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Sanzioni a Cuba: perché quella dell’Italia non è stata ingratitudine

“Da parte sua, Cuba esporta vita, amore, salute.” 
-Lula da Silva-


La scorsa primavera, nel pieno della prima ondata di contagi, in Italia atterrò la “Brigada Henry Reeve”. Il gruppo di medici volontari cubani ebbe un ruolo cruciale nelle aree più colpite garantendo un supporto determinante ai medici lombardi sempre più in difficoltà. Un anno dopo l’Italia durante il Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU ha votato contro una risoluzione volta a condannare gli embarghi unilaterali come quello imposto a Cuba. Una notizia che ha fatto scalpore nel nostro paese scatenando le reazioni scomposte di chi ci ha visto un gesto di ingratitudine nei confronti di un popolo che appena dodici mesi fa ci offrì il proprio supporto nel nostro momento più buio. 

La risoluzione – Presentata da Cina, Stato di Palestina e Azerbaigian, a nome del Movimento dei Paesi non allineati la Risoluzione “sollecita gli stati a smettere di intraprendere, o di mantenere in essere, misure coercitive unilaterali con particolare riferimento alle misure con effetto extraterritoriale che creano ostacoli alle relazioni ed al commercio tra i popoli impedendo una piena realizzazione dei Diritti Umani”. A tali misure, la risoluzione chiede di sostituire un dialogo pacifico e produttivo in grado di risolvere le controversie senza ricadute sulla vita di tutti. Nonostante il voto contrario da parte dell’Italia, però, la mozione è passata con 30 voti favorevoli e 15 contrari ed esprime così una condanna all’imposizione di sanzioni unilaterali da parte di un paese nei confronti di un altro come accade in Venezuela, Siria, Iran e, appunto, Cuba.

Come testimonia il contesto in cui è avvenuta la discussione, il Consiglio Onu per i Diritti Umani, il fulcro della risoluzione presentata da Cina, Palestina ed Azerbaigian è il contrasto che vi sarebbe tra l’imposizione di misure del genere e i Diritti Umani di un popolo. Senza citarla apertamente si rimanda anche alla relazione presentata da Alina Duhan che proprio alle Nazioni Unite aveva sottolineato come gli le sanzioni imposte dagli USA al Venezuela avessero un effetto devastante non sui vertici del paese che si intendeva colpire ma sulle fasce più povere e deboli.

Cuba – Nel documento, peraltro, non viene mai citato il caso del paese caraibico e l’embargo che da 60 anni ne blocca economia e commercio. Un “bloqueo” rinnovato da ben 12 presidenti negli ultimi decenni e reso ancor più duro dall’amministrazione Trump dopo la leggera inversione di rotta intrapresa da Obama. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump ha attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959. Negli ultimi giorni prima della fine del mandato, poi, Trump aveva inserito Cuba nella lista dei paesi sostenitori del terrorismo sostenendo che l’Avana avesse fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Dopo la decisione di Obama di rimuoverla, Cuba è così tornata a far parte di un gruppo di paesi che comprende tra gli altri Siria, Iran e Corea del Nord, e prevede misure durissime per motivi di Sicurezza Nazionale. 

Per questi motivi la risoluzione votata dall’ONU è stata particolarmente sentita a Cuba con migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere la fine dell’embargo statunitense. Pur non essendo espressamente citata nel documento, l’isola caraibica è infatti il simbolo delle sanzioni unilaterali imposte dagli Usa (e non solo) e per questo motivo il pensiero di tutti è andato immediatamente a Cuba.

L’Italia – Ma allora perché l’Italia ha votato contro la risoluzione? Si tratta davvero di ingratitudine verso il paese che più l’ha aiutata durante la prima fase della pandemia? Se il primo impatto può sembrare questo, la realtà appare più complessa. Lasciando da parte Cuba, infatti, è evidente come la risoluzione potrebbe aiutare molti paesi attualmente colpiti da sanzioni simili. Si pensi ad esempio alla Cina, sanzionata da Canada, Regno Unito ed Unione Europea per la persecuzione degli uiguri, rinchiusi in campi di prigionia nello Xinjiang. O alla Siria, dove i diritti umani della popolazione vengono sistematicamente violati con azioni scellerate e criminali.

Non essendo una mozione esclusivamente sull’isola caraibica, mai nemmeno citata nel documento presentata all’ONU, è evidente come il voto favorevole ad una simile risoluzione avrebbe voluto dire opporsi in toto a misure a volte necessarie. Nessuno, in Italia come nel mondo, può sostenere con convinzione che le sanzioni a Cuba siano giuste e meritate e che producano effetti positivi. Ma si può dire lo stesso delle sanzioni imposte a paesi che effettivamente violano i diritti umani nei propri confini?

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.

Fermato per droga muore in caserma: dubbi e sospetti in Liguria

Ancora troppi gli elementi da chiarire intorno alla morte di Emanuel Scalabrin, il 33enne di Albenga fermato la sera del 4 dicembre e trovato morto nella cella della caserma dei carabinieri la mattina dopo. L’autopsia esclude segni di violenza ma troppe domande sono ancora senza risposta.

Non presenterebbe segni di violenza e secondo il medico legale la causa della morte sarebbe un arresto cardiaco. Ma attorno alla morte di Emanuel Scalabrin, 33enne deceduto mentre si trovava in una cella della stazione dei carabinieri di Albenga, rimane un alone di mistero e parecchi dubbi. Arrestato per droga il 4 dicembre è deceduto durante la notte ed il suo corpo senza vita è stato ritrovato dai militari il mattino seguente. Ma i risultati dell’autopsia, resi noti in questi giorni, non hanno placato le richieste di verità dei familiari e della Comunità San Benedetto che ha inviato una interrogazione al ministro dell’Interno Lamorgese.

La vicenda ha inizio nel pomeriggio del 4 dicembre quando, in quello che sembra un vero e proprio blitz, quattro agenti fanno irruzione nell’appartamento dove Scalabrin viveva con la moglie Giulia e il figlio di nove anni. Secondo il racconto della donna, Emanuel avrebbe aperto la porta d’ingresso per andare a controllare il contatore dopo che la corrente era saltata all’improvviso e senza un apparente motivo. Davanti a sé sulla soglia ha però trovato i militari in borghese che lo avrebbero fatto rientrare e per perquisire la casa dove hanno rinvenuto dosi di cocaina e hashish. Le fasi dell’arresto sarebbero durate circa mezzora anche a causa delle resistenze di Scalabrin che si sarebbe dimenato nel tentativo di non farsi ammanettare. Spinto sul letto è stato immobilizzato per alcuni minuti, ammanettato e portato via. Una volta arrivato in caserma, però, Emanuel inizia a sentirsi male. La pressione sale (175 su 95) e inizia ad avere attacchi di tachicardia con una frequenza cardiaca di 107. Trasportato in ospedale, arriva al pronto soccorso di Pietra Ligure alle 22.59 e ne esce alle 23.02. Nemmeno cinque minuti in cui, secondo le prime ricostruzioni, gli sarebbe stato somministrato del metadone. Alle 23.30 è di nuovo nella cella della stazione dei carabinieri di Albenga da dove, la mattina seguente avrebbe dovuto essere trasferito nel carcere di Genova. Nel capoluogo ligure, però, Emanuel non ci è mai arrivato. Il mattino dopo, alle 11.40, i militari incaricati del trasferimento lo ritrovano a terra senza vita.

Sulla dinamica e su eventuali responsabilità dei militari ora indaga la procura di Savona, ma alcuni interrogativi sorgono spontanei. Dubbi che non riguardano tanto le fasi dell’arresto, seppur concitate, quanto le tempistiche relative ai soccorsi. Se l’autopsia sembra infatti aver escluso l’ipotesi di un pestaggio, rimane da capire come sia possibile che il corpo senza vita di un soggetto che dovrebbe essere costantemente sorvegliato, a maggior ragione dopo le sue resistenze e dopo il malore della sera prima, possa essere ritrovato solamente alle 11.40 del mattino seguente. Un orario che, secondo la famiglia della vittima, risulta essere particolarmente sospetto e incompatibile con la vita di una caserma dove, solitamente, i detenuti vengono svegliati ore prima di un trasferimento. Altro particolare che risulta poco chiaro è quello relativo alle telecamere di sicurezza presenti nella cella dove Emanuel ha perso la vita. I militari di turno quella notte hanno infatti affermato di averlo sorvegliato costantemente dai monitor della sala controllo ma quando la ditta specializzata ha cercato di recuperare le registrazioni per consegnarle agli inquirenti ha fatto l’ennesima strana scoperta della vicenda: l’hard disk era sparito portando con sé ogni traccia dei video di quella notte.

Incongruenze e dubbi che alimentano i sospetti della famiglia e della Comunità di San Benedetto, da sempre vicina ai detenuti e subito in prima fila per chiedere verità sul caso. Perché il corpo senza vita è stato trovato solo il mattino seguente? Dove sono finite le registrazioni? E soprattutto perché, se è vero che è stato sorvegliato tutta la notte, nessuno ha chiamato i soccorsi? Le domande senza risposta sono ancora molte. A scoprire il perché e ad accertarne le responsabilità ci penseranno i magistrati. Intanto Emanuel, però, non c’è più.

L’Italia franò: i dati del dissesto idrogeologico nel Bel Paese

Tutte le cose sono create buone da Dio, tutte degenerano tra le mani dell’uomo.”
– Jean Jacques Rousseau –


Tre morti e almeno quattro dispersi. Un inferno di acqua e fango che si è abbattuto su Bitti, a 40km da Nuoro in Sardegna. Il fiume Cedrino, ingrossato dagli affluenti, rompe gli argini ed esonda in più punti riversando a valle milioni di cobi d’acqua con tutta la ferocia di cui sa essere capace la natura. È l’ennesima tragedia causata dal maltempo in un’Italia in cui ogni volta che il bollino del meteo diventa rosso riscopre tutte le sue fragilità. Ma se troppo a lungo si è cercato di attribuire la colpa di questi drammi solamente all’estremità di certi fenomeni atmosferici di carattere eccezionale, è innegabile che ad alimentare la portata di questi fenomeni vi siano problemi più profondi.

Territorio – La conformazione del nostro paese unita al consumo del suolo e ai cambiamenti climatici che rendono sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi rendono l’Italia un paese fragile per quel che riguarda il dissesto idrogeologico. Basti pensare che il progetto “Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia” (IFFI) ha rilevato dal 2018 ad oggi 620.808 frane nel nostro paese che hanno interessato tutto il territorio nazionale, isole comprese.

I dati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ci restituiscono una fotografia dell’Italia alquanto preoccupante evidenziando come tra fenomeni franosi ed alluvioni cittadini, imprese e beni di interesse culturale siano sistematicamente esposti a rischi altissimi. Secondo i dati riportati sul portale IdroGEO, infatti, l’8,4% dell’intero territorio italiano rientra nelle due classi a maggior pericolosità (elevata e molto elevata) per quanto riguarda il rischio frane. Una fetta di territorio vastissima che espone 1.281.980 abitanti ad un’alta probabilità di essere travolti da fenomeni del genere in situazioni di maltempo con rischi concreti per quasi 12mila imprese. Dati ancora peggiori se si considera il rischio legato alle alluvioni: il 10% della popolazione italiana (6.183.364 di abitanti) è esposto ad un significativo rischio idrico. L’Italia, insomma, è come se fosse in bilico. Un paese che rischia di vivere l’ennesima tragedia ogniqualvolta fenomeni atmosferici particolarmente violenti colpiscano il nostro paese.

Così non sorprende se nel solo 2017, secondo i dati dell’ultimo monitoraggio ISPRA del 2018, si sono registrate 172 frane importanti che hanno causato in totale 5 vittime, 31 feriti e danni importanti alla rete stradale e alle infrastrutture. Fenomeni con cui l’Italia ha quasi imparato a convivere, facendo quasi l’abitudine a disastri sempre più frequenti e drammatici. Negli ultimi settant’anni il nostro paese ha vissuto continue tragedie legate all’instabilità idrogeologica del nostro paese: dall’alluvione del Polesine che nel 1951 causò quasi cento vittime e oltre 180.000 sfollati a quella del 2000 a Soverato passando per i tremendi danni al patrimonio artistico dell’alluvione che colpì Firenze nel 1966. E poi Genova, le Cinque Terre, Olbia, Massa Carrara, il Tanaro e una serie infinita di episodi simili che hanno portato nel nostro paese morte e distruzione.

Uomo – Ma se per troppo tempo si è attribuita la colpa di questi drammi a precipitazioni intense dovute a fenomeni atmosferici sempre più intensi, emerge sempre di più una responsabilità diretta dell’uomo nell’aumentare il rischio idrogeologico in molte aree del nostro paese. Per troppi anni, infatti, sono state fatte scelte urbanistiche scorrette disattendendo le valutazioni tecniche e ignorando le caratteristiche del territorio. Scelte urbanistiche che non solo hanno portato il nostro paese ad essere tra i peggiori per quel che riguarda il consumo del suolo, che si attesta intorno all’8% a livello nazionale con picchi in alcune regioni ben oltre al 10%, ma hanno anche logorato il territorio rendendolo più fragile e più esposto a rischi idrogeologici. Per anni, insomma, si è deturpato il territorio derogando a regole e buonsenso nel nome di un progresso sociale ed economico. Deroghe che oggi vengono sempre meno accettate socialmente ed istituzionalmente e che portano le recenti scelte in tema di pianificazione urbana e regionale ad essere sempre più attente alla sostenibilità ambientale e al tema del consumo del suolo. Un’inversione di rotta che certo è utile per non peggiorare ulteriormente una situazione già grave e quasi compromessa ma che da sola non può portare ad un concreto miglioramento.

Interventi – Secondo la ricerca “Natural disaster in Italy: evolution and economic impact”, condotta da Prometeia, il nostro paese ha speso negli anni circa 160 miliardi di euro per le ricostruzioni post calamità. Risulta dunque evidente come sia necessaria un’opera di prevenzione struttura ed efficiente che a fronte di investimenti ingenti possa mettere il nostro paese al riparo da altri fenomeni come quelli vissuti negli ultimi anni.

Ma se l’opera di prevenzione dovrebbe nascere principalmente dalla politica, la politica sembra interessarsene solo in piccolissima parte. Nel 2019 il Governo ha lanciato la cabina di regia “Strategia Italia”, finalizzata a verificare lo stato di attuazione di una serie di interventi a rilevante rischio per il territorio incluso il dissesto idrogeologico, ma il nuovo organismo non è mai risultato particolarmente incisivo. All’istituzione della cabina di regia centralizzata, infatti, non è seguito un cambio del modello lasciando la programmazione e l’attuazione delle opere di prevenzione agli enti locali per i quali è stato stanziato per il triennio 2019-2021 un fondo di 10,9 miliardi di euro. Uno stanziamento sicuramente importante ma che rischia di essere inefficace in assenza di un piano nazionale pluriennale che detti la linea sugli interventi da attuare. Per quanto utile, un fondo del genere rischia di portare ad una frammentazione pericolosa con interventi disorganici e incapaci di risolvere un problema che andrebbe reso prioritario nel nostro paese.

Oltre a questo, e forse in maniera più urgente, serve un cambio culturale nel nostro paese. È necessario per riuscire a risolvere almeno parzialmente il problema un cambio di mentalità che ci porti a percepire l’ambiente che ci circonda non come un insieme di risorse da sfruttare il più possibile ma come un qualcosa da tutelare e utilizzare in modo sostenibile. Sarà decisivo, anche in questo ambito, un deciso cambio di rotta in tema di tutela ambientale con interventi sempre meno invasivi e uno sfruttamento sempre più ridotto del territorio in cui viviamo. Investimenti, maggior sensibilità ambientale e un programma politico strutturato e centralizzato forse non porteranno ad azzerare i rischi e a risolvere un problema che dura da decenni ma sicuramente possono rappresentare un primo passo per un’Italia che possa smettere di avere paura ogni volta che il meteo mette pioggia.

Scacco alla mafia Foggiana: 40 arresti nella notte e L’Antimafia invoca lo scioglimento del comune.

Nella notte è scattata l’operazione “Decimabis” con l’arresto di 40 appartenenti ai tre principali clan della “Società Foggiana”. Tra gli arrestati anche dipendenti del comune di Foggia il cui coinvolgimento ha gettato ombre inquietanti su una possibile infiltrazione più profonda della criminalità nell’amministrazione pubblica.

A Foggia e provincia va in scena una “generalizzata, pervasiva e sistematica pressione estorsiva nei confronti di imprenditori e commercianti”. In sostanza, secondo quanto rivelato dagli investigatori, non c’è settore economico che la mafia foggiana abbia risparmiato. Per questo motivo questa mattina centinaia di agenti di polizia e carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 40 indagati ritenuti appartenenti o contigui all’organizzazione mafiosa e responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, tentata estorsione, usura, turbativa d’asta e traffico di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso. In manette sono finiti tra gli altri anche due esponenti apicali della società foggiana: i boss, appartenenti ai clan omonimi, Federico Trisciuoglio e Pasquale Moretti. L’indagine, denominata “Decimabis”, è scaturita dagli attentati di inizio anno ed è la prosecuzione dell’operazione “Decima Azione” conclusasi nel novembre 2018 con 30 arresti.

Con questa operazione le forze dell’ordine hanno colpito i tre clan più influenti del foggiano in grado negli ultimi mesi di imporre il proprio potere sul territorio: i clan Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe. Le tre famiglie secondo gli inquirenti avrebbero siglato una sorta di patto di non belligeranza per calmare le acque dopo gli arresti del 2018 spartendosi il territorio per massimizzare i profitti senza generare clamore. In questo modo avrebbero di fatto tenuto sotto scacco l’intera provincia foggiana imponendo il pizzo a imprenditori e commercianti senza risparmiare nessuno. Dalla ristorazione all’edilizia passando addirittura per il mercato settimanale di Foggia, tutte le attività economiche del territorio sarebbero costrette a sottostare alle estorsioni dei clan per non subire conseguenze. E chi si ribellava rifiutandosi di pagare vedeva la propria attività danneggiata come testimoniano le bombe esplose a ripetizione a inizio anno in tutta la provincia. “È emersa” si legge inoltre nell’ordinanza “l’esistenza di una lista contenente i nominativi degli imprenditori sottoposti ad estorsione, circostanza sintomatica di una vera e propria cappa di sopraffazioni e abusi in danno dei settori produttivi operanti nella città di Foggia”.

Pur se contrapposte da sempre per una questione di leadership interna, dunque, le tre “batterie” si sarebbero ritrovate unite nella condivisione degli interessi economico-criminali, gestiti secondo schemi di tipo consociativo. Fondamentale per la ricostruzione delle attività e dei ruoli all’interno della società foggiana è stato il ruolo di tre collaboratori di giustizia che hanno spiegato agli inquirenti il funzionamento della mafia che, secondo le parole di Cafiero de Raho, è attualmente “il nemico numero uno dello stato”. Tra i collaboratori di giustizia, oltre ad Alfonso Capotosto e Carlo Verderosa che da ormai diverso tempo sono noti per le loro rivelazioni, è emerso per la prima volta il nome di Giuseppe Folliero la cui collaborazione dura da due anni ma è sempre stata tenuta nascosta proprio per garantire il buon esito di questa operazione. Proprio grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia gli inquirenti hanno potuto accertare l’infiltrazione della criminalità organizzata anche nell’amministrazione pubblica. In manette è infatti finito anche un dipendente del comune di foggia, in servizio all’Ufficio ‘Dichiarazione Morte Stato Civile’ e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fornito ad esponenti della batteria Sinesi-Francavilla, i nomi delle persone decedute, funzionali al compimento di attività estorsive nei confronti delle agenzie funerarie. Un altro dipendente pubblico, poi, avrebbe fornito ai clan informazioni su bandi e appalti pubblici per favorire l’accesso dei clan ad importanti opere nel settore dell’edilizia.

Proprio il coinvolgimento di dipendenti pubblici collegati, in modo più o meno diretto, alla società foggiana ha portato il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia a prendere una posizione dura. Nicola Morra, infatti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’accesso al Comune di Foggia come strumento di verifica per accertare fino a che punto la presenza criminale sia permeata negli uffici pubblici e verificare se vi siano i presupposti per lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. “Per dissipare qualsiasi ombra sul Comune di Foggia” ha detto Morra “chiedo che la ministra Lamorgese si attivi immediatamente così da poter dare risposte concrete ai cittadini foggiani che devono potersi fidare dello Stato cominciando dal proprio organo di amministrazione comunale”.


I nomi di tutti gli arrestati nell’operazione di oggi:

Federico Trisciuoglio nato a Foggia il 20.10.1953
Felice Direse nato a Foggia il 20.11. 1969
Gioacchino Frascolla nato a Foggia il 20.04.1985
Antonio Riccardo Augusto Frascolla detto ‘Antonello’ nato Foggia il 17.02.1990
Raffaele Palumbo nato a Foggia il 23.01.1984
Antonio Verderosa detto ‘Sciallett’ nato a Foggia il 26.05.1968
Marco Gelormini nato a Foggia il 10.04.1986
Ivan Narciso nato a Foggia il 08.06.1990
Michele Carosiello nato a Cerignola il 30.08.1980
Giusepep Perdonò nato a Foggia il 01.02.1988
Massimiliano Russo nato a Foggia il 11.06.1975
Michele Cannone nato a Foggia il 22.09.1970
Marco Salvatore Consalvo nato a Foggia il 16.08.1975
Michele Morelli detto ‘Pace e cui’ nato a Foggia il 08.06.1989
Savino Ariostini detto ‘Nino55’ nato a Foggia il 01.04.1969
Alessandro Aprile ‘Schiattamorti’ nato a Foggia il 27/02/1984
Francesco Tizzano nato a Foggia il 20.01.197
Antonio Salvatore detto ‘Lascia Lascia’ nato a Foggia il 26/02/1991
Francesco Pesante nato a Foggia il 04/01/1988
Ivan Emilio D’Amato nato a Foggia il 11/07/1973
Massimo Perdonò nato a ·Foggia il 11/09/1977
Ernesto Gatta nato a Foggia il 02.06.1974
Giusepep De Stefano nato a Foggia il 01.03.1982
Antonio Vincenzo Pellegrino detto ‘Capantica’ nato a Foggia il  13.06.1952
Antonio Miranda nato a Foggia il 05.09.195
Tommaso Alessandro D’Angelo nato a Foggia il 18.08.1985
Domenico Valentini nato a Foggia il 15.08.1972
Rocco Moretti nato a Foggia il 29.05.1997
Nicola Valletta nato a Cerignola il 03.07.1986
Leonardo Gesualdo detto il ‘Vavoso’ nato a Foggia il 28.06.1986
Pietro Stramacchio nato a Foggia il 06.09.1976
Pasquael Moretti nato a Foggia il 11.05.1977
Benito Palumbo nato a Foggia il 05.08.1987
Mario Clemente nato a Foggia il 12.08.1980
Adelio Pio Nardella nato a Foggia il 29.02.1966
Sergio Ragno nato a Foggia il 29.05.1977
Ciro Stanchi nato a Foggia il 14.12.1973
Giovanni Rollo nato a Foggia il 18.08.1987
Alessandro Alessandro nato a Foggia il 13.01.1979
Marco D’Adduzio nato a Foggia il 21.09.1968 (agli arresti domiciliari)

Con i nomadi digitali l’Italia rischia di sprecare un’occasione d’oro

Entro il 2035 nel mondo ci saranno circa un miliardo di nomadi digitali che, muniti di un computer e una buona connessione, lavoreranno dai posti più disparati spostandosi da un paese all’altro. Mentre nel mondo ci si prepara a favorire questo fenomeno, l’Italia sembra essere un passo indietro.

Con l’evoluzione della tecnologia si è assistito a un costante incremento del numero di professioni che possono essere svolte da remoto, cioè in qualsiasi posto del globo purché si sia in possesso di due requisiti fondamentali: avere un portatile e una buona connessione a Internet. Ne abbiamo avuto una testimonianza diretta nei mesi di lockdown con milioni di italiani che si sono trovati catapultati in un modo totalmente nuovo di lavorare o studiare. Ma quella che per molti è stata solo una breve parentesi dettata dalla necessità, per alcuni è invece la quotidianità. Nel modo si va diffondendo sempre di più il fenomeno dei “nomadi digitali” che, muniti di un computer e di una buona connessione, si spostano da un paese all’altro viaggiando continuamente ma senza mai smettere di lavorare. Si tratta di una vera e propria filosofia di vita basata interamente su flessibilità, indipendenza e mobilità. Una scelta di vita che, secondo le ultime stime, coinvolgerà sempre più persone fino a raggiungere entro il 2035 circa un miliardo di nomadi digitali nel mondo. L’idea alla base di questo fenomeno è molto semplice: se per lavorare mi basta un pc e una connessione a internet perché non farlo da posti belli e stimolanti? Così i nomadi digitali cercano posti che abbiano un buon clima, umano più che meteorologico, un costo della vita basso e che possa garantire allo stesso tempo produttività del lavoro e qualità della vita. E quando ci si stanca di un posto o non lo si trova più stimolante ci si sposta alla ricerca di una nuova meta. Si migra da un posto all’altro alla ricerca di un nuovo nido digitale in cui fermarsi.

I nomadi digitali costituiscono comunità attive e creative in grado di far rifiorire il territorio rilanciandone l’economia e alimentando un ecosistema di imprenditoria e startup. In fuga dalle grandi citta e alla costante ricerca di pace e tranquillità, riescono anche a generare una ripopolazione di piccoli borghi che sembrano destinati a sparire per sempre e che, invece, trovano una nuova vita come borghi digitali. Opportunità che molti paesi europei, dalla Germania al Portogallo passando per Francia e paesi scandinavi, stanno cercando di sfruttare il più possibile. Capofila in Europa per la valorizzazione di queste comunità è l’Estonia che già dal 2014 ha introdotto la “E-Residency”, ovvero una residenza che consente agli imprenditori digitali di aprire e gestire un’azienda all’interno dell’Unione Europea online, avendo accesso a tutti i servizi che lo stato estone prevede per le imprese sul web. Una misura che ha riscosso grande successo attirando oltre 70mila persone e generando introiti per lo stato di circa 41milioni. Un successo tale, da spingere il paese baltico ad un passo ulteriore: dal 1° agosto, infatti, è stata introdotta la “Digital Nomads Visa”, uno speciale visto pensato apposta per i nomadi digitali che permetterà di vivere nel paese per un anno e di circolare liberamente nell’area Schengen.

Piccoli borghi, cultura, buon cibo e paesaggi mozzafiato. Il nostro paese sembra avere tutte le carte in regola per diventare il paradiso dei nomadi digitali e invece si ritrova ad essere un passo indietro rispetto agli altri paesi europei. Nella classifica sulla digitalizzazione dei paesi europei l’Italia è al terzultimo posto e in molti piccoli borghi, che potrebbero rinascere proprio grazie a comunità nomadi, manca addirittura la connessione a internet. A questo si aggiunge il fatto che 1200 comuni hanno difficoltà di ricezione telefonica e cinque milioni di italiani vedono addirittura con grande fatica (o non vedono affatto) i canali Rai. Sono le cosiddette “aree bianche” in cui i gestori hanno poco interesse ad intervenire e che attualmente non sono coperte da una rete internet veloce. Per quelle zone nel 2015 era stato lanciato il “Piano Aree Bianche” (o piano BUL), con l’intento di portare la banda larga a 14,7 milioni di italiani, ma tra ritardi e lockdown la sua attuazione è in ritardo di almeno un anno. Così, solamente le grandi città risultano essere competitive per connettività e informatizzazione ma i costi della vita elevata e il caos che le caratterizza respingono all’istante i nomadi digitali. Ne è un esempio Milano che sta provando ad attirali con una vasta offerta di spazi di coworking e la possibilità di connettersi praticamente ovunque ma tra affitti, stile di vita e divertimenti notturni il capoluogo lombardo si rivela troppo caro e ben poco attraente. Così l’Italia si scopre fragile e impreparata rischiando di perdere un’occasione. Perché al di là della conformazione geografica che rende il nostro paese allettante, sembra mancare tutto quello che serve per attrarre nomadi digitali. Per i lavoratori autonomi le tasse sono quasi insostenibili e gli incentivi sono pochi, la burocrazia lenta e un digital divide ancora consistente fanno il resto. In un paese in cui, secondo un recente rapporto di Legambiente, ci sono oltre 2.500 borghi rurali spopolati e molti altri che si avvicinano ad uno spopolamento totale, i nomadi digitali potrebbero rappresentare un’opportunità da cogliere al volo per valorizzare pezzi di Italia che rischiano di sparire per sempre. Servirebbe un piano più incisivo per rendere i paesi italiani più appetibili per chi si sposta continuamente alla ricerca di stimoli e tranquillità. Invece, ancora una volta, rischiamo di capire troppo tardi l’opportunità che ci si presenta davanti.

600 soldati, 30 mezzi e 26 milioni di spesa pubblica: così l’Italia torna in Africa

L’Italia ripudia la guerra
-Costituzione, art. 11-


Roma, 16 luglio 2020. In parlamento si discute del “decreto missioni” e la maggioranza si spacca sul finanziamento alla Guardia Costiera Libica con 22 deputati guidati da Erasmo palazzotto che chiedono al governo di smetterla di far finta di non vedere i crimini commessi nel mediterraneo. Ma mentre l’attenzione su quel che accade è alta, con i media che analizzano la spaccatura che sembra mettere a rischio il governo, i contenuti del decreto restano in secondo piano. Un decreto con cui, tra le altre cose, l’Italia ha aumentato la sua presenza militare in Africa confermando il suo impegno nel Golfo di Guinea e aggiungendo la partecipazione alla Task Force internazionale “TAKUBA”.

Sahel – Regione africana che si estende tra il Sahara e la savana del Sudan attraversando cinque stati, il Sahel in pochi anni è passato da area semi-sconosciuta e marginale nelle relazioni internazionali con l’Africa, ad area strategica e di importanza centrale nell’azione di contrasto al terrorismo islamico. Il 13 gennaio scorso a Pau, in Francia, durante il vertice convocato da Macron con i cinque paesi del Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, e Niger) il presidente francese ha lanciato un appello ai partner internazionale per supportare Parigi nel contrasto al terrorismo nella regione africana. Un’occasione che l’Italia ha deciso di non farsi scappare.

Con l’approvazione del decreto missioni, infatti, il parlamento ha dato il via libera alla partecipazione italiana alla Task Force “TAKUBA” che vedrà il nostro paese impegnato al fianco della Francia nel Sahel. “La partecipazione italiana alla Task Force TAKUBA” si legge nel documento approvato in aula “oltre a fornire un contributo al rafforzamento delle capacità di sicurezza nella regione del Sahel, risponde, altresì, all’esigenza di tutela degli interessi nazionali in un’area strategica considerata prioritaria.” Un’azione a tutela degli interessi nazionali di cui, però, si sa ancora poco. L’Italia metterà a disposizione 200 soldati, 20 mezzi e 8 aerei rendendo quello del Sahel la terza missione per dimensioni dopo quella in Libia (circa 400 militari) e in Niger (295). Definiti anche i costi, con uno stanziamento di 16milioni di euro a supporto della missione, e l’area di intervento, che sarà concentrato nella cosiddetta zona “delle tre frontiere” a cavallo fra Mali, Niger e Burkina. Il comando della missione sarà completamente a guida francese e le operazioni saranno coordinate dalla base di Ansongo, sperduta località del nord Mali.

Ma alle poche certezze si accompagnano molti dubbi e aspetti non chiari di una Task Force che risulta molto opaca. Non si sa ad esempio quando inizierà ufficialmente né quando si concluderà. A fine giugno Macron era tornato sulla questione dicendosi pronto ad inviare il proprio contingente già nelle prossime settimane per un impegno di “almeno tre anni”. Più cauta l’Italia che nel documento approvato in parlamento garantisce il suo impegno fino alla fine del 2020 e rinnovabile su base annuale senza definire tempistiche per l’intervento. Sembra probabile, però, che il contingente italiano possa partire tra non meno di un paio di mesi per insediarsi nell’area a partire da fine anno ed essere pienamente operativo dal primo semestre del 2021. Pur avendo previsto un rinnovo annuale, infatti, è poco realistica l’ipotesi di un ritiro a missione in corso e tutto lascia pensare all’inizio di una nuova presenza stabile dell’esercito italiano in Africa. Una presenza che potrebbe esporre i nostri soldati a rischi maggiori rispetto a quelli corsi in altre zone in cui sono in corso missioni italiane. Nel 2019 gli attacchi nell’area sono aumentati del 25% e dal 2013, anno in cui è iniziato l’impegno francese, sono stati 43 i militari transalpini uccisi nel Sahel. L’ultimo il 24 luglio.

Ma nella decisione italiana di intervenire direttamente nell’area, secondo il ricercatore dell’ISPI Camillo Casola, vi sarebbe anche il tentativo di “rafforzare relazioni commerciali in termini di esportazioni di armi per il tramite di un’azienda strategica”. Il riferimento è ai potenziali contratti di cooperazione militare e sbocchi commerciali per l’industria bellica italiana con cui Macron ha tentato Conte durante il vertice Italia-Francia del 27 febbraio scorso a Napoli. Dal 2017 ad oggi l’Italia ha già stipulato accordi militari bilaterali con Niger, Burkina Faso e Ciad ed è attivamente interessata, come tutte le potenze straniere implicate in questo teatro, allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo del Sahel e l’intervento diretto in quest’area potrebbe rappresentare un incentivo a queste attività.

Guinea – Altra area in cui l’Italia conferma il proprio impegno è quella del Golfo di Guinea. In quest’area il nostro paese impegnerà “un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea”. 10 milioni di euro, 400 uomini, 2 navi e 2 aerei saranno impiegati per “esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare con l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’ area”. Interessi strategici nazionali che riguardano in particolar modo la presenza di “asset estrattivi di ENI” che operano in acque internazionali e che sarebbero esposti ad attacchi e pericoli a causa di un’intensa attività di pirateria nelle acque del golfo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%” si legge nelle motivazioni della missione. “Il Golfo di Guinea è considerato il più pericoloso per numero di attacchi e atti di pirateria alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”. L’Italia si schiererà con il suo contingente al fianco di quelli francese, statunitense, spagnolo e portoghese già presenti nell’area da diversi anni. Lo farà per tutelare l’interesse di Eni, ritenuto interesse strategico, e la sicurezza delle nostre navi mercantili italiane in viaggio verso quell’area.

Mentre si discuteva di una possibile spaccatura della maggioranza, dunque, il parlamento ha approvato nel silenzio generale le due missioni africane. Una spesa complessiva di circa 26 milioni di euro per dispiegare nel continente 600 uomini, una trentina di mezzi e le proprie conoscenze. Un impegno importante in termini di risorse impiegate ma molto opaco per quel che riguarda gli obiettivi.

Il contagio italiano visto dall’estero

Con oltre 350 casi accertati, l’Italia è il terzo paese al mondo per diffusione del coronavirus. Un’emergenza che i media stranieri stanno raccontando con attenzione e la giusta dose di preoccupazione.

Da venerdì, quando l’emergenza coronavirus ha colpito direttamente il nostro paese, l’epidemia è diventata il principale argomento di tutti i mezzi di informazione italiani. Prime pagine, telegiornali, radio e siti di informazioni aggiornano costantemente il proprio pubblico sull’evoluzione della situazione generando spesso panico tra la popolazione. In questi giorni, infatti, la narrazione dell’epidemia nel nostro paese ha assunto sempre più toni epici. Come per raccontare una guerra contro un nemico invincibile, si aggiornano in diretta i numeri dei contagi, si parla di “caccia al paziente 0” di “corsa contro il tempo” di zone gialle e zone rosse, si mostrano le foto di supermercati assaltati, di persone con le mascherine, di città deserte. Il nord, descritto come uno scenario apocalittico dai media italiani, è così sprofondato in un panico autoalimentato in cui la corsa alle mascherine si è presto trasformata in corsa ai beni di prima necessità e cibi a lunga conservazione. Intanto gli occhi del mondo sono puntati tutti sul primo paese occidentale costretto ad affrontare un contagio su larga scala.

Cina – Sono quasi 80 mila le persone contagiate in Cina con oltre 2.600 decessi dall’inizio dell’epidemia ad oggi. In un sistema estremamente attento all’immagine del paese agli occhi del mondo i media cinesi stanno enfatizzando l’immenso sforzo attuato dal governo cinese per limitare i contagi ed affrontare l’emergenza. Come comprensibile, il coronavirus sta monopolizzando il dibattito pubblico e non mancano inevitabili riferimenti al resto del mondo ed al nostro paese. Diversi siti di informazione riportano notizie sulle misure di prevenzione prese nel nord Italia e sulle azioni intraprese dal governo per arginare il contagio. Con una narrazione ben lontana da quella esageratamente aggressiva dei media italiani, dall’epicentro dell’epidemia si guarda al nostro paese con apprensione ma senza allarmismi e si sottolinea da più parti come il crescente numero di casi in Italia rispetto al resto del mondo occidentale sia dato da un maggior numero di tamponi effettuati. Da sempre affezionati all’Italia e alle città d’arte nel nostro paese i cittadini cinesi hanno evidenziato grande interesse anche per quanto riguarda i monumenti e i simboli del nostro paese nel mondo, diversi siti riportano infatti notizie relative alla chiusura dei principali monumenti e delle manifestazioni pubbliche al nord sottolineando in certi casi l’eccezionalità delle decisioni prese come nel caso del teatro “alla Scala” chiuso per la 7 volta nella sua storia. Ma c’è anche chi, vede nel contagio italiano una sorta di “karma” dopo le aggressioni a cittadini orientali e lo stop ai voli da e per la Cina sempre condannato da Pechino. “L’Italia in preda all’epidemia scopre come si sentono i cinesi” titolava ieri il “South China Morning Post” sul suo sito ricordando come il nostro paese sia stato l’unico in Europa a chiudere il proprio traffico aereo verso oriente. Una decisione che avrebbe addirittura favorito il contagio perché, potendo tornare in Italia facendo scalo in altri paesi, “le autorità italiane hanno perso la capacità di rintracciare le persone che tornano dalla Cina”. Ma se i cittadini cinesi nel nostro paese hanno dovuto subire nelle scorse settimane “un contraccolpo razzista”, ora “tocca agli italiani affrontare quelle condizioni” si legge nell’articolo in riferimento ai blocchi imposti da altri stati a chi proviene dal nord Italia.

USA – Se visto dalla Cine lo scenario italiano sembra essere assolutamente sotto controllo, ancor più tranquillo appare agli occhi degli americani. Con circa 60 contagi e ancora nessun decesso registrato gli Stati Uniti risultano essere l’ottavo paese al mondo per diffusione dell’epidemia ed è evidente come oltreoceano l’isteria collettiva per il virus sia ben lontana del diffondersi. I media statunitensi seguono l’evoluzione dell’epidemia con molta apprensione e la CNN sul proprio sito fornisce aggiornamenti in tempo reale sulla diffusione del virus nel mondo. Parlando del nostro paese, proprio il principale broadcast televisivo americano, rilancia in diversi articoli apparsi sul portale web l’appello del governo a mantenere la calma etichettando come ingiustificate le scene di panico che stanno vivendo Lombardia e Veneto anche in base ai dati dell’OMS secondo cui “nella maggior parte dei casi (4 su 5) le persone manifestano sintomi lievi o assenti”. Ma l’arrivo del coronavirus, come riporta il ‘New York Times’, “ha frantumato il senso di sicurezza” degli europei pur avendo fatto “solamente 2.400 vittime su un totale d’oltre 80.000 contagi”. Il quotidiano newyorkese sottolinea come “la percezione di una minaccia crescente è stata amplificata sui canali televisivi, sui titoli dei giornali e sui feed dei social media”. La situazione sarebbe dunque ingigantita dai media che con articoli e titoli ad effetto stanno portando avanti un racconto alterato del contagio esaltandone quasi la pericolosità.

E così, più che sul panico scatenato dal coronavirus e dalla pericolosità del contagio, i media statunitensi sembrano interessarsi a tutto ciò che sta intorno all’epidemia, dalle questioni politiche a quelle economiche. È di nuovo il ‘NY Times’ a porre l’accento sulle ripercussioni economiche che il blocco del nord Italia potrebbe avere sul sistema italiano ed europeo. A preoccupare è soprattutto il ruolo di Milano, il capoluogo lombardo “da sol0 rappresenta il 10 percento dell’economia italiana, ha detto, e la regione Lombardia più del doppio” e dunque inevitabilmente secondo il quotidiano “se Milano si ferma, si ferma l’Italia.” La preoccupazione che traspare per il ruolo dell’Italia “nell’ecosistema produttivo mondiale” emerge anche dall’attenzione con cui i media statunitensi seguono le vicende politiche nostrane in relazione al virus. Le parole del premier Conte e degli altri attori politici coinvolti vengono più volte riprese da diverse testate che in questi giorni rilanciano anche le polemiche di Salvini contro governo ed Unione Europea. È il ‘TIME’, in particolare, a parlare ampiamente dell’ex ministro dell’Interno che “uscito dal governo ad agosto, ora si trova in perenne campagna elettorale” e l’epidemia fornisce al leader della Lega “materiale perfetto”. Come evidenzia il settimanale infatti “Sebbene i paesi che sono le principali fonti di migranti che viaggiano attraverso il Mediterraneo non soffrano di focolai di coronavirus, Salvini sta creando un legame implicito tra il movimento delle persone e la diffusione del virus”.

In Italia, insomma, vi sarebbe una reazione esagerata e poco razionale alimentata dai media che, per soddisfare il bisogno del pubblico di seguire la cronaca del contagio, “alimentano la sensazione che qualcosa di enorme stia accadendo”. È lo stesso ‘Dipartimento di Stato’ americano a classificare l’Italia come una nazione sicura in cui è solamente necessario “esercitare un alto grado di cautela nelle regioni della Lombardia e del Veneto”. Consiglio seguito alla lettera dal giornalista della ‘ABC News’ Dan Colasimone che afferma: “Anche se non farei mai nulla per mettere a rischio la mia famiglia, sono tranquillo nel portare le mie due figlie in Italia per una vacanza il mese prossimo”.

Europa – Un po’ meno tranquilli sembrano essere gli altri paesi europei. Dall’Austria alla Gran Bretagna, passando per Francia Germania e Spagna i nostri vicini guardano all’Italia con preoccupazione e sembrano prepararsi al peggio. In primis la BBC che questa mattina, sul proprio sito, riportava in prima pagina una vasta copertura della situazione parlando di come “l’epidemia si diffonde in Europa partendo dall’Italia” e spiegando con un lungo articolo “come il Regno Unito si prepara all’epidemia” descrivendo con una certa concitazione le procedure da seguire in caso di un nuovo focolaio e ponendosi domande certamente poco rassicuranti: “Il sistema sanitario è pronto?” “Cosa succede se fallisce il contenimento?” “E se ci fossero focolai di massa?”. Più pacato appare il Guardian che, pur riportando nella homepage del proprio sito una mappa virtuale della diffusione del virus, elogia il nostro paese per aver contenuto l’epidemia grazie a “regole draconiane”.

Eppure, nell’intero continente, tra i principali media sembra prevalere l’approccio allarmista della BBC rispetto circa la diffusione dell’epidemia. Diverse testate si interrogano sulle possibili misure da intraprendere in caso di contagio e sulla solidità del sistema sanitario nazionale. “Cosa fare in caso di epidemia in Francia?” titola ‘Le Monde’ a cui fa eco il tedesco ‘Der Spiegel’ che parla di “un focolaio imminente” portato dall’epicentro italiano, più cauto appare lo spagnolo ‘El Pais’ su cui si legge che “il sistema sanitario e la società dovranno imparare a convivere con il virus”. Ma se sulla diffusione l’allarme è al massimo, tutti sono concordi nel riportare la calma sulla gravità della malattia che “ha un tasso di mortalità del 2% circa ed ancora più bassa se si esclude la Cina”. Grave si, dunque, ma nulla per cui andare nel panico. Con toni pacati ed una copertura “normale”, a differenza di quella monopolizzante a cui assistiamo nel nostro paese, anche l’Europa sembra essere pronta al contagio.