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Sconti su iscrizione e tasse per i fuorisede che tornano al sud: ma servono davvero?

Gli atenei del sud, nel tentativo di contrastare il calo delle immatricolazioni post coronavirus, offrono sconti sulle rette a tutti coloro che decidono di tornare dopo aver iniziato altrove gli studi. Ma possono bastare queste misure per frenare la fuga degli studenti dal sud Italia?

Nella corsa alle immatricolazioni per il prossimo anno sono iniziati anche i saldi di fine stagione. Con la crisi economica post emergenza sanitaria molte Università italiane vedranno un drastico calo delle iscrizioni per il prossimo anno accademico. Un fenomeno che potrebbe pesare maggiormente sugli atenei del sud Italia che già da diverso tempo soffrono di uno spopolamento cronico dovuto alla fuga di migliaia di ragazzi verso le facoltà del nord. Ed è proprio su quei fuorisede che sembrano indirizzati gli incentivi proposti da diversi rettori del mezzogiorno che vorrebbero convincere chi ha iniziato gli studi fuori regione a tornare e incentivare chi ancora deve iniziarli a non lasciare la propria città. Una vera e propria “guerra” tra nord e sud che sta accendendo il dibattito sulle immatricolazioni al prossimo anno.

A lanciare la sfida è stata pochi giorni fa la Regione Sicilia che nella nuova Legge di Stabilità ha previsto un bonus di 1.200 euro per tutti coloro che decidono di tornare sull’isola per proseguire gli studi iniziati fuori regione. Una proposta già di per sé allettante su cui l’Università di Palermo ha addirittura deciso di giocare al rialzo aggiungendo l’iscrizione gratuita, solo per quest’anno, per tutti gli studenti che decidono di tornare. Scelte simili sono state prese in Puglia, dove l’iscrizione sarà gratuita per chi era immatricolato altrove, e in Basilicata, dove gli atenei garantiscono uno sconto del 50% sulle tasse universitarie per chi torna in regione. Insomma, le porte del sud, per chi vuole tornare, sembrano essere spalancate e l’appello a tornare a casa sembra essere molto attraente. Oltre agli sconti su iscrizioni e tasse, infatti, a far gola ai fuorisede travolti dalla crisi economica potrebbe essere il minor costo della vita. Affitti, bollette, spese, spostamenti e chi più ne ha più ne metta in un periodo di grande crisi economica potrebbero diventare un lusso non sostenibile per molti fuorisede che potrebbero così decidere di tornare a casa per non dover spendere un patrimonio, o gravare sulle proprie famiglie, per continuare gli studi.

È bastato l’annuncio di questi incentivi a scatenare le proteste di rettori e amministratori locali del nord che temono una fuga di massa degli studenti da città in cui il costo della vita per i fuorisede è sempre più alto. Critico verso queste misure anche il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi che ha sottolineato la sua netta contrarietà ad ogni iniziativa su base territoriale che crea “diseguaglianze inaccettabili”. Il ministro ha sottolineato in particolare come sarebbe più saggio e utile lavorare tutti insieme “per fare in modo che ci siano opportunità identiche per tutti gli studenti, lasciando solo a loro ovviamente la libertà di scelta”. Incentivi del genere, che siano proposti dalla Lombardia o dalla Sicilia, portano infatti gli studenti a scegliere un Ateneo piuttosto che un altro non in base a quello che ritengono più giusto per loro e per il loro percorso ma in base a quello che ritengono più abbordabile dal punto di vista economico. Una dinamica che rischia di innescare un circolo vizioso pericoloso e in grado di minare il diritto allo studio di molti ragazzi.

Ma quello che sembra mancare in questo piano di rilancio delle Università del sud Italia è una visione d’insieme. Da anni ormai sono in crescita gli studenti fuorisede (+2,7% annuo secondo le stime dell’osservatorio “Talents Venture”) con una grande fetta degli studenti che si allontanano dal sud per vivere e studiare negli atenei del nord. A fronte di una media di iscritti all’Università superiore rispetto alla media nazionale, con il 16% dei giovani iscritti ad un corso di laurea contro il 15% della media nazionale, le regioni del sud devono infatti fare i conti con quella che è una vera e propria fuga verso altre regioni. Quasi il 35% dei giovani meridionali, infatti, sceglie di trasferirsi per i propri studi lontano da casa ed in particolare verso Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio che da sole accolgono oltre il 50% dei fuorisede italiani. Ma l’aspetto che sembrano sottovalutare le recenti misure pensate per riportare a casa gli studenti fuorisede è il motivo che spinge molti ad andarsene. Non si tratta solo di una sfida personale o della voglia di scoprire nuove realtà ma anche e soprattutto una questione di opportunità future. Chi dal sud si muove verso il nord lo fa perché sa che una volta terminata l’università sarà più semplice impostare la propria vita in regioni diverse da quelle da cui è costretto a scappare. I dati mostrano come i laureati negli atenei del sud presentino un tasso di occupazione del 61% contro al 74% dei colleghi del nord e al 70% di quelli del centro. Chi sta al sud, insomma, fa più fatica a trovare lavoro dopo la laurea e, ad un anno dal titolo, guadagna in media tra i 100 e i 200 euro medo degli omologhi del centro-nord.*

Dunque, se da un lato sono sicuramente apprezzabili gli sforzi fatti dalle Università per tenere gli studenti al sud, non si può trascurare il quadro generale che costringe migliaia di giovani ad abbandonare, il più delle volte a malincuore, la propria terra per studiare in una regione diversa. Incentivi e sgravi fiscali da soli non bastano per risolvere un problema che è in realtà più ampio e complesso e che si collega all’annosa questione dello sviluppo delle regioni meridionali. Incentivare gli studenti a studiare al sud senza garantire servizi adeguati durante il percorso di studi, dalla mobilità ai campus, o prospettive lavorative post-laurea sembra essere un controsenso. È necessario una visione più ampia che punti a richiamare gli studenti non per i prezzi più bassi, come se l’istruzione fosse una merce esposta al mercato, ma per la qualità dell’insegnamento e della vita. Un’offerta formativa di qualità maggiore porterebbe inevitabilmente un maggior numero di studenti a preferire quell’ateneo piuttosto che un altro, formerebbe studenti più qualificati e di conseguenza più cercati dal mercato del lavoro innescando un circolo in grado di ripopolare gli atenei del sud senza bisogno di fare ulteriori saldi.

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*Fonte dati:
Bianchi P.; Laddomada P.; Valdes C., Il fenomeno degli studenti fuorisede, Osservatorio Talents Venture, 2019

Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.