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La surreale vicenda del pm che denuncia il giornalista perché ha svelato i suoi errori

Nei giorni scorsi Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian, ha ricevuto la notifica della prima udienza del suo processo che si terrà il 2 febbraio prossimo. La sua colpa? Aver svelato al mondo gli errori di un giudice italiano che ha condannato un innocente credendolo un trafficante.

Un grossolano errore giudiziario, di quelli che non dovrebbero accadere. Un giornalista tra i più autorevoli in tutta Europa che se ne accorge e decide di indagare. Un reportage che fa luce sulla vicenda gettando ombre inquietanti sul lavoro della magistratura. Una vicenda surreale che si chiude con la corte d’assise che dà ragione al giornalista confermando l’errore giudiziario e disponendo il rilascio dell’imputato. Ma in quella che sembra la trama di un libro c’è tempo per un ultimo colpo di scena: la notifica recapitata al giornalista che comunica l’inizio di un processo a suo carico il 2 febbraio 2022. L’accusa? Aver diffamato i pm con il suo reportage.

Ma facciamo un passo indietro. È il 2016 quando Calogero Ferrara, sostituto procuratore a Palermo, annuncia di aver disposto e portato a termine l’arresto del “Generale” Medhanie Yehdego Mered, uno tra i principali trafficanti di esseri umani. La notizia rimbalza sui principali siti di informazione d’Europa e sembra essere il punto più alto della lotta al traffico di esseri umani. Ma qualcuno si insospettisce. Secondo Lorenzo Tondo, giornalista del “The Guardian”, c’è qualcosa che non quadra in quella vicenda e decide di conseguenza di approfondirla seguendo le udienze e indagando sull’uomo arrestato. Quello che emerse da quel reportage fu clamoroso: l’uomo estradato in Italia perché considerato il più sanguinoso trafficante di esseri umani altro non era che un profugo eritreo che faceva il falegname a Khartoum con l’unica colpa di avere lo stesso nome del “generale” ricercato. Uno scambio di persona che ha portato in carcere un innocente lasciando a piede libero il vero trafficante. Perché, nonostante le inchieste di Tondo e le prove portate a processo dall’avvocato della difesa, quel processo si concluse con la condanna di Mered. Quello sbagliato, ovviamente. Solo nel 2019, dopo tre anni di detenzione in carcere, la Corte d’Assise di Palermo riconobbe l’errore ed ordinò l’immediata scarcerazione dell’uomo. 

Ma le inchieste condotte dal giornalista del Guardian non sono mai state digerite dal pubblico ministero. Tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, infatti, Ferrara ha presentato due denunce per diffamazione a carico di Tondo: la prima per i suoi post su Facebook in cui chiedeva di fare chiarezza sul caso, la seconda per le sue inchieste sul Guardian e la sua indagine parallela a quella della magistratura. Ora, conclusosi il processo di mediazione, Ferrara ha deciso di confermare entrambe le cause e Tondo dovrà presentarsi in aula per difendersi dalle accuse del PM. “Il caso di Lorenzo Tondo è emblematico delle difficoltà che vive oggi il giornalismo indipendente in Italia”, ha commentato l’avvocato nominato dal Guardian, Andrea Di Pietro, che da anni segue le peripezie giudiziarie dei giornalisti. “La critica che spesso si rivolge ai cronisti giudiziari italiani è di essere troppo dipendenti dai pubblici ministeri i quali interagiscono con la stampa solo quando questa è disposta a raccontare la loro versione dei fatti”. Criticare un PM in Italia espone i reporter al rischio di dover affrontare, nella quasi totalità dei casi, querele o denunce in un meccanismo perverso che limita la libertà di stampa. 

Il caso, ora, è al centro dell’attenzione internazionale e il processo a Tondo potrebbe diventare il simbolo delle libertà di stampa violate. Sulla vicenda è intervenuta anche la Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei reporter che indicato come una potenziale “intimidazione” la doppia querela presentata da Ferrara. Un’intimidazione che, però, non può funzionare. Tondo ha ricevuto pieno supporto dal suo giornale, il Guardian, che ha deciso di sostenere interamente le spese legali mentre tutto il mondo del giornalismo europeo e non solo si è stretto intorno al collega a difesa di una libertà che deve rimanere inviolabile. Lorenzo non è solo oggi e non lo sarà nemmeno il 2 febbraio in aula.

La morte di Mario Paciolla e un silenzio che dura da 14 mesi: cosa è successo realmente?

Quattordici mesi dopo la morte di Paciolla un silenzio assordante è calato sulla vicenda. Mentre la procura di Roma indaga, ostacolata dalle autorità colombiane e dall’ONU, media e opinione pubblica sembrano essersi dimenticati di quel “creatore di Futuro” ucciso in Colombia.

Sono passati oltre 14 mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano trentatreenne trovato morto in Colombia il 15 luglio 2020 mentre si trovava in missione per conto dell’Onu. Quattordici mesi trascorsi tra indagini a rilento e un silenzio assordante di media e opinione pubblica. Perché sin dall’inizio sono stati pochi, pochissimi, ad interessarsi al caso di Paciolla e tenere alta l’attenzione su quanto stava succedendo. Pochi i media che ne hanno parlato, pochi i comuni che hanno esposto lo striscione realizzato dalla famiglia per chiedere verità.

Una verità che stenta a venire a galla anche per via dei numerosi depistaggi, delle ricostruzioni contradditorie e dei muri di silenzio. Le avvocatesse Alessandra Ballerini ed Emanuela Motta che stanno seguendo il caso hanno spiegato che le indagini vanno avanti, ma che l’omertà anche tra i colleghi di Mario sta rallentando le operazioni dei magistrati. La versione fornita dalle autorità colombiane e dall’ONU, che sin dall’inizio hanno parlato di suicidio, non ha mai convinto fino in fondo e sarebbe stata definitivamente smentita dai risultati dell’autopsia svolta dall’equipe medica guidata dal dottor Vittorio Finsecchi, che si è occupato tra gli altri anche dei casi Cucchi e Regeni. Un risultato che conferma i dubbi sollevati da subito dai genitori a cui Mario aveva più volte confidato di temere per la sua incolumità tanto da acquistare, il giorno prima del presunto suicidio, un biglietto aereo per tornare anzitempo in Italia. Un risultato che, soprattutto, ha spinto le autorità italiane a riaprire il caso con la Procura di Roma che ha disposto ulteriori accertamenti chiedendo ai colleghi colombiani una serie di perizie ulteriori per far luce sulla morte di Paciolla.

Mentre resta viva più che mai la pista che collega la morte del cooperante italiano ai bombardamenti delle forze armate colombiane dell’agosto 2019, su cui Paciolla aveva realizzato un rapporto per le Nazioni Unite, i genitori Anna e Giuseppe chiedono che finalmente possa essere fatta luce sul suo decesso. “Noi crediamo, anzi siamo certi, che le persone che lo frequentavano e in particolare chi lavorava nella sua squadra sapesse e sa.” hanno scritto in una lettera aperta pubblicata da Repubblica nelle scorse settimane “I suoi amici, che vediamo sorridenti con lui nelle foto scattate solo qualche mese prima della sua morte, sanno molte cose ma si guardano bene dal parlare. E quel sorriso oggi ci sembra falso e ci fa male. Ci rivolgiamo a chi sorrideva con lui nelle fotografie: parlate, non tradite ancora Mario. Non soffocate la vostra coscienza, non siate pavidi. Vi preghiamo, non lasciateci in questa incertezza, restituiteci le ultime giornate di Mario. Per noi chi non parla è complice di questo delitto. Aiutateci ad avere un po’ di pace e a restituire dignità a Mario e alle vostre esistenze.” Quel silenzio degli amici che si riflette nel silenzio dell’opinione pubblica che sembra essersi dimenticata del “creatore di futuro”, come lo ha definito Roberto Saviano, ucciso in Colombia. Un creatore di futuro che non possiamo e non dobbiamo dimenticarci e su cui dobbiamo tenere i riflettori accesi fino a quando non sarà fatta giustizia. Fino a quando mamma Anna e papà Giuseppe avranno, finalmente, una verità.

La lotta alla delocalizzazione: dai lavoratori in trincea a un governo immobile

“Con uno sciopero cerchi di scuotere il capo
che in effetti cosa fa se non scuotere il capo?”
-Caparezza-


Sono passati 70 giorni da quando GKN in una notte, con una mail, ha licenziato 422 lavoratori a Campi Bisenzio. Il motivo? La proprietà, facente capo al fondo inglese Melrose, vuole delocalizzare la produzione nell’Est Europa per risparmiare sui costi. Quello dei lavoratori della GKN, scesi in corteo ieri con lo slogan “insorgiamo”, è però solo l’ultimo caso di una tendenza sempre più consolidata nel nostro paese a spostare la produzione all’estero e licenziare i lavoratori.

Delocalizzazioni – La lotta dei lavoratori della GKN è diventata così il simbolo di una lotta che coinvolge migliaia di lavoratori. Perché, spiegano i lavoratori, si tratta di una delocalizzazione “pura”. Una delocalizzazione che non arriva come reazione ad un periodo di crisi ma è giustificata solo dalla volontà di massimizzare i profitti da parte della proprietà. Perché alla GKN non c’è stato alcun segno di crisi prima dell’annuncio dei licenziamenti e le perdite del 2020 sembravano riparate con il +7% nei bilanci del primo trimestre 2021 e un +14% nel bilancio di previsione. Una modalità che sembra però essere sempre più diffusa per quelle realtà gestite da fondi speculativi che antepongono a tutto il profitto. Da ultima è stata la Riello ad annunciare il licenziamento di 71 lavoratori dallo stabilimento di Villanova di Cepa per spostare la produzione verso l’Est Europa alla ricerca di costi più bassi e maggiori profitti. Non a caso in “undici pagine di procedura di licenziamento non si legge mai la parola ‘crisi’. Mai”, ha sottolineato Alessandra Tersignidella della Fiom di Pescara dopo l’annuncio dei licenziamenti. Una crisi che, in effetti, non sembra esserci nemmeno per l’azienda controllata dal colosso statunitense Carrier Group tanto da aver chiuso il 2020 con un utile di 19 milioni di euro.

Situazioni che si aggiungono alle crisi già sedimentate. Dai 400 lavoratori della Embraco ai 110 della Bekaert passando per la vertenza Whirlpool, con 300 dipendenti in lotta da tre anni, e l’agonia di un comparto siderurgico che arranca in tutta Italia da Piombino a Taranto, dove nella ex ILVA ci si prepara alla cassa integrazione per altri 4.000 lavoratori.

Decreto – Una situazione sconcertante che aveva portato addirittura nelle scorse settimane alla mobilitazione di oltre cento sindaci scesi in piazza, con in testa il primo cittadino di Firenze, per chiedere al governo provvedimenti urgenti contro le delocalizzazioni. Da Roma, in realtà, qualcosa si era mosso. A fine agosto sul tavolo del Consiglio dei Ministri era arrivata la bozza di un decreto anti-delocalizzazioni elaborato sull’onda delle proteste dei lavoratori della GKN. Il riferimento giuridico di ispirazione è sembrato essere la Loi Florange, emanata da Hollande in Francia nel 2014 in piene elezioni per il caso di ArcelorMittal, che però ha avuto poco impatto nella volontà di delocalizzare di un’azienda. A ciò si aggiungono gli emendamenti presentati dai partiti che hanno ammorbidito le misure iniziali fino a rendere il testo quasi inutile. La multa del 2% sul fatturato per chi non vende è sparita dal decreto, così come la creazione di una black list per le imprese che hanno delocalizzato, complici le pressioni di Confindustria. Le parole di Bonomi, che ha tuonato contro il governo che con questa misura vuole “colpire le imprese”, sono state raccolte da tutto il centrodestra che ha così potuto far leva sul parere di Confindustria per chiedere a Draghi di depotenziare il decreto trasformandolo in un semplice decreto-legge da discutere con calma in parlamento. A ciò si aggiunge un elemento ulteriore: il decreto potrebbe non riguardare le crisi già in corso ma solo quelle future. Con buona pace dei lavoratori in lotta da mesi o anni.

Documento – Ad oggi le uniche norme concordate fra ministero del Lavoro e Mise sono il “preavviso di 90 giorni” e un “piano di mitigazione dell’impatto socio economico” da discutere con i sindacati che, se non rispettato dall’azienda, porterebbe ad aumentare il costo dei licenziamenti per l’azienda. Un testo evidentemente indebolito rispetto alle bozze iniziali in cui si prevedevano multe salate per chi decide di delocalizzare. Un testo che, è evidente, non può che far piacere a Confindustria mettendo in un angolo le vertenze dei lavoratori. Per questo motivo lo stesso collettivo della Gkn fin da subito ha chiesto di poter scrivere assieme al governo il provvedimento e, riunendo un gruppo di giuslavoristi in assemblea, ha elaborato un piano in otto punti che possa servire come base per una legge. Il testo “Fermiamo le delocalizzazioni” prevede la cessione dell’azienda solamente come ultima ratio e, in ogni caso, chiede che in questo caso si preveda “un diritto di prelazione da parte dello Stato e di cooperative di lavoratori impiegati presso l’azienda anche con il supporto economico, incentivi ed agevolazioni da parte dello Stato e delle istituzioni locali”. Prima di arrivare a tanto, però, i lavoratori della GKN chedono che lo stato verifichi l’esistenza di condizioni economiche oggettive tali da giustificare la chiusura dello stabilimento e si attivi per l’individuazione di una soluzione alternativa da definire “in un Piano che garantisca la continuità dell’attività produttiva e dell’occupazione di tutti i lavoratori coinvolti presso quell’azienda, compresi i lavoratori eventualmente occupati nell’indotto e nelle attività esternalizzate”.

I lavoratori della GKN, insomma, sembrano avere le idee chiare su come si possa combattere un fenomeno che coinvolge ogni anno migliaia di lavoratori. Il governo, invece, rimane in attesa mentre un decreto che dovrebbe essere tra le misure prioritarie si è fermato per le pressioni degli imprenditori e per i capricci dei partiti.

Santa Maria Capua Vetere e quelle mele marce che in Italia sono sistema

A Santa Maria Capua Vetere è stata tradita la Costituzione
-Marta Cartabia-


Un’orribile mattanza. Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del carcere di Santa Maria Capua Vetere non lasciano dubbi su quello che è stato. Violenza gratuita e brutale da uomini in divisa ai danni di quegli stessi detenuti che avevano in custodia e avrebbero dovuto tutelare. Una rappresaglia inumana, indiscriminata e che non può ammettere nessuna giustificazione. Non può essere giustificata con lo stress, con la pressione dopo le proteste di quei giorni, con il virus che dilaga e fa paura. Nessuna attenuante può rendere meno crude e disarmanti quelle immagini.

Mele marce? – Immediata la difesa del corpo di Polizia Penitenziaria da parte di diversi schieramenti politici che si sono affrettati a sottolineare come quelle intervenute a Santa Maria Capua Vetere fossero “mele marce” nate da un albero sano. Ma si può davvero giustificare il tutto con la solita retorica delle mele marce? Il primo a non crederci è l’ex senatore Luigi Manconi, ex Presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, che in un’intervista di qualche giorno fa non ha avuto dubbi: “Come è potuto accadere che oltre 50 persone abbiano commesso misfatti del genere? Io non ritengo che tutti gli agenti siano dei criminali ma non credo neanche alla retorica delle mele marce. Il problema risiede nel sistema carcerario, nella sua natura profonda e nel suo complessivo funzionamento: è un fatto culturale.”

Senza andare troppo indietro nel tempo, rievocando i fatti del G8 di Genova di cui ricorre il 20esimo anniversario tra pochi giorni, basta guardare al recente passato del nostro paese per capire quello che intende Manconi. Nel nostro paese in questo momento ci sono sette indagini aperte contro agenti di polizia penitenziaria accusati di tortura, reato introdotto nel Codice penale solo nel 2017. In due casi ulteriori, per fatti verificatisi nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si è già arrivati alla condanna di undici persone con rito abbreviato mentre altri cinque sono in attesa di giudizio. Undici condanne, cinque rinviati a giudizio e un centinaio di agenti indagati per tortura. Sono dati che rappresentano solo la punta dell’iceberg e che devono aiutare a comprendere come la violenza sia spesso elevata a sistema e non limitata alle sole “mele marce”. Perché se a Genova si registrarono per tre giorni violenze indiscriminate ed episodi di tortura su larga scala, quella mentalità sembra continuare oggi a macchiare la quotidianità delle carceri del nostro paese. Questo non vuol dire, certo, che l’intero apparato di polizia italiano sia composto da torturatori o sadici. Ma le violenze che si registrano quotidianamente in diverse parti del paese sono sintomo di un qualcosa che non funziona.

Cultura – C’è nei corpi di polizia italiani un vero e proprio problema culturale. Anzi, ce ne sono molteplici. Le violenze nelle carceri sembrano essere figlie di una tradizione di impunità che, da Genova in poi, sembra caratterizzare gli episodi simili. Dal 2001 ad oggi i passi avanti sono stati pochi. Se per approvare una legge contro la tortura si sono dovuti attendere 16 anni e i numerosi richiami delle istituzioni europee, per un’altra misura di buonsenso come i numeri identificativi sui caschi e le divise degli agenti potrebbero volercene altrettanti vista la strenua opposizione di diverse forze politiche. Quelle stesse forze politiche che accorrono a portare solidarietà agli agenti indagati e che reputano il reato di tortura una limitazione per gli le forze dell’ordine che a causa di quella legge si troverebbero nelle condizioni di non poter più svolgere il proprio lavoro.

Ma c’è anche un ulteriore problema: l’omertà. Se le brutalità di Santa Maria Capua Vetere, come di altri penitenziari, sono state possibili e sono emerse a un anno di distanza è anche e soprattutto colpa di un diffuso senso di cameratismo che rende l’omertà una virtù apprezzata e riconosciuta. Una virtù che sembra ritrovarsi ad ogni livello della scala gerarchica. Dagli agenti che fecero irruzione fino all’allora sottosegretario alla giustizia Vittorio Ferraresi che, consapevole o meno di quanto accaduto realmente, definì l’azione della polizia penitenziaria una “doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell’intero reparto”. Nel mezzo ci sono le decine di funzionari e dirigenti della polizia penitenziaria che avrebbero cercato di coprire le violenze con prove false e relazioni scritte per dimostrare che il 6 aprile la reazione delle forze dell’ordine era stata provocata dai detenuti. E, ancora, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che pur avendo ricevuto decine di esposti da parte di detenuti che denunciavano le violenze subite a seguito delle rivolte della primavera scorsa ha preferito non intervenire lasciando cadere nel vuoto quelle parole. E se il ministro Bonafede, rimasto in silenzio sul caso in Parlamento, poteva non sapere di cosa fosse accaduto nella realtà, risulta difficile immaginare che non lo sapessero tutti gli altri.

Rieducazione – Come sarebbe un errore convincersi che la violenza è frutto solo di alcune mele marce senza vederne la portata effettiva, come se si trattasse di schegge impazzite e isolate dal resto del corpo, sarebbe un errore altrettanto grande non capire il quadro generale che quelle violenze indicano. Perché quello che si consuma in molti penitenziari italiani è il fallimento del sistema carcerario. Un sistema in cui, come sottolinea ancora Manconi, “la rieducazione del condannato viene in genere sacrificata in nome della sicurezza: ovvero della custodia coatta dei corpi dei detenuti. È così che si spiegano episodi come quello di S. M. Capua Vetere: alcuni agenti si trasformano in aguzzini perché è la struttura del carcere, ispirata alla segregazione e alla mortificazione del condannato, che induce a questo. Perché, nei fatti, l’esito della detenzione è quello di de-responsabilizzare il detenuto, privarlo dell’indipendenza, della sua autonomia e controllarlo in tutti i suoi atti”. Servirebbe un cambio culturale per riportare la rieducazione del detenuto al centro della filosofia carceraria. Basterebbe poco, forse. Basterebbe rimettere al centro della scena non più controllori in divisa ma figure professionali quali educatori, assistenti sociali, animatori, mediatori, psicologi in grado di accompagnare il detenuto in un percorso utile a lui e alla società.

Perché oggi la Norvegia potrebbe decidere di boicottare i mondiali in Qatar del 2022

Sarà come giocare in un cimitero
-Ole Kristian Sandvik-


“Diritti umani in campo e fuori”. È iniziata con questa frase, impressa sulle maglie utilizzate dalla nazionale norvegese nei prepartita di diverse gare disputate negli ultimi mesi, la campagna del mondo del calcio contro i Mondiali in Qatar in programma per il 2022. Dopo la decisione della nazionale scandinava di indossare un messaggio forte e diretto lo stesso hanno fatto Germania e Olanda e ora molte squadre sarebbero pronte a schierarsi in questa battaglia.

Qatar 2022 – Una protesta nata dai numeri angoscianti che si nascondono dietro l’entusiasmo con cui Doha continua a rilanciare l’evento calcistico più importante in programma per il prossimo inverno. Più di 6.500 lavoratori provenienti prevalentemente da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sono morti durante la costruzione di stadi ed altre opere collegate al mondiale di calcio negli ultimi dieci anni. Un numero impressionante che, tradotto, significa dodici morti al giorno da quando a dicembre 2010 la Fifa annunciò l’assegnazione dei mondiali 2022 al Qatar. Per dare un’idea dell’eccezionalità di ciò che sta accadendo in Qatar, il un report dell’ITUC ha comparato le morti legate ai mondiali Qatar 2022 con quelle di altri mega-eventi sportivi a partire dalle Olimpiadi di Sydney nel 2000: il numero massimo di morti si era raggiunto con le Olimpiadi invernali di Sochi 2014, quando morirono 60 persone. Negli altri eventi, le morti sono state tra le 0 (Olimpiadi di Londra 2012) e le 40 (Olimpiadi di Atene 2004). In Qatar, a oltre un anno dalla fine dei lavori, i morti sono già oltre 6.500.

Il paese, che vuole farsi trovare pronto agli occhi del mondo, ha dato il via a una imponente progetto infrastrutturale che prevede la realizzazione di sette nuovi stadi, un aeroporto, nuove infrastrutture e una nuova città per ospitare la finale. Per la partita più importante, infatti, il Qatar ha deciso di non limitarsi a costruire uno stadio ma sta realizzando una città partendo da zero. Losail, questo sarà il nome, è “un progetto futuristico, che creerà una società moderna e ambiziosa.” Una società moderna che nascerà dalla violazione dei diritti dei lavoratori migranti, sfruttati ed esposti al pericolo per non intralciare la realizzazione del più ambizioso progetto della monarchia. Il tutto mentre il comitato organizzatore e le autorità qatariote negano ogni legame tra i mondiali e le morti affermando che i decessi collegati alla realizzazione degli stadi siano solo 37 mentre gli altri sono da ricondurre a cause naturali. Cause naturali che, però, sarebbero facilmente collegabili al lavoro svolto se il governo del Qatar non avesse negato l’autopsia.

All’origine di questo trattamento disumano risiede il sistema della kafala, denunciato da molte organizzazioni a sostegno dei diritti umani come una forma di moderna schiavitù. Questa regolamentazione prevede che il datore di lavoro abbia forti tutele legali per poter controllare i lavoratori migranti che fa entrare nel proprio paese. Tra queste ci sono forti restrizioni sulla possibilità di cambiare impiego, senza aver ottenuto il permesso del datore di lavoro, sulla facoltà di dimettersi e perfino sulla possibilità di lasciare il paese senza permesso. A seguito delle ripetute denunce a livello internazionale e delle indagini dell’Organizzazione mondiale del lavoro o di Ong come Amnesty international, il Qatar ha finalmente abolito la kafala a settembre del 2020. Un’abolizione solo formale che, nella pratica, non ha cambiato in modo incisivo il meccanismo di assunzione di lavoratori stranieri né aumentato le tutele per i dipendenti.

Ora – Le possibilità che la Fifa, sempre più sotto pressione, decida di revocare l’assegnazione dei mondiali al Qatar è però quantomai remota. Il massimo organo del calcio mondiale fino ad ora si è limitato ad adottare nel 2017 una “Politica sui diritti umani” e nel 2019 la “Strategia congiunta di sostenibilità sui mondiali di calcio del 2022 in Qatar”. Due documenti volti a lasciare “un’eredità di standard e prassi di primo livello per i lavoratori sia in Qatar che a livello internazionale” ma che non stanno impendendo né rallentando lo sfruttamento dei lavoratori migranti.

L’immobilismo della Fifa, però, non è stato accolto con favore da tutte le federazioni e molte nazioni sembrano pronte ad intraprendere azioni formali per chiedere un cambio di rotta. C’è chi, come la Svezia sceglie una linea soft, con una lettera indirizzato al massimo organismo del calcio mondiale in cui afferma che “tutti abbiamo il dovere di fare il possibile per assicurare che i diritti umani siano rispettati nella fase di preparazione e attuazione del torneo” chiedendo ai responsabili di verificare il rispetto delle condizioni dei lavoratori nelle fasi che precedono il torneo. Ma c’è anche chi potrebbe optare per una linea più dura: la Federcalcio Norvegese oggi potrebbe votare per autoescludere la nazionale dal mondiale del 2022. “Andare in Qatar sarebbe come giocare in un cimitero” ha detto Ole Kristian Sandvik, portavoce dell’associazione dei tifosi norvegesi. Una decisione che, se presa, sarebbe storica e renderebbe la Norvegia la prima nazionale al mondo a rinunciare volontariamente ad un mondiale. Una decisione che, però, porterebbe anche effetti collaterali non indifferenti: in caso si boicottaggio, infatti, la Norvegia andrebbe incontro ad una multa di 20.000 franchi svizzeri e l’esclusione dai successivi mondiali del 2026. Una scelta coraggiosa, un segnale forte alle altre federazioni ed un messaggio molto chiaro: i diritti umani valgono più di qualsiasi mondiale.

Il caso Zaki e il cortocircuito istituzionale tra Parlamento e Governo

Oggi Patrick Zaki compie 30 anni. Per il secondo anno di fila, però, festeggerà questa ricorrenza dal carcere di massima sicurezza in cui è detenuto. Il tutto mentre in Italia va in scena un cortocircuito istituzionale con il Governo che non dà seguito alle richieste del Parlamento. 

Non ci saranno torta e candeline. Non ci sarà una festa. Non ci saranno amici e parenti. Per Patrick Zaki non ci sarà nemmeno la libertà come regalo. Oggi lo studente dell’Alma Mater di Bologna compie trent’anni ma da 493 giorni è detenuto senza alcuna accusa formale nel carcere di massima sicurezza di Tora. Inghiottito nel più infernale carcere del suo paese senza un processo, né celebrato né in programma, dal 7 febbraio 2020. Per il secondo anno di fila Patrick trascorrerà il giorno del suo compleanno in quella cella dove, come hanno testimoniato i suoi legali, sta lentamente crollando fisicamente e mentalmente. Sedici mesi in cui la società civile italiana e non solo si è mobilitata per chiedere che questo ennesimo sopruso del regime egiziano finisca al più presto. Dalle associazioni all’impegno instancabile dell’Università di Bologna, dai cittadini ai sindaci che gli hanno concesso la cittadinanza in decine di città. Tutta Italia sembra avere a cuore le sorti di Patrick. Tutta Italia tranne, a quanto pare, il Governo.

Era il 14 aprile quando, con 208 voti favorevoli e 33 astenuti, il Senato approvava un ordine del giorno unitario per chiedere al governo di riconoscere il prima possibile la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Indimenticabili le parole di Liliana Segre, corsa a Roma da Milano appositamente per votare quella mozione, che davanti ai colleghi senatori disse: “C’è qualcosa nella storia di Patrick Zaki che prende in modo particolare ed è ricordare quando un innocente è in prigione. Questo l’ho provato anch’io e sarò sempre presente, almeno spiritualmente quando si parla di libertà. Ricordo cosa sono i giorni passati dentro la cella, quando non si sa se preferire la porta chiusa o che si apra, nel timore che qualcuno entri e faccia aumentare la tua sofferenza. Potrei essere la nonna di Zaki e sono venuta qui perché gli arrivi anche il mio sostegno”. Parole che hanno toccato tutti e sono arrivate fino a Patrick che ha voluto scrivere una lettera di ringraziamento alla Senatrice a vita. Senza mandargliela però. Gliela consegnerà a mano una volta libero, ha detto.

Ma quelle parole così forti e profonde, qualcuno sembra averle dimenticate in fretta. Dopo oltre due mesi da quel voto, infatti, nulla si è minimamente mosso. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’ordine del giorno il governo ha fatto sapere di essere pronto ad avviare le verifiche necessaria per la concessione della cittadinanza. Era il 19 aprile e dopo quel primo segnale di disponibilità tutto sembra essersi fermato tanto che qualche giorno dopo lo stesso Draghi dichiarò: “Quella su Zaki è un’iniziativa parlamentare. Il governo al momento non è coinvolto.” Il disinteresse del governo per la questione della cittadinanza allo studente egiziano può certamente essere giustificato da tante questioni, nessuna buona per carità, come il non voler rovinare le buone relazioni tra il nostro paese e l’Egitto con cui nonostante le polemiche continua una fitta collaborazione anche in ambito militare. Si presenta però un problema politico interno non indifferente. Che rapporto c’è tra il Parlamento ed il Governo? Può quest’ultimo ignorare una richiesta unanime del Senato? I Senatori che hanno votato lo hanno fatto per prendere una posizione netta e decisa e passare la palla all’esecutivo perché ne desse attuazione. Sono passati due mesi e dal Governo non è stata intrapresa, almeno pubblicamente, nessuna azione in quella direzione. Una vicenda che rischia di sbilanciare i poteri con un parlamento incapace di impegnare il Governo ed un esecutivo tranquillo nel fare quel che più crede senza sentirsi legato alle due camere. Una vicenda che, dunque, dovrebbe portare a riflettere sui ruoli e sulle competenze di chi governa questo paese. Se non fosse che nel mezzo c’è una vita che merita tutta l’attenzione del caso. La vita di Patrick, che da 493 giorni è detenuto. Che oggi compie trent’anni. Che guarda al nostro paese e aspetta. Che non merita tutto questo.

Sui rider troppi punti di svolta e troppi pochi cambiamenti

“Non è più tempo di chiamarli schiavi, è tempo di renderli cittadini”.


Quella che si è abbattuta sulle principali aziende di delivery è una vera e propria tempesta. L’inchiesta condotta dalla Procura di Milano e conclusa questa settimana ha infatti stabilito che 60.511 i rider che fino ad oggi hanno sfidato il traffico delle città a loro rischio e pericolo ora dovranno essere assunti con le dovute tutele antiinfortunistiche e previdenziali. È una svolta che potrebbe riscrivere le regole di un settore che, anche grazie alla pandemia e alle chiusure dei locali, è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. L’inchiesta si inserisce però in un dibattito che dura da anni e che già tante volte nel passato ha visto episodi che sembravano poter rappresentare una svolta epocale.

Sentenze – Non è la prima volta, infatti, che nei tribunali italiani si parla di rider e dei loro diritti. Una prima breccia nel sistema del delivery era stata aperta da cinque rider torinesi che avevano deciso di fare causa a Foodora, nel frattempo acquisita da Glovo, chiedendo che il giudice del lavoro riconoscesse il loro rapporto di lavoro subordinato con la società. Istanze respinte in blocco in primo grado ma parzialmente accolte in secondo quando il giudice, pur respingendo l’ipotesi di un contratto a tempo indeterminato come da loro richiesto, aveva chiesto l’applicazione di un contratto di collaborazione diretta con retribuzione comunque commisurata ai parametri del contratto nazionale della logistica e trasporto merci.

Una sentenza che sembrava potesse dettare la linea per una tutela sempre maggiore dei rider e dei loro diritti e che, invece, meno di un anno dopo è stata in parte smontata dal Tribunale di Firenze. I rider, secondo i giudici fiorentini, sono lavoratori autonomi “perché possono decidere se e quando lavorare senza doversi giustificare”. L’esclusività del rapporto, l’uso della piattaforma, il meccanismo dell’algoritmo che punisce chi rifiuta le chiamate non sono elementi sufficienti a incarnare un rapporto di lavoro stabile. Non ha quindi senso in base a questa sentenza, che ne ricalca una precedentemente emessa dal Tribunale di Milano, parlare di un rapporto stabile regolabile con contratto a tempo indeterminato.

Ma nemmeno la pronuncia della corte di Firenze ha fatto scuola al punto da generare un cambiamento in quella direzione tanto che solo pochi mesi fa, nel novembre 2020, il Tribunale di Palermo ha pronunciato una sentenza storica accogliendo in pieno la richiesta di un rider di 49 anni, Marco Tuttolomondo che voleva essere assunto a tempi indeterminato. La sentenza ha obbligato la multinazionale Glovo ad assumere il rider ai sensi del contratto del terziario e con un inquadramento di sesto livello: paga mensile di 1.200 euro netti, versamento dei contributi pensionistici, assicurazione contro gli infortuni, tredicesima, malattia. La sentenza ha in pratica accertato che Tuttolomondo lavorava in maniera esclusiva e continuativa per la piattaforma Glovo e per un numero considerevole di ore.

Politica – Una serie di sentenze contrastanti che dimostrano come nel nostro paese il tema dei rider sia sempre di estrema attualità dando continuamente l’impressione di essere a un punto di svolta. Come nell’agosto 2019, a pochi giorni dalla caduta del Governo gialloverde, quando Luigi Di Maio rivendicava i risultati della sua battaglia da ministro del Lavoro a favore dei rider: “Basta sfruttamenti. Abbiamo dato ai rider la dignità del lavoro e la possibilità di scegliere se e come lavorare. Questa è la verità. Questi sono i fatti. E ci riempiono di orgoglio”. A un anno dall’insediamento, infatti, l’esecutivo sembrava finalmente aver centrato uno dei principali obiettivi dichiarati dai pentastellati: la tutela dei lavoratori della cosiddetta gig economy. Era nato così il “decreto tutela rider”, convertito in legge nel novembre 2019, volto a regolare il settore stabilendo i livelli minimi di tutela “per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e attraverso piattaforme digitali”.

La legge prevede la possibilità di stabilire i compensi anche, e dunque non esclusivamente, tramite contrattazione collettiva e stabilisce di fatto due soli principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata. Inoltre, il decreto ha inserito nell’ordinamento italiano l’obbligo per le aziende di garantire copertura assicurativa ai rider, di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

Ancora una volta, però, quello che sembrava un punto di svolta epocale si è tradotto in un nulla di fatto. Quella che poteva essere una grande opportunità di regolamentare un settore sempre più in crescita si è di fatto concretizzata con un provvedimento troppo blando che, non a caso, non ha interrotto le rivendicazioni dei rider portando a continui cambi di rotta sull’argomento. La debolezza del legislatore sul tema ha generato confusione portato alle sopracitate sentenze contrastanti e non riuscendo a fare ordine in una materia così complessa. Ora arriva l’intervento a gamba tesa della Procura di Milano che sottolinea come i rider non siano schiavi ma cittadini e che per questo devono essere tutelati anche con un contratto subordinato. Ma quali saranno le conseguenze di questo ennesimo intervento sul tema? Sarà in grado di essere realmente un punto di svolta per i rider? L’impressione è che senza un intervento deciso e coraggioso del legislatore non si possano superare le criticità presenti nel sistema. Non basta esultare per i continui riconoscimenti dei diritti dei rider. Bisogna fare in modo che diventino effettivi. Intanto il 26 marzo i rider saranno di nuovo in piazza per chiedere tutele.

“Gridava e chiedeva aiuto”. L’ombra di un pestaggio degli agenti dietro la morte in cella di Scalabrin

Si infittisce il mistero dietro la morte Emanuel Scalabrin. Secondo un testimone, interrogato dagli inquirenti, il 33enne fermato per droga e deceduto dopo una notte in cella avrebbe gridato in cerca di aiuto lasciando intendere la possibilità di un pestaggio ad opera degli agenti.

Nessun malore, ne una tragica fatalità. Secondo alcune nuove testimonianze la morte di Emanuel Scalabrin, deceduto in cella ad Albenga dopo un fermo per droga, sarebbe stata causata da un pestaggio ad opera di alcuni agenti. Se fino ad oggi le ricostruzioni non avevano chiarito a pieno le dinamiche che avevano portato alla morte del 33enne lasciando aperte diverse possibilità, le dichiarazioni rilasciate da un testimone interrogato dagli inquirenti che stanno indagando sulla vicenda potrebbero aprire una nuova fase dell’inchiesta. Secondo la testimonianza di Pietro Pelusi, infatti, Scalabrin sarebbe stato vittima di un violento pestaggio.

Fermato anche lui per questioni di droga e portato nel penitenziario di Albenga, Pelusi ha raccontato di aver sentito più volte Emanuel urlare chiedendo aiuto. “A metà pomeriggio” ha raccontato Pelusi “sono stato prelevato dalla mia cella e portato in una sala d’attesa. Mi ero convinto che mi volessero rilasciare. A un certo punto ho sentito delle urla provenire dalla cella di Scalabrin. Diceva: “Aiuto! Aiuto! Basta!”. Non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto”. La testimonianza, tanto delicata quanto scottante, è ora al vaglio delle forze dell’ordine che ne stanno valutando l’affidabilità. Pelusi è infatti un testimone facilmente smontabile in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine. Insomma, sarebbe fin troppo facile reputarlo inaffidabile. Ma proprio il suo essere pluripregiudicato lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine e dunque ben consapevole di come una falsa accusa di omicidio a un militare potrebbe avere ripercussioni pesantissime su di lui. Ripercussioni che lo avrebbero certamente dissuaso dal testimoniare il falso.

La testimonianza di Pelusi si aggiunge così ad un quadro estremamente confuso e pieno di elementi che non tornano. Verso le 21 Scalabrin si sente male, la dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta e consiglia “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”. I carabinieri lo accompagnano al pronto soccorso ma proprio questo rimane uno dei punti da chiarire della vicenda. Il referto segnala l’ingresso alle 22.57, l’apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone e viene sottoposto a “visita pronto soccorso”. Dopo i tre minuti al pronto soccorso, Sclabrin viene riportato nella sua cella intorno alle 23.30. Passano quasi dodici ore e alle 10.30 del mattino seguente i carabinieri che provano a svegliarlo ne constatano la morte. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”. Nei giorni successivi emerge il secondo punto oscuro della vicenda: i tecnici della procura non sono riusciti a recuperare i video di sorveglianza della cella di Scalabrin perché i filmati di quella notte non sono stati salvati sull’hard disk. Nessuna immagine, dunque, di quello che è accaduto quella notte nella cella di Albenga. Rimangono solo le testimonianze e un’autopsia che parla di un “arresto cardiocircolatorio” senza però chiarire i dubbi intorno ad una vicenda opaca.

“Anche se si è trattato di una morte naturale, bisognerebbe capire che cosa ha originato il decesso e se c’è qualcosa di innaturale che lo ha provocato” aveva commentato l’avvocato della famiglia di Scalabrin chiedendo chiarezza sulla vicenda. Chiarezza che a distanza di quasi due mesi dal decesso, ancora non è stata fatta. Sono anzi aumentati i dubbi e resta costante una domanda: cosa è successo ad Emanuel Scalabrin?

A Hong Kong “non è la fine della battaglia”

Hong Kong è il faro della speranza per la democrazia in Cina.
Se questo faro cade e si spegne, la Cina entrerà in un’epoca buia.

– Dalù; giornalista dissidente cinese –


È già passato un anno da quando ad Hong Kong si consumavano gli ultimi atti delle proteste durate ininterrottamente oltre 8 mesi. Nel 2020, però, l’onda democratica che aveva travolto l’ex colonia britannica stanca delle prepotenze cinesi si è gradualmente interrotta, schiacciata sotto il peso della pandemia e della nuova legge sulla “sicurezza nazionale”.

Legge – Dopo mesi alla finestra a guardare Hong Kong bruciare senza intervenire in modo diretto, la Cina ha infatti deciso di stringere il cappio intorno ai sogni democratici della provincia autonoma. Durante il 13° “National People Congress”, l’assemblea parlamentare cinese che si riunisce annualmente per indicare la rotta politica cinese, è stata infatti annunciata la decisione di elaborare una legge apposita per Hong Kong che mettesse fine alle speranze degli “hongkongers”. Una grave intromissione della Cina negli affari dell’ex colonia che ha di fatto posto fine al modello “un paese due sistemi” sancendo in modo implicito il potere di Pechino su un territorio che avrebbe dovuto godere di una particolare autonomia. La legge, elaborata dai leader del partito comunista cinese, è stata poi approvata dal governo di Hong Kong ed è dunque entrata a pieno titolo nell’ordinamento dell’ex colonia britannica generando effetti devastanti.

La legge, secondo la Cina necessaria per “migliorare il sistema giuridico e i suoi meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale Hong Kong”, ha l’obiettivo dichiarato di prevenire, sopprimere e punire i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con un paese straniero a danno della stabilità interna con pene che vanno dai tre anni all’ergastolo. Ma l’ampiezza e la vaghezza con cui sono stati definiti tali crimini all’interno del testo, rende di fatto la legge applicabile a discrezione dei giudici in una moltitudine di casi. Giudici e Magistrati che, in occasione dei processi per casi riguardanti la sicurezza nazionale, vengono nominati direttamente da Pechino.

Conseguenze – Come ampiamente previsto, dal momento della sua introduzione la nuova legge è stata ampiamente abusata con il fine di reprimere i movimenti che nei mesi precedenti avevano infiammato la città portando in strada fino a due milioni di persone nelle marce più partecipate di sempre. Nelle settimane immediatamente successive centinaia di persone sono state arrestate anche solo per il possesso di adesivi, volantini, magliette o bandiere con gli slogan delle proteste ritenuti evidentemente pericolosi per la sicurezza di Hong Kong. Lo slogan “Liberate Hong Kong, revolution of our times”, utilizzato durante le proteste, è stato dichiarato sovversivo e messo al bando con divieto assoluto di usarlo o riprodurlo in qualsiasi modo. il controllo sui media è stato intensificato a tal punto che il New York Times ha deciso di chiudere la propria redazione in città spostando la sede asiatica a Seul. Il tutto mentre il governo cinese ha aperto un apposito ufficio con ufficiali mandati da pechino autorizzati ad intervenire per reprimere eventuali tentativi di violare la legge sulla sicurezza nazionale.

A settembre a decine di candidati dei partiti pro-democrazia è stato impedito di partecipare alle elezioni e molti hanno preferito lasciare il paese e chiedere asilo politico tra Taiwan e il Regno Unito. Il magnate della stampa Jimmy Lai, 73enne proprietario del giornale Apple Daily e noto per le sue battaglie pro-democrazia, è stato arrestato ad agosto ed ora rischia l’ergastolo. Il 1° ottobre, in un solo giorno, sono state arrestate 60 persone tra cui due consiglieri distrettuali con l’accusa di aver partecipato ad assemblee non autorizzate. Gli attivisti della rete democratica che hanno deciso di non fuggire, ora rischiano condanne altissime per aver organizzato le manifestazioni dello scorso anno. Tra di oro spiccano i nomi di Joshua Wong, Ivan Lam e Agnes Chow: i tre volti più noti delle manifestazioni antigovernative sono stati condannati rispettivamente a 13, 7 e 10 mesi di detenzione. In un ultimo, sfrontato, atto di sfida al regime cinese si sono consegnati loro alle forze di polizia per farsi arrestare. Davanti ai giudici Wong ha lanciato il suo ultimo messaggio prima di sparire nelle carceri della città: “Pensate di aver vinto” ha detto “ma questa non è la fine della battaglia”.

Prospettive – Ad oggi, certo, risulta difficile crederlo. La Cina sa di avere sufficiente forza per ignorare le proteste, peraltro mai troppo forti, della comunità internazionale e riportare Hong Kong nella propria orbita in modo definitivo spezzando ogni sogno di maggior autonomia. Ha dimostrato di aver imparato dagli errori commessi nel passato e, senza bisogno di alcuno spargimento di sangue come avvenne a Tienanmen nel 1989, ha ripreso il controllo di un territorio popolato da sei milioni di persone che avevano deciso di esprimere la loro insoddisfazione in piazza come alle urne conferendo al fronte democratico una schiacciante vittoria alle elezioni distrettuali dello scorso anno.

Ma allora con che coraggio Wong afferma che la battaglia non è finita? Può farlo perché la storia della città sembra essere dalla sua parte. Hong Kong è sempre riuscita a rialzarsi e a dimostrare che anche quando tutto sembra finito basta poco per trovare la forza per ricominciare. Nel 2014 con la repressione della “rivoluzione degli ombrelli” sembrava fosse finito ogni sogno di cambiamento e invece dopo cinque anni ancora più persone hanno provato a riprendere in mano quei sogni. Anche in quell’occasione Wong aveva avvertito che la battaglia era appena iniziata ed era stato preso per pazzo ma evidentemente non si sbagliava. Perché lui, come gli altri ragazzi che hanno animato le proteste, è un sognatore. Come il condottiero biblico da cui trae il suo nome, Joshua Wong vuole salvare il proprio popolo dall’oppressione cinese e non sembra intenzionato a fermarsi. Sui suoi social utilizza spesso riferimenti alle sacre scritture ed alla cultura popolare per raccontare i trionfi inattesi di personaggi sfavoriti e rilanciare la speranza dei propri concittadini e convincerli a non fermarsi. La voglia di democrazia di Hong Kong non si è fermata sotto la pioggia di lacrimogeni del 2014 ed è tornata cinque anni dopo ad infiammare letteralmente le strade della città con ancora più potenza. E allora sembra quasi logico il ragionamento di Wong: la battaglia non è finita, potete giurarci. Ad Hong Kong il sogno democratico non è spento. E, presto, tornerà a bussare con più forza alle porte di Pechino.

“Giulio fu torturato per giorni fino alla morte”: la Procura di Roma chiede processo per 4 agenti egiziani

Si è conclusa l’indagine italiana condotta dalla Procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni. Nelle 94 pagine dell’atto di accusa la ricostruzione di quello che avvenne in quei giorni attraverso le parole di cinque testimoni oculari. 94 pagine che portano ad un’accusa formale nei confronti di 4 membri dei servizi segreti egiziani.

Forse, finalmente, una nuova luce potrebbe squarciare le tenebre che da quasi 5 anni avvolgono la morte di Giulio Regeni. Una luce che arriva da Roma dove oggi si è conclusa ufficialmente l’inchiesta italiana su quanto accaduto al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Per la prima volta arrivano accuse formali per quattro membri dei servizi segreti egiziani a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti gli accusati, ora, avranno a disposizione venti giorni per depositare le proprie memorie difensive ed eventualmente chiedere di essere ascoltati dalla magistratura italiana. Chiesta l’archiviazione invece per Mahmoud Najem poiché, come si spiega in una nota, non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato attuale, per sostenere l’accusa in giudizio. Tra gli indiziati vi erano altri 13 soggetti su cui, però, la totale mancanza di collaborazione da parte dell’Egitto non ha permesso di indagare.

Ma le 94 pagine dell’atto di accusa firmate dalla procura di Roma rappresentano una mossa pesantissima che mette all’angolo l’Egitto. Determinanti per ricostruire cosa sia avvenuto sono state le parole di cinque testimoni oculari, indicati con le prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta ed epsilon) per tutelarli, che hanno raccontato quello che hanno visto in quei giorni. Parole pesantissime che hanno permesso di costruire un quadro completo di quei giorni drammatici: dall’arrivo di Giulio, bendato ed ammanettato, nella stazione di polizia di Dokki alle torture subite nella sede della National Security. Proprio la testimonianza di un ex agente della NSA che in quei giorni era in servizio nella villa dove venne portato il ricercatore di Fiumicello è uno dei passaggi più drammatici delle 94 pagine di accusa. “Ho lavorato per 15 anni nella sede della National Security dove Giulio è stato ucciso” ha raccontato “È una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Al primo piano della struttura c’è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la Sicurezza Nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con due ufficiali e altri agenti. C’erano catene di ferro per immobilizzarlo a terra. Lui era nudo nella parte superiore, sulla schiena portava segni inequivocabili di tortura. Parlava in italiano, ma delirava, pronunciava parole senza senso. Aveva il capo riverso di lato, con la barba lunga. Non sapevo chi fosse, l’ho riconosciuto solo giorni dopo vedendo le foto sui giornali. Sono passati anni, ma quelle immagini non le scordo”.

Per giorni Giulio è stato torturato “ripetutamente”, per “motivi abietti e futili e con crudeltà”, con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. In quella famigerata stanza numero 13 ha subito sevizie che gli hanno provocato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori” oltre alla “perdita permanente di più organi”. Fino ad arrivare alla morte che, come si legge nell’atto, non è stata un incidente ma “un atto volontario e autonomo” compito da Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per “occultare la commissione dei delitti abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano”. Una morte che sarebbe avvenuta per un’insufficienza respiratoria dovuta ai traumi subiti.

Ci sono voluti cinque anni. Cinque anni di silenzi e bugie. Ma ora, forse, Giulio potrà avere verità e giustizia. Forse ci sarà un processo. Forse, però, non è abbastanza perché come ci ricorda la legale della famiglia Regeni Alessandra Ballerini: “I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi. E questo ce lo dimostra la famiglia Regeni. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile.”

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