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Cos’è la sentenza “Roe v. Wade” e perché il diritto all’aborto negli USA è in pericolo

Secondo quanto riportato dal quotidiano “Politico”, la Corte Suprema potrebbe ribaltare la sentenza “Roe v. Wade” su cui si basa il diritto all’aborto riportando gli USA indietro di cinquant’anni in materia di interruzione di gravidanza. 

L’indiscrezione che arriva dal quotidiano “Politico” è di quelle che lasciano senza parole: La Corte Suprema degli Stati Uniti si prepara a ribaltare la storica sentenza “Roe vs. Wade” del 1973 con la quale si è di fatto legalizzato l’aborto in gra parte degli stati americani. Stando a quanto riportato dal quotidiano, che cita fonti interne alla Corte, la maggioranza dei giudici che compongono la corte sarebbero pronti ad approvare una decisione presentata da Samuel Aito il 10 febbraio con l’obiettivo di ribaltare la storica sentenza. Qualora la decisione venisse approvata così com’è stata diffusa da Politico, essa rappresenterebbe la fine del diritto d’aborto negli Stati Uniti e spingerebbe verso legislazioni più severe su questo tema eliminando di fatto gli effetti della storica sentenza e riportando la situazione a com’era fino al 1973.

Prima della sentenza “Roe vs. Wade”, infatti, l’aborto negli Stati Uniti era disciplinato in modo autonomo da ciascuno stato con leggi nazionali senza che vi fossero indicazioni a livello federale. La conseguenza era che in oltre la metà degli stati, prevalentemente a guida repubblicana, l’aborto era considerato totalmente illegale, in altri tredici stati era consentito solo in caso di stupro, incesto, malformazioni fetali o in caso di pericolo per la madre mentre solo in quattro stati era considerato legale. In questo contesto si colloca la storia di Jane Roe,pseudonimo di Norma Leah McCorvey scelto per tutelarne la privacy. Dopo la separazione dei suoi genitori, Norma abbandonò la scuola e si sposò a 16 anni con un uomo violento da cui venne più volte maltrattata. Mentre era incinta del terzo figlio, a soli 18 anni, decise di fare causa all’uomo per interrompere la gravidanza. Così, con il supporto tra le altre delle avvocatesse Sarah Weddington, Linda Coffee e Gloria Allred, decise di avviare un processo davanti alla Corte Distrettuale contro le leggi anti-aborto del Texas. La sua richiesta venne accolta sulla base di un’interpretazione dell’Emendamento IX della Costituzione americana che recita: “L’interpretazione di alcuni diritti previsti dalla Costituzione non potrà avvenire in modo tale da negare o disconoscere altri diritti goduti dai cittadini”. Il rappresentante legale dello Stato del Texas, l’avvocato Henry Menasco Wade, decise di appellarsi alla Corte Suprema. Il suo nome, assieme allo pseudonimo della querelante, ha dato il nome al processo che divenne così il caso “Roe vs. Wade”. Il 22 gennaio 1973, la Corte Suprema riconobbe così il diritto della donna ad interrompere la gravidanza anche in assenza di malformazioni fetali o pericoli per la sua salute riconoscendo l’aborto come un vero e proprio diritto e facendolo così entrare per la prima volta nella legislazione federale.

Se la Corte Suprema oggi decidesse di ribaltare quella sentenza, stabilendo dunque che il diritto all’aborto non è più riconosciuto a livello federale, la palla passerebbe nuovamente agli stati che potrebbero così decidere in autonomia come legiferare sul tema. Se ciò dovesse accadere in tutti gli stati, in assenza di nuove norme sul tema, tornerebbe in vigore la legislazione precedente alla sentenza “Roe vs. Wade”. Sarebbe dunque necessario rivedere la legislazione di ogni stato per garantire il diritto all’aborto, un tema su cui, però, i Repubblicani non intendono fare passi indietro e sembrano intenzionati a mantenere in essere i divieti negli stati che governano. Si tratterebbe, in questo caso, del cupo culmine di una campagna sempre più conservatrice attuata dai Repubblicani e dalle varie organizzazioni anti-aborto che negli ultimi anni hanno più volte tentato invano di rovesciare la sentenza per impedire l’interruzione di gravidanza. Il tutto mentre gli sforzi dei Democratici per codificare la decisione, inserendola definitivamente in una legge federale e non solo in una sentenza della corte, sono sempre naufragati vista l’impossibilità di trovare voti a favore dell’aborto tra i Repubblicani al Senato. Una mano alle donne americane, intanto, è già stata tesa dal Canada con Karina Gould, ministro per la famiglia canadese, che ha sottolineato come “se le donne americane volessero abortire, qui troverebbero certamente accoglienza”.

Quattro attentati e una nuova ondata di repressione. Cosa sta succedendo in Israele?

I quattro attacchi in quattro diverse città israeliane tra il 22 marzo e il 9 aprile rappresentano la più letale ondata di violenza dal 2016 ad oggi con quattordici vittime. Ma la situazione sembra essere più complicata di come sembra e non si può ridurre all’eterno conflitto tra Israele e Palestina.

L’attuale ondata di attacchi terroristici in Israele è stata inquadrata da partiti palestinesi e gruppi militanti come una logica conseguenza del radicamento dei 55 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania, del controllo israeliano su siti religiosi sensibili a Gerusalemme e della diminuzione dell’impegno di alcuni leader arabi chiave per la creazione di uno stato palestinese. Ma la situazione appare essere più complessa e non riconducibile esclusivamente alle rivendicazioni dei grandi gruppi palestinesi su Israele.

Gli ultimi due attacchi, che hanno provocato un totale di sette vittime a Tel Aviv e Bnei Brak, sono stati condotti da palestinesi provenienti da territori occupati della Cisgiordania ma gli attentati non sono stati rivendicati ufficialmente da nessun gruppo politico palestinese e, pur elogiandone l’azione, hanno negato ogni legame con gli attentatori. Ancor più complesso il quadro dei primi due attacchi, effettuati da tre membri della minoranza araba israeliana che negli ultimi mesi si erano radicalizzati ed erano ritenuti vicino all’ISIS, che ha prontamente rivendicato l’attacco. Non sembra dunque emergere una regia comune dietro gli attacchi che ad oggi appaiono più come i gesti estremi di soggetti radicalizzati senza spinte di gruppi o movimenti politici. Attacchi come quelli delle ultime settimane, anzi, sembrano essere inutili per la causa palestinese e la reazione della popolazione della Cisgiordania con la mancata rivendicazione degli attacchi sembrano indicare proprio la consapevolezza della scarsa utilità di questi atti terroristici. Ogni palestinese ha senza dubbio molti motivi per desiderare che gli israeliani provino dolore perché nella loro visione sono tutti, e non solo il loro governo, responsabili della drammatica situazione dei palestinesi. E probabilmente proprio da qui nasce il desiderio degli attentatori di colpire quanti più israeliani possibili. Ma la maggior parte dei palestinesi si discosta da questo pensiero e sa che gli attacchi di singoli individui spinti dalla disperazione o dalla vendetta non sono mai serviti, non servono e non serviranno a ottenere niente. Non cambieranno l’equilibrio di potere.

Ed è per questo che, pur comprendendo e talvolta condividendo le motivazioni degli attentatori, la maggior parte dei palestinesi resta indifferente agli attacchi e non si registrano particolari tentativi di seguire quella strada da parte di una fetta più ampia della popolazione. E non perché sarebbe impossibile. Migliaia di palestinesi senza un permesso di lavoro entrano ogni giorno in Israele attraverso le numerose brecce nella barriera di separazione. Succede da anni, e polizia ed esercito ne sono al corrente. Come tutti sanno, tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania c’è abbondanza di armi e munizioni. Quindi si sarebbero potuti verificare molti più attacchi individuali che non sarebbero potuti essere sventati in anticipo. Tutti i palestinesi avrebbero buoni motivi per desiderare d’incrinare la falsa normalità dei cittadini israeliani, che per lo più ignorano il fatto che il loro stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per spogliare un numero sempre maggiore di palestinesi delle loro terre e dei loro storici diritti collettivi in quanto popolo e società. Ma non lo fanno perché lo reputano inutile per la causa se non addirittura dannoso.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo per la resistenza armata, la maggioranza sa che per il momento, anche se questa lotta riprendesse in modo strutturato e ampio e anche se fosse pianificata meglio rispetto quanto avvenuto nella seconda intifada, non potrebbe sconfiggere Israele né migliorare la sorte dei palestinesi. La falsa normalità di Israele, certo, in qualche modo si è incrinata. Pur non essendoci un collegamento diretto tra gli attentati e la popolazione palestinese, infatti, Israele ha colto l’occasione per intensificare la propria repressione nei territori occupati in Cisgiordania con una serie di rappresaglie anche simboliche, come l’abbattimento di ulivi e il danneggiamento di case e auto palestinesi. Giovedì 31 marzo almeno due palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid nel campo profughi di Jenin, un terzo su di un autobus. Il 30 marzo due fratelli palestinesi, accusati dai poliziotti israeliani di star preparando un attentato, sono stati arrestati nella Gerusalemme ovest dopo che la polizia ha sparato loro alle gambe. I media palestinesi denunciano decine di arresti tra la popolazione. Come se non bastasse, in seguito agli attacchi, il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è rivolto alla popolazione con un video nel quale ha affermato “Cosa ci si aspetta da voi cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità. A chi ha il porto d’armi dico che questo è il momento di tenere sempre le armi a portata di mano”. Un netto incitamento alla violenza accompagnato da una militarizzazione totale delle strade con oltre un migliaio di soldati schierati nelle città pronti a colpire la popolazione palestinese. Una reazione che, però, non sembra avere degli obiettivi specifici ma appare più come una ritorsione. Una violenza estrema contro obiettivi casuali che possa agire da deterrente per chiunque volesse provare ad imitare gli attentatori delle ultime settimane.

Cosa chiedono gli studenti che protestano da settimane

Scuole occupate a ripetizione in tutta Italia e manifestazioni continue e sempre più partecipate. Il mondo della scuola è in subbuglio e gli studenti sono tornati in piazza come non succedeva da tempo. Le questioni sul tavolo sono complesse e delicate ma i ragazzi vogliono risposte.

La scuola italiana è in rivolta. Da settimane negli istituti di tutto il paese si susseguono occupazioni, autogestioni e proteste degli studenti. A Milano nei giorni scorsi è toccato ai licei Bottoni e Parini, a una settimana dalle occupazioni di Carducci, Beccaria e Vittorio Veneto. Tra Torino e provincia sono una trentina le scuole toccate in varie forme dalla protesta. E lo stesso accade in tutta Italia in vista della grande mobilitazione studentesca prevista per questo venerdì che già ha alimentato le preoccupazioni del Viminale per il timore che possano registrarsi episodi di violenza. In mattinata il capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, Bruno Frattasi, ha diramato una circolare ai prefetti per chiedere l’apertura di “canale preventivo di dialogo con gli organizzatori delle manifestazioni” sottolineando come il coinvolgimento dei dirigenti scolastici appaia necessario “in considerazione della delicatezza delle tematiche sollevate dal mondo studentesco e della correlata esigenza che ad essa corrisponda una sensibile capacità di ascolto e mediazione”.

I motivi delle proteste, che ormai proseguono a ritmo serrato, sono diversi e nascono dalla volontà degli studenti di far sentire la propria voce e denunciare quel che non funziona nella scuola pubblica italiana. A dare il via alla nuova ondata di manifestazioni, che segue quella dello scorso dicembre con le continue occupazioni dei licei della Capitale, è stato l’annuncio da parte del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi del ripristino dell’esame di maturità tradizionale dopo l’interruzione causata dalla pandemia. Un esame che, secondo gli studenti, non terrebbe conto dei due anni, distribuiti su tre anni scolastici, in cui la pandemia ha costretto per lunghi periodi le classi a svolgere le lezioni con la didattica a distanza (DAD), con inevitabili conseguenze sulla loro preparazione. Un rifiuto che non nasce, come invece vuol far credere chi cerca di screditare le proteste studentesche, dalla negligenza di ragazzi che non vogliono faticare per superare l’esame. Nasce invece dalla crisi pedagogica innescata da una pandemia che ha avuto ripercussioni pesanti sulla salute psicologica dei giovani innescando un effetto domino che ha finito per influenzare non poco la loro preparazione scolastica. Come emerso da diversi studi, infatti, le limitazioni alla socialità e i lunghi periodi di isolamento hanno provocato un significativo aumento di ansia e depressione nelle persone tra 12 e 18 anni. Se a ciò si aggiunge la discontinuità delle lezioni, continuamente interrotte dall’alternanza presenza-remoto, si ottiene una vera e propria crisi pedagogica che trova riscontro proprio nelle prove scritte. Studenti e studentesse hanno di fatto accumulato ritardi e problemi nel loro percorso di studi con la conseguenza che l’esame di maturità tradizionale viene giudicato «inarrivabile» e inadatto a valutare un percorso scolastico così accidentato. Motivazioni più volte ribadite nel corso degli ultimi mesi dagli studenti a cui il ministro Bianchi, nonostante le sue dichiarazioni di un’apertura al dialogo, non ha dato ascolto rifiutando nei fatti ogni confronto. Così come non sembra intenzionato a dare ascolto al Consiglio superiore della pubblica istruzione, organo del suo ministero, che lunedì si è espresso sul tema evidenziando che sarebbe opportuno svolgere l’esame di maturità secondo le modalità dello scorso anno, per “consentire di valorizzare il percorso scolastico di tutti e di ciascuno, facendo emergere le esperienze vissute e le competenze acquisite”. La proposta degli studenti, che trova un appoggio ampio nel mondo della scuola, è quella di un ritorno ad una maturità “light” con solo una prova orale come accaduto nei due anni passati o in alternativa una modifica al sistema di valutazione in modo da far pesare maggiormente il percorso scolastico del triennio rispetto alle prove scritte e orali. 

Ma se sulla maturità si è ancora in attesa di una decisione definitiva e dunque tutto resta ancora da definire, anche se gli spazi per il dialogo sembrano essere minimi, c’è un altro tema che sta muovendo gli studenti e su cui sembra possibile l’apertura di un tavolo con il ministero. È il tema dell’alternanza scuola lavoro, sempre osteggiata dagli studenti ed ora diventata un caso dopo la morte di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci deceduti durante le ore di stage in aziende. Già a gennaio il ministro Bianchi aveva definito l’alternanza un modello ormai superato e dunque da rivedere e si era detto disposto a dialogare con gli studenti e le studentesse per immaginare una riforma del progetto volta a garantire maggiori tutele. Un dialogo che, ad un mese dalla morte di Lorenzo, ancora non è stato avviato provocando sconforto e rabbia nei giovani. “Noi non contestiamo il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro che è necessario così come l’apertura al territorio” ha dichiarato a Repubblica il coordinatore della Rete studenti Medi, Tommaso Biancuzzi “Ma deve essere rivisto radicalmente perché non si può accettare di esporre gli studenti a un mercato del lavoro che conta 1.400 morti all’anno. Va bene che si lavori col ministro Orlando, come annunciato si passi ai fatti però”. Il punto della questione è naturalmente legato alla sicurezza, ma gli studenti mettono in discussione anche l’effettiva utilità di queste prime esperienze lavorative: «Non possiamo avere studenti impiegati a fare fotocopie o caffè: è umiliante. Deve essere uno strumento didattico, una forma di insegnamento fuori dalle aule”.

I temi sul tavolo, insomma, sono complessi e delicati. Ciò che è evidente, però, è che gli studenti hanno ritrovato una forza ed una centralità che mancava da anni. Le continue mobilitazioni e l’ondata di occupazioni di questi giorni stanno certamente servendo ad accendere un riflettore sulla scuola che, si spera, possa portare a un nuovo modello di istruzione nel nostro paese. “Venerdì saremo marea” annunciano studenti e studentesse in tutta Italia. Una marea che vuole studiare, e vuole farlo in sicurezza e nelle migliori condizioni possibili. Una marea che va ascoltata e non manganellata nelle piazze. Perché solo così si può costruire il futuro. 

La tutela dell’ambiente entra nella costituzione: cosa e come cambia.

Martedì la Camera ha approvato alla quasi unanimità la legge costituzionale che modifica gli articoli 9 e 41 inserendo per la prima volta l’ambiente e la sua tutela nel testo della nostra Costituzione. Un passo in avanti che potrebbe però rivelarsi solo di facciata. 

Con la firma apposta ieri da Sergio Mattarella entra in vigore ufficialmente la modifica costituzionale approvata martedì dalla Camera dei deputati con 468 voti a favore, un contrario e sei astenuti. Un passaggio formale, quello della firma del Capo dello Stato, che assume un significato fortemente simbolico rappresentando il momento esatto in cui la tutela dell’ambiente entra per la prima volta nella nostra Costituzione. Il testo approvato martedì alla Camera, che già aveva ricevuto l’ok del Senato a novembre, modifica infatti gli articoli 9 e 41 della carta costituzionale inserendo per la prima volta in modo esplicito riferimenti all’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi.

Articolo 9

Prima

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione

Ora

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali

La modifica dell’art. 9 assume un significato particolarmente rilevante, non solo perché per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana viene modificato uno dei primi 12 articoli della costituzione ma anche e soprattutto perché l’ambiente e la sua tutela entrano di fatto tra i principi fondamentali e fondanti del nostro paese. Con la nuova formulazione dell’art. 9, infatti, per la prima volta compare la parola “ambiente” nel testo sostituendo la “tutela del paesaggio” inserita originariamente dai padri costituenti. Una modifica non solo simbolica e formale ma che potrebbe rivelarsi particolarmente importante nell’indirizzare l’attività legislativa e giuridica. Citare esplicitamente l’ambiente e le sue componenti ed elevarne la tutela a rango costituzionale, infatti, permette di eliminare ogni ambiguità e di considerarlo per la prima volta un valore primario costituzionalmente protetto. A ciò si aggiunge il fatto che, in una formulazione totalmente inedita per la carta costituzionale, tale tutela è rivolta “alle future generazioni.

Articolo 41

Prima

 
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

Ora

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge controlla i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali

Con la modifica all’art. 41, invece, il legislatore ha voluto ampliare i casi in cui si limita l’iniziativa economica inserendo l’ambiente tra i beni da tutelare. Anche la posizione della parola “ambiente” nel nuovo testo non è casuale essendo stata inserita, non al termine dei limiti già presenti, ma al secondo posto dando così attuazione immediata al nuovo art. 9 che pone l’ambiente tra i valori fondamentali. A ciò si aggiunge che la destinazione e il coordinamento dell’attività economica pubblica e privata avvengono non solo per fini sociali ma anche per fini ambientali.

Se la modifica costituzionale porta l’Italia ad allinearsi con gli altri paesi europei diventando il ventiduesimo stato dell’Unione ad aver inserito tematiche ambientali nella propria carta fondamentale, è inevitabile chiedersi quale valore e impatto pratico avranno queste modifiche. Mentre politici di ogni parte esultano ed il ministro Cingolani parla di “una giornata storica per il Paese che sceglie la via della sostenibilità e della resilienza nell’interesse delle future generazioni”, è impossibile non notare come gli stessi abbiano fino ad ora disatteso ogni aspettativa in tema ambientale e di transizione ecologica. Nessuno stop alle estrazioni petrolifere, sempre maggior spinta sul gas, pochi investimenti sulle rinnovabili e un occhio di riguardo sempre pronto per colossi altamente inquinanti come ENI e Snam. Quel che si auspica è che questa ispiri realmente le future mosse legislative. Certo è che l’inserimento di nozioni ecologiche, come biodiversità ed ecosistemi, nella principale fonte del diritto, conferma quantomeno una nuova visione socioculturale.

Quirinale, the end: Perdono i partiti ma vince la politica. E adesso?

La rielezione di Mattarella non è la sconfitta della politica che, anzi, se vogliamo ne esce vincitrice. È senza dubbio, però, la sconfitta del sistema dei partiti e dei leader politici che li guidano. Ora il panorama è desolante con spaccature e crisi ovunque che impongono una ricostruzione da zero.

Alla fine, è Mattarella Bis. La svolta arriva alle 10.36 quando Matteo Salvini si lascia sfuggire una dichiarazione sibillina mentre chiacchiera a microfoni spenti con i cronisti in Transatlantico. “Non si può andare avanti solo con i veti” dice il leader leghista “a questo punto conviene andare decisi sul bis di Mattarella. Ma dobbiamo essere tutti convinti”. È il momento in cui, per dirla con le parole di Letta, “il piano si fa inclinato” e la pallina inizia a scivolare inarrestabile verso la fine della discesa. Così, mentre in aula si prosegue con la settima votazione a vuoto, fuori dal palazzo la situazione si evolve rapidissimamente. Il Premier Draghi, dopo un colloquio con Mattarella a margine del giuramento al Quirinale di Filippo Patroni Griffi come giudice della Corte Costituzionale, rimane a colloquio da Mattarella facendo da trait d’union tra i partiti e il presidente uscente. Registra una disponibilità di massima e, immaginiamo, la comunica ai leader della maggioranza. La pallina scivola sempre più veloce. Iniziano e registrarsi le reazioni dei partiti e sono tutti con Mattarella al punto che Casini, fino a quel momento ancora in corsa con il sostegno di Forza Italia, si fa da parte: “Chiedo al Parlamento, di cui ho sempre difeso la centralità, di togliere il mio nome da ogni discussione e di chiedere al presidente della Repubblica Mattarella la disponibilità a continuare il suo mandato nell’interesse del Paese”. C’è una sola voce fuori dal coro, quella di Giorgia Meloni che inferocita twitta immediatamente: “Salvini propone di andare tutti a pregare Mattarella di fare un altro mandato. Non voglio crederci”. Ma la pallina ormai è inarrestabile e alle 15 arriva l’atto formale con la salita al Colle dei capigruppo di maggioranza a chiedere ufficialmente la disponibilità del Presidente uscente. “Avevo altri programmi” dice Mattarella “ma se è necessario ci sono”. E così si arriva al plebiscito dell’ottava votazione: 759 voti, il più votato dopo Pertini, e fine della corsa.

Ma al di là della cronaca della giornata di ieri, oggi è tempo di bilanci. Da ieri la teoria più ricorrente è quella secondo cui “l’elezione di Sergio Mattarella è la sconfitta della politica”. Non è così. La rielezione di Sergio Mattarella è una sconfitta, nettissima, ma non della politica. È la sconfitta del sistema dei partiti, uscito a pezzi da una settimana di vergognoso teatrino. Quei partiti che si sono dimostrati incapaci di trovare un punto di incontro. Quei partiti che per una settimana hanno fatto fuoco e fiamme bruciando uno dopo l’altro esponenti autorevoli della vita politica ed istituzionale della Repubblica Italiana. Quei partiti che alla fine hanno scelto la via più semplice, ripiegando sul presidente uscente nonostante le sue richieste di trovare un altro nome. Il sistema dei partiti a cui siamo abituati, con leader e capigruppo che conducono saldamente i loro parlamentari, si è disciolto. Per giorni i grandi elettori, da un lato e dall’altro, hanno votato di testa loro in totale autogestione avviando di fatto a partire dalla terza votazione una inedita “operazione Mattarella”. Il risultato è che per la prima volta sono i leader a seguire i parlamentari e non viceversa. Condottieri senza esercito ed eserciti senza condottieri rappresentano uno scenario inedito e dissacrante per il sistema dei partiti e per la politica italiana. Uno scenario che vede in definitiva la sconfitta dei partiti e dei loro leader ma non della politica che, anzi, ne esce se possibile vincitrice. La politica vince perché i Grandi Elettori sembrano votare come espressione dei cittadini che rappresentano, votando in modo spontaneo un presidente che piace al 66% degli italiani (dati SWG per La7, gennaio 2022). Sembra dunque ripristinarsi quel principio di rappresentanza che è cardine della democrazia e della politica. Poi, ovviamente, non è tutto bianco o nero e dunque è chiaro che dietro quei voti sparsi non ci sia solo la volontà di dare voce a quel 66% di cittadini pro-Mattarella ma anche la paura di un cambiamento improvviso con ripercussioni imprevedibili sul governo. Ma è un inizio, e non è poco visti i tempi bui.

Tempi bui per i leader e tempi bui per le coalizioni che escono con le ossa rotte da questa settimana e che ora dovranno cercare un nuovo equilibrio e, presumibilmente, creare una nuova geografia. A farne maggiormente le spese è stato senza dubbio il centrodestra che, arrivato a inizio votazioni con la presunzione di essere granitico, si è spaccato inesorabilmente sotto le picconate dei franchi tiratori. Quel centrodestra che aveva in mano il pallino del gioco ma che non è riuscito a condurlo arrivando a bruciare la seconda carica dello stato. Ad oggi la situazione nella coalizione sembra irrisolvibile con Forza Italia che da venerdì pare aver scaricato definitivamente i compagni meno moderati. I timori di una rottura anche tra Lega e Fratelli d’Italia, saliti dopo il no secco di Giorgia Meloni diventano quasi certezze dopo le dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni al Corriere della sera: “con Lega e Forza Italia, oggi, siete ancora alleati? In questo momento no. Mi sembra che abbiano preferito l’alleanza col centrosinistra, sia per Draghi che per Mattarella. Se per fare una prova manca un terzo indizio, quello è la legge elettorale: c’è chi cercherà di cambiarla in senso proporzionale. Se ci staranno, ci sarà poco da aggiungere”. I tre principali poli del centrodestra, dunque, sono divisi come mai lo erano stati prima. Nel prossimo anno, prima delle politiche della primavera 2023, bisognerà ricostruire da zero un’alleanza che possa presentarsi unita alle urne per puntare al governo o sarà l’ennesima occasione sprecata. 

Nel centrosinistra, invece, la coalizione sembra reggere ma a spaccarsi sono i partiti. Il Movimento 5 Stelle è una polveriera e ieri sera, dopo le scaramucce dei giorni scorsi, è iniziata la resa dei conti. Di Maio, pochi minuti dopo il discorso con cui Mattarella accetta l’incarico, convoca i giornalisti e attacca Conte. “Alcune leadership hanno fallito” dice “credo che anche nel M5s serva aprire una riflessione politica interna”. Non che servissero dichiarazioni pubbliche per capirlo. Proprio l’operazione “Mattarella – Bis”, nata non a caso dalle fila del M5S e poi appoggiata da Di Maio, è stato il segnale che qualcosa non andasse. Ora il Movimento dovrà ripartire ricucendo, o strappando definitivamente, le due anime prevalenti che lo compongono: quella dimaiana e quella contiana. Il PD, cosa strana per un partito di “sinistra”, sembra essere quello che ha meglio retto il colpo senza dividersi. Certo, anche nel Partito Democratico, sono stati tanti i grandi elettori a votare Mattarella in autonomia senza seguire le istruzioni del leader ma Enrico Letta sembra essere quello uscito meglio da questa debacle. i spende a lungo, con prudenza, per Mario Draghi, muovendosi sul filo del rasoio, con Giuseppe Conte che vuole il premier morto, in compagnia di Dario Franceschini, e contando sull’ambivalente sostegno a distanza di Luigi Di Maio. E siccome non si tratta di fatti personali, ma solo di politica, cura anche il canale con Italia viva. Azzecca la tattica parlamentare sulla prova di forza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, lasciando il centrodestra a contarsi. Invita al volo a assecondare la saggezza dei grandi elettori, dopo la prova del nove su Mattarella.

Ora si spengono le luci. Il Transatlantico svuotato torna nel silenzio e le strade intorno a Montecitorio tornano ad essere percorribili da tutti. Come abbiamo già detto nei giorni scorsi, per chi ama e segue la politica quello dell’elezione del Capo dello Stato è uno dei momenti più belli e divertenti che ci possano essere. Così oggi resta un po’ di malinconia, come quella che sale dopo l’ultimo giorno di scuola. Ma da domani inizia un altro anno di politica e, visti i presupposti, si preannuncia un anno particolarmente movimentato. Insomma, pare proprio che ci sarà da divertirsi. O da mettersi le mani nei capelli, se preferite.


Le immagini che restano

  1. La salita: I capigruppo salgono al Colle per chiedere ufficialmente il Bis a Mattarella.
  2. Applauso: Alle 20.19 Fico pronuncia per la 506° volta il nome di Mattarella. I rappresentanti politici presenti in aula si alzano in un lungo applauso.
  3. Discorso: il presidente rieletto pronuncia immediatamente un breve discorso: “I giorni difficili che stiamo vivendo richiamano al senso di responsabilità e al rispetto del volere del parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri a cui si è chiamati”

Quirinale, giorno 5: Il centrodestra è morto, il centrosinistra spaccato. Così l’elezione del Presidente diventa una rissa

Sono le 14.58 quando Fico annuncia i risultati della prima votazione segnando la fine del centrodestra. La sconfitta della Casellati fa implodere la coalizione e costringe a nuove trattative con il centrosinistra che, però, in serata si spacca.

Quando il gioco si fa duro, i franchi tiratori iniziano a giocare. È la legge non scritta delle elezioni per il capo dello stato. Questa volta i traditori non sono 101 ma 71 e a farne le spese non è il centrosinistra ma il centrodestra. A farne le spese è la seconda carica dello stato: la Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. E peggio di così non poteva andare. Quella che doveva essere una prova di forza, si è rivelata una catastrofe. L’obiettivo del centrodestra, che conta 453 grandi elettori, era di arrivare almeno a 410-420 voti dimostrando così una certa unità prima provare l’affondo nel pomeriggio. Alla fine, però, l’asticella si è fermata a 382. Pochi. Troppo pochi.

La Casellati segue lo scrutinio al fianco di Fico contando i voti “segnati” come da copione dai partiti del centrodestra. Capisce che qualcosa non sta funzionando. Inizia a messaggiare nervosamente dal suo smartphone, tanto che Fico deve rallentare più volte la conta perché lei smette di passare le schede ai segretari. Alla fine della votazione sembra abbia un attimo di mancamento, lo percepiscono in pochi, ma un assistente parlamentare si affretta a darle un sostegno fisico, offrendole il braccio. Esce dall’aula senza dire nulla. La seconda carica dello stato è bruciata da 71 franchi tiratori. Non serve molto per capire chi ha tradito. Come da consolidata tradizione i partiti hanno “segnato” le schede, scrivendo lo stesso nome in modo diverso, per misurare la fedeltà. L’accordo di ieri era chiaro: la Lega scrive solo Casellati, Fdi Elisabetta Alberti Casellati, Forza Italia Elisabetta Casellati, Coraggio Italia Alberti Casellati. Le defezioni, in questo modo portano una firma inequivocabile. La firma di Forza Italia, proprio il partito della Casellati. Il centrodestra si spacca con Meloni e Salvini che si dicono uniti e accusano gli azzurri. È il momento più buio per la coalizione che si sentiva invincibile e che ora smarrita sembra in cerca di una via. Intanto il tempo stringe in vista della seconda votazione fissata per le 17 e il momento sembra propizio per il centrosinistra che dopo l’astensione del mattino potrebbe riprendere in mano la partita. Non è così, dal vertice tra PD LeU e M5S non escono nomi ma solo l’indicazione di votare scheda bianca. Una scelta fatta più che altro per misurare quella frangia che da giorni vota per Sergio Mattarella e le cui fila vanno ingrossandosi. Come prevedibile, mentre il centrodestra decide di astenersi, i voti per il presidente uscente arrivano da ogni dove e alla fine saranno 336. Due nulla di fatto, alla fine della giornata, ma se il secondo passa sostanzialmente senza fare danni il primo è un vero cataclisma.

E adesso che succede? È questa la vera domanda che aleggia, irrisolta a fine giornata. Dal tardo pomeriggio, dopo lo strappo sul voto alla Casellati, Forza Italia si è smarcata dagli alleati iniziando ad incontrare in autonomia i leader del centrosinistra in cerca di un accordo senza rispondere più a Lega e Fratelli d’Italia. Salvini e Meloni devono ammettere la sconfitta e rinunciano a forzature aprendo al dialogo con tutti. A un passo dal baratro, Matteo Salvini incontra il premier Draghi per verificare in estremo la possibilità di un accordo che tenga insieme il destino del governo e il nome del prossimo capo dello Stato. Poi subito da Conte e Letta per trovare un nome condiviso con le forze politiche che sembrano trovare una quadra e per qualche ora sembra si sia addirittura trovato l’accordo per votare Elisabetta Belloni già da questa mattina. Ma è un’illusione che dura poche ore, giusto il tempo di far circolare il nome sui principali media italiani. Da subito Forza Italia si dice contraria alla numero uno del DIS ricevendo l’appoggio di Italia Viva con Renzi che annuncia che non la voterà. Anche i cinque stelle si spaccano con DI Maio che attacca Conte con una dichiarazione dai toni forti: “Trovo indecoroso che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni. Senza un accordo condiviso. Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo. Tutto ciò, inoltre, dopo che oggi è stata esposta la seconda carica dello Stato. Così non va bene, non è il metodo giusto”.

È chiaro a questo punto che se la Belloni venisse eletta salterebbe la maggioranza venendo meno quel principio di condivisione tra tutti i partiti auspicato da Draghi. Ma mentre anche i grandi elettori del Pd pubblicano comunicati duri sulla decisione di Belloni e sul passaggio diretto dai Servizi al Colle, sorge il dubbio che il suo nome sia stato fatto per disorientare gli avversari e la stampa su quella che sarà la vera mossa dei leader delle forze che reggono il governo. Riemerge insomma lo spettro di un accordo tra Salvini e Conte. L’idea che i due possano tramare in segreto per trovare un nome era già circolata nei giorni scorsi tanto da costringere Letta ad imporsi nel vertice di ieri mattina e chiedere l’astensione del centrosinistra alla prima votazione, temendo che nel segreto dell’urna questo accordo diventasse palese con l’elezione della Casellati. Di certo, appare scelta incauta quella di spifferare sottovoce alla stampa, come hanno fatto i leghisti, o proclamare a gran voce, come ha fatto Grillo, il nome del candidato presidente il giorno prima dello scrutinio per eleggerlo. Verrebbe da pensare che l’intento vero sia quello di bruciare Belloni, coprendo con questa notizia il nome vero. Italia Viva e Forza Italia credono ancora che l’operazione Casini possa riuscire. Marta Cartabia è un’altra opzione ancora percorribile, se vengono superate le resistenze grilline. E poi c’è Mattarella per il quale ieri si è mossa una marea di grandi elettori e su cui molti iniziano a nutrire più di qualche speranza.

Le certezze insomma sono sostanzialmente due: il centrodestra non esiste più e il centrosinistra potrebbe fare la stessa fine a breve. L’elezione del Capo dello Stato, insomma, si trasforma in un tutti contro tutti e dal marasma emergono le forze populiste che potrebbero provare il colpaccio. Oggi potrebbe già essere il giorno decisivo con il tentativo di eleggere un Presidente già da questa mattina (prima votazione alle 9.30). Ma oggi, potrebbe essere anche l’ennesima giornata di scontro e trattative in attesa che si sblocchi una situazione che pare sempre più intricata.


Le immagini che restano

  1. Sconforto: La casellati segue sconfortata e con distacco lo spoglio che la vede sconfitta.
  2. Tradito: Primo ad uscire dal vertice con Conte e Salvini, Enrico Letta parla di responsabilità ed ottimismo, afferma che “ci vuole tempo” evitando di fare riferimenti a nomi o personalità. Passano pochi minuti ed escono gli altri due leader che decidono per una linea diversa annunciando che la candidata sarà una donna. “Basta, ci vuole serietà, sennò così si bruciano candidati e soluzioni” il commento stizzito del leader del PD
  3. Tweet: Elio Vito comunica su Twitter di non aver voluto seguire l’indicazione di voto del suo schieramento, ovvero di votare Elisabetta Casellati, e al tempo stesso di non far parte del gruppo dei franchi tiratori che, nell’urna, hanno “tradito” la comanda dei leader. “Non sono d’accordo con la decisione del cdx di votare, senza un accordo, Casellati. Il metodo giusto per eleggere il Capo dello Stato in questa situazione è cercare la condivisione con il centrosinistra” aveva comunicato poco prima sempre sui social.

Quirinale giorno 4: La fine della corsa per Casini e i nomi autorevoli bruciati a ripetizione

È il giorno della calma. La quiete dopo la tempesta che mercoledì ha scombussolato i piani spaccando il centrodestra e scuotendo il centrosinistra. Una giornata in cui si cerca di rimettere insieme i pezzi mentre un accordo sembra ancora più lontano.

Dopo la tempesta di mercoledì, alle 11 si è tornati in aula per votare ma questa volta le strategie sono diverse. Il centrosinistra dà indicazione ai suoi di votare scheda bianca, il centrodestra di astenersi. Così, con 441 grandi elettori astenuti, le schede bianche diventano 261 e si consuma l’ennesimo nulla di fatto nella prima giornata con il quorum a 505. Ma lo scrutinio di ieri ha dimostrato anche un’altra cosa: la forza di Sergio Mattarella. Lo hanno votato in 166, senza che nessuno lo avesse ufficialmente proposto. Sono 166 voti spontanei, 41 in più rispetto al giorno precedente, che indicano come la stima e la fiducia nel presidente uscenti sia ancora tanta. L’ipotesi di un bis resta assai remota, visto che come dice Salvini “ha già detto di no per 18 volte”, ma non così impossibile. Se tutte le altre porte dovessero chiudersi tra rifiuti e nomi bruciati la sua potrebbe essere l’ultima a cui andare a bussare facendo affidamento al suo alto senso istituzionale.

L’altro dato, come detto, è quello dei 441 grandi elettori di centrodestra che non hanno votato. La strategia, decisa all’ultimo minuto nel vertice di centrodestra di ieri mattina, aveva l’obiettivo di contarsi. Il centrodestra in questo modo sa, o pensa di sapere, che nella votazione di oggi parte da 441 voti sicuri e che, di conseguenza, ne mancano 63 per raggiungere il quorum. Ma la strategia di Salvini, che continua a vestire i panni di kingmaker nonostante le evidenti difficoltà, di falle sembra averne parecchie. In primo luogo, perché ha già dimostrato di non saper controllare i voti dei suoi che oggi, nel segreto dell’una, potrebbero non seguire le indicazioni dei tre leader. Ma soprattutto perché quella conta che doveva essere prova di forza si è trasformata in un boomerang ed il centrodestra astenendosi ha confermato di essere minoranza smentendo di fatto le ipotesi di spallata che circolano da giorni con i leader della coalizione che minacciano di eleggersi da soli il capo dello Stato. Allo stato attuale, di fatto, non sarà possibile. Soprattutto perché, ancora una volta, si registrano defezioni nello schieramento: il centrodestra ha 453 grandi elettori, ieri sono stati 441 quelli astenuti. 12 grandi elettori, pur sapendo che sarebbero stati individuati, hanno deciso di non seguire le indicazioni dei leader. Immaginatevi cosa può accadere oggi quando tutti e 453 avranno la certezza di non poter essere individuati tra i voti espressi.

Voti espressi, si. Perché oggi il centrodestra uscirà dalla logica della scheda bianche e per la prima volta proverà a votare compatto un nome: quello della Presidente del Senato Casellati. Era il nome circolato nei giorni scorsi per la possibile “spallata”, la forzatura di Salvini per provare ad eleggersi da solo il Presidente. Ora diventa un nome di ripiego per provare a dimostrare la compattezza della coalizione e la capacità di votare in blocco un candidato per far pesare quel dato in una nuova trattativa da intavolare con Letta, Speranza e Conte. Ma la Casellati, oramai, è bruciata. Così come è sfumata l’ipotesi Casini, fino a ieri iperfavorito ma cassato senza appello da Giorgia Meloni ieri mattina nella sua rottura con Salvini. “Casini è un candidato di sinistra e per noi è irricevibile” il verdetto al termine del vertice di centrodestra di ieri. In giornata, dunque, si provano a rimettere insieme i pezzi. Sembrano salire le quotazioni di Elisabetta Belloni con l’appoggio totale di FdI, l’approvazione della Lega, la gioia dei cinque stelle e un ok non troppo convinto del PD. Per qualche ora, nel pomeriggio, sembra cosa fatta. Poi qualcosa si inceppa e quello della numero uno dei Servizi Segreti diventa l’ennesimo nome bruciato. Renzi dice un no secco, LeU attacca, i più moderati del centrodestra la affondano. Alla fine è Di Maio a darle il colpo di grazia: “Profilo alto, ma non vogliamo spaccare la maggioranza”. E mentre Letta continua con la strategia attendista, più per non spaccare la maggioranza che per altro, Salvini raduna le sue truppe e cerca nomi in ogni dove. Prende contatti con il presidente di Fincantieri Giampiero Massolo e rimette sul tavolo le carte Frattini e Cassese. Il primo, di fatto, sembra messo li per fare numero. Non conosce la politica, la politica non conosce lui e, dato non da poco, ha troppi interessi per essere super partes. Il nome di Franco Frattini pare una mossa per provocare gli avversari che già si sono espressi con un secco no sull’ex ministro degli esteri. Cassese avrebbe l’appoggio di Fratelli d’Italia Lega e Pd, che lo aveva inserito nella sua rosa di nomi insieme ad Amato e Draghi, ma spaccherebbe la maggioranza con la contrarietà quasi totale di Forza Italia e Cinque Stelle.

Oggi assisteremo ad un altro nulla di fatto, con il centrodestra che si misurerà per la prima volta con il voto e il centrosinistra che punterà nuovamente sulle schede bianche mentre fuori dal palazzo si proverà a trovare un accordo. I nomi sul tavolo, come visto, sono tanti e sullo sfondo rimane quello del Presidente del Consiglio. Draghi in questi giorni ha interrotto le proprie trattative personali, iniziate con le prime votazioni, e continua a non mettere d’accordo i due schieramenti. Ma se dovessero saltare gli accordi su altri nomi sarebbe certamente pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Rimane, insomma, una sorta di ultima spiaggia. Prima di tornare a bussare alla porta di Mattarella implorandolo di non dire no per la diciannovesima volta.


Le immagini che resteranno

  1. Rossoblu: Pierfierdinando Casini arriva a montecitorio sorridente indossando la sciarpa del Bologna, sua squadra del cuore. Ma quella di ieri per l’eterno centrista è la giornata in cui sfuma la possibilità di salire al Colle.
  2. Il caffè: Prima del vertice di centrodestra Salvini, Tajani e Toti si incontrano al bar per fare colazione. La Meloni non c’è, forse a causa della rottura del giorno prima
  3. Memoria: Quella di ieri è stata però anche la Giornata della Memoria. Vedere una donna sopravvissuta all’orrore dei campi di sterminio posare delicatamente la scheda con un voto (Perché come ha detto nei giorni scorsi “votare scheda bianca è irrispettoso”) suscita grande emozione. “Non può essere una giornata sola per nessuno, ma potete immaginare il giorno della memoria, quando tutti i giorni sono il giorno della memoria, per chi quella strada l’ha percorsa, per chi ha visto, per chi ha sentito, per chi ha fatto un passo dopo l’altro, una gamba dopo l’altra nella marcia della morte” ha detto ieri mattina la senatrice a vita.

Quirinale giorno 3: un terremoto fa cadere il kingmaker Salvini, mentre spunta San Sergio Mattarella

Doveva essere il giorno decisivo e lo è stato. Non per la votazione, chiusa con 412 schede bianche e la terza fumata nera, ma per tutto quello che le ruota intorno. E adesso Salvini, che fino a ieri aveva in mano il pallino del gioco, ha sprecato tutto ed è stretto tra due fuochi.

È la giornata nera di Salvini. Il protagonista di questa corsa al Colle viene messo all’angolo da avversari ed alleati. Il kingmaker all’improvviso si trova solo, stretto tra due fuochi, nella giornata che sperava essere decisiva. Ma andiamo con ordine. Terza votazione in cui non cambia la sostanza, con 412 schede bianche che portano alla terza fumata nera in tre giorni. L’ultima, però, con il quorum a 673 grandi elettori visto che da oggi basteranno 506 voti per eleggere il Capo dello Stato.

Ma una novità c’è e riguarda i nomi. E questa volta non parliamo di quei nomi assurdi, su cui abbiamo più volte calcato la mano sottolineandone l’inopportunità, infilati nell’insalatiera da qualche senatore che pensa di essere simpatico. Lo spoglio alla Camera stavolta è meno monotono dei giorni precedenti: “Mattarella, Mattarella, bianca, Crosetto, bianca, S. Mattarella, Crosetto”. A Montecitorio qualcosa è cambiato sia a destra che a sinistra. A sinistra si vota il presidente uscente come attestato di stima. 125 Voti spontanei, non indicati da un partito o dallo schieramento, ma che servono a misurare il clima che si respira in un’aula in cui inizia anche a girare un santino che ritrae l’ex presidente con saio e aureola. A destra invece il nome di Crosetto è un chiaro segnale politico. È, di fatto, lo strappo di Giorgia Meloni dopo una discussione con il leader leghista sulla possibile candidatura della Casellati come nome per il Centrodestra unito. Una prova di forza che mette all’angolo il kingmaker Salvini. La leader di Fratelli d’Italia decide di uscire dalla logica delle schede bianche e chiede ai 63 grandi elettori del suo partito di votare l’ex deputato azzurro. Ma nel segreto dell’urna succede qualcosa di inaspettato, forse, anche per lei. Dall’insalatiera di voti per Crosetto ne escono 114.

Le ricadute sono immediate ed impreviste. Quei 51 voti in più al candidato di FdI sono un’indicazione ben precisa: anche nella Lega ci sono franchi tiratori. Lo spettro dei “101”, in politica sinonimo di tradimento dal 19 aprile 2013, aleggia sul centrodestra e costringe Salvini cambiare strategie. Nel pomeriggio è di fatto costretto ad abbandonare l’idea della “spallata”, scartando l’ipotesi di un voto alla Casellati già da oggi per provare ad eleggerla grazie ai voti di un centrodestra che credeva compatto. Da quel momento in poi è il caos. Il leader leghista in preda alla frenesia sembra incapace di mettere insieme i pezzi ed elaborare una nuova strategia. “Qui è tutto completamente per aria” commenta Enrico Letta in serata, “e stavolta non per colpa nostra”. È la fotografia perfetta di quello che succede nel centrodestra. La Meloni ha centrato il suo obiettivo facendo capire il proprio peso e ridimensionando quello di Salvini che arranca. Il Pd prova ad approfittarne e propone i suoi nomi: Mattarella bis, Draghi, Amato, Casini, Cartabia, Riccardi. Una rosa ampia in cerca di un nome condiviso da tutti ora che sembra essere sfumata l’idea di un presidente di bandiera per il centrodestra. Salvini li rifiuta in blocco ma nella notte qualcosa si muovo e le quotazioni di Casini, di cui da giorni parliamo come il più quirinabile, salgono tanto da portare il sito “Open” a titolare questa mattina “Centrodestra su Casini al Colle, Draghi è la carta di riserva”.

Come se si fossero azzerati gli ultimi due giorni. Come se fossimo ancora a martedì mattina i due nomi più papabili, dopo giorni in cui di nomi ne sono stati fatti tanti, sono ancora loro due. E ora che succede? Questa mattina i leader di centrodestra si incontrano per decidere il da farsi e trovare un accordo per lo meno tra di loro. A Forza Italia il nome dell’eterno centrista piace e non poco, a Salvini meno tanto da definirlo “un candidato di sinistra eletto con il PD”. Ma se nel centrodestra si fatica a convergere sul nome di Casini, nel centrosinistra le cose non vanno meglio con diversi deputati cinque stelle assolutamente contrari alla sua elezione e che sarebbero addirittura pronti a lasciare la maggioranza in caso di salita al Colle dell’ex UdC.

Ieri doveva essere la giornata della svolta ma si è rivelata quella del terremoto. Le carte ora sono sparigliate e vanno messe in ordine. Per chi ama la politica e ne segue i retroscena, la giornata di ieri è stata forse una delle più avvincenti e divertenti da diverso tempo a questa parte, certo. Ma la situazione a tarda notte, quando tutto si è concluso, era certamente drammatica. Servirà, presumibilmente tutta la giornata di oggi per rimettere insieme i pezzi di un puzzle andato in frantumi quando sembrava bastassero poche tessere per completarlo. Così nella quarta votazione, che inizia in questi minuti, dovrebbero prevalere le schede bianche mentre fuori dal palazzo i leader dei vari schieramenti cercheranno di trovare una quadra per arrivare a domani con un nome da votare. Oggi è il giorno in cui, insomma, si contano i danni più dei voti. Si capisce cosa è effettivamente rotto e cosa è solo incrinato. Si capisce, insomma, se c’è spazio per un dialogo.


Le immagini che resteranno:

  1. L’assenza: Sono le 14.15, a montecitorio inizia lo scurtinio della terza votazione ma sullo scranno del presidente c’è solo Fico. La Casellati si aggiunge in un secondo momento. Qualcuno vede quel ritardo come il frutto di un confronto con Salvini in vista della “spallata”.
  2. Succede anche questo: Durante la maratona mentana Beppe Grillo chiama in diretta il direttore del tg la7 per aggiornarlo sulla posizione del Movimento 5 Stelle su Mario Draghi.
  3. Ovunque Proteggi: In aula durante la terza votazione inizia a circolare un santino raffigurante il presidente Mattarella con saio e aureola. Un attestato di stima, l’ennesimo, per uno dei presidenti più amati nella storia del paese.

Quirinale giorno 2: Dal centrodestra prove generali di elezione mentre si cerca un nome condiviso

Nella seconda giornata di votazioni si registra un altro giro di schede bianche con conseguente fumata nera. Tra conferenze stampa congiunte e nomi di bandiera si cerca convergere verso un nome comune. E se il centrodestra avesse già i numeri?

Sul Colle sventola scheda bianca. Come da copione anche la seconda votazione per l’elezione del capo dello stato non ha dato risultati e si è chiusa, in largo anticipo rispetto alla giornata di lunedì, con 527 schede bianche. I più attenti forse noteranno che le schede bianche sono diminuite notevolmente rispetto alle 672 del giorno precedente. È un segnale che qualcosa si muove? Assolutamente no. È solo il frutto della decisione dei parlamentari di porre fine a quella serietà di cui vi avevamo parlato ieri votando i nomi più disparati, da Nino Frassica ad Enrico Ruggeri che prende addirittura 4 voti. Al di là di questo poco cambia: trionfo di schede bianche ed ex cinque stelle che di nuovo votano in blocco Paolo Maddalena (39 voti). Unica variazione significativa si ha sul numero dei grandi elettori che da ieri tornano ad essere 1009 a seguito della proclamazione di Maria Rosa Sessa (Forza Italia) al posto di Vincenzo Fasano, deputato forzista deceduto domenica.

Qui si esaurisce la cronaca dal Palazzo. Ma è fuori dal Parlamento, negli uffici e nei ristoranti romani, che si gioca la partita vera. Ed il primo tempo va al centrodestra che alle 16.29 con una conferenza stampa congiunta dei tre leader Salvini, Meloni e Tajani annuncia una rosa di tre nomi per il Quirinale: Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio. Tre nomi di bandiera che, e lo sanno bene anche nel centrodestra, sono assolutamente irricevibili da PD, LeU e Movimento 5 Stelle che come previsto rispondono con un secco “no” ma si dicono disponibili al dialogo al punto da non presentare nomi alternativi per non rompere quel sottile equilibrio che si va creando. Ma allora perché il centrodestra avrebbe presentato tre nomi pur sapendoli irricevibili? Per smuovere la situazione in vista di domani quando, lo ricordiamo, il quorum scenderà a 506 grandi elettori. L’obiettivo è, insomma, quello di far uscire allo scoperto il centrosinistra che a questo punto per non andare al muro contro muro sarà costretto a sedersi a un tavolo con i leader della parte opposta per trattare su un nome esterno a quella rosa. Tra quei tre nomi, infatti, ne manca uno molto più autorevole: Maria Elisabetta Casellati, l’attuale presidente del Senato. E proprio lei sarebbe il candidato su cui vuole puntare il centrodestra. Un nome non fatto per proteggere la sua candidatura, per non “bruciarla” come si dice in gergo. È la carta coperta su cui andare in all in, o quasi, in vista di domani.

Oggi, insomma, è la giornata chiave e a condurre le danze sarà ancora una volta il centrodestra che vuole chiudere la partita ed eleggere domani o massimo venerdì il nuovo Capo dello Stato. Il vertice tra i due schieramenti, che si terrà a breve, potrebbe portare ad un nome condiviso o a una rottura. Mentre scendono le quotazioni di Draghi, su cui anche il PD sembra sempre più spaccato, restano alte quelle del centrista Casini. Proprio su di lui potrebbero convergere le varie forze politiche considerando che il centrosinistra farà verosimilmente di tutto per scongiurare l’elezione della Casellati, che rappresenterebbe di fatto la vittoria del centrodestra. Ma se il tavolo oggi dovesse saltare lo scenario cambierebbe e non poco. Uno strappo oggi significherebbe l’addio all’ipotesi di un candidato condiviso e la caccia del centrodestra ai voti necessari per raggiungere il quorum ed eleggere il proprio presidente che, a quel punto, potrebbe essere davvero la Presidente del Senato.

È uno scenario così impossibile? Forse no. Il centrodestra, che conta 457 grandi elettori, avrebbe infatti bisogno di fatto di trovare una cinquantina di voti fuori dai propri gruppi parlamentari. Nulla di così impossibile nella legislatura con il gruppo misto più grande di sempre. In questo scenario, che ricordiamo essere assolutamente ipotetico, i primi a confluire nel centrodestra potrebbero essere i 43 grandi elettori di Italia Viva che da sempre guardano con interesse a quel lato dell’emiciclo. Ancora non basterebbe. Ma a votare con il centrodestra potrebbe esserci un altro gruppo che in questi giorni sta facendo parlare di sé: gli ex 5 Stelle. Quei 35-40 grandi elettori che in questi giorni votano compatti per Maddalena. Con i loro voti di lunedì e di ieri hanno dimostrato il loro peso, offrendosi di fatto al miglior acquirente come pacchetto di voti sicuro. E l’acquirente, stando a quanto hanno rivelato a chi scrive fonti vicine al gruppo, sarebbe arrivato proprio dal centrodestra che nella giornata di ieri avrebbe trovato un accordo per farli confluire nelle proprie fila da domai. A quel punto il quorum sarebbe ampiamente superato. 457 dal centrodestra, 43 da Italia Viva e altri 35 dagli ex Cinque stelle a cui aggiungere qualche franco tiratore del centrosinistra e almeno una quindicina del misto. I numeri per eleggersi il proprio capo dello stato, insomma, il centrodestra li ha.

Lo farà? Difficile. Più facile che il Centrodestra utilizzi questi numeri, se confermati, per fare pressione sul Centrosinistra. Nessuno vuole uno strappo, che significherebbe di fatto caduta del governo ed instabilità politica ai massimi storici. Oggi si cercherà di convergere su un nome, e non è da escludere che il Centrodestra possa votare in blocco uno dei tre nomi fatti ieri uscendo dalla logica della scheda bianca per far vedere il suo peso effettive. Domani le carte saranno tutte sul tavolo. Domani si fa sul serio.


Le immagini che resteranno:

  1. Prove tecniche di insediamento: Il gran giorno è vicino. Al Quirinale sono già iniziati i preparativi per la cerimonia di insediamento e nella giornata di ieri davanti al Quirinale hanno sfilato la fanfara a cavallo dei Carabinieri, i corazzieri a cavallo e la mitica Lancia Flaminia a bordo della quale il nuovo presidente farà il suo ingresso a palazzo.
  2. I King (o Queen) maker: Alla conferenza stampa del pomeriggio di ieri i leader del centrodestra escono allo scoperto. Sono loro ad avere in mano la partita del Quirinale.
  3. Il giovane Casini: Un Casini giovanissimo che parla ad un comizio e la frase “la passione politica è la mia vita”. Un post sibillino dell’eterno centrista su Instagram che sa tanto di candidatura al Colle.

Quirinale giorno 1: Tra schede bianche e serietà in attesa della rumba

Cosa è successo nella giornata di ieri e cosa si attende per quella di oggi. La serietà dei partiti, l’inaffidabilità dei cinque stelle e la ricerca spasmodica di un nome più per Palazzo Chigi che per il Quirinale. 

Non c’è stato accordo, e questo si sapeva. C’è stata serietà, e questa è una sorpresa. Perché se sette anni fa dall’insalatiera uscirono nomi improbabili buttati dentro solo per farli pronunciare all’allora presidente della Camera, Laura Boldrini, e far ridere più se stessi che gli italiani, questa volta il bianco ha trionfato su qualsiasi nome ridicolo. A parte qualche sporadico Bruno Vespa, un paio di Alberto Angela, un Amadeus ed un Alfonso Signorini. Ma nulla in confronto aa sette anni fa quando tra gli altri uscirono decine di nomi come Rocco Siffredi, Giancarlo Magalli o Sabrina Ferilli. Per quanto possa contare, ad uscire trionfante dalla prima votazione, con 36 schede a favore, è stato Paolo Maddalena: nemico delle multinazionali e del liberismo, fautore dell’uscita dall’euro, promotore di scenari per la partecipazione diretta dei cittadini alla politica e candidato di bandiera degli ex M5S.

I voti espressi ieri, come quelli che saranno espressi oggi, lasciano però il tempo che trovano in attesa di un accordo che possa sbloccare la situazione dalla quarta votazione, quando il quorum si abbasserà da 672 a 505 grandi elettori. Un accordo che dovrà essere necessariamente trovato tra il centrodestra ed il Partito Democratico perché, oramai, il Movimento 5 Stelle sembra essere sempre più fuori da ogni possibile consultazione. Un’esclusione frutto dell’incapacità, almeno in questa fase, di Conte di tenere uniti i suoi parlamentari e quindi di garantire un pacchetto di voti ad un possibile candidato comune. Se nel 2013 e nel 2015 i parlamentari grillini, che votarono in blocco Rodotà e Imposimato dopo le “Quirinarie”, giocarono un ruolo centrale oggi sembrano inaffidabili ed incapaci di dare garanzie. Pur essendo il gruppo parlamentare più ampio, con 234 grandi elettori, i parlamentari cinque stelle sembrano muoversi in autonomia senza seguire le istruzioni del leader e, probabilmente, senza capire in che direzione si stia andando in quello che da movimento anticasta sembra essersi ormai trasformato nel più tradizionale partito politico.

Così la palla passa agli altri e, al netto di un improbabile dietrofront di Mattarella, all’orizzonte sembra sempre più delinearsi un derby. Un derby tra tecnici e politici. Un derby tra Draghi e Casini. Sono loro i due nomi più quotati al momento. Da un lato l’attuale premier, che sembra essere pronto a lasciare Palazzo Chigi per salire al Quirinale. Dall’altro l’eterno centrista Pierferdinando Casini che da mesi evita di esporsi, forse proprio in attesa di questi giorni. Il nodo da sciogliere, a quanto si apprende dalle varie dichiarazioni e dalle notizie che filtrano dai palazzi romani, è uno soltanto: il futuro del governo. Nelle ultime ore il premier ha dato una decisa accelerata intavolando colloqui con tutti i leader politici nel tentativo di sciogliere finalmente questo nodo e spianarsi la strada verso il Colle. Vorrebbe chiudere al più presto la partita, possibilmente al terzo scrutinio, o comunque poco dopo. Di certo non si farà trascinare in un ping pong devastante tra partiti, perché non ha voglia di sottoporsi a un doloroso logoramento. E poi, soprattutto, c’è un Paese da governare. Tanto che a sera, nel Pd, si diffonde il timore che senza una rapida soluzione, presumibilmente nelle prossime 24-36 ore e comunque non oltre la quarta votazione, l’ex banchiere possa addirittura meditare un clamoroso ritiro dalla corsa quirinalizia. In questo scenario il centrodestra non sembra in grado di proporre un nome condivisibile dal Pd e viceversa. E se saltasse Draghi l’unico nome trasversale, come sottolinea il Sole 24 Ore, sarebbe quello di Pierferdinando Casini. Al momento “nessuno dei due schieramenti può considerarsi maggioranza nel paese” continua il quotidiano di Confindustria “Tanto più che una larga fetta dell’elettorato non si riconosce né nell’uno né nell’altro. Per questo la cosa giusta in questo momento complicato e difficile è puntare su leader che non siano di una parte o dell’altra e che consolidino la credibilità che abbiamo guadagnato nell’ultimo anno”. Matteo Renzi secondo la Stampa ha detto chiaramente ad alcuni amici fidati di Italia Viva come la vede: “Da giovedì si inizia a ballare la rumba e sapete chi è il miglior ballerino? Pierferdinando Casini”.

In attesa della rumba di venerdì, dunque, oggi si assisterà ad un’altra votazione in bianco. Tuttavia, dietro le attese schede bianche di oggi, si cela in realtà un’altra giornata di febbrili trattative in cerca di un nome o di un accordo sul nuovo governo. Un’altra giornata di dubbi ed incertezze, in attesa di un nome. Un nome che potrebbe essere diverso da tutti quelli usciti finora, sia ben chiaro. Se nel 2015, ad esempio, il nome di Mattarella fu sin dall’inizio tra quelli indicati da partiti e stampa, nel 2006 Napolitano spuntò un po’ all’ultimo sbloccando una situazione intricata in cui il centrodestra puntava su Gianni Letta ed il centrosinistra su Massimo D’Alema. E dunque non ci resta che aspettare e goderci questa seconda giornata di votazioni.


Le tre foto che resteranno

Tre le immagini simbolo di questa prima giornata di votazioni:

  1. Il drive-in: per la prima volta nella storia è stato allestito un seggio “drive-in” per permettere ai grandi elettori positivi o in quarantena di esprimere il proprio voto.
  2. Bossi: dopo due anni senza apparire in pubblico Umberto Bossi è il primo ad essere chiamato. Il “Senatur”, accompagnato in carrozzina, vota e si ferma a chiacchierare con vecchi amici e cronisti con il suo solito completo grigio con cravatta verde Padania e fazzoletto dello stesso colore nel taschino. È quello di sempre. Come se il tempo si fosse fermato.
  3. Cunial: Si presenta senza green pass e pretende di votare. Al rifiuto minaccia di chiamare i carabinieri e di far sospendere le votazioni. Mentre in aula prosegue la chiama, la deputata Sara Cunial improvvisa il suo show no-vax fuori dal palazzo.
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