Cosa chiedono gli studenti che protestano da settimane

Scuole occupate a ripetizione in tutta Italia e manifestazioni continue e sempre più partecipate. Il mondo della scuola è in subbuglio e gli studenti sono tornati in piazza come non succedeva da tempo. Le questioni sul tavolo sono complesse e delicate ma i ragazzi vogliono risposte.

La scuola italiana è in rivolta. Da settimane negli istituti di tutto il paese si susseguono occupazioni, autogestioni e proteste degli studenti. A Milano nei giorni scorsi è toccato ai licei Bottoni e Parini, a una settimana dalle occupazioni di Carducci, Beccaria e Vittorio Veneto. Tra Torino e provincia sono una trentina le scuole toccate in varie forme dalla protesta. E lo stesso accade in tutta Italia in vista della grande mobilitazione studentesca prevista per questo venerdì che già ha alimentato le preoccupazioni del Viminale per il timore che possano registrarsi episodi di violenza. In mattinata il capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, Bruno Frattasi, ha diramato una circolare ai prefetti per chiedere l’apertura di “canale preventivo di dialogo con gli organizzatori delle manifestazioni” sottolineando come il coinvolgimento dei dirigenti scolastici appaia necessario “in considerazione della delicatezza delle tematiche sollevate dal mondo studentesco e della correlata esigenza che ad essa corrisponda una sensibile capacità di ascolto e mediazione”.

I motivi delle proteste, che ormai proseguono a ritmo serrato, sono diversi e nascono dalla volontà degli studenti di far sentire la propria voce e denunciare quel che non funziona nella scuola pubblica italiana. A dare il via alla nuova ondata di manifestazioni, che segue quella dello scorso dicembre con le continue occupazioni dei licei della Capitale, è stato l’annuncio da parte del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi del ripristino dell’esame di maturità tradizionale dopo l’interruzione causata dalla pandemia. Un esame che, secondo gli studenti, non terrebbe conto dei due anni, distribuiti su tre anni scolastici, in cui la pandemia ha costretto per lunghi periodi le classi a svolgere le lezioni con la didattica a distanza (DAD), con inevitabili conseguenze sulla loro preparazione. Un rifiuto che non nasce, come invece vuol far credere chi cerca di screditare le proteste studentesche, dalla negligenza di ragazzi che non vogliono faticare per superare l’esame. Nasce invece dalla crisi pedagogica innescata da una pandemia che ha avuto ripercussioni pesanti sulla salute psicologica dei giovani innescando un effetto domino che ha finito per influenzare non poco la loro preparazione scolastica. Come emerso da diversi studi, infatti, le limitazioni alla socialità e i lunghi periodi di isolamento hanno provocato un significativo aumento di ansia e depressione nelle persone tra 12 e 18 anni. Se a ciò si aggiunge la discontinuità delle lezioni, continuamente interrotte dall’alternanza presenza-remoto, si ottiene una vera e propria crisi pedagogica che trova riscontro proprio nelle prove scritte. Studenti e studentesse hanno di fatto accumulato ritardi e problemi nel loro percorso di studi con la conseguenza che l’esame di maturità tradizionale viene giudicato «inarrivabile» e inadatto a valutare un percorso scolastico così accidentato. Motivazioni più volte ribadite nel corso degli ultimi mesi dagli studenti a cui il ministro Bianchi, nonostante le sue dichiarazioni di un’apertura al dialogo, non ha dato ascolto rifiutando nei fatti ogni confronto. Così come non sembra intenzionato a dare ascolto al Consiglio superiore della pubblica istruzione, organo del suo ministero, che lunedì si è espresso sul tema evidenziando che sarebbe opportuno svolgere l’esame di maturità secondo le modalità dello scorso anno, per “consentire di valorizzare il percorso scolastico di tutti e di ciascuno, facendo emergere le esperienze vissute e le competenze acquisite”. La proposta degli studenti, che trova un appoggio ampio nel mondo della scuola, è quella di un ritorno ad una maturità “light” con solo una prova orale come accaduto nei due anni passati o in alternativa una modifica al sistema di valutazione in modo da far pesare maggiormente il percorso scolastico del triennio rispetto alle prove scritte e orali. 

Ma se sulla maturità si è ancora in attesa di una decisione definitiva e dunque tutto resta ancora da definire, anche se gli spazi per il dialogo sembrano essere minimi, c’è un altro tema che sta muovendo gli studenti e su cui sembra possibile l’apertura di un tavolo con il ministero. È il tema dell’alternanza scuola lavoro, sempre osteggiata dagli studenti ed ora diventata un caso dopo la morte di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci deceduti durante le ore di stage in aziende. Già a gennaio il ministro Bianchi aveva definito l’alternanza un modello ormai superato e dunque da rivedere e si era detto disposto a dialogare con gli studenti e le studentesse per immaginare una riforma del progetto volta a garantire maggiori tutele. Un dialogo che, ad un mese dalla morte di Lorenzo, ancora non è stato avviato provocando sconforto e rabbia nei giovani. “Noi non contestiamo il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro che è necessario così come l’apertura al territorio” ha dichiarato a Repubblica il coordinatore della Rete studenti Medi, Tommaso Biancuzzi “Ma deve essere rivisto radicalmente perché non si può accettare di esporre gli studenti a un mercato del lavoro che conta 1.400 morti all’anno. Va bene che si lavori col ministro Orlando, come annunciato si passi ai fatti però”. Il punto della questione è naturalmente legato alla sicurezza, ma gli studenti mettono in discussione anche l’effettiva utilità di queste prime esperienze lavorative: «Non possiamo avere studenti impiegati a fare fotocopie o caffè: è umiliante. Deve essere uno strumento didattico, una forma di insegnamento fuori dalle aule”.

I temi sul tavolo, insomma, sono complessi e delicati. Ciò che è evidente, però, è che gli studenti hanno ritrovato una forza ed una centralità che mancava da anni. Le continue mobilitazioni e l’ondata di occupazioni di questi giorni stanno certamente servendo ad accendere un riflettore sulla scuola che, si spera, possa portare a un nuovo modello di istruzione nel nostro paese. “Venerdì saremo marea” annunciano studenti e studentesse in tutta Italia. Una marea che vuole studiare, e vuole farlo in sicurezza e nelle migliori condizioni possibili. Una marea che va ascoltata e non manganellata nelle piazze. Perché solo così si può costruire il futuro. 

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