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Dal caso Moro alla NCO: storia e segreti di Raffaele Cutolo

Mi scervello e m’asciugo la fronte
Per fortuna c’è chi mi risponde
A quell’uomo sceltissimo immenso
Io chiedo consenso a don Raffae


Non misteri ma prove. È questo quello che Raffaele Cutolo porterà con sé nella tomba. Perché di quello che ha fatto quel don Raffaè cantato da Faber si sa molto anche se nulla è stato detto. “Son sepolto vivo in una cella” aveva dichiarato nel 2015 “ma se esco e parlo crolla il Parlamento”. Con lui se ne va un uomo che avrebbe potuto far luce su alcuni dei principali misteri della storia italiana, oltre che su tante vicende di camorra. Si definiva un “Robin Hood” dei giorni nostri ma altro non era che un sanguinario boss in grado di ordinare oltre mille omicidi. Depositario di segreti e misteri su una politica compromessa e complice. Uomo di potere e di violenza. Idolatrato dai suoi seguaci, temuto dai suoi rivali, troppo spesso poco combattuto dallo stato.

NCO – “La vera camorra sta a Roma, mica qua” diceva Cutolo. Ma la camorra, quella più vera e sanguinaria, stava proprio a Napoli. E lui ne è stato uno dei volti più iconici e brutali. La sua “carriera” criminale ha inizio nel 1963 con l’omicidio di Mario Viscito, colpevole di aver offeso la sorella Rosetta. Da latitante, tra il 1970 e il 1971 incontrò i capi delle ‘ndrine calabresi che gli suggeriscono di dar vita a una vera struttura criminale organizzata, come quelle della ‘ndrangheta e di Cosa nostra. Quell’idea stuzzicò particolarmente Cutolo, studioso e nostalgico della camorra delle origini di cui rimpiangeva i fasti, tanto da convincerlo a provare a realizzarla. Arrestato nel 1971 fondò dal carcere di Poggioreale la Nuova Camorra Organizzata basata sui meccanismi piramidali (picciotto, camorrista, sgarrista, capozona e santista) simili a quelli delle altre mafie, con l’affiliazione attraverso rituali di ispirazione massonica e un forte culto della personalità del capo: ovviamente Raffaele Cutolo. Da un lato propensa agli affari e al mondo imprenditoriale, dall’altro organizzata con una forte struttura paramilitare con quella base di picciotti giovani e spietati, reclutati nel sottoproletariato che punta al riscatto e al denaro facile.

Trasferito dal carcere ad un ospedale psichiatrico nel 1977, Cutolo evase l’anno successivo tornando latitante e potendo per la prima volta vivere da uomo libero la sua nuova creatura. Prese rapporti con la criminalità milanese e romana e inondò di cocaina le strade di Napoli rendendo la NCO uno dei principali soggetti dell’arcipelago di clan di camorra. Negli anni successivi la nuova camorra organizzata cresce a dismisura occupando tutti i settori dell’economia legale ed illegale. La popolarità di Cutolo è alle stelle. Tratta da pari con Cosa nostra, stringe legami con il mondo politico e imprenditoriale. “Dicono che ho organizzato la nuova Camorra.” Disse allo storico Isaia Sales “Se fare del bene, aiutare i deboli, far rispettare i più elementari valori e diritti umani che vengono quotidianamente calpestati dai potenti e ricchi e se riscattare la dignità di un popolo e desiderare interamente un senso vero di giustizia, rischiando la propria vita per tutto questo, per la società vuol dire camorra, allora ben mi sta quest’ennesima etichetta”. Ma quel novello Robin Hood si era spinto oltre. Aveva invaso gli spazi occupati dagli altri clan, territorialmente e economicamente.

Nacque così la più sanguinosa guerra di mafia che il nostro paese abbia mai vissuto. La lotta tra la Nuova Camorra Organizzata e la Nuova famiglia, cartello di clan unitisi per contrastare Cutolo, si protrasse per anni con una fase particolarmente acuta ad inizio anni ’80: le vittime furono 295 nel 1981, 273 nel 1982, 290 nel 1983. Una mattanza. La decisione di Sandro Pertini di isolare il boss nel carcere dell’Asinara incrinò però il suo prestigio. La sua influenza iniziò ad assottigliarsi. Molti dei suoi uomini capirono che era l’inizio della fine. Molti si dissociarono ed iniziarono a collaborare con la giustizia. Proprio dalle parole di alcuni pentiti si giunse al “venerdì nero della camorra”: il 17 giugno 1983, lo stato decise di farsi sentire con 856 mandati di cattura per gli uomini di don Raffaè. La NCO fu disarticolata. L’esperimento finì in quell’istante. Cutolo, isolato, aveva perso la sua creatura.

I sequestri – Ma i segreti che Cutolo si porta nella tomba riguardano i suoi rapporti con lo stato. Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l’assessore regionale all’Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell’oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni. In quegli ottantanove giorni, però, un ruolo centrale lo svolse proprio Raffaele Cutolo. Fu proprio lui, contattato da politica e servizi segreti, a curare per conto dello stato la trattativa con le Br per il rilascio di Cirillo. Una trattativa che si concluse inevitabilmente con il rilascio dell’ostaggio dietro il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 400 milioni di lire. “Non potevano rifiutare” rivelò Cutolo nel 2016 in un interrogatorio “eravamo più forti dentro e fuori dal carcere. Avrebbero perso”.

Ma tra i misteri ne rimane uno ancora più grande: “Potevo salvare Aldo Moro come feci con Cirillo ma fui fermato” raccontò il 25 ottobre del 2016 alla pm Ida Teresi e al capo della Dda, Giuseppe Borrelli “mi proposi come intermediario ma i politici mi dissero di non intromettermi. Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava”. Un’altra storia che non troverà mai conferma in nessun atto ufficiale. Perché in questi anni, Cutolo non ha mai collaborato con la giustizia. Ogni tanto si vociferava di una sua imminente decisione di rilasciare dichiarazioni, ma era sempre lui a smentirle in prima persona. “Secondo lei è morale fare arrestare 500 persone innocenti o colpevoli per andare a letto con la moglie o l’amante, pagati e protetti dallo Stato? È da anni che i magistrati cercano di convincermi. E sono orgoglioso di aver sempre resistito alla tentazione”. Una volta sembrò cedere, era il 1994, ma intervennero i servizi segreti, come raccontò nel 2010 l’ex capo della Dda di Napoli, Franco Roberti, poi procuratore nazionale antimafia. Così, o’ professore, non ha mai tenuto la sua lezione. Non ha mai parlato, portando con se le prove di tanti misteri ancora irrisolti.  

Il maxiprocesso alla ‘ndrangheta e quelle tre donne protagoniste

Nel silenzio pressoché totale della stampa nostrana, a Lamezia Terme si sta celebrando con ritmi serratissimi il più importante procedimento giudiziario della recente storia italiana. Ma nel disinteresse dei media, a giudicare gli oltre trecento imputati nel più grande processo alla ‘ndrangheta saranno tre donne.

È il più grande processo per mafia dai tempi del maxiprocesso di Palermo. Eppure, in Italia, del procedimento in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme a carico di 325 imputati sembra importare a pochi. Mentre la stampa estera, dal The Guardian al Times passando per la Reuters e Associated Press, segue con attenzione e curiosità quello che è a tutti gli effetti il più importante processo in corso nel nostro paese, i media italiani non riservano che qualche trafiletto secondario al maxiprocesso calabrese, troppo presi a seguire le vicende che ruotano attorno al nuovo governo. Eppure, di spunti per parlarne ce ne sarebbero parecchi. A partire dai tre giudici che compongono il collegio che sarà chiamato a decidere la colpevolezza o l’innocenza di più di trecento persone: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Rispettivamente 39, 34 e 41 anni. Tre giovanissime donne che entreranno giocoforza nella storia giudiziaria del nostro paese per aver condotto il più importante processo contro le cosche calabresi.

La prima decisione presa dalla presidentessa Cavasino è già controcorrente e a suo modo storica: vietare le riprese televisive all’interno dell’aula bunker. Nonostante l’attenzione internazionale sia, come detto, altissima con centinaia di giornalisti che assistono alle udienze la decisione della Cavasino è volta a non spettacolarizzare il procedimento. Nessuna diretta televisiva, nessun video delle udienze per i tg o per i posteri come invece accadde al maxiprocesso di Palermo. Nessuno spazio a strumentalizzazioni o esposizioni ulteriori. Sì, perché le tre giudici del collegio sono già esposte a rischi evidenti e comprensibili, tanto che il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, rivolgendosi alla Corte ha chiesto che i giudici vengano “esonerati dal trattare altre questioni penali per dedicarsi esclusivamente a questo dibattimento”. L’obiettivo è fare il più presto possibile per ridurre al minimo le possibilità che qualcosa possa andare storto. Ed allora ecco subito fissato un calendario fittissimo con sei udienze settimanali per questo avvio di procedimento. Poi diventeranno 3 o 4 la settimana fino alla fine.

Da alcuni giorni le tre giudici hanno iniziato ad ascoltare in aula le deposizioni di pentiti e collaboratori che hanno rivelato i meccanismi della ‘ndrangheta, i rapporti tra le cosche e quella proposta arrivata da Totò Riina in persona. Secondo il pentito Franco Pino, la cui testimonianze è stata confermata dal riscontro con il collaboratore Umile Arturi, il boss corleonese avrebbe infatti chiesto alle cosche calabresi di aderire alla strategia stragista intrapresa da Cosa nostra dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. Una proposta rifiutata però dai clan di ‘ndrangheta perché, racconta Artusi, “se avessimo aderito alla strategia stragista dei siciliani avremmo trasferito i casini successi in Sicilia anche in Calabria e ciò non era conveniente per la ‘ndrangheta”. La presidentessa Cavasino e i giudici a latere Caputo e Romano ascoltano attentamente senza lasciar sfuggire nulla. Osservano imputati e collaboratori. Si confrontano. Davanti a loro un monumento della lotta al crimine organizzato come Nicola Gratteri a guidare un pool di pubblici ministeri preparati ed agguerriti. Dalla parte opposta un esercito di avvocati determinati a dare battaglia udienza dopo udienza per difendere i loro assistiti. E loro tre nel mezzo, in quella che sembra un’avventura degna di un romanzo epico. E invece è il più importante processo della recente storia italiana. Anche se in Italia, ancora, non ce ne siamo resi conto.

Cina ed Europa bloccano i rifiuti. Come le nuove limitazioni potrebbero favorire le ecomafie

Dal primo gennaio 2021 il mondo dei rifiuti verrà stravolto. A partire da quella data, infatti, entreranno in vigore due norme che incideranno in maniera determinante sul mondo in cui oggi vengono trattati rifiuti plastici e non solo. Ma c’è un rischio che rimane in agguato: gli ecocriminali.

L’inizio del nuovo anno porterà una serie di novità nel settore dei rifiuti che potrebbero sconvolgere l’intera filiera portando i principali produttori di scarti a dover riconsiderare le proprie politiche. Con il nuovo anno entreranno infatti in vigore due norme che potrebbero stravolgere in maniera pesante, e con altrettanto pesanti ripercussioni, la geografia dell’export di rifiuti di ogni genere. La prima novità arriva dalla Cina che, come punto finale della propria strategia green in tema di rifiuti, con il nuovo anno vieterà l’importazione di tutti i rifiuti solidi provenienti dall’estero vietandone lo scarico, il deposito e lo smaltimento. Un cambiamento epocale per una nazione che da decenni ricopre un ruolo centrale nel riciclo e nello smaltimento degli scarti di tutto il mondo. Fino al 2017, infatti, quasi la metà dei rifiuti prodotti in tutto il mondo venivano esportati verso la Cina come risultato della grande capacità del colosso asiatico di smaltire e in parte riciclare quegli scarti. A partire da quell’anno, però, la nuova politica in tema ambientale della Cina ha portato ad una graduale chiusura delle frontiere con il divieto di importazione prima di 24 tipologie di rifiuti solidi poi di tutti i rifiuti plastici fino alla svolta del 2021 con lo stop totale a qualsiasi tipo di rifiuto. Ma se la decisione della Cina era prevista e conosciuta da tempo, grazie ai rigidi piani economici pluriennali del paese asiatico, più sorprendente ma non meno importante risulta essere quella dell’Unione Europea. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione Europea ha varato nuove regole per lo smaltimento di rifiuti stabilendo il divieto assoluto a partire dal nuovo anno di esportare i rifiuti plastici verso i paesi non OCSE. Nella pratica, dunque, i paesi membri dell’Unione Europea non potranno spedire verso i paesi più poveri del mondo i propri scarti plastici vedendo limitata a soli 37 paesi con PIL medio-alto di cui 21 fanno parte della comunità Europea.

Le due misure avranno senza dubbio ripercussioni pesanti sui principali paesi europei e non solo. Con riferimento all’Italia, il blocco dell’importazione di rifiuti da parte della Cina andrà ad incidere in maniera significativa come già avvenuto per i divieti parziali degli scorsi anni. Nel 2018 secondi il rapporto sui rifiuti speciali curato da ISPRA, il nostro paese ha spedito nel paese asiatico 103.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi con una contrazione di quasi il 50% rispetto all’anno precedente dovuta alle restrizioni iniziate quell’anno. Ancor di più, però, inciderà il blocco dell’esportazione di rifiuti plastici verso paesi non OCSE imposto dall’UE. Come conseguenza al calo delle esportazioni verso la Cina, sono quasi raddoppiate tra il 2017 e il 2018 quelle verso paesi meno sviluppati con oltre 230 mila tonnellate di rifiuti indirizzate verso 11 paesi fuori dall’OCSE contro le 120mila esportate l’anno precedente. Pur non trattandosi esclusivamente di rifiuti plastici è innegabile che una buona fetta (almeno un terzo) di quelle 230 tonnellate rientrino tra i materiali che ora non sono esportabili. Senza considerare l’ulteriore aumento che si è senza dubbio registrato nei due anni successivi all’ultimo rilevamento dell’ISPRA. Con la chiusura di diversi mercati sarà più difficile poi anche far smaltire i propri rifiuti a quei paesi verso cui saranno ancora consentite le esportazioni. Se infatti ad oggi molti dei rifiuti plastici erano indirizzati verso Austria e Germania, in futuro quella quota potrebbe diminuire visto che anche i due paesi ridurranno le esportazioni per smaltire quei rifiuti che prima indirizzavano verso paesi non OCSE o verso la Cina.

Il rischio è che con la chiusura di molti mercati di riferimento in tema di rifiuti si possano alimentare fenomeni criminali già particolarmente forti nel nostro paese. Come riportato da Legambiente nel suo annuale rapporto sulle ecomafie, infatti, gli illeciti in materia di rifiuti sono in costante crescita in Italia e nel 2019 sono stati accertati 9.527 reati con un aumento di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Gruppi criminali, più o meno legati alle mafie tradizionali, operano stabilmente da anni nel ciclo dei rifiuti con interessi lungo tutta la filiera dalla raccolta allo smaltimento passando per il trasporto ed anche l’esportazione. Sono infatti decine di migliaia le tonnellate di rifiuti che vengono esportate illegalmente verso paesi in cui lo smaltimento è più conveniente aggirando le norme italiane e internazionali per smaltire a costo minore avvalendosi dell’intermediazione criminale. Se non si ha una stima precisa di quanti rifiuti vengano ogni anno portati al di fuori dal nostro paese illegalmente, diretti principalmente in Asia e nei Balcani, sappiamo che nel 2019 oltre 2mila tonnellate di rifiuti pronti ad essere esportati con documentazioni false sono stati sequestrati dall’Agenzia delle dogane che ne ha impedito la partenza. Ad alimentare questi traffici, oltre a motivi di profitto e convenienza, vi sono anche gravi deficit degli impianti italiani che uniti ai costi troppo elevati portano troppo spesso gli imprenditori a rivolgersi a gruppi criminali per gestirne lo smaltimento. Così la filiera dei rifiuti è diventata per la criminalità un business in grado di garantire profitti paragonabili solo a quelli provenienti dal narcotraffico. Un business che, senza i dovuti accorgimenti e le correzioni necessarie, rischia di essere ulteriormente alimentato dalle nuove politiche sui rifiuti di Cina ed Europa

Mafia sounding: la mafia come brand e le distrazioni italiane

“La mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo”
-Marlon Brando-


La voglia di Italia, spesso, nel mondo si traduce in mafia. Per ristoranti, trattorie, brand di abbigliamento e tanto altro la criminalità è diventata un marchio da sfruttare per vendere di più ed essere direttamente ricollegabili al nostro paese. Accade all’estero, come dimostra il caso dei ristoranti “La Mafia se sienta a la mesa”, ma anche da noi come visto con i mafia tour organizzati in Sicilia o con i souvenir del padrino venduti ai turisti. E ogni volta che qualcuno accosta il nostro paese alla parola mafia, o utilizza il termine e la sua simbologia per farne un brand parte la, giustissima, levata di scudi con un’ondata di indignazione che attraversa tutto il paese.

Mafia sounding – È il cosiddetto fenomeno del “mafia sounding”, termine con cui si indicano tutti quei prodotti brandizzati “Mafia” in giro per il mondo. Senza distinzione tra mafie. Camorra, Cosa nostra, ‘ndrangheta e mafie straniere. Tutte nello stesso calderone, tutte a rimandare inequivocabilmente al nostro paese. La lista delle attività che utilizzano il “mafia sounding” è estremamente lunga: in Belgio troviamo il ristorante italiano “I Mafiosi”, a Siviglia la “Trattoria Cosa Nostra” (pure ben recensita su TripAdvisor), in Brasile la trattoria “La Mafia” (con 4,5 stelle sul sito di recensioni) e in Argentina il ristorante “Arte de Mafia”. Su internet poi è possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”, comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com) con sottofondo musicale a tema. Lo scorso anno la Coldiretti ha lanciato l’allarme sottolineando come nel mondo il brand mafia nel settore alimentare costituisca un business miliardario ponendosi come una sorta di certificato d’eccellenza dell’origine italiana del prodotto.

Ma il “mafia sounding” non si esaurisce nel settore alimentare, dove pure trova la sua massima espansione. Dall’abbigliamento alle band musicali, la parola mafia (o simili) si possono trovare pressoché ovunque. Di tanto in tanto spunta un nuovo esempio e subito in Italia si infiamma il dibattito sulla legittimità di utilizzare una parola che racchiude un significato ed una storia così terribile con così tanta leggerezza. Ci infervoriamo contro quei paesi esteri che non conoscono la storia delle mafie italiane, che non conoscono il dolore che hanno provocato e chiediamo a gran voce in tutte le sedi che quelle attività cessino o che cambino marchio e stile. Ma mentre guardiamo l’estero, a volte sembriamo non accorgerci di come lo stesso fenomeno si ripeta quasi identico nel nostro paese.

Italia – Non sono infatti rari in Italia i casi in cui viene utilizzato il brand mafia, o parole e simboli ad esso connessi. L’intento, però, in questo caso sembra essere diverso: non più un modo per ricondurre un prodotto al nostro paese ma un modo per sottolineare il potere e il prestigio insito in quella simbologia. Così, ad esempio è emblematico il caso delle magliette con il volto di Felice Maniero, storico boss della Mala del Brenta, e la scritta “fasso rapine”. La linea di t-shirt qualche anno fa dal produttore e stilista Stefano Cigana aveva come obiettivo, secondo l’ideatore, quello di creare maglie con frasi simpatiche in dialetto. Poco importa se con quell’immagine e quella frase in dialetto si pubblicizzava uno dei più celebri criminali veneti di tutti i tempi. A differenza di quanto accade quando ad utilizzare il “mafia sounding” sono gli altri, però, il caso non fece troppo clamore, anzi. Quello che maggiormente si lamentò di quella maglietta, minacciando querele al produttore, fu proprio Felice Maniero infastidito dall’utilizzo non autorizzato del proprio volto. Le magliette in questione, dopo le proteste del boss del Brenta e di un manipolo di cittadini veneti, ebbero vita breve e vennero ritirate dal commercio. Lo stesso non può dirsi delle migliaia di gadget, statuine, magliette e chi più ne a più ne metta che ogni anno vengono vendute ai turisti che visitano la Sicilia con immagini de “il Padrino” o simbologia mafiosa in generale.

Quando poi il brand riguarda una mafia straniera, il dibattito scompare completamente. Nessuna levata di scudi, nessuna indignazione ne polemica, come se il caso non esistesse quando non riguarda noi. Da alcuni mesi, ad esempio, circola su Facebook la pagina di un nuovo marchio di abbigliamento: El Chapo – Milano. Magliette, felpe e scaldacollo che riportano il nome del più pericoloso narcotrafficante del Messico e come logo il teschio tipico delle celebrazioni del Giorno dei morti del paese centroamericano. Un marchio che sul proprio sito si autodefinisce “riconoscibile e potente” oltre che “sinonimo di carattere risoluto, di scelte da leader e di stile da vendere”. Riconoscibile e potente, proprio come lo è Joaquín Archivaldo Guzmán: signore della droga, ora detenuto negli USA, con un patrimonio stimato in 14 miliardi che ha messo in ginocchio uno stato intero. Così riconoscibile e potente da trasformare la propria prigionia negli anni ’90 in un covo dove organizzare incontri con i suoi associati e organizzare festini servito e riverito dalle guardie che dovrebbero controllarlo. Così risoluto da riuscire ad evadere da un carcere di massima sicurezza negli USA nel 2015. Così leader da aver causato, direttamente o indirettamente, la morte di quasi ventimila (18.143) persone in dieci anni nello stato di Sinaloa da lui controllato. Eppure dal 18 settembre, giorno in cui è stata lanciata la pagina Facebook e il sito, il suo nome è accostato a quello di una delle principali città italiane senza che nessuno se ne preoccupi. Dal 18 settembre è possibile acquistare prodotti con il brand “El Chapo” sul sito mentre nella home degli utenti di Facebook compaiono le inserzioni a pagamento della pagina social.

Viene spontaneo chiedersi perché l’utilizzo del termine mafia è condannato in modo unanime quando riguarda gli stranieri ma è sopportato quando si tratta di prodotti nostrani. Sarebbe bello vedere la stessa indignazione a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’utilizzo del nome di Falcone e Borsellino in una pizzeria di Francoforte, o quella riservata al caso della catena spagnola di ristoranti, anche per i casi italiani. Perché il “mafia sounding” va condannato allo stesso modo in cui vanno condannate le organizzazioni criminali, italiane o straniere che siano. Si tratta di buon senso, di rispetto per chi ha dato la vita per combatterle e per chi la rischia per combatterle ogni giorno. Si tratta di negare un riconoscimento di potere e prestigio alle mafie ricordandoci che sono, ancora e sempre, solo “una montagna di merda”.

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Si ringrazia Thomas Aureliani per la, involontaria, segnalazione sul brand “El Chapo – Milano”

Chi è Michele Senese: il re pazzo che si è preso Roma

Questa mattina i carabinieri della capitale hanno condotto la seconda operazione anticamorra in pochi mesi. Tra gli arrestati spicca il nome di Michele Senese, detto ‘o Pazzo a causa delle perizio psichiatriche con cui ha evitato per decenni accuse e condanne. Ecco chi era il “capo indiscusso della capitale”.

La capitale si sveglia con il suono delle volanti che che attraversano la città semi deserta a sirene spiegate seguite dall’alto dagli elicotteri dei carabinieri. I militari dell’arma si spostano da un lato all’altro della città ed irrompono nelle abitazioni per portare a termine il secondo blitz anticamorra in pochi mesi dopo quello che nel luglio scorso aveva già colpito la famiglia Senese. Ancora una volta, in questa nuova operazione, nel mirino degli inquirenti ci sono gli interessi del clan che viene colpito al cuore con 28 arresti per soggetti ritenuti appartenenti ad un’organizzazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e, a vario titolo, di estorsione, detenzione e porto illegale di armi, lesioni personali gravissime, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori, reati, per la maggior parte, aggravati dal metodo mafioso.

Tra le misure cautelari eseguite stamattina c’è anche quella nei confronti di Michele Senese, detto ‘o Pazzo per le numerose perizie psichiatriche con cui ha evitato per anni arresti e condanne. È lui il fulcro dell’organizzazione. È lui che dal carcere di Catanzaro, dove sta scontando una condanna quale mandante dell’omicidio del boss della Marranella Giuseppe Carlino, tesseva le fila di un cartello della droga divenuto egemone nella capitale. “A Roma comanda tutto lui. Senese è il capo indiscusso della capitale” dicevano di lui i suoi sodali e, a quanto pare, non avevano tutti i torti. Secondo gli inquirenti, infatti, sotto la guida di Senese avrebbero agito diversi gruppi criminali dediti al traffico e alla vendita di stupefacenti raccolti in un’organizzazione sovraordinata in grado di coordinare e controllare i sodalizi autonomi. In questo modo Michele ‘o Pazzo aveva il controllo quasi assoluto del narcotraffico e delle attività criminali che si svolgevano sul territorio romano. Sotto di lui operavano boss emergenti come Maurizio Monterisi che gestiva il traffico e le piazze nel quartiere di Tor Bella Monaca, o Domenico di Giovanni che insieme al figlio Ugo aveva il controllo dell’area tra Tuscolano e Cinecittà. E torna a comparire nelle carte degli inquirenti anche il nome di Fabrizio Piscitelli, l’ultras della Lazio noto come Diabolik ucciso in un agguato nell’agosto 2019. Secondo le indagini Piscitelli sarebbe stato parte integrante del cartello controllato da Senese e sarebbe stato a capo di una banda criminale dedita all’importazione e alla distribuzione di ingenti quantità di stupefacenti dal Sudamerica.

Quello di Michele Senese, però, non è certo un nome nuovo per le cronache romane. Nato nel 1957 ad Afragola, Senese arriva nella capitale negli anni ’80 come uomo di fiducia del clan Moccia con il compito di stanare e uccidere gli affiliati alla Nco di Cutolo che proprio su Roma voleva espandere i propri interessi. Ma ‘o pazzo non si limiterà a quello. Nel giro di pochi anni aumenta il suo potere e il suo prestigio diventando un pezzo da novanta della criminalità campana nella Capitale. Tra il 1987 e il 1990 importa hashish e cocaina dalla Spagna attraverso il clan Gallo di Torre Annunziata, tra il 1991 e il 1992 si allea con gli Abate di San Giorgio a Cremano e comincia a importare anche eroina dalla Turchia. Stringe rapporti con la malavita locale sugellando un’ascesa che a fine anni ’90 lo vede in una posizione egemone che lo pone tra le più importanti personalità criminali di Roma. Laurentino, Cinecittà, Tuscolano, Primavalle, Ostia, Torvaianica, Fiumicino, Ciampino, le piazze di spaccio dei principali quartieri della città eterna iniziano ad avere un unico fornitore in grado di controllare l’attività ovunque. L’ex enfant prodige di Afragola in meno di 20 anni ha conquistato Roma diventando “il capo indiscusso della Capitale”. Nel 2009, quando viene arrestato per la prima volta nell’ambito dell’operazione Orchidea, gli inquirenti tracciano di lui il ritratto di un personaggio in grado di comandare, organizzare, coordinare. Uno capace di fare da punto di riferimento per le altre forze criminali. Tornato libero per qualche anno, nel 2014 arriva la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Carlino, boss della Marranella ucciso nel 2001 sul lungomare di Torvaianica. Senese lo avrebbe ucciso per vendicare l’omicidio del fratello Gennaro ma questa volta nessuna perizia psichiatrica è riuscito a salvarlo. Ma l’arresto di Senese non ha fermato né il clan né tantomeno lui. Michele Senese ha infatti continuato a svolgere un ruolo di vertice dal carcere durante la detenzione organizzando le attività dei suoi sodali anche a distanza.

Scacco alla mafia Foggiana: 40 arresti nella notte e L’Antimafia invoca lo scioglimento del comune.

Nella notte è scattata l’operazione “Decimabis” con l’arresto di 40 appartenenti ai tre principali clan della “Società Foggiana”. Tra gli arrestati anche dipendenti del comune di Foggia il cui coinvolgimento ha gettato ombre inquietanti su una possibile infiltrazione più profonda della criminalità nell’amministrazione pubblica.

A Foggia e provincia va in scena una “generalizzata, pervasiva e sistematica pressione estorsiva nei confronti di imprenditori e commercianti”. In sostanza, secondo quanto rivelato dagli investigatori, non c’è settore economico che la mafia foggiana abbia risparmiato. Per questo motivo questa mattina centinaia di agenti di polizia e carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 40 indagati ritenuti appartenenti o contigui all’organizzazione mafiosa e responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, tentata estorsione, usura, turbativa d’asta e traffico di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso. In manette sono finiti tra gli altri anche due esponenti apicali della società foggiana: i boss, appartenenti ai clan omonimi, Federico Trisciuoglio e Pasquale Moretti. L’indagine, denominata “Decimabis”, è scaturita dagli attentati di inizio anno ed è la prosecuzione dell’operazione “Decima Azione” conclusasi nel novembre 2018 con 30 arresti.

Con questa operazione le forze dell’ordine hanno colpito i tre clan più influenti del foggiano in grado negli ultimi mesi di imporre il proprio potere sul territorio: i clan Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe. Le tre famiglie secondo gli inquirenti avrebbero siglato una sorta di patto di non belligeranza per calmare le acque dopo gli arresti del 2018 spartendosi il territorio per massimizzare i profitti senza generare clamore. In questo modo avrebbero di fatto tenuto sotto scacco l’intera provincia foggiana imponendo il pizzo a imprenditori e commercianti senza risparmiare nessuno. Dalla ristorazione all’edilizia passando addirittura per il mercato settimanale di Foggia, tutte le attività economiche del territorio sarebbero costrette a sottostare alle estorsioni dei clan per non subire conseguenze. E chi si ribellava rifiutandosi di pagare vedeva la propria attività danneggiata come testimoniano le bombe esplose a ripetizione a inizio anno in tutta la provincia. “È emersa” si legge inoltre nell’ordinanza “l’esistenza di una lista contenente i nominativi degli imprenditori sottoposti ad estorsione, circostanza sintomatica di una vera e propria cappa di sopraffazioni e abusi in danno dei settori produttivi operanti nella città di Foggia”.

Pur se contrapposte da sempre per una questione di leadership interna, dunque, le tre “batterie” si sarebbero ritrovate unite nella condivisione degli interessi economico-criminali, gestiti secondo schemi di tipo consociativo. Fondamentale per la ricostruzione delle attività e dei ruoli all’interno della società foggiana è stato il ruolo di tre collaboratori di giustizia che hanno spiegato agli inquirenti il funzionamento della mafia che, secondo le parole di Cafiero de Raho, è attualmente “il nemico numero uno dello stato”. Tra i collaboratori di giustizia, oltre ad Alfonso Capotosto e Carlo Verderosa che da ormai diverso tempo sono noti per le loro rivelazioni, è emerso per la prima volta il nome di Giuseppe Folliero la cui collaborazione dura da due anni ma è sempre stata tenuta nascosta proprio per garantire il buon esito di questa operazione. Proprio grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia gli inquirenti hanno potuto accertare l’infiltrazione della criminalità organizzata anche nell’amministrazione pubblica. In manette è infatti finito anche un dipendente del comune di foggia, in servizio all’Ufficio ‘Dichiarazione Morte Stato Civile’ e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fornito ad esponenti della batteria Sinesi-Francavilla, i nomi delle persone decedute, funzionali al compimento di attività estorsive nei confronti delle agenzie funerarie. Un altro dipendente pubblico, poi, avrebbe fornito ai clan informazioni su bandi e appalti pubblici per favorire l’accesso dei clan ad importanti opere nel settore dell’edilizia.

Proprio il coinvolgimento di dipendenti pubblici collegati, in modo più o meno diretto, alla società foggiana ha portato il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia a prendere una posizione dura. Nicola Morra, infatti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’accesso al Comune di Foggia come strumento di verifica per accertare fino a che punto la presenza criminale sia permeata negli uffici pubblici e verificare se vi siano i presupposti per lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. “Per dissipare qualsiasi ombra sul Comune di Foggia” ha detto Morra “chiedo che la ministra Lamorgese si attivi immediatamente così da poter dare risposte concrete ai cittadini foggiani che devono potersi fidare dello Stato cominciando dal proprio organo di amministrazione comunale”.


I nomi di tutti gli arrestati nell’operazione di oggi:

Federico Trisciuoglio nato a Foggia il 20.10.1953
Felice Direse nato a Foggia il 20.11. 1969
Gioacchino Frascolla nato a Foggia il 20.04.1985
Antonio Riccardo Augusto Frascolla detto ‘Antonello’ nato Foggia il 17.02.1990
Raffaele Palumbo nato a Foggia il 23.01.1984
Antonio Verderosa detto ‘Sciallett’ nato a Foggia il 26.05.1968
Marco Gelormini nato a Foggia il 10.04.1986
Ivan Narciso nato a Foggia il 08.06.1990
Michele Carosiello nato a Cerignola il 30.08.1980
Giusepep Perdonò nato a Foggia il 01.02.1988
Massimiliano Russo nato a Foggia il 11.06.1975
Michele Cannone nato a Foggia il 22.09.1970
Marco Salvatore Consalvo nato a Foggia il 16.08.1975
Michele Morelli detto ‘Pace e cui’ nato a Foggia il 08.06.1989
Savino Ariostini detto ‘Nino55’ nato a Foggia il 01.04.1969
Alessandro Aprile ‘Schiattamorti’ nato a Foggia il 27/02/1984
Francesco Tizzano nato a Foggia il 20.01.197
Antonio Salvatore detto ‘Lascia Lascia’ nato a Foggia il 26/02/1991
Francesco Pesante nato a Foggia il 04/01/1988
Ivan Emilio D’Amato nato a Foggia il 11/07/1973
Massimo Perdonò nato a ·Foggia il 11/09/1977
Ernesto Gatta nato a Foggia il 02.06.1974
Giusepep De Stefano nato a Foggia il 01.03.1982
Antonio Vincenzo Pellegrino detto ‘Capantica’ nato a Foggia il  13.06.1952
Antonio Miranda nato a Foggia il 05.09.195
Tommaso Alessandro D’Angelo nato a Foggia il 18.08.1985
Domenico Valentini nato a Foggia il 15.08.1972
Rocco Moretti nato a Foggia il 29.05.1997
Nicola Valletta nato a Cerignola il 03.07.1986
Leonardo Gesualdo detto il ‘Vavoso’ nato a Foggia il 28.06.1986
Pietro Stramacchio nato a Foggia il 06.09.1976
Pasquael Moretti nato a Foggia il 11.05.1977
Benito Palumbo nato a Foggia il 05.08.1987
Mario Clemente nato a Foggia il 12.08.1980
Adelio Pio Nardella nato a Foggia il 29.02.1966
Sergio Ragno nato a Foggia il 29.05.1977
Ciro Stanchi nato a Foggia il 14.12.1973
Giovanni Rollo nato a Foggia il 18.08.1987
Alessandro Alessandro nato a Foggia il 13.01.1979
Marco D’Adduzio nato a Foggia il 21.09.1968 (agli arresti domiciliari)

Relazione DIA: ecco come le mafie prenderanno tutto grazie al covid

Nella relazione sul secondo semestre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia si sofferma a lungo anche su quello che accadrà in futuro. Il coronavirus porterà grandi opportunità per la criminalità organizzata offrendo un doppio scenario in cui agire

Per la prima volta la Direzione Investigativa Antimafia va oltre il semplice riepilogo. Nella relazione sul secondo semestre del 2019, infatti, la DIA inserisce uno “Speciale Covid” di 16 pagine in cui analizza gli scenari possibili per la criminalità organizzata in tempo di pandemia. Nel capitolo vengono analizzati gli obiettivi a breve e lungo termine delle mafie italiane nel tentativo di comprendere le strategie con cui i clan tenteranno di trarre vantaggio dall’emergenza sanitaria globale. Un quadro ben poco incoraggiante che porta la DIA ad ipotizzare per la criminalità “prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Un contesto in cui le mafie si muoveranno su un doppio scenario: un primo di breve periodo incentrato sul rafforzamento del consenso sociale sul territorio e un secondo di lungo periodo in cui le cosche proveranno ad attuare strategie di espansione.

Al primo scenario stiamo assistendo in questi mesi con tutte le organizzazioni impegnate nel garantire forme di assistenzialismo a cittadini ed imprese in difficoltà. Attraverso il proprio potere e l’ampia disponibilità di capitali, i clan sono in grado di “porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Più rapida e spesso più efficiente dello stato, la mafia riesce in questo modo a consolidare il consenso sociale nei territori di tradizionale presenza mafiosa elargendo prestiti, sostenendo le imprese e i commercianti in difficoltà e supportando l’economia locale attraverso gli aiuti a titolari di attività commerciali. Forme di assistenzialismo che rappresentano secondo gli inquirenti “un vero e proprio investimento sul consenso sociale, che se da un lato fa crescere la “rispettabilità” del mafioso sul territorio, dall’altro genera un credito, da riscuotere, ad esempio, come “pacchetti di voti” in occasione di future elezioni.”. E se nel breve periodo l’interesse sarà posto principalmente sulle comunità locali, nel medio-lungo termine la criminalità organizzata proverà ad uscire dalle aree tradizionali per allungare i propri tentacoli su scala globale. “L’economia internazionale” si legge nella relazione “avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”.  

Sul piano dell’economia legale, dunque, la DIA evidenzia come la disponibilità di ingenti capitali e “la semplificazione delle procedure di affidamento, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza” potrebbero favorire l’infiltrazione criminale in diversi settori. In particolare investimenti importanti potrebbero arrivare nel cosiddetto “ciclo della sanità” ambito che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei clan, come dimostrano i commissariamenti delle Aziende Sanitarie di Reggio Calabria e Catanzaro, sia per le consistenti risorse che vengono destinate a quel settore sia per il controllo sociale che può garantire. In ambito sanitario la criminalità organizzata potrebbe provare a mettere le mani in particolare sulla produzione e distribuzione di dispositivi medici e di protezione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali la cui produzione è aumentata a dismisura a seguito dell’emergenza. L’utilizzo più che raddoppiato di mascherine e altri dispositivi da smaltire come rifiuti speciali con conseguenti costi più elevati per ospedali e aziende. Facendo leva su costi più bassi la criminalità potrebbe infiltrarsi in quel business e smaltire in modo irregolare e con pesanti ripercussioni su ambiente e salute i rifiuti ospedalieri.

C’è poi un aspetto, non trascurabile, connesso all’alta mortalità dovuta al coronavirus, che ha imposto carichi di lavoro maggiori sia alle imprese di onoranze funebri che ai servizi cimiteriali. Nel primo caso sarà importante verificare, specie nei presidi ospedalieri dichiarati “COVID”, se vi siano imprese che sono state favorite più di altre. Per quanto riguarda i servizi cimiteriali è invece opportuno verificare se le cosche potranno, in qualche modo, incidere sulle decisioni delle amministrazioni comunali in merito alla gestione dei cimiteri, con particolare riferimento alle modifiche ai Piani Regolatori Cimiteriali e ai criteri di assegnazione delle concessioni. Di contro, il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona sono tra i settori che hanno più risentito del lockdown, e che faranno registrare una netta diminuzione del fatturato dovuta alla prospettiva di una stagione estiva difficile, per affrontare la quale, in molti casi, sono stati già fatti investimenti e ristrutturazioni immobiliari, i cui costi dovranno comunque essere sostenuti. Ne deriverà una diffusa mancanza di liquidità, che espone molti commercianti all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti soprattutto per quel che riguarda alberghi, ristoranti e bar, bed & breakfast, case vacanze e attività simili.

Da sempre la criminalità organizzata ha saputo cogliere i cambiamenti nella società e nell’economia per sfruttarli a proprio vantaggio e trarne il massimo beneficio possibile. Dalla relazione della DIA sembra emergere come l’emergenza sanitaria in corso non rappresenti un’eccezione. Il lockdown e lo shock, economico e sociale, che ne è conseguito hanno di fatto ampliato quelle sacche di povertà e disagio sociale già esistente. Ecco allora che per la mafia si è venuto a creare un terreno fertile per il consolidamento delle mafie. Nei territori a tradizionale insediamento mafioso, quella Questione meridionale non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, “offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Offre dunque quel consenso sociale che permette alle mafie di consolidare il proprio potere e fare quel salto in una dimensione macro. Così rinvigorita dal nuovo consenso sempre più ampio, la criminalità riesce a rispondere alla paralisi economica che mette in ginocchio piccoli e medi imprenditori. Riesce a sfruttare ogni singola opportunità per infiltrare il mercato e l’economia legale. Noi non dobbiamo perdere l’occasione di impedirglielo. Prima che sia troppo tardi.

27 luglio 1993: La notte in cui la mafia attaccò lo Stato

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 resterà nella storia come il momento più buio della storia recente della Repubblica. A un anno da Capaci e via d’Amelio Cosa nostra colpisce con tre bombe a Milano e Roma facendo temere il colpo di stato.

Milano, 27 luglio 1993.

Alle ore 22.55 circa, una coppia di passanti ferma una pattuglia di Vigili urbani che percorre via Palestro. “Correte, esce del fumo da una macchina”. Gli agenti Alessandro Ferrari e Catia Cucchi scendono dall’auto e controllano la Fiat Uno targata MI7P2498 parcheggiata davanti al padiglione d’Arte Contemporanea. C’è molto fumo ma nessuna fiamma.

Alle 23.05, dopo la chiamata alla centrale da parte dei due vigili, arriva sul posto una squadra di vigili del fuoco. Il fumo continua ad uscire, ma di fiamme nemmeno l’ombra. I pompieri aprono il cofano e notano una scatola chiusa con dello scotch e dei fili che fuoriescono. Non ci sono dubbi. È una bomba.

Alle 23.14, mentre gli artificieri sono in arrivo, l’ordigno esplode. Perdono la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno e Moussafir Driss, cittadino marocchino che si trovava su una panchina nel parco di fronte.

A Milano quella notte è l’inferno. L’esplosione è così potente che rompe le tubature del gas facendole bruciare per tutta la notte mentre la facciata del Padiglione d’Arte Contemporanea collassa su sé stessa. I vigili del fuoco lavorano tutta la notte per spegnere le fiamme mentre le forze dell’ordine faticano a tenere la folla accorsa per vedere cosa stava accadendo. Passano pochi minuti e altre due bombe esplodono a Roma (vicino alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) senza fortunatamente causare vittime. È l’attacco di Cosa nostra allo stato. A Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche e, per la prima volta nella storia, il Presidente del Consiglio rimane isolato. Un blackout totale delle comunicazioni durante il quale Ciampi non poté comunicare in alcun modo con i suoi collaboratori o con gli apparati di sicurezza. “Non ho paura a dirlo” dirà Ciampi successivamente “ebbi la sensazione che fossimo a un passo da un colpo di Stato.”

Non sappiamo cosa successe esattamente quella notte a Palazzo Chigi, e non sappiamo se quel colpo di stato fallì o non era previsto. Oggi, a 27 anni da quella notte, sappiamo però che la responsabilità di quelle bombe fu di Cosa nostra. Quei tre ordigni erano parte della strategia ordita dai clan corleonesi che a partire dal 1992 avevano alzato il tiro contro lo stato. Prima le stragi di Capaci e via d’Amelio, poi il fallito attentato a Maurizio Costanzo e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Un vero e proprio attacco frontale allo Stato con l’obiettivo di colpire uomini e luoghi simbolo del paese per provare a piegare le istituzioni ed indurle a quella che verrà ricordata come “Trattativa Stato-Mafia”. Il Servizio Centrale Operativo (SCO) il 9 agosto 1993 trametterà una nota inequivocabile alla Commissione Antimafia: “l’obiettivo della strategia delle bombe” si legge “sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il carcerario ed il pentitismo”. Una trattativa cercata ed alimentata a suon di esplosioni che ebbe come primo risultato la decisione del Ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare 373 provvedimenti di 41 bis revocando così il carcere duro per altrettanti mafiosi.

Amministratori nel mirino: minacce, intimidazioni e violenze nel 2019

I Sindaci e gli amministratori pubblici rappresentano un baluardo di legalità.
Per questo dovrebbero interpretare il loro ruolo nella difesa della collettività,
per il soddisfacimento degli interessi dei cittadini, il rispetto dei diritti, la trasparenza
.”
-Federico Cafiero de Raho, Procuratore Nazionale Antimafia-


In Italia uomini e donne che per un estremo senso di responsabilità civile hanno deciso di dedicare parte della propria vita alla comunità che vivono sono sempre più sotto tiro. Sindaci, assessori, amministratori locali, consiglieri e chiunque svolga una funzione pubblica è sempre più esposto ad intimidazioni, violenze e minacce. A riportarlo è il report annuale dell’associazione “Avviso Pubblico” che da nove anni denuncia la crescente violenza fisica, psicologica e mediatica contro gli amministratori locali. Dal rapporto, pubblicato questa settimana, relativo al 2019 emerge un quadro destabilizzante che mette in luce come da nord a sud non esista regione dove la criminalità, sia essa organizzata o comune, non colpisca chi svolge il proprio compito con competenza, responsabilità e trasparenza. Minacce e violenze che mettono a rischio uno svolgimento pienamente democratico della funzione pubblica.

I dati – “Violento, esteso e costante”. Bastano tre parole a descrivere il quadro della situazione registrata nel 2019 dall’associazione “Avviso Pubblico” che ha censito in 12 mesi 559 tra intimidazioni, aggressioni e minacce nei confronti degli amministratori locali. una media di 11 ogni settimana. Una ogni 15 ore. Una lunga scia di violenza che ha letteralmente travolto 336 comuni, il numero più alto mai registrato, in 83 province diverse. E per la seconda volta nella storia del rapporto, la prima nel 2017, sono coinvolte tutte le regioni italiane. Emerge quindi in modo chiaro ed inequivocabile la capillare diffusione di quelle che Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente di ANCI, definisce “vere e proprie forze che, attraverso la corruzione e il disprezzo delle regole, alimentano sentimenti eversivi nei confronti dei valori democratici su cui si basa la nostra Costituzione”.

A preoccupare ancor di più è l’aumento degli attacchi diretti che sono cresciti del 6% rispetto al 2018 e lo scorso anno hanno rappresentato l’87% dei casi, dato più alto mai registrato. Gli attacchi, cioè, sono rivolti sempre più in modo diretto alle persone mentre calano gli attacchi indiretti rivolti alle proprietà o ai parenti degli amministratori. Una vera e propria sfida allo Stato e alle sue istituzioni che colpisce in modo particolare le amministrazioni comunali che, essendo le istituzioni politiche più vicine ai cittadini e al territorio, sono quelle su cui maggiormente provano a fare pressioni criminalità e estremismi. Proprio nei confronti degli amministratori locali (Sindaci, consiglieri, assessori, vicesindaci ecc) si sono infatti registrate il 56% delle intimidazioni o violenze contro un 27% al personale della pubblica amministrazione e un 3% a rappresentati di regioni e province.

Ma c’è un dato che ancor di più fa emergere come questi episodi possano minare la vita democratica del paese. Non è un caso, infatti, che lo scorso anno il mese con più intimidazioni sia stato aprile con 58 casi. Proprio in quel periodo era in pieno svolgimento in gran parte del territorio nazionale la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni amministrative del maggio scorso che hanno portato alle urne il 48% dei Comuni Italiani per la scelta del sindaco e la relativa composizione dei consigli comunali. Mai come lo scorso anni si sono registrati infatti così tanti atti intimidatori nei confronti di candidati alle elezioni amministrative. Atti intimidatori che in diversi casi hanno portato addirittura le vittime a rinunciare alla propria candidatura ritenendo insostenibile il peso di tali minacce. È accaduto ad esempio a Parabita, Comune in provincia di Lecce chiamato alle urne dopo uno scioglimento per mafia e la gestione straordinaria dei commissari prefettizi, dove i reiterati atti intimidatori hanno spinto il candidato sindaco Marco Cataldo a ritirare la propria lista. Una chiara dimostrazione del perché non sia giusto inquadrare queste situazioni a meri atti di violenza ma si debba necessariamente vederli come un tentativo di sabotare i valori democratici costituzionalmente riconosciuti.

Modalità – Il rapporto evidenzia poi come vi sia una differenza nelle modalità con cui questi atti vengono perpetrati al Nord rispetto al Sud. Se nelle regioni meridionali, infatti, il principale metodo di intimidazione rimangono gli incendi (un caso ogni quattro) al nord i roghi sono solo al settimo posto tra le minacce per gli amministratori locali mentre crescono le violenze verbali sui social network. Unico filo conduttore che unisce l’intero paese sono le aggressioni fisiche che rappresentano la seconda minaccia tanto al nord quanto al sud. In generale emerge come, mentre al nord le minacce sono per lo più verbali o scritte, al sud si manifestano in modo più evidente ed eclatante. Nelle regioni meridionali, infatti, sembra esserci una minor preoccupazione di attirare l’attenzione o generare allarme sociale forse dovuta ad un maggior radicamento di fenomeni criminali nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Così sono proprio le regioni del sud quelle in cui le minacce verbali si tramutano più spesso in vere e proprie aggressioni, dirette o indirette, nei confronti degli amministratori locali.

Le regioni – Come detto, per la seconda volta nella storia del rapporto, sono coinvolte tutte le regioni italiane anche se, ovviamente, in misura differente. Il triste primato per il maggior numero delle aggressioni se lo è aggiudicato per il terzo anno consecutivo la Campania con 92 episodi nel corso del 2019 e 217 se si considera il triennio 2017-2019. Dati che fanno rabbrividire e che significano un attacco ogni quattro giorni evidenziando le criticità della regione. Dietro alla Campania si trovano altre 3 regioni del sud Italia: la Puglia (71 casi), la Sicilia (66) e la Calabria (53). Ma se le prime quattro posizioni non sorprendono, confermando i livelli registrati negli anni precedenti, la prima sorpresa arriva dal Nord Italia. Al quinto posto infatti si trova, con 46 atti intimidatori e un incremento del 64% in due anni, la Lombardia. La presenza pervasiva della criminalità organizzata calabrese e di un sistema corruttivo sempre più diffuso rendono infatti gli amministratori locali della regione “locomotiva d’Italia” maggiormente esposti ad episodi di questo tipo. In particolare, emerge il ruolo della città Metropolitana di Milano in cui si sono registrati nel corso del 2019 ben 16 casi che rendono il capoluogo lombardo la nona provincia per numero di intimidazioni.

Se i dati registrati nel corso del 2019 ci appaiono già tragici e ben poco incoraggianti, sembra proprio che il peggio debba ancora venire. In questo 2020, infatti, si potrebbero aprire ulteriori spazi per episodi del genere a causa della forte instabilità economica e politica generata dal coronavirus. L’emergenza sanitaria sarà certamente accompagnata da una forte crisi economica e sociale che le mafie, come affermato dal ministro dell’Interno e dal Procuratore nazionale antimafia, stanno già cercando di sfruttare per accumulare consenso sociale sui territori ed espandere la loro presenza nel nostro sistema produttivo e all’interno degli Enti locali. Quegli stessi enti locali che dovrebbero essere baluardo di legalità sui territori potrebbero così ritrovarsi ancor più assediati da nemici pronti a tutto. Nemici contro cui tutti noi siamo chiamati a combattere. Per difendere la democrazia. Per difendere il nostro paese.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

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