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Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

L’altro assalto: le violenze sui media a Capitol Hill

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla devastazione del Campidoglio e sull’orda che ha tenuto in scacco per ore la democrazia americana, un altro assedio è passato inosservato. Un secondo obiettivo è infatti stato colpito dai sostenitori di Donald Trump: i giornalisti.

“Murder the media”, tradotto: morte ai giornalisti. È la scritta incisa durante l’assalto su una porta del Congresso americano da parte di qualche sostenitore di Trump. Un grido di battaglia che, purtroppo, non è rimasto solo su quella porta ma si è tradotto in un vero e proprio assalto ai media che si trovavano sul luogo per dare copertura ad un evento senza precedenti. Giornalisti e operatori sono stati aggrediti ripetutamente con una violenza ed una sistematicità che non trova precedenti.

Mentre dentro il Campidoglio i giornalisti sono stati portati dalle forze di sicurezza in un’ala sicura del palazzo per sottrarli alla furia dei sostenitori di Trump, all’esterno del palazzo del Congresso si è consumata una vera e propria caccia ai giornalisti. Un video diffuso da William Turton, giornalista di Bloomberg News, mostra un gruppo di manifestanti accerchiare una troupe televisiva intimandogli di andarsene prima di distruggere a calci e bastonate l’attrezzatura abbandonata dai giornalisti in fuga. Una scena che si è ripetuta in diversi punti della città dove, come denunciato da diversi media statunitensi, molte delle postazioni allestite per dare copertura all’evento sono state assaltate dai manifestanti. Le attrezzature di CNN ed Associated Press sono state distrutte e diversi giornalisti sono stati aggrediti e messi in fuga mentre con il cavo di una cinepresa veniva costruito un cappio da issare davanti al Campidoglio. Anche il nostro Antonio di Bella, durante collegamento con il TG3 notte, è stato costretto da un manifestante a spegnere la telecamera e ad interrompere la diretta al grido di “le vostre sono solo fake news”.

Un vero e proprio attacco alla libertà di stampa ed al Primo Emendamento della Costituzione statunitense che ha trasformato Washington in un teatro di guerra. “È stato spaventoso” ha raccontato Chip Reid, di CBS News “non c’era polizia a proteggerci e ne hanno approfittato per attaccarci. Ho dovuto indossare il casco e un giubbotto antiproiettile. Non mi accadeva da quando coprivo i conflitti in Iraq e Afghanistan”. Scene che in una democrazia non si dovrebbero vedere e che, invece, Sotto il governo di Donald Trump sono state addirittura alimentate e giustificate dallo stesso presidente. La violenza contro i media, infatti, è frutto della retorica di Trump che per quattro anni ha soffiato sul fuoco del sentimento anti-mediatico, etichettando regolarmente i notiziari come “il nemico del popolo” e accusando i media non allineati al suo pensiero di diffondere fake news. Così per anni, supportato da un esercito di fedelissimi pronti a sostenere lo stesso in ogni occasione, ha alimentato la sfiducia dei suoi sostenitori verso i giornalisti fomentandone la rabbia. Durante le proteste la repubblicana Sarah Palin, sostenitrice di Trump, in diretta su Fox News ha rilanciato per l’ennesima volta questa teoria sostenendo che “gran parte della colpa di quel che sta accadendo è dei media”.

Nel giorno della rabbia dei fedelissimi trumpiani, quindi, oltre alla democrazia è stato assaltato l’altro nemico del presidente uscente. A Washington, come nel resto degli Stati Uniti dove si sono verificati episodi simili, si è così registrata l’ora più buia per il giornalismo occidentale, raramente finito così platealmente sotto attacco. Quella frase incisa su una porta rimarrà per sempre come manifesto di quanto sia difficile oggi essere giornalisti. Chi filma, documenta, scrive, intervista, chi insomma scrive oggi quella che sarà la storia di domani è costantemente sotto attacco da parte di chi sostiene che il giornalismo sia il male. Senza accorgersi che a manipolare la verità è proprio chi chiude la bocca agli altri per veicolare un pensiero unico.

L’anno che verrà: cosa tenere d’occhio nel 2021

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando

-Lucio Dalla-


Dopo un anno in cui la pandemia da coronavirus ha monopolizzato la scena è iniziato un anno in cui, si spera, il mondo proverà a trovare una nuova normalità. Dopo avervi raccontato gli eventi salienti del 2020 nel nostro riassunto, oggi proviamo a tracciare un quadro di quello che sarà il 2021 attraverso alcuni elementi chiave che abbiamo individuato per voi. Fermo restando che uno dei temi principali sarà la lotta al coronavirus e la campagna vaccinale più grande di tutti i tempi, oggi non vogliamo parlare di pandemia.

La svolta politica dell’anno: Germania – A livello politico tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati sulla Germania e la data cerchiata in rosso sul calendario è una sola: il 26 settembre 2021. In quella data, infatti i tedeschi andranno alle urne per eleggere il proprio governo e, per la prima volta da 16 anni, tra i candidati alla cancelleria non ci sarà Angela Merkel. Erano le 16:00 del 22 novembre 2005 quando la Merkel giurò diventando per la prima volta Cancelliere Federale, un ruolo che lascerà per la prima volta a settembre dopo quattro mandati consecutivi e 5782 giorni ininterrotti alla guida della Germania.

La fine dell’era-Merkel porta con sé innumerevoli punti interrogativi. Il primo riguarda inevitabilmente il suo successore che verrà deciso il 16 gennaio dal congresso della CDU che dovrà anche fare i conti con la decisione di Annegret Kramp-Karrenbauer, già individuata come erede della Merkel, di non candidarsi dopo la sconfitta delle scorse amministrative in Turingia. Al momento sembrano essere in tre a contendersi il ruolo: l’ultraconservatore Friedrich Merz, l’ex Ministro dell’ambiente Armin Laschet e il Ministro presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Norbert Röttgen. Nessuno dei tre sembra però essere in grado di riempire il vuoto che lascerà la cancelliera, ancora capace di raccogliere da sola un terzo delle preferenze dei tedeschi. Gli interrogativi sono molteplici anche su come sarà la politica tedesca post-Merkel e sul ruolo che il paese avrà nell’Unione Europea dopo l’uscita di scena di quella che per anni è stata il vero leader dell’UE.

Lo scontro dell’anno: Taiwan – Per qualcuno è “l’isola che non c’è” visto che, con i suoi 23 milioni di abitanti in 35mila Km2, molti stati non hanno relazioni diplomatiche con Taipei. Ma quest’anno Taiwan potrebbe trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione con la Cina che, dopo Hong Kong, vorrebbe portare sotto il proprio controllo anche quella “provincia ribelle” che negli anni ha sviluppato una forte identità e un’autonomia sempre maggiore. Le relazioni tra i due stati non sono certo mai state semplici tanto che, dopo la cessione dell’isola alla Cina da parte del Giappone nel 1945, già nel 1947 iniziarono i primi moti indipendentisti che portarono due anni dopo ad una sostanziale indipendenza da Pechino. Dopo anni di guerra aperta e decenni di stallo diplomatico e militare, le relazioni sembravano essersi stabilizzate alla fine degli anni ’90. Lo scorso anno, però, Taiwan è stato terreno di scontro per tre motivi: lo scoppio di proteste anticinesi, il supporto del governo dell’Isola ai movimenti democratici di Hong Kong e le relazioni sempre maggiori con gli USA.

Imponendo la sua legge su Hong Kong, ponendo di fatto fine all’esperienza “un paese due sistemi” che avrebbe voluto applicare anche a Taiwan, Pechino ha mostrato il suo vero volto esasperando la situazione. Da un lato Taiwan non è disposta a fare la fine dell’ex colonia britannica e vuole a tutti i costi affermare la propria autonomia, dall’altro la Cina vorrebbe definitivamente porre fine alle mire indipendentiste e per questo ha fatto salire tensioni e allarmismo, intensificando la pressione militare su Taiwan ad un livello senza precedenti per decenni. Negli ultimi mesi le forze armate di Pechino hanno condotto una fitta serie di esercitazioni militari, aeree e terrestri, insolitamente vicino all’isola per intimidire i suoi leader e la sua popolazione. A differenza di quanto accaduto ad Hong Kong, però, se decidesse di forzare la mano con Taiwan la Cina troverebbe una situazione ben diversa con un governo che non ha intenzione di piegarsi a Pechino e che è disposto a schierare il proprio esercito per resistere. Per questo motivo Xi Jinping si è fino ad ora trattenuto da un attacco frontale ma è improbabile che le tensioni si riducano. Saranno invece sempre maggiori, con Pechino che ha compreso la necessità di una maggiore coercizione e intimidazione per mettere in ginocchio una Taiwan sempre più capricciosa e che potrebbe dunque fare del 2021 l’anno della stretta finale.  

Summit dell’anno: COP26 – Dall’1 al 12 novembre 2021 andrà in scena la 26° conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (cop26). Rinviata di un anno a causa della pandemia, sarà organizzata congiuntamente da Italia e Regno Unito anche se avrà luogo, se mai sarà possibile svolgerla in presenza, esclusivamente al SEC Center di Glasgow mentre nel nostro paese avranno luogo appuntamenti ad essa collegati. Il summit di Glasgow avrà l’arduo compito di riportare le tematiche ambientali al centro delle strategie degli stati dopo un anno in cui tutte le attenzioni sono state concentrate sulla pandemia. Come previsto nell’Accordo di Parigi sul Clima, siglato nel 2015, verrà attivato il cosiddetto “meccanismo a cricchetto” che porterà ad una rivalutazione delle strategie e degli obiettivi delineati nella capitale francese. Nell’Accordo era infatti previsto che ogni cinque anni, divenuti sei a causa della pandemia, gli stati presentassero un rapporto su quanto fatto per calibrare la strategia comune e verificare l’attualità e la fattibilità degli obiettivi. Ad oggi, secondo il monitoraggio effettuato da Climate Action Tracker, tutti i principali stati avrebbero fatto sforzi insufficienti o gravemente insufficienti per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Da monitorare nel corso dell’anno per avvicinarsi al summit di Glasgow sarà senza dubbio la posizione degli Stati Uniti. Dopo la decisione del Presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, infatti, sembra possibile un’inversione di rotta con Joe Biden che ha già annunciato di voler incrementare gli sforzi in ambito ambientale e di voler rientrare immediatamente negli accordi internazionali sul clima, Parigi incluso. Se dovesse mantenere fede alle promesse fatte in ambito green, il nuovo presidente potrebbe affrontare la COP26 ponendosi come guida per gli altri paesi nel tracciare la linea da seguire.

L’addio dell’anno: Raul Castro – Per chi ha sempre guardato a Cuba come alla terra di Fidel Castro e Che Guevara, il 2021 sarà un anno di grande cambiamento. Dopo la svolta del 2019 con la decisione di cedere la presidenza a Miguel Díaz-Canel, Raul Castro ha infatti già annunciato una decisione che porrà definitivamente fine alla Cuba castrista. In occasione del Congresso del Patrito Comunista Cubano, che si terrà tra il 16 e il 19 aprile, Il fratello di Fidel dirà addio alla scena politica dimettendosi da leader del partito e passando il testimone all’attuale presidente. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1965, il Partito Comunista Cubano sarà guidato da qualcuno di esterno alla famiglia Castro ponendo fine ad un’era che durava dalla rivoluzione cubana. “Sarà il congresso della continuità, espressa attraverso il passaggio progressivo e ordinato delle principali responsabilità del Paese alle nuove generazioni” scrive il quotidiano ufficiale del partito Granma. Ma ciò che è certo è che, continuità o meno, sarà un momento storico per l’isola socialista che vedrà per la prima volta fuori dalla politica nazionale i principali fautori della rivoluzione che rese celebre Cuba.

Evento sportivo dell’anno: Olimpiadi Tokyo – Sarà l’anno buono? Non lo possiamo sapere ancora, ma tutto lascia presagire che i Giochi Olimpici andranno in scena regolarmente. Al di là delle competizioni sportive, quelle di Tokyo saranno Olimpiadi che rimarranno nella storia per diversi motivi. Un primo dato a renderle uniche sarà innanzitutto la data: pur continuando a chiamarsi Tokyo 2020, saranno i primi Giochi Olimpici della storia a svolgersi in un anno dispari. Se durante le guerre le olimpiadi vennero annullate a mai recuperate, è infatti la prima volta che la rassegna olimpica viene posticipata di un anno. Curioso che sia toccato proprio a Tokyo che già nel 1940 dovette rinunciare alle olimpiadi, già assegnate ed organizzate, a causa dello scoppio della guerra. Ma al di là delle date sarà un evento che rimarrà nella storia come il primo grande evento sportivo post pandemia, un segnale di ripresa e speranza per il mondo che dovrà essere completamente ripensato e riorganizzato per renderlo compatibile con l’emergenza sanitaria che, presumibilmente, non sarà ancora del tutto terminata.

Il 2021 sarà dunque un anno pieno di momenti chiave e ricorrenze. Sarà l’anno del 700° anniversario della morte di Dante e del 75° della nascita della Repubblica Italiana, sarà l’ultimo anno di Mattarella come Presidente della Repubblica e il primo di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, sarà un anno pregno di eventi e di spunti che, speriamo, potrà farci dimenticare un 2020 monopolizzato dalla pandemia. Forse.

Come Trump sta ostacolando la transizione pacifica verso una nuova presidenza

Oltre a non aver ammesso la vittoria dell’avversario, Trump sta in tutti i modi cercando di ostacolare il percorso di Biden verso la Casa Bianca. Fino a quando il nuovo presidente non sarà riconosciuto non potrà collaborare con l’amministrazione uscente con gravi ricadute sul futuro e sulla stabilità degli USA.

Il concession speech non è una legge ma una tradizione tutta americana. Il momento in cui lo sconfitto ammette di aver perso e ferma gli uomini che lo sostengono, avviando la transizione del potere. Una tradizione nata più di 120 anni fa quando William Jennings Bryant inviò un cortese telegramma al neo-presidente William McKinley, due giorni dopo le presidenziali del 1896: “Il senatore Jones mi ha appena informato che il risultato indica la Sua elezione e mi affretto a porgervi le mie congratulazioni. Abbiamo sottoposto la cosa al popolo americano e il suo volere è legge”. Quella tradizione, però, quest’anno non è stata rispettata.

Dopo la vittoria di Biden, infatti Trump non ha mai fatto un passo indietro insistendo sulla teoria delle elezioni truccate e vinte dal suo sfidante solo grazie brogli elettorali. La cosa più vicina ad un concession speech è stata un tweet in cui affermava che Biden “ha vinto perché il voto è stato truccato” salvo poi puntualizzare con un secondo post in cui ha voluto ribadire la sua posizione: “ha vinto solo per i media delle Fake News. Non concederò nulla. Abbiamo una lunga strada davanti. Questa è stata un’elezione truccata. Noi vinceremo!”. Ma l’ostinazione con cui Trump, sempre più isolato, sta portando avanti la sua verità non si riflette solo in uscite pubbliche in cui grida alla frode. Dal giorno in cui Biden è stato eletto, infatti, il presidente uscente ha iniziato a muoversi per intralciare il suo insediamento e mettere in difficoltà il proprio successore.

In questi giorni Donald Trump non solo sta facendo piazza pulita rimuovendo funzionari scomodi come il capo del Pentagono Mark Esper o il responsabile della sicurezza informatica Chris Krebs, ma si sta rifiutando di collaborare con Biden per garantire una transizione il più possibile pacifica. Da tradizione americana, infatti, durante le 9 settimane che separano il voto dal giorno dell’insediamento (storicamente il 20 gennaio) l’amministrazione uscente collabora con il nuovo presidente aggiornandolo sullo stato della nazione e sulle principali sfide che dovrà ereditare. Una tradizione tutta americana, come il concession speech, necessaria affinché il nuovo leader possa preparare al meglio il suo insediamento ed essere subito in grado di affrontare i problemi degli Stati Uniti. Nel 2016, ad esempio, il neoeletto Trump organizzò un team composto da 328 persone che collaborarono con 42 agenzie federali. Obama nel 2008 ne assunse 349 per avere contezza del lavoro di 62 agenzie. Anche su questo fronte, però, nessuna apertura è arrivata da Donald Trump che ha anzi impedito a Biden di organizzare persino i consueti incontri con l’apparato amministrativo e con l’intelligence. Nessun aggiornamento sulla diffusione del coronavirus, nessun invito a partecipare ai briefing governativi anti covid-19 né a quelli sulla sicurezza nazionale, nessuna possibilità per lo staff di Biden di collaborare con agenzie governative.

La chiusura totale di Trump sta costringendo il prossimo presidente degli Stati Uniti a correre ai ripari organizzando soluzioni “fai da te”. Martedì si è riunito con una task force di esperti, scelti appositamente tra chi non ha alcun legame con la Casa Bianca, formata appositamente per analizzare la situazione attuale e studiare le risposte da mettere in campo dal 20 gennaio in poi. Una task force che, per quanto composta da esperti nei vari settori, può avere uno sguardo solamente parziale non avendo accesso a molte delle informazioni di cui dispone la Casa Bianca. Si pensi ad esempio alle informazioni riservate relative alla sicurezza nazionale o alle proiezioni sullo sviluppo pandemico o su un eventuale vaccino. Tutto ciò che non è pubblico e conosciuto Biden potrà scoprirlo solo il 20 gennaio al momento del giuramento. Per quel che riguarda il covid-19 e la possibile diffusione di un vaccino, poi, la mancata condivisione di informazioni potrebbe avere effetti catastrofici. Ad oggi Biden e il suo staff non hanno idea di come sotto l’amministrazione Trump il Dipartimento della Salute e il Pentagono stiano lavorando per la diffusione del vaccino ed ereditare una situazione già avviata senza conoscerla potrebbe portare a ritardi o blocchi con effetti devastanti. A testimoniare la pericolosità della situazione, i vertici dell’American Hospital Association, dell’American Medical Association e dell’American Nurses Association hanno rilasciato martedì una dichiarazione congiunta esortando l’amministrazione Trump a condividere “tutte le informazioni critiche relative a COVID-19” con Biden.

Oltre agli evidenti disagi che ciò comporta per l’insediamento di Biden, il Center for Presidential Transition ha evidenziato come ciò inciderà in maniera pesante sulle nomine che il neopresidente sarà chiamato a fare una volta alla Casa Bianca. L’ente indipendente incaricato di vigilare sulle transizioni presidenziali ha infatti sottolineato come il mancato riconoscimento di Biden come vincitore e la conseguente totale mancanza di collaborazione allungherà i tempi di nomine strategiche “indebolendo così la capacità del governo di proteggere la nazione e gestire la diffusione del vaccino”. Se Biden ha infatti già indicato i nomi a cui intende affidare alcuni incarichi sensibili, fino a quando non ci sarà un riconoscimento ufficiale non potranno essere compiute le procedure di verifica sull’idoneità della nomina. Mentre i suoi predecessori sono riusciti a nominare gli oltre 1.200 funzionari entro i primi 100 giorni di governo, per Biden sarà un’impresa pressoché impossibile che rischia di lasciare a lungo scoperte alcune posizioni particolarmente sensibili allungando i tempi per una piena attivazione della macchina amministrativa americana ed esponendo il paese a rischi maggiori in una situazione già complicata.

Fino a quando la General Services Administration, guidata da fedelissimi di Trump, non certificherà la vittoria di Biden non ci sarà dunque alcuna collaborazione tra i funzionari dell’amministrazione attuale e il team del prossimo presidente statunitense. Ma mentre molti repubblicani iniziano a schierarsi contro il presidente che grida al complotto, Trump continua a non voler ammettere la sconfitta rilanciando la teoria dei brogli elettorali in quella che appare come la transizione più tesa della storia americana.

Unità 74455: come la Russia ha dato inizio all’era delle cyberguerre

L’unità 74455 dell’intelligence russa è stata creata appositamente per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino. Hacker di stato agiscono nell’ombra riuscendo con un semplice clic a generare conseguenze inaudite nel mondo reale.

Una torre di vetro svetta al numero 22 di Kirova Street nel sobborgo di Khimki, a 20 km a nord di Mosca. Una torre apparentemente anonima che svetta nel sobborgo russo al cui interno, però, si celerebbero i segreti di una vera e propria cyberguerra tra la Russia e l’occidente. In quell’edificio, infatti, avrebbe sede l’unità 74455 dell’intelligence russa, meglio conosciuta come “Sandworm Team”. Si tratterebbe di un’unità speciale voluta dal governo russo, e formata da hacker esperti, che negli ultimi anni avrebbe ripetutamente utilizzato i propri strumenti per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino.

Erano le 15.30 del 23 dicembre 2015 quando nella centrale elettrica di Prykarpattyaoblenergo, che fornisce energia all’intera regione di Ivano-Frankivsk in Ucraina, qualcosa di mai visto prima lasciò interdetti gli operatori della sala di controllo. Mentre si preparavano a smontare per la fine del turno, infatti, i computer iniziarono a prendere vita. I cursori impazziti si muovevano sugli schermi disattivando una dopo l’altra le stazioni energetiche della regione. In pochi minuti fu il caos. Nessuno all’interno della sala di controllo riuscì a interrompere quell’attacco che sembrava uscito da un film di fantascienza e l’intera regione rimase senza corrente. Con 30 sottostazioni mandate completamente in tilt l’intera zona sprofondò nel buio. In pochi lo potevano immaginare ma quel giorno, lasciando quasi mezzo milione di persone senza corrente, era entrata per la prima volta in azione l’unità 74455. Con l’attacco alla centrale ucraina l’intelligence russa aveva di fatto aperto una nuova frontiera della propria guerra ai nemici dello stato. Per la prima volta nella storia un attacco informatico aveva ripercussioni così pesanti sul mondo reale. Per la prima volta nella storia da un computer a migliaia di km di distanza era stato colpito un centro di potere reale.

Da quel momento il sandworm non si è mai fermato. Se non è ancora chiaro quale ruolo abbia avuto l’unità negli attacchi volti a favorire l’elezione di Donald Trump nel 2016, è invece ritenuto responsabile di un attacco a una serie di laboratori ed agenzie operanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi che stavano indagando sull’avvelenamento di un ex membro dell’intelligence russa, Sergei Skripal, e di sua figlia. Ma è nel 2018 che l’unità russa sembra fare il salto di qualità, escludendo le elezioni statunitensi su cui come detto non ci sono conferme. Il 9 febbraio, giorno della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, sandworm lancia il proprio attacco agli organizzatori della rassegna. Il sito dei giochi crolla sotto gli attacchi degli hacker russi che impediscono agli spettatori di stampare i biglietti per entrare allo stadio, nell’impianto la connessione WiFi viene interrotta e per diverso tempo anche il maxischermo rimane nero. L’obiettivo finale era quello di far ricadere la colpa su Cina e Corea del Nord utilizzando una serie di espedienti e le metodologie solitamente usate da unità simili presenti nei due paesi asiatici. E se in quell’occasione l’attacco era rimasto confinato e non aveva avuto ripercussioni pesanti, così non sarebbe stato quest’anno. Il National Cyber ​​Security Center del Regno Unito, in un’operazione congiunta con l’intelligence americana, ha rivelato la presenza di un piano studiato nei minimi dettagli per interrompere le Olimpiadi che si sarebbero dovute disputare a Tokyo quest’estate. La Russia avrebbe infatti voluto compiere un gesto eclatante sabotando i giochi di Tokyo con un attacco informatico come reazione all’esclusione dalla rassegna olimpica di tutti gli atleti russi per lo scandalo del doping di stato.

Al di la dei singoli casi, a cui va aggiunto il rilascio del malware “NotPetya” con cui nel 2017 migliaia di aziende e organizzazioni vennero colpite in tutto il mondo con danni stimati intorno ai 10 miliardi di dollari, appare evidente come l’unità 74455 rappresenti l’apripista in quella che può essere definita una vera e propria cyberguerra. Hacker di stato in grado di colpire con un clic dall’azienda più piccola al più grande evento sportivo al mondo. In meno di cinque anni questa tecnica è stata affinata, si è evoluta ed ora sembra essere in grado di superare ogni limite per far crollare da remoto il mondo reale.

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

The Room Where It Happened: Il libro che fa tremare Trump

L’ex Consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton è pronto a rivelare con il suo libro alcuni dei retroscena più gravi ed imbarazzanti dei 17 mesi passati al fianco di Donald Trump. La casa Bianca si affretta per provare a bloccarne la pubblicazione ma diversi passaggi sono già trapelati.

577 pagine di rivelazioni esplosive. Il primo “j’accuse” a Trump da parte di un alto esponente dell’amministrazione americana. Parole che pesano come pietre a 5 mesi dalle elezioni presidenziali. John Bolton sarebbe pronto a pubblicare “The Room Where It Happened”, il libro in cui racconta i retroscena vissuti durante i suoi 17 mesi da Consigliere alla sicurezza Nazionale del presidente Donald Trump. La sua uscita in libreria è prevista per martedì prossimo, 23 giugno, ed è già al primo posto nelle classiche sugli ordini di vendita online di Amazon. E mentre monta il clamore per un libro che potrebbe travolgere Trump, la Casa Bianca prova a correre ai ripari. Il Dipartimento della Giustizia sarebbe al lavoro nel tentativo di impedire la pubblicazione ed avrebbe già presentato un’ingiunzione contro la “Simon & Schuster” sostenendo che nel testo siano rivelate informazioni confidenziali e top secret che potrebbero mettere a rischio la sicurezza degli americani. Ma mentre la Casa Bianca corre contro il tempo, i libri sono già arrivati alle librerie in vista di quello che potrebbe diventare “il martedì nero” di Donald Trump. E, come se non bastasse, diversi estratti sono già trapelati.

Cina – La rivelazione più scioccante, tra quelle in possesso della stampa statunitense, riguarda il rapporto tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Dietro la guerra commerciale tra USA e Cina ci sarebbe infatti ben altro e i fatti sembrano non rispecchiare la linea politica di Trump. Secondo quanto riportato da Bolton, durante il G20 di Osaka di un anno fa il presidente americano avrebbe a lungo discusso con il suo omologo cinese chiedendo aiuto a Xi per aumentare le proprie possibilità di rielezione nel 2020. In particolare Trump avrebbe chiesto al presidente cinese, sulla carta un nemico politico e commerciale, di prevedere un sostanzioso investimento per acquistare prodotti agricoli americani in stati considerati strategici in vista delle presidenziali di novembre. Per tentare di rimanere al potere, il presidente americano, si è mostrato aperto ad ogni genere di distensione dei rapporti con la Cina arrivando a promettere un alleggerimento delle sanzioni alla “ZTE” il colosso delle comunicazioni cinese finito al centro di inchieste federali.

Se da un lato, dalle prime indiscrezioni, non si sa se le affermazioni di Bolton siano fondate e dimostrabili, dall’altro l’analisi di quel che è accaduto dopo quel G20 sembra confermare le sue dichiarazioni. Pochi mesi dopo, in autunno, la guerra commerciale tra le due potenze si è affievolita grazie ad un accordo tra i due governi per l’acquisto da parte della Cina di prodotti agricoli statunitensi per un totale di 40-50 milioni annui. Un accordo che seguì alla decisione del Dipartimento di Giustizia di lasciar cadere le accuse e interrompere il divieto di acquisto di prodotti americani da parte della ZTE in cambio del pagamento di una multa di 1 miliardo di dollari.

Impeachment – Altro tema scottante toccato nel libro è quello relativo al processo al presidente Trump celebrato ad inizio anno in Senato. Bolton sembra infatti offrire prove concrete e dirette del fatto che Trump abbia negato l’elargizione di aiuti all’Ucraina se non in cambio di un’indagine su Biden. Si tratta di fatto del cuore dell’accusa di impeachment mossa dai democratici contro il presidente, assolto poi in Senato. Bolton afferma che lui e il segretario di Stato Mike Pompeo e il segretario alla Difesa Mark T. Esper hanno più e più volte provato a convincere il presidente a sbloccare gli aiuti militari all’Ucraina che ne aveva un disperato bisogno per resistere alla pressione della Russia. Trump, sostenitore di teorie complottiste secondo cui il paese avrebbe tentato di fargli perdere le elezioni del 2016, avrebbe letteralmente detto ai suoi consiglieri di non essere “per un cazzo interessato ad aiutarli” almeno fino a quando “tutti i materiali di indagine della Russia relativi a Clinton e Biden non fossero stati consegnati”.

Accuse pesanti che riportano al centro del dibattito pubblico e politico l’impeachment contro il presidente. Se infatti la tesi di Bolton fosse vera dimostrerebbe che Trump ha di fatto utilizzato i soldi dei contribuenti americani come leva per ottenere aiuti personali da un paese straniero. Verrebbe dunque confermata la tesi sostenuta dalla Camera secondo cui si sarebbe verificato un vero e proprio abuso di potere tanto anche se poi il Senato, a maggioranza repubblicana, ha smontato le accuse.

Ignoranza – Dai tanti episodi trapelati emerge in modo chiaro una profonda e malcelata ignoranza del più potente uomo al mondo. Nel 2018, ad esempio, durante un incontro con l’allora primo ministro britannico Theresa May, Trump si era mostrato sorpreso nell’apprendere che il Regno Unito fosse una potenza nucleare. “Ah voi avete il nucleare?” avrebbe chiesto, in tono “tutt’altro che ironico”, il presidente alla May dimostrando di fatto di non essere a conoscenza del fatto che uno dei principali alleati degli Stati Uniti sia stato il terzo paese al mondo dopo USA e Unione Sovietica a testare dispositivi nucleari nel 1952. Non proprio una gaffe da poco che, probabilmente, si sarebbe potuto evitare facilmente. Come era riuscito per un soffio ad evitare un’altra brutta figura durante un incontro con il presidente Putin ad Helsinki. Secondo quanto riportato nel libro, infatti, poco prima dell’inizio del vertice, Trump avrebbe chiesto ai suoi consiglieri spiegazioni sul ruolo della Finlandia sostenendo che fosse “una sorta di paese satellite della Russia”. La lezione di geografia da parte dei suoi consiglieri, che si sono affrettati a chiarire che si tratta di un paese sovrano pienamente indipendente, ha evitato il peggio.

Consiglieri che hanno evitato, oltre a figuracce, anche scenari ben peggiori. Dopo aver etichettato Maduro come dittatore ed essersi schierato apertamente con Guaidò, Trump avrebbe ventilato l’ipotesi di un operazione militare in Venezuela. Stando a quanto riporta Bolton, il presidente americano durante un vertice alla Casa Bianca avrebbe detto che sarebbe stato “figo invadere il Venezuela” che tanto “è parte degli Stati Uniti d’America”. Oltre all’ennesimo strafalcione geografico, in questo caso, i suoi funzionari hanno dovuto rimediare anche alla semplicità con cui Trump sarebbe voluto entrare in guerra con il paese sudamericano.

Bolton – L’ex Consigliere alla sicurezza Nazionale non solo è una figura di spicco nella storia americana ma è anche spesso al centro di bufere e polemiche. Ex esponente delle amministrazioni Reagan, Bush senior e George W. Bush ha posizioni spesso estreme soprattutto in fatto di politica estera tra cui spicca la sua strenua difesa della guerra in Iraq e le proposte di interventi armati in Iran e Corea del Nord. La recensione del New York Times sul libro non fa sconti a Bolton. Definisce il racconto di Bolton come pieno di dettagli di scarso rilievo, ossessionato da nemici, auto-celebrativo. Nell’insieme a tratti noioso e a tratti con segni di squilibrio. Non per questo, però, appare oggi meno significativo nella battaglia sul futuro della presidenza Trump.

Da Johnson a Trump:guida all’impeachment

“Then conquer we must, when our cause it is just,
And this be our motto: “In God is our trust.”
And the star-spangled banner in triumph shall wave
O’er the land of the free and the home of the brave!”


“È un assalto al partito Repubblicano!”. Ma l’attacco, più che al partito, sembra proprio indirizzato a lui. Donald Trump, da mercoledì, è ufficialmente in stato di accusa dopo che la camera ha approvato con 230 voti contro 197 la mozione per aprire la procedura di impeachment nei confronti del presidente. Trump sarà così il terzo presidente americano ad essere giudicato dal senato dopo Johnson e Clinton rispettivamente nel 1868 e nel 1998.

Impeachment – L’impeachment, o messa in stato di accusa, è una procedura prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti per destituire i funzionari governativi che sono accusati di “tradimento, corruzione, altri crimini gravi e illeciti”. Non solo il presidente, dunque, ma anche il vicepresidente, i funzionari amministrativi e i giudici federali possono essere messi in stato di accusa. Nei circa 240 anni di storia degli Stati Uniti la procedura di impeachment è stata aperta 19 volte: 15 volte contro giudici federali, una volta contro un segretario di gabinetto, una volta contro un senatore e due volte contro un presidente.

La procedura per la messa in stato di accusa inizia alla Camera dei Rappresentanti su proposta di un membro della stessa presentando un elenco delle accuse sotto giuramento. Proprio la Camera dei Rappresentanti ricopre un ruolo chiave dunque nella procedura per l’impeachment ed è riconosciuta dalla Costituzione (Articolo I, Sezione 2, Clausola 5) come unica titolare del diritto di avviare tale procedura. Una volta mosse le accuse formali nei confronti del funzionario, la risoluzione deve essere votata dalla maggioranza semplice (50%+1). Se la mozione viene approvata il funzionario in questione è ufficialmente in stato di accusa ed il procedimento passa al senato dove si svolge un vero e proprio processo con ciascuna delle parti che ha il diritto di chiamare testimoni ed eseguire esami incrociati. I senatori, dopo aver prestato giuramento per garantire un approccio onesto e diligente al caso, ascoltano le accuse e le motivazioni della difesa per poi votare in privato le incriminazioni. Se i 2/3 dei senatori votano a favore della condanna, il funzionario in stato di accusa decade immediatamente dal proprio incarico senza possibilità di ricorrere né di chiedere la grazia presidenziale.

Precedenti – La prima volta che un presidente statunitense venne messo in stato di accusa era il 24 febbraio 1868. Protagonista della vicenda fu il democratico Andrew Johnson, che subentrò a Lincoln dopo il suo omicidio diventando il diciassettesimo presidente degli Stati Uniti. Nei primi anni della sua presidenza cercò di favorire un rapido ristabilimento degli Stati secessionisti in seno all’Unione a seguito della guerra civile appena conclusasi. Ma il suo percorso di ricostruzione trovò un ostacolo nel Segretario alla Guerra Edwin Stanton che tentò di ostacolare la politica presidenziale volta a favorire quanto più possibile la crescita degli stati del sud rispetto a quelli del nord. Fu proprio la figura di Stanton ad essere al centro dello scandalo che coinvolse il presidente. Il 5 agosto 1967, mentre i lavori del Senato erano in pausa, Johnson chiese formalmente le dimissioni del Segretario alla Guerra e, dopo il suo rifiuto, lo sospese in via temporanea in attesa di una nuova riunione del Senato. Riunitosi nuovamente il 4 gennaio 1968, il Congresso a maggioranza repubblicana disapprovò la decisione del Presidente e con 35 voti contro 16 rifiutò di ratificare la sospensione di Stanton. La decisione di Johnson di forzare ulteriormente la mano nominando, nonostante il voto sfavorevole, Thomas come nuovo Segretario alla Guerra scatenò la reazione del congresso che si appellò al “Tenure of Office Act”. La legge, approvata l’anno prima dal parlamento, limitava nettamente i poteri del presidente prevedendo espressamente il divieto di rimuovere dall’incarico i titolari di uffici federali durante la pausa dei lavori congressuali senza consultarlo. Accusato di abuso di potere per aver intenzionalmente violato la legge, Johnson fu incriminato dalla camera che con 128 voti contro 47 aprì ufficialmente la procedura per l’impeachment. Ma il processo, iniziato il 6 marzo e durato 3 mesi, si concluse con un risultato imprevedibile: il senatore repubblicano del Kansas Edmund G. Ross decise di non seguire la linea del suo partito e votò contro la condanna. Grazie alla sua defezione, infatti, non si raggiunse per un solo voto la maggioranza dei 2/3 necessaria per destituire il presidente e Johnson rimase in carica fino alla fine del suo mandato.

130 dopo Johnson alla sbarra finì il 42° presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton. Eletto per il secondo mandato presidenziale nel 1997, il 19 dicembre 1998 venne messo in stato d’accusa dalla Camera dei Rappresentanti che lo incriminò per spergiuro e ostruzione alla giustizia. Le accuse, mosse dal Procuratore indipendente Ken Starr e presentate al congresso dal Comitato Giudiziario della Camera, riguardavano in particolare la sua relazione extraconiugale con Monica Lewinski, stagista 22enne della Casa Bianca. Lo scandalo, conosciuto come “Sexgate”, travolse l’amministrazione Clinton ed ebbe una portata mondiale ma si concluse nuovamente con un nulla di fatto. Nel processo iniziato il 22 gennaio 1999 Clinton era rappresentato dallo studio legale Williams & Connolly di Washington i cui legali, per 21 giorni, difesero il presidente smontando udienza dopo udienza le accuse dei senatori. Il 12 febbraio dello stesso anno il senato fu chiamato a votare definitivamente per la rimozione del presidente: su 67 voti necessari, solo 50 votarono per la condanna per il reato di ostruzione della giustizia, mentre per il reato di falsa testimonianza solo 45 per la condanna.

Ma se Johnson e Clinton sono gli unici due presidenti a essere stati messi ufficialmente sotto accusa, c’è un terzo caso di “quasi impeachment”. Nel 1974 era infatti toccato al presidente Repubblicano Nixon affrontare le accuse del Parlamento e dell’opinione pubblica per il cosiddetto scandalo del “Watergate”. Il caso, risalente al 1972, riguardava i fatti accaduti nel Watergate Complex, sede del Comitato elettorale del Partito Democratico. Il 17 giugno 1972 5 uomini, Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis, furono arrestati per essersi intrufolati negli uffici ma le indagini successive rivelarono complicità ed interessi inimmaginabili. Quello che inizialmente venne definito dall’addetto stampa di Nixon come un “furto di terz’ordine” si rivelò uno dei più importanti casi di spionaggio nella storia delle elezioni americane. Dalle indagini emersero infatti collegamenti con varie sfere del Partito Repubblicano, fino ad arrivare alla Casa Bianca, ed il tentativo da parte di alti funzionari di insabbiare il caso. Con una nuova campagna elettorale all’orizzonte, Nixon avrebbe infatti ordito un piano per spiare ed indebolire l’opposizione politica per avvantaggiarsi nella competizione elettorale. L’8 agosto 1974, davanti al Congresso riunitosi per votare la messa in stato di accusa, Nixon pronunciò il discorso che ne sancì le dimissioni sottraendosi così al procedimento di impeachment.

Trump – Per Donald Trump, invece, la procedura si è già aperta. Il voto della camera ha ufficialmente messo in stato di accusa il Presidente avviando così per la terza volta nella storia il procedimento contro la massima autorità politica statunitense. Secondo l’accusa, Trump avrebbe esercitato pressioni nei confronti del presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché la magistratura di Kiev riaprisse un’indagine per corruzione a carico del figlio di Joe Biden, il candidato democratico favorito per sfidare il tycoon alle presidenziali del 2020. Per sollecitare una nuova inchiesta, Trump avrebbe persino minacciato Zelensky di bloccare un pacchetto di aiuti di 400 milioni di dollari stanziati per il paese europeo. “Si parla tanto del figlio di Biden, e di Biden che ha bloccato l’inchiesta” avrebbe detto il presidente statunitense in una telefonata al collega ucraino “siamo in tanti a volerne sapere di più, perciò tutto quello che Lei potrà fare con il procuratore generale sarà molto apprezzato. Biden se ne andava in giro a vantarsi di aver bloccato l’inchiesta, perciò se Lei può darci un’occhiata…”. Una telefonata, datata 25 luglio e rivelata da un informatore anonimo, a cui avrebbero fatto seguito le pressioni sull’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Gordon Sondland, affinché seguisse la vicenda e verificasse che fosse dato seguito alle richieste.

La linea difensiva del presidente si baserà molto probabilmente sulle tesi sostenute in questi mesi davanti all’opinione pubblica. Secondo i Repubblicani, infatti, Trump si sarebbe interessato al caso perché preoccupato per la crescente corruzione in Ucraina e la sua decisione di fornire fondi solo in caso di processo non aveva alcuna finalità politica contro Biden ma si sarebbe trattata di una garanzia per il corretto utilizzo dei 400 milioni. Una tesi che, evidentemente non ha mai convinto i Democratici che lo hanno formalmente messo sotto accusa con 230 voti contro 197. L’incognita ora riguarda però i tempi del processo. La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, al termine del voto ha infatti affermato che aspetterà a inviare gli atti dell’impeachment al Senato finché non ci saranno garanzie “per un processo giusto”. Un gesto che appare come una chiara risposta al Senatore Mitch McConnell, che coordinerà il processo di impeachment da qui in poi, il quale qualche settimana fa aveva rilasciato una dichiarazione sconcertante e pericolosa per il proseguo del processo. “Io non sarò imparziale per niente, lavorerò in completo coordinamento con la Casa Bianca” aveva affermato McConnel rifiutando la richiesta dei Democritici di interrogare i funzionari che si sono rifiutati di testimoniare durante l’inchiesta alla camera, come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton e Mick Mulvaney, il capo dello staff del presidente. Il processo dovrebbe con ogni probabilità iniziare a gennaio e, stando ai numeri, potrebbe concludersi con un nulla di fatto. I senatori dovrebbero infatti votare secondo le linee dettate dal partito di appartenenza e la maggioranza Repubblicana in Senato (53 seggi contro 47) dovrebbe garantire a Trump l’assoluzione.

Ora non resta che aspettare dunque ma il processo al senato potrebbe consegnare a Trump una vittoria politica importante in vista delle elezioni del prossimo anno. Con il Partito Democratico nel pieno del dibattito per le primarie di inizio anno, l’assoluzione del presidente repubblicano rischia di essere una sconfitta bruciante per i democratici in un momento in cui tutte le loro divisioni saranno alla luce del sole. Mentre per Trump sembra essere una manna dal cielo. Un’opportunità servitagli su un piatto d’argento dai sui stessi avversari per compattare la sua base elettorale contro i democratici verso le Presidenziali del 2020.