Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.

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