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Inferno a Saydnaya

“Conoscevamo bene Saydnaya. Sapevamo di essere arrivati all’inferno”. Partendo dalle parole di chi è sopravvissuto ricostruiamo le torture e le violenze portate avanti nel più pericoloso penitenziario siriano dove dal 2011 tutto si svolge in segreto senza che nessuno possa accedervi.

A 25 km a nord di Damasco, vicino all’antico monastero di Saydnaya, dove cristiani e musulmani hanno pregato insieme per secoli, si trova un punto nero sulla mappa dei diritti umani: la prigione di massima sicurezza di Saydnaya. Una struttura a tre braccia, che si staglia in mezzo ad un’area desertica di oltre cento ettari, a cui viene vietato costantemente l’accesso a chiunque ne faccia richiesta. Nessuno, dal 2011 ad oggi è mai potuto entrare nel penitenziario militare dove dall’inizio della rivoluzione sono stati incarcerati, torturati e spesso uccisi centinaia di migliaia di oppositori politici. Diverse testimonianze di ex detenuti raccolte da Amnesty International hanno contribuito a scoprire cosa accade in quella fortezza inespugnabile in cui i militari del regime fanno il bello e il cattivo tempo.

Il primo ricordo di quell’inferno è per tutti il “comitato di benvenuto” che accoglie i nuovi detenuti arrivati al penitenziario. “Hanno iniziato ad insultarci” racconta Jamal Abdou “ci hanno spogliato e fatto inginocchiare con le mani dietro la schiena e gli occhi bendati. Poi hanno iniziato a picchiarci. Volevano vedere quanto ognuno di noi potesse resistere.” È solo l’inizio di un inferno. I detenuti, ammassati a decine in celle di due metri per due progettate per un solo individuo, sono costretti a stare al buio. Senza vedere i propri compagni, senza vedere i propri carcerieri. Samer al-Ahmed ricorda come unico spiraglio di luce una piccola finestrella sulla porta, a 30 cm dal pavimento, dove era costretto a infilare la testa mentre i militari all’esterno la calciavano con forza. E mentre il buio avvolge tutto, l’udito diventa l’unico senso utile per capire cosa accade intorno. “Cerchi di ricostruire quello che ti circonda attraverso l’udito” spiega Salam Othman, anche lui ex detenuto, “Riconosci i militari dal suono dei loro passi. Capisci quando sta per arrivare il cibo dal rumore dei piatti. Se senti urlare qualcuno sai che sono arrivati nuovi prigionieri. Chi è a Saydnaya da tanto tempo non grida più. Chi è a Saydnaya da tanto tempo sa che più gridi, più loro picchiano.”

A Saydnaya non si cercano prove. Non si vogliono strappare confessioni attraverso torture e minacce. Non si vogliono estrapolare i nomi di attivisti o rivoltosi. L’unico obiettivo, nel penitenziario più temuto della Siria, è quello di far crollare i detenuti. Botte, minacce, insulti e abusi. Tutto con il solo obiettivo di far crollare fisicamente e psicologicamente non solo attivisti ed oppositori politici ma anche semplici cittadini. Una sorta di gioco perverso per logorare giorno dopo giorno i detenuti. Svegliati alle 3 del mattino e costretti a rimanere in ginocchio nel buio della cella. Senza poter parlare, senza poter pregare, senza poter bere né mangiare. E per chi non rispetta le regole o si lamenta c’è la tortura. Bastoni, cavi elettrici, scosse, bruciature, catene. “Il senso di paura e impotenza è inimmaginabile” riporta un altro ex detenuto, testimone al processo di Coblenza, “ho sperato più volte di morire”. E sono molti in effetti quelli che da quel penitenziario non sono mai usciti. Torturati a morte, lasciati morire nelle celle senza alcuna assistenza medica o giustiziati. A Saydnaya si muore ogni giorno. E proprio il numero sempre crescente di decessi a partire dall’inizio della rivoluzione del 2011 ha costretto il regime a costruire di fianco alla prigione un forno crematorio. Comparso quasi dal nulla nel 2016 si è reso necessario con l’incremento delle esecuzioni di massa, solitamente tramite impiccagione, che ha reso impossibile la creazione di altre fosse comuni in cui far sparire i cadaveri. Dal 2011 ad oggi, denunciano diversi gruppi per i diritti umani, le esecuzioni sono continuate con ritmi sempre più elevati arrivando a 50 ogni settimana. Si stima che tra il 2011 e il 2016, nei primi cinque anni del conflitto civile, abbiano perso la vita nel penitenziario tra i 10.000 e i 15.000 detenuti i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Ma chi riesce ad uscirne rimane segnato a vita. Sfigurato da un’esperienza che non ha eguali nella storia recente. Un luogo dove si tortura senza uno scopo, senza un motivo. Un luogo dove la violenza gratuita diventa una tremenda normalità. Omran Al-Khatib è rimasto dieci mesi nel penitenziario tra il 2012 e il 2013, quando ne è uscito pesava 32 kg e aveva riportato traumi psicologici pesantissimi curati per anni in Turchia. Ma se dalla sua testimonianza e da quelle di tanti altri sopravvissuti il mondo sta scoprendo l’orrore di Saydnaya, c’è una cosa che ancora non riesce ad accettare: “Perché ora che sapete cosa accade, nessuno fa niente per fermarlo? Questa non è forse complicità?”

Nome in codice: Caesar

Oltre cinquantamila foto di torture, omicidi, documenti segreti ed abusi. “Caesar” ha documentato per due anni quello che accadeva nelle carceri siriani per poi fuggire dal paese temendo per la sua vita. Quelle foto, ora, sono la principale prova delle violenze sistematiche del regime di Assad.

Mentre il mondo guarda all’ISIS, in Siria è il regime di Bashar al-Assad a mietere vittime civili e commettere indicibili reati. Una situazione che si protrae dall’inizio della rivoluzione cominciata nel 2011 e sfociata in un’infinita guerra. Una guerra civile che ha potato il regime di Assad a perpetrare gravi crimini contro i civili trasformando di fatto la Siria in un paese in cui tortura e violenze di stato sono all’ordine del giorno. Per anni la situazione siriana è rimasta taciuta, con i paesi occidentali distratti che non hanno visto, o hanno preferito non vedere. Per anni ci si è trincerati dietro un “io so, ma non ho le prove” di pasoliniana memoria. Fino a quando quelle prove sono arrivate. Come un pugno nello stomaco un dossier infinito di foto, documenti, metadati ha mostrato al mondo le atrocità di cui è capace il regime siriano dando il via ad indagini internazionali sfociate, fino ad ora, nella “Norimberga Siriana” di Coblenza.

“Caesar”. È questo lo pseudonimo utilizzato da un disertore dell’esercito siriano, in servizio tra il 2011 e il 2013, che fuggito dal paese ha deciso di diffondere tutto quello che possedeva. Durante la rivoluzione era stato incaricato, da ufficiali dell’esercito, di documentare fotograficamente quello che accadeva nelle carceri. Quelle foto, però, con l’aiuto di un amico le ha sistematicamente copiate e conservate su una chiavetta usb. Ogni giorno per due anni. Nell’agosto 2013 però, temendo per la sua vita, ha disertato abbandonando l’esercito e scappando dal paese in mezzo ai quasi 11 milioni di profughi che hanno lasciato il paese in questi 9 anni. Ma quelle foto, raccolte scrupolosamente ogni giorno per due anni, rappresentano la più grande prova delle atrocità commesse dal regime di Assad. Oltre 55.000 scatti che ritraggono i corpi senza vita di detenuti torturati, le fosse comuni, documenti riservati e stanze per torture.

Il rapporto sulle fotografie è stato presentato alle Nazioni Unite ed al Congresso americano e, incrociando quelle immagini con le testimonianze di altri rifugiati, è stato ricostruito un quadro completo. Le foto di Caesar hanno documentato la morte di migliaia di detenuti a causa di percosse, denutrizione, sete e almeno 72 tipi diversi di torture inflitte nelle carceri siriane dagli agenti del regime. Appesi per i polsi e presi a bastonate, colpiti con scosse elettriche, violentati sessualmente, picchiati fino a perdere i sensi. Dalle fotografie e dalle testimonianze emerge una lista interminabile di violenze e abusi che rappresentano però solo la punta di un iceberg profondissimo. Perché mentre il rapporto di Caesar copre solo due anni di una guerra civile ancora in corso, il bilancio è in realtà drammaticamente più elevato. Si stima che dal 2011 ad oggi siano stati circa 1,2 milioni i civili arrestati e detenuti in Siria dal regime di Assad e di circa 128.000 di loro non si hanno più notizie, inghiottiti per sempre dalle terribili carceri gestite da esercito e servizi segreti. Secondo un rapporto del “Syrian Network for Human Rights” sarebbero almeno 14.000, di cui circa 200 bambini, le persone morte in carcere durante le torture ma il numero diventa almeno 10 volte più grande se si considerano le morti per fame, disidratazione, percosse o le esecuzioni sommarie. Una vera e propria guerra, non contro ribelli armati ma contro i propri cittadini indifesi e pacifici colpevoli solo di avere idee diverse da quelle di Bashar al-Assad.

Così, mentre le forze armate siriane con i propri alleati russi e iraniani combattono i ribelli armati, i servizi segreti ed i funzionari del regime si occupano della resistenza civile non violenta. Per quanto il governo abbia sempre cercato di negare l’esistenza di abusi sistematici nelle prigioni del paese, la diffusione delle immagini di Caesar e di alcuni memo governativi trafugati e portati all’estero confermano il ruolo centrale del regime. Ad ordinare le torture sono funzionari in diretto contatto con Assad il quale era sempre aggiornato sulla situazione delle carceri e a cui è stato più volte chiesto un intervento per smaltire l’eccessivo numero di cadaveri. E mentre la guerra in Siria rallenta e l’attenzione del mondo sul conflitto cala, non diminuiscono gli arresti. L’anno scorso sono stati oltre cinquemila i civili arrestati, oltre 100 ogni settimana. Costretti a vivere in celle così affollate che si alternano per stare sdraiati a terra a dormire, senza cibo né acqua per giorni, senza alcun tipo di assistenza medica. E mentre si avvicina sempre più la fine del conflitto armato, con la vittoria delle truppe alleate al regime, ricominciano anche le relazioni diplomatiche tra Damasco e diversi stati. Assad, protetto dai propri alleati, si prepara ad una impunità assoluta che gli permetterà di mantenere il potere senza dover rendere conto delle atrocità commesse durante il conflitto.

La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

The upside of the downside

Dal 2014, donne israeliane e palestinesi si sono unite in un unico movimento per chiedere la pace a Gaza ed una soluzione che ponga fine all’eterno conflitto israelo-palestinese. Women Wage Peace vuole proporre una strada nuova fatta di “speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimento reciproco”

Da più di sessant’anni la questione palestinese sconfina i territori del Medio Oriente e del Nord Africa coinvolgendo gli attori più influenti dell’Occidente; da ormai decenni si discute di una risoluzione pacifica da entrambi i fronti ma nonostante ciò la guerra dell’estate 2014 a Gaza ha causato più di 2,200 morti e distrutto circa 19,000 abitazioni. Oltre a distruzione e violenze, nel susseguirsi dei decenni si è assistito a innumerevoli tentativi di dialogo fra i due popoli, alcuni dei quali hanno portato a notevoli risultati. In particolare, il filo rosso che, a partire dagli anni ’20 ha unito le donne palestinesi e israeliane, narra storie di dialogo, di liberazione, di collaborazione ma anche di fallimenti, difficoltà e reazioni negative. Infatti, i recenti eventi sanguinosi del 2014 hanno frenato i rapporti di pace causa delle violenze dell’esercito israeliano. Il movimento della Women Wage Peace, tuttavia, ha ridato speranza a chi era già attivo chiamando in causa anche nuove generazioni pronte a scendere nelle piazze e nei palazzi delle istituzioni per discutere insieme una reale possibilità di cooperazione.

IL MOVIMENTO Il movimento nasce nel giugno 2014 dopo la guerra a Gaza coinvolgendo donne palestinesi ed israeliane con l’obiettivo di ottenere una risoluzione pacifica. Il gruppo non ha leader, si coordina via Whatsapp, via mail, tramite Facebook e organizza incontri su diversi territori. Oltre alle grandi manifestazioni e marce negli ultimi anni, il movimento organizza azioni quotidiane per sensibilizzare la popolazione al dialogo e alla pace. Il progetto è ispirato dall’azione di Leymah Gbwoee, premio Nobel per la Pace nel 2011, che guidò una forma di resistenza non violenta formata da donne mussulmane e cristiane durante la guerra civile in Liberia. Il movimento della Women Wage Peace oggi può contare sul sostegno di migliaia di donne sia in Israele che in Palestina: donne laiche, di destra, di sinistra, colone, mussulmane, ebree unite dalla volontà di una pacifica convivenza tra popoli. Oggi le migliaia di volontarie si mobilitano affinché i leader politici lavorino con rispetto e coraggio, includendo la partecipazione delle donne per trovare una soluzione al conflitto. La collaborazione con le donne palestinesi è stata organizzata da Huda Abuarqoub che alla fine della Marcia della Speranza del 2016 ha affermato: «Sono qua con donne che hanno scelto coraggiosamente di intraprendere una strada che non è ancora stata percorsa. Una strada di speranza, amore, luce, dignità, inclusione e riconoscimento reciproco. E sono anche qui per dirvi, sì, avete un partner, e lo avete visto».

LE REAZIONI Dal 2017 ogni settembre viene organizzata una marcia per la pace che dura due settimane con migliaia di donne di ogni provenienza sociale e di ogni appartenenza politica e credo religioso. Molte personalità israeliane hanno sostenuto e partecipato alle manifestazioni tra cui alcuni deputati dell’opposizione israeliana e altri della coalizione di destra, così come molti intellettuali, artisti e scrittori venuti da tutto il mondo. Nell’ambiente politico importante, invece, è stato l’appoggio di esponenti dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e dell’Autorità Palestinese. Dall’altro canto Hamas si è fin da subito opposto al movimento: attraverso un comunicato ufficiale gli esponenti del movimento hanno denunciato l’iniziativa e hanno definito l’intenzione di creare un dialogo con Israele “una rinuncia al consenso nazione e un’offesa fatta alla storia del nostro popolo”.

GLI OBBIETTIVI Attualmente l’obbiettivo principale del movimento è l’espansione della rappresentanza delle donne e l’intensificazione degli sforzi nel realizzare un percorso costruito sul rispetto reciproco per raggiungere in futuro una convivenza pacifica. Questa nuova espressione di collaborazione potrebbe essere quella vincente; grazie all’influenza dei social, le donne della Women Wage Peace riescono a raggiungere una platea sempre più ampia che oggi conta più di ventimila membri e, grazie alla nuova ondata del femminismo intersezionale, ogni volontaria può sentirsi finalmente rappresentata. Famoso anche grazie al video della canzone dell’artista israeliana Yael Deckelbaum “La Preghiera delle Madri”, il movimento ha raggiunto tutto il mondo; oggi tocca anche a noi cantare insieme e forte questa poesia diffondendo il messaggio di pace e dialogo che le donne negli anni hanno cercato e cercano tutt’ora di perseguire.

Author: Miriam Molinari

Hebron, la città fantasma contesa da due popoli

Tra le ingerenze dell’esercito israeliano e i tentativi di resistenza del popolo palestinese, a Hebron convivono forzatamente due popoli. Una situazione sempre più al limite nella città divenuta fantasma dopo le chiusure imposte dai militari. Una città che sembra vivere in attesa dello scontro.

Conosciuta in arabo con il nome di Al-Khalil, Hebron è la più grande città palestinese in West Bank. Tra i suoi 250’000 abitanti, a maggioranza palestinesi, si contano anche i circa 700 coloni israeliani insediati nel cuore Città vecchia e i 7’000 dell’insediamento di Kiryat Arba, situato nella periferia della città. La fondazione di Kiryat Arba, avvenuta nel 1968, rappresenta l’inizio di una colonizzazione capillare da parte dello Stato di Israele che ha portato, e ancora porta, a sistematiche violazioni di diritti umani e incessanti violenze a danno della popolazione palestinese. Ad oggi, in città si possono contare altri quattro insediamenti (Tel Rumeida, Beit Hadassah, Avraham Avinu e Beit Romano) che, nel complesso, raccolgono alcune centinaia di coloni.

Il principale centro d’interesse dell’intera città è rappresentato senza dubbio dalla Tomba dei Patriarchi, conosciuta in arabo come la “Al-Ibrahimi Mosque”, la Moschea di Abramo, luogo sacro ove si crede giacciano le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe. Trovandosi Hebron al centro di un crocevia di millenarie rotte commerciali che viaggiavano fra la Palestina, la Giordania, il Sinai e il nord della penisola arabica, la Tomba dei Patriarchi divenne presto luogo di pellegrinaggio per le tre religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo. Tuttavia, alla prosperità e floridezza che Hebron visse in passato, si contrappone oggi la cruda immagine di una città fantasma, non più crocevia di scambi commerciali e sede di crescita spirituale per i credenti, ma centro di violenze, violazioni e intimidazioni.

DAGLI ANNI ’90 AD OGGI – Gli anni Novanta sono stati un decennio particolarmente doloroso per la storia della città. Nel novembre del 1994, il colono israeliano Baruch Goldstein irruppe nella Moschea di Abramo armato di un fucile uccidendo 29 persone in quel momento impegnate in preghiera. Alla fine della giornata il numero delle vittime fu complessivamente 60, di cui 29 nella moschea, 26 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e 5 israeliani uccisi dalla folla inferocita. Quest’evento, conosciuto da lì in poi come il massacro di Hebron, avvenne esattamente nel luogo più sacro della città, la Tomba dei Patriarchi, luogo di culto di massima importanza sia per la religione ebraica che per quella musulmana, oggi diventato l’emblema di una città divisa in due. Tre anni dopo il massacro, lo Stato di Israele e l’Autorità palestinese firmarono un accordo, il così detto “Protocollo di Hebron”, in virtù del quale la città venne divisa in due settori: Hebron 1 (circa l’80% delle superficie totale), il cui controllo viene affidato all’Autorità Palestinese, ed Hebron 2, controllata dall’esercito israeliano. Di conseguenza, dal 1997 Hebron è – anche formalmente – una città spaccata in due.

LA CITTA’ FANTASMA – “Dietro questa barriera c’era il mercato all’ingrosso dove si poteva trovare di tutto: frutta, verdura, cammelli…” Inizia così il racconto di Issa Amro, attivista palestinese e fondatore dell’organizzazione Youth Against Settlements, mentre indica una delle centinaia di barriere che da più di vent’anni barricano le vie della Città Vecchia di Hebron. “Quando ero bambino, mio padre doveva tenermi sempre per mano a causa della folla. Oggi Hebron è una città fantasma, per colpa della politica di chiusura e delle intimidazioni e violenze dei coloni e dei soldati israeliani”. Lungo i vicoli della Città Vecchia, un tempo animati da un fiorente mercato e dal chiassoso brulichio di intere famiglie si susseguono oggi ingressi di negozi serrati alternati a qualche sporadica bancarella di frutta, verdura o oggettistica. Camminando, si riesce a percepire la vita che un tempo animava questa zona della città, e tale sensazione la rende ancor più intrisi di nostalgica malinconia. Dal 1997, sono stati all’incirca 1800 i negozi chiusi per ordine militare israeliano, e rappresentano il 77% della zona commerciale del centro.

Proprio lì dove l’esercito sigillava quasi tutti i negozi palestinesi, i coloni israeliani si insediavano ed espandevano, occupando principalmente i tetti della Città Vecchia. I palestinesi, che ancora oggi vivono e popolano quest’area, hanno dovuto provvedere a proteggere le strade dell’antico mercato con ogni tipo di rete poiché dagli insediamenti sovrastanti viene gettato ogni genere di rifiuto e pietre, ma anche liquami, tra cui acqua sporca, candeggina e urina. Ad alimentare un progetto che mira a cancellare la storia, l’identità e la cultura palestinese, si aggiunge la distruzione di vecchi edifici del centro storico prontamente sostituiti con nuove e discordanti strutture.

Dal 2017, la Città vecchia di Hebron è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nella quale, nonostante l’opposizione d’Israele, figura come “sito palestinese”. Tra le numerose vie e stradine che percorrono la Città Vecchia, la principale è Shuhada Street, la strada che conduce al centro d’interesse e cuore pulsante di Hebron, la Tomba dei Patriarchi. Ma oggi, come in un tremendo scherzo, la principale strada palestinese è chiusa ai palestinesi. Shuuada Street è diventata accessibile solamente a israeliani e internazionali.

Quello di Shuuada Street è però solo il caso più emblematico di una città che, su una superficie di appena 74 kilometri quadrati, vede la presenza circa ventidue checkpoint e cento barriere di movimento che rendono impossibile la vita di decine di migliaia di palestinesi. Oggi, nella Città Vecchia di Hebron vi si possono trovare strade completamente chiuse, alcune accessibili solo ai settlers israeliani, altre accessibili solo ai palestinesi, o altre ancora divise in due per essere percorse separatamente da israeliani e palestinesi.  E come se non bastasse, nell’estremo tentativo di cancellare la storia del popolo palestinese, le insegne originali delle vie e piazze della città sono state ormai sostituite da nuove targhe con nuovi nomi, tutti completamente in ebraico. I nomi originali arabi rimangono vivi solo nelle memorie dei palestinesi residenti ad Hebron.

Questo regime di separazione ha contribuito a rendere Hebron uno dei simboli più emblematici della profonda e lacerante frattura fra palestinesi ed israeliani che, però, proprio in questa città vissero anche gesti di solidarietà reciproca in un passato non troppo remoto. Come nell’agosto del 1929, quando, durante una serie di moti contro i primi coloni ebrei, la comunità ebraica di Hebron rifiutò la protezione dell’Haganah (un’organizzazione paramilitare ebraica) contando sui buoni rapporti instauratasi da tempo con la popolazione palestinese e i suoi rappresentanti. Ciononostante, oggi la caratteristica di Hebron è la divisione. Strade divise, accessi separati ai luoghi di culto, negozi differenti. Una città contesa e divisa. Una città dove arabi e israeliani sembrano vivere in attesa della prossima forzatura, del prossimo scontro.

Authors: Morgane Afnaim; Giulia Marini

Patrimonio culturale: il passato per proteggere il futuro

Nell’infinito conflitto israelo-palestinese anche il patrimonio storico e culturale gioca un ruolo di primo piano. Così anche luoghi di inestimabile valore diventano pedine sullo scacchiere di una guerra impari.

L’incessante conflitto israelo-palestinese si è evoluto dal ’48 ad oggi cambiando spesso forma, luogo, e modalità. Alcune di queste modalità sono piuttosto chiare ed ampliamente trattate, come ad esempio la sottrazione strategica delle risorse idriche a danno della popolazione palestinese. Tuttavia, altre fra queste, non sono facilmente individuabili rendendo così qualsiasi tipo di intervento più complicato. Tra questi, un argomento di cui poco si conosce e ancora meno si tratta è quello del patrimonio culturale palestinese.

IL PATRIMONIO CULTURALE Secondo l’UNESCO, Organizzazione delle Nazione Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il “Patrimonio rappresenta l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future. Il nostro patrimonio, culturale e naturale, è fonte insostituibile di vita e di ispirazione”. Tale definizione racchiude in sé l’eredità ricevuta dal passato, che ispira e anima la vita nel presente e il lascito di cui godranno le generazioni future. Inevitabile è quindi lo stretto legame che si instaura fra il patrimonio culturale e l’identità del popolo che l’ha creato e mantenuto nel tempo. Senso di appartenenza, spirito d’identità collettiva e legame con la propria terra si intersecano indissolubilmente e si rispecchiano nella promozione e valorizzazione del proprio patrimonio culturale. Scriveva nel ‘75 Kapuscinsky riguardo al legame del palestinese con la propria terra che “è il saldo e irriducibile il patriottismo del contadino per il quale la terra possiede un valore sovramateriale, è parte della sua personalità e ragione della sua vita”. Si possa immaginare il valore di questa terra se su questa sia espressa una qualsiasi rappresentazione della propria storia e cultura. 

In seguito alla massiccia distruzione di patrimoni culturali durante la Seconda guerra mondiale, nel 1954 è stata approvata ed entrata in vigore la “Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in caso di Conflitto Armato”, primo trattato internazionale con l’obiettivo di salvaguardare i patrimoni culturali mondiali dalle possibili conseguenze devastanti dei conflitti. Tuttavia, in un conflitto in cui la terra è l’obiettivo e l’occupazione il mezzo, è facile, nonché strategicamente vantaggioso, non attenersi alla convenzione. Difatti, spesso, è stata sottratta al popolo palestinese la gestione del proprio patrimonio culturale, ponendo i siti di interesse sotto il controllo civile e militare israeliano, nella cosiddetta AREA C. Per quanto non si tratti di un attacco armato, tale sottrazione è un attacco alla vera identità palestinese. Inoltre, in questo modo vengono neutralizzate potenziali risorse economiche e turistiche che la Palestina potrebbe sfruttare.

BATTIR Ma esiste un caso in cui il titolo di patrimonio culturale dell’umanità conferito dall’UNESCO ha portato anche ad un trionfo palestinese. È successo con il sito UNESCO “paesaggio culturale di Battir”, situato a pochi chilometri a sudovest di Gerusalemme e noto per i suoi terrazzamenti di viti e ulivi risalenti all’epoca romana. Il villaggio di Battir è stato minacciato a lungo dal tracciato della “barriera di separazione israeliana” che avrebbe, oltre che causato danni irreversibili a questo sito culturale, isolato i contadini del villaggio dai terrazzamenti coltivati da secoli. Solamente la nomina del sito di Basir a patrimonio dell’UNESCO ha fermato la realizzazione del muro, impedendo di fatto il piano israeliano per indebolire il villaggio palestinese.

Immagine che contiene esterni, erba, pietra, roccia

Descrizione generata automaticamente

 SEBASTIA In linea con la narrazione della potenza occupante c’è Sebastia, n piccolo villaggio di 4500 abitanti a circa 12km a nord ovest di Nablus. Sebastia, città dell’antica Samaria, presenta al suo interno una divisione tra AREA B, a controllo misto di autorità palestinese ed israeliana, ed AREA C, comprendente tutto il sito archeologico, sotto completo controllo israeliano. In pochi chilometri di terra, Sebastia raccoglie nel suo territorio i resti di una città risalente all’Età del Ferro, la città romana di Erode, la Chiesa dei Crociati e la Tomba di Giovanni Battista, venerato anche dall’Islam. La ricchezza del patrimonio rende Sebastia una pedina sullo scacchiere politico israelo-palestinese che vede le due parti scontrarsi con i molti mezzi dell’uno ed i pochi dell’altro. A prendersene cura, vista la difficoltà dei locali a causa della divisione in aree, sono in particolare organizzazioni no profit internazionali, tra queste l’Associazione ATS Pro-Terra Sancta.

Si tratta di un’organizzazione no profit che realizza progetti di conservazione del patrimonio culturale, di sostegno alle comunità locali e di aiuto nelle emergenze umanitarie. L’impegno nella conservazione dei luoghi si traduce in quello di accrescere la consapevolezza del loro valore in tutte le comunità locali. Dalle attività svolte in loco si creano opportunità per formare tecnici e artigiani qualificati, occupare giovani, donne e persone con disabilità, generando inoltre fonti di reddito tramite l’attivazione di iniziative socio-imprenditoriali legate al turismo sostenibile ed a nuove forme di accoglienza. Proprio in termini di accoglienza, da diversi anni, il Mosaic Centre di Gerico e l’Associazione Pro-Terra Sancta lavorano insieme per preservare e valorizzare il patrimonio culturale delle comunità locali in due villaggi della Cisgiordania: Sabastia e Nisf Jubeil. Oggi anche sede di accoglienti guest house che hanno dato nuova vita a rovine abbandonate.

Quanto conta il patrimonio culturale? Sono due gli elementi da considerare. Esternamente, le barriere, siano esse fisiche o legislative, deturpano il patrimonio, togliendo a tutti, non soltanto alle comunità locali, la possibilità di godere della loro straordinarietà. Sarebbe stato questo il caso di Battir ed è il caso di Sebastia, dove non è scontato il semplice utilizzo di bidoni della spazzatura che ridonerebbero dignità alla bellezza antica del luogo.

Internamente, il patrimonio culturale è senso di appartenenza e radici di un popolo, ma anche possibilità di giovare di tale bellezza in termini di sviluppo economico e sbocchi lavorativi. La sottrazione di tali risorse altro non è che una strategia mirata a tagliare il cordone ombelicale che li lega alla propria storia e terra. Tuttavia, ne scaturisce un effetto opposto. Il ricordo e la lotta per la libertà divengono sinonimo di resilienza e resistenza. Sui muri di tante città Palestinesi c’è un simbolo: la chiave. Quella delle loro case di cui, prima o poi, torneranno a prendersi cura.

Authors: Morgane Afnaim; Carolina Lambiase

Youth of Sumud – Quando esistenza significa resistenza

La sfida dei giovani palestinesi che tornano ad abitare le grotte di At-Tuwani per resistere all’espansione coloniale dell’insediamento israeliano di Ma’on

Ci troviamo ad At-tuwani, villaggio palestinese incastonato fra le pendici delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. È uno di quei villaggi della cosiddetta “Area C” che, secondo la divisione amministrativa stabilita dagli Accordi di Oslo del ’93, designa il controllo esclusivo israeliano della zona, sia militare che civile.

Gli abitanti di At-tuwani e dei villaggi limitrofi sono in gran parte pastori e agricoltori, circondati da un paesaggio collinare arido, con sfumature che variano dal grigio delle pietre, al marrone-giallo della terra, al verdone di qualche solitario cespuglio. In un paesaggio così desolato distinguono zone, precisamente delineate, particolarmente folte di una vegetazione rigogliosa. Sono le aree abitate dai coloni israeliani nell’insediamento di Ma’on e nell’avamposto di Havat Ma’on, situato a soli 500 metri da At-tuwani. La differenza fra un insediamento e un avamposto israeliano è principalmente che il primo è ritenuto illegale dal diritto internazionale delle Nazioni Unite, ma legale dal punto di vista del diritto israeliano, al contrario, il secondo – l’avamposto – è illegale per entrambe le fonti del diritto.

I TRASCORSI – Le storie di At-tuwani, e di un altro di questi villaggi, Sarura, altro non sono che ennesime storie di gente semplice e di resistenza nonviolenta che chiedono a gran voce di essere raccontate e denunciate. Sarura è stato uno dei tanti posti da cui, verso la fine degli anni ’90, i residenti sono stati evacuati a seguito della costruzione di due insediamenti israeliani che hanno reso la quotidianità dei pastori palestinesi insopportabile a tal punto da dover abbandonare le proprie case. L’arrivo dei coloni in queste aree ha infatti portato con sé la brutalità di un’occupazione con violenze su tutta la popolazione, bambini inclusi, arresti arbitrari, demolizioni di case e strutture pubbliche, attacchi ai greggi, e privazione di acqua ed elettricità.

Con la costruzione nel 2001 dell’avamposto di Ma’on Farm, lungo la strada dove è situata la scuola frequentata da bambini provenienti da diversi villaggi, sono cominciati una serie di attacchi agli studenti diretti all’istituto. Violenze ed aggressioni sempre più frequenti da parte dei coloni tanto da costringere, nel 2004, diverse organizzazioni internazionali, tra cui ‘Christian Peacemaker Teams’ e ‘Operazione Colomba’, a scortare i bambini palestinesi lungo questo tragitto. Un’esperienza che non ha però fermato le violenze continuate anche ai danni dei volontari con due membri delle associazioni rimasti vittime delle aggressioni dei coloni. Un’episodio che ha convinto il Comitato per i Diritti dell’Infanzia del Parlamento israeliano (Israeli Knesset Committee for Children’s Rights) a decretare che una scorta armata dell’esercito israeliano accompagnasse i bambini palestinesi lungo questo tratto di strada. La scorta militare non ha però fermato le aggressioni ai bambini anche a causa di inadempienze ripetute. Spesso infatti chi avrebbe dovuto accompagnarli non si presenta o arriva con forti ritardi, causando così la perdita di ore e giorni di scuola ai bambini dei villaggi delle colline del sud di Hebron.

YOUTH OF SUMUD – Nel 2017 è nato un collettivo di giovani palestinesi, Youth of Sumud, dalle figlie e i figli degli attivisti nonviolenti del Comitato di Resistenza Popolare che per anni è riuscito a respingere i tentativi di evacuazione di At-tuwani, e di altri villaggi situati sulle colline a sud di Hebron, organizzando attività di solidarietà e resistenza nonviolenta per contrastare le politiche espansionistiche di colonie e avamposti israeliani. Negli ultimi anni, infatti, i coloni di Ma’on e Havat Ma’on continuano a pianificare l’espansione dei propri insediamenti incrementando le demolizioni, gli arresti e le violenze a danno dei palestinesi e moltiplicando significativamente il loro numero di abitanti. Mentre le politiche coloniali spinte dal fine ultimo di allontanare tutti gli abitanti palestinesi da quest’area aumentano, i ragazzi di YOS cercano di riappropriarsi e riportare in vita il villaggio evacuato di Sarura, tornando ad occupare le grotte in cui i pastori vivevano prima di essere costretti ad abbandonare il villaggio. È quello che hanno ribattezzato come “Sumud Freedom camp”, una semplice grotta riaperta e animata e vissuta dai ragazzi di YOS che è diventata così il simbolo della lotta nonviolenta e incessante delle generazioni delle colline a sud di Hebron. Il simbolo di un passaggio da una generazione che quelle grotte le abitava ed una che non le vuole lasciare, che vuole riappropriarsene per ribadire la propria identità. Una lotta fragile ed estenuante ma potente, in grado di costituire un esempio di speranza e perseveranza per tutti gli altri palestinesi costretti ad abbandonare le loro terre.

PERCHE’ ESISTENZA È RESISTENZA – Sumud è una parola araba che rispecchia sia una strategia politica che una determinata ideologia nata per la prima volta dalle pratiche di resistenza emerse dopo la Guerra dei Sei Giorni. Sumud può essere tradotto letteralmente con fermezza, perseveranza, tenacia, determinazione ma anche resilienza. L’ideologia dietro questo termine è esattamente quella dei ragazzi di YOS, vale a dire semplicemente esistere sulle proprie terre ed affrontare la quotidianità nonostante le violenze e gli ostacoli, al fine di resistere l’occupazione israeliana. Sumud è quindi attaccamento alla propria terra, che si declina in attaccamento alla propria storia e alla propria cultura, e mira quindi a una più alta affermazione identitaria. Ed è così che per i ragazzi di YOS cucinare, mangiare, ballare e dormire al Sumud Freedom Camp costituisce sia un atto di resistenza alle mire espansionistiche israeliane, e in particolare all’avamposto che si erge esattamente di fronte alla collina su cui si situa la grotta riaperta, sia un atto di affermazione identitaria palestinese.


Author: Morgane Afnaim


Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.

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