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1400 femminicidi all’anno e il disinteresse della politica: così nasce la rivoluzione femminista messicana

Sono femminista nel senso di voler ridare alle donne la dignità umana
-Rita Levi Montalcini-


Nelle scorse settimane i media di tutta Europa hanno mostrato le immagini delle donne polacche intente a difendere i loro diritti. Ma mentre il mondo guardava alla portata rivoluzionaria della protesta femminista contro il presidente Andrzej Duda, in un altro paese la rivolta femminista è scoppiata in modo dirompente senza lasciar traccia nelle cronache internazionali. In Messico, infatti, le donne sono tornate in piazza per protestare contro una situazione sempre più drammatica che ha visto il tasso di femminicidi nel paese crescere del 245% negli ultimi cinque anni.

Femminicidi – Per molti l’elezione di Andres Manuel Lopez Obrador a presidente del Messico, avvenuta nel 2018 con il 53% dei voti, avrebbe dovuto rappresentare un momento di rottura in grado di riportare il paese ad una condizione civile. Le speranze sul nuovo leader salito al potere con una coalizione di sinistra erano molte e molte donne messicane speravano in una stretta del nuovo governo per fermare l’escalation di violenza di genere che negli anni precedenti aveva insanguinato il paese. Tra il 2015 e il 2017, infatti, i numeri dei femminicidi in Messico erano cresciuti in modo costante ed esponenziale passando da 426 ai 765 registrati nell’anno precedente alle elezioni. Un paese macchiato del sangue delle proprie donne aveva così scelto Obrador per tentare di porre fine ad una strage continua.

Le speranze delle donne messicane, però, sono state deluse. Negli ultimi anni la violenza di genere non si è mai fermata raggiungendo anzi livelli mai visti prima. Già dal primo anno di presidenza di AMLO, come viene chiamato dai suoi sostenitori il presidente, è risultato evidente come il problema dei femminicidi non fosse tra le priorità del nuovo governo. Nel 2018 i femminicidi nel paese sono cresciuti di quasi il 20% con 912 donne uccise per questioni di genere. Un incremento costante che non si è arrestato nemmeno l’anno successivo quando per la prima volta si sono addirittura superate le mille vittime in dodici mesi con 1006 donne uccise tra il gennaio e il dicembre 2019. Ma se quelli degli scorsi anni possono sembrare dati spaventosi, quello di quest’anno è ancor più inquietante. Si stima che nei primi 10 mesi del 2020 in Messico siano state quasi tremila le donne uccise di cui almeno 1472 vittime di femminicidio.

Un aumento rispetto all’anno precedente di circa il 46% dovuto in gran parte alle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Durante il lockdown disposto dal governo ad aprile, infatti, si sono moltiplicati gli episodi di violenza domestica che spesso sono sfociati in tragici epiloghi. Nel solo mese di aprile sono state oltre 21 mila le chiamate ai numeri di emergenza per violenze contro le donne e in molti casi l’intervento delle forze dell’ordine è risultato tardivo.

AMLO – E mentre il paese sprofonda in una spirale di violenze contro le donne, la speranza delle femministe messicane in un intervento di Obrador è definitivamente sparita. Il presidente ha infatti deluso ogni aspettativa su questo tema ignorandolo di fatto per i primi due anni del suo mandato e bollandolo come non urgente in questo 2020. Nei mesi scorsi, infatti, diverse uscite pubbliche di AMLO hanno fatto infuriare le attiviste messicane che hanno riscontrato un totale disinteresse sul tema anche da parte di un governo che si dichiara di sinistra e che le aveva illuse di poter portare un cambiamento. A marzo, dopo che quattro femminicidi in pochi giorni avevano di nuovo portato il problema al centro delle cronache, Obrador aveva bollato lo sciopero nazionale indetto dai gruppi femministi per il 9 marzo come un “complotto dei conservatori contro il mio governo” per distogliere l’attenzione dai problemi più importanti. In altre dichiarazioni, poi, ha sempre minimizzato il problema dando la colpa dell’impennata di femminicidi alle “politiche neoliberiste dei governi precedenti”. Secondo il presidente, infatti, i movimenti femministi “si oppongono alla rinascita morale che stiamo promuovendo. Rispetto le loro opinioni ma non le condivido.” Sempre a marzo si era addirittura lamentato pubblicamente del fatto che le proteste femministe stessero mettendo in secondo piano la sua decisione di vendere l’aereo presidenziale per viaggiare su voli commerciali per risparmiare risorse pubbliche.

Proteste – Ed è proprio la cecità del governo di AMLO ad aver scatenato in questi giorni l’ennesima ondata di proteste. Dopo la “primavera femminista” che ha visto milioni di donne in tutto il paese scendere in piazza tra marzo ed aprile, le mobilitazioni sono ricominciate a settembre e da allora non si sono più fermate. Tra il 2 e il 6 settembre è andata in scena una delle proteste simbolicamente più potenti degli ultimi anni. Silvia Castillo e Marcela Aleman si sono recate negli uffici della Commissione per i diritti umani per chiedere giustizia per i loro casi: L’ assassinio del figlio per la prima, l’aggressione della figlia di quattro anni per la seconda. Al rifiuto delle autorità di ascoltarle le due donne hanno deciso di non andarsene ma di stare su una sedia ferme in attesa di una risposta. Da quel momento decine di donne e attiviste le hanno raggiunte con l’obiettivo di raccontare le loro vicende, appoggiare e sostenere le rivendicazioni delle altre madri ed esigere, in modo collettivo, che le loro denunce portino alla risoluzione dei tanti casi di violenza. Domenica 6 settembre, le organizzazioni femministe hanno annunciato di non aver ricevuto risposte né soluzioni ai reclami presentati, e da quel giorno hanno deciso occupare la sede della Commissione cambiando il nome dell’edificio in “Okupa Casa Refugio Ni Una Menos México”.

Ancora una volta, però, la loro azione simbolica non è servita a portare al centro dell’agenda politica il problema dei femminicidi e della violenza di genere. “Capisco la loro rabbia e penso sia una giusta rivendicazione” ha commentato Obrador “ma resto convinto che sia fomentata dall’opposizione conservatrice”. All’ennesima dimostrazione di disinteresse e cecità istituzionale le femministe messicane si sono mobilitate in tutto il paese occupando le sedi della stessa istituzione pubblica in Chiapas, Guerrero, Sinaloa, Chihuahua, e nello Stato di México da dove sono state sgomberate con la violenza l’11 settembre scorso. Una mobilitazione che però ancora non ha minato la convinzione di Obrador di essere nel giusto.

E mentre AMLO continua a sminuire il problema la scorsa settimana il corpo della ventenne Bianca “Alexis” Lorenzana è stato ritrovato, pochi giorni dopo la sua scomparsa, senza vita e fatto a pezzi. L’ennesimo femminicidio senza alcuna risposta istituzionale ha alimentato la rabbia e l’esasperazione delle femministe messicane che hanno indetto cortei e marce in tutto il paese. A Cancun migliaia di donne sono scese in piazza pacificamente gridando il loro dolore e la loro rabbia per l’inazione di Obrador. Il corteo si è snodato per le strade della città e una volta giunto davanti al municipio un centinaio di attiviste hanno cercato di forzare il cordone di polizia per irrompere nel palazzo. La reazione delle forze dell’ordine è stata feroce. Nel tentativo di respingere l’assalto e disperdere i manifestanti la polizia ha sparato diversi colpi sulla folla ferendo diverse manifestanti e almeno 4 giornalisti.

Eppure, nemmeno i colpi sparati a Cancun sono riusciti a fermare le donne messicane. Senza più pazienza ne paura la lotta femminista contro la scia di sangue che attraversa il paese continua. La battaglia intrapresa è ormai troppo grande per essere abbandonata. Perché non si può tollerare un paese in cui oltre 1400 donne muoiono ogni anno per il solo fatto di essere donne.

Accesso gratuito a terapie ormonali per il cambio di sesso: chi può richiederlo e quali problemi ci sono

Con due Determine della Gazzetta Ufficiale viene per la prima volta riconosciuta in Italia la gratuità delle terapie ormonali per le persone transgender. Un passo in avanti fondamentale per il nostro paese che però presenta già alcune incrinature non di poco conto.

Mercoledì, la giunta regionale dell’Emilia-Romagna aveva votato una delibera che rende gratuito l’accesso su tutto il territorio regionale alla terapia ormonale per persone transgender. Sembrava essere l’ennesima conquista di una regione avamposto dei diritti umani e civili ma in pochi si potevano aspettare che sarebbe stato solo l’inizio di una vera e propria rivoluzione nazionale. Da oggi, infatti, l’accesso alla terapia ormonale per persone transgender è a carico del Servizio Sanitario Nazionale e dunque gratuito in tutta Italia. Con due diverse Determine comparse in “Gazzetta Ufficiale” e datate 23 settembre, infatti, viene prevista per la prima volta la somministrazione gratuita di “testosterone, testosterone undecanoato, testosterone entantato, esteri del testosterone per l’impiego nel processo di virilizzazione di uomini transgender” e di “estradiolo, estradiolo emiidrato, estradiolo valerato, ciproterone acetato, spironolattone, leuprolide acetato e triptorelina per l’impiego nel processo di femminilizzazione di donne transgender”.

Una svolta importante, e per certi versi inattesa, che rafforza e dà piena attuazione ai principi di uguaglianza e rispetto delle persone senza discriminazioni di genere. L’accesso gratuito ai farmaci a base di testosterone ed estradiolo, necessari per la terapia ormonale, sarà dunque garantito ai soggetti che ne faranno richiesta dopo un consulto medico. Come si legge nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale, infatti, l’accesso alla terapia sarà consentito solamente dopo una “diagnosi di disforia di genere/incongruenza di genere formulata da una equipe multidisciplinare e specialistica dedicata”. La diagnosi sarà effettuata sulla base delle linee guida diramate dall’OMS e condotta da un team di professionisti “con comprovata esperienza nel supporto delle persone con disforia/incongruenza di genere”. Con un responso positivo sarà dunque possibile accedere gratuitamente alla terapia firmando un modulo di consenso al trattamento. Unica eccezione sarà fatta in caso di incompatibilità tra la somministrazione degli ormoni e problemi di salute pregressi. Se in base ad un’attenta anamnesi dovessero emergere patologie che combinate con la terapia ormonale potrebbero arrecare gravi danni al paziente (ad esempio gravi insufficienze renali, alterazioni dei processi coagulativi o carcinomi mammari) l’accesso potrà essere negato.

L’ok ufficiale alla gratuità della terapia ormonale fa fare un balzo in avanti epocale per la normativa italiana che sul tema era ancora fortemente ancorata al cambio di sesso tramite chirurgia. Fino ad oggi la gratuità di tale trattamento era decisa a livello locale da province e regioni ma erano ancora poche quelle in cui era garantita. Con la nuova normativa si punta invece a mettere un punto alla questione rendendo la situazione uniforme in tutto il territorio nazionale. Un’uniformità che però sarà solo apparente e che già rischia di presentare alcune incrinature: per le persone transgender l’accesso alle terapie di transizione farmacologica continuerà ad essere variabile da regione a regione. Allo stato attuale, infatti, molte regioni sono sprovviste di centri specialistici riconosciuti dal ministero in grado di diagnosticare la disforia di genere. Un’assenza pesante che costringerà molte persone a spostarsi in una regione diversa da quella di residenza per vedersi garantito un diritto o, nel caso più estremo, di doverci rinunciare.

Chi ha ucciso Mario Paciolla?

Il dossier sul massacro di minori, la fuga di notizie, le dimissioni di un ministro del governo colombiano e i silenzi complici dell’ONU. La morte di Mario Paciolla, cooperante italiano morto in Colombia il 15 luglio, appare sempre più come una vera e propria esecuzione. Ma cosa è successo realmente?

La vicenda di Mario Paciolla, il cooperante italiano trovato morto il 15 luglio scorso in Colombia dove lavorava per una missione dell’ONU, continua ad essere costellata di punti oscuri. Inizialmente bollata come suicidio, tesi a cui familiari e amici non hai mai creduto, la morte del 33enne sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria esecuzione legata, probabilmente, ad una fuga di notizie sul report a cui aveva lavorato e che aveva portato alle dimissioni del Ministro della Difesa Guillermo Botero.

Secondo quanto riportato attraverso il quotidiano colombiano “El Espectador” dalla giornalista Claudia Duque, che segue sin dall’inizio la vicenda di Paciolla, il cooperante italiano avrebbe con quel rapporto dato il via ad una crisi di governo che dura tutt’oggi. Tutto sarebbe iniziato il 29 agosto 2019 quando, intorno alle 23.00, aerei delle Forze Armate Colombiane bombardarono per diversi minuti l’accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, detto “El Cuchu”, nei pressi di Aguas Claras. L’obiettivo del raid era la cellula dissidente delle FARC, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016, ma l’operazione ebbe un esito drammatico. Nell’accampamento, infatti, non vi erano solamente gli uomini di Cordova ma anche diversi ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni arruolati con la forza dalla milizia e costretti ad un addestramento paramilitare. Diciassette ragazzi, quasi tutti minorenni, morirono così sotto le bombe dell’aviazione colombiana.

La strage di ragazzi venne nascosta dalla polizia criminale che decise di omettere l’età delle vittime da ogni rapporto ufficiale. Ma proprio quando la vicenda sembra dimenticata e insabbiata a dovere torna a galla generando un vero e proprio terremoto politico. Il 5 novembre il senatore del Partito sociale di Unità nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all’allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull’uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano. È la goccia che fa traboccare il vaso: il ministro della difesa è costretto alle dimissioni mentre in tutto il paese milioni di persone iniziano a scendere in piazza per protestare contro il governo.

Ma cosa c’entra il report di Paciolla in questa storia? Immediatamente dopo i fatti del 29 agosto, l’ONU aveva incaricato il cooperante italiano ed altri colleghi di “verificare le circostanze del bombardamento” e di redigere un rapporto completo su quegli avvenimenti. Per la prima volta, insomma, qualcuno mise nero su bianco quello che la polizia e il governo avevano cercato di occultare così attentamente. Secondo alcune indiscrezioni il rapporto, a differenze di quanto sarebbe dovuto accadere, non rimase strettamente confidenziale: Raúl Rosende, responsabile ONU regionale, consegnò il documento a Barreras. Il politico venne dunque così a conoscenza di quel che accadde ad Aguas Claras e su quel report basò l’invettiva che portò alle dimissioni di Botero. Pur se smentita fermamente da Barreras, questa ricostruzione sembra essere coerente con le paure confidate da Mario Paciolla ad amici e familiari nei mesi successivi. Si sentiva in pericolo, tradito, usato, e arrabbiato con i suoi superiori, al punto da chiedere un trasferimento ad altra sede, mai ottenuto. Dopo il 5 novembre una serie di attacchi informatici lo avevano convinto a rimuovere tutti i suoi profili social per non esporre i suoi dati personali a rischi ulteriori. Non era bastato. Negli ultimi mesi aveva confidato agli amici di sentirsi osservato, seguito, spiato. “Voglio dimenticare per sempre la Colombia, non è più sicura per me.” aveva detto “Non voglio più mettere piede in questo paese o all’Onu. Ho chiesto un cambiamento qualche tempo fa e non me l’hanno dato. Voglio una vita nuova, lontano da tutto.”

Dietro la morte di Mario Paciolla, dunque, ci sarebbe una fuga di notizie. La diffusione di informazioni riservate avrebbe esposto il giovane cooperante italiano a rischi sempre maggiori fino alla tragica morte avvenuta il 15 luglio. È un primo pezzo di un puzzle che appare complicatissimo e con troppi pezzi ancora mancanti per poter mostrare la sua figura. Da alcune indagini, infatti, è emerso chiaramente come l’atteggiamento dell’Onu sia stato tutt’altro collaborativo nei giorni immediatamente successivi l’omicidio di Paciolla. Se da alcune settimane si sapeva della mail inviata dalle Nazioni Unite alle 400 persone impegnate in Colombia per chiedere loro massima riservatezza sul caso ed alimentando così un clima di omertà, un nuovo punto interrogativo ruota intorno alla figura di Christian Leonardo Thompson, contractor americano incaricato dall’Onu della sicurezza del campo dove si trovava Mario. Stando a quanto emerso dalle indagini della Procura di Roma sarebbe stato lui il primo a giungere sulla scena del crimine. Sarebbe stato lui a ripulirla e a sottrarre alcuni oggetti poi ricomparsi, come per magia, nella sede delle Nazioni Unite a Bogotà. Perché lo ha fatto e su ordine di chi ancora non è possibile saperlo. Rimane uno dei tanti, troppi, punti interrogativi che circondano la morte di un ragazzo di 33 anni.

Tutto quello che c’è da sapere sulla legge contro l’omotransfobia

 “L’intolleranza affonda infatti le sue radici nel pregiudizio e deve essere contrastata
attraverso l’informazione, la conoscenza, il dialogo, il rispetto”

-Sergio Mattarella-

A inizio settimana è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, che prende il nome dal suo relatore, il deputato del Partito democratico, Alessandro Zan. il disegno di legge contro l’omofobia, come è stato ribattezzato dai media, potrebbe essere approvato entro metà agosto alla camera per poi approdare all’esame del senato. Ma come sempre, in Italia, quando si parla di omofobia e diritti LGBTQ si scatena il putiferio. Non a caso sono almeno 25 anni che si parla di una legge contro l’omofobia, da quando cioè il Parlamento Europeo l’8 febbraio 1994 approvò una risoluzione che chiedeva agli stati di adottare misure e di intraprendere campagne, in cooperazione con le organizzazioni nazionali di gay e lesbiche, contro gli atti di violenza e di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali. Una legge che nel nostro paese non è mai arrivata.

La legge – Il disegno di legge approdato alla camera a inizio settimana è la sintesi di cinque proposte di legge avanzate negli ultimi anni dai deputati Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi. “Con questa proposta di legge” si legge nel testo “anche l’ordinamento italiano si potrà dotare di uno strumento di protezione della comunità LGBTI in linea con una visione più moderna e inclusiva della società e nel tentativo di realizzare quella pari dignità che la Costituzione riconosce a ciascuna persona”. Una legge tanto fondamentale quanto, tecnicamente, semplice. La proposta del deputato Zan, infatti, è composta da nove articoli che apporterebbero modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale e alla cosiddetta “Legge Mancino” del 1993.

Il fulcro del ddl Zan sta nelle modifiche alla legge Mancino del 1993. Se diventasse legge, infatti, si aggiungerebbero le discriminazioni e le violenze “fondate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” alla normativa già presente per quanto riguarda le fattispecie di “discriminazione razziale etnica e religiosa”. Se la legge venisse approvata, dunque, chi incita a commettere o commette violenza per motivi fondati sull’orientamento sessuale potrebbe essere punito con la reclusione tra i 4 mesi e i sei anni. Un passo avanti che colmerebbe un vuoto legislativo che dura da 25 anni e che, dopo ben 6 tentativi naufragati, darebbe all’Italia una legge contro l’omofobia riportandola al passo degli altri stati Europei. Negli altri articoli il ddl prevede un incremento di 4 milioni annui al fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, da destinare all’implementazione di politiche anti discriminazione, e commissione all’Istat un rilevamento statistico da effettuare ogni 3 anni per verificare gli atteggiamenti della popolazione che possano essere di aiuto nell’attuazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza. Ultimo punto è l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. La ricorrenza verrebbe fissata per il 17 maggio, data in cui nel 1990 l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali, con lo scopo di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di uguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla costituzione.

Europa – Il nostro paese, se questa legge dovesse essere approvata, si conformerebbe ad un quadro generale che vede quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea che si sono dotati più o meno recentemente di leggi contro l’omofobia e le discriminazioni di genere. La prima a prendere una posizione è stata la Norvegia che nel 1981 ha, prima al mondo, modificato il Codice penale prevedendo la persecuzione penale per chi “in attività economiche o similari” rifiuta beni o servizi ad una persona per la sua “disposizione, stile di vita o tendenza all’omosessualità”.

L’esempio norvegese è stato seguito a distanza da pochi anni dagli altri paesi scandinavi che entro la metà degli anni ’90 si sono dotati di una legislazione contro l’omofobia spinti anche dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nel 1990. Poi è stata la volta di Paesi Bassi, Islanda, Belgio e via via tutti gli altri paesi europei. Nel 2003 sono state Spagna e Regno Unito ad adeguare la propria legislazione prevedendo tutele per le minoranze LGBTQ e in Francia dal 2004 chi insulta gay e lesbiche rischia un anno di carcere e fino a 45.000 euro di multa. L’unica eccezione, tra i principali paesi europei, sembra essere la Germania che ad oggi non ha una legge federale contro l’omofobia ma ha preferito delegare ai governi territoriali l’emanazione di norme su questo tema. Così a partire dalla metà degli anni ’90 molti Lander tedeschi hanno aggiunto addirittura nelle proprie costituzioni passaggi contro l’omofobia.

Italia – Resta nel panorama europeo un’unica nazione che ancora non si è mossa. L’Italia è rimasta sorda ai richiami dell’Unione Europea rimandando continuamente la discussione e l’approvazione di una legge su questo tema. Dopo 25 anni e sei proposte di legge naufragate siamo di nuovo alla vigilia di uno scontro ideologico su quella che dovrebbe essere una legge di civiltà condivisa da tutti. Da un lato c’è ovviamente la destra, con Lega e Fratelli d’Italia che si oppongono in maniera ferma e netta al ddl Zan parlando di “legge liberticida”. Ma mentre Salvini e Meloni parlano di un Parlamento paralizzato dal testo sull’omofobia diventata, secondo loro l’unico tema in discussione, i parlamentari dei due partiti hanno portato avanti un ostruzionismo a oltranza presentando in Commissione Giustizia 975 emendamenti al testo. Emendamenti fantasiosi, come quello che propone di estendere la legge mancino a chi ha “tratti fisici caratterizzanti, quali calvizie e canizie”, con cui leghisti e fratelli d’Italia hanno provato a bloccare la discussione in commissione per impedire al testo di arrivare alla camera. Un ostruzionismo che il leghista Alessandro Pagano ha sostenendo che “questa legge crea una super categoria, gli omosessuali lobbisti, che sovrasta il resto del mondo. Sono loro gli illiberali, noi siamo per la libertà”.

Se dalla destra arriva una posizione netta, più mite è quella del centro. Forza Italia, nonostante Berlusconi abbia definito la legge “inutile e pericolosa”, si trova in un limbo e rimane un’incognita in caso di voto. Allineata con Forza Italia, anche in vista di una possibile alleanza alle urne, è Italia Viva che grazie al suo ruolo nella maggioranza potrebbe puntare a smorzare la legge. I due partiti stanno infatti convergendo sulla necessità di asciugare il testo: vorrebbero mantenere solo la parte di contrasto alla violenza di genere, stralciando gli articoli che puntano alla sensibilizzazione, con l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia (il 17 maggio), il potenziamento delle competenze dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar) in materia, mentre i 4 milioni di maggiori fondi per il Dipartimento per le pari opportunità sono già entrati in un articolo del dl Rilancio.

Ma mentre il parlamento si spacca e tra maggioranza e opposizioni volano gli stracci, nel paese l’omofobia dilaga. Intimidazioni, aggressioni verbali e fisiche e minacce aumentano giorno dopo giorno. Solo questa settimana si sono registrati episodi di omofobia a Roma, a Siracusa, a Firenze e a San Benedetto del Tronto dove alcuni ragazzi in vacanza ha aggredito per le strade un gruppo di amici perché tra di loro vi era un ragazzo gay. Episodi che si moltiplicano e che in questi mesi stanno toccando vette mai raggiunte prima. Una situazione che stride con le parole di chi definisce “inutile” la legge sull’omofobia. Una situazione che, invece, dovrebbe farci capire che forse serve proprio una legge del genere.

Obiettivo: scuole e ospedali

Le forze governative insieme agli alleati russi hanno intensificato gli attacchi a strutture civili colpendo ripetutamente scuole, ospedali, moschee, mercati e strutture residenziali costringendo quasi un milione di persone a fuggire nei primi due mesi del 2020.

“In Siria sta andando in scena la più grande violazione dei diritti umani nel 21° secolo. Assistiamo ad una violenza indiscriminata. Ospedali, scuole, strutture residenziali, moschee, mercati vengono sistematicamente colpiti.” A dirlo è Mark Lowcock, sottosegretario generale dell’ONU per i diritti umani, sottolineando come nell’area nordoccidentale del paese l’esercito siriano e gli altri attori coinvolti nel conflitto colpiscano, spesso volontariamente, strutture e obiettivi civili. Una frase che fotografa il dramma di un paese che da nove anni affronta una guerra che non accenna a placarsi e che ha già costretto oltre 6 milioni di cittadini ad abbandonare le proprie case per chiedere rifugio in altri paesi.

Le forze governative e alleate tra l’aprile 2019 e il febbraio 2020 hanno colpito con attacchi via aria e via terra, spesso con l’utilizzo di armi vietate da convenzioni internazionali, 53 strutture mediche e 95 scuole di cui molte adibite a rifugio per i civili. Tra dicembre e febbraio sono stati 10 gli ospedali colpiti dalle forze siriane e russe tra Idlib ed Aleppo provocando la morte di nove tra medici e personale sanitario e costringendo le strutture a chiudere ed interrompere le attività di assistenza. L’ultimo in ordine di tempo è stato poco prima del cessato il fuoco dichiarato a inizio marzo a causa dell’epidemia da coronavirus. Il 17 febbraio con due diversi attacchi aerei sono stati colpiti due ospedali nella città di Daret Izza, a ovest di Aleppo. Nel giro di una decina di minuti i razzi russi e siriani hanno distrutto prima l’“al-Ferdous Hospital” e poi l’“al-Kinana hospital” provocando ingenti danni ma, fortunatamente nessuna vittima. I testimoni raccontano di aver avuto subito la certezza che fossero proprio gli ospedali l’obiettivo dell’attacco. Un bombardamento mirato che non ha colpito nulla al di fuori delle due strutture sanitarie in un momento della giornata, tra le 11 e mezzogiorno, in cui erano piene di pazienti e personale medico. Solo poche settimane prima, con tre diversi raid aerei, l’aviazione russa aveva colpito l’ospedale di Ariha provocando il crollo di alcuni complessi residenziali e di parte dell’ospedale oltre alla morte di un medico e almeno 10 civili. Attacchi che lasciano paralizzati e increduli i testimoni e che lo stesso dovrebbero fare con il resto del mondo. “Il mio lavoro è aiutare le persone” ha raccontato ad Amnesty International un medico di Ariha “ma sono rimasto impotente e paralizzato davanti a questo. Perché? Assad ci bombarda perché aiutiamo esseri umani?”.

Ancor più evidente è la volontà di colpire i civili quando l’obiettivo dei raid diventano le scuole. Secondo l’Ong siriana Hurras Network (Rete siriana per la protezione dei bambini), nei soli primi due mesi di questo 2020 sono state 28 le strutture scolastiche, sia utilizzate come rifugi sia per scopi educativi, colpite dai bombardamenti russi e siriani. Di quelle 28, 10 sono state colpite con attacchi quasi simultanei nello stesso giorno: il 25 febbraio 2020. “Ho lasciato mio figlio a scuola alle 8.00” racconta una madre ad Amnesty International “e alle 9 ho sentito le esplosioni. Sono corsa a scuola senza sapere cosa fosse successo ed ho visto mio figlio in piedi davanti all’edificio distrutto. Gli insegnanti hanno fatto evacuare i ragazzi ma non sono riusciti a fuggire. Molti erano feriti. Almeno tre erano morti”. Come per gli ospedali, anche i bombardamenti alle scuole non lasciano spazio per i dubbi. Lontane da obiettivi militari o da zone di combattimento, gli edifici scolastici sono diventati obiettivi a tutti gli effetti per le truppe governative che negli ultimi mesi prima del cessate il fuco hanno aumentato la frequenza e l’intensità degli attacchi a obiettivi civili. Non si può più parlare di incidenti.

Si tratta di reiterate e sistematiche violazioni del diritto internazionale secondo il quale gli attori coinvolti in un conflitto devono distinguere tra obiettivi militari e civili e colpire solo ed esclusivamente i primi. Crimini di guerra che stanno costringendo la popolazione siriana al più grande esodo di massa mai registrato. Se dal 2011 al 2019 sono stati circa 6 milioni i cittadini siriani che hanno chiesto asilo in altri paesi, si stima che l’avanzata delle forze governative abbia costretto circa 960.000 civili, di cui circa l’80% donne e bambini, a lasciare le loro case tra il dicembre 2019 e il febbraio 2020. Quasi un milione di sfollati costretti a scappare verso la Turchia o a cercare riparo in moschee o scuole sperando che non vengano colpiti. E se il cessate il fuoco di inizio marzo ha posto un freno ad una situazione che sembrava potesse toccare un punto di non ritorno, non ha alleviato le sofferenze di chi è scappato da casa propria per sfuggire alla morte. Con aiuti umanitari sempre più difficili e condizioni sempre più disumane, i crimini di Assad hanno conseguenze pesantissime anche quando non arrivano le bombe. Lo testimoniano le parole di una bambina in lacrime mentre con la madre cerca l’ennesimo rifugio: “Perché Dio non ci uccide? Nessun posto è più sicuro per noi”.

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Fonte: Amnesty International, Nowhere is safe for us – Unlawful attacks and mass displacement in north-west syria, maggio 2020

Inferno a Saydnaya

“Conoscevamo bene Saydnaya. Sapevamo di essere arrivati all’inferno”. Partendo dalle parole di chi è sopravvissuto ricostruiamo le torture e le violenze portate avanti nel più pericoloso penitenziario siriano dove dal 2011 tutto si svolge in segreto senza che nessuno possa accedervi.

A 25 km a nord di Damasco, vicino all’antico monastero di Saydnaya, dove cristiani e musulmani hanno pregato insieme per secoli, si trova un punto nero sulla mappa dei diritti umani: la prigione di massima sicurezza di Saydnaya. Una struttura a tre braccia, che si staglia in mezzo ad un’area desertica di oltre cento ettari, a cui viene vietato costantemente l’accesso a chiunque ne faccia richiesta. Nessuno, dal 2011 ad oggi è mai potuto entrare nel penitenziario militare dove dall’inizio della rivoluzione sono stati incarcerati, torturati e spesso uccisi centinaia di migliaia di oppositori politici. Diverse testimonianze di ex detenuti raccolte da Amnesty International hanno contribuito a scoprire cosa accade in quella fortezza inespugnabile in cui i militari del regime fanno il bello e il cattivo tempo.

Il primo ricordo di quell’inferno è per tutti il “comitato di benvenuto” che accoglie i nuovi detenuti arrivati al penitenziario. “Hanno iniziato ad insultarci” racconta Jamal Abdou “ci hanno spogliato e fatto inginocchiare con le mani dietro la schiena e gli occhi bendati. Poi hanno iniziato a picchiarci. Volevano vedere quanto ognuno di noi potesse resistere.” È solo l’inizio di un inferno. I detenuti, ammassati a decine in celle di due metri per due progettate per un solo individuo, sono costretti a stare al buio. Senza vedere i propri compagni, senza vedere i propri carcerieri. Samer al-Ahmed ricorda come unico spiraglio di luce una piccola finestrella sulla porta, a 30 cm dal pavimento, dove era costretto a infilare la testa mentre i militari all’esterno la calciavano con forza. E mentre il buio avvolge tutto, l’udito diventa l’unico senso utile per capire cosa accade intorno. “Cerchi di ricostruire quello che ti circonda attraverso l’udito” spiega Salam Othman, anche lui ex detenuto, “Riconosci i militari dal suono dei loro passi. Capisci quando sta per arrivare il cibo dal rumore dei piatti. Se senti urlare qualcuno sai che sono arrivati nuovi prigionieri. Chi è a Saydnaya da tanto tempo non grida più. Chi è a Saydnaya da tanto tempo sa che più gridi, più loro picchiano.”

A Saydnaya non si cercano prove. Non si vogliono strappare confessioni attraverso torture e minacce. Non si vogliono estrapolare i nomi di attivisti o rivoltosi. L’unico obiettivo, nel penitenziario più temuto della Siria, è quello di far crollare i detenuti. Botte, minacce, insulti e abusi. Tutto con il solo obiettivo di far crollare fisicamente e psicologicamente non solo attivisti ed oppositori politici ma anche semplici cittadini. Una sorta di gioco perverso per logorare giorno dopo giorno i detenuti. Svegliati alle 3 del mattino e costretti a rimanere in ginocchio nel buio della cella. Senza poter parlare, senza poter pregare, senza poter bere né mangiare. E per chi non rispetta le regole o si lamenta c’è la tortura. Bastoni, cavi elettrici, scosse, bruciature, catene. “Il senso di paura e impotenza è inimmaginabile” riporta un altro ex detenuto, testimone al processo di Coblenza, “ho sperato più volte di morire”. E sono molti in effetti quelli che da quel penitenziario non sono mai usciti. Torturati a morte, lasciati morire nelle celle senza alcuna assistenza medica o giustiziati. A Saydnaya si muore ogni giorno. E proprio il numero sempre crescente di decessi a partire dall’inizio della rivoluzione del 2011 ha costretto il regime a costruire di fianco alla prigione un forno crematorio. Comparso quasi dal nulla nel 2016 si è reso necessario con l’incremento delle esecuzioni di massa, solitamente tramite impiccagione, che ha reso impossibile la creazione di altre fosse comuni in cui far sparire i cadaveri. Dal 2011 ad oggi, denunciano diversi gruppi per i diritti umani, le esecuzioni sono continuate con ritmi sempre più elevati arrivando a 50 ogni settimana. Si stima che tra il 2011 e il 2016, nei primi cinque anni del conflitto civile, abbiano perso la vita nel penitenziario tra i 10.000 e i 15.000 detenuti i cui corpi non sono mai stati ritrovati.

Ma chi riesce ad uscirne rimane segnato a vita. Sfigurato da un’esperienza che non ha eguali nella storia recente. Un luogo dove si tortura senza uno scopo, senza un motivo. Un luogo dove la violenza gratuita diventa una tremenda normalità. Omran Al-Khatib è rimasto dieci mesi nel penitenziario tra il 2012 e il 2013, quando ne è uscito pesava 32 kg e aveva riportato traumi psicologici pesantissimi curati per anni in Turchia. Ma se dalla sua testimonianza e da quelle di tanti altri sopravvissuti il mondo sta scoprendo l’orrore di Saydnaya, c’è una cosa che ancora non riesce ad accettare: “Perché ora che sapete cosa accade, nessuno fa niente per fermarlo? Questa non è forse complicità?”

Nome in codice: Caesar

Oltre cinquantamila foto di torture, omicidi, documenti segreti ed abusi. “Caesar” ha documentato per due anni quello che accadeva nelle carceri siriani per poi fuggire dal paese temendo per la sua vita. Quelle foto, ora, sono la principale prova delle violenze sistematiche del regime di Assad.

Mentre il mondo guarda all’ISIS, in Siria è il regime di Bashar al-Assad a mietere vittime civili e commettere indicibili reati. Una situazione che si protrae dall’inizio della rivoluzione cominciata nel 2011 e sfociata in un’infinita guerra. Una guerra civile che ha potato il regime di Assad a perpetrare gravi crimini contro i civili trasformando di fatto la Siria in un paese in cui tortura e violenze di stato sono all’ordine del giorno. Per anni la situazione siriana è rimasta taciuta, con i paesi occidentali distratti che non hanno visto, o hanno preferito non vedere. Per anni ci si è trincerati dietro un “io so, ma non ho le prove” di pasoliniana memoria. Fino a quando quelle prove sono arrivate. Come un pugno nello stomaco un dossier infinito di foto, documenti, metadati ha mostrato al mondo le atrocità di cui è capace il regime siriano dando il via ad indagini internazionali sfociate, fino ad ora, nella “Norimberga Siriana” di Coblenza.

“Caesar”. È questo lo pseudonimo utilizzato da un disertore dell’esercito siriano, in servizio tra il 2011 e il 2013, che fuggito dal paese ha deciso di diffondere tutto quello che possedeva. Durante la rivoluzione era stato incaricato, da ufficiali dell’esercito, di documentare fotograficamente quello che accadeva nelle carceri. Quelle foto, però, con l’aiuto di un amico le ha sistematicamente copiate e conservate su una chiavetta usb. Ogni giorno per due anni. Nell’agosto 2013 però, temendo per la sua vita, ha disertato abbandonando l’esercito e scappando dal paese in mezzo ai quasi 11 milioni di profughi che hanno lasciato il paese in questi 9 anni. Ma quelle foto, raccolte scrupolosamente ogni giorno per due anni, rappresentano la più grande prova delle atrocità commesse dal regime di Assad. Oltre 55.000 scatti che ritraggono i corpi senza vita di detenuti torturati, le fosse comuni, documenti riservati e stanze per torture.

Il rapporto sulle fotografie è stato presentato alle Nazioni Unite ed al Congresso americano e, incrociando quelle immagini con le testimonianze di altri rifugiati, è stato ricostruito un quadro completo. Le foto di Caesar hanno documentato la morte di migliaia di detenuti a causa di percosse, denutrizione, sete e almeno 72 tipi diversi di torture inflitte nelle carceri siriane dagli agenti del regime. Appesi per i polsi e presi a bastonate, colpiti con scosse elettriche, violentati sessualmente, picchiati fino a perdere i sensi. Dalle fotografie e dalle testimonianze emerge una lista interminabile di violenze e abusi che rappresentano però solo la punta di un iceberg profondissimo. Perché mentre il rapporto di Caesar copre solo due anni di una guerra civile ancora in corso, il bilancio è in realtà drammaticamente più elevato. Si stima che dal 2011 ad oggi siano stati circa 1,2 milioni i civili arrestati e detenuti in Siria dal regime di Assad e di circa 128.000 di loro non si hanno più notizie, inghiottiti per sempre dalle terribili carceri gestite da esercito e servizi segreti. Secondo un rapporto del “Syrian Network for Human Rights” sarebbero almeno 14.000, di cui circa 200 bambini, le persone morte in carcere durante le torture ma il numero diventa almeno 10 volte più grande se si considerano le morti per fame, disidratazione, percosse o le esecuzioni sommarie. Una vera e propria guerra, non contro ribelli armati ma contro i propri cittadini indifesi e pacifici colpevoli solo di avere idee diverse da quelle di Bashar al-Assad.

Così, mentre le forze armate siriane con i propri alleati russi e iraniani combattono i ribelli armati, i servizi segreti ed i funzionari del regime si occupano della resistenza civile non violenta. Per quanto il governo abbia sempre cercato di negare l’esistenza di abusi sistematici nelle prigioni del paese, la diffusione delle immagini di Caesar e di alcuni memo governativi trafugati e portati all’estero confermano il ruolo centrale del regime. Ad ordinare le torture sono funzionari in diretto contatto con Assad il quale era sempre aggiornato sulla situazione delle carceri e a cui è stato più volte chiesto un intervento per smaltire l’eccessivo numero di cadaveri. E mentre la guerra in Siria rallenta e l’attenzione del mondo sul conflitto cala, non diminuiscono gli arresti. L’anno scorso sono stati oltre cinquemila i civili arrestati, oltre 100 ogni settimana. Costretti a vivere in celle così affollate che si alternano per stare sdraiati a terra a dormire, senza cibo né acqua per giorni, senza alcun tipo di assistenza medica. E mentre si avvicina sempre più la fine del conflitto armato, con la vittoria delle truppe alleate al regime, ricominciano anche le relazioni diplomatiche tra Damasco e diversi stati. Assad, protetto dai propri alleati, si prepara ad una impunità assoluta che gli permetterà di mantenere il potere senza dover rendere conto delle atrocità commesse durante il conflitto.

La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

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