Category Archives: DIRITTI

Sui rider troppi punti di svolta e troppi pochi cambiamenti

“Non è più tempo di chiamarli schiavi, è tempo di renderli cittadini”.


Quella che si è abbattuta sulle principali aziende di delivery è una vera e propria tempesta. L’inchiesta condotta dalla Procura di Milano e conclusa questa settimana ha infatti stabilito che 60.511 i rider che fino ad oggi hanno sfidato il traffico delle città a loro rischio e pericolo ora dovranno essere assunti con le dovute tutele antiinfortunistiche e previdenziali. È una svolta che potrebbe riscrivere le regole di un settore che, anche grazie alla pandemia e alle chiusure dei locali, è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. L’inchiesta si inserisce però in un dibattito che dura da anni e che già tante volte nel passato ha visto episodi che sembravano poter rappresentare una svolta epocale.

Sentenze – Non è la prima volta, infatti, che nei tribunali italiani si parla di rider e dei loro diritti. Una prima breccia nel sistema del delivery era stata aperta da cinque rider torinesi che avevano deciso di fare causa a Foodora, nel frattempo acquisita da Glovo, chiedendo che il giudice del lavoro riconoscesse il loro rapporto di lavoro subordinato con la società. Istanze respinte in blocco in primo grado ma parzialmente accolte in secondo quando il giudice, pur respingendo l’ipotesi di un contratto a tempo indeterminato come da loro richiesto, aveva chiesto l’applicazione di un contratto di collaborazione diretta con retribuzione comunque commisurata ai parametri del contratto nazionale della logistica e trasporto merci.

Una sentenza che sembrava potesse dettare la linea per una tutela sempre maggiore dei rider e dei loro diritti e che, invece, meno di un anno dopo è stata in parte smontata dal Tribunale di Firenze. I rider, secondo i giudici fiorentini, sono lavoratori autonomi “perché possono decidere se e quando lavorare senza doversi giustificare”. L’esclusività del rapporto, l’uso della piattaforma, il meccanismo dell’algoritmo che punisce chi rifiuta le chiamate non sono elementi sufficienti a incarnare un rapporto di lavoro stabile. Non ha quindi senso in base a questa sentenza, che ne ricalca una precedentemente emessa dal Tribunale di Milano, parlare di un rapporto stabile regolabile con contratto a tempo indeterminato.

Ma nemmeno la pronuncia della corte di Firenze ha fatto scuola al punto da generare un cambiamento in quella direzione tanto che solo pochi mesi fa, nel novembre 2020, il Tribunale di Palermo ha pronunciato una sentenza storica accogliendo in pieno la richiesta di un rider di 49 anni, Marco Tuttolomondo che voleva essere assunto a tempi indeterminato. La sentenza ha obbligato la multinazionale Glovo ad assumere il rider ai sensi del contratto del terziario e con un inquadramento di sesto livello: paga mensile di 1.200 euro netti, versamento dei contributi pensionistici, assicurazione contro gli infortuni, tredicesima, malattia. La sentenza ha in pratica accertato che Tuttolomondo lavorava in maniera esclusiva e continuativa per la piattaforma Glovo e per un numero considerevole di ore.

Politica – Una serie di sentenze contrastanti che dimostrano come nel nostro paese il tema dei rider sia sempre di estrema attualità dando continuamente l’impressione di essere a un punto di svolta. Come nell’agosto 2019, a pochi giorni dalla caduta del Governo gialloverde, quando Luigi Di Maio rivendicava i risultati della sua battaglia da ministro del Lavoro a favore dei rider: “Basta sfruttamenti. Abbiamo dato ai rider la dignità del lavoro e la possibilità di scegliere se e come lavorare. Questa è la verità. Questi sono i fatti. E ci riempiono di orgoglio”. A un anno dall’insediamento, infatti, l’esecutivo sembrava finalmente aver centrato uno dei principali obiettivi dichiarati dai pentastellati: la tutela dei lavoratori della cosiddetta gig economy. Era nato così il “decreto tutela rider”, convertito in legge nel novembre 2019, volto a regolare il settore stabilendo i livelli minimi di tutela “per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e attraverso piattaforme digitali”.

La legge prevede la possibilità di stabilire i compensi anche, e dunque non esclusivamente, tramite contrattazione collettiva e stabilisce di fatto due soli principi: il compenso, fissato individualmente o tramite contrattazione collettiva, potrà essere determinato in base alle consegne effettuate purché in misura non prevalente e il corrispettivo orario sarà riconosciuto a condizione che per ciascuna ora lavorativa il lavoratore accetti almeno una chiamata. Inoltre, il decreto ha inserito nell’ordinamento italiano l’obbligo per le aziende di garantire copertura assicurativa ai rider, di fornire ai lavoratori i dispositivi di protezione individuale, di informare e formare i lavoratori e sottoporli a sorveglianza sanitaria.

Ancora una volta, però, quello che sembrava un punto di svolta epocale si è tradotto in un nulla di fatto. Quella che poteva essere una grande opportunità di regolamentare un settore sempre più in crescita si è di fatto concretizzata con un provvedimento troppo blando che, non a caso, non ha interrotto le rivendicazioni dei rider portando a continui cambi di rotta sull’argomento. La debolezza del legislatore sul tema ha generato confusione portato alle sopracitate sentenze contrastanti e non riuscendo a fare ordine in una materia così complessa. Ora arriva l’intervento a gamba tesa della Procura di Milano che sottolinea come i rider non siano schiavi ma cittadini e che per questo devono essere tutelati anche con un contratto subordinato. Ma quali saranno le conseguenze di questo ennesimo intervento sul tema? Sarà in grado di essere realmente un punto di svolta per i rider? L’impressione è che senza un intervento deciso e coraggioso del legislatore non si possano superare le criticità presenti nel sistema. Non basta esultare per i continui riconoscimenti dei diritti dei rider. Bisogna fare in modo che diventino effettivi. Intanto il 26 marzo i rider saranno di nuovo in piazza per chiedere tutele.

“Gridava e chiedeva aiuto”. L’ombra di un pestaggio degli agenti dietro la morte in cella di Scalabrin

Si infittisce il mistero dietro la morte Emanuel Scalabrin. Secondo un testimone, interrogato dagli inquirenti, il 33enne fermato per droga e deceduto dopo una notte in cella avrebbe gridato in cerca di aiuto lasciando intendere la possibilità di un pestaggio ad opera degli agenti.

Nessun malore, ne una tragica fatalità. Secondo alcune nuove testimonianze la morte di Emanuel Scalabrin, deceduto in cella ad Albenga dopo un fermo per droga, sarebbe stata causata da un pestaggio ad opera di alcuni agenti. Se fino ad oggi le ricostruzioni non avevano chiarito a pieno le dinamiche che avevano portato alla morte del 33enne lasciando aperte diverse possibilità, le dichiarazioni rilasciate da un testimone interrogato dagli inquirenti che stanno indagando sulla vicenda potrebbero aprire una nuova fase dell’inchiesta. Secondo la testimonianza di Pietro Pelusi, infatti, Scalabrin sarebbe stato vittima di un violento pestaggio.

Fermato anche lui per questioni di droga e portato nel penitenziario di Albenga, Pelusi ha raccontato di aver sentito più volte Emanuel urlare chiedendo aiuto. “A metà pomeriggio” ha raccontato Pelusi “sono stato prelevato dalla mia cella e portato in una sala d’attesa. Mi ero convinto che mi volessero rilasciare. A un certo punto ho sentito delle urla provenire dalla cella di Scalabrin. Diceva: “Aiuto! Aiuto! Basta!”. Non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto”. La testimonianza, tanto delicata quanto scottante, è ora al vaglio delle forze dell’ordine che ne stanno valutando l’affidabilità. Pelusi è infatti un testimone facilmente smontabile in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine. Insomma, sarebbe fin troppo facile reputarlo inaffidabile. Ma proprio il suo essere pluripregiudicato lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine e dunque ben consapevole di come una falsa accusa di omicidio a un militare potrebbe avere ripercussioni pesantissime su di lui. Ripercussioni che lo avrebbero certamente dissuaso dal testimoniare il falso.

La testimonianza di Pelusi si aggiunge così ad un quadro estremamente confuso e pieno di elementi che non tornano. Verso le 21 Scalabrin si sente male, la dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta e consiglia “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”. I carabinieri lo accompagnano al pronto soccorso ma proprio questo rimane uno dei punti da chiarire della vicenda. Il referto segnala l’ingresso alle 22.57, l’apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone e viene sottoposto a “visita pronto soccorso”. Dopo i tre minuti al pronto soccorso, Sclabrin viene riportato nella sua cella intorno alle 23.30. Passano quasi dodici ore e alle 10.30 del mattino seguente i carabinieri che provano a svegliarlo ne constatano la morte. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”. Nei giorni successivi emerge il secondo punto oscuro della vicenda: i tecnici della procura non sono riusciti a recuperare i video di sorveglianza della cella di Scalabrin perché i filmati di quella notte non sono stati salvati sull’hard disk. Nessuna immagine, dunque, di quello che è accaduto quella notte nella cella di Albenga. Rimangono solo le testimonianze e un’autopsia che parla di un “arresto cardiocircolatorio” senza però chiarire i dubbi intorno ad una vicenda opaca.

“Anche se si è trattato di una morte naturale, bisognerebbe capire che cosa ha originato il decesso e se c’è qualcosa di innaturale che lo ha provocato” aveva commentato l’avvocato della famiglia di Scalabrin chiedendo chiarezza sulla vicenda. Chiarezza che a distanza di quasi due mesi dal decesso, ancora non è stata fatta. Sono anzi aumentati i dubbi e resta costante una domanda: cosa è successo ad Emanuel Scalabrin?

A Hong Kong “non è la fine della battaglia”

Hong Kong è il faro della speranza per la democrazia in Cina.
Se questo faro cade e si spegne, la Cina entrerà in un’epoca buia.

– Dalù; giornalista dissidente cinese –


È già passato un anno da quando ad Hong Kong si consumavano gli ultimi atti delle proteste durate ininterrottamente oltre 8 mesi. Nel 2020, però, l’onda democratica che aveva travolto l’ex colonia britannica stanca delle prepotenze cinesi si è gradualmente interrotta, schiacciata sotto il peso della pandemia e della nuova legge sulla “sicurezza nazionale”.

Legge – Dopo mesi alla finestra a guardare Hong Kong bruciare senza intervenire in modo diretto, la Cina ha infatti deciso di stringere il cappio intorno ai sogni democratici della provincia autonoma. Durante il 13° “National People Congress”, l’assemblea parlamentare cinese che si riunisce annualmente per indicare la rotta politica cinese, è stata infatti annunciata la decisione di elaborare una legge apposita per Hong Kong che mettesse fine alle speranze degli “hongkongers”. Una grave intromissione della Cina negli affari dell’ex colonia che ha di fatto posto fine al modello “un paese due sistemi” sancendo in modo implicito il potere di Pechino su un territorio che avrebbe dovuto godere di una particolare autonomia. La legge, elaborata dai leader del partito comunista cinese, è stata poi approvata dal governo di Hong Kong ed è dunque entrata a pieno titolo nell’ordinamento dell’ex colonia britannica generando effetti devastanti.

La legge, secondo la Cina necessaria per “migliorare il sistema giuridico e i suoi meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale Hong Kong”, ha l’obiettivo dichiarato di prevenire, sopprimere e punire i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con un paese straniero a danno della stabilità interna con pene che vanno dai tre anni all’ergastolo. Ma l’ampiezza e la vaghezza con cui sono stati definiti tali crimini all’interno del testo, rende di fatto la legge applicabile a discrezione dei giudici in una moltitudine di casi. Giudici e Magistrati che, in occasione dei processi per casi riguardanti la sicurezza nazionale, vengono nominati direttamente da Pechino.

Conseguenze – Come ampiamente previsto, dal momento della sua introduzione la nuova legge è stata ampiamente abusata con il fine di reprimere i movimenti che nei mesi precedenti avevano infiammato la città portando in strada fino a due milioni di persone nelle marce più partecipate di sempre. Nelle settimane immediatamente successive centinaia di persone sono state arrestate anche solo per il possesso di adesivi, volantini, magliette o bandiere con gli slogan delle proteste ritenuti evidentemente pericolosi per la sicurezza di Hong Kong. Lo slogan “Liberate Hong Kong, revolution of our times”, utilizzato durante le proteste, è stato dichiarato sovversivo e messo al bando con divieto assoluto di usarlo o riprodurlo in qualsiasi modo. il controllo sui media è stato intensificato a tal punto che il New York Times ha deciso di chiudere la propria redazione in città spostando la sede asiatica a Seul. Il tutto mentre il governo cinese ha aperto un apposito ufficio con ufficiali mandati da pechino autorizzati ad intervenire per reprimere eventuali tentativi di violare la legge sulla sicurezza nazionale.

A settembre a decine di candidati dei partiti pro-democrazia è stato impedito di partecipare alle elezioni e molti hanno preferito lasciare il paese e chiedere asilo politico tra Taiwan e il Regno Unito. Il magnate della stampa Jimmy Lai, 73enne proprietario del giornale Apple Daily e noto per le sue battaglie pro-democrazia, è stato arrestato ad agosto ed ora rischia l’ergastolo. Il 1° ottobre, in un solo giorno, sono state arrestate 60 persone tra cui due consiglieri distrettuali con l’accusa di aver partecipato ad assemblee non autorizzate. Gli attivisti della rete democratica che hanno deciso di non fuggire, ora rischiano condanne altissime per aver organizzato le manifestazioni dello scorso anno. Tra di oro spiccano i nomi di Joshua Wong, Ivan Lam e Agnes Chow: i tre volti più noti delle manifestazioni antigovernative sono stati condannati rispettivamente a 13, 7 e 10 mesi di detenzione. In un ultimo, sfrontato, atto di sfida al regime cinese si sono consegnati loro alle forze di polizia per farsi arrestare. Davanti ai giudici Wong ha lanciato il suo ultimo messaggio prima di sparire nelle carceri della città: “Pensate di aver vinto” ha detto “ma questa non è la fine della battaglia”.

Prospettive – Ad oggi, certo, risulta difficile crederlo. La Cina sa di avere sufficiente forza per ignorare le proteste, peraltro mai troppo forti, della comunità internazionale e riportare Hong Kong nella propria orbita in modo definitivo spezzando ogni sogno di maggior autonomia. Ha dimostrato di aver imparato dagli errori commessi nel passato e, senza bisogno di alcuno spargimento di sangue come avvenne a Tienanmen nel 1989, ha ripreso il controllo di un territorio popolato da sei milioni di persone che avevano deciso di esprimere la loro insoddisfazione in piazza come alle urne conferendo al fronte democratico una schiacciante vittoria alle elezioni distrettuali dello scorso anno.

Ma allora con che coraggio Wong afferma che la battaglia non è finita? Può farlo perché la storia della città sembra essere dalla sua parte. Hong Kong è sempre riuscita a rialzarsi e a dimostrare che anche quando tutto sembra finito basta poco per trovare la forza per ricominciare. Nel 2014 con la repressione della “rivoluzione degli ombrelli” sembrava fosse finito ogni sogno di cambiamento e invece dopo cinque anni ancora più persone hanno provato a riprendere in mano quei sogni. Anche in quell’occasione Wong aveva avvertito che la battaglia era appena iniziata ed era stato preso per pazzo ma evidentemente non si sbagliava. Perché lui, come gli altri ragazzi che hanno animato le proteste, è un sognatore. Come il condottiero biblico da cui trae il suo nome, Joshua Wong vuole salvare il proprio popolo dall’oppressione cinese e non sembra intenzionato a fermarsi. Sui suoi social utilizza spesso riferimenti alle sacre scritture ed alla cultura popolare per raccontare i trionfi inattesi di personaggi sfavoriti e rilanciare la speranza dei propri concittadini e convincerli a non fermarsi. La voglia di democrazia di Hong Kong non si è fermata sotto la pioggia di lacrimogeni del 2014 ed è tornata cinque anni dopo ad infiammare letteralmente le strade della città con ancora più potenza. E allora sembra quasi logico il ragionamento di Wong: la battaglia non è finita, potete giurarci. Ad Hong Kong il sogno democratico non è spento. E, presto, tornerà a bussare con più forza alle porte di Pechino.

“Giulio fu torturato per giorni fino alla morte”: la Procura di Roma chiede processo per 4 agenti egiziani

Si è conclusa l’indagine italiana condotta dalla Procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni. Nelle 94 pagine dell’atto di accusa la ricostruzione di quello che avvenne in quei giorni attraverso le parole di cinque testimoni oculari. 94 pagine che portano ad un’accusa formale nei confronti di 4 membri dei servizi segreti egiziani.

Forse, finalmente, una nuova luce potrebbe squarciare le tenebre che da quasi 5 anni avvolgono la morte di Giulio Regeni. Una luce che arriva da Roma dove oggi si è conclusa ufficialmente l’inchiesta italiana su quanto accaduto al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Per la prima volta arrivano accuse formali per quattro membri dei servizi segreti egiziani a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti gli accusati, ora, avranno a disposizione venti giorni per depositare le proprie memorie difensive ed eventualmente chiedere di essere ascoltati dalla magistratura italiana. Chiesta l’archiviazione invece per Mahmoud Najem poiché, come si spiega in una nota, non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato attuale, per sostenere l’accusa in giudizio. Tra gli indiziati vi erano altri 13 soggetti su cui, però, la totale mancanza di collaborazione da parte dell’Egitto non ha permesso di indagare.

Ma le 94 pagine dell’atto di accusa firmate dalla procura di Roma rappresentano una mossa pesantissima che mette all’angolo l’Egitto. Determinanti per ricostruire cosa sia avvenuto sono state le parole di cinque testimoni oculari, indicati con le prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta ed epsilon) per tutelarli, che hanno raccontato quello che hanno visto in quei giorni. Parole pesantissime che hanno permesso di costruire un quadro completo di quei giorni drammatici: dall’arrivo di Giulio, bendato ed ammanettato, nella stazione di polizia di Dokki alle torture subite nella sede della National Security. Proprio la testimonianza di un ex agente della NSA che in quei giorni era in servizio nella villa dove venne portato il ricercatore di Fiumicello è uno dei passaggi più drammatici delle 94 pagine di accusa. “Ho lavorato per 15 anni nella sede della National Security dove Giulio è stato ucciso” ha raccontato “È una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Al primo piano della struttura c’è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la Sicurezza Nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con due ufficiali e altri agenti. C’erano catene di ferro per immobilizzarlo a terra. Lui era nudo nella parte superiore, sulla schiena portava segni inequivocabili di tortura. Parlava in italiano, ma delirava, pronunciava parole senza senso. Aveva il capo riverso di lato, con la barba lunga. Non sapevo chi fosse, l’ho riconosciuto solo giorni dopo vedendo le foto sui giornali. Sono passati anni, ma quelle immagini non le scordo”.

Per giorni Giulio è stato torturato “ripetutamente”, per “motivi abietti e futili e con crudeltà”, con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. In quella famigerata stanza numero 13 ha subito sevizie che gli hanno provocato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori” oltre alla “perdita permanente di più organi”. Fino ad arrivare alla morte che, come si legge nell’atto, non è stata un incidente ma “un atto volontario e autonomo” compito da Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per “occultare la commissione dei delitti abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano”. Una morte che sarebbe avvenuta per un’insufficienza respiratoria dovuta ai traumi subiti.

Ci sono voluti cinque anni. Cinque anni di silenzi e bugie. Ma ora, forse, Giulio potrà avere verità e giustizia. Forse ci sarà un processo. Forse, però, non è abbastanza perché come ci ricorda la legale della famiglia Regeni Alessandra Ballerini: “I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi. E questo ce lo dimostra la famiglia Regeni. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile.”

1400 femminicidi all’anno e il disinteresse della politica: così nasce la rivoluzione femminista messicana

Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana
-Rita Levi Montalcini-


Nelle scorse settimane i media di tutta Europa hanno mostrato le immagini delle donne polacche intente a difendere i loro diritti. Ma mentre il mondo guardava alla portata rivoluzionaria della protesta femminista contro il presidente Andrzej Duda, in un altro paese la rivolta femminista è scoppiata in modo dirompente senza lasciar traccia nelle cronache internazionali. In Messico, infatti, le donne sono tornate in piazza per protestare contro una situazione sempre più drammatica che ha visto il tasso di femminicidi nel paese crescere del 245% negli ultimi cinque anni.

Femminicidi – Per molti l’elezione di Andres Manuel Lopez Obrador a presidente del Messico, avvenuta nel 2018 con il 53% dei voti, avrebbe dovuto rappresentare un momento di rottura in grado di riportare il paese ad una condizione civile. Le speranze sul nuovo leader salito al potere con una coalizione di sinistra erano molte e molte donne messicane speravano in una stretta del nuovo governo per fermare l’escalation di violenza di genere che negli anni precedenti aveva insanguinato il paese. Tra il 2015 e il 2017, infatti, i numeri dei femminicidi in Messico erano cresciuti in modo costante ed esponenziale passando da 426 ai 765 registrati nell’anno precedente alle elezioni. Un paese macchiato del sangue delle proprie donne aveva così scelto Obrador per tentare di porre fine ad una strage continua.

Le speranze delle donne messicane, però, sono state deluse. Negli ultimi anni la violenza di genere non si è mai fermata raggiungendo anzi livelli mai visti prima. Già dal primo anno di presidenza di AMLO, come viene chiamato dai suoi sostenitori il presidente, è risultato evidente come il problema dei femminicidi non fosse tra le priorità del nuovo governo. Nel 2018 i femminicidi nel paese sono cresciuti di quasi il 20% con 912 donne uccise per questioni di genere. Un incremento costante che non si è arrestato nemmeno l’anno successivo quando per la prima volta si sono addirittura superate le mille vittime in dodici mesi con 1006 donne uccise tra il gennaio e il dicembre 2019. Ma se quelli degli scorsi anni possono sembrare dati spaventosi, quello di quest’anno è ancor più inquietante. Si stima che nei primi 10 mesi del 2020 in Messico siano state quasi tremila le donne uccise di cui almeno 1472 vittime di femminicidio.

Un aumento rispetto all’anno precedente di circa il 46% dovuto in gran parte alle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Durante il lockdown disposto dal governo ad aprile, infatti, si sono moltiplicati gli episodi di violenza domestica che spesso sono sfociati in tragici epiloghi. Nel solo mese di aprile sono state oltre 21 mila le chiamate ai numeri di emergenza per violenze contro le donne e in molti casi l’intervento delle forze dell’ordine è risultato tardivo.

AMLO – E mentre il paese sprofonda in una spirale di violenze contro le donne, la speranza delle femministe messicane in un intervento di Obrador è definitivamente sparita. Il presidente ha infatti deluso ogni aspettativa su questo tema ignorandolo di fatto per i primi due anni del suo mandato e bollandolo come non urgente in questo 2020. Nei mesi scorsi, infatti, diverse uscite pubbliche di AMLO hanno fatto infuriare le attiviste messicane che hanno riscontrato un totale disinteresse sul tema anche da parte di un governo che si dichiara di sinistra e che le aveva illuse di poter portare un cambiamento. A marzo, dopo che quattro femminicidi in pochi giorni avevano di nuovo portato il problema al centro delle cronache, Obrador aveva bollato lo sciopero nazionale indetto dai gruppi femministi per il 9 marzo come un “complotto dei conservatori contro il mio governo” per distogliere l’attenzione dai problemi più importanti. In altre dichiarazioni, poi, ha sempre minimizzato il problema dando la colpa dell’impennata di femminicidi alle “politiche neoliberiste dei governi precedenti”. Secondo il presidente, infatti, i movimenti femministi “si oppongono alla rinascita morale che stiamo promuovendo. Rispetto le loro opinioni ma non le condivido.” Sempre a marzo si era addirittura lamentato pubblicamente del fatto che le proteste femministe stessero mettendo in secondo piano la sua decisione di vendere l’aereo presidenziale per viaggiare su voli commerciali per risparmiare risorse pubbliche.

Proteste – Ed è proprio la cecità del governo di AMLO ad aver scatenato in questi giorni l’ennesima ondata di proteste. Dopo la “primavera femminista” che ha visto milioni di donne in tutto il paese scendere in piazza tra marzo ed aprile, le mobilitazioni sono ricominciate a settembre e da allora non si sono più fermate. Tra il 2 e il 6 settembre è andata in scena una delle proteste simbolicamente più potenti degli ultimi anni. Silvia Castillo e Marcela Aleman si sono recate negli uffici della Commissione per i diritti umani per chiedere giustizia per i loro casi: L’ assassinio del figlio per la prima, l’aggressione della figlia di quattro anni per la seconda. Al rifiuto delle autorità di ascoltarle le due donne hanno deciso di non andarsene ma di stare su una sedia ferme in attesa di una risposta. Da quel momento decine di donne e attiviste le hanno raggiunte con l’obiettivo di raccontare le loro vicende, appoggiare e sostenere le rivendicazioni delle altre madri ed esigere, in modo collettivo, che le loro denunce portino alla risoluzione dei tanti casi di violenza. Domenica 6 settembre, le organizzazioni femministe hanno annunciato di non aver ricevuto risposte né soluzioni ai reclami presentati, e da quel giorno hanno deciso occupare la sede della Commissione cambiando il nome dell’edificio in “Okupa Casa Refugio Ni Una Menos México”.

Ancora una volta, però, la loro azione simbolica non è servita a portare al centro dell’agenda politica il problema dei femminicidi e della violenza di genere. “Capisco la loro rabbia e penso sia una giusta rivendicazione” ha commentato Obrador “ma resto convinto che sia fomentata dall’opposizione conservatrice”. All’ennesima dimostrazione di disinteresse e cecità istituzionale le femministe messicane si sono mobilitate in tutto il paese occupando le sedi della stessa istituzione pubblica in Chiapas, Guerrero, Sinaloa, Chihuahua, e nello Stato di México da dove sono state sgomberate con la violenza l’11 settembre scorso. Una mobilitazione che però ancora non ha minato la convinzione di Obrador di essere nel giusto.

E mentre AMLO continua a sminuire il problema la scorsa settimana il corpo della ventenne Bianca “Alexis” Lorenzana è stato ritrovato, pochi giorni dopo la sua scomparsa, senza vita e fatto a pezzi. L’ennesimo femminicidio senza alcuna risposta istituzionale ha alimentato la rabbia e l’esasperazione delle femministe messicane che hanno indetto cortei e marce in tutto il paese. A Cancun migliaia di donne sono scese in piazza pacificamente gridando il loro dolore e la loro rabbia per l’inazione di Obrador. Il corteo si è snodato per le strade della città e una volta giunto davanti al municipio un centinaio di attiviste hanno cercato di forzare il cordone di polizia per irrompere nel palazzo. La reazione delle forze dell’ordine è stata feroce. Nel tentativo di respingere l’assalto e disperdere i manifestanti la polizia ha sparato diversi colpi sulla folla ferendo diverse manifestanti e almeno 4 giornalisti.

Eppure, nemmeno i colpi sparati a Cancun sono riusciti a fermare le donne messicane. Senza più pazienza ne paura la lotta femminista contro la scia di sangue che attraversa il paese continua. La battaglia intrapresa è ormai troppo grande per essere abbandonata. Perché non si può tollerare un paese in cui oltre 1400 donne muoiono ogni anno per il solo fatto di essere donne.

Accesso gratuito a terapie ormonali per il cambio di sesso: chi può richiederlo e quali problemi ci sono

Con due Determine della Gazzetta Ufficiale viene per la prima volta riconosciuta in Italia la gratuità delle terapie ormonali per le persone transgender. Un passo in avanti fondamentale per il nostro paese che però presenta già alcune incrinature non di poco conto.

Mercoledì, la giunta regionale dell’Emilia-Romagna aveva votato una delibera che rende gratuito l’accesso su tutto il territorio regionale alla terapia ormonale per persone transgender. Sembrava essere l’ennesima conquista di una regione avamposto dei diritti umani e civili ma in pochi si potevano aspettare che sarebbe stato solo l’inizio di una vera e propria rivoluzione nazionale. Da oggi, infatti, l’accesso alla terapia ormonale per persone transgender è a carico del Servizio Sanitario Nazionale e dunque gratuito in tutta Italia. Con due diverse Determine comparse in “Gazzetta Ufficiale” e datate 23 settembre, infatti, viene prevista per la prima volta la somministrazione gratuita di “testosterone, testosterone undecanoato, testosterone entantato, esteri del testosterone per l’impiego nel processo di virilizzazione di uomini transgender” e di “estradiolo, estradiolo emiidrato, estradiolo valerato, ciproterone acetato, spironolattone, leuprolide acetato e triptorelina per l’impiego nel processo di femminilizzazione di donne transgender”.

Una svolta importante, e per certi versi inattesa, che rafforza e dà piena attuazione ai principi di uguaglianza e rispetto delle persone senza discriminazioni di genere. L’accesso gratuito ai farmaci a base di testosterone ed estradiolo, necessari per la terapia ormonale, sarà dunque garantito ai soggetti che ne faranno richiesta dopo un consulto medico. Come si legge nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, infatti, l’accesso alla terapia sarà consentito solamente dopo una “diagnosi di disforia di genere/incongruenza di genere formulata da una equipe multidisciplinare e specialistica dedicata”. La diagnosi sarà effettuata sulla base delle linee guida diramate dall’OMS e condotta da un team di professionisti “con comprovata esperienza nel supporto delle persone con disforia/incongruenza di genere”. Con un responso positivo sarà dunque possibile accedere gratuitamente alla terapia firmando un modulo di consenso al trattamento. Unica eccezione sarà fatta in caso di incompatibilità tra la somministrazione degli ormoni e problemi di salute pregressi. Se in base ad un’attenta anamnesi dovessero emergere patologie che combinate con la terapia ormonale potrebbero arrecare gravi danni al paziente (ad esempio gravi insufficienze renali, alterazioni dei processi coagulativi o carcinomi mammari) l’accesso potrà essere negato.

L’ok ufficiale alla gratuità della terapia ormonale fa fare un balzo in avanti epocale per la normativa italiana che sul tema era ancora fortemente ancorata al cambio di sesso tramite chirurgia. Fino ad oggi la gratuità di tale trattamento era decisa a livello locale da province e regioni ma erano ancora poche quelle in cui era garantita. Con la nuova normativa si punta invece a mettere un punto alla questione rendendo la situazione uniforme in tutto il territorio nazionale. Un’uniformità che però sarà solo apparente e che già rischia di presentare alcune incrinature: per le persone transgender l’accesso alle terapie di transizione farmacologica continuerà ad essere variabile da regione a regione. Allo stato attuale, infatti, molte regioni sono sprovviste di centri specialistici riconosciuti dal ministero in grado di diagnosticare la disforia di genere. Un’assenza pesante che costringerà molte persone a spostarsi in una regione diversa da quella di residenza per vedersi garantito un diritto o, nel caso più estremo, di doverci rinunciare.

Chi ha ucciso Mario Paciolla?

Il dossier sul massacro di minori, la fuga di notizie, le dimissioni di un ministro del governo colombiano e i silenzi complici dell’ONU. La morte di Mario Paciolla, cooperante italiano morto in Colombia il 15 luglio, appare sempre più come una vera e propria esecuzione. Ma cosa è successo realmente?

La vicenda di Mario Paciolla, il cooperante italiano trovato morto il 15 luglio scorso in Colombia dove lavorava per una missione dell’ONU, continua ad essere costellata di punti oscuri. Inizialmente bollata come suicidio, tesi a cui familiari e amici non hai mai creduto, la morte del 33enne sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria esecuzione legata, probabilmente, ad una fuga di notizie sul report a cui aveva lavorato e che aveva portato alle dimissioni del Ministro della Difesa Guillermo Botero.

Secondo quanto riportato attraverso il quotidiano colombiano “El Espectador” dalla giornalista Claudia Duque, che segue sin dall’inizio la vicenda di Paciolla, il cooperante italiano avrebbe con quel rapporto dato il via ad una crisi di governo che dura tutt’oggi. Tutto sarebbe iniziato il 29 agosto 2019 quando, intorno alle 23.00, aerei delle Forze Armate Colombiane bombardarono per diversi minuti l’accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, detto “El Cuchu”, nei pressi di Aguas Claras. L’obiettivo del raid era la cellula dissidente delle FARC, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016, ma l’operazione ebbe un esito drammatico. Nell’accampamento, infatti, non vi erano solamente gli uomini di Cordova ma anche diversi ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni arruolati con la forza dalla milizia e costretti ad un addestramento paramilitare. Diciassette ragazzi, quasi tutti minorenni, morirono così sotto le bombe dell’aviazione colombiana.

La strage di ragazzi venne nascosta dalla polizia criminale che decise di omettere l’età delle vittime da ogni rapporto ufficiale. Ma proprio quando la vicenda sembra dimenticata e insabbiata a dovere torna a galla generando un vero e proprio terremoto politico. Il 5 novembre il senatore del Partito sociale di Unità nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all’allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull’uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano. È la goccia che fa traboccare il vaso: il ministro della difesa è costretto alle dimissioni mentre in tutto il paese milioni di persone iniziano a scendere in piazza per protestare contro il governo.

Ma cosa c’entra il report di Paciolla in questa storia? Immediatamente dopo i fatti del 29 agosto, l’ONU aveva incaricato il cooperante italiano ed altri colleghi di “verificare le circostanze del bombardamento” e di redigere un rapporto completo su quegli avvenimenti. Per la prima volta, insomma, qualcuno mise nero su bianco quello che la polizia e il governo avevano cercato di occultare così attentamente. Secondo alcune indiscrezioni il rapporto, a differenze di quanto sarebbe dovuto accadere, non rimase strettamente confidenziale: Raúl Rosende, responsabile ONU regionale, consegnò il documento a Barreras. Il politico venne dunque così a conoscenza di quel che accadde ad Aguas Claras e su quel report basò l’invettiva che portò alle dimissioni di Botero. Pur se smentita fermamente da Barreras, questa ricostruzione sembra essere coerente con le paure confidate da Mario Paciolla ad amici e familiari nei mesi successivi. Si sentiva in pericolo, tradito, usato, e arrabbiato con i suoi superiori, al punto da chiedere un trasferimento ad altra sede, mai ottenuto. Dopo il 5 novembre una serie di attacchi informatici lo avevano convinto a rimuovere tutti i suoi profili social per non esporre i suoi dati personali a rischi ulteriori. Non era bastato. Negli ultimi mesi aveva confidato agli amici di sentirsi osservato, seguito, spiato. “Voglio dimenticare per sempre la Colombia, non è più sicura per me.” aveva detto “Non voglio più mettere piede in questo paese o all’Onu. Ho chiesto un cambiamento qualche tempo fa e non me l’hanno dato. Voglio una vita nuova, lontano da tutto.”

Dietro la morte di Mario Paciolla, dunque, ci sarebbe una fuga di notizie. La diffusione di informazioni riservate avrebbe esposto il giovane cooperante italiano a rischi sempre maggiori fino alla tragica morte avvenuta il 15 luglio. È un primo pezzo di un puzzle che appare complicatissimo e con troppi pezzi ancora mancanti per poter mostrare la sua figura. Da alcune indagini, infatti, è emerso chiaramente come l’atteggiamento dell’Onu sia stato tutt’altro collaborativo nei giorni immediatamente successivi l’omicidio di Paciolla. Se da alcune settimane si sapeva della mail inviata dalle Nazioni Unite alle 400 persone impegnate in Colombia per chiedere loro massima riservatezza sul caso ed alimentando così un clima di omertà, un nuovo punto interrogativo ruota intorno alla figura di Christian Leonardo Thompson, contractor americano incaricato dall’Onu della sicurezza del campo dove si trovava Mario. Stando a quanto emerso dalle indagini della Procura di Roma sarebbe stato lui il primo a giungere sulla scena del crimine. Sarebbe stato lui a ripulirla e a sottrarre alcuni oggetti poi ricomparsi, come per magia, nella sede delle Nazioni Unite a Bogotà. Perché lo ha fatto e su ordine di chi ancora non è possibile saperlo. Rimane uno dei tanti, troppi, punti interrogativi che circondano la morte di un ragazzo di 33 anni.

Tendopoli di San Ferdinando: un altro sgombero senza prospettive

Da sabato la tendopoli di San Ferdinando non ci sarà più, smantellata dal comune senza trovare soluzioni alternative per i migranti che la abitano. La gestione dell’emergenza abitativa per i braccianti che lavorano nella Piana è l’emblema dell’incapacità di capire e risolvere un problema sempre più grave.

A San Ferdinando, cuore pulsante dell’emergenza braccianti nella Piana di Gioia Tauro, sembra di essere tornati indietro di un anno. Le stesse preoccupazioni sui volti dei migranti, gli stessi proclami da parte delle autorità, le stesse prospettive per il futuro. Era il marzo 2019 quando l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini si faceva riprendere dalle tv di tutto il paese tra le macerie delle baracche del “ghetto di San Ferdinando” appena abbattuto dalle ruspe. “Io vi ripago con il mio coraggio! Avevo promesso pulizia e l’abbiamo fatta” aveva annunciato con la tracotanza di chi pensa di aver la soluzione a ogni problema, vantandosi di aver finalmente “ripristinato la legalità in quella che era una favela di immigrati”. Ma quello del marzo scorso si è rivelato un siparietto mediatico e poco più. Il problema è tutt’altro che risolto e l’intervento delle ruspe sembra anzi averlo peggiorato aggiungendo all’emergenza abitativa dei migranti anche una distesa di baracche abbattute mai rimosse che hanno trasformato quella che un tempo era un ghetto in un’enorme discarica.

Il problema abitativo dei braccianti, poi, non è stato nemmeno affrontato. Per chi abitava a San Ferdinando non è stata pensata alcuna soluzione alternativa e, una volta abbattuta la baraccopoli, i braccianti sono stati lasciati a loro stessi. Molti hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare di raggiungere illegalmente altri paesi europei ma quelli mentre quelli che sono rimasti si sono semplicemente trasferiti in altri ghetti simili andando solamente a peggiorare situazioni già difficili. Campi sovraffollati e senza servizi si sono trova a dover accogliere centinaia di nuovi migranti in fuga dalle ruspe di Salvini generando situazioni complicate e potenzialmente esplosive. Tra i campi che hanno accolto più persone c’è sicuramente quello che dal 2017 sorge a pochi metri dall’ex ghetto di San Ferdinando. Costruita nel 2017 come soluzione temporanea e “ufficiale”, la tendopoli voluta dal ministero si è trasformata in un accampamento permanente che ha accolto nei periodi di maggior crisi fino a 1.500 persone nonostante i soli 500 posti disponibili.

Ma adesso, appunto, sembra di essere tornati indietro di un anno. “L’amministrazione comunale comunica ai signori ospiti che sono in atto le procedure di chiusura definitiva della tendopoli. I signori ospiti sono pertanto invitati ad individuare una nuova e diversa soluzione abitativa”. È l’avviso freddo, ma dai toni gentili, diffuso il 24 luglio dal Comune di San Ferdinando per annunciare che dal 15 agosto la tendopoli non ci sarà più. Le tende, già in parte smontate in queste settimane, spariranno definitivamente da sabato lasciando un’altra volta i braccianti che abitano la tendopoli davanti al nulla. Anche questa volta, infatti, non è stata prevista nessuna soluzione alternativa alle tende e per i, molti, migranti che non possono permettersi una casa l’unica alternativa sembra essere spostarsi in un altro ghetto, andando ancora una volta ad aggiungere miseria dove già ce ne è fin troppa. Il comune ha motivato la sua decisione di chiudere la tendopoli affermando di essere stato lasciato solo dalle altre autorità competenti (Regione, prefettura e governo) nella gestione di un problema che non riguarda solo San Ferdinando ma tutta la Piana di Gioia Tauro e, per certi versi, tutto il sud Italia.

La decisione di smantellare la tendopoli evidenzia in tutta la sua gravità il problema annoso del fare fronte in modo sistematico ai bisogni dei migranti che lavorano nei campi, e sottolinea la mancanza di un piano adeguato e strategico di interventi trasversali che rispondano alle numerose criticità. Se da un lato la soluzione tampone della tendopoli deve considerarsi sicuramente una misura emergenziale e da superare, dall’altro non si può neanche pensare di demolire l’accampamento senza aver individuato delle alternative idonee, delle soluzioni abitative che consentano condizioni alloggiative dignitose per i lavoratori. Soluzioni abitative che, per di più, ci sarebbero da tempo ma non vengono concesse. Nel 2011, infatti, utilizzando fondi europei vincolati il Comune di Rosarno aveva costruito sei palazzine, per un totale di 36 appartamenti con 6 posti letto ciascuno, destinate unicamente all’accoglienza dei migranti che lavorano i campi della piana. Un progetto costato 3 milioni che avrebbe dovuto aiutare a superare le tendopoli e le baraccopoli che sorgono in una delle aree più soggette a caporalato e sfruttamento dove i migranti vivono come animali ammassati in alloggi di lamiera. Un progetto che, però, non è mai stato inaugurato e dal 2011 ad oggi non ha mai aperto i battenti costringendo i braccianti a vivere nella miseria in cui si si consuma la segregazione e la riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratori agricoli.

Si tratta, insomma, dell’ennesima soluzione senza soluzione. Una toppa messa un po’ a casaccio senza centrare il buco che nel frattempo si allarga. Una situazione che si ripete uguale ogni volta a San Ferdinando come nel resto d’Italia. Come a Cassibile, in provincia di Siracusa, dove entro metà settembre sarà smantellata completamente la baraccopoli che ospita i lavoratori agricoli senza trovare soluzione alternativa nemmeno per loro. Si dimostra ogni volta di più l’incapacità dell’Italia di affrontare in modo strutturato questo problema, con i campi dei braccianti che tornano a far parlare di sé solo quando scoppia qualche rivolta o perde la vita qualche migrante per colpa delle condizioni in cui si vive. Allora inizia il carosello dei proclami, un susseguirsi di promesse di una soluzione in tempi rapidi che si esaurisce in qualche giorno facendo tornare nel dimenticatoio una delle più gravi crisi umanitarie che esistano nel nostro paese.

Tutto quello che c’è da sapere sulla legge contro l’omotransfobia

 “L’intolleranza affonda infatti le sue radici nel pregiudizio e deve essere contrastata
attraverso l’informazione, la conoscenza, il dialogo, il rispetto”

-Sergio Mattarella-

A inizio settimana è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, che prende il nome dal suo relatore, il deputato del Partito democratico, Alessandro Zan. il disegno di legge contro l’omofobia, come è stato ribattezzato dai media, potrebbe essere approvato entro metà agosto alla camera per poi approdare all’esame del senato. Ma come sempre, in Italia, quando si parla di omofobia e diritti LGBTQ si scatena il putiferio. Non a caso sono almeno 25 anni che si parla di una legge contro l’omofobia, da quando cioè il Parlamento Europeo l’8 febbraio 1994 approvò una risoluzione che chiedeva agli stati di adottare misure e di intraprendere campagne, in cooperazione con le organizzazioni nazionali di gay e lesbiche, contro gli atti di violenza e di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali. Una legge che nel nostro paese non è mai arrivata.

La legge – Il disegno di legge approdato alla camera a inizio settimana è la sintesi di cinque proposte di legge avanzate negli ultimi anni dai deputati Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi. “Con questa proposta di legge” si legge nel testo “anche l’ordinamento italiano si potrà dotare di uno strumento di protezione della comunità LGBTI in linea con una visione più moderna e inclusiva della società e nel tentativo di realizzare quella pari dignità che la Costituzione riconosce a ciascuna persona”. Una legge tanto fondamentale quanto, tecnicamente, semplice. La proposta del deputato Zan, infatti, è composta da nove articoli che apporterebbero modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale e alla cosiddetta “Legge Mancino” del 1993.

Il fulcro del ddl Zan sta nelle modifiche alla legge Mancino del 1993. Se diventasse legge, infatti, si aggiungerebbero le discriminazioni e le violenze “fondate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” alla normativa già presente per quanto riguarda le fattispecie di “discriminazione razziale etnica e religiosa”. Se la legge venisse approvata, dunque, chi incita a commettere o commette violenza per motivi fondati sull’orientamento sessuale potrebbe essere punito con la reclusione tra i 4 mesi e i sei anni. Un passo avanti che colmerebbe un vuoto legislativo che dura da 25 anni e che, dopo ben 6 tentativi naufragati, darebbe all’Italia una legge contro l’omofobia riportandola al passo degli altri stati Europei. Negli altri articoli il ddl prevede un incremento di 4 milioni annui al fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, da destinare all’implementazione di politiche anti discriminazione, e commissione all’Istat un rilevamento statistico da effettuare ogni 3 anni per verificare gli atteggiamenti della popolazione che possano essere di aiuto nell’attuazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza. Ultimo punto è l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. La ricorrenza verrebbe fissata per il 17 maggio, data in cui nel 1990 l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali, con lo scopo di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di uguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla costituzione.

Europa – Il nostro paese, se questa legge dovesse essere approvata, si conformerebbe ad un quadro generale che vede quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea che si sono dotati più o meno recentemente di leggi contro l’omofobia e le discriminazioni di genere. La prima a prendere una posizione è stata la Norvegia che nel 1981 ha, prima al mondo, modificato il Codice penale prevedendo la persecuzione penale per chi “in attività economiche o similari” rifiuta beni o servizi ad una persona per la sua “disposizione, stile di vita o tendenza all’omosessualità”.

L’esempio norvegese è stato seguito a distanza da pochi anni dagli altri paesi scandinavi che entro la metà degli anni ’90 si sono dotati di una legislazione contro l’omofobia spinti anche dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nel 1990. Poi è stata la volta di Paesi Bassi, Islanda, Belgio e via via tutti gli altri paesi europei. Nel 2003 sono state Spagna e Regno Unito ad adeguare la propria legislazione prevedendo tutele per le minoranze LGBTQ e in Francia dal 2004 chi insulta gay e lesbiche rischia un anno di carcere e fino a 45.000 euro di multa. L’unica eccezione, tra i principali paesi europei, sembra essere la Germania che ad oggi non ha una legge federale contro l’omofobia ma ha preferito delegare ai governi territoriali l’emanazione di norme su questo tema. Così a partire dalla metà degli anni ’90 molti Lander tedeschi hanno aggiunto addirittura nelle proprie costituzioni passaggi contro l’omofobia.

Italia – Resta nel panorama europeo un’unica nazione che ancora non si è mossa. L’Italia è rimasta sorda ai richiami dell’Unione Europea rimandando continuamente la discussione e l’approvazione di una legge su questo tema. Dopo 25 anni e sei proposte di legge naufragate siamo di nuovo alla vigilia di uno scontro ideologico su quella che dovrebbe essere una legge di civiltà condivisa da tutti. Da un lato c’è ovviamente la destra, con Lega e Fratelli d’Italia che si oppongono in maniera ferma e netta al ddl Zan parlando di “legge liberticida”. Ma mentre Salvini e Meloni parlano di un Parlamento paralizzato dal testo sull’omofobia diventata, secondo loro l’unico tema in discussione, i parlamentari dei due partiti hanno portato avanti un ostruzionismo a oltranza presentando in Commissione Giustizia 975 emendamenti al testo. Emendamenti fantasiosi, come quello che propone di estendere la legge mancino a chi ha “tratti fisici caratterizzanti, quali calvizie e canizie”, con cui leghisti e fratelli d’Italia hanno provato a bloccare la discussione in commissione per impedire al testo di arrivare alla camera. Un ostruzionismo che il leghista Alessandro Pagano ha sostenendo che “questa legge crea una super categoria, gli omosessuali lobbisti, che sovrasta il resto del mondo. Sono loro gli illiberali, noi siamo per la libertà”.

Se dalla destra arriva una posizione netta, più mite è quella del centro. Forza Italia, nonostante Berlusconi abbia definito la legge “inutile e pericolosa”, si trova in un limbo e rimane un’incognita in caso di voto. Allineata con Forza Italia, anche in vista di una possibile alleanza alle urne, è Italia Viva che grazie al suo ruolo nella maggioranza potrebbe puntare a smorzare la legge. I due partiti stanno infatti convergendo sulla necessità di asciugare il testo: vorrebbero mantenere solo la parte di contrasto alla violenza di genere, stralciando gli articoli che puntano alla sensibilizzazione, con l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia (il 17 maggio), il potenziamento delle competenze dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar) in materia, mentre i 4 milioni di maggiori fondi per il Dipartimento per le pari opportunità sono già entrati in un articolo del dl Rilancio.

Ma mentre il parlamento si spacca e tra maggioranza e opposizioni volano gli stracci, nel paese l’omofobia dilaga. Intimidazioni, aggressioni verbali e fisiche e minacce aumentano giorno dopo giorno. Solo questa settimana si sono registrati episodi di omofobia a Roma, a Siracusa, a Firenze e a San Benedetto del Tronto dove alcuni ragazzi in vacanza ha aggredito per le strade un gruppo di amici perché tra di loro vi era un ragazzo gay. Episodi che si moltiplicano e che in questi mesi stanno toccando vette mai raggiunte prima. Una situazione che stride con le parole di chi definisce “inutile” la legge sull’omofobia. Una situazione che, invece, dovrebbe farci capire che forse serve proprio una legge del genere.

Obiettivo: scuole e ospedali

Le forze governative insieme agli alleati russi hanno intensificato gli attacchi a strutture civili colpendo ripetutamente scuole, ospedali, moschee, mercati e strutture residenziali costringendo quasi un milione di persone a fuggire nei primi due mesi del 2020.

“In Siria sta andando in scena la più grande violazione dei diritti umani nel 21° secolo. Assistiamo ad una violenza indiscriminata. Ospedali, scuole, strutture residenziali, moschee, mercati vengono sistematicamente colpiti.” A dirlo è Mark Lowcock, sottosegretario generale dell’ONU per i diritti umani, sottolineando come nell’area nordoccidentale del paese l’esercito siriano e gli altri attori coinvolti nel conflitto colpiscano, spesso volontariamente, strutture e obiettivi civili. Una frase che fotografa il dramma di un paese che da nove anni affronta una guerra che non accenna a placarsi e che ha già costretto oltre 6 milioni di cittadini ad abbandonare le proprie case per chiedere rifugio in altri paesi.

Le forze governative e alleate tra l’aprile 2019 e il febbraio 2020 hanno colpito con attacchi via aria e via terra, spesso con l’utilizzo di armi vietate da convenzioni internazionali, 53 strutture mediche e 95 scuole di cui molte adibite a rifugio per i civili. Tra dicembre e febbraio sono stati 10 gli ospedali colpiti dalle forze siriane e russe tra Idlib ed Aleppo provocando la morte di nove tra medici e personale sanitario e costringendo le strutture a chiudere ed interrompere le attività di assistenza. L’ultimo in ordine di tempo è stato poco prima del cessato il fuoco dichiarato a inizio marzo a causa dell’epidemia da coronavirus. Il 17 febbraio con due diversi attacchi aerei sono stati colpiti due ospedali nella città di Daret Izza, a ovest di Aleppo. Nel giro di una decina di minuti i razzi russi e siriani hanno distrutto prima l’“al-Ferdous Hospital” e poi l’“al-Kinana hospital” provocando ingenti danni ma, fortunatamente nessuna vittima. I testimoni raccontano di aver avuto subito la certezza che fossero proprio gli ospedali l’obiettivo dell’attacco. Un bombardamento mirato che non ha colpito nulla al di fuori delle due strutture sanitarie in un momento della giornata, tra le 11 e mezzogiorno, in cui erano piene di pazienti e personale medico. Solo poche settimane prima, con tre diversi raid aerei, l’aviazione russa aveva colpito l’ospedale di Ariha provocando il crollo di alcuni complessi residenziali e di parte dell’ospedale oltre alla morte di un medico e almeno 10 civili. Attacchi che lasciano paralizzati e increduli i testimoni e che lo stesso dovrebbero fare con il resto del mondo. “Il mio lavoro è aiutare le persone” ha raccontato ad Amnesty International un medico di Ariha “ma sono rimasto impotente e paralizzato davanti a questo. Perché? Assad ci bombarda perché aiutiamo esseri umani?”.

Ancor più evidente è la volontà di colpire i civili quando l’obiettivo dei raid diventano le scuole. Secondo l’Ong siriana Hurras Network (Rete siriana per la protezione dei bambini), nei soli primi due mesi di questo 2020 sono state 28 le strutture scolastiche, sia utilizzate come rifugi sia per scopi educativi, colpite dai bombardamenti russi e siriani. Di quelle 28, 10 sono state colpite con attacchi quasi simultanei nello stesso giorno: il 25 febbraio 2020. “Ho lasciato mio figlio a scuola alle 8.00” racconta una madre ad Amnesty International “e alle 9 ho sentito le esplosioni. Sono corsa a scuola senza sapere cosa fosse successo ed ho visto mio figlio in piedi davanti all’edificio distrutto. Gli insegnanti hanno fatto evacuare i ragazzi ma non sono riusciti a fuggire. Molti erano feriti. Almeno tre erano morti”. Come per gli ospedali, anche i bombardamenti alle scuole non lasciano spazio per i dubbi. Lontane da obiettivi militari o da zone di combattimento, gli edifici scolastici sono diventati obiettivi a tutti gli effetti per le truppe governative che negli ultimi mesi prima del cessate il fuco hanno aumentato la frequenza e l’intensità degli attacchi a obiettivi civili. Non si può più parlare di incidenti.

Si tratta di reiterate e sistematiche violazioni del diritto internazionale secondo il quale gli attori coinvolti in un conflitto devono distinguere tra obiettivi militari e civili e colpire solo ed esclusivamente i primi. Crimini di guerra che stanno costringendo la popolazione siriana al più grande esodo di massa mai registrato. Se dal 2011 al 2019 sono stati circa 6 milioni i cittadini siriani che hanno chiesto asilo in altri paesi, si stima che l’avanzata delle forze governative abbia costretto circa 960.000 civili, di cui circa l’80% donne e bambini, a lasciare le loro case tra il dicembre 2019 e il febbraio 2020. Quasi un milione di sfollati costretti a scappare verso la Turchia o a cercare riparo in moschee o scuole sperando che non vengano colpiti. E se il cessate il fuoco di inizio marzo ha posto un freno ad una situazione che sembrava potesse toccare un punto di non ritorno, non ha alleviato le sofferenze di chi è scappato da casa propria per sfuggire alla morte. Con aiuti umanitari sempre più difficili e condizioni sempre più disumane, i crimini di Assad hanno conseguenze pesantissime anche quando non arrivano le bombe. Lo testimoniano le parole di una bambina in lacrime mentre con la madre cerca l’ennesimo rifugio: “Perché Dio non ci uccide? Nessun posto è più sicuro per noi”.

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Fonte: Amnesty International, Nowhere is safe for us – Unlawful attacks and mass displacement in north-west syria, maggio 2020

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