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Transizione Ecologica: abbiamo un piano ma potrebbe non bastare

Il termine “Transizione Ecologica” è ormai entrato nelle agende politiche di tutti i principali leader mondiali con l’obiettivo di correre ai ripari per scongiurare una catastrofe climatica. Anche il nostro paese, a modo suo e con i suoi tempi, sta provando a mettersi al passo.

“L’ambiente e la transizione ecologica sono l’essenza stessa di questo governo. È nato su questo programma. Quindi continuiamo su questa strada” Così, durante un question time alla Camera a inizio marzo, il premier Mario Draghi aveva ricordato ai deputati come l’esecutivo da lui guidato ha tra le priorità la questione ambientale. La crisi climatica che stiamo attraversando, tornata di stretta attualità dopo la tragedia della Marmolada e il caldo record di questi giorni, costringe infatti i governi ad assumersi la responsabilità di trovare una via d’uscita ad una situazione che rischia di aver conseguenze devastanti sul mondo che viviamo. Così nelle agende politiche dei principali paesi del mondo è presente un piano per la Transizione Ecologica, termine utilizzato per indicare il passaggio o la trasformazione da un sistema produttivo intensivo e non sostenibile dal punto di vista dell’impiego delle risorse, a un modello che invece ha il proprio punto di forza nella sostenibilità, ambientale, sociale ed economica. Quando si parla di “Transizione Ecologica”, dunque, si intende quel processo di cambiamento che possa portare al rilancio dell’economia e di interi settori produttivi all’interno di un modello che metta al primo posto la tutela ed il rispetto dell’ambiente.

Ma se a parole sembra semplice e di bon senso, l’attuazione o l’avvio di un reale percorso volto a modificare interamente il sistema produttivo di un paese incontra difficoltà non indifferenti. Un primo passo in questa direzione nel nostro paese è stato fatto il 26 febbraio 2021 quando con la nascita del Governo Draghi è stato istituito il primo Ministero della Transizione Ecologica nella storia del nostro paese. Tale ministero, che ha sostituito il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Mare, opera in stretto raccordo con il Ministero dello Sviluppo Economico con l’obiettivo di trovare un punto di incontro tra le esigenze economico-produttive e la necessità di una riconversione green del sistema. Ma se fino ad ora l’impegno del Governo non si era concretizzato in altro se non nelle dichiarazioni di Draghi e Cingolani, adesso l’Italia ha un piano. Nel vero senso della parola. 

Nel mese di giugno è stato infatti pubblicato il “Piano per la Transizione Ecologica” (PTE), uno strumento di programmazione nazionale volto a indirizzare le future decisioni in modo da coniugare le esigenze economiche e lavorative con quelle ambientali definendo un quadro concettuale anche per gli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Nelle sue premesse, il Pte enuncia l’intenzione di perseguire un “approccio sistemico, orientato alla decarbonizzazione ma non solo; caratterizzato da una visione olistica e integrata, che include la conservazione della biodiversità e la preservazione dei servizi ecosistemici, integrando la salute e l’economia e perseguendo la qualità della vita e l’equità sociale”. Nell’individuare nella decarbonizzazione, nella mobilità sostenibile e nell’abbassamento della soglia di inquinamento come priorità assolute da perseguire, il piano evidenzia tre presupposti necessari affinché si attivi realmente una transizione ecologica: il consenso, la partecipazione e un approccio non ideologico alle questioni; la centralità della ricerca scientifica; la semplificazione delle regole che governano l’attuazione dei progetti. Senza il verificarsi di queste tre condizioni la transizione ecologica è destinata ad esaurirsi in un nulla di fatto. Per raggiungere gli obiettivi contenuti nel piano, l’Italia si è data tempo fino al 2050, “”anno in cui il nostro paese deve conseguire l’obiettivo, chiaro e ambizioso, di operare “a zero emissioni nette di carbonio” e cioè svincolandosi da una linearità tra creazione di ricchezza e benessere con il consumo di nuove risorse e/o aumento di emissioni”. Un tempo evidentemente lungo, vista l’impossibilità di raggiungere obiettivi così ambiziosi nel breve periodo, che rende necessaria una continua revisione del PTE per renderlo il più possibile attuabile nel corso degli anni. Quella presentata a giugno, infatti, altro non è che una prima versione che funga da quadro generale e punto di partenza per l’elaborazione di una strategia concreta. Come esplicitato nel documento, infatti, “l’attuazione degli interventi previsti dal Piano per la transizione ecologica e dal PNRR necessitano di una efficiente pubblica amministrazione e di una accurata e precisa metodologia, basata sulla quantificazione in termini di emissioni, lavoro e flussi finanziari secondo la prospettiva del ciclo di vita […] Ulteriori elementi, dati quantitativi e cronoprogrammi saranno contenuti in una secondo documento”.

Vista l’impossibilità di pianificare interventi concreti su un periodo di tempo così lungo, dunque, sarà necessaria una costante revisione delle misure previste dal piano per renderle quanto più possibile attuali e realizzabili. Ma se quello descritto sin qua sembra essere uno scenario quasi idilliaco, con un programma di massima per arrivare ad una piena transizione entro il 2050, nella realtà nasconde diverse insidie. Su tutte vi è una questione strettamente politica data dalle diverse sensibilità sul tema dei vari partiti che potrebbe influire, e non poco, sull’attuazione del piano. Come stabilito nel PTE, infatti, ogni 31 maggio dovrà essere presentata una relazione sullo stato dell’arte e l’attuazione del piano per ricalibrare gli obiettivi e immaginare misure concrete da adottare per raggiungerli entro l’anno successivo. Una revisione annuale in un paese in cui temi, urgenze e priorità dei partiti vengono stravolti da un giorno all’altro rischia di esporre in modo irrimediabile un argomento così importante alle oscillazioni politiche che caratterizzano il nostro sistema. Se il 31 maggio prossimo al governo ci dovesse essere una forza politica che ha a cuore l’ambiente allora il piano potrebbe diventare centrale nella programmazione dei lavori. Se, al contrario, al governo ci fosse un partito (o una coalizione) poco interessata a questi temi si potrebbe creare uno stallo con l’implementazione della transizione ecologica ferma in attesa di risposte. E così per tutti gli anni successivi, fino al 2050.

Il rischio è dunque che il tema della transizione ecologica, la cui importanza è sotto gli occhi di tutti oggi più che mai, diventi una carta politica come tante altre da utilizzare per fare pressione sugli avversari e ottenere quello che si vuole. L’elaborazione di un piano è un punto di partenza fondamentale ed imprescindibile che il nostro paese stava aspettando da tempo ma potrebbe non essere sufficiente. Ora è necessario che quel piano venga attuato e che da oggi fino al 2050 tutte le forze in campo si adoperino affiche gli obiettivi stabiliti da questo governo vengano raggiunti il prima possibile. Non è immaginabile che ogni governo che si insedierà da qui al 2050 possa riconsiderare il PTE per questioni ideologiche o partitiche. Ne va del futuro di tutti. 

L’estate italiana del Governo Draghi

È ufficialmente estate e come ogni anno si ripetono le stesse scene, ormai quasi rituali: le repliche delle fiction Rai al pomeriggio, gli avvisi di non uscire nelle ore più calde e bere tanta acqua e le crisi di governo, vere o minacciate che siano.

Ci risiamo. Con l’arrivo dell’estate iniziano anche i malumori all’interno del governo e le minacce di crisi e uscite dalla maggioranza. Un grande classico dell’estate italiana da quell’ormai celebre caduta del governo “Conte I” sancita sulle spiagge del Papeete da Matteo Salvini, all’epoca Ministro dell’Interno. A distanza di tre anni dalla caduta del governo giallo-verde i protagonisti della nuova crisi, da giorni in procinto di concretizzarsi ma ancora solo minacciata, sono ancora una volta loro due: Matteo Salvini e Giuseppe Conte. I ruoli ovviamente sono diversi rispetto a quelli ricoperti nell’estate del 2019, nessun incarico di governo ma solo la guida di due partiti in forte crisi ma centrali nella maggioranza larga che sostiene Mario Draghi.

La telenovela tra il Movimento 5 Stelle e il premier Mario Draghi è iniziata settimane fa quando il leader pentastellato è stato informato, correttamente o meno non è dato sapersi, di un canale diretto tra il premier e Beppe Grillo. Secondo le indiscrezioni, infatti, Draghi avrebbe fatto pressioni sul fondatore del Movimento per chiedere la rimozione di Conte dalla guida del partito. Una voce mai confermata che ha però scottato l’ex premier al punto da arrivare ad ipotizzare intromissioni più profonde di Mario Draghi nelle attività del Movimento fino ad accusarlo di aver tirato lui le fila della scissione che ha portato all’addio di Di Maio e dei suoi fedelissimi. “Una scissione così non si coltiva in poche ore.” Ha commentato Conte “Da un po’ c’era un’agenda personale al di fuori della linea politica del Movimento. È stato Draghi a suggerirlo? Ne parlerò con lui”. E il giorno per parlarne è arrivato. Dopo il rinvio, a causa della tragedia sulla Marmolada che ha tenuto impegnato il premier, Draghi e Conte si incontreranno domani pomeriggio a Palazzo Chigi per “chiarire il disagio politico” e mettere sul tavolo le condizioni necessarie alla sopravvivenza del governo: no all’invio di armi a lunga gittata all’Ucraina e parlamentarizzazione del quarto decreto interministeriale con almeno un’informativa, no al termovalorizzatore a Roma, sì al salario minimo, no al ridimensionamento del reddito di cittadinanza e rinnovo del superbonus al 110%.

Da una parte, dunque, ci saranno le misure simbolo del Movimento 5 Stelle. Dall’altra ci sarà Palazzo Chigi con il Premier Draghi che si è detto disponibile all’ascolto ed al confronto ma che non intende deragliare dalla rotta impostata. Giuseppe Conte, anche se è ancora offeso per le presunte intromissioni del premier nella vita interna del M5s, non ne vuole fare una questione personale ma la partita resta delicata e rischia di far saltare il banco. “51 per cento restiamo, 49 per cento usciamo”, è la previsione di un fedelissimo del presidente del M5S. Una previsione che sembra rispecchiare fedelmente la doppia anima del Movimento, spaccato quasi a metà, con una parte dei parlamentari che spingono per la rottura e l’uscita dal Governo mentre l’altra chiede a gran voce di andare avanti. Insomma, che sia rottura o meno, per Conte si prospetta un’estate da sarto che lo vedrà costretto a ricucire rapporti per non perdere definitivamente un partito che appare allo sbando.

Meno problematica appare invece la condizione di Matteo Salvini, altro protagonista dell’estate italiana e vero e proprio pezzo da novante delle crisi di governo agostane. Ieri a Milano l’ex Ministro dell’Interno ha incontrato i suoi fedelissimi, convocati dopo la debacle delle amministrative, per definire la linea da seguire nei prossimi mesi. Al termine dell’incontro la direzione della Lega sembra essere definita: ricompattare il partito a partire da una linea critica, a tratti ostile, nei confronti del premier alzando i toni e strigliando Draghi ad ogni occasione buona. Finito il summit milanese emergono anche le richieste al governo dietro cui si trincerano Matteo Salvini e la Lega. Come nel caso di Conte, infatti, anche Salvini mette sul tavolo le proposte simbolo del suo partito chiedendo scelte concrete su fisco, stipendi, pensioni ed autonomia ed annunciando di voler “fare il tagliando a Draghi” per verificare lo stato dei lavori in questi ambiti. Ma se pubblicamente le priorità della Lega sono queste, leggendo tra le righe si capisce che i malumori all’interno del partito sono altri e vanno ricercati tra i desideri dell’ala sinistra della maggioranza. Ius Scholae, depenalizzazione della cannabis e ddl Zan, che a breve sarà riproposto in Parlamento, sono proposte giudicate irricevibili dalla Lega e su cui Matteo Salvini annuncia battaglia. Ma se Conte sembra essere già pronto allo strappo, la strategia del leader leghista sembra essere più attendista. Ancora segnato, forse, dalle conseguenze devastanti della crisi innescata nel 2019 dal Papeete, Salvini al momento non sembra voler mettere in dubbio il suo appoggio a Draghi ma c’è una data cerchiata di rosso sul calendario del Capitano leghista: il 18 settembre. Quel giorno a Pontida si raduneranno come ogni anno le tante anime della Lega e proprio quella è la data individuata per “fare il tagliando a Draghi” valutando prima di tutto il suo approccio alle proposte del centrosinistra e in secondo luogo lo stato dell’arte per quel che riguarda le misure volute dalla Lega. Insomma, se al momento sembra scongiurato un Papeete bis a fine luglio, il rischio di una “Crisi di Pontida” è reale e concreto.

Ma mentre i leader politici portano avanti interessi propri e di partito perseguendo la linea politica del Movimento 5 Stelle il primo e della Lega il secondo, tra i parlamentari qualcuno ha già fatto trapelare qualche malumore in caso di caduta del Governo. C’è infatti una data chiave nei prossimi mesi che tutti i parlamentari stanno aspettando: il 22 settembre, data in cui i parlamentari avranno maturato il diritto a quello che una volta era il vitalizio e adesso, più sobriamente, va chiamata pensione. E se il governo cade prima? Draghi ha già detto che non si cercherà una nuova maggioranza e si andrà immediatamente ad elezioni senza passare dal via. E proprio come nel Monopoli, se non si passa dal via non si incassa.

Khaby Lame sarà cittadino italiano. Ma tutti gli altri?

Dopo essere diventato il più seguito di sempre su TikTok, Khaby Lame ha ottenuto il riconoscimento della cittadinanza italiana. Ma ancora una volta la concessione della cittadinanza sembra essere un premio più che un diritto mentre un milione di ragazzi aspettano lo ius scholae.

Khaby Lame presto sarà cittadino italiano. Ad annunciarlo è stato Carlo Sibilia, sottosegretario al Ministero dell’Interno del governo Draghi, che con un tweet ha reso noto che il decreto di concessione della cittadinanza italiana per la star di TikTok è già stato emanato dal ministero e che presto il ventiduenne riceverà istruzioni per la notifica ed il giuramento. Una storia a lieto fine dopo mesi in cui da più parti si è dato sfogo all’indignazione per un ragazzo che vive in Italia da quando ha un anno ma che ancora non ha la cittadinanza. Lui stesso nei giorni scorsi, intervistato dal quotidiano “la Repubblica” aveva espresso il suo rammarico: “non è giusto che una persona che vive e cresce con la cultura italiana per così tanti anni ed è pulito, non abbia ancora oggi il diritto di cittadinanza. E non parlo solo per me”.

Non parlava solo per sé Khaby Lame. Parlava a nome di quei circa 887 mila bambini, bambine, ragazzi e ragazze che vivono e studiano nel nostro paese da sempre ma che ancora non sono italiani. Una schiera di giovani cresciuti in Italia che per ottenere la cittadinanza devono seguire trafile burocratiche infinite che, quando va bene, si concludono dopo anni passati a compilare carte e consegnare documenti. Se la storia di Khaby è una storia a lieto fine, lo stesso non si può dire per centinaia di migliaia di altri giovani italiani che italiani non sono ancora e che attendono il loro turno guardando attoniti il tweet di Sibilia. Un tweet che sembra riconoscere al tiktoker, che non ha nessuna colpa in questa vicenda, una corsia preferenziale per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Se Sibilia afferma infatti che il decreto per la concessione della cittadinanza è stato emanato a inizio mese, è inevitabile notare come l’annuncio arrivi a poche ore dalle polemiche scatenate dall’intervista rilascia a “la Repubblica” e immediatamente dopo che Lame è diventato il più seguito di sempre su TikTok. Un tempismo quantomeno sospetto che sembra voler riconoscere al ragazzo lo status di cittadino italiano più per la sua visibilità che per la reale fine delle pratiche di concessione. E inevitabilmente questo passaggio non è passato inosservato: “Salve sign. Sibilia, anche a me piacerebbe avere la cittadinanza ma non sono una famosissima tiktoker e non ho il reddito abbastanza alto da potermi permettere di compilare la domanda per la concessione della cittadinanza. sono qui da 20 anni e studio all’università. Potrebbe emanare anche per me un decreto di concessione?” scirve qualcuno in risposta al sottosegretario. O anche: “Che orribile cosa. Non per il buon Khaby Lame, ma per il principio di uguaglianza calpestato davanti a tuttə queə italianə natə in Italia senza cittadinanza che devono solo aspettarla come una concessione da voi dall’alto”.

La cittadinanza italiana però deve essere un diritto e non può diventare un premio o un privilegio. Agli occhi dell’opinione pubblica, e soprattutto di chi quello status lo attende da anni, questa vicenda sembra trasformare la cittadinanza in un riconoscimento per quel che è stato fatto. Da Adam e Ramy, i due giovani che sventarono il dirottamento di un bus nel milanese, a Khaby Lame passando per l’assurda storia dell’esame di Luis Suarez, nel nostro paese la cittadinanza sembra sempre più essere subordinata a un qualche gesto di particolare rilievo: sportivo, social o sociale che sia. Ma così non deve e non può essere. Nessuna colpa, lo ripetiamo, hanno la star di Tik Tok o i due giovani che hanno salvato 51 compagni di scuola da uno squilibrato. Le colpe sono di una politica ancora impantanata su “ius soli” e “ius scholae” che tenta di salvare le apparenze agevolando la concessione della cittadinanza a quei personaggi in grado influenzare l’opinione pubblica su questi temi e continuando a rendere un inferno le pratiche per l’ottenimento a tutti quegli invisibili la cui unica colpa è non essere diventati star del web. 

Mercoledì 29 giugno la Camera dei Deputati discuterà la proposta di legge sulla cittadinanza che mira a introdurre lo Ius Scholae, ovvero dare la cittadinanza italiana ai bambini figli di extracomunitari che abbiano frequentato almeno un ciclo scolastico in Italia, senza che debbano aspettare il compimento dei 18 anni. Un provvedimento che molti giovani aspettano da sempre e che potrebbe rendere più facile l’accesso alla cittadinanza a chi qui vive e studia da sempre. Un provvedimento di civiltà che potrebbe far fare al nostro paese un passo in avanti enorme sul tema dei diritti. Un passo in avanti che già vede l’opposizione netta delle destre secondo cui questo provvedimento sarebbe “una scorciatoia controproducente”. Controproducente per chi, ancora non è chiaro. Forse solo per quella politica che non saprebbe più come premiare quegli italiani ancora stranieri che in futuro diventeranno star del web o compiranno gesti eroici per la comunità.  

I referendum sulla giustizia spiegati bene

Il 12 giugno oltre 51 milioni di Italiani saranno chiamati a votare i cinque referendum sulla giustizia promossi da Lega e Partito Radicale. Nella nostra breve guida proviamo a spiegarvi i cinque quesiti e quello che andrebbero a modificare nel sistema attuale.

Domenica 12 giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative in 978 comuni, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sui cinque referendum sul tema della Giustizia. I quesiti nascono dalla raccolta firma promossa da Lega e Radicali e sono stati dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale e dunque indetti per decreto dal Presidente della Repubblica il 6 aprile scorso. I due partiti promotori ne avevano proposto un sesto, sulla responsabilità civile dei magistrati, ma la Consulta lo ha ritenuto inammissibile come già aveva fatto per i referendum su cannabis ed eutanasia legale.

Quando e come si vota – La tornata referendaria si svolgerà nella sola giornata di domenica 12 dalle ore 7 alle ore 23 ed al termine delle operazioni di voto si precederà immediatamente allo scrutinio. Come previsto da un’apposita circolare del Ministero della Salute, per votare sarà necessario recarsi al seggio con una mascherina da indossare durante tutta la permanenza presso la struttura. Chi dovesse essere positivo al covid ed in isolamento domestico dovrà far pervenire una richiesta al proprio comune entro il 7 giugno dichiarando di voler votare e richiedendo la possibilità di esprimere il proprio voto presso l’indirizzo in cui si sta svolgendo la quarantena. Gli aventi diritto al voto per questa tornata saranno 51,1 milioni e sarà necessario, affinché ciascuna consultazione sia valida, che voti la maggioranza degli aventi diritto. Trattandosi di referendum abrogativi, chi vuole mantenere in vigore le norme che si propone di cancellare deve rispondere ‘No’ sulle schede. Chi è d’accordo con i promotori deve rispondere ‘Si’ in modo che non abbiano più valore di legge.


Refrendum n. 1 – Scheda rossa
Abrogazione del Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi.

Con questo primo referendum si chiede ai cittadini se siano o meno d’accordo ad abrogare la cosiddetta “legge Severino” che dispone l’interdizione dai pubblici uffici in caso di condanna definitiva. In altre parole, con il sistema attuale, un politico condannato in via definitiva viene automaticamente dichiarato incandidabile e nel caso ricopra cariche in quel momento gli vengono tolte con effetto immediato. Qualora vincesse il “SÌ” verrebbe eliminato il decreto facendo così venire meno l’automatismo e dando ai giudici la facoltà di decidere di volta in volta se applicare ai condannati l’interdizione dai pubblici uffici.


Referendum n.2 – Scheda arancione
Limitazione delle misure cautelari: abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale.

Attualmente, durante le indagini il PM può chiedere al Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) di disporre una misura cautelare (carcere, domiciliari, obbligo di firma ecc.) per soggetti sospettati di aver commesso un reato. Tra le motivazioni che possono portare il gip a concedere la misura cautelare preventiva vi è tra gli altri il pericolo di reiterazione del reato. Se, cioè, un soggetto sospettato di aver commesso un reato è ritenuto in grado di ricommetterlo nel breve periodo il giudice può disporne l’arresto ad indagine ancora in corso. In caso di vittoria del “SI” verrebbe eliminato il rischio di reiterazione del reato dalle motivazioni per cui i giudici possono disporre misure cautelari preventive. L’arresto preventivo potrà essere comunque disposto nei seguenti casi: pericolo di fuga, inquinamento delle prove e rischio di commettere reati di particolare gravità, con armi o altri mezzi violenti.


Referendum n.3 – Scheda gialla
Separazione delle funzioni dei magistrati. Abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati.

Con un quesito assurdamente lungo e contorto si vuole chiedere in realtà una cosa molto semplice: volete abrogare la norma che oggi consente di passare agevolmente dalla carriera di PM (colui che coordina le indagini e sostiene l’impianto accusatorio a processo) a quella di Giudice (colui che in un processo è chiamato a decidere)? Mentre oggi si può passare, anche più volte, dal ruolo di giudice a quello di PM, se vincesse il ‘Sì’ si introdurrebbe nel sistema giudiziario italiano la separazione delle carriere: i magistrati dovranno scegliere dall’inizio della carriera se assumere il ruolo di giudice nel processo (funzione giudicante) o quello di pubblico ministero (funzione requirente, colui che coordina le indagini e sostiene la parte accusatoria) per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.


Referendum n.4 – Scheda grigia
Partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari. Abrogazione di norme in materia di composizione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e dei consigli giudiziari e delle competenze dei membri laici che ne fanno parte.

Tra le funzioni svolte dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) vi è anche quella di valutare l’operato dei magistrati in base a valutazioni che vengono fornite periodicamente dai togati presenti nei Consigli giudiziari, organi territoriali formati da togati e laici (professori universitari e avvocati). Se vincesse il “SI” si estenderebbe la possibilità di partecipare a queste valutazioni anche ai membri laici dei consigli giudiziari.


Referendum n.5 – Scheda verde
Abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura.

Si tratta del quesito sulla riforma del Csm attualmente composto da membri di diritto (Presidente della Repubblica, il primo presidente della Corte di cassazione e il Procuratore generale della Corte costituzionale) e da membri eletti per due terzi da tutti i magistrati di ogni ordine e grado e per un terzo dal Parlamento in seduta comune. Attualmente, per potersi candidare a membri del Csm è necessario raccogliere da 25 a 50 firme, in caso di vittoria del “SI” invece si tornerebbe al sistema in vigore fino al 1958 per il quale qualsiasi magistrato in servizio può candidarsi senza bisogno di raccogliere firme. Il quesito in questione è pensato per porre un freno al sistema delle cosiddette “correnti” finite al centro delle polemiche dopo il caso Palamara. 


Riforma Cartabia – Dopo colpevoli ritardi e lungaggini burocratiche, tra il 14 e il 15 giugno arriverà in Senato per l’approvazione definitiva la Riforma della giustizia. Tre referendum su cinque trattano questioni contenute nella “riforma Cartabia”: quelli che riguardano le modalità di elezione dei membri togati del Csm, le modalità di valutazione della professionalità dei magistrati e la separazione delle funzioni. Se questi tre referendum dovessero essere approvati, il Parlamento sarà chiamato a modificare le disposizioni della riforma relativamente a questi tre temi adeguandosi ai risultati della tornata elettorale. Qualora il Parlamento approvasse invece il testo così come è attualmente, il comitato promotore potrebbe aprire un contenzioso davanti alla Corte costituzionale per capire se la nuova legge rispetti oppure no quello che viene definito il “verso del referendum”.

Allarme siccità in tutta Italia: si va verso il razionamento dell’acqua potabile?

In gran parte delle regioni italiane l’acqua scarseggia e mentre i raccolti già sono a forte rischio è sempre più concreta la possibilità di un razionamento dell’acqua potabile per i cittadini. Ma le responsabilità di questa ondata di siccità non sono solo delle condizioni atmosferiche estreme.

La mancanza d’acqua era già preoccupante ad inizio primavera quando temperature sopra la media ed assenza di precipitazioni avevano messo a dura prova le riserve idriche del nostro paese. Ora con un’anomalia climatica sempre più evidente la mancanza di acqua potabile sta diventando un vero e proprio problema nazionale e potrebbe portare a conseguenze gravi anche in territori solitamente non toccati dalla cronica siccità estiva. I cambiamenti climatici, insomma, hanno portato l’Italia ad una situazione che si era vista raramente nella storia recente del nostro paese con una siccità diffusa in tutte le regioni e situazioni al limite dell’emergenza in diverse zone.

A lanciare l’allarme è stato nei giorni scorsi l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche che ha sottolineato come siano diverse le regioni italiane, da nord a sud, che stanno affrontando situazioni di grave criticità. In particolare preoccupano le situazioni di Lombardia e Lazio: “Mentre in Lombardia si va verso lo stato di crisi idrica regionale” si legge nel comunicato di ANBI “l’incubo del razionamento dell’acqua potabile torna ad aleggiare sul Lazio, dove la quasi assenza di precipitazioni sta diventando allarmante: calano significativamente i livelli dei fiumi Tevere e Liri, ma anche dei laghi di Bracciano e di Nemi.” Sui Colli Albani, per evitare interruzioni di fornitura idrica, il gestore Acea Ato2 ha chiesto alla regione un incremento di prelievo dalla sorgente del Pertuso, una delle fonti del fiume Aniene, la cui condizione già critica (-60% rispetto alla media stagionale) rischia di aggravarsi. Situazione analoga si registra in Emilia Romagna, dove piogge disomogenee hanno portato leggero ristoro agli esangui corsi d’acqua, ma non hanno impedito che il bilancio idroclimatico di alcune zone scendesse al di sotto dei minimi storici. Grave è anche la situazione dei fiumi toscani, dove l’Arno ha una portata pari al 27% della media e l’Ombrone è in grande sofferenza, trasportando solo 1,56 metri cubi al secondo. In Abruzzo nei mesi scorsi, a causa della scarsa pioggia, sono stati toccati livelli di deficit superiori al 90% (ad esempio a Penne con -93,3%). A ciò si aggiunge la sofferenza delle regioni del sud Italia e delle isole, tradizionalmente soggette a fenomeni di siccità nei mesi estivi: in Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna la situazione risulta drammatica con il livello dei bacini idrici, naturali e artificiali, in costante diminuzione e vicino alla soglia critica.

La situazione al momento è critica e l’annunciato arrivo di “Scipione”, l’anticiclone africano che porterà temperature oltre i 35°, rischia di far ulteriormente precipitare le condizioni delle riserve idriche in tutta la penisola. Dopo un inverno in cui la pioggia è stata un miraggio, insomma, ci stiamo addentrando in un’estate in cui di precipitazioni non se ne vede nemmeno l’ombra. La prima conseguenza la si avrà sui raccolti con Coldiretti che ha già sottolineato come, con le condizioni attuali, siano a forte rischio le semine primaverili di riso, mais e soia ma anche le coltivazioni di cereali e foraggi, gli ortaggi e la frutta. E mentre i raccolti già soffrono, all’orizzonte si prospetta una misura drastica per arginare quanto possibile la mancanza di acqua potabile: il razionamento dell’acqua. In molte regioni, con il Lazio in testa, è infatti già allo studio la possibilità di chiudere i rubinetti in determinate fasce orarie ogni giorno per ridurre il consumo di acqua potabile e gestire così le riserve idriche in affanno in attesa che nuove precipitazioni possano dare respiro ad una situazione sempre più critica. 

Ma se il razionamento dell’acqua potabile, per quanto al momento tenuto come ultima spiaggia, può risolvere il problema in una situazione emergenziale come quella attuale è necessario un intervento strutturale in grado di ridurre al minimo il verificarsi di situazioni come quella che stiamo vivendo. Se buona parte delle responsabilità di questa situazione sono da attribuire a condizioni climatiche sempre più estreme non si può negare la presenza di fattori prevedibili e risolvibili: da un lato il mancato adeguamento alla domanda, con una rete idrica sempre uguale nonostante l’aumento della popolazione, e dall’altro una manutenzione carente della rete idrica provoca ogni anno perdite medie del 40%. Se dunque, nel breve periodo, poco si può fare per contrastare fenomeni atmosferici sempre più estremi, è necessario ed urgente un intervento volto a ridurre al minimo le criticità della rete idrica italiana in modo che possa resistere anche in situazioni di forte stress come quella attuale. L’arrivo dei fondi del PNRR, ad esempio, potrebbe essere un’occasione per investire su una rete idrica funzionante e con minori sprechi ma ad oggi la questione non sembra essere tra le priorità del nostro paese. Chissà che un’estate senza acqua possa far cambiare idea.

Cos’è la sentenza “Roe v. Wade” e perché il diritto all’aborto negli USA è in pericolo

Secondo quanto riportato dal quotidiano “Politico”, la Corte Suprema potrebbe ribaltare la sentenza “Roe v. Wade” su cui si basa il diritto all’aborto riportando gli USA indietro di cinquant’anni in materia di interruzione di gravidanza. 

L’indiscrezione che arriva dal quotidiano “Politico” è di quelle che lasciano senza parole: La Corte Suprema degli Stati Uniti si prepara a ribaltare la storica sentenza “Roe vs. Wade” del 1973 con la quale si è di fatto legalizzato l’aborto in gra parte degli stati americani. Stando a quanto riportato dal quotidiano, che cita fonti interne alla Corte, la maggioranza dei giudici che compongono la corte sarebbero pronti ad approvare una decisione presentata da Samuel Aito il 10 febbraio con l’obiettivo di ribaltare la storica sentenza. Qualora la decisione venisse approvata così com’è stata diffusa da Politico, essa rappresenterebbe la fine del diritto d’aborto negli Stati Uniti e spingerebbe verso legislazioni più severe su questo tema eliminando di fatto gli effetti della storica sentenza e riportando la situazione a com’era fino al 1973.

Prima della sentenza “Roe vs. Wade”, infatti, l’aborto negli Stati Uniti era disciplinato in modo autonomo da ciascuno stato con leggi nazionali senza che vi fossero indicazioni a livello federale. La conseguenza era che in oltre la metà degli stati, prevalentemente a guida repubblicana, l’aborto era considerato totalmente illegale, in altri tredici stati era consentito solo in caso di stupro, incesto, malformazioni fetali o in caso di pericolo per la madre mentre solo in quattro stati era considerato legale. In questo contesto si colloca la storia di Jane Roe,pseudonimo di Norma Leah McCorvey scelto per tutelarne la privacy. Dopo la separazione dei suoi genitori, Norma abbandonò la scuola e si sposò a 16 anni con un uomo violento da cui venne più volte maltrattata. Mentre era incinta del terzo figlio, a soli 18 anni, decise di fare causa all’uomo per interrompere la gravidanza. Così, con il supporto tra le altre delle avvocatesse Sarah Weddington, Linda Coffee e Gloria Allred, decise di avviare un processo davanti alla Corte Distrettuale contro le leggi anti-aborto del Texas. La sua richiesta venne accolta sulla base di un’interpretazione dell’Emendamento IX della Costituzione americana che recita: “L’interpretazione di alcuni diritti previsti dalla Costituzione non potrà avvenire in modo tale da negare o disconoscere altri diritti goduti dai cittadini”. Il rappresentante legale dello Stato del Texas, l’avvocato Henry Menasco Wade, decise di appellarsi alla Corte Suprema. Il suo nome, assieme allo pseudonimo della querelante, ha dato il nome al processo che divenne così il caso “Roe vs. Wade”. Il 22 gennaio 1973, la Corte Suprema riconobbe così il diritto della donna ad interrompere la gravidanza anche in assenza di malformazioni fetali o pericoli per la sua salute riconoscendo l’aborto come un vero e proprio diritto e facendolo così entrare per la prima volta nella legislazione federale.

Se la Corte Suprema oggi decidesse di ribaltare quella sentenza, stabilendo dunque che il diritto all’aborto non è più riconosciuto a livello federale, la palla passerebbe nuovamente agli stati che potrebbero così decidere in autonomia come legiferare sul tema. Se ciò dovesse accadere in tutti gli stati, in assenza di nuove norme sul tema, tornerebbe in vigore la legislazione precedente alla sentenza “Roe vs. Wade”. Sarebbe dunque necessario rivedere la legislazione di ogni stato per garantire il diritto all’aborto, un tema su cui, però, i Repubblicani non intendono fare passi indietro e sembrano intenzionati a mantenere in essere i divieti negli stati che governano. Si tratterebbe, in questo caso, del cupo culmine di una campagna sempre più conservatrice attuata dai Repubblicani e dalle varie organizzazioni anti-aborto che negli ultimi anni hanno più volte tentato invano di rovesciare la sentenza per impedire l’interruzione di gravidanza. Il tutto mentre gli sforzi dei Democratici per codificare la decisione, inserendola definitivamente in una legge federale e non solo in una sentenza della corte, sono sempre naufragati vista l’impossibilità di trovare voti a favore dell’aborto tra i Repubblicani al Senato. Una mano alle donne americane, intanto, è già stata tesa dal Canada con Karina Gould, ministro per la famiglia canadese, che ha sottolineato come “se le donne americane volessero abortire, qui troverebbero certamente accoglienza”.

Quattro attentati e una nuova ondata di repressione. Cosa sta succedendo in Israele?

I quattro attacchi in quattro diverse città israeliane tra il 22 marzo e il 9 aprile rappresentano la più letale ondata di violenza dal 2016 ad oggi con quattordici vittime. Ma la situazione sembra essere più complicata di come sembra e non si può ridurre all’eterno conflitto tra Israele e Palestina.

L’attuale ondata di attacchi terroristici in Israele è stata inquadrata da partiti palestinesi e gruppi militanti come una logica conseguenza del radicamento dei 55 anni di occupazione israeliana della Cisgiordania, del controllo israeliano su siti religiosi sensibili a Gerusalemme e della diminuzione dell’impegno di alcuni leader arabi chiave per la creazione di uno stato palestinese. Ma la situazione appare essere più complessa e non riconducibile esclusivamente alle rivendicazioni dei grandi gruppi palestinesi su Israele.

Gli ultimi due attacchi, che hanno provocato un totale di sette vittime a Tel Aviv e Bnei Brak, sono stati condotti da palestinesi provenienti da territori occupati della Cisgiordania ma gli attentati non sono stati rivendicati ufficialmente da nessun gruppo politico palestinese e, pur elogiandone l’azione, hanno negato ogni legame con gli attentatori. Ancor più complesso il quadro dei primi due attacchi, effettuati da tre membri della minoranza araba israeliana che negli ultimi mesi si erano radicalizzati ed erano ritenuti vicino all’ISIS, che ha prontamente rivendicato l’attacco. Non sembra dunque emergere una regia comune dietro gli attacchi che ad oggi appaiono più come i gesti estremi di soggetti radicalizzati senza spinte di gruppi o movimenti politici. Attacchi come quelli delle ultime settimane, anzi, sembrano essere inutili per la causa palestinese e la reazione della popolazione della Cisgiordania con la mancata rivendicazione degli attacchi sembrano indicare proprio la consapevolezza della scarsa utilità di questi atti terroristici. Ogni palestinese ha senza dubbio molti motivi per desiderare che gli israeliani provino dolore perché nella loro visione sono tutti, e non solo il loro governo, responsabili della drammatica situazione dei palestinesi. E probabilmente proprio da qui nasce il desiderio degli attentatori di colpire quanti più israeliani possibili. Ma la maggior parte dei palestinesi si discosta da questo pensiero e sa che gli attacchi di singoli individui spinti dalla disperazione o dalla vendetta non sono mai serviti, non servono e non serviranno a ottenere niente. Non cambieranno l’equilibrio di potere.

Ed è per questo che, pur comprendendo e talvolta condividendo le motivazioni degli attentatori, la maggior parte dei palestinesi resta indifferente agli attacchi e non si registrano particolari tentativi di seguire quella strada da parte di una fetta più ampia della popolazione. E non perché sarebbe impossibile. Migliaia di palestinesi senza un permesso di lavoro entrano ogni giorno in Israele attraverso le numerose brecce nella barriera di separazione. Succede da anni, e polizia ed esercito ne sono al corrente. Come tutti sanno, tra i palestinesi in Israele e in Cisgiordania c’è abbondanza di armi e munizioni. Quindi si sarebbero potuti verificare molti più attacchi individuali che non sarebbero potuti essere sventati in anticipo. Tutti i palestinesi avrebbero buoni motivi per desiderare d’incrinare la falsa normalità dei cittadini israeliani, che per lo più ignorano il fatto che il loro stato agisce instancabilmente, giorno e notte, per spogliare un numero sempre maggiore di palestinesi delle loro terre e dei loro storici diritti collettivi in quanto popolo e società. Ma non lo fanno perché lo reputano inutile per la causa se non addirittura dannoso.

Nonostante il tradizionale sostegno emotivo per la resistenza armata, la maggioranza sa che per il momento, anche se questa lotta riprendesse in modo strutturato e ampio e anche se fosse pianificata meglio rispetto quanto avvenuto nella seconda intifada, non potrebbe sconfiggere Israele né migliorare la sorte dei palestinesi. La falsa normalità di Israele, certo, in qualche modo si è incrinata. Pur non essendoci un collegamento diretto tra gli attentati e la popolazione palestinese, infatti, Israele ha colto l’occasione per intensificare la propria repressione nei territori occupati in Cisgiordania con una serie di rappresaglie anche simboliche, come l’abbattimento di ulivi e il danneggiamento di case e auto palestinesi. Giovedì 31 marzo almeno due palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid nel campo profughi di Jenin, un terzo su di un autobus. Il 30 marzo due fratelli palestinesi, accusati dai poliziotti israeliani di star preparando un attentato, sono stati arrestati nella Gerusalemme ovest dopo che la polizia ha sparato loro alle gambe. I media palestinesi denunciano decine di arresti tra la popolazione. Come se non bastasse, in seguito agli attacchi, il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è rivolto alla popolazione con un video nel quale ha affermato “Cosa ci si aspetta da voi cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità. A chi ha il porto d’armi dico che questo è il momento di tenere sempre le armi a portata di mano”. Un netto incitamento alla violenza accompagnato da una militarizzazione totale delle strade con oltre un migliaio di soldati schierati nelle città pronti a colpire la popolazione palestinese. Una reazione che, però, non sembra avere degli obiettivi specifici ma appare più come una ritorsione. Una violenza estrema contro obiettivi casuali che possa agire da deterrente per chiunque volesse provare ad imitare gli attentatori delle ultime settimane.

Cosa chiedono gli studenti che protestano da settimane

Scuole occupate a ripetizione in tutta Italia e manifestazioni continue e sempre più partecipate. Il mondo della scuola è in subbuglio e gli studenti sono tornati in piazza come non succedeva da tempo. Le questioni sul tavolo sono complesse e delicate ma i ragazzi vogliono risposte.

La scuola italiana è in rivolta. Da settimane negli istituti di tutto il paese si susseguono occupazioni, autogestioni e proteste degli studenti. A Milano nei giorni scorsi è toccato ai licei Bottoni e Parini, a una settimana dalle occupazioni di Carducci, Beccaria e Vittorio Veneto. Tra Torino e provincia sono una trentina le scuole toccate in varie forme dalla protesta. E lo stesso accade in tutta Italia in vista della grande mobilitazione studentesca prevista per questo venerdì che già ha alimentato le preoccupazioni del Viminale per il timore che possano registrarsi episodi di violenza. In mattinata il capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, Bruno Frattasi, ha diramato una circolare ai prefetti per chiedere l’apertura di “canale preventivo di dialogo con gli organizzatori delle manifestazioni” sottolineando come il coinvolgimento dei dirigenti scolastici appaia necessario “in considerazione della delicatezza delle tematiche sollevate dal mondo studentesco e della correlata esigenza che ad essa corrisponda una sensibile capacità di ascolto e mediazione”.

I motivi delle proteste, che ormai proseguono a ritmo serrato, sono diversi e nascono dalla volontà degli studenti di far sentire la propria voce e denunciare quel che non funziona nella scuola pubblica italiana. A dare il via alla nuova ondata di manifestazioni, che segue quella dello scorso dicembre con le continue occupazioni dei licei della Capitale, è stato l’annuncio da parte del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi del ripristino dell’esame di maturità tradizionale dopo l’interruzione causata dalla pandemia. Un esame che, secondo gli studenti, non terrebbe conto dei due anni, distribuiti su tre anni scolastici, in cui la pandemia ha costretto per lunghi periodi le classi a svolgere le lezioni con la didattica a distanza (DAD), con inevitabili conseguenze sulla loro preparazione. Un rifiuto che non nasce, come invece vuol far credere chi cerca di screditare le proteste studentesche, dalla negligenza di ragazzi che non vogliono faticare per superare l’esame. Nasce invece dalla crisi pedagogica innescata da una pandemia che ha avuto ripercussioni pesanti sulla salute psicologica dei giovani innescando un effetto domino che ha finito per influenzare non poco la loro preparazione scolastica. Come emerso da diversi studi, infatti, le limitazioni alla socialità e i lunghi periodi di isolamento hanno provocato un significativo aumento di ansia e depressione nelle persone tra 12 e 18 anni. Se a ciò si aggiunge la discontinuità delle lezioni, continuamente interrotte dall’alternanza presenza-remoto, si ottiene una vera e propria crisi pedagogica che trova riscontro proprio nelle prove scritte. Studenti e studentesse hanno di fatto accumulato ritardi e problemi nel loro percorso di studi con la conseguenza che l’esame di maturità tradizionale viene giudicato «inarrivabile» e inadatto a valutare un percorso scolastico così accidentato. Motivazioni più volte ribadite nel corso degli ultimi mesi dagli studenti a cui il ministro Bianchi, nonostante le sue dichiarazioni di un’apertura al dialogo, non ha dato ascolto rifiutando nei fatti ogni confronto. Così come non sembra intenzionato a dare ascolto al Consiglio superiore della pubblica istruzione, organo del suo ministero, che lunedì si è espresso sul tema evidenziando che sarebbe opportuno svolgere l’esame di maturità secondo le modalità dello scorso anno, per “consentire di valorizzare il percorso scolastico di tutti e di ciascuno, facendo emergere le esperienze vissute e le competenze acquisite”. La proposta degli studenti, che trova un appoggio ampio nel mondo della scuola, è quella di un ritorno ad una maturità “light” con solo una prova orale come accaduto nei due anni passati o in alternativa una modifica al sistema di valutazione in modo da far pesare maggiormente il percorso scolastico del triennio rispetto alle prove scritte e orali. 

Ma se sulla maturità si è ancora in attesa di una decisione definitiva e dunque tutto resta ancora da definire, anche se gli spazi per il dialogo sembrano essere minimi, c’è un altro tema che sta muovendo gli studenti e su cui sembra possibile l’apertura di un tavolo con il ministero. È il tema dell’alternanza scuola lavoro, sempre osteggiata dagli studenti ed ora diventata un caso dopo la morte di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci deceduti durante le ore di stage in aziende. Già a gennaio il ministro Bianchi aveva definito l’alternanza un modello ormai superato e dunque da rivedere e si era detto disposto a dialogare con gli studenti e le studentesse per immaginare una riforma del progetto volta a garantire maggiori tutele. Un dialogo che, ad un mese dalla morte di Lorenzo, ancora non è stato avviato provocando sconforto e rabbia nei giovani. “Noi non contestiamo il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro che è necessario così come l’apertura al territorio” ha dichiarato a Repubblica il coordinatore della Rete studenti Medi, Tommaso Biancuzzi “Ma deve essere rivisto radicalmente perché non si può accettare di esporre gli studenti a un mercato del lavoro che conta 1.400 morti all’anno. Va bene che si lavori col ministro Orlando, come annunciato si passi ai fatti però”. Il punto della questione è naturalmente legato alla sicurezza, ma gli studenti mettono in discussione anche l’effettiva utilità di queste prime esperienze lavorative: «Non possiamo avere studenti impiegati a fare fotocopie o caffè: è umiliante. Deve essere uno strumento didattico, una forma di insegnamento fuori dalle aule”.

I temi sul tavolo, insomma, sono complessi e delicati. Ciò che è evidente, però, è che gli studenti hanno ritrovato una forza ed una centralità che mancava da anni. Le continue mobilitazioni e l’ondata di occupazioni di questi giorni stanno certamente servendo ad accendere un riflettore sulla scuola che, si spera, possa portare a un nuovo modello di istruzione nel nostro paese. “Venerdì saremo marea” annunciano studenti e studentesse in tutta Italia. Una marea che vuole studiare, e vuole farlo in sicurezza e nelle migliori condizioni possibili. Una marea che va ascoltata e non manganellata nelle piazze. Perché solo così si può costruire il futuro. 

La tutela dell’ambiente entra nella costituzione: cosa e come cambia.

Martedì la Camera ha approvato alla quasi unanimità la legge costituzionale che modifica gli articoli 9 e 41 inserendo per la prima volta l’ambiente e la sua tutela nel testo della nostra Costituzione. Un passo in avanti che potrebbe però rivelarsi solo di facciata. 

Con la firma apposta ieri da Sergio Mattarella entra in vigore ufficialmente la modifica costituzionale approvata martedì dalla Camera dei deputati con 468 voti a favore, un contrario e sei astenuti. Un passaggio formale, quello della firma del Capo dello Stato, che assume un significato fortemente simbolico rappresentando il momento esatto in cui la tutela dell’ambiente entra per la prima volta nella nostra Costituzione. Il testo approvato martedì alla Camera, che già aveva ricevuto l’ok del Senato a novembre, modifica infatti gli articoli 9 e 41 della carta costituzionale inserendo per la prima volta in modo esplicito riferimenti all’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi.

Articolo 9

Prima

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione

Ora

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali

La modifica dell’art. 9 assume un significato particolarmente rilevante, non solo perché per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana viene modificato uno dei primi 12 articoli della costituzione ma anche e soprattutto perché l’ambiente e la sua tutela entrano di fatto tra i principi fondamentali e fondanti del nostro paese. Con la nuova formulazione dell’art. 9, infatti, per la prima volta compare la parola “ambiente” nel testo sostituendo la “tutela del paesaggio” inserita originariamente dai padri costituenti. Una modifica non solo simbolica e formale ma che potrebbe rivelarsi particolarmente importante nell’indirizzare l’attività legislativa e giuridica. Citare esplicitamente l’ambiente e le sue componenti ed elevarne la tutela a rango costituzionale, infatti, permette di eliminare ogni ambiguità e di considerarlo per la prima volta un valore primario costituzionalmente protetto. A ciò si aggiunge il fatto che, in una formulazione totalmente inedita per la carta costituzionale, tale tutela è rivolta “alle future generazioni.

Articolo 41

Prima

 
L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali

Ora

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge controlla i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali

Con la modifica all’art. 41, invece, il legislatore ha voluto ampliare i casi in cui si limita l’iniziativa economica inserendo l’ambiente tra i beni da tutelare. Anche la posizione della parola “ambiente” nel nuovo testo non è casuale essendo stata inserita, non al termine dei limiti già presenti, ma al secondo posto dando così attuazione immediata al nuovo art. 9 che pone l’ambiente tra i valori fondamentali. A ciò si aggiunge che la destinazione e il coordinamento dell’attività economica pubblica e privata avvengono non solo per fini sociali ma anche per fini ambientali.

Se la modifica costituzionale porta l’Italia ad allinearsi con gli altri paesi europei diventando il ventiduesimo stato dell’Unione ad aver inserito tematiche ambientali nella propria carta fondamentale, è inevitabile chiedersi quale valore e impatto pratico avranno queste modifiche. Mentre politici di ogni parte esultano ed il ministro Cingolani parla di “una giornata storica per il Paese che sceglie la via della sostenibilità e della resilienza nell’interesse delle future generazioni”, è impossibile non notare come gli stessi abbiano fino ad ora disatteso ogni aspettativa in tema ambientale e di transizione ecologica. Nessuno stop alle estrazioni petrolifere, sempre maggior spinta sul gas, pochi investimenti sulle rinnovabili e un occhio di riguardo sempre pronto per colossi altamente inquinanti come ENI e Snam. Quel che si auspica è che questa ispiri realmente le future mosse legislative. Certo è che l’inserimento di nozioni ecologiche, come biodiversità ed ecosistemi, nella principale fonte del diritto, conferma quantomeno una nuova visione socioculturale.

Quirinale, the end: Perdono i partiti ma vince la politica. E adesso?

La rielezione di Mattarella non è la sconfitta della politica che, anzi, se vogliamo ne esce vincitrice. È senza dubbio, però, la sconfitta del sistema dei partiti e dei leader politici che li guidano. Ora il panorama è desolante con spaccature e crisi ovunque che impongono una ricostruzione da zero.

Alla fine, è Mattarella Bis. La svolta arriva alle 10.36 quando Matteo Salvini si lascia sfuggire una dichiarazione sibillina mentre chiacchiera a microfoni spenti con i cronisti in Transatlantico. “Non si può andare avanti solo con i veti” dice il leader leghista “a questo punto conviene andare decisi sul bis di Mattarella. Ma dobbiamo essere tutti convinti”. È il momento in cui, per dirla con le parole di Letta, “il piano si fa inclinato” e la pallina inizia a scivolare inarrestabile verso la fine della discesa. Così, mentre in aula si prosegue con la settima votazione a vuoto, fuori dal palazzo la situazione si evolve rapidissimamente. Il Premier Draghi, dopo un colloquio con Mattarella a margine del giuramento al Quirinale di Filippo Patroni Griffi come giudice della Corte Costituzionale, rimane a colloquio da Mattarella facendo da trait d’union tra i partiti e il presidente uscente. Registra una disponibilità di massima e, immaginiamo, la comunica ai leader della maggioranza. La pallina scivola sempre più veloce. Iniziano e registrarsi le reazioni dei partiti e sono tutti con Mattarella al punto che Casini, fino a quel momento ancora in corsa con il sostegno di Forza Italia, si fa da parte: “Chiedo al Parlamento, di cui ho sempre difeso la centralità, di togliere il mio nome da ogni discussione e di chiedere al presidente della Repubblica Mattarella la disponibilità a continuare il suo mandato nell’interesse del Paese”. C’è una sola voce fuori dal coro, quella di Giorgia Meloni che inferocita twitta immediatamente: “Salvini propone di andare tutti a pregare Mattarella di fare un altro mandato. Non voglio crederci”. Ma la pallina ormai è inarrestabile e alle 15 arriva l’atto formale con la salita al Colle dei capigruppo di maggioranza a chiedere ufficialmente la disponibilità del Presidente uscente. “Avevo altri programmi” dice Mattarella “ma se è necessario ci sono”. E così si arriva al plebiscito dell’ottava votazione: 759 voti, il più votato dopo Pertini, e fine della corsa.

Ma al di là della cronaca della giornata di ieri, oggi è tempo di bilanci. Da ieri la teoria più ricorrente è quella secondo cui “l’elezione di Sergio Mattarella è la sconfitta della politica”. Non è così. La rielezione di Sergio Mattarella è una sconfitta, nettissima, ma non della politica. È la sconfitta del sistema dei partiti, uscito a pezzi da una settimana di vergognoso teatrino. Quei partiti che si sono dimostrati incapaci di trovare un punto di incontro. Quei partiti che per una settimana hanno fatto fuoco e fiamme bruciando uno dopo l’altro esponenti autorevoli della vita politica ed istituzionale della Repubblica Italiana. Quei partiti che alla fine hanno scelto la via più semplice, ripiegando sul presidente uscente nonostante le sue richieste di trovare un altro nome. Il sistema dei partiti a cui siamo abituati, con leader e capigruppo che conducono saldamente i loro parlamentari, si è disciolto. Per giorni i grandi elettori, da un lato e dall’altro, hanno votato di testa loro in totale autogestione avviando di fatto a partire dalla terza votazione una inedita “operazione Mattarella”. Il risultato è che per la prima volta sono i leader a seguire i parlamentari e non viceversa. Condottieri senza esercito ed eserciti senza condottieri rappresentano uno scenario inedito e dissacrante per il sistema dei partiti e per la politica italiana. Uno scenario che vede in definitiva la sconfitta dei partiti e dei loro leader ma non della politica che, anzi, ne esce se possibile vincitrice. La politica vince perché i Grandi Elettori sembrano votare come espressione dei cittadini che rappresentano, votando in modo spontaneo un presidente che piace al 66% degli italiani (dati SWG per La7, gennaio 2022). Sembra dunque ripristinarsi quel principio di rappresentanza che è cardine della democrazia e della politica. Poi, ovviamente, non è tutto bianco o nero e dunque è chiaro che dietro quei voti sparsi non ci sia solo la volontà di dare voce a quel 66% di cittadini pro-Mattarella ma anche la paura di un cambiamento improvviso con ripercussioni imprevedibili sul governo. Ma è un inizio, e non è poco visti i tempi bui.

Tempi bui per i leader e tempi bui per le coalizioni che escono con le ossa rotte da questa settimana e che ora dovranno cercare un nuovo equilibrio e, presumibilmente, creare una nuova geografia. A farne maggiormente le spese è stato senza dubbio il centrodestra che, arrivato a inizio votazioni con la presunzione di essere granitico, si è spaccato inesorabilmente sotto le picconate dei franchi tiratori. Quel centrodestra che aveva in mano il pallino del gioco ma che non è riuscito a condurlo arrivando a bruciare la seconda carica dello stato. Ad oggi la situazione nella coalizione sembra irrisolvibile con Forza Italia che da venerdì pare aver scaricato definitivamente i compagni meno moderati. I timori di una rottura anche tra Lega e Fratelli d’Italia, saliti dopo il no secco di Giorgia Meloni diventano quasi certezze dopo le dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni al Corriere della sera: “con Lega e Forza Italia, oggi, siete ancora alleati? In questo momento no. Mi sembra che abbiano preferito l’alleanza col centrosinistra, sia per Draghi che per Mattarella. Se per fare una prova manca un terzo indizio, quello è la legge elettorale: c’è chi cercherà di cambiarla in senso proporzionale. Se ci staranno, ci sarà poco da aggiungere”. I tre principali poli del centrodestra, dunque, sono divisi come mai lo erano stati prima. Nel prossimo anno, prima delle politiche della primavera 2023, bisognerà ricostruire da zero un’alleanza che possa presentarsi unita alle urne per puntare al governo o sarà l’ennesima occasione sprecata. 

Nel centrosinistra, invece, la coalizione sembra reggere ma a spaccarsi sono i partiti. Il Movimento 5 Stelle è una polveriera e ieri sera, dopo le scaramucce dei giorni scorsi, è iniziata la resa dei conti. Di Maio, pochi minuti dopo il discorso con cui Mattarella accetta l’incarico, convoca i giornalisti e attacca Conte. “Alcune leadership hanno fallito” dice “credo che anche nel M5s serva aprire una riflessione politica interna”. Non che servissero dichiarazioni pubbliche per capirlo. Proprio l’operazione “Mattarella – Bis”, nata non a caso dalle fila del M5S e poi appoggiata da Di Maio, è stato il segnale che qualcosa non andasse. Ora il Movimento dovrà ripartire ricucendo, o strappando definitivamente, le due anime prevalenti che lo compongono: quella dimaiana e quella contiana. Il PD, cosa strana per un partito di “sinistra”, sembra essere quello che ha meglio retto il colpo senza dividersi. Certo, anche nel Partito Democratico, sono stati tanti i grandi elettori a votare Mattarella in autonomia senza seguire le istruzioni del leader ma Enrico Letta sembra essere quello uscito meglio da questa debacle. i spende a lungo, con prudenza, per Mario Draghi, muovendosi sul filo del rasoio, con Giuseppe Conte che vuole il premier morto, in compagnia di Dario Franceschini, e contando sull’ambivalente sostegno a distanza di Luigi Di Maio. E siccome non si tratta di fatti personali, ma solo di politica, cura anche il canale con Italia viva. Azzecca la tattica parlamentare sulla prova di forza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, lasciando il centrodestra a contarsi. Invita al volo a assecondare la saggezza dei grandi elettori, dopo la prova del nove su Mattarella.

Ora si spengono le luci. Il Transatlantico svuotato torna nel silenzio e le strade intorno a Montecitorio tornano ad essere percorribili da tutti. Come abbiamo già detto nei giorni scorsi, per chi ama e segue la politica quello dell’elezione del Capo dello Stato è uno dei momenti più belli e divertenti che ci possano essere. Così oggi resta un po’ di malinconia, come quella che sale dopo l’ultimo giorno di scuola. Ma da domani inizia un altro anno di politica e, visti i presupposti, si preannuncia un anno particolarmente movimentato. Insomma, pare proprio che ci sarà da divertirsi. O da mettersi le mani nei capelli, se preferite.


Le immagini che restano

  1. La salita: I capigruppo salgono al Colle per chiedere ufficialmente il Bis a Mattarella.
  2. Applauso: Alle 20.19 Fico pronuncia per la 506° volta il nome di Mattarella. I rappresentanti politici presenti in aula si alzano in un lungo applauso.
  3. Discorso: il presidente rieletto pronuncia immediatamente un breve discorso: “I giorni difficili che stiamo vivendo richiamano al senso di responsabilità e al rispetto del volere del parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri a cui si è chiamati”
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