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Tutto Gallera minuto per minuto: storia tragicomica di un assessore.

Sembra ieri che Giulio Gallera, frontman leghista dell’emergenza covid, sembrava a un passo dalla candidatura a Sindaco di Milano per il centrodestra. Oggi, invece, dopo una serie infinita di gaffe e sparate pubbliche si ritrova isolato sempre più vicino ad una sostituzione.

Giunge al capolinea l’avventura di Giulio Gallera nella giunta del presidente Fontana. Uno scenario inimmaginabile un anno fa quando l’assessore al welfare era una delle figure di punta della squadra di governo leghista. Sceso in politica nel 1990, quando venne eletto consigliere di Zona19 a Milano, fu uno dei primissimi sostenitori di Berlusconi e di Forza Italia con cui viene eletto per la prima volta nel 1997 in consiglio comunale a Milano. Dopo altri tre incarichi da consigliere, con la rielezione nel 2001 nel 2006 e nel 2011, arriva il passaggio in Regione con l’elezione al Pirellone nel 2013 come consigliere regionale. Nel 2018, dopo la vittoria di Fontana entra a far parte persino della giunta chiedendo e ottenendo anche una delle deleghe più prestigiose e complicate: la sanità.

Se gli avessero detto che proprio la sanità avrebbe posto fine anzitempo alla sua esperienza in giunta, forse ci avrebbe pensato due volte. Da marzo in poi, con lo scoppio della pandemia, quello di Giulio Gallera è diventato un nome conosciuto da tutti nel bene e nel male. L’inizio, bisogna ammetterlo, fu scoppiettante: in una situazione epocale, in cui nessuno sembrava capire nulla, lui era costantemente in tv o sui social a spiegare cosa stesse accadendo e cosa fosse necessario fare. A marzo nell’immaginario collettivo Giulio Gallera era la Lombardia. Un uomo forte e instancabile che, mentre la stessa OMS brancolava nel buio, era sempre pronto a dar risposte ai cittadini. La sovraesposizione mediatica aveva portato i suoi consensi alle stelle tanto che avevano iniziato a circolare voci su una sua candidatura per il centrodestra a sindaco di Milano. Voci mai smentite veramente e anzi cavalcate dallo stesso assessore che dichiarò apertamente: “Sono milanese, sono stato vent’anni al Comune, conosco ogni via della mia città e ne sono innamorato. Mi sono sposato qui, ho due figli al liceo, se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro”.

Poi, però, qualcosa si è rotto. La Lombardia, divenuta epicentro europeo della pandemia, ha mostrato gradualmente tutti i suoi limiti e lo scoppio di casi eclatanti, dalla gestione delle RSA all’inutilità dell’ospedale in fiera, ha alzato attorno a Gallera polemiche e richieste di dimissioni. Al dramma della sanità Lombarda si sono aggiunte poi le sue uscite pubbliche. Quello che era il suo punto di forza è diventata la sua croce e nelle sue dirette ha inanellato una serie di strafalcioni da far invidia a un Luca Giurato qualsiasi. Celebre è diventata ad esempio la sua spiegazione dell’indice RT che in quel momento era a 0,51 in Lombardia: “Che cosa vuol dire questo?” si chiese in diretta sulla pagina Facebook di regione Lombardia “Vuol dire che per infettare me bisogna trovare due persone nello stesso momento infette… Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone infette nello stesso momento per infettare me”. Poi ancora, dopo essere scivolato sulla temperatura corporea sostenendo che sia preoccupante se superiore al “37,5%”, aveva deciso di ringraziare le strutture private che “hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose anche a pazienti ordinari”. Una serie di dichiarazioni fuori luogo e sconclusionate che hanno costretto Matteo Salvini ad intervenire direttamente e, pur lasciando al suo posto l’assessore nonostante le richieste di dimissioni da parte di tutte le opposizioni, chiedere a Gallera di fare un passo indietro e smettere di apparire pubblicamente.

Così il frontman leghista è passato nel giro di tre mesi da uomo di punta dell’amministrazione lombarda a figura imbarazzante, da silenziare per evitare polemiche e crisi. Richieste di dimissioni e di commissariamento della sanità lombarda si sono susseguite per mesi prima di affievolirsi, solo parzialmente, con l’arrivo dell’estate e il calo nella curva dei contagi. Ma proprio in estate, soffrendo forse il calo della popolarità, Gallera ha deciso di attirare nuovamente su di sé i riflettori. Dopo mesi passati a chiedere ai cittadini lombardi sacrifici e responsabilità esortandoli a rinunciare alle vacanze per scongiurare una seconda ondata ha infatti deciso bene di pubblicare una sua foto dal pronto soccorso di Lavagna, in Liguria. Nulla di grave, per fortuna, solo una brutta ferita alla testa mentre giocava a paddle, durante una vacanza con amici e parenti. E via di nuovo con accuse e polemiche per la sua decisione di partire fregandosene dei suoi stessi appelli alla responsabilità. Polemiche che sono continuate per tutto settembre con le mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni che hanno tenuto occupato Gallera fino ad un finale di anno non meno turbolento. Con l’arrivo dell’autunno, infatti, a tenere sulla cresta dell’onda l’assessore lombardo è stato il caos vaccini con la Lombardia che si è fatta trovare ampiamente impreparata per la campagna antinfluenzale tanto che, dopo 13 gare indette e fiale pagate fino a 13 euro ciascuna (contro una media nazionale di 4,5 euro a dose), a inizio dicembre due terzi delle persone che ne avrebbero avuto diritto non avevano ancora fatto il vaccino per mancanza di dosi. Sfumata anche la polemica sui vaccini è di nuovo un suo post su Instagram a riaccendere le polemiche. Da buon milanese Gallera ha infatti deciso di celebrare Sant’Ambrogio facendo quello che lo fa stare meglio: una corsa con un gruppo di amici lungo il naviglio immortalata sul popolare social network con tanto di didascalia. “Oggi 20 km lungo il Naviglio Martesana. La maratona è maestra di vita. Stringere i denti e non mollare mai”. 20km, almeno tre comuni diversi attraversati. Il tutto mentre la Lombardia si trovava in zona arancione con il conseguente divieto di uscire dal comune e di praticare sport in gruppo.

Buio. Sipario. Applausi.

Prima di tornare in scena per salutare il suo pubblico con l’ultimo bis: “Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi hanno detto il 4 gennaio. Noi ci siamo organizzati per quella data. Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa”. Immediata e inequivocabile la replica di Regione Lombardia: “Le dichiarazioni dell’assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia”. Anche il suo partito ora lo scarica, sbugiardandolo pubblicamente e prendendo le distanze. Entro metà mese sarà rimpasto in giunta e Gallera dovrà lasciare la sua poltrona. L’ex frontman lombardo, isolato come non mai, tornerà nel camerino a ripensare a quel breve momento in cui è stato il leader del centrodestra lombardo. Un ricordo lontano mentre sulla sua esperienza politica scorrono i titoli di coda.

Forse.

L’anno che verrà: cosa tenere d’occhio nel 2021

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando

-Lucio Dalla-


Dopo un anno in cui la pandemia da coronavirus ha monopolizzato la scena è iniziato un anno in cui, si spera, il mondo proverà a trovare una nuova normalità. Dopo avervi raccontato gli eventi salienti del 2020 nel nostro riassunto, oggi proviamo a tracciare un quadro di quello che sarà il 2021 attraverso alcuni elementi chiave che abbiamo individuato per voi. Fermo restando che uno dei temi principali sarà la lotta al coronavirus e la campagna vaccinale più grande di tutti i tempi, oggi non vogliamo parlare di pandemia.

La svolta politica dell’anno: Germania – A livello politico tutti gli occhi saranno inevitabilmente puntati sulla Germania e la data cerchiata in rosso sul calendario è una sola: il 26 settembre 2021. In quella data, infatti i tedeschi andranno alle urne per eleggere il proprio governo e, per la prima volta da 16 anni, tra i candidati alla cancelleria non ci sarà Angela Merkel. Erano le 16:00 del 22 novembre 2005 quando la Merkel giurò diventando per la prima volta Cancelliere Federale, un ruolo che lascerà per la prima volta a settembre dopo quattro mandati consecutivi e 5782 giorni ininterrotti alla guida della Germania.

La fine dell’era-Merkel porta con sé innumerevoli punti interrogativi. Il primo riguarda inevitabilmente il suo successore che verrà deciso il 16 gennaio dal congresso della CDU che dovrà anche fare i conti con la decisione di Annegret Kramp-Karrenbauer, già individuata come erede della Merkel, di non candidarsi dopo la sconfitta delle scorse amministrative in Turingia. Al momento sembrano essere in tre a contendersi il ruolo: l’ultraconservatore Friedrich Merz, l’ex Ministro dell’ambiente Armin Laschet e il Ministro presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Norbert Röttgen. Nessuno dei tre sembra però essere in grado di riempire il vuoto che lascerà la cancelliera, ancora capace di raccogliere da sola un terzo delle preferenze dei tedeschi. Gli interrogativi sono molteplici anche su come sarà la politica tedesca post-Merkel e sul ruolo che il paese avrà nell’Unione Europea dopo l’uscita di scena di quella che per anni è stata il vero leader dell’UE.

Lo scontro dell’anno: Taiwan – Per qualcuno è “l’isola che non c’è” visto che, con i suoi 23 milioni di abitanti in 35mila Km2, molti stati non hanno relazioni diplomatiche con Taipei. Ma quest’anno Taiwan potrebbe trasformarsi in un nuovo focolaio di tensione con la Cina che, dopo Hong Kong, vorrebbe portare sotto il proprio controllo anche quella “provincia ribelle” che negli anni ha sviluppato una forte identità e un’autonomia sempre maggiore. Le relazioni tra i due stati non sono certo mai state semplici tanto che, dopo la cessione dell’isola alla Cina da parte del Giappone nel 1945, già nel 1947 iniziarono i primi moti indipendentisti che portarono due anni dopo ad una sostanziale indipendenza da Pechino. Dopo anni di guerra aperta e decenni di stallo diplomatico e militare, le relazioni sembravano essersi stabilizzate alla fine degli anni ’90. Lo scorso anno, però, Taiwan è stato terreno di scontro per tre motivi: lo scoppio di proteste anticinesi, il supporto del governo dell’Isola ai movimenti democratici di Hong Kong e le relazioni sempre maggiori con gli USA.

Imponendo la sua legge su Hong Kong, ponendo di fatto fine all’esperienza “un paese due sistemi” che avrebbe voluto applicare anche a Taiwan, Pechino ha mostrato il suo vero volto esasperando la situazione. Da un lato Taiwan non è disposta a fare la fine dell’ex colonia britannica e vuole a tutti i costi affermare la propria autonomia, dall’altro la Cina vorrebbe definitivamente porre fine alle mire indipendentiste e per questo ha fatto salire tensioni e allarmismo, intensificando la pressione militare su Taiwan ad un livello senza precedenti per decenni. Negli ultimi mesi le forze armate di Pechino hanno condotto una fitta serie di esercitazioni militari, aeree e terrestri, insolitamente vicino all’isola per intimidire i suoi leader e la sua popolazione. A differenza di quanto accaduto ad Hong Kong, però, se decidesse di forzare la mano con Taiwan la Cina troverebbe una situazione ben diversa con un governo che non ha intenzione di piegarsi a Pechino e che è disposto a schierare il proprio esercito per resistere. Per questo motivo Xi Jinping si è fino ad ora trattenuto da un attacco frontale ma è improbabile che le tensioni si riducano. Saranno invece sempre maggiori, con Pechino che ha compreso la necessità di una maggiore coercizione e intimidazione per mettere in ginocchio una Taiwan sempre più capricciosa e che potrebbe dunque fare del 2021 l’anno della stretta finale.  

Summit dell’anno: COP26 – Dall’1 al 12 novembre 2021 andrà in scena la 26° conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (cop26). Rinviata di un anno a causa della pandemia, sarà organizzata congiuntamente da Italia e Regno Unito anche se avrà luogo, se mai sarà possibile svolgerla in presenza, esclusivamente al SEC Center di Glasgow mentre nel nostro paese avranno luogo appuntamenti ad essa collegati. Il summit di Glasgow avrà l’arduo compito di riportare le tematiche ambientali al centro delle strategie degli stati dopo un anno in cui tutte le attenzioni sono state concentrate sulla pandemia. Come previsto nell’Accordo di Parigi sul Clima, siglato nel 2015, verrà attivato il cosiddetto “meccanismo a cricchetto” che porterà ad una rivalutazione delle strategie e degli obiettivi delineati nella capitale francese. Nell’Accordo era infatti previsto che ogni cinque anni, divenuti sei a causa della pandemia, gli stati presentassero un rapporto su quanto fatto per calibrare la strategia comune e verificare l’attualità e la fattibilità degli obiettivi. Ad oggi, secondo il monitoraggio effettuato da Climate Action Tracker, tutti i principali stati avrebbero fatto sforzi insufficienti o gravemente insufficienti per raggiungere gli obiettivi di Parigi.

Da monitorare nel corso dell’anno per avvicinarsi al summit di Glasgow sarà senza dubbio la posizione degli Stati Uniti. Dopo la decisione del Presidente Donald Trump di uscire dall’accordo di Parigi, infatti, sembra possibile un’inversione di rotta con Joe Biden che ha già annunciato di voler incrementare gli sforzi in ambito ambientale e di voler rientrare immediatamente negli accordi internazionali sul clima, Parigi incluso. Se dovesse mantenere fede alle promesse fatte in ambito green, il nuovo presidente potrebbe affrontare la COP26 ponendosi come guida per gli altri paesi nel tracciare la linea da seguire.

L’addio dell’anno: Raul Castro – Per chi ha sempre guardato a Cuba come alla terra di Fidel Castro e Che Guevara, il 2021 sarà un anno di grande cambiamento. Dopo la svolta del 2019 con la decisione di cedere la presidenza a Miguel Díaz-Canel, Raul Castro ha infatti già annunciato una decisione che porrà definitivamente fine alla Cuba castrista. In occasione del Congresso del Patrito Comunista Cubano, che si terrà tra il 16 e il 19 aprile, Il fratello di Fidel dirà addio alla scena politica dimettendosi da leader del partito e passando il testimone all’attuale presidente. Per la prima volta dalla sua creazione nel 1965, il Partito Comunista Cubano sarà guidato da qualcuno di esterno alla famiglia Castro ponendo fine ad un’era che durava dalla rivoluzione cubana. “Sarà il congresso della continuità, espressa attraverso il passaggio progressivo e ordinato delle principali responsabilità del Paese alle nuove generazioni” scrive il quotidiano ufficiale del partito Granma. Ma ciò che è certo è che, continuità o meno, sarà un momento storico per l’isola socialista che vedrà per la prima volta fuori dalla politica nazionale i principali fautori della rivoluzione che rese celebre Cuba.

Evento sportivo dell’anno: Olimpiadi Tokyo – Sarà l’anno buono? Non lo possiamo sapere ancora, ma tutto lascia presagire che i Giochi Olimpici andranno in scena regolarmente. Al di là delle competizioni sportive, quelle di Tokyo saranno Olimpiadi che rimarranno nella storia per diversi motivi. Un primo dato a renderle uniche sarà innanzitutto la data: pur continuando a chiamarsi Tokyo 2020, saranno i primi Giochi Olimpici della storia a svolgersi in un anno dispari. Se durante le guerre le olimpiadi vennero annullate a mai recuperate, è infatti la prima volta che la rassegna olimpica viene posticipata di un anno. Curioso che sia toccato proprio a Tokyo che già nel 1940 dovette rinunciare alle olimpiadi, già assegnate ed organizzate, a causa dello scoppio della guerra. Ma al di là delle date sarà un evento che rimarrà nella storia come il primo grande evento sportivo post pandemia, un segnale di ripresa e speranza per il mondo che dovrà essere completamente ripensato e riorganizzato per renderlo compatibile con l’emergenza sanitaria che, presumibilmente, non sarà ancora del tutto terminata.

Il 2021 sarà dunque un anno pieno di momenti chiave e ricorrenze. Sarà l’anno del 700° anniversario della morte di Dante e del 75° della nascita della Repubblica Italiana, sarà l’ultimo anno di Mattarella come Presidente della Repubblica e il primo di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America. Insomma, sarà un anno pregno di eventi e di spunti che, speriamo, potrà farci dimenticare un 2020 monopolizzato dalla pandemia. Forse.

Come Trump sta ostacolando la transizione pacifica verso una nuova presidenza

Oltre a non aver ammesso la vittoria dell’avversario, Trump sta in tutti i modi cercando di ostacolare il percorso di Biden verso la Casa Bianca. Fino a quando il nuovo presidente non sarà riconosciuto non potrà collaborare con l’amministrazione uscente con gravi ricadute sul futuro e sulla stabilità degli USA.

Il concession speech non è una legge ma una tradizione tutta americana. Il momento in cui lo sconfitto ammette di aver perso e ferma gli uomini che lo sostengono, avviando la transizione del potere. Una tradizione nata più di 120 anni fa quando William Jennings Bryant inviò un cortese telegramma al neo-presidente William McKinley, due giorni dopo le presidenziali del 1896: “Il senatore Jones mi ha appena informato che il risultato indica la Sua elezione e mi affretto a porgervi le mie congratulazioni. Abbiamo sottoposto la cosa al popolo americano e il suo volere è legge”. Quella tradizione, però, quest’anno non è stata rispettata.

Dopo la vittoria di Biden, infatti Trump non ha mai fatto un passo indietro insistendo sulla teoria delle elezioni truccate e vinte dal suo sfidante solo grazie brogli elettorali. La cosa più vicina ad un concession speech è stata un tweet in cui affermava che Biden “ha vinto perché il voto è stato truccato” salvo poi puntualizzare con un secondo post in cui ha voluto ribadire la sua posizione: “ha vinto solo per i media delle Fake News. Non concederò nulla. Abbiamo una lunga strada davanti. Questa è stata un’elezione truccata. Noi vinceremo!”. Ma l’ostinazione con cui Trump, sempre più isolato, sta portando avanti la sua verità non si riflette solo in uscite pubbliche in cui grida alla frode. Dal giorno in cui Biden è stato eletto, infatti, il presidente uscente ha iniziato a muoversi per intralciare il suo insediamento e mettere in difficoltà il proprio successore.

In questi giorni Donald Trump non solo sta facendo piazza pulita rimuovendo funzionari scomodi come il capo del Pentagono Mark Esper o il responsabile della sicurezza informatica Chris Krebs, ma si sta rifiutando di collaborare con Biden per garantire una transizione il più possibile pacifica. Da tradizione americana, infatti, durante le 9 settimane che separano il voto dal giorno dell’insediamento (storicamente il 20 gennaio) l’amministrazione uscente collabora con il nuovo presidente aggiornandolo sullo stato della nazione e sulle principali sfide che dovrà ereditare. Una tradizione tutta americana, come il concession speech, necessaria affinché il nuovo leader possa preparare al meglio il suo insediamento ed essere subito in grado di affrontare i problemi degli Stati Uniti. Nel 2016, ad esempio, il neoeletto Trump organizzò un team composto da 328 persone che collaborarono con 42 agenzie federali. Obama nel 2008 ne assunse 349 per avere contezza del lavoro di 62 agenzie. Anche su questo fronte, però, nessuna apertura è arrivata da Donald Trump che ha anzi impedito a Biden di organizzare persino i consueti incontri con l’apparato amministrativo e con l’intelligence. Nessun aggiornamento sulla diffusione del coronavirus, nessun invito a partecipare ai briefing governativi anti covid-19 né a quelli sulla sicurezza nazionale, nessuna possibilità per lo staff di Biden di collaborare con agenzie governative.

La chiusura totale di Trump sta costringendo il prossimo presidente degli Stati Uniti a correre ai ripari organizzando soluzioni “fai da te”. Martedì si è riunito con una task force di esperti, scelti appositamente tra chi non ha alcun legame con la Casa Bianca, formata appositamente per analizzare la situazione attuale e studiare le risposte da mettere in campo dal 20 gennaio in poi. Una task force che, per quanto composta da esperti nei vari settori, può avere uno sguardo solamente parziale non avendo accesso a molte delle informazioni di cui dispone la Casa Bianca. Si pensi ad esempio alle informazioni riservate relative alla sicurezza nazionale o alle proiezioni sullo sviluppo pandemico o su un eventuale vaccino. Tutto ciò che non è pubblico e conosciuto Biden potrà scoprirlo solo il 20 gennaio al momento del giuramento. Per quel che riguarda il covid-19 e la possibile diffusione di un vaccino, poi, la mancata condivisione di informazioni potrebbe avere effetti catastrofici. Ad oggi Biden e il suo staff non hanno idea di come sotto l’amministrazione Trump il Dipartimento della Salute e il Pentagono stiano lavorando per la diffusione del vaccino ed ereditare una situazione già avviata senza conoscerla potrebbe portare a ritardi o blocchi con effetti devastanti. A testimoniare la pericolosità della situazione, i vertici dell’American Hospital Association, dell’American Medical Association e dell’American Nurses Association hanno rilasciato martedì una dichiarazione congiunta esortando l’amministrazione Trump a condividere “tutte le informazioni critiche relative a COVID-19” con Biden.

Oltre agli evidenti disagi che ciò comporta per l’insediamento di Biden, il Center for Presidential Transition ha evidenziato come ciò inciderà in maniera pesante sulle nomine che il neopresidente sarà chiamato a fare una volta alla Casa Bianca. L’ente indipendente incaricato di vigilare sulle transizioni presidenziali ha infatti sottolineato come il mancato riconoscimento di Biden come vincitore e la conseguente totale mancanza di collaborazione allungherà i tempi di nomine strategiche “indebolendo così la capacità del governo di proteggere la nazione e gestire la diffusione del vaccino”. Se Biden ha infatti già indicato i nomi a cui intende affidare alcuni incarichi sensibili, fino a quando non ci sarà un riconoscimento ufficiale non potranno essere compiute le procedure di verifica sull’idoneità della nomina. Mentre i suoi predecessori sono riusciti a nominare gli oltre 1.200 funzionari entro i primi 100 giorni di governo, per Biden sarà un’impresa pressoché impossibile che rischia di lasciare a lungo scoperte alcune posizioni particolarmente sensibili allungando i tempi per una piena attivazione della macchina amministrativa americana ed esponendo il paese a rischi maggiori in una situazione già complicata.

Fino a quando la General Services Administration, guidata da fedelissimi di Trump, non certificherà la vittoria di Biden non ci sarà dunque alcuna collaborazione tra i funzionari dell’amministrazione attuale e il team del prossimo presidente statunitense. Ma mentre molti repubblicani iniziano a schierarsi contro il presidente che grida al complotto, Trump continua a non voler ammettere la sconfitta rilanciando la teoria dei brogli elettorali in quella che appare come la transizione più tesa della storia americana.

1400 femminicidi all’anno e il disinteresse della politica: così nasce la rivoluzione femminista messicana

Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana
-Rita Levi Montalcini-


Nelle scorse settimane i media di tutta Europa hanno mostrato le immagini delle donne polacche intente a difendere i loro diritti. Ma mentre il mondo guardava alla portata rivoluzionaria della protesta femminista contro il presidente Andrzej Duda, in un altro paese la rivolta femminista è scoppiata in modo dirompente senza lasciar traccia nelle cronache internazionali. In Messico, infatti, le donne sono tornate in piazza per protestare contro una situazione sempre più drammatica che ha visto il tasso di femminicidi nel paese crescere del 245% negli ultimi cinque anni.

Femminicidi – Per molti l’elezione di Andres Manuel Lopez Obrador a presidente del Messico, avvenuta nel 2018 con il 53% dei voti, avrebbe dovuto rappresentare un momento di rottura in grado di riportare il paese ad una condizione civile. Le speranze sul nuovo leader salito al potere con una coalizione di sinistra erano molte e molte donne messicane speravano in una stretta del nuovo governo per fermare l’escalation di violenza di genere che negli anni precedenti aveva insanguinato il paese. Tra il 2015 e il 2017, infatti, i numeri dei femminicidi in Messico erano cresciuti in modo costante ed esponenziale passando da 426 ai 765 registrati nell’anno precedente alle elezioni. Un paese macchiato del sangue delle proprie donne aveva così scelto Obrador per tentare di porre fine ad una strage continua.

Le speranze delle donne messicane, però, sono state deluse. Negli ultimi anni la violenza di genere non si è mai fermata raggiungendo anzi livelli mai visti prima. Già dal primo anno di presidenza di AMLO, come viene chiamato dai suoi sostenitori il presidente, è risultato evidente come il problema dei femminicidi non fosse tra le priorità del nuovo governo. Nel 2018 i femminicidi nel paese sono cresciuti di quasi il 20% con 912 donne uccise per questioni di genere. Un incremento costante che non si è arrestato nemmeno l’anno successivo quando per la prima volta si sono addirittura superate le mille vittime in dodici mesi con 1006 donne uccise tra il gennaio e il dicembre 2019. Ma se quelli degli scorsi anni possono sembrare dati spaventosi, quello di quest’anno è ancor più inquietante. Si stima che nei primi 10 mesi del 2020 in Messico siano state quasi tremila le donne uccise di cui almeno 1472 vittime di femminicidio.

Un aumento rispetto all’anno precedente di circa il 46% dovuto in gran parte alle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Durante il lockdown disposto dal governo ad aprile, infatti, si sono moltiplicati gli episodi di violenza domestica che spesso sono sfociati in tragici epiloghi. Nel solo mese di aprile sono state oltre 21 mila le chiamate ai numeri di emergenza per violenze contro le donne e in molti casi l’intervento delle forze dell’ordine è risultato tardivo.

AMLO – E mentre il paese sprofonda in una spirale di violenze contro le donne, la speranza delle femministe messicane in un intervento di Obrador è definitivamente sparita. Il presidente ha infatti deluso ogni aspettativa su questo tema ignorandolo di fatto per i primi due anni del suo mandato e bollandolo come non urgente in questo 2020. Nei mesi scorsi, infatti, diverse uscite pubbliche di AMLO hanno fatto infuriare le attiviste messicane che hanno riscontrato un totale disinteresse sul tema anche da parte di un governo che si dichiara di sinistra e che le aveva illuse di poter portare un cambiamento. A marzo, dopo che quattro femminicidi in pochi giorni avevano di nuovo portato il problema al centro delle cronache, Obrador aveva bollato lo sciopero nazionale indetto dai gruppi femministi per il 9 marzo come un “complotto dei conservatori contro il mio governo” per distogliere l’attenzione dai problemi più importanti. In altre dichiarazioni, poi, ha sempre minimizzato il problema dando la colpa dell’impennata di femminicidi alle “politiche neoliberiste dei governi precedenti”. Secondo il presidente, infatti, i movimenti femministi “si oppongono alla rinascita morale che stiamo promuovendo. Rispetto le loro opinioni ma non le condivido.” Sempre a marzo si era addirittura lamentato pubblicamente del fatto che le proteste femministe stessero mettendo in secondo piano la sua decisione di vendere l’aereo presidenziale per viaggiare su voli commerciali per risparmiare risorse pubbliche.

Proteste – Ed è proprio la cecità del governo di AMLO ad aver scatenato in questi giorni l’ennesima ondata di proteste. Dopo la “primavera femminista” che ha visto milioni di donne in tutto il paese scendere in piazza tra marzo ed aprile, le mobilitazioni sono ricominciate a settembre e da allora non si sono più fermate. Tra il 2 e il 6 settembre è andata in scena una delle proteste simbolicamente più potenti degli ultimi anni. Silvia Castillo e Marcela Aleman si sono recate negli uffici della Commissione per i diritti umani per chiedere giustizia per i loro casi: L’ assassinio del figlio per la prima, l’aggressione della figlia di quattro anni per la seconda. Al rifiuto delle autorità di ascoltarle le due donne hanno deciso di non andarsene ma di stare su una sedia ferme in attesa di una risposta. Da quel momento decine di donne e attiviste le hanno raggiunte con l’obiettivo di raccontare le loro vicende, appoggiare e sostenere le rivendicazioni delle altre madri ed esigere, in modo collettivo, che le loro denunce portino alla risoluzione dei tanti casi di violenza. Domenica 6 settembre, le organizzazioni femministe hanno annunciato di non aver ricevuto risposte né soluzioni ai reclami presentati, e da quel giorno hanno deciso occupare la sede della Commissione cambiando il nome dell’edificio in “Okupa Casa Refugio Ni Una Menos México”.

Ancora una volta, però, la loro azione simbolica non è servita a portare al centro dell’agenda politica il problema dei femminicidi e della violenza di genere. “Capisco la loro rabbia e penso sia una giusta rivendicazione” ha commentato Obrador “ma resto convinto che sia fomentata dall’opposizione conservatrice”. All’ennesima dimostrazione di disinteresse e cecità istituzionale le femministe messicane si sono mobilitate in tutto il paese occupando le sedi della stessa istituzione pubblica in Chiapas, Guerrero, Sinaloa, Chihuahua, e nello Stato di México da dove sono state sgomberate con la violenza l’11 settembre scorso. Una mobilitazione che però ancora non ha minato la convinzione di Obrador di essere nel giusto.

E mentre AMLO continua a sminuire il problema la scorsa settimana il corpo della ventenne Bianca “Alexis” Lorenzana è stato ritrovato, pochi giorni dopo la sua scomparsa, senza vita e fatto a pezzi. L’ennesimo femminicidio senza alcuna risposta istituzionale ha alimentato la rabbia e l’esasperazione delle femministe messicane che hanno indetto cortei e marce in tutto il paese. A Cancun migliaia di donne sono scese in piazza pacificamente gridando il loro dolore e la loro rabbia per l’inazione di Obrador. Il corteo si è snodato per le strade della città e una volta giunto davanti al municipio un centinaio di attiviste hanno cercato di forzare il cordone di polizia per irrompere nel palazzo. La reazione delle forze dell’ordine è stata feroce. Nel tentativo di respingere l’assalto e disperdere i manifestanti la polizia ha sparato diversi colpi sulla folla ferendo diverse manifestanti e almeno 4 giornalisti.

Eppure, nemmeno i colpi sparati a Cancun sono riusciti a fermare le donne messicane. Senza più pazienza ne paura la lotta femminista contro la scia di sangue che attraversa il paese continua. La battaglia intrapresa è ormai troppo grande per essere abbandonata. Perché non si può tollerare un paese in cui oltre 1400 donne muoiono ogni anno per il solo fatto di essere donne.

Il dramma della sanità calabrese

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti

– Costituzione, art. 32 –


Quella che si è appena conclusa è stata una settimana da incubo per la sanità calabrese. Tra le discussioni sul “decreto Calabria”, con cui il governo intende prolungare il commissariamento della sanità regionale, le polemiche relative alla zona rossa e lo scandalo relativo al commissario Cotticelli la regione sta attraversando un momento a dir poco burrascoso.

Commissario – L’ultimo durissimo colpo è arrivato per mezzo della trasmissione “Quinto Titolo”, andata in onda su Rai 3. Quello che doveva essere un servizio sulle difficoltà del sistema calabrese in questa seconda ondata e sull’inserimento della regione tra quelle più a rischio si è trasformato in uno tsunami che ha letteralmente travolto il commissario straordinario. Sono bastati pochi minuti di intervista perché Saverio Cotticelli, ex generale dei carabinieri e vicino al M5S e dal 2018 a capo della sanità calabrese, mostrasse al mondo tutta la sua impreparazione. Al giornalista che gli chiede cosa abbia fatto quando a giugno si è reso conto che la regione non aveva un “piano covid” risponde sicuro e quasi polemico: “Ho chiesto al ministero chi dovesse redigerlo e loro mi hanno risposto con un parere”. Quando prende in mano quel parere però cala il gelo. “Cosa le dicono? Chi deve farlo il piano?” lo incalza il giornalista. Qualche istante di silenzio poi la risposta sommessa: “Dovevo farlo io”.

Come uno studente che arriva impreparato all’interrogazione prova a giustificarsi, ad arrampicarsi sugli specchi. “Il piano lo sto preparando e la settimana prossima è pronto” dice. Ma da quel momento l’intervista precipita. Non c’è traccia del bando che il commissario Arcuri ha chiesto alla Calabria per portare a 280 i posti in terapia intensiva e che avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 3 novembre: “Adesso stiamo verificando che siano fatti” risponde Cotticelli. Ma è sui numeri delle terapie intensive che crolla definitivamente. Prima dice di aver raddoppiato i posti rispetto ai 107 che aveva qualche mese fa poi chiede conferma alla sua sub commissario Maria Crocco che prima lo gela, “tu quando vai di là devi essere preparato”, poi gli risponde nel merito: “Non ne hai attivati di nuovi, li hai solo previsti nel piano”.

Una dimostrazione di incompetenza che ha costretto l’ex generale alle dimissioni, presentate ieri nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. “Dopo 2 anni di lavoro” ha commentato “non ci sto a diventare il capro espiatorio di situazioni a me non addebitali, adesso basta, siamo arrivati al punto di non ritorno. Ci sono attacchi nei confronti della struttura commissariale intollerabili e frutto di menti raffinate”.

Commissariamento – Che la sanità in Calabria avesse delle gravi mancanze non lo si scopre certo oggi. A partire dal 2007, infatti, il tema della sanità calabrese ha assunto una rilevanza sempre maggiore e già nel 2010 si sono insediati i primi commissari incaricati di risolvere una situazione drammatica. La principale criticità era, ed è tutt’oggi, quella relativa ai bilanci in cui si è per anni accumulato un debito divenuto ormai milionario anche a causa del disinteresse da parte delle giunte che si sono succeduto fino al commissariamento. Fino al 2007, insomma, le giunte regionali hanno di fatto deciso di non occuparsi del problema facendolo in questo modo crescere giorno dopo giorno fino a che la situazione è diventata insostenibile. Con le casse della sanità calabrese in rosso, infatti, si è determinata un’elevatissima precarietà nell’erogazione dei servizi e ripetuti e frequenti episodi di malasanità. Si è registrata insomma una “riconosciuta inidoneità del Servizio sanitario regionale ad assicurare i livelli essenziali di assistenza alla popolazione”.

Così, ne 2007 con un’ordinanza del Presidente del Consiglio si decise di commissariare la sanità calabrese affidando all’assessore alla salute Spaziente il compito di risolvere i gravi problemi che affliggevano il settore. Un intervento che non si è però dimostrato risolutivo ed ha costretto il governo a ricorrere a misure più drastiche optando, a partire dal 2010, per la gestione affidata a commissari nominati dal governo. Da 10 anni, dunque, la sanità calabrese è commissariata nel tentativo di risolvere una situazione quantomai critica. Un tentativo quantomai vano che non sta certo portando i risultati sperati e che anzi sta portando il sistema sanitario regionale al collasso. Perché non solo in oltre 10 anni di commissariamento non c’è stato un miglioramento in un bilancio che continua a contare centinaia di milioni di disavanzo (320 per la precisione), ma questa continua e infinita crisi sta portando conseguenze gravi sull’efficienza del sistema. Si registra ormai da anni una cronica insufficienza del personale medico, paramedico e tecnico che compromette in tal modo l’assistenza ai pazienti generando gravi episodi di malasanità. La medicina territoriale è pressoché inesistente e in molti dei 405 comuni della regione la popolazione ha difficoltà ad accedere alle cure mediche. Strutture e macchinari, spesso insufficienti o obsoleti, causano difficoltà nell’assistere i pazienti. Due aziende territoriali (l’Asp di Reggio Calabria e quella di Catanzaro) sono state sciolte per infiltrazione/condizionamento mafioso, ed entrambe “fantasiosamente” dichiarate in dissesto. Insomma, in Calabria, tra sprechi vergognosi e incapacità, si registra una inefficienza da scandalizzare chiunque. Basterebbe pensare che da queste parti vengono ancora tollerate aziende sanitarie territoriali senza bilancio da anni, altre sciolte per ‘ndrangheta, aziende ospedaliere che, pare, non esercitino il pronto soccorso e chiudano nei week-end. Tutto questo nonostante dieci anni di commissariamento ad acta

Proteste – E proprio in questo senso vanno viste le proteste che da giovedì infiammano le principali città calabresi. Mentre in altre zone d’Italia si manifesta contro una fantomatica “dittatura sanitaria” e contro l’imposizione di misure più severe da parte del governo, in Calabria le proteste hanno un significato diverso. In una regione troppo spesso descritta come silente migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza non per dimostrare contrarietà alla zona rossa ma per esprimere il loro disappunto verso una politica regionale che non è in grado di garantire il diritto alla salute ai propri cittadini. Dalle principali città all’entroterra e fino alle coste migliaia di calabresi hanno scandito slogan contro una sanità più che mai malata e incapace di dare sicurezza in un momento storico come questo. Da Reggio a Castrovilllari, da Lamezia a Gioia Tauro passando per Crotone, Catanzaro e quella Cosenza che è diventata il fulcro della sanità pubblica e dove la classe politica locale ha consegnato le chiavi della sanità ai proprietari delle cliniche private come i Morrone, i Greco, i Parente, i cui cognomi sono stati indicati nei cartelli di protesta e urlati dai megafoni.

E mentre chi dovrebbe ripianare la situazione ripete da 10 anni che serve tempo per tornare alla normalità, la Calabria assiste attonita alla morte del proprio servizio sanitario. Speranza cercasi in Calabria: la speranza immateriale di una sanità degna di un paese civile, e il materialissimo Ministro della Salute che ci si augura possa intervenire in una situazione che pare sempre più drammatica.

Il peso della carne: come allevamento e agricoltura stanno erodendo le risorse naturali

“Una volta si diceva che gli ecologisti erano dei pazzi.
Oggi sono tutti ecologisti. Ma è proprio quello il pericolo.
Perché dietro l’impegno formale poi non si fa nulla”

-Grazia Francescato-


Una sola Italia non basta più. Uno studio condotto dall’Università degli Studi di Tuscia e da Greenpeace rivela come allevamento ed agricoltura nel nostra pese non siano sostenibili e stanno consumando una volta e mezza le risorse del nostro territorio. I continui investimenti negli allevamenti intensivi, riconfermati dalle ultime decisioni dell’Unione Europea, rendono la nostra agricoltura e la nostra zootecnica altamente insostenibili.

Lo studio – Sono proprio i dati della ricerca condotta dall’Università di Tuscia a mostrare come allevamenti intensivi di bovini e suini stiano erodendo in modo lento e costante le risorse naturale presenti nel nostro paese. Analizzando il metodo della cosiddetta l’impronta ecologica, che confronta l’impatto di un dato settore con la capacità del territorio che lo ospita di fornire risorse e compensare le emissioni, emerge infatti come per compensare l’impatto del settore zootecnico si consumino circa il 39% delle risorse naturali del nostro paese. Un dato allarmante se si considera, come spiega il prof. Silvio Franco nella ricerca, che “la biocapacità di quello stesso territorio deve riuscire a compensare anche altre attività umane, prime fra tutte quelle dell’agricoltura”. Come spiegato nel testo si tratta peraltro di un dato “conservativo” riferito cioè solamente alle “emissioni dirette di gas serra del bestiame causate da fermentazione enterica e deiezioni”. In poche parole il risultato potrebbe essere ampiamente peggiore se venissero presi in considerazione anche le emissioni dell’intera filiera, dall’import di mangimi alle coltivazioni intensive destinate ad alimentare gli animali passando per consumi di carburante, elettricità ed acqua.

Se a livello nazionale il dato potrebbe apparire quasi accettabile, analizzando i dati regione per regione ci si accorge di come la situazione sia drammatica. Lo studio rivela come il 58% dell’impronta totale sia data dalle quattro principali regioni del bacino padano. Tra queste il caso limite è rappresentato dalla Lombardia dove il settore zootecnico sta divorando il 140% della biocapacità agricola della regione. In altre parole, la Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale solo per assorbire le emissioni degli animali allevati sul suo territorio. Un dato allarmante che ci mostra come l’impatto della Lombardia rappresenti “oltre un quarto di quello nazionale e contribuisce per oltre il 10 per cento nel determinare l’insostenibilità complessiva dell’agricoltura italiana”. Leggermente meglio il Veneto, dove gli allevamenti consumano il 64% delle risorse, e il Piemonte (56%). Quarta regione del bacino padano è l’Emilia-Romagna dove il dato si attesta al 44% non perché il consumo di suolo sia minore che altrove ma piuttosto perché grazie alla superficie agricola così ampia riesce ad attutirlo in modo migliore. Emerge dunque come siano le aree più antropizzate quelle dove l’impronta ecologica degli allevamenti risulta essere maggiormente grave mentre in regioni con una grande quantità di foreste, come ad esempio il Trentino-Alto Adige, la presenza di ampie aree verdi riesce a bilanciare in maniera efficacie l’impatto di questo settore.

Green Deal – Se per invertire questa tendenza servirebbe un deciso intervento politico, le vicende di questa settimana hanno mostrato lo scarso interesse per i temi ambientali da parte delle istituzioni europee. L’Unione Europea ha infatti approvato la nuova “Politica agricola comune”, il più grande programma di sussidi diretti esistente al mondo con un valore di 390 miliardi per il periodo 2021-2027: un terzo del budget europeo. Una pioggia di finanziamenti che avrebbe potuto rappresentare una svolta importante verso una riconversione del settore agricolo e zootecnico in un’ottica green e che invece si trasforma in un nulla di fatto. Nonostante il tanto sbandierato Green Deal, infatti, l’Europa sembra aver perso un’occasione d’oro per raggiungere i propri obiettivi ambientali e dare un segnale forte a tutto il mondo di come sia possibile invertire la tendenza. Nelle lunghe trattative tra i vari gruppi per arrivare ad un testo definitivo è stata infatti eliminata la parte relativa ai cosiddetti eco-schemi ossia quei meccanismi che dovevano permettere una distribuzione più mirata dei fondi e incentivare la diffusione di pratiche agricole attente alla biodiversità e alla tutela dell’ambiente e del clima. Insomma, per accedere ai fondi i criteri ambientali non saranno vincolanti mentre lo saranno tutta una serie di criteri basati sul lato economico. Oltre 160 miliardi di sussidi destinati alle imprese del settore saranno così totalmente svincolati da qualsiasi criterio ambientale stringente alimentando un sistema malato che sta mettendo in ginocchio la biodiversità in tutto il continente e, come abbiamo visto, il nostro paese. E nello stabilire che saranno i governi nazionali, e non l’Unione Europea a destinare quei fondi, si è deciso di fermare sul nascere anche le singole iniziative di salvaguardia ambientale: se un singolo paese volesse adottare misure più stringenti in tema ambientale nell’assegnare i fondi sarà fermato dall’inizio. La nuova PAC infatti prevede esplicitamente il divieto di porre vincoli ulteriori in nome dell’omogeneità a livello UE e della concorrenza.

Ci sono poi una serie di piccole modifiche apparentemente minori che invece avranno un impatto forte perché erodono, comma dopo comma, le misure di tutela degli habitat e degli ecosistemi. Le larghe intese in parlamento hanno cancellato l’obbligatorietà, per le aziende agricole, di usare uno strumento di gestione sostenibile dei nutrienti. Vengono poi cancellati gli indicatori che misuravano la quota di preservazione del paesaggio che spettava alle aziende senza i quali sarà sostanzialmente impossibile compiere un monitoraggio sul rispetto o meno di parti della strategia UE per la tutela della biodiversità. Via anche gli indicatori della riduzione delle emissioni del bestiame: in assenza di dati certi che questi fornivano, adesso non sarà possibile fissare degli obiettivi di riduzione delle emissioni per questo settore.

In questo modo si va dunque ad alimentare un sistema in cui agricoltura e allevamento consumano più risorse naturali di quante il territorio sia in grado di dare. Ma come è possibile una cosa simile? Lo spiega in modo magistrale il prof. Franco: “Il processo è semplice: stiamo immettendo nell’ambiente più emissioni e scarti di quello che l’ambiente è in grado assorbire, quindi stiamo regalando a chi verrà dopo di noi una serie di problematiche ambientali senza dare loro le risorse per riuscire a gestirle”. Di fatto, ogni anno, l’overshoot day indica il giorno dell’anno in cui finiscono le risorse della terra e si iniziano a consumare “le risorse del futuro”. Un giorno che ogni anno è drammaticamente prima di quello precedente e che quest’anno era il 22 agosto. Per quasi metà del 2020, insomma, abbiamo usato risorse sottraendole alle generazioni future. Eppure basterebbe così poco ad invertire la tendenza. Basterebbe cambiare abitudini e scegliere una vita più sostenibile. Senza bisogno di scelte drastiche.

Unità 74455: come la Russia ha dato inizio all’era delle cyberguerre

L’unità 74455 dell’intelligence russa è stata creata appositamente per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino. Hacker di stato agiscono nell’ombra riuscendo con un semplice clic a generare conseguenze inaudite nel mondo reale.

Una torre di vetro svetta al numero 22 di Kirova Street nel sobborgo di Khimki, a 20 km a nord di Mosca. Una torre apparentemente anonima che svetta nel sobborgo russo al cui interno, però, si celerebbero i segreti di una vera e propria cyberguerra tra la Russia e l’occidente. In quell’edificio, infatti, avrebbe sede l’unità 74455 dell’intelligence russa, meglio conosciuta come “Sandworm Team”. Si tratterebbe di un’unità speciale voluta dal governo russo, e formata da hacker esperti, che negli ultimi anni avrebbe ripetutamente utilizzato i propri strumenti per colpire con attacchi informatici i nemici del Cremlino.

Erano le 15.30 del 23 dicembre 2015 quando nella centrale elettrica di Prykarpattyaoblenergo, che fornisce energia all’intera regione di Ivano-Frankivsk in Ucraina, qualcosa di mai visto prima lasciò interdetti gli operatori della sala di controllo. Mentre si preparavano a smontare per la fine del turno, infatti, i computer iniziarono a prendere vita. I cursori impazziti si muovevano sugli schermi disattivando una dopo l’altra le stazioni energetiche della regione. In pochi minuti fu il caos. Nessuno all’interno della sala di controllo riuscì a interrompere quell’attacco che sembrava uscito da un film di fantascienza e l’intera regione rimase senza corrente. Con 30 sottostazioni mandate completamente in tilt l’intera zona sprofondò nel buio. In pochi lo potevano immaginare ma quel giorno, lasciando quasi mezzo milione di persone senza corrente, era entrata per la prima volta in azione l’unità 74455. Con l’attacco alla centrale ucraina l’intelligence russa aveva di fatto aperto una nuova frontiera della propria guerra ai nemici dello stato. Per la prima volta nella storia un attacco informatico aveva ripercussioni così pesanti sul mondo reale. Per la prima volta nella storia da un computer a migliaia di km di distanza era stato colpito un centro di potere reale.

Da quel momento il sandworm non si è mai fermato. Se non è ancora chiaro quale ruolo abbia avuto l’unità negli attacchi volti a favorire l’elezione di Donald Trump nel 2016, è invece ritenuto responsabile di un attacco a una serie di laboratori ed agenzie operanti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi che stavano indagando sull’avvelenamento di un ex membro dell’intelligence russa, Sergei Skripal, e di sua figlia. Ma è nel 2018 che l’unità russa sembra fare il salto di qualità, escludendo le elezioni statunitensi su cui come detto non ci sono conferme. Il 9 febbraio, giorno della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Pyeongchang, sandworm lancia il proprio attacco agli organizzatori della rassegna. Il sito dei giochi crolla sotto gli attacchi degli hacker russi che impediscono agli spettatori di stampare i biglietti per entrare allo stadio, nell’impianto la connessione WiFi viene interrotta e per diverso tempo anche il maxischermo rimane nero. L’obiettivo finale era quello di far ricadere la colpa su Cina e Corea del Nord utilizzando una serie di espedienti e le metodologie solitamente usate da unità simili presenti nei due paesi asiatici. E se in quell’occasione l’attacco era rimasto confinato e non aveva avuto ripercussioni pesanti, così non sarebbe stato quest’anno. Il National Cyber ​​Security Center del Regno Unito, in un’operazione congiunta con l’intelligence americana, ha rivelato la presenza di un piano studiato nei minimi dettagli per interrompere le Olimpiadi che si sarebbero dovute disputare a Tokyo quest’estate. La Russia avrebbe infatti voluto compiere un gesto eclatante sabotando i giochi di Tokyo con un attacco informatico come reazione all’esclusione dalla rassegna olimpica di tutti gli atleti russi per lo scandalo del doping di stato.

Al di la dei singoli casi, a cui va aggiunto il rilascio del malware “NotPetya” con cui nel 2017 migliaia di aziende e organizzazioni vennero colpite in tutto il mondo con danni stimati intorno ai 10 miliardi di dollari, appare evidente come l’unità 74455 rappresenti l’apripista in quella che può essere definita una vera e propria cyberguerra. Hacker di stato in grado di colpire con un clic dall’azienda più piccola al più grande evento sportivo al mondo. In meno di cinque anni questa tecnica è stata affinata, si è evoluta ed ora sembra essere in grado di superare ogni limite per far crollare da remoto il mondo reale.

Come cambiano i decreti sicurezza

Mi stupisce la completa disumanità di questo signore
– Gino Strada-


Nella serata di lunedì, il governo ha approvato le modifiche ai “decreti Sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini. Con il decreto “Misure per la sicurezza delle città, l’immigrazione e la protezione internazionale”, proposto dal presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Interno Lamorgese, il governo ha deciso di non abrogare in toto i provvedimenti di Salvini ma di apportare delle modifiche lasciando invariate molte disposizioni presenti nel testo precedente.

Immigrazione – Con le modifiche ai decreti sicurezza si è ridisegnata la normativa in tema di immigrazione. In particolare torna in vigore il permesso di soggiorno per motivi umanitari, previsto dal “Testo Unico sull’Immigrazione” del 1998 ma abrogato dai decreti, che prenderà il nome di “protezione speciale”. Questo tipo di permesso, che avrà una durata di due anni, verrà concesso agli stranieri che presentano seri motivi di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. I permessi di soggiorno concessi per protezione speciale, poi, rientreranno tra quelli convertibili in permessi di lavoro che consentano di restare sul territorio italiano più a lungo.

In tema di rimpatrio, poi, l’art.1 sancisce il divieto di rimpatrio e respingimento non solo verso paesi in cui i diritti umani vengano violati in maniera sistematica ma anche per tutti quegli stranieri che hanno una vita consolidata in Italia. “Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani”, si legge nel nuovo testo “Non sono altresì ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica”.

Sempre all’art.1 è stato poi affrontato il tema più divisivo: il soccorso in mare. La maggioranza si è più volte divisa su questo tema a causa della vicinanza di molti esponenti dei 5 stelle alle posizioni leghiste in tema di ONG e aiuto ai migranti. In questo ambito, dunque, rimane in vigore la norma dei decreti sicurezza per cui ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, può vietare lo sbarco di navi che abbiano effettuato operazioni di salvataggio in mare se si tratta di imbarcazioni non militari. Questo divieto, però, non è applicabile nei casi in cui le operazioni di salvataggio siano state effettuate nel rispetto del diritto internazionale e comunicando per tempo alle autorità competenti lo svolgimento delle operazioni.

Non scompaiono invece i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Pur essendo stati una delle misure più criticate negli ultimi anni, come dimostrano le recenti tensioni per l’apertura del CPR di Milano, il governo ha deciso di non abolire i centri ma di modificarne la durata massima della detenzione. Utilizzati per identificare e respingere i migranti arrivati irregolarmente in Italia, sono diventati dei veri e propri lager in cui è concessa di fatto la reclusione fino a 180 giorni. Proprio su questo aspetto è intervenuto timidamente il governo abbassando a 90 il limite massimo di permanenza. Torna invece alle origini il sistema di accoglienza Sprar che si chiamerà “Sistema di accoglienza e integrazione” e tornerà ad essere un sistema di accoglienza diffuso gestito dai comuni e destinato non più solo alle persone più vulnerabili, ai minori e a chi è beneficiario di protezione umanitaria, ma anche a tutti i richiedenti asilo.

Critiche invece sono arrivate per la decisione di non ripristinare la situazione pre-decreti sicurezza in tema di cittadinanza. L’ex ministro dell’Interno Salvini, infatti, aveva voluto prolungare il tempo massimo per l’ottenimento della domanda da due a quattro anni raddoppiando così i tempi necessari per diventare a tutti gli effetti italiano. Con le modifiche approvate lunedì, si è deciso di non riportare quel termine a due anni ma di abbassarlo di un solo anno prevedendo un tetto massimo di tre anni. Uno in meno di Salvini, uno in più rispetto al passato.

Sicurezza – Le modifiche, però, non intervengono solo in tema di immigrazione ma anche nella normativa relativa alla sicurezza pubblica. Il cosiddetto “Daspo urbano” ad esempio viene rinforzato, permettendo al questore di applicare il divieto di accesso ai locali pubblici anche a chi ha riportato una denuncia o una condanna non definitiva relativa alla vendita di sostanze stupefacenti nel corso degli ultimi tre anni. Resta intatto anche il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999 e reintrodotto da Salvini per colpire manifestanti ed antagonisti, con una pena variabile da 1 a 6 anni di reclusione che raddoppia se il fatto è commesso da più persone e non da un singolo individuo.

In tema di sicurezza, sull’onda dell’indignazione per i fatti di Colleferro, si è introdotta quella che i media hanno già ribattezzato la “norma Willy” che rende più severe le pene per risse e condotte violente. Qualora qualcuno perda la vita o riporti lesioni gravi durante una colluttazione, il solo fatto di aver preso parte alla rissa diventa punibile con la reclusione da sei mesi a sei anni.

Una serie di modifiche, timide e disomogenee a dir la verità, che non accontentano ne l’una e ne l’altra parte. Da un lato chi ha spinto in questi anni per un’abrogazione dei decreti sicurezza è rimasto senza dubbio deluso da un intervento troppo limitato seppur importante, dall’altro i sostenitori della lega vedono questo gesto come un ennesimo attacco al loro leader per spalancare le porte ai clandestini. “Si torna alla mangiatoia, si torna alla pacchia, per scafisti, trafficanti e finte cooperative.” Ha commentato l’ex ministro Salvini “Non penso sia quello di cui ha bisogno il paese”. “Eliminare i decreti sicurezza” gli risponde il ministro Provenzano “era un atto dovuto e ci abbiamo messo fin troppo a farlo”. Siamo certamente ancora lontani da una riforma organica che consideri le migrazioni come un fatto strutturale e non emergenziale ma le modifiche apportate sono certamente un primo passo. Un primo passo per uscire dall’inferno dei diritti in cui eravamo precipitati con il governo gialloverde e tornare verso la civiltà.

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Il carosello degli eletti tra condannati, incandidabili, parenti ed amici

Cosa porterei dal mondo del calcio a quello della politica?
Comincerei col portare le regole, noi in campo le abbiamo e le dobbiamo rispettare.

-Zdeněk Zeman


Una settimana fa in sette regioni e 1.177 comuni non si è votato solo per il referendum ma anche, e soprattutto, per le elezioni regionali e comunali. Elezioni che hanno portato al rinnovo di consigli e giunte e che hanno permesso a migliaia di nuovi consiglieri di entrare nel mondo della politica. Non tutti, infatti, hanno preso la stessa decisione della candidata di centrodestra alla presidenza della Regione Toscana che, esattamente come fece in Emilia-Romagna la Borgonzoni, una volta sconfitta ha rinunciato anche alla poltrona di consigliere regionale per tenere quella ben più remunerativa da Europarlamentare. Ma tra chi ha deciso di rimanere attaccato alla poltrona appena conquistata c’è anche una schiera di soggetti ambigui.

Regionali – Le elezioni regionali hanno portato al rinnovo dei consigli in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta. Proprio in quest’ultima regione si sta scatenando in questi giorni una feroce battaglia politica a seguito dell’accordo tra centrosinistra e autonomisti che ha di fatto escluso la lega dalla maggioranza nonostante fosse risultata il primo partito alle urne. Un dibattito che ha messo in secondo piano la bizzarra rielezione di Augusto Rollandin. L’ex presidente della regione nel marzo 2019 scorso era stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione con la conseguente interdizione dai pubblici uffici che in base alla legge Severino lo aveva fatto decadere da consigliere regionale. Ma con gli effetti della Severino che scadranno a fine novembre, un nuovo posto in consiglio ha certamente fatto gola a Rollandin che ha deciso di candidarsi con la lista “Pour l’Autonomie” ed ha conquistato la sua poltrona. A partire da novembre, però. Fino ad allora il suo seggio sarà occupato dal primo degli esclusi nella sua lista.

Ma la legge Severino, fortunatamente per Zaia, non si applica a molti reati. Così nel consiglio regionale del Veneto possono essere eletti senza troppi problemi due consiglieri condannati in via definitiva. Tra i cinque consiglieri che rappresenteranno Fratelli d’Italia troviamo Daniele Polato, già assessore alla sicurezza a Verona condannato nel dicembre scorso per aver convalidato in documento di raccolta firme per la presentazione della lista di Forza Nuova alle passate elezioni regionali. Non ci sarebbe nulla di strano, tantomeno di illegale, se non fosse che molte di quelle firme sono poi risultate false. A 9 mesi dalla condanna è risultato il più votato di Fratelli d’Italia con oltre 10mila preferenze. Semila in più di quante ne abbia prese Enrico Corsi, eletto nelle file della Lega nonostante una piccola condanna per propaganda razzista ricevuta nel 2008 per aver diffuso, insieme a Flavio Tosi, volantini con slogan razzisti contro un campo nomadi. Ma una condanna per razzismo passa certamente in secondo piano in una lista in cui a con 4.000 preferenze arriva in consiglio anche quel Gabriele Michieletto che paragonò l’allora ministra Cècile Kyenge ad un gorilla con un post su Facebook.

E se in Veneto in consiglio ci va chi è stato condannato, in Campania viene eletto chi è stato raccomandato. Nel fortino di De Luca, da destra a sinistra, va in scena la parentopoli all’italiana. Nella coalizione di centrosinistra troveremo seduto tra i banchi del Partito Democratico nel nuovo consiglio Massimiliano Manfredi, fratello del più noto Gaetano Ministro dell’Università nel governo attuale ed ex rettore dell’Università Federico II di Napoli. A fargli compagnia ci sarà anche Bruna Fiola, figlia di Ciro presidente di Confcommercio e già consigliere a Napoli, eletta con circa 20.000 preferenze. Nella lista di De Luca troviamo Vittoria Lettieri, figlia di Sindaco di Acerra Raffaele Lettieri, che prende più preferenze di Paola Raia, sorella di quel Luigi Raia che fu esponente di spicco di Forza Italia vicino a Nicola Cosentino e messo oggi da Vincenzo De Luca a capo dell’Agenzia Unica del Turismo della Campania. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Così anche nel centrodestra troviamo eletti ad esempio Giampiero Zinzi, il cui padre Domenico fu presidente della provincia di Caserta e consigliere regionale, che siederà a fianco di Anna Rita Patriarca, figlia dell’ex parlamentare della Democrazia Cristiana Francesco Patriarca. Quello stesso Francesco Petrarca condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa per aver pilotato appalti a favore del boss dei casalesi Antonio Iovine.

Amministrative – Ma se le regionali regalano situazioni al limite dell’immaginabile, le amministrative sembrano andare oltre. A meno di una settimana dalle elezioni, ad esempio, c’è già il primo comune vicino allo scioglimento. A Carbone, in provincia di Potenza, ha vinto la lista “Onesti e Liberi”, capeggiata da Vincenzo Scavello. Onesti, liberi e mai visti considerando che Scavello è nato e vive a Messina e si era candidato esclusivamente per poter ottenere dal proprio datore di lavoro un’aspettativa retribuita durante il periodo di campagna elettorale. Ma oltre alle ferie pagate, per Scavello è arrivata anche una vittoria inaspettata che lo ha costretto a dimettersi immediatamente condannando il comune al commissariamento e a nuove elezioni.

Chi non si è ancora dimesso, e non ha intenzione di farlo, è invece Fabio Altitonante. Consigliere di Forza Italia in Regione Lombardia, Altitonante è stato eletto a sindaco di Montorio al Vomano, comune di 8.000 abitanti in provincia di Teramo. Ma su di lui non grava solo il doppio incarico istituzionale, a rendere ancor più bizzarra la sua elezione vi è il fatto che attualmente risulta essere sotto processo nell’ambito dell’inchiesta “Mensa dei Poveri” riguardante un sistema di tangenti e appalti pilotati in Regione Lombardia. Arrestato nel maggio 2019, Altitonante è attualmente imputato per “traffico di influenze illecite”. Non proprio una cosa da nulla, insomma, a maggior ragione se si considera che è una delle cause di incandidabilità stabilite dalla “Legge Severino”. Se dovesse essere condannato, insomma, la sua esperienza da sindaco verrebbe bruscamente interrotta.

Non è invece contemplata dalla Legge Severino l’incandidabilità nei casi come quello di Paolo Montagna. Eletto a sindaco di Moncalieri, Montagna è già indagato in relazione ad una condanna che subì qualche anno fa. Nel 2017, in seguito all’accesso abusivo al sistema informatico della Polizia, Montagna era stato condannato a svolgere tre mesi di volontariato con la Protezione Civile. Dopo tre mesi ha certificato di aver concluso la sua esperienza, ma nessuno lo aveva mai visto. Ora, dunque, è scattata la nuova imputazione per falso ideologico.

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