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La camorra e quegli influencer che raccolgono milioni di like sui social

La criminalità organizzata, si sa, insegue potere e consenso. Un modo per aumentare entrambi sembra essere la presenza sempre più massiccia sui social network come dimostra la crescita esponenziale di quelli che stanno diventando veri e propri “influencer”.

“Amori”, “cuori”, “fiori”. Si rivolge così ai propri follower Rita De Crescenzo, quarantenne del Pallonetto di Santa Lucia a Napoli, divenuta negli ultimi tempi una star di Tik Tok, il popolare social network cinese, dove conta più di mezzo milione di follower e ventisei milioni di like. Numeri da influencer con un ampio seguito di giovani e giovanissimi che seguono ogni suo gesto attraverso i video che posta sulla sua pagina a ripetizione. Una vera e propria star del social, al punto da “guadagnarsi” ospitate in tv su reti locali dove si esibisce in canti e balletti insieme ai più vari cantanti neomelodici. Ma diversi contenuti di Rita De Crescenzo si spingono oltre ogni limite: dai suoi balletti davanti agli agenti che gli stanno facendo una multa per guida senza patente, ai vigili chiamati “power ranger” a cui chiede di salutare i suoi fan dopo un’altra multa per essere stata colta senza mascherina. Messaggi non certo positivi lanciati ai suoi “cuori”. Un personaggio, insomma, che non ha mancato di suscitare critiche ma sono tanti, troppi, quelli che la ritengono una influencer al punto da chiederle una dedica o un semplice saluto durante una delle sue dirette.

Ma al di là dei suoi video è quello che si cela dietro “a pazzerella”, come la chiamano i suoi fan, a dover preoccupare maggiormente. Rita De Crescenzo, infatti, è finita al centro delle cronache nel gennaio 2017 quando venne arrestata, insieme ad altre 17 donne, nell’ambito di un’operazione anticamorra che colpì il clan Elia. Le ricostruzioni degli inquirenti fatte anche grazie alle parole di un pentito permisero di accertare come il clan abbia utilizzato le donne, tutte a disposizione del sodalizio, come corrieri della droga per rifornire le principali piazze di spaccio di Napoli. Per destare meno sospetti le donne, tra cui proprio la De Crescenzo, avrebbero addirittura utilizzato i propri figli per consegnare gli stupefacenti in una zona di Napoli compresa tra piazza del Plebiscito e via Santa Lucia.

Con i suoi 500mila follower in costante aumento ed un successo travolgente, Rita De Crescenzo sembra essere il punto più alto di un fenomeno ormai sempre più diffuso sul web: la rappresentazione social della criminalità organizzata. Se nelle scorse settimane si è a lungo parlato della rimozione di murales ed altarini dedicati ai boss nelle vie di Napoli, quello che accade sui social sembra essere un fenomeno simile ed altrettanto preoccupante. Decine di esponenti della criminalità organizzata e di pregiudicati postano ogni giorno contenuti in grado di raggiungere migliaia, se non milioni, di persone a cui lanciare il proprio messaggio. Non solo fenomeni social come “’o Boxer”, originario di Scampia, che nei suoi video racconta di come a causa delle sue “bravate” sia stato trasferito da un carcere all’altro in tutta Italia ma anche vere e proprie pagine dedicate ai boss uccisi e a quelli detenuti. Basta pensare al boss Emanuele Sibillo che, sebbene siano passati quasi sei anni dal suo omicidio, sembra essere più vivo che mai viste le numerose pagine a lui dedicate che postano a ripetizione video con le sue foto e un sottofondo musicale. Video in cui non mancano nemmeno i “cosplay” ossia giovanissimi imitatori del baby boss ma, soprattutto, della sua compagna, Mariarca Savarese. O ancora le registrazioni delle videochiamate tra i detenuti e i suoi familiari postate sui social con messaggi di sostegno a tutti i detenuti affiliati alla criminalità organizzata. C’è chi offende apertamente le forze dell’ordine e chi, senza farsi problemi, pubblica immagini di armi e soldi, inneggiando ai piaceri della malavita.

È la nuova iconografia della camorra che, per stare al passo con i tempi, passa dal web e dalla rappresentazione social delle vite dei criminali. Un fenomeno preoccupante perché in grado di raggiungere milioni di giovanissimi pronti a lasciarsi affascinare da quel mondo. Dalle piattaforme social la criminalità organizzata rinforza il proprio brand, aumenta il proprio potere e lancia i suoi messaggi al mondo. La mafia prova a rendersi cool agli occhi dei più giovani: è questo che deve preoccupare.

Venduti dalla polizia ai narcos per 43 euro: così sono morti i tre italiani in Messico

Nell’aula di tribunale di Tecalitlan in cui si celebra il processo ai tre poliziotti accusati della loro “sparizione forzata” emergono dettagli inquietanti sulla fine di Antonio Russo, Raffaele Russo e Vincenzo Cammino, spariti nel nulla il 31 gennaio 2018 e mai ritrovati.

Una poliziotta esce dall’aula di tribunale in cui sta per essere pronunciata una sentenza di condanna a suo carico, sale su una macchina e fugge. È Linda Guadalupe Arroyo, la poliziotta imputata insieme con i colleghi Salomon Adrian Ramos Silva ed Emilio Martines Garcia per la “sparizione forzata” dei tre italiani, di cui si sono perse le tracce in Messico il 31 gennaio 2018. La donna ora è ricercata, visto che la legislazione messicana non prevede la condanna in contumacia, mentre per gli altri due è arrivata la condanna.

È solo l’ultimo di una serie di colpi di scena che hanno fatto emergere quanto accaduto ai tre italiani spariti nel nulla due anni fa. Raffaele Russo, Antonio Russo e Vincenzo Cimmino si trovavano nel paese centroamericano per vendere generatori elettrici di fabbricazione cinese e di scarso valore quando sono spariti nel nulla. Proprio la vendita di quei generatori sarebbe stata all’origine della sparizione ordinata da Jose Guadalupe Rodriguez Castillo, detto “don Lupe”, boss del cartello “Jalisco Nueva Generation”. Sentendosi truffato dai tre italiani, don Lupe avrebbe commissionato ai tre poliziotti il rapimento dei tre italiani dietro un compenso di 43 euro a testa. Fingendo un fermo di polizia Arroyo, Silva e Garcia avrebbero così fatto Raffaele Russo mentre si trovava in auto per raggiungere un appuntamento di lavoro e qualche ora dopo Antonio Russo e Vincenzo Cimmino che, insospettiti dall’assenza di notizie, avevano iniziato a cercarlo. Consegnati al cartello di Jalisco, uno dei cartelli di narcotrafficanti più potenti del Messico, i tre sarebbero stati uccisi su ordine di don Lupe e i loro corpi fatti sparire per non essere mai più ritrovati.

Si giunge così ad una prima, parziale, verità su quanto accadde ad inizio 2018 in Messico. Oltre ai due agenti condannati nei giorni scorsi, le cui pene saranno rese note a breve, e alla donna fuggita ed in attesa di giudizio per l’impossibilità di una condanna in contumacia, per la sparizione forzata dei tre italiani era stato arrestato un quarto agente che è però deceduto in carcere in circostanze da chiarire pochi mesi prima dell’inizio del processo. Incriminati, ma mai arrestati perché avevano già fatto perdere le proprie tracce, altri tre agenti in servizio quel giorno tra cui il capo della stazione di polizia di Jalisco. Proprio li, infatti, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati portati i tre dopo il loro finto arresto e in attesa della consegna agli uomini del cartello. Nel frattempo gli uomini del cartello di Jalisco hanno annunciato la morte di don Lupe in uno scontro a fuoco con un cartello rivale. Difficile, però, pensare che sia realmente morto e non si tratti di una strategia per far calare l’attenzione delle forz dell’ordine su di lui.

I rapporti tra sindaco e clan che spingono Foggia verso lo scioglimento

A Foggia la Commissione di accesso che dovrà valutare un possibile scioglimento del comune sta rilevando pesanti anomalie. Non solo una diffusa penetrazione criminale in ampi settori della pubblica amministrazione, ma anche pesanti legami tra il sindaco e i clan.

“L’insediamento della Commissione d’accesso agli atti del Comune di Foggia è una bella notizia per la nostra città. La trasparenza e la legalità sono i capisaldi dell’amministrazione che sono onorato di guidare e il vaglio della prefettura non potrà che accertarlo”. Erano state queste le parole con cui Franco Landella, sindaco di Foggia eletto con Forza Italia e passato alla Lega, aveva accolto la decisione di applicare l’art. 143 comma 2 del Testo Unico degli Enti Locali e disporre verifiche su possibili infiltrazioni nell’ente. Ora, però, quella stessa commissione avrebbe a disposizione documenti che accerterebbero, non solo una pesante infiltrazione mafiosa nell’amministrazione pubblica, ma anche legami pericolosi tra il primo cittadino e i clan.

Nella relazione sulla situazione del comune che le forze dell’ordine hanno consegnato alla Commissione, infatti, vi sarebbe anche un paragrafo interamente dedicato al sindaco eletto nel 2019 alla guida di una coalizione di centrodestra. “Il sindaco di Foggia” si legge in uno dei passaggi del documento “nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali della primavera 2010, ha annoverato tra i suoi più fattivi sostenitori alcuni componenti della famiglia Piserchia, noti pregiudicati in materia di traffico di stupefacenti”. In quell’anno, dopo due mandati da conigliere comunale, sfiorò l’elezione a consigliere regionale risultando il candidato più votato nella circoscrizione di Foggia. Voti che, secondo gli inquirenti, sarebbero almeno in parti stati ottenuti grazie all’appoggio dei clan. Oltre a questo, “La moglie del sindaco” si legge “è cugina di primo grado di Claudio Di Donna detto ‘Setola’, coinvolto dal 2009 in vicende penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, che, al di là dell’esito processuale, evidenziano la contiguità se non l’organicità dello stesso all’organizzazione mafiosa Società Foggiana”. Lo stesso Di Donna che, tra l’altro, fu coinvolto nel maxi blitz “Double Edge” che nel 2002 portò all’arresto di 31 persone tra cui alcuni degli esponenti apicali della criminalità organizzata foggiana. Nell’ultima campagna elettorale, proprio da Di Donna arrivò il supporto al candidato sindaco con un video girato davanti ad un comitato elettorale di Landella in cui invitava i propri concittadini a votare per la coalizione di centrodestra.

Il sindaco ha smentito ogni suo possibile legame con i clan sostenendo che si tratti di una “colossale macchina del fango” messa in moto dai suoi oppositori. Quello che rimane, però, è una relazione nelle mani della commissione che dovrà pronunciarsi circa la possibilità di uno scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. Un provvedimento che sembra sempre più possibile visto che, oltre alle relazioni pericolose del primo cittadino, sono emersi pesanti condizionamenti della pubblica amministrazione. Secondo i documenti in possesso della Commissione, e parzialmente svelati da Repubblica, i clan storici della città avrebbero stretto un accordo per massimizzare la propria influenza sulla politica locale. Clan storicamente opposti come i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese, avrebbero deciso di unirsi per condizionare l’amministrazione pubblica ottenendo concessioni e appalti in ogni settore: dai tributi alla gestione del cimitero, dalla manutenzione delle strade a quella del verde. I clan a Foggia controllano tutto, e non solo metaforicamente visto che tra gli appalti che sarebbero finiti nelle mani della criminalità organizzata vi sarebbe anche quello relativo agli impianti di videosorveglianza che consentirebbe agli uomini dei clan di controllare letteralmente ogni angolo della città.

Landella nega tutto e si dice sicuro di un epilogo favorevole ma nel frattempo rimane sempre più isolato. Non sembrano infatti altrettanto convinti i consiglieri della maggioranza che, stando ad alcune indiscrezioni, sarebbero pronti a dimettersi prima della scure del governo che potrebbe definitivamente chiudere il caso. Un modo, insomma, per prendere le distanze da Landella e ripresentarsi come se nulla fosse alla prossima tornata elettorale. Intanto, però, Foggia aspetta di sapere cosa accade realmente nei palazzi del potere cittadino.

Il pentito che accusa Giorgia Meloni: “Diede 35mila euro ai clan per ottenere voti”

Dalle parole di un collaboratore di giustizia arrivano pesanti accuse verso la leader di Fratelli d’Italia. Agostino Riccardi racconta ai magistrati romani di come Giorgia Meloni avrebbe pagato 35mila euro ai clan rom in cambio di voti per le elezioni politiche del 2013.

La denuncia arriva direttamente dalle parole del collaboratore di giustizia Agostino Riccardi ed è una di quelle notizie che, potenzialmente, potrebbero scatenare un terremoto politico. Parlando con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia capitolina, Riccardi ha rivelato di come in occasione delle elezioni politiche nel 2013 Fratelli d’Italia avrebbe cercato il supporto e i voti dei clan. Con la sua collaborazione Riccardi sta aiutando i pm romani a ricostruire le vicende relative al clan nomade Travali, già finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per il video rap dei rampolli del clan.

Proprio il clan Travali, colpito duramente con l’indagine “Reset” delle scorse settimane, Fratelli d’Italia si sarebbe rivolto in cerca di voti. Secondo le parole del collaboratore di giustizia, infatti, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a recarsi da loro per chiedere un sostegno in vista della tornata elettorale su suggerimento di Pasquale Maietta, all’epoca astro nascente della formazione politica poi finito al centro delle cronache per i suoi legami con i clan e con il boss dei Casamonica Costantino “Cha Cha” Di Silvio. “Nel 2013 alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini” si legge nelle dichiarazioni di Riccardi. “Maietta ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonché del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”. Ma ovviamente quei “ragazzi” non si sarebbero occupati gratuitamente della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Quando Maietta si rivolse alla Meloni per dirle che c’era bisogno di un pagamento lei non si sarebbe fatta troppi scrupoli: “Non c’è problema.” Avrebbe detto “Parlatene con il mio segretario” avrebbe detto.

L’incontro tra gli uomini del clan e il segretario di Giorgia Meloni si sarebbe svolto nei giorni successivi al Caffè Shangrila di Roma e in breve tempo, “senza usare telefoni o altre apparecchiature elettroniche”, si arrivò ad un accordo. Fratelli d’Italia avrebbe infatti pagato al clan 35mila euro per procurare voti e affiggere manifesti elettorali in giro per la città di Latina, pesantemente controllata dal clan nomade come testimoniato dalle recenti inchieste.

Si tratta, come comprensibile, di dichiarazioni che potrebbero avere ripercussioni pesantissime sul partito e sull’immagine di Giorgia Meloni. Dopo le numerose inchieste che negli ultimi anni hanno portato alla luce legami tra esponenti del partito, soprattutto a livello locale, e criminalità organizzata le parole di Riccardi mettono per la prima volta in relazioni i vertici del partito con un potente clan mafioso. Se fino ad ora Giorgia Meloni aveva (quasi) sempre avuto parole di condanna per chi, nel suo partito, veniva coinvolto in inchieste di mafia ora si ritrova coinvolta in prima persona ed è chiamata a difendersi. La prima risposta è ovviamente arrivata via Facebook con un video in cui la leader di Fratelli d’Italia ha smentito tutto: “Io non faccio affari con i rom, io non metto i soldi nelle buste del pane, la notizia è inventata” ha commentato “Devo pensare che gli inquirenti l’abbiano considerata infondata altrimenti mi avrebbero chiesto conto di una notizia che mi infanga e mi chiedo come sia possibile che una rivelazione del genere sia finita su Repubblica, senza che nessuno abbia inteso chiedermi un punto di vista. È partita la macchina del fango contro l’unico partito di opposizione. Non ci facciamo intimidire. Gli ultimi sondaggi ci danno sopra il 18%”.

Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.  

Il maxiprocesso alla ‘ndrangheta e quelle tre donne protagoniste

Nel silenzio pressoché totale della stampa nostrana, a Lamezia Terme si sta celebrando con ritmi serratissimi il più importante procedimento giudiziario della recente storia italiana. Ma nel disinteresse dei media, a giudicare gli oltre trecento imputati nel più grande processo alla ‘ndrangheta saranno tre donne.

È il più grande processo per mafia dai tempi del maxiprocesso di Palermo. Eppure, in Italia, del procedimento in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme a carico di 325 imputati sembra importare a pochi. Mentre la stampa estera, dal The Guardian al Times passando per la Reuters e Associated Press, segue con attenzione e curiosità quello che è a tutti gli effetti il più importante processo in corso nel nostro paese, i media italiani non riservano che qualche trafiletto secondario al maxiprocesso calabrese, troppo presi a seguire le vicende che ruotano attorno al nuovo governo. Eppure, di spunti per parlarne ce ne sarebbero parecchi. A partire dai tre giudici che compongono il collegio che sarà chiamato a decidere la colpevolezza o l’innocenza di più di trecento persone: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Rispettivamente 39, 34 e 41 anni. Tre giovanissime donne che entreranno giocoforza nella storia giudiziaria del nostro paese per aver condotto il più importante processo contro le cosche calabresi.

La prima decisione presa dalla presidentessa Cavasino è già controcorrente e a suo modo storica: vietare le riprese televisive all’interno dell’aula bunker. Nonostante l’attenzione internazionale sia, come detto, altissima con centinaia di giornalisti che assistono alle udienze la decisione della Cavasino è volta a non spettacolarizzare il procedimento. Nessuna diretta televisiva, nessun video delle udienze per i tg o per i posteri come invece accadde al maxiprocesso di Palermo. Nessuno spazio a strumentalizzazioni o esposizioni ulteriori. Sì, perché le tre giudici del collegio sono già esposte a rischi evidenti e comprensibili, tanto che il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, rivolgendosi alla Corte ha chiesto che i giudici vengano “esonerati dal trattare altre questioni penali per dedicarsi esclusivamente a questo dibattimento”. L’obiettivo è fare il più presto possibile per ridurre al minimo le possibilità che qualcosa possa andare storto. Ed allora ecco subito fissato un calendario fittissimo con sei udienze settimanali per questo avvio di procedimento. Poi diventeranno 3 o 4 la settimana fino alla fine.

Da alcuni giorni le tre giudici hanno iniziato ad ascoltare in aula le deposizioni di pentiti e collaboratori che hanno rivelato i meccanismi della ‘ndrangheta, i rapporti tra le cosche e quella proposta arrivata da Totò Riina in persona. Secondo il pentito Franco Pino, la cui testimonianze è stata confermata dal riscontro con il collaboratore Umile Arturi, il boss corleonese avrebbe infatti chiesto alle cosche calabresi di aderire alla strategia stragista intrapresa da Cosa nostra dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. Una proposta rifiutata però dai clan di ‘ndrangheta perché, racconta Artusi, “se avessimo aderito alla strategia stragista dei siciliani avremmo trasferito i casini successi in Sicilia anche in Calabria e ciò non era conveniente per la ‘ndrangheta”. La presidentessa Cavasino e i giudici a latere Caputo e Romano ascoltano attentamente senza lasciar sfuggire nulla. Osservano imputati e collaboratori. Si confrontano. Davanti a loro un monumento della lotta al crimine organizzato come Nicola Gratteri a guidare un pool di pubblici ministeri preparati ed agguerriti. Dalla parte opposta un esercito di avvocati determinati a dare battaglia udienza dopo udienza per difendere i loro assistiti. E loro tre nel mezzo, in quella che sembra un’avventura degna di un romanzo epico. E invece è il più importante processo della recente storia italiana. Anche se in Italia, ancora, non ce ne siamo resi conto.

Cina ed Europa bloccano i rifiuti. Come le nuove limitazioni potrebbero favorire le ecomafie

Dal primo gennaio 2021 il mondo dei rifiuti verrà stravolto. A partire da quella data, infatti, entreranno in vigore due norme che incideranno in maniera determinante sul mondo in cui oggi vengono trattati rifiuti plastici e non solo. Ma c’è un rischio che rimane in agguato: gli ecocriminali.

L’inizio del nuovo anno porterà una serie di novità nel settore dei rifiuti che potrebbero sconvolgere l’intera filiera portando i principali produttori di scarti a dover riconsiderare le proprie politiche. Con il nuovo anno entreranno infatti in vigore due norme che potrebbero stravolgere in maniera pesante, e con altrettanto pesanti ripercussioni, la geografia dell’export di rifiuti di ogni genere. La prima novità arriva dalla Cina che, come punto finale della propria strategia green in tema di rifiuti, con il nuovo anno vieterà l’importazione di tutti i rifiuti solidi provenienti dall’estero vietandone lo scarico, il deposito e lo smaltimento. Un cambiamento epocale per una nazione che da decenni ricopre un ruolo centrale nel riciclo e nello smaltimento degli scarti di tutto il mondo. Fino al 2017, infatti, quasi la metà dei rifiuti prodotti in tutto il mondo venivano esportati verso la Cina come risultato della grande capacità del colosso asiatico di smaltire e in parte riciclare quegli scarti. A partire da quell’anno, però, la nuova politica in tema ambientale della Cina ha portato ad una graduale chiusura delle frontiere con il divieto di importazione prima di 24 tipologie di rifiuti solidi poi di tutti i rifiuti plastici fino alla svolta del 2021 con lo stop totale a qualsiasi tipo di rifiuto. Ma se la decisione della Cina era prevista e conosciuta da tempo, grazie ai rigidi piani economici pluriennali del paese asiatico, più sorprendente ma non meno importante risulta essere quella dell’Unione Europea. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione Europea ha varato nuove regole per lo smaltimento di rifiuti stabilendo il divieto assoluto a partire dal nuovo anno di esportare i rifiuti plastici verso i paesi non OCSE. Nella pratica, dunque, i paesi membri dell’Unione Europea non potranno spedire verso i paesi più poveri del mondo i propri scarti plastici vedendo limitata a soli 37 paesi con PIL medio-alto di cui 21 fanno parte della comunità Europea.

Le due misure avranno senza dubbio ripercussioni pesanti sui principali paesi europei e non solo. Con riferimento all’Italia, il blocco dell’importazione di rifiuti da parte della Cina andrà ad incidere in maniera significativa come già avvenuto per i divieti parziali degli scorsi anni. Nel 2018 secondi il rapporto sui rifiuti speciali curato da ISPRA, il nostro paese ha spedito nel paese asiatico 103.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi con una contrazione di quasi il 50% rispetto all’anno precedente dovuta alle restrizioni iniziate quell’anno. Ancor di più, però, inciderà il blocco dell’esportazione di rifiuti plastici verso paesi non OCSE imposto dall’UE. Come conseguenza al calo delle esportazioni verso la Cina, sono quasi raddoppiate tra il 2017 e il 2018 quelle verso paesi meno sviluppati con oltre 230 mila tonnellate di rifiuti indirizzate verso 11 paesi fuori dall’OCSE contro le 120mila esportate l’anno precedente. Pur non trattandosi esclusivamente di rifiuti plastici è innegabile che una buona fetta (almeno un terzo) di quelle 230 tonnellate rientrino tra i materiali che ora non sono esportabili. Senza considerare l’ulteriore aumento che si è senza dubbio registrato nei due anni successivi all’ultimo rilevamento dell’ISPRA. Con la chiusura di diversi mercati sarà più difficile poi anche far smaltire i propri rifiuti a quei paesi verso cui saranno ancora consentite le esportazioni. Se infatti ad oggi molti dei rifiuti plastici erano indirizzati verso Austria e Germania, in futuro quella quota potrebbe diminuire visto che anche i due paesi ridurranno le esportazioni per smaltire quei rifiuti che prima indirizzavano verso paesi non OCSE o verso la Cina.

Il rischio è che con la chiusura di molti mercati di riferimento in tema di rifiuti si possano alimentare fenomeni criminali già particolarmente forti nel nostro paese. Come riportato da Legambiente nel suo annuale rapporto sulle ecomafie, infatti, gli illeciti in materia di rifiuti sono in costante crescita in Italia e nel 2019 sono stati accertati 9.527 reati con un aumento di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Gruppi criminali, più o meno legati alle mafie tradizionali, operano stabilmente da anni nel ciclo dei rifiuti con interessi lungo tutta la filiera dalla raccolta allo smaltimento passando per il trasporto ed anche l’esportazione. Sono infatti decine di migliaia le tonnellate di rifiuti che vengono esportate illegalmente verso paesi in cui lo smaltimento è più conveniente aggirando le norme italiane e internazionali per smaltire a costo minore avvalendosi dell’intermediazione criminale. Se non si ha una stima precisa di quanti rifiuti vengano ogni anno portati al di fuori dal nostro paese illegalmente, diretti principalmente in Asia e nei Balcani, sappiamo che nel 2019 oltre 2mila tonnellate di rifiuti pronti ad essere esportati con documentazioni false sono stati sequestrati dall’Agenzia delle dogane che ne ha impedito la partenza. Ad alimentare questi traffici, oltre a motivi di profitto e convenienza, vi sono anche gravi deficit degli impianti italiani che uniti ai costi troppo elevati portano troppo spesso gli imprenditori a rivolgersi a gruppi criminali per gestirne lo smaltimento. Così la filiera dei rifiuti è diventata per la criminalità un business in grado di garantire profitti paragonabili solo a quelli provenienti dal narcotraffico. Un business che, senza i dovuti accorgimenti e le correzioni necessarie, rischia di essere ulteriormente alimentato dalle nuove politiche sui rifiuti di Cina ed Europa

Mafia sounding: la mafia come brand e le distrazioni italiane

“La mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo”
-Marlon Brando-


La voglia di Italia, spesso, nel mondo si traduce in mafia. Per ristoranti, trattorie, brand di abbigliamento e tanto altro la criminalità è diventata un marchio da sfruttare per vendere di più ed essere direttamente ricollegabili al nostro paese. Accade all’estero, come dimostra il caso dei ristoranti “La Mafia se sienta a la mesa”, ma anche da noi come visto con i mafia tour organizzati in Sicilia o con i souvenir del padrino venduti ai turisti. E ogni volta che qualcuno accosta il nostro paese alla parola mafia, o utilizza il termine e la sua simbologia per farne un brand parte la, giustissima, levata di scudi con un’ondata di indignazione che attraversa tutto il paese.

Mafia sounding – È il cosiddetto fenomeno del “mafia sounding”, termine con cui si indicano tutti quei prodotti brandizzati “Mafia” in giro per il mondo. Senza distinzione tra mafie. Camorra, Cosa nostra, ‘ndrangheta e mafie straniere. Tutte nello stesso calderone, tutte a rimandare inequivocabilmente al nostro paese. La lista delle attività che utilizzano il “mafia sounding” è estremamente lunga: in Belgio troviamo il ristorante italiano “I Mafiosi”, a Siviglia la “Trattoria Cosa Nostra” (pure ben recensita su TripAdvisor), in Brasile la trattoria “La Mafia” (con 4,5 stelle sul sito di recensioni) e in Argentina il ristorante “Arte de Mafia”. Su internet poi è possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”, comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com) con sottofondo musicale a tema. Lo scorso anno la Coldiretti ha lanciato l’allarme sottolineando come nel mondo il brand mafia nel settore alimentare costituisca un business miliardario ponendosi come una sorta di certificato d’eccellenza dell’origine italiana del prodotto.

Ma il “mafia sounding” non si esaurisce nel settore alimentare, dove pure trova la sua massima espansione. Dall’abbigliamento alle band musicali, la parola mafia (o simili) si possono trovare pressoché ovunque. Di tanto in tanto spunta un nuovo esempio e subito in Italia si infiamma il dibattito sulla legittimità di utilizzare una parola che racchiude un significato ed una storia così terribile con così tanta leggerezza. Ci infervoriamo contro quei paesi esteri che non conoscono la storia delle mafie italiane, che non conoscono il dolore che hanno provocato e chiediamo a gran voce in tutte le sedi che quelle attività cessino o che cambino marchio e stile. Ma mentre guardiamo l’estero, a volte sembriamo non accorgerci di come lo stesso fenomeno si ripeta quasi identico nel nostro paese.

Italia – Non sono infatti rari in Italia i casi in cui viene utilizzato il brand mafia, o parole e simboli ad esso connessi. L’intento, però, in questo caso sembra essere diverso: non più un modo per ricondurre un prodotto al nostro paese ma un modo per sottolineare il potere e il prestigio insito in quella simbologia. Così, ad esempio è emblematico il caso delle magliette con il volto di Felice Maniero, storico boss della Mala del Brenta, e la scritta “fasso rapine”. La linea di t-shirt qualche anno fa dal produttore e stilista Stefano Cigana aveva come obiettivo, secondo l’ideatore, quello di creare maglie con frasi simpatiche in dialetto. Poco importa se con quell’immagine e quella frase in dialetto si pubblicizzava uno dei più celebri criminali veneti di tutti i tempi. A differenza di quanto accade quando ad utilizzare il “mafia sounding” sono gli altri, però, il caso non fece troppo clamore, anzi. Quello che maggiormente si lamentò di quella maglietta, minacciando querele al produttore, fu proprio Felice Maniero infastidito dall’utilizzo non autorizzato del proprio volto. Le magliette in questione, dopo le proteste del boss del Brenta e di un manipolo di cittadini veneti, ebbero vita breve e vennero ritirate dal commercio. Lo stesso non può dirsi delle migliaia di gadget, statuine, magliette e chi più ne a più ne metta che ogni anno vengono vendute ai turisti che visitano la Sicilia con immagini de “il Padrino” o simbologia mafiosa in generale.

Quando poi il brand riguarda una mafia straniera, il dibattito scompare completamente. Nessuna levata di scudi, nessuna indignazione ne polemica, come se il caso non esistesse quando non riguarda noi. Da alcuni mesi, ad esempio, circola su Facebook la pagina di un nuovo marchio di abbigliamento: El Chapo – Milano. Magliette, felpe e scaldacollo che riportano il nome del più pericoloso narcotrafficante del Messico e come logo il teschio tipico delle celebrazioni del Giorno dei morti del paese centroamericano. Un marchio che sul proprio sito si autodefinisce “riconoscibile e potente” oltre che “sinonimo di carattere risoluto, di scelte da leader e di stile da vendere”. Riconoscibile e potente, proprio come lo è Joaquín Archivaldo Guzmán: signore della droga, ora detenuto negli USA, con un patrimonio stimato in 14 miliardi che ha messo in ginocchio uno stato intero. Così riconoscibile e potente da trasformare la propria prigionia negli anni ’90 in un covo dove organizzare incontri con i suoi associati e organizzare festini servito e riverito dalle guardie che dovrebbero controllarlo. Così risoluto da riuscire ad evadere da un carcere di massima sicurezza negli USA nel 2015. Così leader da aver causato, direttamente o indirettamente, la morte di quasi ventimila (18.143) persone in dieci anni nello stato di Sinaloa da lui controllato. Eppure dal 18 settembre, giorno in cui è stata lanciata la pagina Facebook e il sito, il suo nome è accostato a quello di una delle principali città italiane senza che nessuno se ne preoccupi. Dal 18 settembre è possibile acquistare prodotti con il brand “El Chapo” sul sito mentre nella home degli utenti di Facebook compaiono le inserzioni a pagamento della pagina social.

Viene spontaneo chiedersi perché l’utilizzo del termine mafia è condannato in modo unanime quando riguarda gli stranieri ma è sopportato quando si tratta di prodotti nostrani. Sarebbe bello vedere la stessa indignazione a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’utilizzo del nome di Falcone e Borsellino in una pizzeria di Francoforte, o quella riservata al caso della catena spagnola di ristoranti, anche per i casi italiani. Perché il “mafia sounding” va condannato allo stesso modo in cui vanno condannate le organizzazioni criminali, italiane o straniere che siano. Si tratta di buon senso, di rispetto per chi ha dato la vita per combatterle e per chi la rischia per combatterle ogni giorno. Si tratta di negare un riconoscimento di potere e prestigio alle mafie ricordandoci che sono, ancora e sempre, solo “una montagna di merda”.

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Si ringrazia Thomas Aureliani per la, involontaria, segnalazione sul brand “El Chapo – Milano”

Chi è Michele Senese: il re pazzo che si è preso Roma

Questa mattina i carabinieri della capitale hanno condotto la seconda operazione anticamorra in pochi mesi. Tra gli arrestati spicca il nome di Michele Senese, detto ‘o Pazzo a causa delle perizio psichiatriche con cui ha evitato per decenni accuse e condanne. Ecco chi era il “capo indiscusso della capitale”.

La capitale si sveglia con il suono delle volanti che che attraversano la città semi deserta a sirene spiegate seguite dall’alto dagli elicotteri dei carabinieri. I militari dell’arma si spostano da un lato all’altro della città ed irrompono nelle abitazioni per portare a termine il secondo blitz anticamorra in pochi mesi dopo quello che nel luglio scorso aveva già colpito la famiglia Senese. Ancora una volta, in questa nuova operazione, nel mirino degli inquirenti ci sono gli interessi del clan che viene colpito al cuore con 28 arresti per soggetti ritenuti appartenenti ad un’organizzazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e, a vario titolo, di estorsione, detenzione e porto illegale di armi, lesioni personali gravissime, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori, reati, per la maggior parte, aggravati dal metodo mafioso.

Tra le misure cautelari eseguite stamattina c’è anche quella nei confronti di Michele Senese, detto ‘o Pazzo per le numerose perizie psichiatriche con cui ha evitato per anni arresti e condanne. È lui il fulcro dell’organizzazione. È lui che dal carcere di Catanzaro, dove sta scontando una condanna quale mandante dell’omicidio del boss della Marranella Giuseppe Carlino, tesseva le fila di un cartello della droga divenuto egemone nella capitale. “A Roma comanda tutto lui. Senese è il capo indiscusso della capitale” dicevano di lui i suoi sodali e, a quanto pare, non avevano tutti i torti. Secondo gli inquirenti, infatti, sotto la guida di Senese avrebbero agito diversi gruppi criminali dediti al traffico e alla vendita di stupefacenti raccolti in un’organizzazione sovraordinata in grado di coordinare e controllare i sodalizi autonomi. In questo modo Michele ‘o Pazzo aveva il controllo quasi assoluto del narcotraffico e delle attività criminali che si svolgevano sul territorio romano. Sotto di lui operavano boss emergenti come Maurizio Monterisi che gestiva il traffico e le piazze nel quartiere di Tor Bella Monaca, o Domenico di Giovanni che insieme al figlio Ugo aveva il controllo dell’area tra Tuscolano e Cinecittà. E torna a comparire nelle carte degli inquirenti anche il nome di Fabrizio Piscitelli, l’ultras della Lazio noto come Diabolik ucciso in un agguato nell’agosto 2019. Secondo le indagini Piscitelli sarebbe stato parte integrante del cartello controllato da Senese e sarebbe stato a capo di una banda criminale dedita all’importazione e alla distribuzione di ingenti quantità di stupefacenti dal Sudamerica.

Quello di Michele Senese, però, non è certo un nome nuovo per le cronache romane. Nato nel 1957 ad Afragola, Senese arriva nella capitale negli anni ’80 come uomo di fiducia del clan Moccia con il compito di stanare e uccidere gli affiliati alla Nco di Cutolo che proprio su Roma voleva espandere i propri interessi. Ma ‘o pazzo non si limiterà a quello. Nel giro di pochi anni aumenta il suo potere e il suo prestigio diventando un pezzo da novanta della criminalità campana nella Capitale. Tra il 1987 e il 1990 importa hashish e cocaina dalla Spagna attraverso il clan Gallo di Torre Annunziata, tra il 1991 e il 1992 si allea con gli Abate di San Giorgio a Cremano e comincia a importare anche eroina dalla Turchia. Stringe rapporti con la malavita locale sugellando un’ascesa che a fine anni ’90 lo vede in una posizione egemone che lo pone tra le più importanti personalità criminali di Roma. Laurentino, Cinecittà, Tuscolano, Primavalle, Ostia, Torvaianica, Fiumicino, Ciampino, le piazze di spaccio dei principali quartieri della città eterna iniziano ad avere un unico fornitore in grado di controllare l’attività ovunque. L’ex enfant prodige di Afragola in meno di 20 anni ha conquistato Roma diventando “il capo indiscusso della Capitale”. Nel 2009, quando viene arrestato per la prima volta nell’ambito dell’operazione Orchidea, gli inquirenti tracciano di lui il ritratto di un personaggio in grado di comandare, organizzare, coordinare. Uno capace di fare da punto di riferimento per le altre forze criminali. Tornato libero per qualche anno, nel 2014 arriva la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Carlino, boss della Marranella ucciso nel 2001 sul lungomare di Torvaianica. Senese lo avrebbe ucciso per vendicare l’omicidio del fratello Gennaro ma questa volta nessuna perizia psichiatrica è riuscito a salvarlo. Ma l’arresto di Senese non ha fermato né il clan né tantomeno lui. Michele Senese ha infatti continuato a svolgere un ruolo di vertice dal carcere durante la detenzione organizzando le attività dei suoi sodali anche a distanza.

Scacco alla mafia Foggiana: 40 arresti nella notte e L’Antimafia invoca lo scioglimento del comune.

Nella notte è scattata l’operazione “Decimabis” con l’arresto di 40 appartenenti ai tre principali clan della “Società Foggiana”. Tra gli arrestati anche dipendenti del comune di Foggia il cui coinvolgimento ha gettato ombre inquietanti su una possibile infiltrazione più profonda della criminalità nell’amministrazione pubblica.

A Foggia e provincia va in scena una “generalizzata, pervasiva e sistematica pressione estorsiva nei confronti di imprenditori e commercianti”. In sostanza, secondo quanto rivelato dagli investigatori, non c’è settore economico che la mafia foggiana abbia risparmiato. Per questo motivo questa mattina centinaia di agenti di polizia e carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 40 indagati ritenuti appartenenti o contigui all’organizzazione mafiosa e responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, tentata estorsione, usura, turbativa d’asta e traffico di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso. In manette sono finiti tra gli altri anche due esponenti apicali della società foggiana: i boss, appartenenti ai clan omonimi, Federico Trisciuoglio e Pasquale Moretti. L’indagine, denominata “Decimabis”, è scaturita dagli attentati di inizio anno ed è la prosecuzione dell’operazione “Decima Azione” conclusasi nel novembre 2018 con 30 arresti.

Con questa operazione le forze dell’ordine hanno colpito i tre clan più influenti del foggiano in grado negli ultimi mesi di imporre il proprio potere sul territorio: i clan Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe. Le tre famiglie secondo gli inquirenti avrebbero siglato una sorta di patto di non belligeranza per calmare le acque dopo gli arresti del 2018 spartendosi il territorio per massimizzare i profitti senza generare clamore. In questo modo avrebbero di fatto tenuto sotto scacco l’intera provincia foggiana imponendo il pizzo a imprenditori e commercianti senza risparmiare nessuno. Dalla ristorazione all’edilizia passando addirittura per il mercato settimanale di Foggia, tutte le attività economiche del territorio sarebbero costrette a sottostare alle estorsioni dei clan per non subire conseguenze. E chi si ribellava rifiutandosi di pagare vedeva la propria attività danneggiata come testimoniano le bombe esplose a ripetizione a inizio anno in tutta la provincia. “È emersa” si legge inoltre nell’ordinanza “l’esistenza di una lista contenente i nominativi degli imprenditori sottoposti ad estorsione, circostanza sintomatica di una vera e propria cappa di sopraffazioni e abusi in danno dei settori produttivi operanti nella città di Foggia”.

Pur se contrapposte da sempre per una questione di leadership interna, dunque, le tre “batterie” si sarebbero ritrovate unite nella condivisione degli interessi economico-criminali, gestiti secondo schemi di tipo consociativo. Fondamentale per la ricostruzione delle attività e dei ruoli all’interno della società foggiana è stato il ruolo di tre collaboratori di giustizia che hanno spiegato agli inquirenti il funzionamento della mafia che, secondo le parole di Cafiero de Raho, è attualmente “il nemico numero uno dello stato”. Tra i collaboratori di giustizia, oltre ad Alfonso Capotosto e Carlo Verderosa che da ormai diverso tempo sono noti per le loro rivelazioni, è emerso per la prima volta il nome di Giuseppe Folliero la cui collaborazione dura da due anni ma è sempre stata tenuta nascosta proprio per garantire il buon esito di questa operazione. Proprio grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia gli inquirenti hanno potuto accertare l’infiltrazione della criminalità organizzata anche nell’amministrazione pubblica. In manette è infatti finito anche un dipendente del comune di foggia, in servizio all’Ufficio ‘Dichiarazione Morte Stato Civile’ e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fornito ad esponenti della batteria Sinesi-Francavilla, i nomi delle persone decedute, funzionali al compimento di attività estorsive nei confronti delle agenzie funerarie. Un altro dipendente pubblico, poi, avrebbe fornito ai clan informazioni su bandi e appalti pubblici per favorire l’accesso dei clan ad importanti opere nel settore dell’edilizia.

Proprio il coinvolgimento di dipendenti pubblici collegati, in modo più o meno diretto, alla società foggiana ha portato il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia a prendere una posizione dura. Nicola Morra, infatti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’accesso al Comune di Foggia come strumento di verifica per accertare fino a che punto la presenza criminale sia permeata negli uffici pubblici e verificare se vi siano i presupposti per lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. “Per dissipare qualsiasi ombra sul Comune di Foggia” ha detto Morra “chiedo che la ministra Lamorgese si attivi immediatamente così da poter dare risposte concrete ai cittadini foggiani che devono potersi fidare dello Stato cominciando dal proprio organo di amministrazione comunale”.


I nomi di tutti gli arrestati nell’operazione di oggi:

Federico Trisciuoglio nato a Foggia il 20.10.1953
Felice Direse nato a Foggia il 20.11. 1969
Gioacchino Frascolla nato a Foggia il 20.04.1985
Antonio Riccardo Augusto Frascolla detto ‘Antonello’ nato Foggia il 17.02.1990
Raffaele Palumbo nato a Foggia il 23.01.1984
Antonio Verderosa detto ‘Sciallett’ nato a Foggia il 26.05.1968
Marco Gelormini nato a Foggia il 10.04.1986
Ivan Narciso nato a Foggia il 08.06.1990
Michele Carosiello nato a Cerignola il 30.08.1980
Giusepep Perdonò nato a Foggia il 01.02.1988
Massimiliano Russo nato a Foggia il 11.06.1975
Michele Cannone nato a Foggia il 22.09.1970
Marco Salvatore Consalvo nato a Foggia il 16.08.1975
Michele Morelli detto ‘Pace e cui’ nato a Foggia il 08.06.1989
Savino Ariostini detto ‘Nino55’ nato a Foggia il 01.04.1969
Alessandro Aprile ‘Schiattamorti’ nato a Foggia il 27/02/1984
Francesco Tizzano nato a Foggia il 20.01.197
Antonio Salvatore detto ‘Lascia Lascia’ nato a Foggia il 26/02/1991
Francesco Pesante nato a Foggia il 04/01/1988
Ivan Emilio D’Amato nato a Foggia il 11/07/1973
Massimo Perdonò nato a ·Foggia il 11/09/1977
Ernesto Gatta nato a Foggia il 02.06.1974
Giusepep De Stefano nato a Foggia il 01.03.1982
Antonio Vincenzo Pellegrino detto ‘Capantica’ nato a Foggia il  13.06.1952
Antonio Miranda nato a Foggia il 05.09.195
Tommaso Alessandro D’Angelo nato a Foggia il 18.08.1985
Domenico Valentini nato a Foggia il 15.08.1972
Rocco Moretti nato a Foggia il 29.05.1997
Nicola Valletta nato a Cerignola il 03.07.1986
Leonardo Gesualdo detto il ‘Vavoso’ nato a Foggia il 28.06.1986
Pietro Stramacchio nato a Foggia il 06.09.1976
Pasquael Moretti nato a Foggia il 11.05.1977
Benito Palumbo nato a Foggia il 05.08.1987
Mario Clemente nato a Foggia il 12.08.1980
Adelio Pio Nardella nato a Foggia il 29.02.1966
Sergio Ragno nato a Foggia il 29.05.1977
Ciro Stanchi nato a Foggia il 14.12.1973
Giovanni Rollo nato a Foggia il 18.08.1987
Alessandro Alessandro nato a Foggia il 13.01.1979
Marco D’Adduzio nato a Foggia il 21.09.1968 (agli arresti domiciliari)

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