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“Giulio fu torturato per giorni fino alla morte”: la Procura di Roma chiede processo per 4 agenti egiziani

Si è conclusa l’indagine italiana condotta dalla Procura di Roma sulla morte di Giulio Regeni. Nelle 94 pagine dell’atto di accusa la ricostruzione di quello che avvenne in quei giorni attraverso le parole di cinque testimoni oculari. 94 pagine che portano ad un’accusa formale nei confronti di 4 membri dei servizi segreti egiziani.

Forse, finalmente, una nuova luce potrebbe squarciare le tenebre che da quasi 5 anni avvolgono la morte di Giulio Regeni. Una luce che arriva da Roma dove oggi si è conclusa ufficialmente l’inchiesta italiana su quanto accaduto al ricercatore italiano tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Per la prima volta arrivano accuse formali per quattro membri dei servizi segreti egiziani a cui il procuratore Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano, a vario titolo, il reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali e omicidio: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti gli accusati, ora, avranno a disposizione venti giorni per depositare le proprie memorie difensive ed eventualmente chiedere di essere ascoltati dalla magistratura italiana. Chiesta l’archiviazione invece per Mahmoud Najem poiché, come si spiega in una nota, non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato attuale, per sostenere l’accusa in giudizio. Tra gli indiziati vi erano altri 13 soggetti su cui, però, la totale mancanza di collaborazione da parte dell’Egitto non ha permesso di indagare.

Ma le 94 pagine dell’atto di accusa firmate dalla procura di Roma rappresentano una mossa pesantissima che mette all’angolo l’Egitto. Determinanti per ricostruire cosa sia avvenuto sono state le parole di cinque testimoni oculari, indicati con le prime cinque lettere dell’alfabeto greco (alfa, beta, gamma, delta ed epsilon) per tutelarli, che hanno raccontato quello che hanno visto in quei giorni. Parole pesantissime che hanno permesso di costruire un quadro completo di quei giorni drammatici: dall’arrivo di Giulio, bendato ed ammanettato, nella stazione di polizia di Dokki alle torture subite nella sede della National Security. Proprio la testimonianza di un ex agente della NSA che in quei giorni era in servizio nella villa dove venne portato il ricercatore di Fiumicello è uno dei passaggi più drammatici delle 94 pagine di accusa. “Ho lavorato per 15 anni nella sede della National Security dove Giulio è stato ucciso” ha raccontato “È una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Al primo piano della struttura c’è la stanza 13 dove vengono portati gli stranieri sospettati di avere tramato contro la Sicurezza Nazionale. Il 28 o 29 gennaio ho visto Regeni in quella stanza con due ufficiali e altri agenti. C’erano catene di ferro per immobilizzarlo a terra. Lui era nudo nella parte superiore, sulla schiena portava segni inequivocabili di tortura. Parlava in italiano, ma delirava, pronunciava parole senza senso. Aveva il capo riverso di lato, con la barba lunga. Non sapevo chi fosse, l’ho riconosciuto solo giorni dopo vedendo le foto sui giornali. Sono passati anni, ma quelle immagini non le scordo”.

Per giorni Giulio è stato torturato “ripetutamente”, per “motivi abietti e futili e con crudeltà”, con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. In quella famigerata stanza numero 13 ha subito sevizie che gli hanno provocato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori” oltre alla “perdita permanente di più organi”. Fino ad arrivare alla morte che, come si legge nell’atto, non è stata un incidente ma “un atto volontario e autonomo” compito da Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per “occultare la commissione dei delitti abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano”. Una morte che sarebbe avvenuta per un’insufficienza respiratoria dovuta ai traumi subiti.

Ci sono voluti cinque anni. Cinque anni di silenzi e bugie. Ma ora, forse, Giulio potrà avere verità e giustizia. Forse ci sarà un processo. Forse, però, non è abbastanza perché come ci ricorda la legale della famiglia Regeni Alessandra Ballerini: “I diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi. E questo ce lo dimostra la famiglia Regeni. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile.”

1400 femminicidi all’anno e il disinteresse della politica: così nasce la rivoluzione femminista messicana

Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana
-Rita Levi Montalcini-


Nelle scorse settimane i media di tutta Europa hanno mostrato le immagini delle donne polacche intente a difendere i loro diritti. Ma mentre il mondo guardava alla portata rivoluzionaria della protesta femminista contro il presidente Andrzej Duda, in un altro paese la rivolta femminista è scoppiata in modo dirompente senza lasciar traccia nelle cronache internazionali. In Messico, infatti, le donne sono tornate in piazza per protestare contro una situazione sempre più drammatica che ha visto il tasso di femminicidi nel paese crescere del 245% negli ultimi cinque anni.

Femminicidi – Per molti l’elezione di Andres Manuel Lopez Obrador a presidente del Messico, avvenuta nel 2018 con il 53% dei voti, avrebbe dovuto rappresentare un momento di rottura in grado di riportare il paese ad una condizione civile. Le speranze sul nuovo leader salito al potere con una coalizione di sinistra erano molte e molte donne messicane speravano in una stretta del nuovo governo per fermare l’escalation di violenza di genere che negli anni precedenti aveva insanguinato il paese. Tra il 2015 e il 2017, infatti, i numeri dei femminicidi in Messico erano cresciuti in modo costante ed esponenziale passando da 426 ai 765 registrati nell’anno precedente alle elezioni. Un paese macchiato del sangue delle proprie donne aveva così scelto Obrador per tentare di porre fine ad una strage continua.

Le speranze delle donne messicane, però, sono state deluse. Negli ultimi anni la violenza di genere non si è mai fermata raggiungendo anzi livelli mai visti prima. Già dal primo anno di presidenza di AMLO, come viene chiamato dai suoi sostenitori il presidente, è risultato evidente come il problema dei femminicidi non fosse tra le priorità del nuovo governo. Nel 2018 i femminicidi nel paese sono cresciuti di quasi il 20% con 912 donne uccise per questioni di genere. Un incremento costante che non si è arrestato nemmeno l’anno successivo quando per la prima volta si sono addirittura superate le mille vittime in dodici mesi con 1006 donne uccise tra il gennaio e il dicembre 2019. Ma se quelli degli scorsi anni possono sembrare dati spaventosi, quello di quest’anno è ancor più inquietante. Si stima che nei primi 10 mesi del 2020 in Messico siano state quasi tremila le donne uccise di cui almeno 1472 vittime di femminicidio.

Un aumento rispetto all’anno precedente di circa il 46% dovuto in gran parte alle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Durante il lockdown disposto dal governo ad aprile, infatti, si sono moltiplicati gli episodi di violenza domestica che spesso sono sfociati in tragici epiloghi. Nel solo mese di aprile sono state oltre 21 mila le chiamate ai numeri di emergenza per violenze contro le donne e in molti casi l’intervento delle forze dell’ordine è risultato tardivo.

AMLO – E mentre il paese sprofonda in una spirale di violenze contro le donne, la speranza delle femministe messicane in un intervento di Obrador è definitivamente sparita. Il presidente ha infatti deluso ogni aspettativa su questo tema ignorandolo di fatto per i primi due anni del suo mandato e bollandolo come non urgente in questo 2020. Nei mesi scorsi, infatti, diverse uscite pubbliche di AMLO hanno fatto infuriare le attiviste messicane che hanno riscontrato un totale disinteresse sul tema anche da parte di un governo che si dichiara di sinistra e che le aveva illuse di poter portare un cambiamento. A marzo, dopo che quattro femminicidi in pochi giorni avevano di nuovo portato il problema al centro delle cronache, Obrador aveva bollato lo sciopero nazionale indetto dai gruppi femministi per il 9 marzo come un “complotto dei conservatori contro il mio governo” per distogliere l’attenzione dai problemi più importanti. In altre dichiarazioni, poi, ha sempre minimizzato il problema dando la colpa dell’impennata di femminicidi alle “politiche neoliberiste dei governi precedenti”. Secondo il presidente, infatti, i movimenti femministi “si oppongono alla rinascita morale che stiamo promuovendo. Rispetto le loro opinioni ma non le condivido.” Sempre a marzo si era addirittura lamentato pubblicamente del fatto che le proteste femministe stessero mettendo in secondo piano la sua decisione di vendere l’aereo presidenziale per viaggiare su voli commerciali per risparmiare risorse pubbliche.

Proteste – Ed è proprio la cecità del governo di AMLO ad aver scatenato in questi giorni l’ennesima ondata di proteste. Dopo la “primavera femminista” che ha visto milioni di donne in tutto il paese scendere in piazza tra marzo ed aprile, le mobilitazioni sono ricominciate a settembre e da allora non si sono più fermate. Tra il 2 e il 6 settembre è andata in scena una delle proteste simbolicamente più potenti degli ultimi anni. Silvia Castillo e Marcela Aleman si sono recate negli uffici della Commissione per i diritti umani per chiedere giustizia per i loro casi: L’ assassinio del figlio per la prima, l’aggressione della figlia di quattro anni per la seconda. Al rifiuto delle autorità di ascoltarle le due donne hanno deciso di non andarsene ma di stare su una sedia ferme in attesa di una risposta. Da quel momento decine di donne e attiviste le hanno raggiunte con l’obiettivo di raccontare le loro vicende, appoggiare e sostenere le rivendicazioni delle altre madri ed esigere, in modo collettivo, che le loro denunce portino alla risoluzione dei tanti casi di violenza. Domenica 6 settembre, le organizzazioni femministe hanno annunciato di non aver ricevuto risposte né soluzioni ai reclami presentati, e da quel giorno hanno deciso occupare la sede della Commissione cambiando il nome dell’edificio in “Okupa Casa Refugio Ni Una Menos México”.

Ancora una volta, però, la loro azione simbolica non è servita a portare al centro dell’agenda politica il problema dei femminicidi e della violenza di genere. “Capisco la loro rabbia e penso sia una giusta rivendicazione” ha commentato Obrador “ma resto convinto che sia fomentata dall’opposizione conservatrice”. All’ennesima dimostrazione di disinteresse e cecità istituzionale le femministe messicane si sono mobilitate in tutto il paese occupando le sedi della stessa istituzione pubblica in Chiapas, Guerrero, Sinaloa, Chihuahua, e nello Stato di México da dove sono state sgomberate con la violenza l’11 settembre scorso. Una mobilitazione che però ancora non ha minato la convinzione di Obrador di essere nel giusto.

E mentre AMLO continua a sminuire il problema la scorsa settimana il corpo della ventenne Bianca “Alexis” Lorenzana è stato ritrovato, pochi giorni dopo la sua scomparsa, senza vita e fatto a pezzi. L’ennesimo femminicidio senza alcuna risposta istituzionale ha alimentato la rabbia e l’esasperazione delle femministe messicane che hanno indetto cortei e marce in tutto il paese. A Cancun migliaia di donne sono scese in piazza pacificamente gridando il loro dolore e la loro rabbia per l’inazione di Obrador. Il corteo si è snodato per le strade della città e una volta giunto davanti al municipio un centinaio di attiviste hanno cercato di forzare il cordone di polizia per irrompere nel palazzo. La reazione delle forze dell’ordine è stata feroce. Nel tentativo di respingere l’assalto e disperdere i manifestanti la polizia ha sparato diversi colpi sulla folla ferendo diverse manifestanti e almeno 4 giornalisti.

Eppure, nemmeno i colpi sparati a Cancun sono riusciti a fermare le donne messicane. Senza più pazienza ne paura la lotta femminista contro la scia di sangue che attraversa il paese continua. La battaglia intrapresa è ormai troppo grande per essere abbandonata. Perché non si può tollerare un paese in cui oltre 1400 donne muoiono ogni anno per il solo fatto di essere donne.

Obiettivo: scuole e ospedali

Le forze governative insieme agli alleati russi hanno intensificato gli attacchi a strutture civili colpendo ripetutamente scuole, ospedali, moschee, mercati e strutture residenziali costringendo quasi un milione di persone a fuggire nei primi due mesi del 2020.

“In Siria sta andando in scena la più grande violazione dei diritti umani nel 21° secolo. Assistiamo ad una violenza indiscriminata. Ospedali, scuole, strutture residenziali, moschee, mercati vengono sistematicamente colpiti.” A dirlo è Mark Lowcock, sottosegretario generale dell’ONU per i diritti umani, sottolineando come nell’area nordoccidentale del paese l’esercito siriano e gli altri attori coinvolti nel conflitto colpiscano, spesso volontariamente, strutture e obiettivi civili. Una frase che fotografa il dramma di un paese che da nove anni affronta una guerra che non accenna a placarsi e che ha già costretto oltre 6 milioni di cittadini ad abbandonare le proprie case per chiedere rifugio in altri paesi.

Le forze governative e alleate tra l’aprile 2019 e il febbraio 2020 hanno colpito con attacchi via aria e via terra, spesso con l’utilizzo di armi vietate da convenzioni internazionali, 53 strutture mediche e 95 scuole di cui molte adibite a rifugio per i civili. Tra dicembre e febbraio sono stati 10 gli ospedali colpiti dalle forze siriane e russe tra Idlib ed Aleppo provocando la morte di nove tra medici e personale sanitario e costringendo le strutture a chiudere ed interrompere le attività di assistenza. L’ultimo in ordine di tempo è stato poco prima del cessato il fuoco dichiarato a inizio marzo a causa dell’epidemia da coronavirus. Il 17 febbraio con due diversi attacchi aerei sono stati colpiti due ospedali nella città di Daret Izza, a ovest di Aleppo. Nel giro di una decina di minuti i razzi russi e siriani hanno distrutto prima l’“al-Ferdous Hospital” e poi l’“al-Kinana hospital” provocando ingenti danni ma, fortunatamente nessuna vittima. I testimoni raccontano di aver avuto subito la certezza che fossero proprio gli ospedali l’obiettivo dell’attacco. Un bombardamento mirato che non ha colpito nulla al di fuori delle due strutture sanitarie in un momento della giornata, tra le 11 e mezzogiorno, in cui erano piene di pazienti e personale medico. Solo poche settimane prima, con tre diversi raid aerei, l’aviazione russa aveva colpito l’ospedale di Ariha provocando il crollo di alcuni complessi residenziali e di parte dell’ospedale oltre alla morte di un medico e almeno 10 civili. Attacchi che lasciano paralizzati e increduli i testimoni e che lo stesso dovrebbero fare con il resto del mondo. “Il mio lavoro è aiutare le persone” ha raccontato ad Amnesty International un medico di Ariha “ma sono rimasto impotente e paralizzato davanti a questo. Perché? Assad ci bombarda perché aiutiamo esseri umani?”.

Ancor più evidente è la volontà di colpire i civili quando l’obiettivo dei raid diventano le scuole. Secondo l’Ong siriana Hurras Network (Rete siriana per la protezione dei bambini), nei soli primi due mesi di questo 2020 sono state 28 le strutture scolastiche, sia utilizzate come rifugi sia per scopi educativi, colpite dai bombardamenti russi e siriani. Di quelle 28, 10 sono state colpite con attacchi quasi simultanei nello stesso giorno: il 25 febbraio 2020. “Ho lasciato mio figlio a scuola alle 8.00” racconta una madre ad Amnesty International “e alle 9 ho sentito le esplosioni. Sono corsa a scuola senza sapere cosa fosse successo ed ho visto mio figlio in piedi davanti all’edificio distrutto. Gli insegnanti hanno fatto evacuare i ragazzi ma non sono riusciti a fuggire. Molti erano feriti. Almeno tre erano morti”. Come per gli ospedali, anche i bombardamenti alle scuole non lasciano spazio per i dubbi. Lontane da obiettivi militari o da zone di combattimento, gli edifici scolastici sono diventati obiettivi a tutti gli effetti per le truppe governative che negli ultimi mesi prima del cessate il fuco hanno aumentato la frequenza e l’intensità degli attacchi a obiettivi civili. Non si può più parlare di incidenti.

Si tratta di reiterate e sistematiche violazioni del diritto internazionale secondo il quale gli attori coinvolti in un conflitto devono distinguere tra obiettivi militari e civili e colpire solo ed esclusivamente i primi. Crimini di guerra che stanno costringendo la popolazione siriana al più grande esodo di massa mai registrato. Se dal 2011 al 2019 sono stati circa 6 milioni i cittadini siriani che hanno chiesto asilo in altri paesi, si stima che l’avanzata delle forze governative abbia costretto circa 960.000 civili, di cui circa l’80% donne e bambini, a lasciare le loro case tra il dicembre 2019 e il febbraio 2020. Quasi un milione di sfollati costretti a scappare verso la Turchia o a cercare riparo in moschee o scuole sperando che non vengano colpiti. E se il cessate il fuoco di inizio marzo ha posto un freno ad una situazione che sembrava potesse toccare un punto di non ritorno, non ha alleviato le sofferenze di chi è scappato da casa propria per sfuggire alla morte. Con aiuti umanitari sempre più difficili e condizioni sempre più disumane, i crimini di Assad hanno conseguenze pesantissime anche quando non arrivano le bombe. Lo testimoniano le parole di una bambina in lacrime mentre con la madre cerca l’ennesimo rifugio: “Perché Dio non ci uccide? Nessun posto è più sicuro per noi”.

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Fonte: Amnesty International, Nowhere is safe for us – Unlawful attacks and mass displacement in north-west syria, maggio 2020

Nome in codice: Caesar

Oltre cinquantamila foto di torture, omicidi, documenti segreti ed abusi. “Caesar” ha documentato per due anni quello che accadeva nelle carceri siriani per poi fuggire dal paese temendo per la sua vita. Quelle foto, ora, sono la principale prova delle violenze sistematiche del regime di Assad.

Mentre il mondo guarda all’ISIS, in Siria è il regime di Bashar al-Assad a mietere vittime civili e commettere indicibili reati. Una situazione che si protrae dall’inizio della rivoluzione cominciata nel 2011 e sfociata in un’infinita guerra. Una guerra civile che ha potato il regime di Assad a perpetrare gravi crimini contro i civili trasformando di fatto la Siria in un paese in cui tortura e violenze di stato sono all’ordine del giorno. Per anni la situazione siriana è rimasta taciuta, con i paesi occidentali distratti che non hanno visto, o hanno preferito non vedere. Per anni ci si è trincerati dietro un “io so, ma non ho le prove” di pasoliniana memoria. Fino a quando quelle prove sono arrivate. Come un pugno nello stomaco un dossier infinito di foto, documenti, metadati ha mostrato al mondo le atrocità di cui è capace il regime siriano dando il via ad indagini internazionali sfociate, fino ad ora, nella “Norimberga Siriana” di Coblenza.

“Caesar”. È questo lo pseudonimo utilizzato da un disertore dell’esercito siriano, in servizio tra il 2011 e il 2013, che fuggito dal paese ha deciso di diffondere tutto quello che possedeva. Durante la rivoluzione era stato incaricato, da ufficiali dell’esercito, di documentare fotograficamente quello che accadeva nelle carceri. Quelle foto, però, con l’aiuto di un amico le ha sistematicamente copiate e conservate su una chiavetta usb. Ogni giorno per due anni. Nell’agosto 2013 però, temendo per la sua vita, ha disertato abbandonando l’esercito e scappando dal paese in mezzo ai quasi 11 milioni di profughi che hanno lasciato il paese in questi 9 anni. Ma quelle foto, raccolte scrupolosamente ogni giorno per due anni, rappresentano la più grande prova delle atrocità commesse dal regime di Assad. Oltre 55.000 scatti che ritraggono i corpi senza vita di detenuti torturati, le fosse comuni, documenti riservati e stanze per torture.

Il rapporto sulle fotografie è stato presentato alle Nazioni Unite ed al Congresso americano e, incrociando quelle immagini con le testimonianze di altri rifugiati, è stato ricostruito un quadro completo. Le foto di Caesar hanno documentato la morte di migliaia di detenuti a causa di percosse, denutrizione, sete e almeno 72 tipi diversi di torture inflitte nelle carceri siriane dagli agenti del regime. Appesi per i polsi e presi a bastonate, colpiti con scosse elettriche, violentati sessualmente, picchiati fino a perdere i sensi. Dalle fotografie e dalle testimonianze emerge una lista interminabile di violenze e abusi che rappresentano però solo la punta di un iceberg profondissimo. Perché mentre il rapporto di Caesar copre solo due anni di una guerra civile ancora in corso, il bilancio è in realtà drammaticamente più elevato. Si stima che dal 2011 ad oggi siano stati circa 1,2 milioni i civili arrestati e detenuti in Siria dal regime di Assad e di circa 128.000 di loro non si hanno più notizie, inghiottiti per sempre dalle terribili carceri gestite da esercito e servizi segreti. Secondo un rapporto del “Syrian Network for Human Rights” sarebbero almeno 14.000, di cui circa 200 bambini, le persone morte in carcere durante le torture ma il numero diventa almeno 10 volte più grande se si considerano le morti per fame, disidratazione, percosse o le esecuzioni sommarie. Una vera e propria guerra, non contro ribelli armati ma contro i propri cittadini indifesi e pacifici colpevoli solo di avere idee diverse da quelle di Bashar al-Assad.

Così, mentre le forze armate siriane con i propri alleati russi e iraniani combattono i ribelli armati, i servizi segreti ed i funzionari del regime si occupano della resistenza civile non violenta. Per quanto il governo abbia sempre cercato di negare l’esistenza di abusi sistematici nelle prigioni del paese, la diffusione delle immagini di Caesar e di alcuni memo governativi trafugati e portati all’estero confermano il ruolo centrale del regime. Ad ordinare le torture sono funzionari in diretto contatto con Assad il quale era sempre aggiornato sulla situazione delle carceri e a cui è stato più volte chiesto un intervento per smaltire l’eccessivo numero di cadaveri. E mentre la guerra in Siria rallenta e l’attenzione del mondo sul conflitto cala, non diminuiscono gli arresti. L’anno scorso sono stati oltre cinquemila i civili arrestati, oltre 100 ogni settimana. Costretti a vivere in celle così affollate che si alternano per stare sdraiati a terra a dormire, senza cibo né acqua per giorni, senza alcun tipo di assistenza medica. E mentre si avvicina sempre più la fine del conflitto armato, con la vittoria delle truppe alleate al regime, ricominciano anche le relazioni diplomatiche tra Damasco e diversi stati. Assad, protetto dai propri alleati, si prepara ad una impunità assoluta che gli permetterà di mantenere il potere senza dover rendere conto delle atrocità commesse durante il conflitto.

La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.