Pallone Criminale #1: le mafie tra business e conquista sociale

Dalla Juventus al Milan, dal Napoli alla Lazio passando per le serie minori e i club di provincia. I clan hanno allungato i loro mani anche sul mondo del calcio. Si sono silenziosamente infiltrati nelle dirigenze dei club, nelle tifoserie, nella gestione delle scommesse: tutto quello che può portare vantaggi deve essere sfruttato. Il nostro viaggio parte da qui, un analisi introduttiva degli interessi mafiosi che intaccano la più grande passione degli italiani.

Certo non sorprende che le organizzazioni mafiose provino a penetrare un settore così ricco di opportunità. Dal canto suo, il mondo del calcio presenta complessità e debolezze che agevolano l’inserimento di attori criminali. Negli ultimi vent’anni l’importanza economica del calcio è cresciuta a dismisura. Sponsor, diritti televisivi e merchandising garantiscono ai principali club europei milioni di euro ogni anno. Il mercato dei trasferimenti si è globalizzato aumentando la concorrenza e le cifre spese dalle società per acquistare giocatori. Le squadre sono ormai diventate vere e proprie imprese, spesso addirittura quotate in Borsa, esasperando così le implicazioni economiche. È in questo contesto che si evidenziano, però, sempre maggiori difficoltà per i club, costretti a fare i conti con i bilanci della società nel rispetto dei vincoli imposti. Chi non riesce a far quadrare i bilanci incorre in sanzioni fino a rischiare il fallimento e la conseguente scomparsa del club.

A portare nuovi fondi nelle casse di società in difficoltà spesso ci pensano personaggi opachi, prestanome o affiliati dei clan. I presidenti, pur di salvare il club dal baratro, sono pronti ad accettare la liquidità garantita dai nuovi investitori senza farsi domande sulla provenienza. I clan riescono dunque a infiltrarsi nelle società inserendosi così in un mondo che offre loro opportunità importanti dal punto di vista sia economico sia sociale. Sotto il profilo economico le attività delle organizzazioni mafiose sono molteplici. Innanzitutto il riciclaggio: ripulire nell’economia legale i proventi delle attività illecite è una delle maggiori preoccupazioni delle mafie. Non sorprende quindi che sfruttino anche il pallone per farlo. A Corigliano Calabro la squadra locale, la Schiavonea ’97, secondo gli inquirenti era utilizzata, per mascherare le estorsioni ai danni dei commercianti locali. Fabio Barillari, presidente del club, emetteva infatti fatture per operazioni inesistenti che venivano immediatamente pagate dai commercianti locali: I soldi in quel modo risultavano puliti, frutto di sponsorizzazioni e altre operazioni legate al club, ma non venivano reinvestiti per la squadra bensì andavano a ingrossare la cosiddetta “bacinella”, ossia la cassa del clan.    

Dal punto di vista sociale, invece, il calcio rappresenta un mezzo per raggiungere un altro grande obiettivo della criminalità organizzata mafiosa: la costruzione di relazioni di potere e di consenso sociale. Vittorie e promozioni infatti fanno sognare i tifosi e accrescono la popolarità e il supporto ai dirigenti delle squadre. E quando a gestire  queste ultime vi è un soggetto legato ai clan questo può trasformarsi in consenso sociale, e quindi accettazione, aumentando il suo potere criminale. Sui campi di provincia, poi, la passione è altissima. Lontane dai riflettori, senza radio e pay-tv a raccontare le partite, le tribune diventano ogni domenica il fulcro della vita di un intero paese. Mosse dall’attaccamento per i colori della città, centinaia di persone si mobilitano per sostenere la loro squadra. Su quelle gradinate, per novanta minuti, si annulla ogni differenza: sindaci, imprenditori, cittadini e dirigenti formano un unico blocco che soffre e gioisce insieme a ogni azione. Un rito collettivo e ripetuto che crea e consolida un forte senso di appartenenza e identità cittadina. Le mafie hanno colto l’opportunità offerta, comprendendo la centralità di quelle squadre nella vita di paese e trasformandole in strumenti nelle mani dei clan.    

Un caso emblematico è, ad esempio, quello della Mondragonese, club campano militante in serie D e amministrato nei primi anni ‘90 da Renato Pagliuca, reggente del locale clan durante la reclusione del boss Augusto La Torre. Attraverso la gestione della squadra Pagliuca perseguiva un duplice obiettivo: la creazione di un ampio consenso nella comunità e la creazione di relazioni con amministratori e imprenditori. Grazie alla forza economica garantita dal clan Pagliuca riuscì infatti a riaccendere la passione dei tifosi di Mondragone attraverso piani di crescita precisi e un calciomercato stellare culminato con il tentativo di acquisto di Toninho Cerezo, centrocampista brasiliano che con la Roma vinse due Coppe Italia. E mentre i tifosi lo idolatravano come un moderno eroe in grado di realizzare i sogni di un’intera comunità, il suo potere criminale cresceva di domenica in domenica. La sua immagine ripulita diventò così simbolo di vittoria e furono proprio i tifosi i primi a difendere strenuamente la sua autorevolezza da chi provò a far emergere la caratura criminale del soggetto. Ed è proprio grazie a questa sua nuova legittimazione sociale che Pagliuca riuscì ad addentrarsi nei salotti cittadini dai quali sarebbe rimasto altrimenti escluso. Ne approfittò dunque per stringere relazioni con esponenti del mondo politico ed imprenditoriale. E proprio allo stadio Pagliuca riuscì ad “avvicinare” Mario Landolfi, parlamentare casertano e futuro Ministro del Governo Berlusconi nel 2005, al quale avrebbe proposto un consistente aiuto elettorale in cambio dell’intervento sulle vicende giudiziarie di La Torre. La fama e il potere guadagnati con la Mondragonese costarono però caro a Pagliuca che venne ucciso il 14 agosto 1995 su ordine dello stesso La Torre, intimorito dalla sua nuova caratura criminale.  

Altro vantaggio offerto dal mondo del calcio alla criminalità sono le frequentazioni con i giocatori. Sono numerosi i casi di campioni dei nostri campionati fotografati insieme ai boss mafiosi. Iconica è ad esempio l’immagine di Maradona immortalato in una vasca a forma di conchiglia con i boss di Forcella, Carmine e Luigi Giuliano. Ma non è certo un caso isolato. Da Marek Hamsik, capitano del Napoli, immortalato con il latitante Domenico Pagano, al campione del mondo Fabio Cannavaro fotografato a Madrid con un soggetto vicino ai clan, sono molti gli esempi di giocatori ritratti con esponenti della criminalità organizzata. Ma c’è chi si è addirittura spinto oltre, si tratta di Mario Balotelli. Guidato da due esponenti dei clan Lo Russo e degli Scissionisti, l’attaccante bresciano è stato protagonista di un vero e proprio tour della periferia napoletana passando da Scampia e dai quartieri spagnoli. Frequentare mafiosi, farsi fotografare con un boss e addirittura visitare luoghi tristemente noti come feudi dei clan più sanguinosi certamente non è reato. Ma se dal punto di vista giuridico queste frequentazioni non rappresentano un problema, dal punto di vista sociale possono essere estremamente pericolose. Per migliaia di giovani infatti i calciatori sono modelli da seguire, persone a cui ispirarsi. È innegabile che i calciatori abbiano, al giorno d’oggi, un ruolo pubblico che va oltre le loro prestazioni sul campo. Essi dovrebbero quindi apparire come un esempio positivo per i ragazzi che a loro si ispirano nella vita quotidiana. Dovrebbero, insomma, essere ben consci che intrattenere relazioni con capi criminali possa trasmettere un messaggio di accettabilità del potere mafioso.

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