regionale per Fratelli d’Italia con cui ora si è candidato nel collegio di Caserta. Cangiano, però, è senza dubbio in buona compagnia. A Napoli, infatti, Fratelli d’Italia candida anche l’attuale consigliere comunale Marco Nonno il cui passato sembra essere composta più da ombre che da luci. Nonno, infatti, non solo è stato condannato ad 8 anni per aver fomentato gli scontri in occasione dell’apertura della discarica di Pianura (definita da lui “una medaglia”) ma ha anche una forte nostalgia per il ventennio fascista. Nel 2016 infatti, in un’intervista a Repubblica, Nonno definì Mussolini “il più grande statista del ‘900” e la sua simpatia per il duce è cosa così nota che i suoi compagni di partito nel marzo 2019 gli fecero trovare una torta con la faccia di Mussolini e la scritta “A Noi!”.

Ma è nelle Marche che Fratelli d’Italia si supera. Nell’unica Regione, insieme alla Puglia, in cui Giorgia Meloni ha avuto il via libera dal centrodestra a candidare un proprio uomo la scelta è ricaduta su Francesco Acquaroli. L’ex sindaco di Potenza Picena, in provincia di Macerata era però finito al centro delle polemiche il 28 ottobre scorso quando partecipò a una cena ad Acquasanta Terme in occasione dell’anniversario della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Nella sala in quell’occasione era un tripudio di bandiere italiane marchiate con fasci littori, loghi di Fratelli d’Italia e menù con citazioni del ventennio e immagini del duce. L’allora coordinatore regionale di FdI, Carlo Ciccioli, presente all’evento insieme ad Acquaroli commentò laconicamente: “Una cena è una cena e un menu è un menu. Non sono entrambi documenti politici”. E dunque non sorprende se a sostegno di Acquaroli presidente si sia candidato a consigliere regionale proprio Carlo Ciccioli, nel tentativo forse di fare di quell’ambiente un documento politico vero e proprio.

Da Riva del Garda dove è candidato con il partito di Giorgia Meloni Matteo Negri, esponente di CasaPound e vicinissimo agli ambienti della destra più estrema, fino a Cologno Monzese dove è candidato Salvatore Giuliano, che su Facebook scrive “prima di chiedermi l’amicizia, sappi che sono fascista e odio gli islamici”, la lista di candidati nostalgici in Fratelli d’Italia sarebbe pressoché infinita. Ma il partito di Giorgia Meloni non è certo l’unico a strizzare l’occhio a certi ambienti. Per non essere da meno, la Lega a Capriano del colle sostiene la candidatura a sindaco di Stefano Sala che non solo dice di “rimpiangere il fascismo” ma propone anche di suonare per il 25 aprile al posto di ‘Bella Ciao’ l’inno delle unità d’elite del fascismo ‘Battaglioni’. E per dimostrare l’unità del centrodestra, Forza Italia a Mantova candida a consigliere il 53 enne Fabrizio Bonatti che non solo vanta un passato di militanza con il Movimento Sociale di Almirante e la Fiamma Tricolore di Rauti ma sul suo profilo Facebook ha postato un fotomontaggio che lo ritrae abbracciato a Mussolini. Un gesto “goliardico” dice lui, che comunque ci tiene a definirsi un “moderato”.

Sempre Forza Italia poi è protagonista di un altro caso simile, insieme questa volta ad un inedito alleato: Italia Viva. Forzisti e Renziani, infatti, correranno insieme a Corsico a sostegno della candidatura a sindaco del comune in provincia di Milano di Roberto Mei, iscritto al partito di centrodestra dal 1996. Proprio Mei è però finito al centro delle polemiche per una serie di post scritti tra il 2010 e il 2012 in cui inneggia ripetutamente a Mussolini ed al regime fascista. Tra citazioni del duce, video del ventennio e post contro il 25 aprile, definito “giornata di lutto nazionale”, Mei rivela le sue simpatie per l’estrema destra di cui pare molti fossero a conoscenza. “A Corsico tutti sanno che Mei ha delle simpatie fasciste” aveva infatti commentato il candidato di Rifondazione comunista, Beppe Vivone e mi ero anche premurato di avvertire i referenti locali di Iv”. Un avvertimento che, però, non ha portato alcun risultato con Mei ancora in corsa per il posto da primo cittadino.

Ma in un paese in cui tutto è possibile, nostalgici del ventennio si trovano anche nelle liste del centrosinistra. Così ad Arezzo in una lista a sostegno del candidato PD Luciano Ralli era finito anche Flavio Sisi che dal suo profilo Facebook non usava mezze parole: “Sono fascista e morirò fascista, basta ipocrisie.” si legge in un post “Il duce è il vero artefice di tutte le infrastrutture, le opere, il sociale che la sinistra si spaccia di aver realizzato”. Pronta è arrivata in questo caso l’esclusione dalla lista e lo stop alla sua candidatura anche se, a detta del candidato sindaco Ralli, “si tratta di una persona generosa e sicuramente cambiata nel tempo”.

SI, NO, forse: guida al referendum costituzionale

Il 20 e 21 settembre gli italiani torneranno alle urne per esprimersi su un referendum costituzionale relativo al taglio del numero di parlamentari. Sarà la quarta volta nella storia della Repubblica che gli elettori esprimeranno il proprio parere sulla modifica della Costituzione dopo il referendum del 2001 che ha portato all’approvazione della riforma del “Titolo V” e i due sulla riforma della “Parte II” respinti nel 2006 e 2016. Il tema del referendum di quest’anno sarà, tecnicamente, meno complesso poiché la riforma in questione andrebbe a modificare solamente tre articoli della Costituzione: il 56, il 57 e il 59.

Il quesito – Essendo un referendum confermativo, gli elettori dovranno decidere se approvare o meno le modifiche alla costituzione già votate dal parlamento lo scorso ottobre.

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Sarà questo dunque il teso del quesito, seguito da due riquadri: uno per il “SI” e uno per il “NO”.  A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto alcun quorum per validarne l’esito, non esiste cioè una soglia minima di votanti al di sotto della quale la consultazione non sarebbe ritenuta valida. Quindi, a prescindere dal numero di partecipanti, la riforma sarà approvata definitivamente se ci saranno più Sì che No, mentre sarà respinta se i No saranno più dei Sì.

Il cuore della riforma è, ovviamente, la riduzione del numero dei parlamentari e proprio in tal senso sono stati modificati gli articoli 56 e 57 relativi ai numeri di deputati e senatori. L’art. 56 verrebbe modificato, se dovesse vincere il “SI”, riducendo da 630 a 400 i deputati eletti alla camera a cui si aggiungerebbero 8 e non più 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero. Un taglio netto che non risparmia nemmeno i Senatori previsti dall’art. 57 il cui numero, se la modifica venisse approvata, scenderebbe da 315 a 200 più quattro eletti nella circoscrizione Estero contro i sei attuali. Se dovesse vincere il “SI”, insomma, il numero di parlamentari eletti a partire dalle prossime elezioni scenderebbe da 945 a 600.

Ma oltre al taglio dei parlamentari la riforma, attraverso la modifica dell’art. 59, punta anche a porre fine ad un’ambiguità circa il numero di senatori a vita che da sempre accende il dibattito tra i costituzionalisti. “Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica” si legge nel nuovo articolo “non può in alcun caso essere superiore a cinque”. Il testo attuale, per cui “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini”, è sempre stato controverso perché interpretabile in diversi modi. Se inizialmente l’articolo è stato letto come un divieto ad avere più di 5 senatori a vita, a partire dalla presidenza di Pertini venne visto come un vincolo per ogni Presidente della Repubblica a nominare al massimo cinque senatori a vita a prescindere da quanti già siedano in parlamento. La riforma vuole dunque sancire una volta per tutte che la prima interpretazione è quella da seguire, mettendola nero su bianco. Ma era davvero necessaria una modifica del genere? In effetti, nel complesso della riforma sul taglio dei parlamentari era necessario. Dietro questa decisione infatti vi è la consapevolezza che con una diminuzione così drastica dei senatori il peso dei senatori a vita aumenta considerevolmente. Avere più di 5 senatori a vita (più gli ex Presidenti della Repubblica che continueranno a diventarlo di diritto a fine mandato) in un parlamento composto da 200 membri eletti andrebbe ad incidere in maniera non indifferente sulla rappresentatività popolare della camera alta.

Perché SI, perché NO – Con la decisione presa martedì dalla direzione nazionale del PD di invitare i suoi elettori a votare SI al referendum assistiamo ad un sostanziale allineamento dei principali partiti a votare a favore per il taglio dei parlamentari. Ad invitare i propri elettori ad esprimersi a favore della riforma sono stati infatti, oltre ai 5 stelle che di questa riforma hanno fatto una bandiera, il Partito Democratico, la Lega e Fratelli d’Italia. Italia Viva e Forza Italia, invece, non hanno dato indicazioni di voto nonostante entrambi i leader abbiano definito “demagogica” la riforma esprimendo più di qualche perplessità sul contenuto. Schierato per il NO è invece il leader di “Liberi e Uguali” Pietro Grasso che già aveva votato contro la riforma in senato.

Le ragioni che spingono i fautori del SI al taglio dei parlamentari sono principalmente legate ai costi e all’efficienza del Parlamento al contrario chi si è espresso a favore del NO ha sottolineato come il risparmio a livello economico sia irrilevante e con il taglio dei parlamentari non solo non migliorerebbe l’efficienza del Parlamento ma si andrebbe a minare la rappresentanza.

Per quel che riguarda i costi va da sé che tagliando 315 posti da parlamentare si taglierebbero in automatico anche 315 stipendi con un conseguente risparmio per le casse dello stato. Su questo risparmio insiste in modo deciso il fronte del SI che lo ha reso punto centrale della propria campagna elettorale approfittando anche dell’incertezza sulle cifre. Infatti quanto si risparmierebbe esattamente con il taglio dei parlamentari non è facilmente calcolabile essendo i compensi variabili, tra quote base, diaria, indennità e altre voci. Ad oggi le stime più accreditate, basate sul Bilancio e tenendo conto di rimborsi vari, arrivano ad ipotizzare uno stipendio medio di 19mila euro mensili alla Camera e 21 al Senato. Tenendo buone queste stime, considerate attendibili dai principali istituti di statistica, si arriverebbe dunque ad un risparmio annuo di 53milioni di euro alla Camera e 29 al Senato. Proprio da questi dati nascono invece le ragioni del NO i cui sostenitori evidenziano come sia un risparmio irrisorio che rappresenta meno dello 0,01% delle spese statali (stimate in 662 miliardi con la legge di Bilancio 2020).

Un risparmio irrisorio che, sempre secondo chi sostiene il NO, non potrebbe in alcun modo giustificare il crollo della rappresentanza a cui esporrebbe la riforma. Considerando i numeri attuali, infatti, alla Camera siede un deputato ogni 96.000 cittadini con un tasso di rappresentanza che ci vede tra i migliori in Europa (1 ogni 116mila in Francia e Germania, 1 ogni 133mila in Spagna). Se il referendum dovesse essere approvato, sottolineano i fautori del NO, questo dato precipiterebbe ad 1 deputato ogni 156mila cittadini facendoci scivolare all’ultimo posto nell’Unione Europea. Chi sostiene il SI, però, si dice disposto a rinunciare ad una buona rappresentanza in Parlamento in cambio di una maggior efficienza delle camere sostenendo che con meno parlamentari il processo decisionale sarà più veloce e si riuscirà a legiferare più agilmente. Anche su questo, però, sono state sollevate diverse perplessità. La “lentezza” del Parlamento italiano, infatti, non è data dal numero eccessivo di parlamentari ma dal sistema bicamerale perfetto, sancito dalla costituzione, che prevede che due camere con le stesse funzioni. Ogni legge, insomma, prima di entrare in vigore rimbalza da una camera all’altra fino a quando non sono tutti d’accordo con un inevitabile allungamento dei tempi. Una situazione su cui il semplice taglio dei parlamentari senza una riforma delle camere non potrebbe influire.

Cosa sta succedendo in Bielorussia

“È stato un risveglio improvviso, come se un intero Paese fosse uscito dall’incantesimo”
Iryna Khalip


È domenica sera quando la commissione elettorale, a seggi ancora aperti, annuncia con certezza la rielezione per il sesto mandato consecutivo di Aleksandr Lukashenko. Questa volta, però, i bielorussi non ci stanno e a pochi minuti dall’annuncio migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città del paese. Esplode con tutta la forza possibile la rabbia di un popolo che non vuole più sottostare ad un regime che dura da 26 anni, da quando cioè la Bielorussia è tornata votare dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica.

Lukashenko – Era il 1994 quando, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, venne approvata la Costituzione della Repubblica di Bielorussia. Un passo fondamentale per un paese che attraverso i 146 articoli di quel documento sognava l’inizio di un nuovo corso democratico dopo settant’anni di regime sovietico. Ma quello che doveva essere l’inizio di un sogno democratico si è trasformato in quella che è a tutti gli effetti l’ultima dittatura europea.

Le prime elezioni democratiche videro la partecipazione di sei candidati tra cui vinse, a sorpresa, un giovane Aleksandr Lukashenko ottenendo il 45% dei voti al primo turno e l’80% al ballottaggio contro lo sfidante Vjačaslaŭ Francavič Kebič. Quarantenne ex militare delle forze armate sovietiche e già deputato del Soviet bielorusso dal 1990, Lukashenko condusse una campagna elettorale incentrata sulle promesse di fare pulizia nel paese rimuovendo dalle posizioni di vertice gli ufficiali corrotti e di impedire privatizzazione e riforme di mercato. Una volta eletto, però, le sue idee politiche e la sua linea antioccidentale iniziò ad apparire sempre più chiara. Nel 1999 promosse una modifica alla costituzione per allungare da 5 a 7 anni il suo mandato presidenziale mentre due anni più tardi alzò il tiro contro i paesi occidentali facendo espellere gli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Germania, Italia, Grecia accusandoli di cospirazione. È l’inizio di un regime mai più interrotto che ha trasformato la presidenza della repubblica in un gioco personale nelle mani di una sola persona.

Rieletto per un secondo mandato nel 2001, nonostante l’OCSE avesse sollevato dubbi sulla legittimità delle consultazioni, promosse e fece approvare una nuova modifica alla costituzione eliminando il limite di due mandati per i Presidenti della repubblica e spianandosi la strada verso un futuro alla guida del paese. Da quel momento il copione si è ripetuto identico per altre 3 volte prima di quest’anno (2006, 2010, 2015). Ad ogni tornata elettorale Lukashenko ha trionfato con un consenso tra il 70 e l’80% portandosi dietro critiche da tutti i paesi occidentali e dall’OCSE che ha più volte sottolineato come nei mesi precedenti alle elezioni venissero sistematicamente fermati tutti i principali sfidanti. Negli anni ha ridotto infatti in modo drastico le libertà di stampa e di parola in Bielorussia comprimendo i diritti delle minoranze e portando avanti una costante campagna persecutoria nei confronti degli oppositori politici.

Elezioni – E così è stato anche quest’anno. La stanchezza per il suo dominio infinito, la crisi economica e il suo spudorato negazionismo della pandemia hanno dato vigore a reali candidature alternative: il vlogger Serghej Tikhanovskij, l’ex direttore di una banca controllata da Mosca Viktor Babariko e l’ex ambasciatore negli Usa e fondatore della “Silicon Valley” bielorussa Valerij Tsepkalo. Candidature forti che, a pochi mesi dalle elezioni sembravano poter strappare finalmente lo scettro all’ultimo dittatore d’Europa e dar vita a un vero cambiamento per il paese. Ma in una Bielorussia in cui nulla deve impedire a Lukashenko di governare una tale voglia di cambiamento non è ammissibile. Così, dopo averli definiti “burattini della Russia”, l’eterno leader ha fatto arrestare i primi due e invalidato la candidatura del terzo. Unica ammessa alle elezioni per sfidarlo è stata la moglie di Serghej, Svetlana Tikhanovskaja considerata meno pericolosa perché donna. Su questo però, si sbagliava.

L’arresto dei principali candidati ha dato uno slancio inimmaginabile alla Tikhanovskaja che ha raccolto la rabbia e la stanchezza dei bielorussi. Timida insegnante trentasettenne, è riuscita infatti a galvanizzare le folle radunando addirittura 60mila sostenitori a Minsk in quello che è stata la manifestazione politica più partecipata dalla caduta dell’Unione Sovietica. Così la sua candidatura ha preso forza giorno dopo giorno tanto da arrivare, secondo alcuni sondaggi, ad avere oltre il 60% dei consensi nel paese. Ogni tentativo di Lukashenko di arginare la sua ascesa, come i quasi 1.300 attivisti arrestati durante manifestazioni a sostegno della Tikhanovskaja, sembrava andare nella direzione opposta rafforzando la sua candidatura. Ma quando l’opposizione era pronta a festeggiare un risultato storico, i dati ufficiali hanno gelato gli animi. Il 9 agosto la commissione elettorale ha diffuso, a seggi ancora aperti, i risultati delle elezioni: Lukashenko 80%, Tikhanovskaja 7%.

Proteste – L’ennesima tornata elettorale viziata da evidenti brogli e la prospettiva di un sesto mandato per Lukashenko ha scatenato la rabbia dei bielorussi che sono scesi in strada in oltre 30 città. Ancora una volta, però, il regime ha reagito come meglio sa fare. L’accesso a internet è stato interrotto isolando di fatto per diverse ore la Bielorussia dal resto del mondo mentre decine di migliaia di agenti venivano schierati in tenuta antisommossa per reprimere le proteste. Il bilancio a notte fonda è drammatico: 3.000 manifestanti arrestati, oltre 1.000 feriti e un manifestante ucciso. Ma è solo l’inizio.

Per tutta la settimana la tensione in Bielorussia resta altissima, centinaia di migliaia di persone scendono in strada sventolando drappi bianchi simbolo dell’opposizione. La Tikhanovskaja fugge in Lituania, dove da alcune settimane aveva mandato i suoi figli, temendo per la propria sicurezza in un paese che sembra sull’orlo di una rivoluzione. Perché più i giorni passano più la rabbia aumenta e con essa anche la repressione. Diverse associazioni denunciano il pestaggio e le torture inflitte ai manifestanti arrestati mentre i video mostrano una repressione sempre più dura da parte della polizia che, però, inizia a perdere i pezzi. Alcuni video mostrano infatti anche gruppi di militari che si tolgono la divisa per unirsi alle proteste rifiutandosi di combattere una guerra tra poveri per fare il gioco di Lukashenko.

Tendopoli di San Ferdinando: un altro sgombero senza prospettive

Da sabato la tendopoli di San Ferdinando non ci sarà più, smantellata dal comune senza trovare soluzioni alternative per i migranti che la abitano. La gestione dell’emergenza abitativa per i braccianti che lavorano nella Piana è l’emblema dell’incapacità di capire e risolvere un problema sempre più grave.

A San Ferdinando, cuore pulsante dell’emergenza braccianti nella Piana di Gioia Tauro, sembra di essere tornati indietro di un anno. Le stesse preoccupazioni sui volti dei migranti, gli stessi proclami da parte delle autorità, le stesse prospettive per il futuro. Era il marzo 2019 quando l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini si faceva riprendere dalle tv di tutto il paese tra le macerie delle baracche del “ghetto di San Ferdinando” appena abbattuto dalle ruspe. “Io vi ripago con il mio coraggio! Avevo promesso pulizia e l’abbiamo fatta” aveva annunciato con la tracotanza di chi pensa di aver la soluzione a ogni problema, vantandosi di aver finalmente “ripristinato la legalità in quella che era una favela di immigrati”. Ma quello del marzo scorso si è rivelato un siparietto mediatico e poco più. Il problema è tutt’altro che risolto e l’intervento delle ruspe sembra anzi averlo peggiorato aggiungendo all’emergenza abitativa dei migranti anche una distesa di baracche abbattute mai rimosse che hanno trasformato quella che un tempo era un ghetto in un’enorme discarica.

Il problema abitativo dei braccianti, poi, non è stato nemmeno affrontato. Per chi abitava a San Ferdinando non è stata pensata alcuna soluzione alternativa e, una volta abbattuta la baraccopoli, i braccianti sono stati lasciati a loro stessi. Molti hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare di raggiungere illegalmente altri paesi europei ma quelli mentre quelli che sono rimasti si sono semplicemente trasferiti in altri ghetti simili andando solamente a peggiorare situazioni già difficili. Campi sovraffollati e senza servizi si sono trova a dover accogliere centinaia di nuovi migranti in fuga dalle ruspe di Salvini generando situazioni complicate e potenzialmente esplosive. Tra i campi che hanno accolto più persone c’è sicuramente quello che dal 2017 sorge a pochi metri dall’ex ghetto di San Ferdinando. Costruita nel 2017 come soluzione temporanea e “ufficiale”, la tendopoli voluta dal ministero si è trasformata in un accampamento permanente che ha accolto nei periodi di maggior crisi fino a 1.500 persone nonostante i soli 500 posti disponibili.

Ma adesso, appunto, sembra di essere tornati indietro di un anno. “L’amministrazione comunale comunica ai signori ospiti che sono in atto le procedure di chiusura definitiva della tendopoli. I signori ospiti sono pertanto invitati ad individuare una nuova e diversa soluzione abitativa”. È l’avviso freddo, ma dai toni gentili, diffuso il 24 luglio dal Comune di San Ferdinando per annunciare che dal 15 agosto la tendopoli non ci sarà più. Le tende, già in parte smontate in queste settimane, spariranno definitivamente da sabato lasciando un’altra volta i braccianti che abitano la tendopoli davanti al nulla. Anche questa volta, infatti, non è stata prevista nessuna soluzione alternativa alle tende e per i, molti, migranti che non possono permettersi una casa l’unica alternativa sembra essere spostarsi in un altro ghetto, andando ancora una volta ad aggiungere miseria dove già ce ne è fin troppa. Il comune ha motivato la sua decisione di chiudere la tendopoli affermando di essere stato lasciato solo dalle altre autorità competenti (Regione, prefettura e governo) nella gestione di un problema che non riguarda solo San Ferdinando ma tutta la Piana di Gioia Tauro e, per certi versi, tutto il sud Italia.

La decisione di smantellare la tendopoli evidenzia in tutta la sua gravità il problema annoso del fare fronte in modo sistematico ai bisogni dei migranti che lavorano nei campi, e sottolinea la mancanza di un piano adeguato e strategico di interventi trasversali che rispondano alle numerose criticità. Se da un lato la soluzione tampone della tendopoli deve considerarsi sicuramente una misura emergenziale e da superare, dall’altro non si può neanche pensare di demolire l’accampamento senza aver individuato delle alternative idonee, delle soluzioni abitative che consentano condizioni alloggiative dignitose per i lavoratori. Soluzioni abitative che, per di più, ci sarebbero da tempo ma non vengono concesse. Nel 2011, infatti, utilizzando fondi europei vincolati il Comune di Rosarno aveva costruito sei palazzine, per un totale di 36 appartamenti con 6 posti letto ciascuno, destinate unicamente all’accoglienza dei migranti che lavorano i campi della piana. Un progetto costato 3 milioni che avrebbe dovuto aiutare a superare le tendopoli e le baraccopoli che sorgono in una delle aree più soggette a caporalato e sfruttamento dove i migranti vivono come animali ammassati in alloggi di lamiera. Un progetto che, però, non è mai stato inaugurato e dal 2011 ad oggi non ha mai aperto i battenti costringendo i braccianti a vivere nella miseria in cui si si consuma la segregazione e la riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratori agricoli.

Si tratta, insomma, dell’ennesima soluzione senza soluzione. Una toppa messa un po’ a casaccio senza centrare il buco che nel frattempo si allarga. Una situazione che si ripete uguale ogni volta a San Ferdinando come nel resto d’Italia. Come a Cassibile, in provincia di Siracusa, dove entro metà settembre sarà smantellata completamente la baraccopoli che ospita i lavoratori agricoli senza trovare soluzione alternativa nemmeno per loro. Si dimostra ogni volta di più l’incapacità dell’Italia di affrontare in modo strutturato questo problema, con i campi dei braccianti che tornano a far parlare di sé solo quando scoppia qualche rivolta o perde la vita qualche migrante per colpa delle condizioni in cui si vive. Allora inizia il carosello dei proclami, un susseguirsi di promesse di una soluzione in tempi rapidi che si esaurisce in qualche giorno facendo tornare nel dimenticatoio una delle più gravi crisi umanitarie che esistano nel nostro paese.

600 soldati, 30 mezzi e 26 milioni di spesa pubblica: così l’Italia torna in Africa

L’Italia ripudia la guerra
-Costituzione, art. 11-


Roma, 16 luglio 2020. In parlamento si discute del “decreto missioni” e la maggioranza si spacca sul finanziamento alla Guardia Costiera Libica con 22 deputati guidati da Erasmo palazzotto che chiedono al governo di smetterla di far finta di non vedere i crimini commessi nel mediterraneo. Ma mentre l’attenzione su quel che accade è alta, con i media che analizzano la spaccatura che sembra mettere a rischio il governo, i contenuti del decreto restano in secondo piano. Un decreto con cui, tra le altre cose, l’Italia ha aumentato la sua presenza militare in Africa confermando il suo impegno nel Golfo di Guinea e aggiungendo la partecipazione alla Task Force internazionale “TAKUBA”.

Sahel – Regione africana che si estende tra il Sahara e la savana del Sudan attraversando cinque stati, il Sahel in pochi anni è passato da area semi-sconosciuta e marginale nelle relazioni internazionali con l’Africa, ad area strategica e di importanza centrale nell’azione di contrasto al terrorismo islamico. Il 13 gennaio scorso a Pau, in Francia, durante il vertice convocato da Macron con i cinque paesi del Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, e Niger) il presidente francese ha lanciato un appello ai partner internazionale per supportare Parigi nel contrasto al terrorismo nella regione africana. Un’occasione che l’Italia ha deciso di non farsi scappare.

Con l’approvazione del decreto missioni, infatti, il parlamento ha dato il via libera alla partecipazione italiana alla Task Force “TAKUBA” che vedrà il nostro paese impegnato al fianco della Francia nel Sahel. “La partecipazione italiana alla Task Force TAKUBA” si legge nel documento approvato in aula “oltre a fornire un contributo al rafforzamento delle capacità di sicurezza nella regione del Sahel, risponde, altresì, all’esigenza di tutela degli interessi nazionali in un’area strategica considerata prioritaria.” Un’azione a tutela degli interessi nazionali di cui, però, si sa ancora poco. L’Italia metterà a disposizione 200 soldati, 20 mezzi e 8 aerei rendendo quello del Sahel la terza missione per dimensioni dopo quella in Libia (circa 400 militari) e in Niger (295). Definiti anche i costi, con uno stanziamento di 16milioni di euro a supporto della missione, e l’area di intervento, che sarà concentrato nella cosiddetta zona “delle tre frontiere” a cavallo fra Mali, Niger e Burkina. Il comando della missione sarà completamente a guida francese e le operazioni saranno coordinate dalla base di Ansongo, sperduta località del nord Mali.

Ma alle poche certezze si accompagnano molti dubbi e aspetti non chiari di una Task Force che risulta molto opaca. Non si sa ad esempio quando inizierà ufficialmente né quando si concluderà. A fine giugno Macron era tornato sulla questione dicendosi pronto ad inviare il proprio contingente già nelle prossime settimane per un impegno di “almeno tre anni”. Più cauta l’Italia che nel documento approvato in parlamento garantisce il suo impegno fino alla fine del 2020 e rinnovabile su base annuale senza definire tempistiche per l’intervento. Sembra probabile, però, che il contingente italiano possa partire tra non meno di un paio di mesi per insediarsi nell’area a partire da fine anno ed essere pienamente operativo dal primo semestre del 2021. Pur avendo previsto un rinnovo annuale, infatti, è poco realistica l’ipotesi di un ritiro a missione in corso e tutto lascia pensare all’inizio di una nuova presenza stabile dell’esercito italiano in Africa. Una presenza che potrebbe esporre i nostri soldati a rischi maggiori rispetto a quelli corsi in altre zone in cui sono in corso missioni italiane. Nel 2019 gli attacchi nell’area sono aumentati del 25% e dal 2013, anno in cui è iniziato l’impegno francese, sono stati 43 i militari transalpini uccisi nel Sahel. L’ultimo il 24 luglio.

Ma nella decisione italiana di intervenire direttamente nell’area, secondo il ricercatore dell’ISPI Camillo Casola, vi sarebbe anche il tentativo di “rafforzare relazioni commerciali in termini di esportazioni di armi per il tramite di un’azienda strategica”. Il riferimento è ai potenziali contratti di cooperazione militare e sbocchi commerciali per l’industria bellica italiana con cui Macron ha tentato Conte durante il vertice Italia-Francia del 27 febbraio scorso a Napoli. Dal 2017 ad oggi l’Italia ha già stipulato accordi militari bilaterali con Niger, Burkina Faso e Ciad ed è attivamente interessata, come tutte le potenze straniere implicate in questo teatro, allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo del Sahel e l’intervento diretto in quest’area potrebbe rappresentare un incentivo a queste attività.

Guinea – Altra area in cui l’Italia conferma il proprio impegno è quella del Golfo di Guinea. In quest’area il nostro paese impegnerà “un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea”. 10 milioni di euro, 400 uomini, 2 navi e 2 aerei saranno impiegati per “esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare con l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’ area”. Interessi strategici nazionali che riguardano in particolar modo la presenza di “asset estrattivi di ENI” che operano in acque internazionali e che sarebbero esposti ad attacchi e pericoli a causa di un’intensa attività di pirateria nelle acque del golfo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%” si legge nelle motivazioni della missione. “Il Golfo di Guinea è considerato il più pericoloso per numero di attacchi e atti di pirateria alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”. L’Italia si schiererà con il suo contingente al fianco di quelli francese, statunitense, spagnolo e portoghese già presenti nell’area da diversi anni. Lo farà per tutelare l’interesse di Eni, ritenuto interesse strategico, e la sicurezza delle nostre navi mercantili italiane in viaggio verso quell’area.

Mentre si discuteva di una possibile spaccatura della maggioranza, dunque, il parlamento ha approvato nel silenzio generale le due missioni africane. Una spesa complessiva di circa 26 milioni di euro per dispiegare nel continente 600 uomini, una trentina di mezzi e le proprie conoscenze. Un impegno importante in termini di risorse impiegate ma molto opaco per quel che riguarda gli obiettivi.

Sconti su iscrizione e tasse per i fuorisede che tornano al sud: ma servono davvero?

Gli atenei del sud, nel tentativo di contrastare il calo delle immatricolazioni post coronavirus, offrono sconti sulle rette a tutti coloro che decidono di tornare dopo aver iniziato altrove gli studi. Ma possono bastare queste misure per frenare la fuga degli studenti dal sud Italia?

Nella corsa alle immatricolazioni per il prossimo anno sono iniziati anche i saldi di fine stagione. Con la crisi economica post emergenza sanitaria molte Università italiane vedranno un drastico calo delle iscrizioni per il prossimo anno accademico. Un fenomeno che potrebbe pesare maggiormente sugli atenei del sud Italia che già da diverso tempo soffrono di uno spopolamento cronico dovuto alla fuga di migliaia di ragazzi verso le facoltà del nord. Ed è proprio su quei fuorisede che sembrano indirizzati gli incentivi proposti da diversi rettori del mezzogiorno che vorrebbero convincere chi ha iniziato gli studi fuori regione a tornare e incentivare chi ancora deve iniziarli a non lasciare la propria città. Una vera e propria “guerra” tra nord e sud che sta accendendo il dibattito sulle immatricolazioni al prossimo anno.

A lanciare la sfida è stata pochi giorni fa la Regione Sicilia che nella nuova Legge di Stabilità ha previsto un bonus di 1.200 euro per tutti coloro che decidono di tornare sull’isola per proseguire gli studi iniziati fuori regione. Una proposta già di per sé allettante su cui l’Università di Palermo ha addirittura deciso di giocare al rialzo aggiungendo l’iscrizione gratuita, solo per quest’anno, per tutti gli studenti che decidono di tornare. Scelte simili sono state prese in Puglia, dove l’iscrizione sarà gratuita per chi era immatricolato altrove, e in Basilicata, dove gli atenei garantiscono uno sconto del 50% sulle tasse universitarie per chi torna in regione. Insomma, le porte del sud, per chi vuole tornare, sembrano essere spalancate e l’appello a tornare a casa sembra essere molto attraente. Oltre agli sconti su iscrizioni e tasse, infatti, a far gola ai fuorisede travolti dalla crisi economica potrebbe essere il minor costo della vita. Affitti, bollette, spese, spostamenti e chi più ne ha più ne metta in un periodo di grande crisi economica potrebbero diventare un lusso non sostenibile per molti fuorisede che potrebbero così decidere di tornare a casa per non dover spendere un patrimonio, o gravare sulle proprie famiglie, per continuare gli studi.

È bastato l’annuncio di questi incentivi a scatenare le proteste di rettori e amministratori locali del nord che temono una fuga di massa degli studenti da città in cui il costo della vita per i fuorisede è sempre più alto. Critico verso queste misure anche il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi che ha sottolineato la sua netta contrarietà ad ogni iniziativa su base territoriale che crea “diseguaglianze inaccettabili”. Il ministro ha sottolineato in particolare come sarebbe più saggio e utile lavorare tutti insieme “per fare in modo che ci siano opportunità identiche per tutti gli studenti, lasciando solo a loro ovviamente la libertà di scelta”. Incentivi del genere, che siano proposti dalla Lombardia o dalla Sicilia, portano infatti gli studenti a scegliere un Ateneo piuttosto che un altro non in base a quello che ritengono più giusto per loro e per il loro percorso ma in base a quello che ritengono più abbordabile dal punto di vista economico. Una dinamica che rischia di innescare un circolo vizioso pericoloso e in grado di minare il diritto allo studio di molti ragazzi.

Ma quello che sembra mancare in questo piano di rilancio delle Università del sud Italia è una visione d’insieme. Da anni ormai sono in crescita gli studenti fuorisede (+2,7% annuo secondo le stime dell’osservatorio “Talents Venture”) con una grande fetta degli studenti che si allontanano dal sud per vivere e studiare negli atenei del nord. A fronte di una media di iscritti all’Università superiore rispetto alla media nazionale, con il 16% dei giovani iscritti ad un corso di laurea contro il 15% della media nazionale, le regioni del sud devono infatti fare i conti con quella che è una vera e propria fuga verso altre regioni. Quasi il 35% dei giovani meridionali, infatti, sceglie di trasferirsi per i propri studi lontano da casa ed in particolare verso Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio che da sole accolgono oltre il 50% dei fuorisede italiani. Ma l’aspetto che sembrano sottovalutare le recenti misure pensate per riportare a casa gli studenti fuorisede è il motivo che spinge molti ad andarsene. Non si tratta solo di una sfida personale o della voglia di scoprire nuove realtà ma anche e soprattutto una questione di opportunità future. Chi dal sud si muove verso il nord lo fa perché sa che una volta terminata l’università sarà più semplice impostare la propria vita in regioni diverse da quelle da cui è costretto a scappare. I dati mostrano come i laureati negli atenei del sud presentino un tasso di occupazione del 61% contro al 74% dei colleghi del nord e al 70% di quelli del centro. Chi sta al sud, insomma, fa più fatica a trovare lavoro dopo la laurea e, ad un anno dal titolo, guadagna in media tra i 100 e i 200 euro medo degli omologhi del centro-nord.*

Dunque, se da un lato sono sicuramente apprezzabili gli sforzi fatti dalle Università per tenere gli studenti al sud, non si può trascurare il quadro generale che costringe migliaia di giovani ad abbandonare, il più delle volte a malincuore, la propria terra per studiare in una regione diversa. Incentivi e sgravi fiscali da soli non bastano per risolvere un problema che è in realtà più ampio e complesso e che si collega all’annosa questione dello sviluppo delle regioni meridionali. Incentivare gli studenti a studiare al sud senza garantire servizi adeguati durante il percorso di studi, dalla mobilità ai campus, o prospettive lavorative post-laurea sembra essere un controsenso. È necessario una visione più ampia che punti a richiamare gli studenti non per i prezzi più bassi, come se l’istruzione fosse una merce esposta al mercato, ma per la qualità dell’insegnamento e della vita. Un’offerta formativa di qualità maggiore porterebbe inevitabilmente un maggior numero di studenti a preferire quell’ateneo piuttosto che un altro, formerebbe studenti più qualificati e di conseguenza più cercati dal mercato del lavoro innescando un circolo in grado di ripopolare gli atenei del sud senza bisogno di fare ulteriori saldi.

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*Fonte dati:
Bianchi P.; Laddomada P.; Valdes C., Il fenomeno degli studenti fuorisede, Osservatorio Talents Venture, 2019

Amministratori nel mirino: minacce, intimidazioni e violenze nel 2019

I Sindaci e gli amministratori pubblici rappresentano un baluardo di legalità.
Per questo dovrebbero interpretare il loro ruolo nella difesa della collettività,
per il soddisfacimento degli interessi dei cittadini, il rispetto dei diritti, la trasparenza
.”
-Federico Cafiero de Raho, Procuratore Nazionale Antimafia-


In Italia uomini e donne che per un estremo senso di responsabilità civile hanno deciso di dedicare parte della propria vita alla comunità che vivono sono sempre più sotto tiro. Sindaci, assessori, amministratori locali, consiglieri e chiunque svolga una funzione pubblica è sempre più esposto ad intimidazioni, violenze e minacce. A riportarlo è il report annuale dell’associazione “Avviso Pubblico” che da nove anni denuncia la crescente violenza fisica, psicologica e mediatica contro gli amministratori locali. Dal rapporto, pubblicato questa settimana, relativo al 2019 emerge un quadro destabilizzante che mette in luce come da nord a sud non esista regione dove la criminalità, sia essa organizzata o comune, non colpisca chi svolge il proprio compito con competenza, responsabilità e trasparenza. Minacce e violenze che mettono a rischio uno svolgimento pienamente democratico della funzione pubblica.

I dati – “Violento, esteso e costante”. Bastano tre parole a descrivere il quadro della situazione registrata nel 2019 dall’associazione “Avviso Pubblico” che ha censito in 12 mesi 559 tra intimidazioni, aggressioni e minacce nei confronti degli amministratori locali. una media di 11 ogni settimana. Una ogni 15 ore. Una lunga scia di violenza che ha letteralmente travolto 336 comuni, il numero più alto mai registrato, in 83 province diverse. E per la seconda volta nella storia del rapporto, la prima nel 2017, sono coinvolte tutte le regioni italiane. Emerge quindi in modo chiaro ed inequivocabile la capillare diffusione di quelle che Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente di ANCI, definisce “vere e proprie forze che, attraverso la corruzione e il disprezzo delle regole, alimentano sentimenti eversivi nei confronti dei valori democratici su cui si basa la nostra Costituzione”.

A preoccupare ancor di più è l’aumento degli attacchi diretti che sono cresciti del 6% rispetto al 2018 e lo scorso anno hanno rappresentato l’87% dei casi, dato più alto mai registrato. Gli attacchi, cioè, sono rivolti sempre più in modo diretto alle persone mentre calano gli attacchi indiretti rivolti alle proprietà o ai parenti degli amministratori. Una vera e propria sfida allo Stato e alle sue istituzioni che colpisce in modo particolare le amministrazioni comunali che, essendo le istituzioni politiche più vicine ai cittadini e al territorio, sono quelle su cui maggiormente provano a fare pressioni criminalità e estremismi. Proprio nei confronti degli amministratori locali (Sindaci, consiglieri, assessori, vicesindaci ecc) si sono infatti registrate il 56% delle intimidazioni o violenze contro un 27% al personale della pubblica amministrazione e un 3% a rappresentati di regioni e province.

Ma c’è un dato che ancor di più fa emergere come questi episodi possano minare la vita democratica del paese. Non è un caso, infatti, che lo scorso anno il mese con più intimidazioni sia stato aprile con 58 casi. Proprio in quel periodo era in pieno svolgimento in gran parte del territorio nazionale la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni amministrative del maggio scorso che hanno portato alle urne il 48% dei Comuni Italiani per la scelta del sindaco e la relativa composizione dei consigli comunali. Mai come lo scorso anni si sono registrati infatti così tanti atti intimidatori nei confronti di candidati alle elezioni amministrative. Atti intimidatori che in diversi casi hanno portato addirittura le vittime a rinunciare alla propria candidatura ritenendo insostenibile il peso di tali minacce. È accaduto ad esempio a Parabita, Comune in provincia di Lecce chiamato alle urne dopo uno scioglimento per mafia e la gestione straordinaria dei commissari prefettizi, dove i reiterati atti intimidatori hanno spinto il candidato sindaco Marco Cataldo a ritirare la propria lista. Una chiara dimostrazione del perché non sia giusto inquadrare queste situazioni a meri atti di violenza ma si debba necessariamente vederli come un tentativo di sabotare i valori democratici costituzionalmente riconosciuti.

Modalità – Il rapporto evidenzia poi come vi sia una differenza nelle modalità con cui questi atti vengono perpetrati al Nord rispetto al Sud. Se nelle regioni meridionali, infatti, il principale metodo di intimidazione rimangono gli incendi (un caso ogni quattro) al nord i roghi sono solo al settimo posto tra le minacce per gli amministratori locali mentre crescono le violenze verbali sui social network. Unico filo conduttore che unisce l’intero paese sono le aggressioni fisiche che rappresentano la seconda minaccia tanto al nord quanto al sud. In generale emerge come, mentre al nord le minacce sono per lo più verbali o scritte, al sud si manifestano in modo più evidente ed eclatante. Nelle regioni meridionali, infatti, sembra esserci una minor preoccupazione di attirare l’attenzione o generare allarme sociale forse dovuta ad un maggior radicamento di fenomeni criminali nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Così sono proprio le regioni del sud quelle in cui le minacce verbali si tramutano più spesso in vere e proprie aggressioni, dirette o indirette, nei confronti degli amministratori locali.

Le regioni – Come detto, per la seconda volta nella storia del rapporto, sono coinvolte tutte le regioni italiane anche se, ovviamente, in misura differente. Il triste primato per il maggior numero delle aggressioni se lo è aggiudicato per il terzo anno consecutivo la Campania con 92 episodi nel corso del 2019 e 217 se si considera il triennio 2017-2019. Dati che fanno rabbrividire e che significano un attacco ogni quattro giorni evidenziando le criticità della regione. Dietro alla Campania si trovano altre 3 regioni del sud Italia: la Puglia (71 casi), la Sicilia (66) e la Calabria (53). Ma se le prime quattro posizioni non sorprendono, confermando i livelli registrati negli anni precedenti, la prima sorpresa arriva dal Nord Italia. Al quinto posto infatti si trova, con 46 atti intimidatori e un incremento del 64% in due anni, la Lombardia. La presenza pervasiva della criminalità organizzata calabrese e di un sistema corruttivo sempre più diffuso rendono infatti gli amministratori locali della regione “locomotiva d’Italia” maggiormente esposti ad episodi di questo tipo. In particolare, emerge il ruolo della città Metropolitana di Milano in cui si sono registrati nel corso del 2019 ben 16 casi che rendono il capoluogo lombardo la nona provincia per numero di intimidazioni.

Se i dati registrati nel corso del 2019 ci appaiono già tragici e ben poco incoraggianti, sembra proprio che il peggio debba ancora venire. In questo 2020, infatti, si potrebbero aprire ulteriori spazi per episodi del genere a causa della forte instabilità economica e politica generata dal coronavirus. L’emergenza sanitaria sarà certamente accompagnata da una forte crisi economica e sociale che le mafie, come affermato dal ministro dell’Interno e dal Procuratore nazionale antimafia, stanno già cercando di sfruttare per accumulare consenso sociale sui territori ed espandere la loro presenza nel nostro sistema produttivo e all’interno degli Enti locali. Quegli stessi enti locali che dovrebbero essere baluardo di legalità sui territori potrebbero così ritrovarsi ancor più assediati da nemici pronti a tutto. Nemici contro cui tutti noi siamo chiamati a combattere. Per difendere la democrazia. Per difendere il nostro paese.

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