Inferno a Saydnaya

“Conoscevamo bene Saydnaya. Sapevamo di essere arrivati all’inferno”. Partendo dalle parole di chi è sopravvissuto ricostruiamo le torture e le violenze portate avanti nel più pericoloso penitenziario siriano dove dal 2011 tutto si svolge in segreto senza che nessuno possa accedervi.

A 25 km a nord di Damasco, vicino all’antico monastero di Saydnaya, dove cristiani e musulmani hanno pregato insieme per secoli, si trova un punto nero sulla mappa dei diritti umani: la prigione di massima sicurezza di Saydnaya. Una struttura a tre braccia, che si staglia in mezzo ad un’area desertica di oltre cento ettari, a cui viene vietato costantemente l’accesso a chiunque ne faccia richiesta. Nessuno, dal 2011 ad oggi è mai potuto entrare nel penitenziario militare dove dall’inizio della rivoluzione sono stati incarcerati, torturati e spesso uccisi centinaia di migliaia di oppositori politici. Diverse testimonianze di ex detenuti raccolte da Amnesty International hanno contribuito a scoprire cosa accade in quella fortezza inespugnabile in cui i militari del regime fanno il bello e il cattivo tempo.

Il primo ricordo di quell’inferno è per tutti il “comitato di benvenuto” che accoglie i nuovi detenuti arrivati al penitenziario. “Hanno iniziato ad insultarci” racconta Jamal Abdou “ci hanno spogliato e fatto inginocchiare con le mani dietro la schiena e gli occhi bendati. Poi hanno iniziato a picchiarci. Volevano vedere quanto ognuno di noi potesse resistere.” È solo l’inizio di un inferno. I detenuti, ammassati a decine in celle di due metri per due progettate per un solo individuo, sono costretti a stare al buio. Senza vedere i propri compagni, senza vedere i propri carcerieri. Samer al-Ahmed ricorda come unico spiraglio di luce una piccola finestrella sulla porta, a 30 cm dal pavimento, dove era costretto a infilare la testa mentre i militari all’esterno la calciavano con forza. E mentre il buio avvolge tutto, l’udito diventa l’unico senso utile per capire cosa accade intorno. “Cerchi di ricostruire quello che ti circonda attraverso l’udito” spiega Salam Othman, anche lui ex detenuto, “Riconosci i militari dal suono dei loro passi. Capisci quando sta per arrivare il cibo dal rumore dei piatti. Se senti urlare qualcuno sai che sono arrivati nuovi prigionieri. Chi è a Saydnaya da tanto tempo non grida più. Chi è a Saydnaya da tanto tempo sa che più gridi, più loro picchiano.”

A Saydnaya non si cercano prove. Non si vogliono strappare confessioni attraverso torture e minacce. Non si vogliono estrapolare i nomi di attivisti o rivoltosi. L’unico obiettivo, nel penitenziario più temuto della Siria, è quello di far crollare i detenuti. Botte, minacce, insulti e abusi. Tutto con il solo obiettivo di far crollare fisicamente e psicologicamente non solo attivisti ed oppositori politici ma anche semplici cittadini. Una sorta di gioco perverso per logorare giorno dopo giorno i detenuti. Svegliati alle 3 del mattino e costretti a rimanere in ginocchio nel buio della cella. Senza poter parlare, senza poter pregare, senza poter bere né mangiare. E per chi non rispetta le regole o si lamenta c’è la tortura. Bastoni, cavi elettrici, scosse, bruciature, catene. “Il senso di paura e impotenza è inimmaginabile” riporta un altro ex detenuto, testimone al processo di Coblenza, “ho sperato più volte di morire”. E sono molti in effetti quelli che da quel penitenziario non sono mai usciti. Torturati a morte, lasciati morire nelle celle senza alcuna assistenza medica o giustiziati. A Saydnaya si muore ogni giorno. E proprio il numero sempre crescente di decessi a partire dall’inizio della rivoluzione del 2011 ha costretto il regime a costruire di fianco alla prigione un forno crematorio. Comparso quasi dal nulla nel 2016 si è reso necessario con l’incremento delle esecuzioni di massa, solitamente tramite impiccagione, che ha reso impossibile la creazione di altre fosse comuni in cui far sparire i cadaveri. Dal 2011 ad oggi, denunciano diversi gruppi per i diritti umani, le esecuzioni sono continuate con ritmi sempre più elevati arrivando a 50 ogni settimana. Si stima che tra il 2011 e il 2016, nei primi cinque anni del conflitto civile, abbiano perso la vita nel penitenziario tra i 10.000 e i 15.000 detenuti i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Ma chi riesce ad uscirne rimane segnato a vita. Sfigurato da un’esperienza che non ha eguali nella storia recente. Un luogo dove si tortura senza uno scopo, senza un motivo. Un luogo dove la violenza gratuita diventa una tremenda normalità. Omran Al-Khatib è rimasto dieci mesi nel penitenziario tra il 2012 e il 2013, quando ne è uscito pesava 32 kg e aveva riportato traumi psicologici pesantissimi curati per anni in Turchia. Ma se dalla sua testimonianza e da quelle di tanti altri sopravvissuti il mondo sta scoprendo l’orrore di Saydnaya, c’è una cosa che ancora non riesce ad accettare: “Perché ora che sapete cosa accade, nessuno fa niente per fermarlo? Questa non è forse complicità?”

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