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Il dramma della sanità calabrese

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo
e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti

– Costituzione, art. 32 –


Quella che si è appena conclusa è stata una settimana da incubo per la sanità calabrese. Tra le discussioni sul “decreto Calabria”, con cui il governo intende prolungare il commissariamento della sanità regionale, le polemiche relative alla zona rossa e lo scandalo relativo al commissario Cotticelli la regione sta attraversando un momento a dir poco burrascoso.

Commissario – L’ultimo durissimo colpo è arrivato per mezzo della trasmissione “Quinto Titolo”, andata in onda su Rai 3. Quello che doveva essere un servizio sulle difficoltà del sistema calabrese in questa seconda ondata e sull’inserimento della regione tra quelle più a rischio si è trasformato in uno tsunami che ha letteralmente travolto il commissario straordinario. Sono bastati pochi minuti di intervista perché Saverio Cotticelli, ex generale dei carabinieri e vicino al M5S e dal 2018 a capo della sanità calabrese, mostrasse al mondo tutta la sua impreparazione. Al giornalista che gli chiede cosa abbia fatto quando a giugno si è reso conto che la regione non aveva un “piano covid” risponde sicuro e quasi polemico: “Ho chiesto al ministero chi dovesse redigerlo e loro mi hanno risposto con un parere”. Quando prende in mano quel parere però cala il gelo. “Cosa le dicono? Chi deve farlo il piano?” lo incalza il giornalista. Qualche istante di silenzio poi la risposta sommessa: “Dovevo farlo io”.

Come uno studente che arriva impreparato all’interrogazione prova a giustificarsi, ad arrampicarsi sugli specchi. “Il piano lo sto preparando e la settimana prossima è pronto” dice. Ma da quel momento l’intervista precipita. Non c’è traccia del bando che il commissario Arcuri ha chiesto alla Calabria per portare a 280 i posti in terapia intensiva e che avrebbe dovuto essere pubblicato entro il 3 novembre: “Adesso stiamo verificando che siano fatti” risponde Cotticelli. Ma è sui numeri delle terapie intensive che crolla definitivamente. Prima dice di aver raddoppiato i posti rispetto ai 107 che aveva qualche mese fa poi chiede conferma alla sua sub commissario Maria Crocco che prima lo gela, “tu quando vai di là devi essere preparato”, poi gli risponde nel merito: “Non ne hai attivati di nuovi, li hai solo previsti nel piano”.

Una dimostrazione di incompetenza che ha costretto l’ex generale alle dimissioni, presentate ieri nelle mani del ministro della Salute Roberto Speranza e del responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri. “Dopo 2 anni di lavoro” ha commentato “non ci sto a diventare il capro espiatorio di situazioni a me non addebitali, adesso basta, siamo arrivati al punto di non ritorno. Ci sono attacchi nei confronti della struttura commissariale intollerabili e frutto di menti raffinate”.

Commissariamento – Che la sanità in Calabria avesse delle gravi mancanze non lo si scopre certo oggi. A partire dal 2007, infatti, il tema della sanità calabrese ha assunto una rilevanza sempre maggiore e già nel 2010 si sono insediati i primi commissari incaricati di risolvere una situazione drammatica. La principale criticità era, ed è tutt’oggi, quella relativa ai bilanci in cui si è per anni accumulato un debito divenuto ormai milionario anche a causa del disinteresse da parte delle giunte che si sono succeduto fino al commissariamento. Fino al 2007, insomma, le giunte regionali hanno di fatto deciso di non occuparsi del problema facendolo in questo modo crescere giorno dopo giorno fino a che la situazione è diventata insostenibile. Con le casse della sanità calabrese in rosso, infatti, si è determinata un’elevatissima precarietà nell’erogazione dei servizi e ripetuti e frequenti episodi di malasanità. Si è registrata insomma una “riconosciuta inidoneità del Servizio sanitario regionale ad assicurare i livelli essenziali di assistenza alla popolazione”.

Così, ne 2007 con un’ordinanza del Presidente del Consiglio si decise di commissariare la sanità calabrese affidando all’assessore alla salute Spaziente il compito di risolvere i gravi problemi che affliggevano il settore. Un intervento che non si è però dimostrato risolutivo ed ha costretto il governo a ricorrere a misure più drastiche optando, a partire dal 2010, per la gestione affidata a commissari nominati dal governo. Da 10 anni, dunque, la sanità calabrese è commissariata nel tentativo di risolvere una situazione quantomai critica. Un tentativo quantomai vano che non sta certo portando i risultati sperati e che anzi sta portando il sistema sanitario regionale al collasso. Perché non solo in oltre 10 anni di commissariamento non c’è stato un miglioramento in un bilancio che continua a contare centinaia di milioni di disavanzo (320 per la precisione), ma questa continua e infinita crisi sta portando conseguenze gravi sull’efficienza del sistema. Si registra ormai da anni una cronica insufficienza del personale medico, paramedico e tecnico che compromette in tal modo l’assistenza ai pazienti generando gravi episodi di malasanità. La medicina territoriale è pressoché inesistente e in molti dei 405 comuni della regione la popolazione ha difficoltà ad accedere alle cure mediche. Strutture e macchinari, spesso insufficienti o obsoleti, causano difficoltà nell’assistere i pazienti. Due aziende territoriali (l’Asp di Reggio Calabria e quella di Catanzaro) sono state sciolte per infiltrazione/condizionamento mafioso, ed entrambe “fantasiosamente” dichiarate in dissesto. Insomma, in Calabria, tra sprechi vergognosi e incapacità, si registra una inefficienza da scandalizzare chiunque. Basterebbe pensare che da queste parti vengono ancora tollerate aziende sanitarie territoriali senza bilancio da anni, altre sciolte per ‘ndrangheta, aziende ospedaliere che, pare, non esercitino il pronto soccorso e chiudano nei week-end. Tutto questo nonostante dieci anni di commissariamento ad acta

Proteste – E proprio in questo senso vanno viste le proteste che da giovedì infiammano le principali città calabresi. Mentre in altre zone d’Italia si manifesta contro una fantomatica “dittatura sanitaria” e contro l’imposizione di misure più severe da parte del governo, in Calabria le proteste hanno un significato diverso. In una regione troppo spesso descritta come silente migliaia di persone hanno deciso di scendere in piazza non per dimostrare contrarietà alla zona rossa ma per esprimere il loro disappunto verso una politica regionale che non è in grado di garantire il diritto alla salute ai propri cittadini. Dalle principali città all’entroterra e fino alle coste migliaia di calabresi hanno scandito slogan contro una sanità più che mai malata e incapace di dare sicurezza in un momento storico come questo. Da Reggio a Castrovilllari, da Lamezia a Gioia Tauro passando per Crotone, Catanzaro e quella Cosenza che è diventata il fulcro della sanità pubblica e dove la classe politica locale ha consegnato le chiavi della sanità ai proprietari delle cliniche private come i Morrone, i Greco, i Parente, i cui cognomi sono stati indicati nei cartelli di protesta e urlati dai megafoni.

E mentre chi dovrebbe ripianare la situazione ripete da 10 anni che serve tempo per tornare alla normalità, la Calabria assiste attonita alla morte del proprio servizio sanitario. Speranza cercasi in Calabria: la speranza immateriale di una sanità degna di un paese civile, e il materialissimo Ministro della Salute che ci si augura possa intervenire in una situazione che pare sempre più drammatica.

Gli scenari possibili dopo la positività di Donald Trump

Che voto mi darei per la gestione del coronavirus da zero a dieci? Dieci
-Donald Trump-


Come una meteora il covid-19 ha fatto il suo ingresso, dirompente e inaspettato, nella campagna elettorale americana a un mese esatto dal voto del 4 novembre. Come in un crudele contrappasso il virus ha colpito chi più di tutti in questi mesi ha cercato di sminuirlo e negarne l’esistenza rifiutandosi categoricamente di indossare la mascherina e rispettare le linee guida dell’OMS. Ora, con Trump risultato positivo al coronavirus, un clima di incertezza e timori aleggia sulla Casa Bianca e sulle prossime elezioni presidenziali.

La situazione – La positività di Donald Trump e della moglie Melania è stata scoperta e resa nota nella giornata di venerdì. I coniugi sarebbero stati contagiati da Hope Hicks, 31enne ex modella e tra le più strette collaboratrici del Presidente risultata positiva mercoledì, che ha accompagnato Trump e la moglie a Cleveland per il faccia a faccia con Joe Biden. Dopo una manciata di ore in cui la Casa Bianca ha cercato di rassicurare circa le condizioni di salute del presidente, che è stato isolato ma definito “stabile e in buone condizioni”, la situazione si sarebbe aggravata con l’acuirsi di sintomi tra cui tosse, febbre e affaticamento. Da qui la decisione di un ricovero precauzionale e il trasferimento di Trump al Walter Reed National Military Medical Center.

Trump ha 74 anni, è in sovrappeso, ha problemi di colesterolo e ha avuto in passato problemi cardiaci: è dunque un soggetto estremamente a rischio in caso di aggravarsi delle sue condizioni. Una situazione che, ad un mese esatto dalle elezioni, apre il campo a una serie di scenari fino a qualche giorno fa inimmaginabili.

Scenario I: Presidente pro tempore – Attualmente Donald Trump non ha rinunciato ai propri incarichi presidenziali. Nonostante la presenza di sintomi, infatti, il Presidente riesce ancora a svolgere le sue funzioni e non ha intenzione di delegare la guida del paese. Ricoverato nella suite presidenziale dell’ospedale militare, Trump avrà a disposizione un ufficio personale ed una serie di uffici per i suoi collaboratori per garantirgli la possibilità di continuare a governare anche durante il ricovero. Ma se le condizioni dovessero aggravarsi “The Donald” potrebbe essere costretto a cedere lo scettro al suo vicepresidente Mike Pence. In base al XXV emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, infatti, “in caso di destituzione del Presidente, o in caso di decesso, o dimissioni, o di impedimento ad adempiere alle funzioni e ai doveri inerenti la sua carica, questa sarà affidata al Vicepresidente”. Un’ipotesi che, fino ad ora, si è verificato solamente in altre tre occasioni: il 13 luglio del 1985, quando Ronald Reagan subì un’operazione per rimuovere il principio di un tumore, e due volte durante la presidenza di George W. Bush, quando l’allora presidente si sottopose ad altrettanti esami di colonscopia subendo un’anestesia. Dopo Mike Pence, qualora anche lui dovesse essere impossibilitato, sulla linea di successione si trovano la speaker della camera Nancy Pelosi e lo speaker del senato Chuck Grassley. Mai però fino ad oggi la carica di presidente pro tempore è stata ricoperta da un soggetto diverso dal vicepresidente.

Il passaggio dei poteri può avvenire tramite una lettera formale firmata dallo stesso presidente in cui afferma di non essere in grado di svolgere il proprio ruolo e di volerlo per questo cedere per il tempo necessario a ristabilirsi. In caso di problema improvviso che impedisca al presidente di siglare la lettera, come può essere un aggravarsi delle condizioni di salute di Trump, il congresso ha la facoltà di destituire momentaneamente il presidente e conferire l’incarico al suo vice o al primo sulla linea di successione in grado di governare. Per quanto molto difficile, quello descritto è tutt’altro che uno scenario improbabile. Con le condizioni di Trump un aggravarsi del suo stato di salute non è infatti così impensabile ed un eventuale peggioramento potrebbe convincerlo a lasciare momentaneamente la presidenza. Proprio per questo motivo Pence, la Pelosi e Grassley sarebbero già stati allertati e, per proteggerli da un eventuale contagio, sarebbe anche stato chiesto a tutti e tre di evitare ogni tipo di contatto con lo staff del presidente.

Scenario II: cambio candidato – Ma se un momentaneo cambio alla guida del paese non è da escludere più difficile sembra l’ipotesi di un cambio di candidato da parte del Partito repubblicano in vista delle elezioni presidenziali. Secondo il regolamento del partito, infatti, il candidato può essere sostituito in caso di morte o di grave impedimento attraverso un processo identico a quello che ne aveva portato alla nomina. Qualora decidesse di cambiare il proprio candidato, insomma, il partito sarebbe chiamato ad organizzare una nuova convention nelle prossime settimane. Una convention che, se si rendesse necessaria, si svolgerebbe a distanza e che si risolverebbe molto probabilmente con una decisione unanime dei dirigenti del partito per candidare l’attuale vicepresidente, e ricandidato allo stesso ruolo, Mike Pence.

Ovviamente un eventuale cambio di nomination avrebbe ripercussioni pesanti sul partito repubblicano e per questo rimarrebbe l’ultima spiaggia da adottare solamente in casi estremi.

Scenario III: rinvio – Più probabile di un cambio in corsa, ma comunque meno probabile del regolare svolgimento della tornata elettorale, sembra essere la possibilità di rinviare di qualche tempo le elezioni per permettere a Trump di riprendersi completamente. La decisione in questo caso spetterebbe al congresso che attraverso una legge federale approvata da entrambe le camere e promulgata da Trump potrebbe fissare una nuova data per l’elezione del presidente. Ma le possibilità di uno scenario del genere sembrano essere comunque poche.


Da un lato è difficile che si possa compiere l’iter per l’approvazione della legge, con la doppia approvazione di due camere con maggioranze diverse e la firma del presidente, in meno di un mese. Dall’altro vi sono delle tempistiche stabilite dalla costituzione di cui tener conto: il mandato presidenziale scade tassativamente il 20 gennaio alle ore 12 ed oltre quella data un presidente non può restare in carica. Un congresso, insomma, non può rinviare le elezioni a data da destinarsi ma potrebbe posticiparle al massimo di qualche settimana in modo da permettere ai grandi elettori di riunirsi a dicembre ed ufficializzare il nome del nuovo presidente almeno un mese prima del 20 gennaio. Un altro nodo da sciogliere in caso di rivio delle elezioni sarebbe quello relativo ai voti già espressi. In molti stati, infatti, gli elettori hanno già espresso la loro volontà fisicamente o per posta e in caso di rinvio della tornata elettorale si porrebbe anche il problema di come valutare i voti già espressi e considerare la possibilità di far rivotare anche negli stati in cui le urne sono già aperte.

Scenario IV: tutto normale – Lo scenario più realistico, comunque, rimane quello in cui tutto si svolge come previsto. Senza un significativo aggravarsi significativo delle condizioni di Trump le elezioni si svolgeranno normalmente il 4 novembre prossimo, senza bisogno di rinvii o di nuove nomine. A risentirne sarebbero in quel caso solamente le campagne elettorali mentre rimane altamente improbabile, infatti, è l’ipotesi di rivedere un faccia a faccia dal vivo tra Biden e Trump prima del voto. Il prossimo dibattito si sarebbe infatti dovuto tenere il 15 ottobre prossimo quando Trump sarà nel migliore dei casi, ancora in quarantena anche in assenza di sintomi. Spetterà al comitato indipendente che gestisce i confronti decidere si annullarlo rimandarlo o trasformarlo in uno scontro tra candidati vicepresidenti. Intanto, in segno di rispetto, Biden ha fatto ritirare tutti gli spot elettorali in cui si attaccava Trump mantenendo solamente quelli in cui viene promosso il programma del candidato democratico. Un favore che lo staff di Trump ha deciso di non ricambiare rifiutandosi di ritirare gli spot anti-Biden.

Scenario extra: il complotto – Immancabile ed attesissima con la notizia della positività di Donald Trump è arrivata anche l’ennesima teoria del complotto. Ma quale Covid-19, Trump starebbe benissimo e avrebbe deciso di fingersi malato approfittando della positività della sua collaboratrice. Dopo il confronto con Biden, in cui ha faticato e perso voti, il presidente avrebbe infatti pensato di fingersi malato per evitare i prossimi dibattiti che avrebbero potuto consacrare il suo sfidante. Tra due settimane, poi, a ridosso dalle elezioni, ricomparirà davanti agli americani completamente guarito e potrà utilizzare la sua malattia per rilanciare la sua campagna e distogliere l’attenzione dallo scoop del NY Times sulle tasse non pagate. Dalla guarigione alle elezioni, poi, spiegherà a tutti gli americani di come il loro presidente sia stato salvato proprio grazie a quell’idroxiclorochina che da tempo spaccia per cura efficacie contro il virus a dispetto dell’intera comunità scientifica. Statunitensi in visibilio, credibilità di nuovo alle stelle e rielezione sicura. Ma si tratta di fantascienza. Anche se con Trump tutto sembra possibile.

Relazione DIA: ecco come le mafie prenderanno tutto grazie al covid

Nella relazione sul secondo semestre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia si sofferma a lungo anche su quello che accadrà in futuro. Il coronavirus porterà grandi opportunità per la criminalità organizzata offrendo un doppio scenario in cui agire

Per la prima volta la Direzione Investigativa Antimafia va oltre il semplice riepilogo. Nella relazione sul secondo semestre del 2019, infatti, la DIA inserisce uno “Speciale Covid” di 16 pagine in cui analizza gli scenari possibili per la criminalità organizzata in tempo di pandemia. Nel capitolo vengono analizzati gli obiettivi a breve e lungo termine delle mafie italiane nel tentativo di comprendere le strategie con cui i clan tenteranno di trarre vantaggio dall’emergenza sanitaria globale. Un quadro ben poco incoraggiante che porta la DIA ad ipotizzare per la criminalità “prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Un contesto in cui le mafie si muoveranno su un doppio scenario: un primo di breve periodo incentrato sul rafforzamento del consenso sociale sul territorio e un secondo di lungo periodo in cui le cosche proveranno ad attuare strategie di espansione.

Al primo scenario stiamo assistendo in questi mesi con tutte le organizzazioni impegnate nel garantire forme di assistenzialismo a cittadini ed imprese in difficoltà. Attraverso il proprio potere e l’ampia disponibilità di capitali, i clan sono in grado di “porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Più rapida e spesso più efficiente dello stato, la mafia riesce in questo modo a consolidare il consenso sociale nei territori di tradizionale presenza mafiosa elargendo prestiti, sostenendo le imprese e i commercianti in difficoltà e supportando l’economia locale attraverso gli aiuti a titolari di attività commerciali. Forme di assistenzialismo che rappresentano secondo gli inquirenti “un vero e proprio investimento sul consenso sociale, che se da un lato fa crescere la “rispettabilità” del mafioso sul territorio, dall’altro genera un credito, da riscuotere, ad esempio, come “pacchetti di voti” in occasione di future elezioni.”. E se nel breve periodo l’interesse sarà posto principalmente sulle comunità locali, nel medio-lungo termine la criminalità organizzata proverà ad uscire dalle aree tradizionali per allungare i propri tentacoli su scala globale. “L’economia internazionale” si legge nella relazione “avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”.  

Sul piano dell’economia legale, dunque, la DIA evidenzia come la disponibilità di ingenti capitali e “la semplificazione delle procedure di affidamento, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza” potrebbero favorire l’infiltrazione criminale in diversi settori. In particolare investimenti importanti potrebbero arrivare nel cosiddetto “ciclo della sanità” ambito che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei clan, come dimostrano i commissariamenti delle Aziende Sanitarie di Reggio Calabria e Catanzaro, sia per le consistenti risorse che vengono destinate a quel settore sia per il controllo sociale che può garantire. In ambito sanitario la criminalità organizzata potrebbe provare a mettere le mani in particolare sulla produzione e distribuzione di dispositivi medici e di protezione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali la cui produzione è aumentata a dismisura a seguito dell’emergenza. L’utilizzo più che raddoppiato di mascherine e altri dispositivi da smaltire come rifiuti speciali con conseguenti costi più elevati per ospedali e aziende. Facendo leva su costi più bassi la criminalità potrebbe infiltrarsi in quel business e smaltire in modo irregolare e con pesanti ripercussioni su ambiente e salute i rifiuti ospedalieri.

C’è poi un aspetto, non trascurabile, connesso all’alta mortalità dovuta al coronavirus, che ha imposto carichi di lavoro maggiori sia alle imprese di onoranze funebri che ai servizi cimiteriali. Nel primo caso sarà importante verificare, specie nei presidi ospedalieri dichiarati “COVID”, se vi siano imprese che sono state favorite più di altre. Per quanto riguarda i servizi cimiteriali è invece opportuno verificare se le cosche potranno, in qualche modo, incidere sulle decisioni delle amministrazioni comunali in merito alla gestione dei cimiteri, con particolare riferimento alle modifiche ai Piani Regolatori Cimiteriali e ai criteri di assegnazione delle concessioni. Di contro, il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona sono tra i settori che hanno più risentito del lockdown, e che faranno registrare una netta diminuzione del fatturato dovuta alla prospettiva di una stagione estiva difficile, per affrontare la quale, in molti casi, sono stati già fatti investimenti e ristrutturazioni immobiliari, i cui costi dovranno comunque essere sostenuti. Ne deriverà una diffusa mancanza di liquidità, che espone molti commercianti all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti soprattutto per quel che riguarda alberghi, ristoranti e bar, bed & breakfast, case vacanze e attività simili.

Da sempre la criminalità organizzata ha saputo cogliere i cambiamenti nella società e nell’economia per sfruttarli a proprio vantaggio e trarne il massimo beneficio possibile. Dalla relazione della DIA sembra emergere come l’emergenza sanitaria in corso non rappresenti un’eccezione. Il lockdown e lo shock, economico e sociale, che ne è conseguito hanno di fatto ampliato quelle sacche di povertà e disagio sociale già esistente. Ecco allora che per la mafia si è venuto a creare un terreno fertile per il consolidamento delle mafie. Nei territori a tradizionale insediamento mafioso, quella Questione meridionale non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, “offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Offre dunque quel consenso sociale che permette alle mafie di consolidare il proprio potere e fare quel salto in una dimensione macro. Così rinvigorita dal nuovo consenso sempre più ampio, la criminalità riesce a rispondere alla paralisi economica che mette in ginocchio piccoli e medi imprenditori. Riesce a sfruttare ogni singola opportunità per infiltrare il mercato e l’economia legale. Noi non dobbiamo perdere l’occasione di impedirglielo. Prima che sia troppo tardi.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Mascherine tricolori e bandiere nere

“Ogni falsità è una maschera,
e per quanto la maschera sia ben fatta,
si arriva sempre, con un po’ di attenzione,
a distinguerla dal volto”
-Alexandre Dumas-


Da due settimane scendono in piazza e promettono di farlo ogni sabato, in tutta Italia, per protestare contro la “dittatura sanitaria” imposta dal governo. Mascherina tricolore calata sul viso, petto in fuori e schieramenti a falange nel rispetto delle misure sul distanziamento sociale. Si presenta così il movimento delle “Mascherine Tricolori” che da alcune settimane ha iniziato sui social e su vari gruppi Telegram a chiamare a raccolta i cittadini per una ribellione contro le misure di prevenzione disposte, secondo loro in modo illegittimo, dal governo.

Chi sono – “Ricordo a tutti che non interessano o prevalgono colori politici. Chi è qui e vuole scendere in piazza condivide l’amore per l’Italia ed ha il tricolore come bandiera”. Recita così un messaggio inviato sul gruppo nazionale Telegram, che conta 6127 iscritti, da uno degli organizzatori delle manifestazioni che si cela dietro il nickname di “Mask451”. Ma quella realtà sbandierata come apolitica ed apartitica appare sempre più come una rete nera dell’estrema destra italiana. Basta infatti scorrere i messaggi sui vari gruppi Telegram per smentire la tesi secondo cui “non prevalgono colori politici”. Tra chi entra nel gruppo mandando “un saluto (romano) a tutti”, chi preferisce esordire con un “Presente!” accompagnato dalle emoticon del braccio teso e chi ancora sfoggia come immagine del profilo simboli, loghi e immagini legate ai movimenti neofascisti italiani. Se “non interessano” le idee politiche appare evidente come dietro il movimento delle mascherine si celi una regia di estrema destra. Perché se chi decide di entrare nelle decine di gruppi Telegram (oltre a quello nazionale ve ne sono per ogni città) sembra avere un’ideologia ben precisa, lo stesso si può dire per chi quei gruppi li gestisce e chi li sprona nelle piazze.

A Roma, ad esempio, dai video diffusi dalle pagine social del movimento si vede chiaramente come a prendersi la scena, coordinando il flash mob nazionalista, sia Mauro Antonini. Responsabile della falange laziale di CasaPound, Antonini è salito agli onori delle cronache nell’aprile scorso quando animò le proteste di Torre Maura per il trasferimento di un centinaio di migranti in una struttura della zona. “Quando mi dicono che sarò indagato per odio razziale, a parte che per me è una medaglia, ma mi viene da ridere” disse in quell’occasione alle telecamere diventando simbolo di quell’estrema destra che si batte contro l’immigrazione. Ma come Antonini sono decine e decine i dirigenti e gli esponenti di spicco del partito tartarugato che si nascondono dietro un meno evidente tricolore. Se difficile è scorgere la vera identità di quel “Mask 451” che monopolizza la comunicazione sui canali Telegram mostrandosi come vero e proprio leader, meno difficile è scovare un altro pezzo da novanta della destra italiana. Dall’analisi dei metadata dei PDF diffusi sui canali Telegram, in cui viene riportato il mascherin pensiero, spunta il nome di Simone di Stefano come autore dei documenti. Non un nome da poco conto e nemmeno uno di quelli a cui “non interessano i colori politici”. Di Stefano è vicepresidente nazionale di CasaPound secondo solamente, ma nemmeno così tanto, al leader Iannone. Lo stesso Di Stefano che si vanta di avere in mano “cinque giornalisti di punta in Rai, più una quarantina in varie redazioni locali” e che vorrebbe lanciare l’assalto sovranista al servizio pubblico. Lo stesso di Stefano che nel 2008 proprio negli uffici della Rai fece irruzione con un manipolo di estremisti e minaccio giornalisti e operatori della trasmissione “Chi l’ha visto?” dopo un servizio sulle violenze dell’estrema destra a Piazza Navona. Lo stesso Di Stefano condannato a un anno e sei mesi nel novembre scorso e su cui gravano 16 procedimenti pendenti.

Insomma, dietro quelle mascherine sembra sempre più celarsi il volto dell’estrema destra italiana. Ma perché l’estrema destra si nasconde dietro un vessillo non suo?

Cosa fanno – Quello delle mascherine tricolori sembra essere un vero e proprio tentativo di fare proseliti tra chi quei partiti dell’estrema destra non li ha sostenuti fino ad ora. Presentarsi nelle piazze con bandiere e simboli di CasaPound o del Blocco Studentesco, per dirne due, limiterebbe ai soli militanti e simpatizzanti la partecipazione. Nascondersi dietro mascherine tricolori, con continui rimandi al “popolo” e al “lavoro da salvare”, li aiuta a far cadere nella loro rete quegli italiani stanchi e in situazione di crisi a causa del lockdown. E se oggi quegli italiani sono in piazza con le mascherine domani potrebbero andare ad ingrossare le fila dell’estrema destra che, una volta gettata la mascherina, è pronta a mostrare la sua vera identità.

Una vera e propria operazione di marketing, insomma, che ha portato ad un cambiamento radicale nelle modalità con cui manifestare. Se prima le azioni dell’estrema destra erano condotte in aree periferiche ed una massiccia comunicazione social, ora sembra essere l’esatto opposto. Le mascherine si radunano nelle piazze più centrali o simboliche delle città, da piazza Giulio Cesare a Milano a piazza Cavour a Napoli, e sfidano il lockdown schierati immobili, quasi militarmente, mentre un leader autodefinito legge un comunicato diverso ogni sabato. Nessun rimando ai partiti della destra, anche se chi legge è ad essi legato, nessuna comunicazione sui canali social dei vari gruppi se non su quello delle mascherine che contano circa 8.000 seguaci su Facebook. Alla comunicazione social si preferisce, questa volta, quella stampa tradizionale che da lungo tempo viene osteggiata da quelle stesse formazioni oltranziste ma che può far maggiormente presa sulle classi sociali a cui ambiscono. Così la pagina social delle mascherine brulica di link ad articoli che ne parlano, di foto, di rimandi a testate che pubblicano notizie sulle loro manifestazioni.

Linguaggio – Ma se cambiano le modalità, non cambia il linguaggio usato. A partire da quei documenti, redatti come detto da Di Stefano, che vengono diffusi sui gruppi Telegram e letti nelle piazze. Documenti in cui si ritrovano quelle teorie complottiste e populiste che dall’inizio dell’emergenza sanitaria stanno caratterizzando i movimenti della destra italiana e non solo. Una retorica fatta di accuse ad una “politica incapace che ora rischia di farci morire di fame” e che ha “deciso che l’Italia deve fallire, che l’Italia deve uscire in ginocchio da questa crisi”. Una politica a cui bisogna ribellarsi facendo ritornare “la parola al popolo”. Ed è proprio il popolo, secondo il documento, che deve ribellarsi “ad una dittatura sanitaria che sembra uscita da un film di fantascienza, ad aspettare la diretta Facebook di un premier che ci riempie di cazzate e ci tratta come bambini” e deve farlo per “salvare la Nazione”. Popolo, lavoro e Nazione, con l’iniziale rigorosamente maiuscola. Sono queste le parole chiave di un movimento che anche nel linguaggio non riesce a staccarsi dalla retorica nazionalista ed oltranzista tipica della destra italiana che da mesi rilancia questi proclami.

E come se non bastasse, su Telegram arriva l’ennesima chiamata ad una nuova marcia su Roma. “L’obiettivo è tutti a Roma.” scrive il solito Mask 451 “e ci arriveremo passo dopo passo. Crescendo di sabato in sabato.” Insomma, non serve poi molto per distinguere la maschera dal vero volto di un movimento che pur professandosi lontano da ogni ideologia politica ne è intriso fino in fondo. Una vera e propria rete nera celata in modo maldestro dietro un tricolore che non riesce a coprirla del tutto. Una rete nera che sfida il lockdown per fare proseliti, sfruttando difficoltà economica, incertezza e paura per espandere la propria presenza e mostrare il proprio potere. Un potere nero.  

Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.

Cartelli e coronavirus: il Messico è sempre più un narco-stato

“Messico e nuvole la faccia triste dell’America
il vento insiste con l’armonica,
che voglia di piangere ho”
– Enzo Jannacci-


Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.

Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.

Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos.  La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.

Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.

Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.

Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.

Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.

L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.

Coronabond e MES: Cosa sono e perchè dividono l’Europa

“Amo furiosamente l’Europa
ma ammetto che non funziona,
che dobbiamo rifondarla.”
-Emmanuel Macron-


Il coronavirus non è più solo un’emergenza sanitaria ma, in questi giorni più che mai, si sta trasformando in un’emergenza politica. Lo è per i governi statali chiamati a rispondere ad una situazione completamente nuova che spesso li ha trovati impreparati. Lo è, ancor di più, per l’Unione Europea che rischia di morire colpita da un braccio di ferro politico senza precedenti. Intrappolata nei suoi stessi meccanismi, non è stata fino ad ora in grado di dare risposte concrete per sostenere le famiglie e le imprese colpite da una crisi senza precedenti e che negli stati più colpiti arrancano e chiedono a gran voce un aiuto che non arriva. Si parla da giorni di MES e coronabond, con scontri e barricate tra chi sostiene uno e chi sostiene l’altro. Tra chi in patria chiede a gran voce una misura ma poi la boccia in Europa. Tra chi non vuole nessuno dei due e chi, invece, chiede aiuti senza condizioni.

MES – Il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES per gli amanti degli acronimi o “Fondo salva stati” per chi vuole semplificare, è un’organizzazione intergovernativa europea attiva dal luglio 2012. Regolato dal diritto internazionale e con sede in Lussemburgo, il fondo nasce con lo scopo di fornire assistenza finanziaria agli stati dell’area euro che versino in condizioni di difficoltà tali da mettere a rischio la stabilità dell’intera Unione. A disposizione del fondo ci sono circa 700 miliardi di euro di cui solo una parte (80 miliardi) viene finanziata direttamente dagli stati membri in modo proporzionale alla loro importanza economica mentre il restante capitale viene raccolto sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia, terza economia europea dopo Germania e Francia, ha contribuito per il 17,9% versando all’organizzazione 14,3 miliardi di euro. Sette meno dei tedeschi e due meno dei francesi.

Il problema di fondo, per cui molti lo ritengono uno strumento inadeguato ad una situazione così critica, è che il meccanismo di stabilità concede prestiti dietro condizioni severe. Per poter accedere al fondo il paese che lo richiede deve sottoscrivere una lettera d’intenti concordata con la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale in cui si impegna ad attuare interventi specifici nell’abito di un consolidamento fiscale, delle riforme strutturali, o del settore finanziario. Proprio da qui nasce lo scontro che ha spaccato il governo italiano e sta dividendo i paesi europei. I paesi che decidessero di attivare il meccanismo sarebbero infatti sottoposti a vincoli e regole più ferree rispetto agli altri stati rischiando di trovarsi ad affrontare una stagione di riforme più rigide e difficoltà finanziarie maggiori. Condizioni che stridono con il principio di solidarietà su cui si basa la comunità europea e che non sembrano in grado di rispondere in maniera efficace ad una crisi che colpisce tutti.

Coronabond – Meno condizioni sono invece richieste dai cosiddetti “eurobond”, ribattezzati “coronabond” per l’occasione. Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad un’obbligazione ideata nel 2011 dalla Commissione Europea presieduta dal portoghese José Manuel Barroso dietro cui si cela un ragionamento semplice: essendo l’eurozona un’entità con un’unica banca centrale e un’unica moneta, perché non creare anche un unico debito pubblico? Un titolo di stato europeo garantisce infatti una maggior stabilità e tassi di interesse minori di quelli a cui sarebbero sottoposti i titoli dei paesi più deboli.

Avendo spese superiori rispetto alle entrate, gli stati chiedono costantemente prestiti emettendo in cambio obbligazioni (bond, in inglese) che garantiscono una rendita annuale a chi li detiene. Lo stato che ha richiesto il prestito paga in questo modo gli interessi impegnandosi a ripianare il debito allo scadere delle obbligazioni. L’Italia, ad esempio, emette solitamente i cosiddetti BTP, obbligazioni decennali che al momento rende agli acquirenti un interesse di circa l’1,7%. In sostanza chi presta soldi al nostro paese riceve un 1,7% annuo per dieci anni dopodiché riottiene la somma prestata. Il rendimento dei titoli di stato è in continua evoluzione e dipende dalla solidità del paese: più un paese è stabile, più l’investimento viene considerato sicuro e più sarà basso il tasso di interesse. Al contrario per paesi in difficoltà l’interesse sarà maggiore essendo più alto il rischio che non riescano a ripagare il debito. Metro di paragone è la Germania, ritenuta l’economia più solida a livello europeo, sui cui titoli di stato viene calcolato il divario (lo “spread”) degli altri stati. Un divario che oscilla tra i 226 punti della Grecia, i cui titoli hanno un tasso di rendimento del 2,1%, e i 29 punti dell’Olanda, i cui titoli sostanzialmente non danno alcun rendimento.

Proprio le oscillazioni a cui sono sottoposte le obbligazioni rendono gli eurobond, o coronabond che dir si voglia, maggiormente utili per quei paesi meno stabili. La grande stabilità finanziaria dell’Unione Europea nel suo complesso garantisce la possibilità di emettere titoli con un tasso di interesse comune per tutti i paesi e che dunque non sia soggetto ad oscillazioni stato per stato. La condivisione di un debito comune a tutti gli stati genera però preoccupazione in quei paesi caratterizzati da un maggior rigore preoccupati per la possibilità di fallimento di stati meno inflessibili che ne potrebbero approfittare per tenere comportamenti economicamente irresponsabili lasciando di fatto il pagamento del debito in capo ai contribuenti di stati più virtuosi.

Europa – Come il premier Giuseppe Conte, anche noi siamo costretti a fare nomi e cognomi. In Europa le barricate dello scontro eurobond-Mes hanno infatti contorni e colori ben definiti: da una parte gli stati dell’area mediterranea, Italia e Spagna su tutti, dall’altra quelli del nord Europa, capeggiati dalle virtuosissime Olanda e Germania. Mentre i primi chiedono un salto culturale all’Unione Europea con l’approvazione di una misura senza precedenti, i secondi frenano spingendo invece per l’utilizzo del MES seppur con qualche correzione che lo renda meno rigido.

A chiedere l’indebitamento comune tramite coronabond è stato il cosiddetto “gruppo dei nove”, ovvero un ampio schieramento di governi nazionali che nelle scorse settimane hanno firmato una lettera indirizzata alla commissione. Italia, Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia hanno chiesto così formalmente che la Commissione Europea apra finalmente a questo debito comune per permettere lo sfruttamento di maggiori risorse e affrontare la crisi in corso. Si tratta di stati che, oltre ad essere i più colpiti dall’emergenza coronavirus, presentano i conti pubblici più fragili e quindi maggiormente in difficoltà nel finanziare misure straordinarie per il sostegno di imprese e famiglie. Ma se la Commissione Europea ha, dopo vari tentennamenti, accettato le richieste aprendo alla possibilità di indebitarsi, a fermare il tutto sono arrivati i falchi del nord: Olanda, Finlandia, Austria e, naturalmente, la Germania. I paesi più virtuosi del continente non intendono fare ulteriori concessioni dopo le misure già approvate per lo sforamento del tetto del 3% al deficit pubblico, quello del 60% al debito pubblico e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo agli aiuti di Stato. Misure che permetteranno agli stati di indebitarsi senza incorrere in conseguenze mettendo a rischio la stabilità dell’intera unione. Uno strappo dell’Unione che Berlino e si suoi satelliti non hanno mai pienamente digerito e che considerano già una misura straordinaria.

E mentre lo scontro tra nord e sud Europa imperversa, il tempo passa. Bisogna urgentemente intervenire, come ha sottolineato Mario Draghi nel suo editoriale sul ‘Financial Times’, “con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura”. Bisogna farlo prima che sia troppo tardi, prima che il costo dell’esitazione sia fatale non solo per l’Unione ma anche e soprattutto per i suoi stati membri. È ora di dimostrare, in quanto europei, che quella solidarietà su cui è stata fondata l’Unione non è solo una parola vuota ma un reale valore comune e condiviso. È necessario, oggi più che mai, mostrarci uniti per combattere un nemico che, innegabilmente, sta colpendo tutti.

La privatizzazione della sanità lombarda

“Tierra de sabbia fina
di tesori in cantina
di animali strani
Formigoni e pescecani”

Alessandro Sipolo


La sanità pubblica lombarda è al limite. Assediata da oltre un mese da un nemico invisibile che riempie gli ospedali costringendo medici ed infermieri a turni massacranti per salvare vite e scongiurare il peggio. Ogni giorno alle 17.30 migliaia di lombardi assistono al bollettino di guerra diffuso quotidianamente dall’assessore al welfare Giulio Gallera sperando che non annunci il collasso del sistema sanitario lombardo. Un sistema da sempre considerato eccellenza nazionale e modello per l’Europa. Un sistema che punta sulla sinergia tra pubblico e privato grazie ad un modello pensato dall’ex governatore Formigoni e implementato dai suoi successori. Una sinergia che, come emerge con disarmante evidenza in questi giorni drammatici, è sempre più sbilanciata verso il privato mentre il pubblico perde posti letto e finanziamenti.

Il modello – La storia recente della sanità lombarda, che assorbe circa il 75% del bilancio regionale, è indubbiamente legata a doppio filo con la figura di Roberto Formigoni. L’ex governatore, quattro volte presidente della Regione dal 1995 al 2013, è stato il regista della legge 31/1997 che riformò il settore sanitario lombardo basandolo di fatto sul principio di sussidiarietà solidale tra pubblico e privato. Se nelle intenzioni del governatore, sicuramente in buona fede, vi era l’idea di una cooperazione tra sanità pubblica e sanità privata per meglio rispondere alle esigenze dei cittadini, la riforma ha invece prodotto un effetto contrario. La sanità privata ha, di fatto, iniziato una sorta di corsa ai fondi pubblici riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le RSA lasciando al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali ad esempio i servizi di pronto soccorso e la psichiatria. Una corsa ai fondi che ha visto la sanità privata sempre in vantaggio sulla pubblica con la conseguente, ed inevitabile, perdita di risorse importanti per le strutture pubbliche costrette a far fronte a continui tagli.

Quella che doveva essere una compartecipazione solidale al servizio del cittadino è dunque diventata una corsa al finanziamento a cui, a dire la verità, la sanità pubblica non ha mai partecipato per davvero. Tagliata fuori, non solo dalle risorse maggiori di cui disponevano in partenza le strutture private, ma anche dal sistema corruttivo che ha per diverso tempo favorito proprio quelle strutture che ne avrebbero avuto meno bisogno. Non è certo un caso che, proprio per il cosiddetto “Caso Mauggeri” e per tangenti milionarie alla sanità privata, Formigoni sia stato condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Così il modello solidale è diventato lo strumento per arricchire le strutture private e costringere il cittadino a rivolgersi a loro, ovviamente a pagamento, per evitare i tempi di attesa sempre più lunghi che i continui tagli hanno imposto al pubblico.

Nato con Formigoni, il modello è stato foraggiato e implementato dal suo successore Roberto Maroni durante il suo mandato. La privatizzazione della sanità ha così raggiunto livelli talmente inaccettabili da costringere l’attuale governatore, ancora una volta di centrodestra, a intraprendere una graduale riforma che smantelli il modello dei predecessori. Troppo grande il malcontento dei cittadini. Troppo rischioso, ai fini elettorali, tirare ancora la corda per farlo continuare. Con la riforma annunciata un anno fa, Regione Lombardia vuole iniziare un percorso di valorizzazione del pubblico e di finanziamenti mirati al privato con la previsione di un tavolo di confronto tra attori pubblici, privati ed istituzionali per decidere insieme priorità e investimenti. Una riforma che mira a sospendere i finanziamenti al privato su base “storica” e punta invece a finanziare il settore in modo più preciso in base a determinate esigenze.

Squilibrio – Se la riforma di Fontana mira a ridare ossigeno alla sanità pubblica, è innegabile che nei 25 anni di governi di centrodestra si sia creato uno sbilanciamento tra settore privato e settore pubblico. Nel 1994 il sistema sanitario lombardo poteva contare su 27 ospedali, 5 strutture “classificate”, 5 Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), 3 università (Milano, Pavia, Brescia) mentre il privato aveva 52 strutture, 6 Irccs, zero università. Oggi il privato conta 102 strutture, 21 Irccs e 4 università (San Raffaele, Humanitas più due progetti), mentre il pubblico si è grandemente ridimensionato. Da una ricerca condotta dalla professoressa Maria Elisa Sartor, docente di Programmazione, organizzazione, controllo nelle aziende sanitarie all’Università degli Studi di Milano, emerge chiaramente come il settore privato abbia lentamente rosicchiato terreno al pubblico fino a compiere un sostanziale sorpasso. Se a livello regionale si evidenzia una perfetta coincidenza tra le strutture private a contratto con il SSL (99) e quelle pubbliche (99) questo dato non da indicazioni esaustive sul numero dei posti letto per ricoveri ordinari e Day Hospital. I numeri dei posti letto nel settore pubblico, infatti, continuano ad essere in numero maggiore rispetto a quelli delle strutture private anche grazie alle dimensioni estremamente maggiori degli ospedali pubblici. Ma se i numeri in termini assoluti non sembrano così drammatici, il trend sembra evidenziare una lenta ma inesorabile crescita del privato. “Dalla metà degli anni ’90 al 2018” evidenzia la dott.ssa Sartor “i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati e nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti letto privati sono considerevolmente aumentati”.

Se la tendenza indica un progressivo avvicinamento del privato al pubblico per quanto riguarda i posti letto, l’avvicinamento è stato molto più veloce per quanto riguarda la destinazione dei fondi. Dal versante economico, infatti, il sorpasso del privato sul pubblico è in procinto di avverarsi. Dallo studio, che esclude dalla valorizzazione le IRCSS e i poli universitari che sbilancerebbero ancor di più i valori, emerge infatti come le strutture private abbiano in generale incassato sempre di più per ricoveri e day hospital fino a raggiungere, ed in alcuni casi sorpassare, le strutture pubbliche. Mentre a Como si registra, unico caso, il sorpasso del privato con incassi superiori ai 145 milioni (105 quelli del pubblico), nel resto della regione ci siamo sempre più vicini: a Milano il privato incassa il 47% della torta, a Bergamo il 44%, a Brescia il 43%, a Pavia il 37%, a Mantova il 36%, a Monza-Brianza il 33%.

Lo studio della professoressa Sartor indica dunque un’ascesa silenziosa ma incessante della sanità privata che, grazie alla politica lombarda, è riuscita ad insinuarsi nel Sistema Sanitario Regionale erodendo le risorse a disposizione del pubblico. Un’ascesa avvolta nella nebbia di una dissimulazione generale che ha reso quasi impossibile accertarne la portata nel corso degli anni. Come evidenzia lo stesso studio infatti “nei flussi informativi, e soprattutto nelle elaborazioni primarie di tali flussi rese pubbliche, non sono state sempre evidenziate le variabili “natura privata” e “natura pubblica” delle strutture”. Le informazioni sulla divisione pubblico-privato sono addirittura sparite completamente dai resoconti a partire da metà anni 2000, nel pieno dell’implementazione del “modello Formigoni”, rendendo di fatto impossibile storicizzare il fenomeno. Si è insomma fatto di tutto per insabbiare una trasformazione lenta ma costante che ha portato ad un sistema sanitario che poggia le proprie fondamenta sulla presenza del privato senza cui il pubblico, svuotato di risorse e fondi, non potrebbe sostenere il peso della sanità lombarda. Insomma, alla fine dei conti, il motto della classe dirigente lombarda sembra essere sempre lo stesso:

“Siamo tutti Daccò-rdo
Che se paghi me lo scordo”

L’America Latina sta affrontando il coronavirus?

L’Italia sembra Copacabana,
in ogni palazzo c’è un anziano o una coppia di vecchietti.
Per questo sono molto fragili e muore tanta gente.
Hanno altre malattie, ma dicono che muoiano per Coronavirus.
– Jair Bolsonaro –


Per settimane l’America Latina ha vissuto come in una bolla. Pochi contagi e nessuna emergenza nazionale avevano illuso il continente di essere in qualche modo immune alla diffusione del virus. Nelle ultime settimane, però, quell’illusione si è sgretolata. Con oltre 10.000 casi accertati, l’America Latina si sta scoprendo vulnerabile come il resto del mondo anzi probabilmente ancora di più. In una regione con tassi di povertà in crescita, una densità di popolazione in costante aumento e il ritardo dell’assistenza sanitaria, il coronavirus rappresenta un rischio enorme per i latinoamericani. Ma se molti paesi hanno già imposto limitazioni per tentare di arginare la pandemia, altri stanno sottovalutando l’emergenza e rischiano conseguenze pesantissime.

Chi chiude – A guidare il fronte di chi ha deciso di assumere misure stringenti vi è l’Argentina. Nel paese si è registrato il primo caso il 3 marzo scorso e da allora i numeri sono cresciuti, anche se lentamente, fino a toccare gli attuali 745 contagiati e 19 morti. Una crescita che ha convinto il governo ad assumere misure più drastiche già dell’11 di marzo quando è stata annunciata la chiusura di tutte le attività non essenziali e delle frontiere fino, almeno, al 31 marzo. I ministri dell’economia e del lavoro argentini, Martín Guzmán e Claudio Moroni, hanno anche annunciato la creazione di un reddito da quarantena da destinare alle famiglie con reddito basso rimaste maggiormente penalizzate dall’impossibilità di lavorare.

Determinata anche la reazione del Cile che conta ad oggi quasi 2.000 contagi. Dopo il primo caso, registrato anche qui il 3 marzo, il presidente Pinarea ha dichiarato lo “stato di catastrofe” e schierato i militari a protezione delle linee produttive essenziali, le uniche rimaste in funzione. Pur avendo chiuso sostanzialmente tutte le attività, le frontiere e le scuole, il governo cileno non ha imposto una quarantena obbligatoria ai propri cittadini, come invece chiedono a gran voce governatori e sindaci. Proprio per questo, probabilmente, si spiega il maggior tasso di contagio nel paese rispetto alla vicina argentina che, pur essendosi mossa qualche giorno dopo, ha imposto misure più drastiche e severe. Anche Pinarea, intanto, prepara una manovra economica senza precedenti: il governo sarebbe pronto a stanziare oltre 12 miliardi (4,7% del PIL nazionale) per aumentare i fondi del Sistema Sanitario, proteggere il reddito familiare e proteggere posti di lavoro e datori di lavoro. Se dal lato sociale, dunque, la risposta del Cile sembra essere troppo timida lo stesso non si può dire per quel che riguarda il lato economico con un investimento che non ha eguali.

Chi invece ha preso misure drastiche anche a livello sociale è stato il presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Ancor prima di registrare il primo caso, infatti, ai cittadini è stata imposta la quarantena obbligatoria, rafforzata il 13 marzo dalla dichiarazione dello stato di emergenza. Accanto a queste misure, però, il governo è al lavoro per un importante piano economico. Il presidente Bukele ha annunciato che sospenderà i pagamenti di utilità, telefono, internet, mutuo, auto e carta di credito per tre mesi per tutti i salvadoregni. Il suo piano economico include anche un pagamento di $ 300 a circa 1,5 milioni di famiglie che hanno perso il loro reddito a causa del virus. Se inizialmente la decisione di chiudere tutto ben prima dell’arrivo del virus poteva sembrare azzardata, oggi sembra aver dato i suoi frutti. Il primo contagio del paese si è infatti registrato il 18 marzo e oggi il paese sta reggendo meglio di qualsiasi altro all’ondata di contagi registrando solamente 25 tamponi positivi.

La Bolivia ha invece chiuso tutto fino al 15 di aprile seguita a ruota dalla Colombia che ha imposto un lockdown totale di almeno tre settimane. Ma proprio in Colombia si stanno registrando i danni collaterali più gravi. In uno dei paesi più violenti dell’America Latina, infatti, anche la pandemia sta portando ad effetti indesiderati che sfociano in violenze. 3 donne sono state uccise dai propri partner nel primo giorno di quarantena mentre nei penitenziari è scoppiato il caos provocato dalle gang criminali. Oltre 23 persone sarebbero morte nel carcere di Bogotà in quello che secondo le autorità del paese è stato un tentativo di evasione di massa causato dalle preoccupazioni dei detenuti per il coronavirus.

Chi no – Se in Colombia le gang criminali seminano violenza, in Brasile si stanno sostituendo al presidente per imporre misure di prevenzione nelle favelas. È di qualche giorno fa la notizia di gruppi criminali che hanno imposto il coprifuoco e misure stringenti negli slum di Rio per prevenire i contagi che, se dovessero diffondersi in ambienti così popolosi e con condizioni igienico sanitarie al limite, potrebbero generare una catastrofe. Così le gang criminali si sono sostituite al potere statale ed hanno imposto le proprie regole. Una scelta obbligata dalla totale incapacità di Bolsonaro di gestire l’emergenza.  Dopo aver definito il coronavirus “una fantasia creata dai media”, il presidente brasiliano ha adottato un approccio pericolosamente soft per contrastare la pandemia. Nonostante i quasi 4.000 casi che rendono il Brasile il paese più colpito dell’America Latina,Bolsonaro continua ad invitare i brasiliani a condurre una vita normale attaccando quei governatori e sindaci che decidono di imporre limitazioni più severe. Secondo il presidente brasiliano, infatti, il virus non sarebbe altro che un complotto ordito da media e oppositori per screditarlo e far cadere il suo governo prendendo misure restrittive che alimenterebbero, a suo dire, solo “un’isteria collettiva”.  “Alcuni moriranno” Ha detto in un’intervista. “È la vita. Ma non puoi chiudere una fabbrica di automobili solo perché la gente muore negli incidenti stradali”. Dichiarazioni sconcertanti che in questi giorni si stanno susseguendo generando sconcerto e sconforto nella comunità internazionale e nella popolazione brasiliana. Perché mentre il presidente chiede al paese di continuare la propria vita, i brasiliani non ci stanno e si chiudono in casa manifestano tutto il loro scontento nei suoi confronti. In Brasile, insomma, sembra registrarsi la situazione inversa rispetto a quella italiana: il governo chiede di uscire e il popolo rimane a casa.

A far compagnia al Brasile vi è il Messico. Lo stato centroamericano conta circa 900 contagi ma non sta intraprendendo politiche più severe per arginarlo. Il presidente Andres Manuel Lopez Obrador impiega Esercito e Marina, ma solo per fornire aiuti alle popolazioni più in difficoltà e ora, con una scelta politica di forte impatto mediatico chiede la riduzione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Una provocazione più che una misura efficace, un modo per riprendersi la scena dopo tutte le limitazioni imposte da Trump. Un modo per dire “voi siete infetti, noi no. State a casa vostra”. Misure non certo drastiche accompagnate da dichiarazioni che ricordano in modo sinistro quelle di Bolsonaro. “Questa idea che è pericoloso abbracciare le persone è sbagliata. Non solo si può abbracciare, si deve abbracciare.” ha dichiarato in un video diffuso sui social in cui si fa riprendere mentre abbraccia e bacia i suoi sostenitori, tra cui un bambino. E mentre dai medici arriva l’appello a stare a casa perché il sistema sanitario è già al collasso, Obrador in diretta sulla TV nazionale chiedeva alla popolazione di continuare “a vivere normalmente. Perché se agiamo in modo esagerato non aiutiamo nessuno”. Intanto, scuole e grandi aziende hanno deciso di chiudere in autonomia. Anticipando le decisioni del governo hanno chiesto ai propri dipendenti e ai ragazzi di rimanere a casa per proteggere la propria salute e quella degli altri.

Mentre il mondo si chiude, con oltre un terzo della popolazione globale costretta in casa, l’America Latina si conferma la terra delle contraddizioni. C’è chi prende misure drastiche e chi minimizza. C’è chi chiude tutto e chi invita ad uscire. C’è chi sta ottenendo risultati e chi ne sta pagando drammatiche conseguenze.

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