Come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

“Ricordati, Il mondo si divide in due:
ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.”
-Intercettazione telefonica-


“Signora Merkel, non arretri!”. Titolava così il delirante articolo, comparso qualche giorno fa sull’edizione online del quotidiano tedesco “Die Welt”, in cui il giornalista Christoph Schiltz invitava la cancelliera tedesca a non cedere sugli eurobond. Secondo l’autore, infatti, concedere aiuti comunitari ai paesi in difficoltà rappresenterebbe uno spreco di denaro pubblico per la Germania, soprattutto se destinati all’Italia dove “la mafia sta aspettando solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Una frase che lascia attoniti davanti ad un tale esempio di rara aridità intellettuale e morale. Perché se è vero le mafie in Italia sono un problema e faranno di tutto per uscire rafforzate da questa emergenza, un giornalista che si rispetti dovrebbe anche sapere che il nostro paese ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo. Un giornalista che si rispetti dovrebbe essere al corrente del fatto che i controlli antimafia che vengono fatti in Italia non sono secondi a quelli di nessun paese al mondo, nemmeno a quelli di Bruxelles invocati da Schiltz. Ma soprattutto un giornalista che si rispetti, a maggior ragione se tedesco, dovrebbe sapere che la Germania non è immune a tutto questo. Dovrebbe sapere che la mafia esiste anche a casa loro.

Duisburg – Nella città tedesca va in scena il 15 agosto 2007 l’ultimo atto della infinita faida di San Luca iniziata nel 1991 tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. Una faida che ha visto un susseguirsi di morti e di regolamenti di conti, spesso perpetrati in occasione di ricorrenze religiose come estremo atto di sfida alla famiglia rivale rendendo di fatto un giorno di festa in un giorno di lutto.  Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio dalla Germania, proprio da Duisburg. Un elemento che ha portato i Nirta-Strangio a prendere una decisione senza precedenti: spostare la faida a 2000 km di distanza e colpire i propri nemici nella città del Nordreno-Vestfalia.

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, davanti al ristorante “da Bruno”, a Duisburg, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco sei uomini di origine calabrese di età compresa tra i 16 e i 39 anni. I killer per accertarsi della loro morte colpirono una seconda volta a bruciapelo tutte le vittime. La matrice mafiosa della strage e chiara fin da subito ma il quadro per gli inquirenti tedeschi diventa ancor più chiaro, e inquietante, quando nelle tasche di Tommaso Venturi viene ritrovato un santino bruciato di San Michele Arcangelo. Nella pizzeria “da Bruno” quella notte, non si stava solo festeggiando il 18esimo compleanno di Tommaso. Quella notte da Bruno si era svolto il rito di affiliazione alla ‘ndrangheta del ragazzo.

“La strage di Duisburg è stata come un geyser.” scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia nella sua relazione annuale sulla ‘ndrangheta “Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione”. Quello che da tempo succedeva nell’ombra era ora visibile a tutti in tutta la sua drammaticità. La ‘ndrangheta era in Germania. Non vi era arrivata quel giorno, né nelle settimane precedenti. Silenziosa e letale si era infiltrata nel tessuto economico e sociale tedesco a tal punto da decidere di colpire proprio a Duisburg con una facilità tale da lasciar intendere una grande confidenza con il territorio. La Germania e l’Europa quella notte si accorsero che la mafia non era più un problema solo italiano. Era, ed è, un problema globale che non risparmia nessuno. Nemmeno la Germania.

Storia – La colonizzazione mafiosa della Germania sembra aver seguito lo stesso schema che ha portato la ‘ndrangheta nel nord Italia. Con un accordo siglato a Roma il 20 dicembre 1955, la Repubblica Federale Tedesca si impegnava a ridistribuire lavoratori italiani nei Lander occidentali del paese. Ebbe così inizio una fitta migrazione che dal sud Italia portò migliaia di persone nelle regioni più industrializzate del paese, soprattutto nel bacino della Ruhr. Una migrazione che, come accaduto per la colonizzazione del nord Italia, portò diversi soggetti legati alla criminalità organizzata a spostarsi e creò un terreno fertile per riprodurre modelli e tecniche già consolidate in patria. Si vennero a creare in Germania comunità di italiani che resero più semplice all’organizzazione calabrese, e non solo, rinsaldare quei legami di solidarietà e protezione con i propri corregionali costruendo la base per una infiltrazione profonda della società. Con il passare degli anni, grazie all’indifferenza delle istituzioni e all’inconsapevolezza della società civile, la ‘ndrangheta ha sfruttato ogni opportunità allungando i propri tentacoli anche sulla Germania orientale dopo la caduta del muro di Berlino.

Una presenza criminale che se da un lato non sembra esercitare un pieno controllo del territorio, nonostante la presenza di diverse locali, dall’altro sembra non interessarsene. In Germania, infatti, la ‘ndrangheta sembra voler applicare una strategia diversa, poco improntata ad una riproduzione totale del modello mafioso tradizionale ma più indirizzata verso interessi di carattere economico. Se mancano infatti rapporti con la politica e una presenza capillare sul territorio, è evidente come il paese abbia offerto alla criminalità organizzata opportunità di riciclaggio senza precedenti. Mantenendo un profilo basso, senza destare clamore a livello mediatico ed istituzionale con atti eclatanti, la ‘ndrangheta ha potuto operare lontana dai riflettori approfittando di una legislazione antimafia assente e di una noncuranza pressoché totale del fenomeno.

Una noncuranza divenuta evidente, e colpevole, proprio con i fatti di Duisburg. Una strage vera e propria con cui, per la prima volta, la ‘ndrangheta si espone e si manifesta in tutta la sua ferocia anche in Germania portando alla luce del sole una presenza radicata e forte anche nella prima potenza economica europea. Ma se nell’immediato Germania ed Europa se ne sono rese conto ed hanno attivato una stretta collaborazione con le autorità italiane per l’arresto dei responsabili della strage, subito dopo è calato nuovamente il silenzio. Quel silenzio di cui la ‘ndrangheta aveva bisogno per rafforzarsi ulteriormente. Lo stupore ed il clamore iniziali hanno lasciato spazio alla rimozione della società tedesca. L’immagine della Germania non poteva essere intaccata dalla presenza mafiosa. Era necessario dimenticare il più in fretta possibile i fatti di Duisburg, riportarli sotto una luce diversa e meno preoccupante. Così, non appena il processo venne spostato in Italia, la Germania spense i riflettori. La strage di Ferragosto divenne una questione tutta italiana, un problema tra famiglie calabresi che si era solo risolto sul territorio tedesco ma non interessava il paese. Così calò il silenzio su Duisburg. Calò il silenzio sulla presenza mafiosa in Germania. Così il paese perse la sua possibilità di reagire, di ribellarsi alla presenza mafiosa, e preferì fingere che quello che era successo non lo riguardasse. La Germania si voltò, colpevole, dall’altra parte lasciando campo libero alla criminalità organizzata. Lasciando che, anno dopo anno, anche la Germania divenisse Calabria.

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