Si infittisce il mistero dietro la morte Emanuel Scalabrin. Secondo un testimone, interrogato dagli inquirenti, il 33enne fermato per droga e deceduto dopo una notte in cella avrebbe gridato in cerca di aiuto lasciando intendere la possibilità di un pestaggio ad opera degli agenti.
Nessun malore, ne una tragica fatalità. Secondo alcune nuove testimonianze la morte di Emanuel Scalabrin, deceduto in cella ad Albenga dopo un fermo per droga, sarebbe stata causata da un pestaggio ad opera di alcuni agenti. Se fino ad oggi le ricostruzioni non avevano chiarito a pieno le dinamiche che avevano portato alla morte del 33enne lasciando aperte diverse possibilità, le dichiarazioni rilasciate da un testimone interrogato dagli inquirenti che stanno indagando sulla vicenda potrebbero aprire una nuova fase dell’inchiesta. Secondo la testimonianza di Pietro Pelusi, infatti, Scalabrin sarebbe stato vittima di un violento pestaggio.
Fermato anche lui per questioni di droga e portato nel penitenziario di Albenga, Pelusi ha raccontato di aver sentito più volte Emanuel urlare chiedendo aiuto. “A metà pomeriggio” ha raccontato Pelusi “sono stato prelevato dalla mia cella e portato in una sala d’attesa. Mi ero convinto che mi volessero rilasciare. A un certo punto ho sentito delle urla provenire dalla cella di Scalabrin. Diceva: “Aiuto! Aiuto! Basta!”. Non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto”. La testimonianza, tanto delicata quanto scottante, è ora al vaglio delle forze dell’ordine che ne stanno valutando l’affidabilità. Pelusi è infatti un testimone facilmente smontabile in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine. Insomma, sarebbe fin troppo facile reputarlo inaffidabile. Ma proprio il suo essere pluripregiudicato lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine e dunque ben consapevole di come una falsa accusa di omicidio a un militare potrebbe avere ripercussioni pesantissime su di lui. Ripercussioni che lo avrebbero certamente dissuaso dal testimoniare il falso.
La testimonianza di Pelusi si aggiunge così ad un quadro estremamente confuso e pieno di elementi che non tornano. Verso le 21 Scalabrin si sente male, la dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta e consiglia “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”. I carabinieri lo accompagnano al pronto soccorso ma proprio questo rimane uno dei punti da chiarire della vicenda. Il referto segnala l’ingresso alle 22.57, l’apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone e viene sottoposto a “visita pronto soccorso”. Dopo i tre minuti al pronto soccorso, Sclabrin viene riportato nella sua cella intorno alle 23.30. Passano quasi dodici ore e alle 10.30 del mattino seguente i carabinieri che provano a svegliarlo ne constatano la morte. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”. Nei giorni successivi emerge il secondo punto oscuro della vicenda: i tecnici della procura non sono riusciti a recuperare i video di sorveglianza della cella di Scalabrin perché i filmati di quella notte non sono stati salvati sull’hard disk. Nessuna immagine, dunque, di quello che è accaduto quella notte nella cella di Albenga. Rimangono solo le testimonianze e un’autopsia che parla di un “arresto cardiocircolatorio” senza però chiarire i dubbi intorno ad una vicenda opaca.
“Anche se si è trattato di una morte naturale, bisognerebbe capire che cosa ha originato il decesso e se c’è qualcosa di innaturale che lo ha provocato” aveva commentato l’avvocato della famiglia di Scalabrin chiedendo chiarezza sulla vicenda. Chiarezza che a distanza di quasi due mesi dal decesso, ancora non è stata fatta. Sono anzi aumentati i dubbi e resta costante una domanda: cosa è successo ad Emanuel Scalabrin?
“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”
33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.
Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.
I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.
Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.
Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.
Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.
La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.
Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.
Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla devastazione del Campidoglio e sull’orda che ha tenuto in scacco per ore la democrazia americana, un altro assedio è passato inosservato. Un secondo obiettivo è infatti stato colpito dai sostenitori di Donald Trump: i giornalisti.
“Murder the media”, tradotto: morte ai giornalisti. È la scritta incisa durante l’assalto su una porta del Congresso americano da parte di qualche sostenitore di Trump. Un grido di battaglia che, purtroppo, non è rimasto solo su quella porta ma si è tradotto in un vero e proprio assalto ai media che si trovavano sul luogo per dare copertura ad un evento senza precedenti. Giornalisti e operatori sono stati aggrediti ripetutamente con una violenza ed una sistematicità che non trova precedenti.
Mentre dentro il Campidoglio i giornalisti sono stati portati dalle forze di sicurezza in un’ala sicura del palazzo per sottrarli alla furia dei sostenitori di Trump, all’esterno del palazzo del Congresso si è consumata una vera e propria caccia ai giornalisti. Un video diffuso da William Turton, giornalista di Bloomberg News, mostra un gruppo di manifestanti accerchiare una troupe televisiva intimandogli di andarsene prima di distruggere a calci e bastonate l’attrezzatura abbandonata dai giornalisti in fuga. Una scena che si è ripetuta in diversi punti della città dove, come denunciato da diversi media statunitensi, molte delle postazioni allestite per dare copertura all’evento sono state assaltate dai manifestanti. Le attrezzature di CNN ed Associated Press sono state distrutte e diversi giornalisti sono stati aggrediti e messi in fuga mentre con il cavo di una cinepresa veniva costruito un cappio da issare davanti al Campidoglio. Anche il nostro Antonio di Bella, durante collegamento con il TG3 notte, è stato costretto da un manifestante a spegnere la telecamera e ad interrompere la diretta al grido di “le vostre sono solo fake news”.
Un vero e proprio attacco alla libertà di stampa ed al Primo Emendamento della Costituzione statunitense che ha trasformato Washington in un teatro di guerra. “È stato spaventoso” ha raccontato Chip Reid, di CBS News “non c’era polizia a proteggerci e ne hanno approfittato per attaccarci. Ho dovuto indossare il casco e un giubbotto antiproiettile. Non mi accadeva da quando coprivo i conflitti in Iraq e Afghanistan”. Scene che in una democrazia non si dovrebbero vedere e che, invece, Sotto il governo di Donald Trump sono state addirittura alimentate e giustificate dallo stesso presidente. La violenza contro i media, infatti, è frutto della retorica di Trump che per quattro anni ha soffiato sul fuoco del sentimento anti-mediatico, etichettando regolarmente i notiziari come “il nemico del popolo” e accusando i media non allineati al suo pensiero di diffondere fake news. Così per anni, supportato da un esercito di fedelissimi pronti a sostenere lo stesso in ogni occasione, ha alimentato la sfiducia dei suoi sostenitori verso i giornalisti fomentandone la rabbia. Durante le proteste la repubblicana Sarah Palin, sostenitrice di Trump, in diretta su Fox News ha rilanciato per l’ennesima volta questa teoria sostenendo che “gran parte della colpa di quel che sta accadendo è dei media”.
Nel giorno della rabbia dei fedelissimi trumpiani, quindi, oltre alla democrazia è stato assaltato l’altro nemico del presidente uscente. A Washington, come nel resto degli Stati Uniti dove si sono verificati episodi simili, si è così registrata l’ora più buia per il giornalismo occidentale, raramente finito così platealmente sotto attacco. Quella frase incisa su una porta rimarrà per sempre come manifesto di quanto sia difficile oggi essere giornalisti. Chi filma, documenta, scrive, intervista, chi insomma scrive oggi quella che sarà la storia di domani è costantemente sotto attacco da parte di chi sostiene che il giornalismo sia il male. Senza accorgersi che a manipolare la verità è proprio chi chiude la bocca agli altri per veicolare un pensiero unico.
Sembra ieri che Giulio Gallera, frontman leghista dell’emergenza covid, sembrava a un passo dalla candidatura a Sindaco di Milano per il centrodestra. Oggi, invece, dopo una serie infinita di gaffe e sparate pubbliche si ritrova isolato sempre più vicino ad una sostituzione.
Giunge al capolinea l’avventura di Giulio Gallera nella giunta del presidente Fontana. Uno scenario inimmaginabile un anno fa quando l’assessore al welfare era una delle figure di punta della squadra di governo leghista. Sceso in politica nel 1990, quando venne eletto consigliere di Zona19 a Milano, fu uno dei primissimi sostenitori di Berlusconi e di Forza Italia con cui viene eletto per la prima volta nel 1997 in consiglio comunale a Milano. Dopo altri tre incarichi da consigliere, con la rielezione nel 2001 nel 2006 e nel 2011, arriva il passaggio in Regione con l’elezione al Pirellone nel 2013 come consigliere regionale. Nel 2018, dopo la vittoria di Fontana entra a far parte persino della giunta chiedendo e ottenendo anche una delle deleghe più prestigiose e complicate: la sanità.
Se gli avessero detto che proprio la sanità avrebbe posto fine anzitempo alla sua esperienza in giunta, forse ci avrebbe pensato due volte. Da marzo in poi, con lo scoppio della pandemia, quello di Giulio Gallera è diventato un nome conosciuto da tutti nel bene e nel male. L’inizio, bisogna ammetterlo, fu scoppiettante: in una situazione epocale, in cui nessuno sembrava capire nulla, lui era costantemente in tv o sui social a spiegare cosa stesse accadendo e cosa fosse necessario fare. A marzo nell’immaginario collettivo Giulio Gallera era la Lombardia. Un uomo forte e instancabile che, mentre la stessa OMS brancolava nel buio, era sempre pronto a dar risposte ai cittadini. La sovraesposizione mediatica aveva portato i suoi consensi alle stelle tanto che avevano iniziato a circolare voci su una sua candidatura per il centrodestra a sindaco di Milano. Voci mai smentite veramente e anzi cavalcate dallo stesso assessore che dichiarò apertamente: “Sono milanese, sono stato vent’anni al Comune, conosco ogni via della mia città e ne sono innamorato. Mi sono sposato qui, ho due figli al liceo, se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro”.
Poi, però, qualcosa si è rotto. La Lombardia, divenuta epicentro europeo della pandemia, ha mostrato gradualmente tutti i suoi limiti e lo scoppio di casi eclatanti, dalla gestione delle RSA all’inutilità dell’ospedale in fiera, ha alzato attorno a Gallera polemiche e richieste di dimissioni. Al dramma della sanità Lombarda si sono aggiunte poi le sue uscite pubbliche. Quello che era il suo punto di forza è diventata la sua croce e nelle sue dirette ha inanellato una serie di strafalcioni da far invidia a un Luca Giurato qualsiasi. Celebre è diventata ad esempio la sua spiegazione dell’indice RT che in quel momento era a 0,51 in Lombardia: “Che cosa vuol dire questo?” si chiese in diretta sulla pagina Facebook di regione Lombardia “Vuol dire che per infettare me bisogna trovare due persone nello stesso momento infette… Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone infette nello stesso momento per infettare me”. Poi ancora, dopo essere scivolato sulla temperatura corporea sostenendo che sia preoccupante se superiore al “37,5%”, aveva deciso di ringraziare le strutture private che “hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose anche a pazienti ordinari”. Una serie di dichiarazioni fuori luogo e sconclusionate che hanno costretto Matteo Salvini ad intervenire direttamente e, pur lasciando al suo posto l’assessore nonostante le richieste di dimissioni da parte di tutte le opposizioni, chiedere a Gallera di fare un passo indietro e smettere di apparire pubblicamente.
Così il frontman leghista è passato nel giro di tre mesi da uomo di punta dell’amministrazione lombarda a figura imbarazzante, da silenziare per evitare polemiche e crisi. Richieste di dimissioni e di commissariamento della sanità lombarda si sono susseguite per mesi prima di affievolirsi, solo parzialmente, con l’arrivo dell’estate e il calo nella curva dei contagi. Ma proprio in estate, soffrendo forse il calo della popolarità, Gallera ha deciso di attirare nuovamente su di sé i riflettori. Dopo mesi passati a chiedere ai cittadini lombardi sacrifici e responsabilità esortandoli a rinunciare alle vacanze per scongiurare una seconda ondata ha infatti deciso bene di pubblicare una sua foto dal pronto soccorso di Lavagna, in Liguria. Nulla di grave, per fortuna, solo una brutta ferita alla testa mentre giocava a paddle, durante una vacanza con amici e parenti. E via di nuovo con accuse e polemiche per la sua decisione di partire fregandosene dei suoi stessi appelli alla responsabilità. Polemiche che sono continuate per tutto settembre con le mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni che hanno tenuto occupato Gallera fino ad un finale di anno non meno turbolento. Con l’arrivo dell’autunno, infatti, a tenere sulla cresta dell’onda l’assessore lombardo è stato il caos vaccini con la Lombardia che si è fatta trovare ampiamente impreparata per la campagna antinfluenzale tanto che, dopo 13 gare indette e fiale pagate fino a 13 euro ciascuna (contro una media nazionale di 4,5 euro a dose), a inizio dicembre due terzi delle persone che ne avrebbero avuto diritto non avevano ancora fatto il vaccino per mancanza di dosi. Sfumata anche la polemica sui vaccini è di nuovo un suo post su Instagram a riaccendere le polemiche. Da buon milanese Gallera ha infatti deciso di celebrare Sant’Ambrogio facendo quello che lo fa stare meglio: una corsa con un gruppo di amici lungo il naviglio immortalata sul popolare social network con tanto di didascalia. “Oggi 20 km lungo il Naviglio Martesana. La maratona è maestra di vita. Stringere i denti e non mollare mai”. 20km, almeno tre comuni diversi attraversati. Il tutto mentre la Lombardia si trovava in zona arancione con il conseguente divieto di uscire dal comune e di praticare sport in gruppo.
Buio. Sipario. Applausi.
Prima di tornare in scena per salutare il suo pubblico con l’ultimo bis: “Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi hanno detto il 4 gennaio. Noi ci siamo organizzati per quella data. Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa”. Immediata e inequivocabile la replica di Regione Lombardia: “Le dichiarazioni dell’assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia”. Anche il suo partito ora lo scarica, sbugiardandolo pubblicamente e prendendo le distanze. Entro metà mese sarà rimpasto in giunta e Gallera dovrà lasciare la sua poltrona. L’ex frontman lombardo, isolato come non mai, tornerà nel camerino a ripensare a quel breve momento in cui è stato il leader del centrodestra lombardo. Un ricordo lontano mentre sulla sua esperienza politica scorrono i titoli di coda.
“Ma la televisione ha detto che il nuovo anno Porterà una trasformazione E tutti quanti stiamo già aspettando” -Lucio Dalla-
Dopo un anno in cui la pandemia da coronavirus ha monopolizzato la scena è iniziato un anno in cui, si spera, il mondo proverà a trovare una nuova normalità. Dopo avervi raccontato gli eventi salienti del 2020 nel nostro riassunto, oggi proviamo a tracciare un quadro di quello che sarà il 2021 attraverso alcuni elementi chiave che abbiamo individuato per voi. Fermo restando che uno dei temi principali sarà la lotta al coronavirus e la campagna vaccinale più grande di tutti i tempi, oggi non vogliamo parlare di pandemia.
La svolta politica dell’anno: Germania – A livello politico tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati sulla Germania e la data cerchiata in rosso sul calendario è una sola: il 26 settembre 2021. In quella data, infatti i tedeschi andranno alle urne per eleggere il proprio governo e, per la prima volta da 16 anni, tra i candidati alla cancelleria non ci sarà Angela Merkel. Erano le 16:00 del 22 novembre 2005 quando la Merkel giurò diventando per la prima volta Cancelliere Federale, un ruolo che lascerà per la prima volta a settembre dopo quattro mandati consecutivi e 5782 giorni ininterrotti alla guida della Germania.
La fine dell’era-Merkel porta con sé innumerevoli punti interrogativi. Il primo riguarda inevitabilmente il suo successore che verrà deciso il 16 gennaio dal congresso della CDU che dovrà anche fare i conti con la decisione di Annegret Kramp-Karrenbauer, già individuata come erede della Merkel, di non candidarsi dopo la sconfitta delle scorse amministrative in Turingia. Al momento sembrano essere in tre a contendersi il ruolo: l’ultraconservatore Friedrich Merz, l’ex Ministro dell’ambiente Armin Laschet e il Ministro presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Norbert Röttgen. Nessuno dei tre sembra però essere in grado di riempire il vuoto che lascerà la cancelliera, ancora capace di raccogliere da sola un terzo delle preferenze dei tedeschi. Gli interrogativi sono molteplici anche su come sarà la politica tedesca post-Merkel e sul ruolo che il paese avrà nell’Unione Europea dopo l’uscita di scena di quella che per anni è stata il vero leader dell’UE.
Lo scontro dell’anno: Taiwan – Per qualcuno è “l’isola che non c’è” visto che, con i suoi 23 milioni di abitanti in 35mila Km2, molti stati non hanno relazioni diplomatiche con Taipei. Ma quest’anno Taiwan potrebbe trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione con la Cina che, dopo Hong Kong, vorrebbe portare sotto il proprio controllo anche quella “provincia ribelle” che negli anni ha sviluppato una forte identità e un’autonomia sempre maggiore. Le relazioni tra i due stati non sono certo mai state semplici tanto che, dopo la cessione dell’isola alla Cina da parte del Giappone nel 1945, già nel 1947 iniziarono i primi moti indipendentisti che portarono due anni dopo ad una sostanziale indipendenza da Pechino. Dopo anni di guerra aperta e decenni di stallo diplomatico e militare, le relazioni sembravano essersi stabilizzate alla fine degli anni ’90. Lo scorso anno, però, Taiwan è stato terreno di scontro per tre motivi: lo scoppio di proteste anticinesi, il supporto del governo dell’Isola ai movimenti democratici di Hong Kong e le relazioni sempre maggiori con gli USA.
Imponendo la sua legge su Hong Kong, ponendo di fatto fine all’esperienza “un paese due sistemi” che avrebbe voluto applicare anche a Taiwan, Pechino ha mostrato il suo vero volto esasperando la situazione. Da un lato Taiwan non è disposta a fare la fine dell’ex colonia britannica e vuole a tutti i costi affermare la propria autonomia, dall’altro la Cina vorrebbe definitivamente porre fine alle mire indipendentiste e per questo ha fatto salire tensioni e allarmismo, intensificando la pressione militare su Taiwan ad un livello senza precedenti per decenni. Negli ultimi mesi le forze armate di Pechino hanno condotto una fitta serie di esercitazioni militari, aeree e terrestri, insolitamente vicino all’isola per intimidire i suoi leader e la sua popolazione. A differenza di quanto accaduto ad Hong Kong, però, se decidesse di forzare la mano con Taiwan la Cina troverebbe una situazione ben diversa con un governo che non ha intenzione di piegarsi a Pechino e che è disposto a schierare il proprio esercito per resistere. Per questo motivo Xi Jinping si è fino ad ora trattenuto da un attacco frontale ma è improbabile che le tensioni si riducano. Saranno invece sempre maggiori, con Pechino che ha compreso la necessità di una maggiore coercizione e intimidazione per mettere in ginocchio una Taiwan sempre più capricciosa e che potrebbe dunque fare del 2021 l’anno della stretta finale.
Summit dell’anno: COP26 – Dall’1 al 12 novembre 2021 andrà in scena la 26° conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (cop26). Rinviata di un anno a causa della pandemia, sarà organizzata congiuntamente da Italia e Regno Unito anche se avrà luogo, se mai sarà possibile svolgerla in presenza, esclusivamente al SEC Center di Glasgow mentre nel nostro paese avranno luogo appuntamenti ad essa collegati. Il summit di Glasgow avrà l’arduo compito di riportare le tematiche ambientali al centro delle strategie degli stati dopo un anno in cui tutte le attenzioni sono state concentrate sulla pandemia. Come previsto nell’Accordo di Parigi sul Clima, siglato nel 2015, verrà attivato il cosiddetto “meccanismo a cricchetto” che porterà ad una rivalutazione delle strategie e degli obiettivi delineati nella capitale francese. Nell’Accordo era infatti previsto che ogni cinque anni, divenuti sei a causa della pandemia, gli stati presentassero un rapporto su quanto fatto per calibrare la strategia comune e verificare l’attualità e la fattibilità degli obiettivi. Ad oggi, secondo il monitoraggio effettuato da Climate Action Tracker, tutti i principali stati avrebbero fatto sforzi insufficienti o gravemente insufficienti per raggiungere gli obiettivi di Parigi.
Da monitorare nel corso dell’anno per avvicinarsi al summit di Glasgow sarà senza dubbio la posizione degli Stati Uniti. Dopo la decisione del Presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, infatti, sembra possibile un’inversione di rotta con Joe Biden che ha già annunciato di voler incrementare gli sforzi in ambito ambientale e di voler rientrare immediatamente negli accordi internazionali sul clima, Parigi incluso. Se dovesse mantenere fede alle promesse fatte in ambito green, il nuovo presidente potrebbe affrontare la COP26 ponendosi come guida per gli altri paesi nel tracciare la linea da seguire.
L’addio dell’anno: Raul Castro – Per chi ha sempre guardato a Cuba come alla terra di Fidel Castro e Che Guevara, il 2021 sarà un anno di grande cambiamento. Dopo la svolta del 2019 con la decisione di cedere la presidenza a Miguel Díaz-Canel, Raul Castro ha infatti già annunciato una decisione che porrà definitivamente fine alla Cuba castrista. In occasione del Congresso del Patrito Comunista Cubano, che si terrà tra il 16 e il 19 aprile, Il fratello di Fidel dirà addio alla scena politica dimettendosi da leader del partito e passando il testimone all’attuale presidente. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1965, il Partito Comunista Cubano sarà guidato da qualcuno di esterno alla famiglia Castro ponendo fine ad un’era che durava dalla rivoluzione cubana. “Sarà il congresso della continuità, espressa attraverso il passaggio progressivo e ordinato delle principali responsabilità del Paese alle nuove generazioni” scrive il quotidiano ufficiale del partito Granma. Ma ciò che è certo è che, continuità o meno, sarà un momento storico per l’isola socialista che vedrà per la prima volta fuori dalla politica nazionale i principali fautori della rivoluzione che rese celebre Cuba.
Evento sportivo dell’anno: Olimpiadi Tokyo – Sarà l’anno buono? Non lo possiamo sapere ancora, ma tutto lascia presagire che i Giochi Olimpici andranno in scena regolarmente. Al di là delle competizioni sportive, quelle di Tokyo saranno Olimpiadi che rimarranno nella storia per diversi motivi. Un primo dato a renderle uniche sarà innanzitutto la data: pur continuando a chiamarsi Tokyo 2020, saranno i primi Giochi Olimpici della storia a svolgersi in un anno dispari. Se durante le guerre le olimpiadi vennero annullate a mai recuperate, è infatti la prima volta che la rassegna olimpica viene posticipata di un anno. Curioso che sia toccato proprio a Tokyo che già nel 1940 dovette rinunciare alle olimpiadi, già assegnate ed organizzate, a causa dello scoppio della guerra. Ma al di là delle date sarà un evento che rimarrà nella storia come il primo grande evento sportivo post pandemia, un segnale di ripresa e speranza per il mondo che dovrà essere completamente ripensato e riorganizzato per renderlo compatibile con l’emergenza sanitaria che, presumibilmente, non sarà ancora del tutto terminata.
Il 2021 sarà dunque un anno pieno di momenti chiave e ricorrenze. Sarà l’anno del 700° anniversario della morte di Dante e del 75° della nascita della Repubblica Italiana, sarà l’ultimo anno di Mattarella come Presidente della Repubblica e il primo di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, sarà un anno pregno di eventi e di spunti che, speriamo, potrà farci dimenticare un 2020 monopolizzato dalla pandemia. Forse.
Dal primo gennaio 2021 il mondo dei rifiuti verrà stravolto. A partire da quella data, infatti, entreranno in vigore due norme che incideranno in maniera determinante sul mondo in cui oggi vengono trattati rifiuti plastici e non solo. Ma c’è un rischio che rimane in agguato: gli ecocriminali.
L’inizio del nuovo anno porterà una serie di novità nel settore dei rifiuti che potrebbero sconvolgere l’intera filiera portando i principali produttori di scarti a dover riconsiderare le proprie politiche. Con il nuovo anno entreranno infatti in vigore due norme che potrebbero stravolgere in maniera pesante, e con altrettanto pesanti ripercussioni, la geografia dell’export di rifiuti di ogni genere. La prima novità arriva dalla Cina che, come punto finale della propria strategia green in tema di rifiuti, con il nuovo anno vieterà l’importazione di tutti i rifiuti solidi provenienti dall’estero vietandone lo scarico, il deposito e lo smaltimento. Un cambiamento epocale per una nazione che da decenni ricopre un ruolo centrale nel riciclo e nello smaltimento degli scarti di tutto il mondo. Fino al 2017, infatti, quasi la metà dei rifiuti prodotti in tutto il mondo venivano esportati verso la Cina come risultato della grande capacità del colosso asiatico di smaltire e in parte riciclare quegli scarti. A partire da quell’anno, però, la nuova politica in tema ambientale della Cina ha portato ad una graduale chiusura delle frontiere con il divieto di importazione prima di 24 tipologie di rifiuti solidi poi di tutti i rifiuti plastici fino alla svolta del 2021 con lo stop totale a qualsiasi tipo di rifiuto. Ma se la decisione della Cina era prevista e conosciuta da tempo, grazie ai rigidi piani economici pluriennali del paese asiatico, più sorprendente ma non meno importante risulta essere quella dell’Unione Europea. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione Europea ha varato nuove regole per lo smaltimento di rifiuti stabilendo il divieto assoluto a partire dal nuovo anno di esportare i rifiuti plastici verso i paesi non OCSE. Nella pratica, dunque, i paesi membri dell’Unione Europea non potranno spedire verso i paesi più poveri del mondo i propri scarti plastici vedendo limitata a soli 37 paesi con PIL medio-alto di cui 21 fanno parte della comunità Europea.
Le due misure avranno senza dubbio ripercussioni pesanti sui principali paesi europei e non solo. Con riferimento all’Italia, il blocco dell’importazione di rifiuti da parte della Cina andrà ad incidere in maniera significativa come già avvenuto per i divieti parziali degli scorsi anni. Nel 2018 secondi il rapporto sui rifiuti speciali curato da ISPRA, il nostro paese ha spedito nel paese asiatico 103.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi con una contrazione di quasi il 50% rispetto all’anno precedente dovuta alle restrizioni iniziate quell’anno. Ancor di più, però, inciderà il blocco dell’esportazione di rifiuti plastici verso paesi non OCSE imposto dall’UE. Come conseguenza al calo delle esportazioni verso la Cina, sono quasi raddoppiate tra il 2017 e il 2018 quelle verso paesi meno sviluppati con oltre 230 mila tonnellate di rifiuti indirizzate verso 11 paesi fuori dall’OCSE contro le 120mila esportate l’anno precedente. Pur non trattandosi esclusivamente di rifiuti plastici è innegabile che una buona fetta (almeno un terzo) di quelle 230 tonnellate rientrino tra i materiali che ora non sono esportabili. Senza considerare l’ulteriore aumento che si è senza dubbio registrato nei due anni successivi all’ultimo rilevamento dell’ISPRA. Con la chiusura di diversi mercati sarà più difficile poi anche far smaltire i propri rifiuti a quei paesi verso cui saranno ancora consentite le esportazioni. Se infatti ad oggi molti dei rifiuti plastici erano indirizzati verso Austria e Germania, in futuro quella quota potrebbe diminuire visto che anche i due paesi ridurranno le esportazioni per smaltire quei rifiuti che prima indirizzavano verso paesi non OCSE o verso la Cina.
Il rischio è che con la chiusura di molti mercati di riferimento in tema di rifiuti si possano alimentare fenomeni criminali già particolarmente forti nel nostro paese. Come riportato da Legambiente nel suo annuale rapporto sulle ecomafie, infatti, gli illeciti in materia di rifiuti sono in costante crescita in Italia e nel 2019 sono stati accertati 9.527 reati con un aumento di quasi il 20% rispetto all’anno precedente. Gruppi criminali, più o meno legati alle mafie tradizionali, operano stabilmente da anni nel ciclo dei rifiuti con interessi lungo tutta la filiera dalla raccolta allo smaltimento passando per il trasporto ed anche l’esportazione. Sono infatti decine di migliaia le tonnellate di rifiuti che vengono esportate illegalmente verso paesi in cui lo smaltimento è più conveniente aggirando le norme italiane e internazionali per smaltire a costo minore avvalendosi dell’intermediazione criminale. Se non si ha una stima precisa di quanti rifiuti vengano ogni anno portati al di fuori dal nostro paese illegalmente, diretti principalmente in Asia e nei Balcani, sappiamo che nel 2019 oltre 2mila tonnellate di rifiuti pronti ad essere esportati con documentazioni false sono stati sequestrati dall’Agenzia delle dogane che ne ha impedito la partenza. Ad alimentare questi traffici, oltre a motivi di profitto e convenienza, vi sono anche gravi deficit degli impianti italiani che uniti ai costi troppo elevati portano troppo spesso gli imprenditori a rivolgersi a gruppi criminali per gestirne lo smaltimento. Così la filiera dei rifiuti è diventata per la criminalità un business in grado di garantire profitti paragonabili solo a quelli provenienti dal narcotraffico. Un business che, senza i dovuti accorgimenti e le correzioni necessarie, rischia di essere ulteriormente alimentato dalle nuove politiche sui rifiuti di Cina ed Europa
“Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo.” -Giuseppe Conte-
Sta per terminare il 2020. Un anno che molti vorranno dimenticare, cancellandolo dai propri ricordi per ricominciare a sperare nel futuro, ma che inevitabilmente resterà per sempre impresso in chi lo ha vissuto. Un anno che, a modo suo, rimarrà nella storia per quello che è successo. La pandemia, certo, ma non solo.
Gennaio – Già a gennaio, infatti, era chiaro che il 2020 non sarebbe stato un anno come tutti gli altri. All’1.00 del 3 gennaio quattro missili lanciati da un drone dell’esercito statunitense colpiscono un convoglio di auto all’aeroporto di Baghdad uccidendo dieci persone tra cui il vero obiettivo dell’attacco: il generale iraniano Quasem Soleimani. La morte del generale scatenò una serie di reazioni violentissime e l’Iran, dopo tre giorni di lutto cittadino con dieci milioni di persone in piazza a salutare “il martire Soleimani”, passò al contrattacco pochi giorni dopo colpendo con missili a lunga gittata due basi americane e ferendo un totale di 109 soldati statunitensi. Per giorni si temette per l’inizio di una nuova guerra ma, per fortuna, le scaramucce durarono poco.
Non sono durati poco invece gli incendi che per settimane hanno devastato l’Australia bruciando, a cavallo tra il 2019 e il 2020, sedici milioni di ettari e provocando la morte di 33 persone e oltre un miliardo di animali. Un evento che rappresenta uno dei disastri più grandi di sempre per l’ambiente e per l’ecosistema australiano che è però passato sottotraccia a causa degli eventi che vi si sono sovrapposti. Oltre al rischio di una terza guerra mondiale, paventata da media ed opinione pubblica dopo gli scontri tra USA ed Iran, l’ecatombe australiana viene oscurata da una notizia che arriva dalla Cina: il 23 gennaio, a seguito della diffusione incontrollata di un nuovo coronavirus, la città di Whuan e in seguito tutta la regione di Hubei vengono messe in quarantena. È l’inizio di un incubo che sarà mondiale come avvertì l’OMS che il 30 gennaio dichiara il nuovo virus “emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale”.
Febbraio – Nonostante gli avvertimenti, però il virus continua ad essere visto come un problema cinese e il mondo continua con la vita di sempre. Così, mentre negli USA il senato respinge l’impeachment del presidente Donald Trump, in Italia il Festival di Sanremo condotto da Amadeus viene vinto da Diodato con la canzone “Fai rumore”. E mentre l’Italia si preoccupa di cosa sia successo tra Bugo e Morgan, in Egitto il 7 febbraio viene arrestato lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki, ancora detenuto senza nessuna accusa.
Ma la data che cambierà per sempre questo 2020, facendoci capire che il virus non era solo un problema cinese, è una: venerdì 21 febbraio 2020. All’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi, si registra il primo caso di covid-19 in Italia.
Marzo-Aprile – è l’inizio del periodo più buio della recente storia dell’umanità. All’improvviso il mondo si scopre fragile. Nel nostro paese dopo una settimana in cui si assiste quasi impotenti all’aumento esponenziale dei casi si decide di chiudere tutto: è il 9 marzo 2020, è l’Italia entra nel primo lockdown della sua storia. Sono passati 70 giorni da quando il virus è stato annunciato dalla Cina. 1680 ore. Tanto ci ha messo ad essere individuato anche in Italia e far crollare il paese nella sua “ora più buia”. Una settimana dopo anche il resto del mondo avrebbe iniziato a chiudere. Mentre tornano le frontiere europee per la prima volta, il presidente Macron il 16 marzo parla alla nazione annunciando: “da oggi siamo in guerra”. Nel mondo sono però sempre più diffusi i leader politici che sostengono che la pandemia non esista e che sia solo un’influenza. Tra di loro c’è Boris Johnson, primo ministro della Gran Bretagna, che colpito da un karma immediato il 7 aprile si ritrova ricoverato in terapia intensiva dopo aver contratto il covid-19. Ne uscirà senza conseguenze.
Le immagini di quei mesi le abbiamo ancora davanti agli occhi: supermercati assaltati, strade deserte, medici ed infermieri esausti, gli obitori intasati, le terapie intensive al collasso. L’Italia aspetta le conferenze del sabato sera e quello con il premier Conte diventa un appuntamento quasi fisso per milioni di persone. Due istantanee però rimarranno per sempre nella storia, indelebili nella memoria di chi le ha vissute: una colonna di mezzi militari che porta via da Bergamo decine di bare e un Papa solo in una piazza deserta che prega per il mondo. Ma mentre tutto sembra crollare si inizia a diffondere una solidarietà senza precedenti con medici che partono volontari verso i paesi più colpiti, gente comune che si ritrova unita nella lotta ad un “nemico invisibile” cantando ed applaudendo dai balconi.
Maggio-Giugno – Dopo due mesi e mezzo di chiusure, Il nostro paese inizio una timida riapertura. Il premier Giuseppe Conte annuncia la possibilità dal 4 maggio di rivedere i propri “congiunti”, rendendola all’istante una delle parole più googlate dell’anno. È l’inizio della ripresa che sancisce la fine della fase più acuta. I contagi calano e la pressione sulle terapie intensive scende. L’Europa lentamente si risveglia da un incubo. Il 3 giugno nel nostro paese si respira una nuova normalità, con mascherine guanti e gel igienizzanti ma con la possibilità di nuovo di muoversi tra regioni e andare per negozi. Lo stesso accade gradualmente in tutto il mondo che superato il periodo spera, sbagliando, che sia già tutto finito.
Ma una nuova scossa alle coscienze arriva dagli USA. Il 25 maggio il giovane afroamericano George Floyd viene ucciso da un poliziotto a Minneapolis innescando proteste violentissime che si protrarranno per giorni. Il movimento “Black Lives Matter” attraversa tutto il pianeta e in ogni paese si organizzano manifestazioni contro il razzismo. Ma è negli stati Uniti che la situazione degenera: i manifestanti assaltano e bruciano stazioni di polizia e negozi arrivando persino davanti alla Casa Bianca da dove il presidente Trump è costretto a fuggire nonostante un muro di due metri eretto a protezione del presidente per l’occasione.
Luglio-Agosto – Assaporando la nuova libertà in Italia e nel resto del mondo le località turistiche tornano ad essere affollate. Come se non ci fosse alcun virus, senza distanziamento e spesso senza dispositivi di protezione, milioni di persone partono per le vacanze approfittando dell’allentamento delle misure di contenimento.
Mentre senza accorgersene il mondo soffiava sul fuoco della seconda ondata, una scintilla è sufficiente per distruggere una città. Il 4 agosto una violentissima esplosione al porto di Beirut distrugge un’area vastissima facendo crollare diversi edifici e causando oltre 200 morti, 7.000 feriti e decine di migliaia di sfollati. Morte e devastazione spingono il popolo libanese a tornare in piazza a manifestare contro la corruzione nel governo. In piazza scendono anche i bielorussi dopo l’ennesima elezione che ha visto il trionfo, viziato da brogli, del leader Lukashenko contro cui milioni di persone hanno deciso di manifestare in tutto il paese venendo represse duramente. Ma il mondo sembra troppo preso dalla partenza dello Space-X, lo shuttle di Elon Musk che riporta gli Stati Uniti nello spazio, per accorgersi dei problemi dei due stati.
Settembre-Ottobre – L’illusione di aver sconfitto il virus si infrange contro i numeri in rapida ascesa. Mentre scuole e uffici ripartono in presenza i contagi crescono e con loro i ricoveri e i decessi. Nel giro di poche settimane ci si rende conto di essere di fronte ad una seconda ondata. In tutta Europa ricominciano le chiusure, ma quel senso di solidarietà che aveva caratterizzato la prima lascia il posto alla rabbia e alla disperazione di qualcuno. Nascono in tutto il continente movimenti di protesta che mettono a ferro e fuoco le città per dimostrare la propria contrarietà alle nuove chiusure. Da Parigi a Berlino, passando per Napoli Milano e Roma dove le manifestazioni sono guidate dall’estrema destra e dai negazionisti, migliaia di persone scendono in piazza per diversi giorni nella loro personale guerra contro lo stato.
Meno personale è invece la guerra che scoppia nella regione caucasica del Nagorno Karabakh dove per settimane si affrontano forze armate armene e azere causando morti e sfollati anche tra i civili. Il tutto mentre il 2 ottobre, a un mese dalle elezioni presidenziali, Donald Trump annuncia la sua positività al covid-19. Dopo aver criticato le mascherine, paragonando ripetutamente il virus all’influenza e continuato a tenere comizi elettorali viene trasportato in un’ospedale militare per precauzione. Ne uscirà pochi giorni dopo senza conseguenze.
Novembre-Dicembre – Il 3 novembre Joe Biden sconfigge un Donald Trump che non si rassegna e gridando a presunti brogli elettorali fa causa in diversi stati nel tentativo di ribaltare il risultato. Non sarà così. Tutti i tribunali a cui si rivolge respingono i suoi ricorsi e il 20 dicembre la vittoria di Biden viene certificata dai Grandi Elettori che lo incoronano nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America. Lo sconfitto Trump, da sempre particolarmente permaloso, cerca di ostacolare in tutti i modi Biden per rendergli il lavoro più difficile e grazia a ripetizione i suoi alleati condannati in questi anni concedendo nelle ultime settimane decine di perdoni presidenziali a suoi fedelissimi.
Intanto l’anno scivola via. I contagi continuano a crescere e novembre vede chiusure diffuso in tutto il mondo con il nostro paese di nuovo in prima linea. Ma dalle aziende farmaceutiche arriva un segnale di speranza: il vaccino. Mai una piccola fiala ha tenuto così tanto il mondo sospeso. Il suo viaggio dal Belgio allo Spallanzani di Roma viene seguito in diretta da migliaia di italiani nel giorno di Natale. E oggi, con un’immagine che da speranza per un futuro senza mascherine e distanziamento, 9.750 dosi in tutta Italia vengono somministrate a medici e infermieri.
Nel gennaio 1918 iniziò a diffondersi nel mondo l’influenza spagnola che, in due anni, avrebbe provocato oltre 50 milioni di morti. Tra lockdown, mascherine e no-mask il Natale del 1918 sembra essere incredibilmente simile a quello che stiamo vivendo in questo 2020.
“Quest’anno mostrerete più amore per vostro padre e vostra madre, per vostro fratello, vostra sorella e il resto della famiglia rimanendo a casa anziché andandoli a visitare per Natale, o tenendo feste o riunioni familiari. Per una volta, queste feste possono essere rimandate.”. No, non si tratta di uno dei tanti appelli che in questi giorni si rincorrono in tutto il mondo per un Natale distanziato. Quello che vi abbiamo riportato è un estratto di un articolo apparso il 21 dicembre 1918 sull’Ohio State Journal con cui il Commissario alla Sanità invita i lettori a rinunciare ad alcune tradizioni natalizie per far fronte alla pandemia che quell’anno stava causando centinaia di migliaia di morti: la Spagnola.
Non è infatti la prima volta nella storia che il mondo si ritrova a dover affrontare una pandemia nel periodo delle festività natalizie. L’influenza spagnola fece la sua apparizione nel gennaio 1918 e negli ultimi mesi dello stesso anno, a partire da ottobre, raggiunse il suo picco causando quasi sei milioni di morti morti in tutto il mondo in soli tre mesi. Solo in Italia la spagnola causò 600.000 vittime, l’1,6% della popolazione totale dell’epoca. Distanziamento sociale e mascherine si iniziarono a diffondere già allora e nel tentativo di limitare la diffusione del virus vennero prese misure restrittive per le festività natalizie. Dopo la fine della Grande Guerra, terminata ufficialmente l’11 novembre 1918, la voglia di festeggiare riabbracciando i propri cari era alle stelle ma proprio il ritorno dei soldati dal fronte fu uno dei principali veicoli di diffusione dell’influenza che si diffuse in modo incontrollato. Iniziarono dunque gli appelli a non organizzare feste e riunioni familiari e addirittura a rinunciare alla tradizione del bacio sotto il vischio limitandoli a quelli tra marito e moglie. E ci fu anche il primo tentativo di ridurre gli assembramenti e chiudere le attività in quello che fu una sorta di primo lockdown della storia: negli USA a partire dal 3 ottobre, molti stati chiusero scuole, chiese, teatri e luoghi di ritrovo pubblici.
Oltre alle restrizioni, però, un altro elemento sembra accomunare il Natale 2020 a quello di oltre un secolo fa. Nei tre mesi più duri della pandemia (ottobre – dicembre) iniziò a diffondersi in molti stati l’obbligo di indossare una mascherina e, insieme ad esso, presero piede anche i primi no-mask. In molti, infatti, si rifiutarono di indossare quella particolare protezione fatta da diversi strati di garza legati insieme e fatti bollire per sterilizzarli. In una situazione che sembra quanto mai attuale c’era chi adduceva motivazioni religiosi sostenendo che fosse vietato dal proprio credo, chi si lamentava della scomodità e chi denunciava l’obbligo di mascherina come una violazione dei propri diritti. A San Francisco addirittura nacque la “lega anti mascherine” formata da cittadini comuni, medici, politici e liberali alla cui prima riunione presero parte quasi 5.000 persone che protestarono contro l’introduzione dell’obbligo da parte del sindaco della città che fu costretto a fare marcia indietro nel febbraio 1919.
Al di là delle proteste, sporadiche, di chi si rifiutava di rispettare gli obblighi imposti dai governi e dai sindaci la curva epidemiologica dell’influenza spagnola mostra come i contagi siano calati drasticamente dopo le limitazioni della fine del 1918. Pur continuando la sua diffusione in tutto il mondo, con la fine ufficiale della pandemia nel 1920 dopo 50.000.000 di morti, già nei primi mesi del 1919 ci fu un brusco calo dei contagi. Le misure funzionarono e qualche sacrificio in più durante il periodo natalizio, nonostante la voglia di festeggiare il rientro delle proprie truppe, contribuì in maniera significativa a contenere i contagi.
“Sono morti più 260 mila americani e mi rivolgo alle famiglie che hanno perso i loro cari. So che cosa significa ritrovarsi a tavola con una sedia vuota, specie in giorni come questi.” -Joe Biden-
Pronti, via. Dopo l’annuncio dell’agenzia europea del farmaco di voler anticipare dal 29 al 21 la riunione per la valutazione e l’approvazione del vaccino Pfizer-Biontech in tutta Europa ci si prepara a vaccinazioni su larga scala come già sta accadendo da una settimana circa nel Regno Unito e negli Stati Uniti. In Italia si dovrebbe partire tra una settimana esatta con le prime 9750 dosi di vaccino che verranno somministrate in tutta in tutte le regioni italiane: ad avere il maggior numero di dosi per la prima somministrazione simbolica sarà la Lombardia, con 1.620 dosi, seguita dall’Emilia Romagna (975), dal Lazio (955), dal Piemonte (910) e dal Veneto (875). Le regioni che riceveranno meno dosi sono la Valle d’Aosta (20), il Molise (50) e l’Umbria (85). In questi giorni, però, le campagne lanciate in Gran Bretagna e USA sono tenute in osservazione da tutto il mondo che studia i modelli applicati e i problemi rilevati.
Dosi – La prima, buona, notizia arriva dagli Stati Uniti dove le dosi dei vaccini sarebbero più di quanto era stato ipotizzato. Se inizialmente si pensava che ogni fiala di vaccino contenesse cinque dosi, ora gli operatori sanitari impegnati nella campagna statunitense stanno sottolineando come in ogni fiala vi siano fino a due dosi in più rispetto a quanto dichiarato. Se in condizioni normali le dosi in eccesso verrebbero scartate, in una situazione critica come quella attuale la FDA ha autorizzato l’utilizzo di tutte le dosi presenti nelle fiale in possesso degli operatori portando ad un aumento del 40% dei vaccini a disposizione. L’unico paletto messo dall’FDA è il divieto assoluto di miscelare dosi di fiale diverse, qualora infatti in una fiala dovesse rimanere meno di una dose intera sarà vietato prelevarne parte da una fiala diversa per evitare contaminazioni potenzialmente pericolose.
A mettere le mani avanti in questo caso è stata la stessa casa produttrice dell’unico vaccino attualmente somministrabile, la Pfizer, che ha sottolineato come non sia automatica la presenza di sette dosi per ogni fiala. “La quantità di vaccino rimanente nella fiala multidose dopo la rimozione di cinque dosi” ha fatto sapere in un comunicato “può variare, a seconda del tipo di aghi e siringhe utilizzati”. L’importante, insomma, sarà somministrare sempre la giusta dose senza sforzarsi per far uscire da ogni fiala sette dosi. Il consiglio, infatti, è quello di verificare sempre al termine delle cinque dosi ufficiali se vi sia sufficiente materiale per ricavarne un’altra o più.
Reazioni – Sotto i riflettori negli ultimi giorni sono però finite anche le reazioni che hanno avuto alcuni dei primi pazienti sottoposti a vaccino. Preoccupante ed ampiamente ripreso in tutto il mondo è stato il caso di un’operatrice sanitaria del Bartlett Regional Hospital di Juneau, nell’Alaska meridionale. Una decina di minuti dopo la somministrazione del vaccino la donna, che non presentava altre patologie ne allergie pregresse, ha iniziato ad accusare una reazione anafilattica con fiato corto e l’aumento della frequenza cardiaca. L’intervento dei medici che le hanno somministrato adrenalina ha calmato la reazione che però si è ripresentata nel giro di poche ore costringendo i medici a somministrarle steroidi ed altra adrenalina e a trasferita per precauzione in terapia intensiva. Il giorno seguente la reazione era terminata del tutto e dopo un paio di giorni di osservazione è stata dimessa. Una reazione che ha alimentato il dibattito pubblico portando ad una nuova ondata di esternazioni da parte dei movimenti “no vax” che hanno immediatamente strumentalizzato il caso per rilanciare la tesi di un vaccino insicuro e pericoloso.
In realtà quello che è successo in Alaska è un caso particolarmente isolato. Non si segnalano, infatti, altri casi di reazioni così gravi da richiedere un ricovero mentre le reazioni allergiche gravi si sono registrati solo in pochissimi casi. Nel Regno Unito solo due operatori sanitari hanno sviluppato reazioni gravi ma in entrambi i casi, come ha sottolineato l’NHS, si trattava di persone che già in passato avevano avuto reazioni simili a precedenti vaccini o farmaci. Negli USA, dove le autorità stanno monitorando da vicino la situazione catalogando i casi di reazioni per programmare il prosieguo della campagna vaccinale, si sono registrati sei casi di reazioni gravi su 272.000 dosi somministrate ai pazienti. Circa un migliaio invece sarebbero i pazienti che hanno manifestato reazioni di media entità entro la finestra di osservazione mentre sintomi lievi (febbre, mal di testa e brividi) sono frequenti nelle prime 24 ore ma una volta manifestati si esauriscono nel giro di poche ore. Pur restando la raccomandazione, come d’altronde per ogni tipo di farmaco, di evitare la somministrazione a persone che già in passato abbiano manifestato reazioni allergiche, il vaccino Pfizer sembra essere ad oggi abbastanza stabile e con effetti collaterali limitati tanto da spingere i paesi che hanno già lanciato le proprie campagne vaccinali a non modificarle.
Test – Come dimostrano i documenti, pubblici e consultabili sul sito della Food and Drug Administration (FDA), il vaccino è stato testato seguendo tutti i protocolli previsti dalle autorità sanitarie. La fase di sperimentazione è durata mesi ed ha coinvolto 44 mila volontari che si sono sottoposti a test clinici e vaccinazioni negli scorsi mesi per permettere un perfezionamento delle dosi da somministrare su larga scala. Le centinaia di pagine di documentazione fornite dalla Pfizer-BioNTech presentano i risultati dei tre test clinici che hanno portato all’appprovazione definitiva di un vaccino che presenta un’efficacia del 95% in seguito alla seconda somministrazione che deve essere fatta entro 3-4 settimane dalla prima. L’efficacia del vaccino risulta buona già dopo la prima dose (52%) mentre è definita molto buona ed al di sopra delle aspettative al termine del ciclo di due dosi. Particolarmente rilevante è poi il dato relativo all’efficacia nelle varie fasce: dai test risulta infatti che il livello di efficacia si è mantenuto alto a prescindere dal genere, dall’età, dalla provenienza geografica e dalla presenza di problemi di salute nei volontari.
I documenti forniti all’agenzia da Pfizer-BioNTech indicano che diversi volontari hanno segnalato qualche segno di malessere temporaneo nelle ore dopo la somministrazione della seconda dose. Nella fascia tra i 16 e i 55 anni, più della metà ha indicato una sensazione di affaticamento e mal di testa; un terzo ha segnalato di avere i brividi e il 37 per cento di avere dolori muscolari. Tra gli over 55, circa la metà ha detto di avvertire un certo affaticamento, un terzo mal di testa e/o dolori muscolari e un quarto i brividi. Gli effetti avversi sono stati temporanei e si sono risolti nella maggior parte dei casi a un giorno di distanza dal ricevimento della seconda dose. Altri vaccini impiegati da tempo contro diverse malattie causano effetti transitori di questo tipo, e non costituiscono quindi una preoccupazione per quanto riguarda il nuovo vaccino. Alcuni medici ritengono che alla somministrazione della seconda dose potrebbe essere associato un giorno di malattia per i lavoratori, in modo da ridurre i rischi e incentivare il completamento della vaccinazione.
I dati sperimentali e le campagne di vaccinazione già avviate con il vaccino Pfizer sembrano dunque smentire, o quantomeno ridimensionare, le tesi di no mask, no vax e gilet arancioni. Ma mentre i vari soggetti anti “dittatura sanitaria”, da qualche giorno confluiti insieme all’estrema destra di Forza Nuova nel nuovo partito Italia Libera, continuano a gridare alla pericolosità dei vaccini l’Italia si prepara a somministrare le prime dosi. Chissà se anche loro ne vorranno una.
Ancora troppi gli elementi da chiarire intorno alla morte di Emanuel Scalabrin, il 33enne di Albenga fermato la sera del 4 dicembre e trovato morto nella cella della caserma dei carabinieri la mattina dopo. L’autopsia esclude segni di violenza ma troppe domande sono ancora senza risposta.
Non presenterebbe segni di violenza e secondo il medico legale la causa della morte sarebbe un arresto cardiaco. Ma attorno alla morte di Emanuel Scalabrin, 33enne deceduto mentre si trovava in una cella della stazione dei carabinieri di Albenga, rimane un alone di mistero e parecchi dubbi. Arrestato per droga il 4 dicembre è deceduto durante la notte ed il suo corpo senza vita è stato ritrovato dai militari il mattino seguente. Ma i risultati dell’autopsia, resi noti in questi giorni, non hanno placato le richieste di verità dei familiari e della Comunità San Benedetto che ha inviato una interrogazione al ministro dell’Interno Lamorgese.
La vicenda ha inizio nel pomeriggio del 4 dicembre quando, in quello che sembra un vero e proprio blitz, quattro agenti fanno irruzione nell’appartamento dove Scalabrin viveva con la moglie Giulia e il figlio di nove anni. Secondo il racconto della donna, Emanuel avrebbe aperto la porta d’ingresso per andare a controllare il contatore dopo che la corrente era saltata all’improvviso e senza un apparente motivo. Davanti a sé sulla soglia ha però trovato i militari in borghese che lo avrebbero fatto rientrare e per perquisire la casa dove hanno rinvenuto dosi di cocaina e hashish. Le fasi dell’arresto sarebbero durate circa mezzora anche a causa delle resistenze di Scalabrin che si sarebbe dimenato nel tentativo di non farsi ammanettare. Spinto sul letto è stato immobilizzato per alcuni minuti, ammanettato e portato via. Una volta arrivato in caserma, però, Emanuel inizia a sentirsi male. La pressione sale (175 su 95) e inizia ad avere attacchi di tachicardia con una frequenza cardiaca di 107. Trasportato in ospedale, arriva al pronto soccorso di Pietra Ligure alle 22.59 e ne esce alle 23.02. Nemmeno cinque minuti in cui, secondo le prime ricostruzioni, gli sarebbe stato somministrato del metadone. Alle 23.30 è di nuovo nella cella della stazione dei carabinieri di Albenga da dove, la mattina seguente avrebbe dovuto essere trasferito nel carcere di Genova. Nel capoluogo ligure, però, Emanuel non ci è mai arrivato. Il mattino dopo, alle 11.40, i militari incaricati del trasferimento lo ritrovano a terra senza vita.
Sulla dinamica e su eventuali responsabilità dei militari ora indaga la procura di Savona, ma alcuni interrogativi sorgono spontanei. Dubbi che non riguardano tanto le fasi dell’arresto, seppur concitate, quanto le tempistiche relative ai soccorsi. Se l’autopsia sembra infatti aver escluso l’ipotesi di un pestaggio, rimane da capire come sia possibile che il corpo senza vita di un soggetto che dovrebbe essere costantemente sorvegliato, a maggior ragione dopo le sue resistenze e dopo il malore della sera prima, possa essere ritrovato solamente alle 11.40 del mattino seguente. Un orario che, secondo la famiglia della vittima, risulta essere particolarmente sospetto e incompatibile con la vita di una caserma dove, solitamente, i detenuti vengono svegliati ore prima di un trasferimento. Altro particolare che risulta poco chiaro è quello relativo alle telecamere di sicurezza presenti nella cella dove Emanuel ha perso la vita. I militari di turno quella notte hanno infatti affermato di averlo sorvegliato costantemente dai monitor della sala controllo ma quando la ditta specializzata ha cercato di recuperare le registrazioni per consegnarle agli inquirenti ha fatto l’ennesima strana scoperta della vicenda: l’hard disk era sparito portando con sé ogni traccia dei video di quella notte.
Incongruenze e dubbi che alimentano i sospetti della famiglia e della Comunità di San Benedetto, da sempre vicina ai detenuti e subito in prima fila per chiedere verità sul caso. Perché il corpo senza vita è stato trovato solo il mattino seguente? Dove sono finite le registrazioni? E soprattutto perché, se è vero che è stato sorvegliato tutta la notte, nessuno ha chiamato i soccorsi? Le domande senza risposta sono ancora molte. A scoprire il perché e ad accertarne le responsabilità ci penseranno i magistrati. Intanto Emanuel, però, non c’è più.