Author Archives: Marco Colombo

La Cina spegne il sogno di Hong Kong

May people reign
proud and free

now and evermore
glory to be thee Hong Kong


Per mesi è rimasta alla finestra ad osservare da spettatrice le proteste che hanno messo a ferro e fuoco Hong Kong. Per settimane si sono rincorse voci di un possibile intervento armato per reprimere nel sangue le proteste. Ora, la Cina ha deciso di passare al contrattacco. Con una nuova legge sulla “Sicurezza Nazionale” Pechino punta ad ingabbiare Hong Kong per ricondurlo lentamente sotto la propria influenza eliminando quell’“alto grado di autonomia” su cui si basa l’ex colonia britannica.

Legge – L’annuncio di una legge per Hong Kong è arrivato, improvviso e inaspettato, durante la terza sessione del 13° “National People Congress”, l’assemblea parlamentare cinese che si riunisce annualmente per indicare la rotta politica cinese. Un annuncio, però, che rappresenta una grave intromissione della Cina negli affari interni della ex colonia che, come sancito dalla costituzione, dovrebbero essere gestiti in maniera esclusiva dagli organi politici di Hong Kong. Proprio per questo ai vertici di Pechino è corsa in soccorso la governatrice Carrie Lam, massima carica politica e principale bersaglio delle proteste degli ultimi mesi, che si è detta in queste ultime ore pronta a collaborare “pienamente con il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo per completare al più presto la legislazione pertinente”. In questo modo, formalmente la legge verrà votata nel parlamento di Hong Kong nel rispetto della costituzione. Poco importa se, dietro quella norma, vi sia la mano nemmeno troppo invisibile di Pechino.

“È necessario stabilire e migliorare il sistema giuridico e i suoi meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale Hong Kong. Per prevenire, fermare e punire le minacce alla sovranità.” Se i dettagli della Legge non sono ancora definiti le parole di Wang Chen, vicepresidente del Comitato permanente del National People’s Congress, spiegano alla perfezione quale sia l’intento cinese. Un intervento deciso e netto da parte della Cina per limitare ogni forma di dissenso nell’ex colonia. Con la nuova legge sulla Sicurezza Nazionale, Pechino si aprirebbe di fatto le porte di Hong Kong estendendo all’ex colonia britannica forme più o meno stringenti di repressione. Tra le misure più controverse vi sarebbe infatti l’apertura di un ufficio a tutela della sicurezza nazionale completamente dipendente da Pechino che avrebbe il compito di intervenire ogniqualvolta si verifichino tentativi di secessione, eversione contro lo Stato, terrorismo e interferenze straniere. Se ora per un intervento diretto della Cina sul territorio di Hong Kong è necessaria una specifica autorizzazione da parte del parlamento dell’ex colonia, con la nuova legge Pechino si aprirebbe un varco importante che gli permetterebbe di intervenire a proprio piacimento sul territorio di quella che appare sempre meno come una provincia con “alto grado di autonomia”.

Critiche – La sola proposta di una legge simile, che nelle intenzioni di Carrie Lam potrebbe essere promulgata entro settembre, ha scatenato critiche e timori. Il volto duro e risoluto del Partito Comunista Cinese si mostra ora in tutta la forza, senza alcun timore ne tentativo di mascherarsi, con un provvedimento che potrebbe porre fine non solo ai sogni di una maggior democrazia ma anche al modello “un paese, due sistemi”. Con l’apertura di un ufficio alle dipendenze di Pechino, il governo cinese potrà di fatto colpire liberamente gli oppositori anche ad Hong Kong interpretando in modo ampio e contorto il concetto vago di Sicurezza Nazionale. Storpiandolo per ricondurlo alle proprie necessità quel concetto sarà utilizzato per colpire i diritti e le libertà dei cittadini reprimendo ogni forma di protesta e dissenso per evitare che si possano ripetere manifestazioni anti-Cina come quelle che più volte si sono viste negli ultimi 10 anni.  

Questa imposizione unilaterale di una legge che rischia di mettere a repentaglio le libertà di Hong Kong è un assalto frontale e pericoloso all’autonomia, allo stato di diritto e alla libertà dell’ex colonia. Un provvedimento che potrà avere ricadute pesantissime anche sull’economia della città. L’immagine di Hong Kong come città aperta, libera e internazionale potrebbe infatti subire un duro colpo e la sua sottomissione al regime cinese potrebbe allontanare investitori esteri e visitatori. Timori confermati anche dall’andamento delle borse con il mercato di Hong Kong che venerdì, dopo l’annuncio della legge sulla sicurezza nazionale, ha ottenuto il suo peggior risultato da oltre cinque anni perdendo il 5,6%. Nel frattempo, però, fatica a sollevarsi dal resto del mondo un coro di condanna unanime al governo cinese. Se un gruppo di 200 parlamentari di 23 paesi diversi ha pubblicato un appello in cui condanna duramente la mossa di Pechino, le reazioni dei leader mondiali sono state timide e marginali. Il ruolo giocato dalla Cina come potenza economica e politica negli equilibri mondiali rappresenta sicuramente uno scoglio importante che spinge molti ad evitare interventi affrettati o duri per non compromettere i rapporti con Pechino. La prima reazione è stata quella di Donald Trump che, senza specificarne le modalità, ha spiegato di voler affrontare “la questione in maniera decisa” dicendosi pronto a porre fine allo status economico speciale che permette commerci più semplici tra gli Usa e la ex colonia, non sottoposta ai dazi imposti alla Cina. Ma mentre Hong Kong rischia di diventare un semplice pedone sulla scacchiera di una nuova guerra fredda tra Pechino e Washington, a pagarne le conseguenze saranno gli abitanti di Hong Kong. La Cina sembra pronta a muovere la sua regina per mettere sotto scacco il re degli Stati Uniti. Ma per farlo deve mangiare quel pedone che non può fare passi indietro.

Proteste – E di passi indietro, ad Hong Kong non se ne fanno da quasi un anno. Da quando sono iniziate le proteste nel maggio scorso la rabbia è divampata in città e milioni di persone hanno manifestato la loro contrarietà prima al disegno di legge sull’estradizione poi all’intero sistema. La nuova proposta di legge potrebbe dare nuova linfa ad un movimento rimasto silenzioso per mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Qualche centinaio di manifestanti si è radunato nelle ultime ore nelle strade di Hong Kong costringendo la polizia ad intervenire con cariche e gas lacrimogeni. È una prima risposta della città al tentativo cinese di incatenarla ma nessuno sembra intenzionato a fermarsi e tutto sembra indicare la ripresa di proteste massicce e di ulteriori scontri in città. Lo sanno gli organizzatori con il Civil Human Rights Front, che ha organizzato marce con oltre un milione di persone lo scorso anno, che si dice pronto a riprendere la battaglia dalle prossime settimane. Ma lo sa anche la Cina che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe pronta a tollerare una nuova breve stagione di proteste se ad esse seguirà la promulgazione della legge che sottometterà Hong Kong. Se, insomma, lo scorso anno le proteste avevano portato al ritiro della legge sull’estradizione, questa volta la Cina sembra più determinata che mai ad andare avanti anche a costo di una nuova escalation di violenza come quella che si è registrata in autunno. E in quello che il legislatore democratico Tanya Chan ha definito come “il giorno più triste nella storia di Hong Kong”, il leader delle proteste Joshua Wong ha esortato gli “HongKongers” a non piegarsi alla rappresaglia cinese. Chiedendo l’aiuto del mondo in questa battaglia ha ricordato in un tweet che “ogni HongKongers ne è ben consapevole: non lottiamo perché pensiamo di essere più forti, lottiamo perché non c’è altra soluzione”.

Un’altra soluzione, forse, l’avrebbe la Cina. Nella piccola Hong Kong il Partito Comunista Cinese ha un’opportunità unica per mostrare al mondo che è abbastanza forte e maturo da ospitare un’isola di libertà all’interno dei suoi confini sovrani. Un’isola influenzata certo da Pechino ma non succube ad un regime totalitario. Ma di fronte alle richieste democratiche di quell’isola felice, il regime cinese si è scoperto fragile. Spaventato da una sfida così grande mostra ora tutte le sue debolezze tornando al solo strumento che conosce per mantenere il controllo della situazione: la repressione. Ma chi ad Hong Kong ha assaggiato la libertà di un paese quasi democratico non può tollerare il controllo e la repressione di un regime totalitario. Chi chiede democrazia non può tollerare la dittatura. Sono i giovani che si ribellano per un futuro fatto di diritti. Non per un capriccio ma perché “non c’è altra soluzione”.

La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Mascherine tricolori e bandiere nere

“Ogni falsità è una maschera,
e per quanto la maschera sia ben fatta,
si arriva sempre, con un po’ di attenzione,
a distinguerla dal volto”
-Alexandre Dumas-


Da due settimane scendono in piazza e promettono di farlo ogni sabato, in tutta Italia, per protestare contro la “dittatura sanitaria” imposta dal governo. Mascherina tricolore calata sul viso, petto in fuori e schieramenti a falange nel rispetto delle misure sul distanziamento sociale. Si presenta così il movimento delle “Mascherine Tricolori” che da alcune settimane ha iniziato sui social e su vari gruppi Telegram a chiamare a raccolta i cittadini per una ribellione contro le misure di prevenzione disposte, secondo loro in modo illegittimo, dal governo.

Chi sono – “Ricordo a tutti che non interessano o prevalgono colori politici. Chi è qui e vuole scendere in piazza condivide l’amore per l’Italia ed ha il tricolore come bandiera”. Recita così un messaggio inviato sul gruppo nazionale Telegram, che conta 6127 iscritti, da uno degli organizzatori delle manifestazioni che si cela dietro il nickname di “Mask451”. Ma quella realtà sbandierata come apolitica ed apartitica appare sempre più come una rete nera dell’estrema destra italiana. Basta infatti scorrere i messaggi sui vari gruppi Telegram per smentire la tesi secondo cui “non prevalgono colori politici”. Tra chi entra nel gruppo mandando “un saluto (romano) a tutti”, chi preferisce esordire con un “Presente!” accompagnato dalle emoticon del braccio teso e chi ancora sfoggia come immagine del profilo simboli, loghi e immagini legate ai movimenti neofascisti italiani. Se “non interessano” le idee politiche appare evidente come dietro il movimento delle mascherine si celi una regia di estrema destra. Perché se chi decide di entrare nelle decine di gruppi Telegram (oltre a quello nazionale ve ne sono per ogni città) sembra avere un’ideologia ben precisa, lo stesso si può dire per chi quei gruppi li gestisce e chi li sprona nelle piazze.

A Roma, ad esempio, dai video diffusi dalle pagine social del movimento si vede chiaramente come a prendersi la scena, coordinando il flash mob nazionalista, sia Mauro Antonini. Responsabile della falange laziale di CasaPound, Antonini è salito agli onori delle cronache nell’aprile scorso quando animò le proteste di Torre Maura per il trasferimento di un centinaio di migranti in una struttura della zona. “Quando mi dicono che sarò indagato per odio razziale, a parte che per me è una medaglia, ma mi viene da ridere” disse in quell’occasione alle telecamere diventando simbolo di quell’estrema destra che si batte contro l’immigrazione. Ma come Antonini sono decine e decine i dirigenti e gli esponenti di spicco del partito tartarugato che si nascondono dietro un meno evidente tricolore. Se difficile è scorgere la vera identità di quel “Mask 451” che monopolizza la comunicazione sui canali Telegram mostrandosi come vero e proprio leader, meno difficile è scovare un altro pezzo da novanta della destra italiana. Dall’analisi dei metadata dei PDF diffusi sui canali Telegram, in cui viene riportato il mascherin pensiero, spunta il nome di Simone di Stefano come autore dei documenti. Non un nome da poco conto e nemmeno uno di quelli a cui “non interessano i colori politici”. Di Stefano è vicepresidente nazionale di CasaPound secondo solamente, ma nemmeno così tanto, al leader Iannone. Lo stesso Di Stefano che si vanta di avere in mano “cinque giornalisti di punta in Rai, più una quarantina in varie redazioni locali” e che vorrebbe lanciare l’assalto sovranista al servizio pubblico. Lo stesso di Stefano che nel 2008 proprio negli uffici della Rai fece irruzione con un manipolo di estremisti e minaccio giornalisti e operatori della trasmissione “Chi l’ha visto?” dopo un servizio sulle violenze dell’estrema destra a Piazza Navona. Lo stesso Di Stefano condannato a un anno e sei mesi nel novembre scorso e su cui gravano 16 procedimenti pendenti.

Insomma, dietro quelle mascherine sembra sempre più celarsi il volto dell’estrema destra italiana. Ma perché l’estrema destra si nasconde dietro un vessillo non suo?

Cosa fanno – Quello delle mascherine tricolori sembra essere un vero e proprio tentativo di fare proseliti tra chi quei partiti dell’estrema destra non li ha sostenuti fino ad ora. Presentarsi nelle piazze con bandiere e simboli di CasaPound o del Blocco Studentesco, per dirne due, limiterebbe ai soli militanti e simpatizzanti la partecipazione. Nascondersi dietro mascherine tricolori, con continui rimandi al “popolo” e al “lavoro da salvare”, li aiuta a far cadere nella loro rete quegli italiani stanchi e in situazione di crisi a causa del lockdown. E se oggi quegli italiani sono in piazza con le mascherine domani potrebbero andare ad ingrossare le fila dell’estrema destra che, una volta gettata la mascherina, è pronta a mostrare la sua vera identità.

Una vera e propria operazione di marketing, insomma, che ha portato ad un cambiamento radicale nelle modalità con cui manifestare. Se prima le azioni dell’estrema destra erano condotte in aree periferiche ed una massiccia comunicazione social, ora sembra essere l’esatto opposto. Le mascherine si radunano nelle piazze più centrali o simboliche delle città, da piazza Giulio Cesare a Milano a piazza Cavour a Napoli, e sfidano il lockdown schierati immobili, quasi militarmente, mentre un leader autodefinito legge un comunicato diverso ogni sabato. Nessun rimando ai partiti della destra, anche se chi legge è ad essi legato, nessuna comunicazione sui canali social dei vari gruppi se non su quello delle mascherine che contano circa 8.000 seguaci su Facebook. Alla comunicazione social si preferisce, questa volta, quella stampa tradizionale che da lungo tempo viene osteggiata da quelle stesse formazioni oltranziste ma che può far maggiormente presa sulle classi sociali a cui ambiscono. Così la pagina social delle mascherine brulica di link ad articoli che ne parlano, di foto, di rimandi a testate che pubblicano notizie sulle loro manifestazioni.

Linguaggio – Ma se cambiano le modalità, non cambia il linguaggio usato. A partire da quei documenti, redatti come detto da Di Stefano, che vengono diffusi sui gruppi Telegram e letti nelle piazze. Documenti in cui si ritrovano quelle teorie complottiste e populiste che dall’inizio dell’emergenza sanitaria stanno caratterizzando i movimenti della destra italiana e non solo. Una retorica fatta di accuse ad una “politica incapace che ora rischia di farci morire di fame” e che ha “deciso che l’Italia deve fallire, che l’Italia deve uscire in ginocchio da questa crisi”. Una politica a cui bisogna ribellarsi facendo ritornare “la parola al popolo”. Ed è proprio il popolo, secondo il documento, che deve ribellarsi “ad una dittatura sanitaria che sembra uscita da un film di fantascienza, ad aspettare la diretta Facebook di un premier che ci riempie di cazzate e ci tratta come bambini” e deve farlo per “salvare la Nazione”. Popolo, lavoro e Nazione, con l’iniziale rigorosamente maiuscola. Sono queste le parole chiave di un movimento che anche nel linguaggio non riesce a staccarsi dalla retorica nazionalista ed oltranzista tipica della destra italiana che da mesi rilancia questi proclami.

E come se non bastasse, su Telegram arriva l’ennesima chiamata ad una nuova marcia su Roma. “L’obiettivo è tutti a Roma.” scrive il solito Mask 451 “e ci arriveremo passo dopo passo. Crescendo di sabato in sabato.” Insomma, non serve poi molto per distinguere la maschera dal vero volto di un movimento che pur professandosi lontano da ogni ideologia politica ne è intriso fino in fondo. Una vera e propria rete nera celata in modo maldestro dietro un tricolore che non riesce a coprirla del tutto. Una rete nera che sfida il lockdown per fare proseliti, sfruttando difficoltà economica, incertezza e paura per espandere la propria presenza e mostrare il proprio potere. Un potere nero.  

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

La libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

– art. 21, Costituzione italiana-


La diamo per scontata. Pensiamo che sia un problema che non ci riguardi. Pensiamo che l’Italia sia un’isola felice in cui questi problemi non esistono. Ma anche da noi, la libertà di stampa è in pericolo. A dirlo sono i dati del “Word Press Freedom index 2020”, la ricerca condotta ogni anno dall’ONG “Reporters Sans Frontiers” sul livello di libertà di stampa in 180 paesi del mondo. Nella classifica di quest’anno il nostro paese è al 41° posto, dietro Ghana, Sud Africa, Burkina Faso, Botswana e Namibia. Una sola posizione più in alto della Corea del Sud.

Italia – A pesare sulla situazione nel nostro paese è la presenza di tanti, troppi giornalisti costretti a vivere sotto scorta per colpa delle minacce subite. Sono almeno 20 i giornalisti nel programma di protezione secondo quanto riportato da RSF che evidenzia come nel nostro paese quello del giornalista sia ancora troppo un lavoro pericoloso. Da Saviano a Borrometi, da Federica Angeli a Donato Ungaro fino alle ultime inquietanti e dolorose minacce all’ormai ex direttore de “la Repubblica”, Carlo Verdelli. È impossibile negare che in Italia la libertà di stampa sia minacciata costantemente da estremismi politici e criminalità organizzata. Essere “Giornalisti Giornalisti” nell’accezione data da Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, espone a rischi altissimi in un paese in cui spesso diamo per scontate le libertà che abbiamo senza accorgerci di quanto invece siano in pericolo ogni giorno. In un’Italia distratta da mille dibattiti, guardiamo al dito invece che alla luna. Guardiamo alle parole di Vittorio Feltri come estremo esempio di libertà di stampa piuttosto che a quei 25 giornalisti sotto scorta come un pericolosissimo campanello d’allarme di una libertà sempre più minacciata.

E se il rapporto si riferisce al 2019, anche quest’anno non sembra registrarsi un’inversione di tendenza anzi, il trend è stato confermato in meno di una settimana. Il 7 gennaio due giornaliste di LaPresse e Alanews sono stati aggrediti ed intimiditi da militanti di estrema destra mentre tentavano di documentare la commemorazione per la strage di Acca Larentia, a Roma. Il giornalista bresciano Federico Gervasoni continua a ricevere minacce dopo le sue inchieste sull’estrema destra da cui è nato il libro “il cuore nero della città”. Andrea Pellegrino è stato minacciato sui social dopo un articolo pubblicato qualche giorno fa sulla manifestazione indetta dall’estrema destra per il 25 aprile. E poi il caso già citato del direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani minacciato di morte per settimane da diversi account social. Sono i cosiddetti “squadristi da tastiera” che nascosti dietro l’anonimato di finti profili social lanciano minacce ed anatemi prima di sparire nel nulla. Lasciando, per fortuna, qualche traccia che possa ricondurre a loro.

Mondo – Chi sembra non avere di questi problemi sono i paesi del nord. Come già accaduto negli ultimi anni Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svezia ricoprono infatti i primi quattro posti della classifica stilata da RSF e sembrano essere dei paradisi del giornalismo, dove esercitare la professione liberi da pressioni e minacce. Purtroppo, però, sono dei casi più unici che rari in un mondo in cui nel 13% dei paesi la stampa si trova in una situazione definita grave, il 26% in situazione di difficoltà e il 34% presenta concreti pericoli. In Corea del Nord (180° su 180), ad esempio, “il regime totalitario continua a mantenere i propri cittadini nell’ignoranza” grazie al “controllo quasi completo sulle comunicazioni e sui file trasmessi sul web”. Non va meglio nemmeno alla Cina (177°) la cui libertà di stampa è da settimane sotto accusa per aver nascosto i dati reali sui contagi da coronavirus e in cui “il presidente Xi Jinping è riuscito a imporre un modello sociale basato sul controllo di notizie e informazioni e sulla sorveglianza online dei suoi cittadini”.

Se le regioni peggiori per le libertà di stampa si confermano ancora una volta il Medio Oriente e l’Europa orientale, dove Russia e Turchia rappresentano modelli esemplari della repressione ai giornalisti, è proprio la regione asiatica ad aver registrato il peggioramento più consistente nell’ultimo anno con un consistente aumento nelle violazioni alle libertà di stampa. Oltre alla presenza dei due già citati regimi autoritari, pesa sulla situazione della regione il drastico peggioramento di diversi stati. L’Australia, ad esempio, ha perso cinque posizioni nella classifica delle libertà di stampa perdendo quell’immagine di paese modello per le libertà di stampa a causa dei recenti episodi di violazioni nella riservatezza delle fonti e di sistematiche violazioni in nome di una non meglio definita “sicurezza pubblica”. Ma a trascinare ancor più in basso l’intera regione è stata senza dubbio Hong Kong. Travolta dalle proteste di cui a lungo vi abbiamo parlato nei mesi scorsi, l’ex colonia britannica ha assistito ad una crescita esponenziale delle violazioni verso i media. Molti operatori e giornalisti hanno denunciato violenze della polizia nei confronti di chi documentava le manifestazioni di piazza in cui un reporter indonesiano ha addirittura perso un occhio dopo essere stato colpito da un proiettile di gomma. Cariche, violenze indiscriminate e arresti non hanno risparmiato nemmeno i media, nonostante fossero chiaramente riconoscibili grazie ad una pettorina gialla, che hanno dovuto operare in un clima di aperta ostilità.

Per molti paesi, insomma, la libertà di stampa si conferma un lusso mentre entriamo in decennio che sarà fondamentale anche per il giornalismo. Sulla libertà di stampa pendono come un’ennesima spada di Damocle cinque crisi convergenti che potrebbero  schiacciarla definitivamente: una crisi geopolitica, dovuta all’aggressività dei regimi autoritari; una crisi tecnologica, a causa della mancanza di garanzie democratiche; una crisi democratica dovuta alla polarizzazione e alle politiche repressive; una crisi di fiducia dovuta al sospetto e persino all’odio nei confronti dei media; una crisi economica che inevitabilmente mette a rischio il giornalismo, la cui qualità richiede anche costi non indifferenti.

Saranno dieci anni difficili, come lo sono stati gli ultimi. Dieci anni in cui avremo bisogno, più che mai, di “Giornalisti Giornalisti” che ci raccontino la verità ad ogni costo. Però, in questi dieci anni e per quelli a venire, è ancor più importante che non rimangano soli. È ancor più importante che tutti smettiamo di guardare al dito e iniziamo a vedere la luna. Una luna fatta di violazioni ed intimidazioni. Come una grande Morte Nera che possa da un momento all’altro toglierci libertà che pensiamo essere intoccabili.   

Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.

Cartelli e coronavirus: il Messico è sempre più un narco-stato

“Messico e nuvole la faccia triste dell’America
il vento insiste con l’armonica,
che voglia di piangere ho”
– Enzo Jannacci-


Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.

Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.

Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos.  La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.

Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.

Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.

Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.

Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.

L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.

Coronabond e MES: Cosa sono e perchè dividono l’Europa

“Amo furiosamente l’Europa
ma ammetto che non funziona,
che dobbiamo rifondarla.”
-Emmanuel Macron-


Il coronavirus non è più solo un’emergenza sanitaria ma, in questi giorni più che mai, si sta trasformando in un’emergenza politica. Lo è per i governi statali chiamati a rispondere ad una situazione completamente nuova che spesso li ha trovati impreparati. Lo è, ancor di più, per l’Unione Europea che rischia di morire colpita da un braccio di ferro politico senza precedenti. Intrappolata nei suoi stessi meccanismi, non è stata fino ad ora in grado di dare risposte concrete per sostenere le famiglie e le imprese colpite da una crisi senza precedenti e che negli stati più colpiti arrancano e chiedono a gran voce un aiuto che non arriva. Si parla da giorni di MES e coronabond, con scontri e barricate tra chi sostiene uno e chi sostiene l’altro. Tra chi in patria chiede a gran voce una misura ma poi la boccia in Europa. Tra chi non vuole nessuno dei due e chi, invece, chiede aiuti senza condizioni.

MES – Il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES per gli amanti degli acronimi o “Fondo salva stati” per chi vuole semplificare, è un’organizzazione intergovernativa europea attiva dal luglio 2012. Regolato dal diritto internazionale e con sede in Lussemburgo, il fondo nasce con lo scopo di fornire assistenza finanziaria agli stati dell’area euro che versino in condizioni di difficoltà tali da mettere a rischio la stabilità dell’intera Unione. A disposizione del fondo ci sono circa 700 miliardi di euro di cui solo una parte (80 miliardi) viene finanziata direttamente dagli stati membri in modo proporzionale alla loro importanza economica mentre il restante capitale viene raccolto sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia, terza economia europea dopo Germania e Francia, ha contribuito per il 17,9% versando all’organizzazione 14,3 miliardi di euro. Sette meno dei tedeschi e due meno dei francesi.

Il problema di fondo, per cui molti lo ritengono uno strumento inadeguato ad una situazione così critica, è che il meccanismo di stabilità concede prestiti dietro condizioni severe. Per poter accedere al fondo il paese che lo richiede deve sottoscrivere una lettera d’intenti concordata con la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale in cui si impegna ad attuare interventi specifici nell’abito di un consolidamento fiscale, delle riforme strutturali, o del settore finanziario. Proprio da qui nasce lo scontro che ha spaccato il governo italiano e sta dividendo i paesi europei. I paesi che decidessero di attivare il meccanismo sarebbero infatti sottoposti a vincoli e regole più ferree rispetto agli altri stati rischiando di trovarsi ad affrontare una stagione di riforme più rigide e difficoltà finanziarie maggiori. Condizioni che stridono con il principio di solidarietà su cui si basa la comunità europea e che non sembrano in grado di rispondere in maniera efficace ad una crisi che colpisce tutti.

Coronabond – Meno condizioni sono invece richieste dai cosiddetti “eurobond”, ribattezzati “coronabond” per l’occasione. Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad un’obbligazione ideata nel 2011 dalla Commissione Europea presieduta dal portoghese José Manuel Barroso dietro cui si cela un ragionamento semplice: essendo l’eurozona un’entità con un’unica banca centrale e un’unica moneta, perché non creare anche un unico debito pubblico? Un titolo di stato europeo garantisce infatti una maggior stabilità e tassi di interesse minori di quelli a cui sarebbero sottoposti i titoli dei paesi più deboli.

Avendo spese superiori rispetto alle entrate, gli stati chiedono costantemente prestiti emettendo in cambio obbligazioni (bond, in inglese) che garantiscono una rendita annuale a chi li detiene. Lo stato che ha richiesto il prestito paga in questo modo gli interessi impegnandosi a ripianare il debito allo scadere delle obbligazioni. L’Italia, ad esempio, emette solitamente i cosiddetti BTP, obbligazioni decennali che al momento rende agli acquirenti un interesse di circa l’1,7%. In sostanza chi presta soldi al nostro paese riceve un 1,7% annuo per dieci anni dopodiché riottiene la somma prestata. Il rendimento dei titoli di stato è in continua evoluzione e dipende dalla solidità del paese: più un paese è stabile, più l’investimento viene considerato sicuro e più sarà basso il tasso di interesse. Al contrario per paesi in difficoltà l’interesse sarà maggiore essendo più alto il rischio che non riescano a ripagare il debito. Metro di paragone è la Germania, ritenuta l’economia più solida a livello europeo, sui cui titoli di stato viene calcolato il divario (lo “spread”) degli altri stati. Un divario che oscilla tra i 226 punti della Grecia, i cui titoli hanno un tasso di rendimento del 2,1%, e i 29 punti dell’Olanda, i cui titoli sostanzialmente non danno alcun rendimento.

Proprio le oscillazioni a cui sono sottoposte le obbligazioni rendono gli eurobond, o coronabond che dir si voglia, maggiormente utili per quei paesi meno stabili. La grande stabilità finanziaria dell’Unione Europea nel suo complesso garantisce la possibilità di emettere titoli con un tasso di interesse comune per tutti i paesi e che dunque non sia soggetto ad oscillazioni stato per stato. La condivisione di un debito comune a tutti gli stati genera però preoccupazione in quei paesi caratterizzati da un maggior rigore preoccupati per la possibilità di fallimento di stati meno inflessibili che ne potrebbero approfittare per tenere comportamenti economicamente irresponsabili lasciando di fatto il pagamento del debito in capo ai contribuenti di stati più virtuosi.

Europa – Come il premier Giuseppe Conte, anche noi siamo costretti a fare nomi e cognomi. In Europa le barricate dello scontro eurobond-Mes hanno infatti contorni e colori ben definiti: da una parte gli stati dell’area mediterranea, Italia e Spagna su tutti, dall’altra quelli del nord Europa, capeggiati dalle virtuosissime Olanda e Germania. Mentre i primi chiedono un salto culturale all’Unione Europea con l’approvazione di una misura senza precedenti, i secondi frenano spingendo invece per l’utilizzo del MES seppur con qualche correzione che lo renda meno rigido.

A chiedere l’indebitamento comune tramite coronabond è stato il cosiddetto “gruppo dei nove”, ovvero un ampio schieramento di governi nazionali che nelle scorse settimane hanno firmato una lettera indirizzata alla commissione. Italia, Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia hanno chiesto così formalmente che la Commissione Europea apra finalmente a questo debito comune per permettere lo sfruttamento di maggiori risorse e affrontare la crisi in corso. Si tratta di stati che, oltre ad essere i più colpiti dall’emergenza coronavirus, presentano i conti pubblici più fragili e quindi maggiormente in difficoltà nel finanziare misure straordinarie per il sostegno di imprese e famiglie. Ma se la Commissione Europea ha, dopo vari tentennamenti, accettato le richieste aprendo alla possibilità di indebitarsi, a fermare il tutto sono arrivati i falchi del nord: Olanda, Finlandia, Austria e, naturalmente, la Germania. I paesi più virtuosi del continente non intendono fare ulteriori concessioni dopo le misure già approvate per lo sforamento del tetto del 3% al deficit pubblico, quello del 60% al debito pubblico e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo agli aiuti di Stato. Misure che permetteranno agli stati di indebitarsi senza incorrere in conseguenze mettendo a rischio la stabilità dell’intera unione. Uno strappo dell’Unione che Berlino e si suoi satelliti non hanno mai pienamente digerito e che considerano già una misura straordinaria.

E mentre lo scontro tra nord e sud Europa imperversa, il tempo passa. Bisogna urgentemente intervenire, come ha sottolineato Mario Draghi nel suo editoriale sul ‘Financial Times’, “con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura”. Bisogna farlo prima che sia troppo tardi, prima che il costo dell’esitazione sia fatale non solo per l’Unione ma anche e soprattutto per i suoi stati membri. È ora di dimostrare, in quanto europei, che quella solidarietà su cui è stata fondata l’Unione non è solo una parola vuota ma un reale valore comune e condiviso. È necessario, oggi più che mai, mostrarci uniti per combattere un nemico che, innegabilmente, sta colpendo tutti.

Come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

“Ricordati, Il mondo si divide in due:
ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.”
-Intercettazione telefonica-


“Signora Merkel, non arretri!”. Titolava così il delirante articolo, comparso qualche giorno fa sull’edizione online del quotidiano tedesco “Die Welt”, in cui il giornalista Christoph Schiltz invitava la cancelliera tedesca a non cedere sugli eurobond. Secondo l’autore, infatti, concedere aiuti comunitari ai paesi in difficoltà rappresenterebbe uno spreco di denaro pubblico per la Germania, soprattutto se destinati all’Italia dove “la mafia sta aspettando solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Una frase che lascia attoniti davanti ad un tale esempio di rara aridità intellettuale e morale. Perché se è vero le mafie in Italia sono un problema e faranno di tutto per uscire rafforzate da questa emergenza, un giornalista che si rispetti dovrebbe anche sapere che il nostro paese ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo. Un giornalista che si rispetti dovrebbe essere al corrente del fatto che i controlli antimafia che vengono fatti in Italia non sono secondi a quelli di nessun paese al mondo, nemmeno a quelli di Bruxelles invocati da Schiltz. Ma soprattutto un giornalista che si rispetti, a maggior ragione se tedesco, dovrebbe sapere che la Germania non è immune a tutto questo. Dovrebbe sapere che la mafia esiste anche a casa loro.

Duisburg – Nella città tedesca va in scena il 15 agosto 2007 l’ultimo atto della infinita faida di San Luca iniziata nel 1991 tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. Una faida che ha visto un susseguirsi di morti e di regolamenti di conti, spesso perpetrati in occasione di ricorrenze religiose come estremo atto di sfida alla famiglia rivale rendendo di fatto un giorno di festa in un giorno di lutto.  Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio dalla Germania, proprio da Duisburg. Un elemento che ha portato i Nirta-Strangio a prendere una decisione senza precedenti: spostare la faida a 2000 km di distanza e colpire i propri nemici nella città del Nordreno-Vestfalia.

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, davanti al ristorante “da Bruno”, a Duisburg, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco sei uomini di origine calabrese di età compresa tra i 16 e i 39 anni. I killer per accertarsi della loro morte colpirono una seconda volta a bruciapelo tutte le vittime. La matrice mafiosa della strage e chiara fin da subito ma il quadro per gli inquirenti tedeschi diventa ancor più chiaro, e inquietante, quando nelle tasche di Tommaso Venturi viene ritrovato un santino bruciato di San Michele Arcangelo. Nella pizzeria “da Bruno” quella notte, non si stava solo festeggiando il 18esimo compleanno di Tommaso. Quella notte da Bruno si era svolto il rito di affiliazione alla ‘ndrangheta del ragazzo.

“La strage di Duisburg è stata come un geyser.” scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia nella sua relazione annuale sulla ‘ndrangheta “Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione”. Quello che da tempo succedeva nell’ombra era ora visibile a tutti in tutta la sua drammaticità. La ‘ndrangheta era in Germania. Non vi era arrivata quel giorno, né nelle settimane precedenti. Silenziosa e letale si era infiltrata nel tessuto economico e sociale tedesco a tal punto da decidere di colpire proprio a Duisburg con una facilità tale da lasciar intendere una grande confidenza con il territorio. La Germania e l’Europa quella notte si accorsero che la mafia non era più un problema solo italiano. Era, ed è, un problema globale che non risparmia nessuno. Nemmeno la Germania.

Storia – La colonizzazione mafiosa della Germania sembra aver seguito lo stesso schema che ha portato la ‘ndrangheta nel nord Italia. Con un accordo siglato a Roma il 20 dicembre 1955, la Repubblica Federale Tedesca si impegnava a ridistribuire lavoratori italiani nei Lander occidentali del paese. Ebbe così inizio una fitta migrazione che dal sud Italia portò migliaia di persone nelle regioni più industrializzate del paese, soprattutto nel bacino della Ruhr. Una migrazione che, come accaduto per la colonizzazione del nord Italia, portò diversi soggetti legati alla criminalità organizzata a spostarsi e creò un terreno fertile per riprodurre modelli e tecniche già consolidate in patria. Si vennero a creare in Germania comunità di italiani che resero più semplice all’organizzazione calabrese, e non solo, rinsaldare quei legami di solidarietà e protezione con i propri corregionali costruendo la base per una infiltrazione profonda della società. Con il passare degli anni, grazie all’indifferenza delle istituzioni e all’inconsapevolezza della società civile, la ‘ndrangheta ha sfruttato ogni opportunità allungando i propri tentacoli anche sulla Germania orientale dopo la caduta del muro di Berlino.

Una presenza criminale che se da un lato non sembra esercitare un pieno controllo del territorio, nonostante la presenza di diverse locali, dall’altro sembra non interessarsene. In Germania, infatti, la ‘ndrangheta sembra voler applicare una strategia diversa, poco improntata ad una riproduzione totale del modello mafioso tradizionale ma più indirizzata verso interessi di carattere economico. Se mancano infatti rapporti con la politica e una presenza capillare sul territorio, è evidente come il paese abbia offerto alla criminalità organizzata opportunità di riciclaggio senza precedenti. Mantenendo un profilo basso, senza destare clamore a livello mediatico ed istituzionale con atti eclatanti, la ‘ndrangheta ha potuto operare lontana dai riflettori approfittando di una legislazione antimafia assente e di una noncuranza pressoché totale del fenomeno.

Una noncuranza divenuta evidente, e colpevole, proprio con i fatti di Duisburg. Una strage vera e propria con cui, per la prima volta, la ‘ndrangheta si espone e si manifesta in tutta la sua ferocia anche in Germania portando alla luce del sole una presenza radicata e forte anche nella prima potenza economica europea. Ma se nell’immediato Germania ed Europa se ne sono rese conto ed hanno attivato una stretta collaborazione con le autorità italiane per l’arresto dei responsabili della strage, subito dopo è calato nuovamente il silenzio. Quel silenzio di cui la ‘ndrangheta aveva bisogno per rafforzarsi ulteriormente. Lo stupore ed il clamore iniziali hanno lasciato spazio alla rimozione della società tedesca. L’immagine della Germania non poteva essere intaccata dalla presenza mafiosa. Era necessario dimenticare il più in fretta possibile i fatti di Duisburg, riportarli sotto una luce diversa e meno preoccupante. Così, non appena il processo venne spostato in Italia, la Germania spense i riflettori. La strage di Ferragosto divenne una questione tutta italiana, un problema tra famiglie calabresi che si era solo risolto sul territorio tedesco ma non interessava il paese. Così calò il silenzio su Duisburg. Calò il silenzio sulla presenza mafiosa in Germania. Così il paese perse la sua possibilità di reagire, di ribellarsi alla presenza mafiosa, e preferì fingere che quello che era successo non lo riguardasse. La Germania si voltò, colpevole, dall’altra parte lasciando campo libero alla criminalità organizzata. Lasciando che, anno dopo anno, anche la Germania divenisse Calabria.

« Vecchi articoli Recent Entries »