L’altro assalto: le violenze sui media a Capitol Hill

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla devastazione del Campidoglio e sull’orda che ha tenuto in scacco per ore la democrazia americana, un altro assedio è passato inosservato. Un secondo obiettivo è infatti stato colpito dai sostenitori di Donald Trump: i giornalisti.

“Murder the media”, tradotto: morte ai giornalisti. È la scritta incisa durante l’assalto su una porta del Congresso americano da parte di qualche sostenitore di Trump. Un grido di battaglia che, purtroppo, non è rimasto solo su quella porta ma si è tradotto in un vero e proprio assalto ai media che si trovavano sul luogo per dare copertura ad un evento senza precedenti. Giornalisti e operatori sono stati aggrediti ripetutamente con una violenza ed una sistematicità che non trova precedenti.

Mentre dentro il Campidoglio i giornalisti sono stati portati dalle forze di sicurezza in un’ala sicura del palazzo per sottrarli alla furia dei sostenitori di Trump, all’esterno del palazzo del Congresso si è consumata una vera e propria caccia ai giornalisti. Un video diffuso da William Turton, giornalista di Bloomberg News, mostra un gruppo di manifestanti accerchiare una troupe televisiva intimandogli di andarsene prima di distruggere a calci e bastonate l’attrezzatura abbandonata dai giornalisti in fuga. Una scena che si è ripetuta in diversi punti della città dove, come denunciato da diversi media statunitensi, molte delle postazioni allestite per dare copertura all’evento sono state assaltate dai manifestanti. Le attrezzature di CNN ed Associated Press sono state distrutte e diversi giornalisti sono stati aggrediti e messi in fuga mentre con il cavo di una cinepresa veniva costruito un cappio da issare davanti al Campidoglio. Anche il nostro Antonio di Bella, durante collegamento con il TG3 notte, è stato costretto da un manifestante a spegnere la telecamera e ad interrompere la diretta al grido di “le vostre sono solo fake news”.

Un vero e proprio attacco alla libertà di stampa ed al Primo Emendamento della Costituzione statunitense che ha trasformato Washington in un teatro di guerra. “È stato spaventoso” ha raccontato Chip Reid, di CBS News “non c’era polizia a proteggerci e ne hanno approfittato per attaccarci. Ho dovuto indossare il casco e un giubbotto antiproiettile. Non mi accadeva da quando coprivo i conflitti in Iraq e Afghanistan”. Scene che in una democrazia non si dovrebbero vedere e che, invece, Sotto il governo di Donald Trump sono state addirittura alimentate e giustificate dallo stesso presidente. La violenza contro i media, infatti, è frutto della retorica di Trump che per quattro anni ha soffiato sul fuoco del sentimento anti-mediatico, etichettando regolarmente i notiziari come “il nemico del popolo” e accusando i media non allineati al suo pensiero di diffondere fake news. Così per anni, supportato da un esercito di fedelissimi pronti a sostenere lo stesso in ogni occasione, ha alimentato la sfiducia dei suoi sostenitori verso i giornalisti fomentandone la rabbia. Durante le proteste la repubblicana Sarah Palin, sostenitrice di Trump, in diretta su Fox News ha rilanciato per l’ennesima volta questa teoria sostenendo che “gran parte della colpa di quel che sta accadendo è dei media”.

Nel giorno della rabbia dei fedelissimi trumpiani, quindi, oltre alla democrazia è stato assaltato l’altro nemico del presidente uscente. A Washington, come nel resto degli Stati Uniti dove si sono verificati episodi simili, si è così registrata l’ora più buia per il giornalismo occidentale, raramente finito così platealmente sotto attacco. Quella frase incisa su una porta rimarrà per sempre come manifesto di quanto sia difficile oggi essere giornalisti. Chi filma, documenta, scrive, intervista, chi insomma scrive oggi quella che sarà la storia di domani è costantemente sotto attacco da parte di chi sostiene che il giornalismo sia il male. Senza accorgersi che a manipolare la verità è proprio chi chiude la bocca agli altri per veicolare un pensiero unico.

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