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Alla scoperta del TAV tra ritardi, costi alle stelle e benefici nulli

“Arriverà un governo che prenderà atto dell’evidenza: la valle non vuole i cantieri.
E finalmente darà l’ordine alle truppe di tornare a casa”
-Erri de Luca-


Lo scorso agosto il dibattito la realizzazione della cosiddetta TAV, la linea ferroviaria che dovrebbe collegare Torino a Lione, aveva dato uno scossone decisivo al governo giallo-verde aprendo le crepe che avrebbero poi portato alla rottura definitiva tra Lega e Movimento 5 Stelle. Per arginare la crisi il premier Giuseppe Conte aveva dato il via libera all’opera, da sempre malvista dai pentastellati, sostenendo che sarebbe stato più costoso interrompere i lavori che continuarli. Dopo il polverone che quel dibattito aveva generato, riportando la TAV al centro della scena politica e mediatica, il cantiere infinito è tornato nel dimenticatoio fino a mercoledì quando la Corte dei Conti Europea ha stroncato il progetto ritenendolo troppo costoso, troppo in ritardo e con un beneficio ambientale praticamente nulla.

TAV – Di Alta velocità Torino – Lione si parla dai primi anni ’90 quando è iniziata di fatto la progettazione di un’opera che da oltre 25 anni divide opinione pubblica ed esperti. Dopo anni di dibattito interno l’impulso ad una effettiva realizzazione arrivò nel 1994 quando il Consiglio Europeo di Essen inserì l’opera tra le 14 infrastrutture prioritarie da finanziare prevedendo investimenti da parte della BEI e chiedendo agli stati di iniziare i lavori entro il 1996. Una data che rimarrà la prima di una lunga serie di scadenze non rispettate nella storia della TAV con i due governi che solo 5 anni più tardi, nell’ottobre 2001, iniziarono i lavori di ricognizione per la realizzazione della parte comune.

Il progetto, infatti, prevede una divisione in tre blocchi. Da un lato due tratte nazionali per un totale di circa 180km, a carico dei singoli stati, dall’altro il grande progetto di una nuova galleria di base a doppia canna lunga 57 km (12 su territorio italiano e 45 in Francia) che colleghi Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno, finanziata dall’Unione Europea. Proprio la realizzazione del tunnel del Moncenisio si è rivelata nel corso degli anni l’aspetto più problematico dell’intera opera tanto che ad oggi solamente sono stati realizzati solamente i primi 9 km, tutti però sul versante francese. Dal lato italiano la situazione appare più complicata e il cantiere sta subendo ritardi e rallentamenti infiniti anche a causa di una strenua opposizione del movimento No Tav che sin dai primi anni ’90 si oppone all’opera e che l’8 dicembre 2005 occupò e smantellò il cantiere di Venaus al termine di una manifestazione a cui parteciparono oltre 30mila persone. Tra scontri politici, manifestazioni e cambi di progetto, la realizzazione dei 12 km di galleria in capo all’Italia non è infatti ancora partita. Se dunque i lavori in Francia continuano, nel nostro paese ad oggi non si è ancora scavato un centimetro del tunnel di base mentre si procede con la realizzazione di gallerie esplorative e di analisi preliminari. Una situazione che rende di fatto impensabile la conclusione dell’opera entro il 2030, data ultima prevista dalla Commissione Europea.

Ritardi – Uno dei principali problemi sollevati dalla Corte dei Conti è proprio quello relativo ai tempi di realizzazione e di messa in funzione dell’opera. Secondo le prime stime, realizzate a metà degli anni ’90, i lavori avrebbero dovuto iniziare nei primi anni 2000 con una serie di gallerie esplorative che avrebbero permesso di iniziare il cantiere per la realizzazione del tunnel di base nel 2008. Nei piani originali, infatti, dopo una serie di indagini preliminari i lavori avrebbero dovuto procedere in modo rapido e lineare portando ad una conclusione in circa 7 anni e alla relativa inaugurazione dell’opera nel 2015. Le stime, come ben sappiamo, si sono rivelate alquanto ottimistiche.

Nel 2008 l’apertura dei cantieri per la realizzazione del tunnel era infatti ancora un miraggio e sarebbe iniziata addirittura solo in corrispondenza della data indicato come termine ultimo dei lavori, il 2015. Un ritardo in partenza che ha ovviamente condizionato in modo pesante la realizzazione dell’opera portando la Commissione a rivalutare tempistiche e progetti individuando nel 2030 il termine ultimo per l’inaugurazione dell’opera e dunque il dicembre 2029 come deadline per il completamento dell’intera opera. Nonostante la previsione di tempi più lunghi, raddoppiati rispetto ai 7 previsti per il suo completamento nel progetto iniziale, sembra ancora difficile che la tratta Torino – Lione possa essere completata nei prossimi 10 anni. Mentre in Francia si continua a lavorare, infatti, in Italia manca ancora una data certa per l’inizio dei lavori di realizzazione del tunnel di base. Un ritardo, l’ennesimo, sulla tabella di marcia che rischia di far slittare ulteriormente un’opera a cui si lavora da 25 anni e che, da progetto iniziale, sarebbe dovuta essere attiva già da 5.

Costi e benefici – Altro tema particolarmente scottante è quello relativo ai costi e ai benefici. Numerose analisi negli anni hanno provato a stimare il costo complessivo dell’opera, che aumenta anno dopo anno tra ritardi e nuovi progetti, e i benefici che deriverebbero dalla sua realizzazione nel tentativo di valutare l’effettiva utilità dell’opera. Tutte le analisi si devono però confrontare con la problematica previsione dei costi di un’opera la cui realizzazione sta richiedendo investimenti sempre maggiori e non previsti. Se si considera solamente la realizzazione della tratta comune che collega Bussoleno a Saint-Jean-de-Maurienne, costituita quasi esclusivamente dal tunnel sotto il Moncenisio, i costi sono lievitati in maniera vertiginosa passando da una previsione di 3,8 miliardi di euro nel 1998 ad una attuale di 9,6 miliardi che potrebbe però subire ulteriori incrementi nei prossimi anni. I Costi per la realizzazione della parte comune sarebbero coperti per il 40% dall’Unione Europea, per il 25% dalla Francia e per il 35% dal nostro paese. Nonostante, dunque, l’Italia si debba occupare di 12 dei 57 km di galleria dovrà investire nell’opera più di quanto farà la Francia che, al momento della ripartizione della spesa, ha fatto leva sul maggior costo della tratta nazionale da realizzare per ottenere una riduzione della spesa nell’opera comune.

Ma se quantificare i costi è difficile, ancor di più lo è per i benefici comuni. Ma mentre inizialmente tutte le analisi sembravano indicare l’utilità dell’opera, negli ultimi anni si è registrata un’inversione di tendenza. Ad aprire la pista ad una nuova visione è stata nel 2016 la Corte dei Conti francese che ha sonoramente bocciato la TAV definendolo come un progetto “molto preoccupante per l’equilibrio futuro delle finanze pubbliche”. Anche in Italia, dopo sette precedenti analisi costi-benefici congiunte con esiti positivi con una previsione nel 2010 di benefici per 12 miliardi, l’ultima analisi commissionata dal governo lo scorso anno ha evidenziato l’inutilità dell’opera. La nuova valutazione ha infatti riscontrato un impatto negativo dell’opera che si aggira intorno ai -6,9 miliardi. Ad influire in modo pesante su questa inversione di rotta vi sono stati due fattori: il calo del traffico di merci e persone nelle tratte già esistenti e il minor beneficio ambientale. In particolare, su quest’ultimo aspetto, la Corte dei Conti Europea ha sottolineato come “i vantaggi ambientali in termini di emissioni di CO2 devono tener conto degli effetti negativi della costruzione, e degli effetti positivi a lungo termine dell’operatività”. E proprio considerando gli effetti negativi nella fase di realizzazione gli esperti consultati dalla Corte hanno concluso che le emissioni di CO2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura. Per di più, quella previsione dipende dai livelli di traffico: se i livelli di traffico raggiungono solo la metà del livello previsto, occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio dell’infrastruttura prima che le emissioni di CO2 prodotte dalla sua costruzione siano compensate.

La bocciatura dell’opera da parte della Corte dei Conti Europea sembra dunque essere solo l’ultimo tassello di una storia controversa. La storia di un cantiere infinito con costi mai definiti e benefici dubbi. Un cantiere contro cui si sono mobilitati negli anni milioni di persone dando vita ad uno dei principali movimenti di protesta nel nostro paese. Ora, dopo l’ennesima stroncatura, sembra più che mai necessario prendere una posizione netta sull’opera. Sembra più che mai necessaria una rivalutazione del progetto e degli obiettivi. Perché se prima si poteva utilizzare la scusa, aberrante, di un profitto messo prima della tutela dell’ambiente ora nemmeno più quella scusa può risultare credibile.

“Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata.”

The Room Where It Happened: Il libro che fa tremare Trump

L’ex Consigliere alla Sicurezza Nazionale John Bolton è pronto a rivelare con il suo libro alcuni dei retroscena più gravi ed imbarazzanti dei 17 mesi passati al fianco di Donald Trump. La casa Bianca si affretta per provare a bloccarne la pubblicazione ma diversi passaggi sono già trapelati.

577 pagine di rivelazioni esplosive. Il primo “j’accuse” a Trump da parte di un alto esponente dell’amministrazione americana. Parole che pesano come pietre a 5 mesi dalle elezioni presidenziali. John Bolton sarebbe pronto a pubblicare “The Room Where It Happened”, il libro in cui racconta i retroscena vissuti durante i suoi 17 mesi da Consigliere alla sicurezza Nazionale del presidente Donald Trump. La sua uscita in libreria è prevista per martedì prossimo, 23 giugno, ed è già al primo posto nelle classiche sugli ordini di vendita online di Amazon. E mentre monta il clamore per un libro che potrebbe travolgere Trump, la Casa Bianca prova a correre ai ripari. Il Dipartimento della Giustizia sarebbe al lavoro nel tentativo di impedire la pubblicazione ed avrebbe già presentato un’ingiunzione contro la “Simon & Schuster” sostenendo che nel testo siano rivelate informazioni confidenziali e top secret che potrebbero mettere a rischio la sicurezza degli americani. Ma mentre la Casa Bianca corre contro il tempo, i libri sono già arrivati alle librerie in vista di quello che potrebbe diventare “il martedì nero” di Donald Trump. E, come se non bastasse, diversi estratti sono già trapelati.

Cina – La rivelazione più scioccante, tra quelle in possesso della stampa statunitense, riguarda il rapporto tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Dietro la guerra commerciale tra USA e Cina ci sarebbe infatti ben altro e i fatti sembrano non rispecchiare la linea politica di Trump. Secondo quanto riportato da Bolton, durante il G20 di Osaka di un anno fa il presidente americano avrebbe a lungo discusso con il suo omologo cinese chiedendo aiuto a Xi per aumentare le proprie possibilità di rielezione nel 2020. In particolare Trump avrebbe chiesto al presidente cinese, sulla carta un nemico politico e commerciale, di prevedere un sostanzioso investimento per acquistare prodotti agricoli americani in stati considerati strategici in vista delle presidenziali di novembre. Per tentare di rimanere al potere, il presidente americano, si è mostrato aperto ad ogni genere di distensione dei rapporti con la Cina arrivando a promettere un alleggerimento delle sanzioni alla “ZTE” il colosso delle comunicazioni cinese finito al centro di inchieste federali.

Se da un lato, dalle prime indiscrezioni, non si sa se le affermazioni di Bolton siano fondate e dimostrabili, dall’altro l’analisi di quel che è accaduto dopo quel G20 sembra confermare le sue dichiarazioni. Pochi mesi dopo, in autunno, la guerra commerciale tra le due potenze si è affievolita grazie ad un accordo tra i due governi per l’acquisto da parte della Cina di prodotti agricoli statunitensi per un totale di 40-50 milioni annui. Un accordo che seguì alla decisione del Dipartimento di Giustizia di lasciar cadere le accuse e interrompere il divieto di acquisto di prodotti americani da parte della ZTE in cambio del pagamento di una multa di 1 miliardo di dollari.

Impeachment – Altro tema scottante toccato nel libro è quello relativo al processo al presidente Trump celebrato ad inizio anno in Senato. Bolton sembra infatti offrire prove concrete e dirette del fatto che Trump abbia negato l’elargizione di aiuti all’Ucraina se non in cambio di un’indagine su Biden. Si tratta di fatto del cuore dell’accusa di impeachment mossa dai democratici contro il presidente, assolto poi in Senato. Bolton afferma che lui e il segretario di Stato Mike Pompeo e il segretario alla Difesa Mark T. Esper hanno più e più volte provato a convincere il presidente a sbloccare gli aiuti militari all’Ucraina che ne aveva un disperato bisogno per resistere alla pressione della Russia. Trump, sostenitore di teorie complottiste secondo cui il paese avrebbe tentato di fargli perdere le elezioni del 2016, avrebbe letteralmente detto ai suoi consiglieri di non essere “per un cazzo interessato ad aiutarli” almeno fino a quando “tutti i materiali di indagine della Russia relativi a Clinton e Biden non fossero stati consegnati”.

Accuse pesanti che riportano al centro del dibattito pubblico e politico l’impeachment contro il presidente. Se infatti la tesi di Bolton fosse vera dimostrerebbe che Trump ha di fatto utilizzato i soldi dei contribuenti americani come leva per ottenere aiuti personali da un paese straniero. Verrebbe dunque confermata la tesi sostenuta dalla Camera secondo cui si sarebbe verificato un vero e proprio abuso di potere tanto anche se poi il Senato, a maggioranza repubblicana, ha smontato le accuse.

Ignoranza – Dai tanti episodi trapelati emerge in modo chiaro una profonda e malcelata ignoranza del più potente uomo al mondo. Nel 2018, ad esempio, durante un incontro con l’allora primo ministro britannico Theresa May, Trump si era mostrato sorpreso nell’apprendere che il Regno Unito fosse una potenza nucleare. “Ah voi avete il nucleare?” avrebbe chiesto, in tono “tutt’altro che ironico”, il presidente alla May dimostrando di fatto di non essere a conoscenza del fatto che uno dei principali alleati degli Stati Uniti sia stato il terzo paese al mondo dopo USA e Unione Sovietica a testare dispositivi nucleari nel 1952. Non proprio una gaffe da poco che, probabilmente, si sarebbe potuto evitare facilmente. Come era riuscito per un soffio ad evitare un’altra brutta figura durante un incontro con il presidente Putin ad Helsinki. Secondo quanto riportato nel libro, infatti, poco prima dell’inizio del vertice, Trump avrebbe chiesto ai suoi consiglieri spiegazioni sul ruolo della Finlandia sostenendo che fosse “una sorta di paese satellite della Russia”. La lezione di geografia da parte dei suoi consiglieri, che si sono affrettati a chiarire che si tratta di un paese sovrano pienamente indipendente, ha evitato il peggio.

Consiglieri che hanno evitato, oltre a figuracce, anche scenari ben peggiori. Dopo aver etichettato Maduro come dittatore ed essersi schierato apertamente con Guaidò, Trump avrebbe ventilato l’ipotesi di un operazione militare in Venezuela. Stando a quanto riporta Bolton, il presidente americano durante un vertice alla Casa Bianca avrebbe detto che sarebbe stato “figo invadere il Venezuela” che tanto “è parte degli Stati Uniti d’America”. Oltre all’ennesimo strafalcione geografico, in questo caso, i suoi funzionari hanno dovuto rimediare anche alla semplicità con cui Trump sarebbe voluto entrare in guerra con il paese sudamericano.

Bolton – L’ex Consigliere alla sicurezza Nazionale non solo è una figura di spicco nella storia americana ma è anche spesso al centro di bufere e polemiche. Ex esponente delle amministrazioni Reagan, Bush senior e George W. Bush ha posizioni spesso estreme soprattutto in fatto di politica estera tra cui spicca la sua strenua difesa della guerra in Iraq e le proposte di interventi armati in Iran e Corea del Nord. La recensione del New York Times sul libro non fa sconti a Bolton. Definisce il racconto di Bolton come pieno di dettagli di scarso rilievo, ossessionato da nemici, auto-celebrativo. Nell’insieme a tratti noioso e a tratti con segni di squilibrio. Non per questo, però, appare oggi meno significativo nella battaglia sul futuro della presidenza Trump.

Generali, golpisti e bolsonaro: come il brasile vira verso la dittatura

“Ordem et progresso”


Da quando ha preso il potere, il 1° gennaio 2019, Bolsonaro si è presentato come un “uomo del popolo” pronto a lottare al fianco dei propri cittadini contro la corruzione e l’inadeguatezza della classe politica brasiliana. Con le sue politiche ha fatto scivolare il Brasile in un vortice di paura e caos che ora potrebbero portare a conseguenze anche gravi. Perché mentre nel paese monta il timore per un’epidemia che il governo non sa e non vuole affrontare, l’ala più estrema della destra brasiliana continua a sostenere il proprio presidente che con i suoi discorsi e le sue azioni alimenta il caos portando il Brasile verso una nuova governance autoritaria.

Militari – La situazione è resa ancor più grave da un ruolo sempre più centrale di funzionari dell’esercito nel governo brasiliano. Con la nomina di Eduardo Pazuello, generale dell’esercito senza esperienza politica né medica, nel ruolo di Ministro della Sanità il presidente brasiliano ha confermato la sua tendenza a utilizzare uomini dell’esercito per ricoprire cariche civili. Dal generale Hamilton Mourão, che ricopre la carica di vicepresidente, all’ufficiale Luiz Eduardo Ramos, attualmente segretario di stato, passando per il generale Augusto Heleno e per decine di ministri e funzionari Bolsonaro si è circondato di militari.

La presenza di ufficiali dell’esercito nell’esecutivo, secondo molti osservatori, ha rappresentato almeno inizialmente un elemento di stabilità a garanzia dell’ordinamento democratico. I militari, infatti, hanno per diverso tempo arginato l’ideologia di Bolsonaro opponendosi alle decisioni più estreme che il leader populista avrebbe voluto prendere nei primi mesi del suo mandato. Sono stati i militari, ad esempio, a dissuadere il presidente dall’ordinare un intervento armato in Venezuela così come sempre dai generali è arrivato il consiglio di non spostare l’ambasciata brasiliana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme per non alimentare polemiche. Ma non è passato molto tempo prima che Bolsonaro sostituisse a quei generali “moderatori” ufficiali dell’esercito più disposti ad assecondare le sue idee. Così, a partire dalla seconda metà del 2019, a prevalere è stata l’ala bolsonarista caratterizzata da una forte ideologia e da una totale disponibilità nei confronti del presidente. E mentre cresce la militarizzazione delle cariche politiche, cresce anche la complicità tra gli ufficiali nominati da Bolsonaro e il presidente stesso. Quei militari, prima garanti della democrazia, ora si dimostrano disposti ad accogliere ogni idea del presidente. Così il neoministro della Sanità, dopo che i suoi due predecessori si sono dimessi in due mesi in polemica con il presidente, appoggia totalmente la linea politica negazionista dettata da Bolsonaro. Intanto il vicepresidente Mourão attacca ripetutamente la stampa colpevole, a suo dire, di diffondere fake news per screditare il presidente mentre il generale Heleno minaccia la corte suprema promettendo “conseguenze imprevedibili” se venisse portata avanti l’inchiesta su Bolsonaro.

Manifestazioni – E mentre l’esercito ricopre un ruolo sempre più centrale nella politica bolsonarista, nelle piazze del paese la destra brasiliana auspica un golpe militare. Si sono moltiplicate nelle ultime settimane manifestazioni di sostenitori di Bolsonaro scesi in piazza per protestare contro la Corte Suprema, che sta indagando sul presidente, e chiedere una svolta autoritaria del presidente con il supporto dell’esercito. Manifestazioni che Bolsonaro ha volutamente alimentato ed incoraggiato scendendo più volte in piazza al fianco dei propri sostenitori legittimando di fatto le frange più estreme della destra brasiliana. In piena emergenza sanitaria, il presidente brasiliano ha più volte sfidato buonsenso e democrazia per unirsi alle manifestazioni ed arringare la folla contro il congresso e la corte suprema considerati “nemici del popolo”. “Ora il potere spetta al popolo brasiliano” ha gridato ad aprile in una piazza gremita di Brasilia “e tutti devono capire che bisogna rispettare la volontà del popolo”. Il popolo a cui si riferisce è quella minoranza che ancora sostiene a spada tratta l’operato e l’ideologia di un presidente il cui indice di gradimento è colato a picco.

Le minacce di una possibile virata militare sostenuta dal popolo contro le istituzioni democratiche sono quotidiane ed i toni si stanno facendo via via sempre più duri. A Brasilia, da alcune settimane, gruppi neofascisti hanno istituito un presidio permanente denominato “300 Pelo Brazil” il cui slogan è “Ucrainiziamo il Brasile”, con un chiaro riferimento ai gruppi neonazisti armati che si sono formati nelle sanguinose proteste in Ucraina nel 2014, culminate con il rovesciamento del presidente. Il gruppo ha ricevuto gli elogi di Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente e senatore, e anche il padre guarda a loro con simpatia. Associare il bolsonarismo al neonazismo non è una forzatura, tutt’altro. I gruppi neonazisti brasiliani sono già scesi in piazza per difendere Bolsonaro quando era ancora deputato e lo hanno sostenuto strenuamente nella sua campagna elettorale e durante la sua presidenza. Un supporto che il presidente sta ricambiando ampiamente attraverso le continue legittimazioni e favori. Da ultima è arrivata la proposta, nel corso di una riunione con i ministri, di armare la popolazione per evitare derive autoritarie di sindaci e governatori.

Così, mentre i militari al governo assicurano lealtà alla costituzione e negano ogni possibilità di un colpo di stato, crescono i timori per una svolta autoritaria. In soli 17 mesi agli occhi del mondo il Brasile è passato da essere un gigante buono e colorato, seppur con enormi problemi e difficoltà, ad un paese sull’orlo di un collasso. Con un presidente che incita le frange più estreme e l’esercito che è diventato una stampella necessaria per un governo sempre più pervaso dall’ideologia bolsonarista, sembra che la democrazia sia ora più che mai in pericolo. Se ne è accorto il mondo anche se non può, o non vuole, intervenire. Se ne sono accorti i brasiliani e loro, invece, devono intervenire. E mentre caos e paura si diffondono in tutto il paese destra e sinistra provano a dare vita ad un movimento ampio e trasversale che possa contrastare le mire autoritarie di Bolsonaro e dei suoi ufficiali vigilando sulla democrazia da qui alle prossime elezioni del 2022. Sperando che siano libere e pienamente democratiche.

La Cina spegne il sogno di Hong Kong

May people reign
proud and free

now and evermore
glory to be thee Hong Kong


Per mesi è rimasta alla finestra ad osservare da spettatrice le proteste che hanno messo a ferro e fuoco Hong Kong. Per settimane si sono rincorse voci di un possibile intervento armato per reprimere nel sangue le proteste. Ora, la Cina ha deciso di passare al contrattacco. Con una nuova legge sulla “Sicurezza Nazionale” Pechino punta ad ingabbiare Hong Kong per ricondurlo lentamente sotto la propria influenza eliminando quell’“alto grado di autonomia” su cui si basa l’ex colonia britannica.

Legge – L’annuncio di una legge per Hong Kong è arrivato, improvviso e inaspettato, durante la terza sessione del 13° “National People Congress”, l’assemblea parlamentare cinese che si riunisce annualmente per indicare la rotta politica cinese. Un annuncio, però, che rappresenta una grave intromissione della Cina negli affari interni della ex colonia che, come sancito dalla costituzione, dovrebbero essere gestiti in maniera esclusiva dagli organi politici di Hong Kong. Proprio per questo ai vertici di Pechino è corsa in soccorso la governatrice Carrie Lam, massima carica politica e principale bersaglio delle proteste degli ultimi mesi, che si è detta in queste ultime ore pronta a collaborare “pienamente con il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo per completare al più presto la legislazione pertinente”. In questo modo, formalmente la legge verrà votata nel parlamento di Hong Kong nel rispetto della costituzione. Poco importa se, dietro quella norma, vi sia la mano nemmeno troppo invisibile di Pechino.

“È necessario stabilire e migliorare il sistema giuridico e i suoi meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale Hong Kong. Per prevenire, fermare e punire le minacce alla sovranità.” Se i dettagli della Legge non sono ancora definiti le parole di Wang Chen, vicepresidente del Comitato permanente del National People’s Congress, spiegano alla perfezione quale sia l’intento cinese. Un intervento deciso e netto da parte della Cina per limitare ogni forma di dissenso nell’ex colonia. Con la nuova legge sulla Sicurezza Nazionale, Pechino si aprirebbe di fatto le porte di Hong Kong estendendo all’ex colonia britannica forme più o meno stringenti di repressione. Tra le misure più controverse vi sarebbe infatti l’apertura di un ufficio a tutela della sicurezza nazionale completamente dipendente da Pechino che avrebbe il compito di intervenire ogniqualvolta si verifichino tentativi di secessione, eversione contro lo Stato, terrorismo e interferenze straniere. Se ora per un intervento diretto della Cina sul territorio di Hong Kong è necessaria una specifica autorizzazione da parte del parlamento dell’ex colonia, con la nuova legge Pechino si aprirebbe un varco importante che gli permetterebbe di intervenire a proprio piacimento sul territorio di quella che appare sempre meno come una provincia con “alto grado di autonomia”.

Critiche – La sola proposta di una legge simile, che nelle intenzioni di Carrie Lam potrebbe essere promulgata entro settembre, ha scatenato critiche e timori. Il volto duro e risoluto del Partito Comunista Cinese si mostra ora in tutta la forza, senza alcun timore ne tentativo di mascherarsi, con un provvedimento che potrebbe porre fine non solo ai sogni di una maggior democrazia ma anche al modello “un paese, due sistemi”. Con l’apertura di un ufficio alle dipendenze di Pechino, il governo cinese potrà di fatto colpire liberamente gli oppositori anche ad Hong Kong interpretando in modo ampio e contorto il concetto vago di Sicurezza Nazionale. Storpiandolo per ricondurlo alle proprie necessità quel concetto sarà utilizzato per colpire i diritti e le libertà dei cittadini reprimendo ogni forma di protesta e dissenso per evitare che si possano ripetere manifestazioni anti-Cina come quelle che più volte si sono viste negli ultimi 10 anni.  

Questa imposizione unilaterale di una legge che rischia di mettere a repentaglio le libertà di Hong Kong è un assalto frontale e pericoloso all’autonomia, allo stato di diritto e alla libertà dell’ex colonia. Un provvedimento che potrà avere ricadute pesantissime anche sull’economia della città. L’immagine di Hong Kong come città aperta, libera e internazionale potrebbe infatti subire un duro colpo e la sua sottomissione al regime cinese potrebbe allontanare investitori esteri e visitatori. Timori confermati anche dall’andamento delle borse con il mercato di Hong Kong che venerdì, dopo l’annuncio della legge sulla sicurezza nazionale, ha ottenuto il suo peggior risultato da oltre cinque anni perdendo il 5,6%. Nel frattempo, però, fatica a sollevarsi dal resto del mondo un coro di condanna unanime al governo cinese. Se un gruppo di 200 parlamentari di 23 paesi diversi ha pubblicato un appello in cui condanna duramente la mossa di Pechino, le reazioni dei leader mondiali sono state timide e marginali. Il ruolo giocato dalla Cina come potenza economica e politica negli equilibri mondiali rappresenta sicuramente uno scoglio importante che spinge molti ad evitare interventi affrettati o duri per non compromettere i rapporti con Pechino. La prima reazione è stata quella di Donald Trump che, senza specificarne le modalità, ha spiegato di voler affrontare “la questione in maniera decisa” dicendosi pronto a porre fine allo status economico speciale che permette commerci più semplici tra gli Usa e la ex colonia, non sottoposta ai dazi imposti alla Cina. Ma mentre Hong Kong rischia di diventare un semplice pedone sulla scacchiera di una nuova guerra fredda tra Pechino e Washington, a pagarne le conseguenze saranno gli abitanti di Hong Kong. La Cina sembra pronta a muovere la sua regina per mettere sotto scacco il re degli Stati Uniti. Ma per farlo deve mangiare quel pedone che non può fare passi indietro.

Proteste – E di passi indietro, ad Hong Kong non se ne fanno da quasi un anno. Da quando sono iniziate le proteste nel maggio scorso la rabbia è divampata in città e milioni di persone hanno manifestato la loro contrarietà prima al disegno di legge sull’estradizione poi all’intero sistema. La nuova proposta di legge potrebbe dare nuova linfa ad un movimento rimasto silenzioso per mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Qualche centinaio di manifestanti si è radunato nelle ultime ore nelle strade di Hong Kong costringendo la polizia ad intervenire con cariche e gas lacrimogeni. È una prima risposta della città al tentativo cinese di incatenarla ma nessuno sembra intenzionato a fermarsi e tutto sembra indicare la ripresa di proteste massicce e di ulteriori scontri in città. Lo sanno gli organizzatori con il Civil Human Rights Front, che ha organizzato marce con oltre un milione di persone lo scorso anno, che si dice pronto a riprendere la battaglia dalle prossime settimane. Ma lo sa anche la Cina che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe pronta a tollerare una nuova breve stagione di proteste se ad esse seguirà la promulgazione della legge che sottometterà Hong Kong. Se, insomma, lo scorso anno le proteste avevano portato al ritiro della legge sull’estradizione, questa volta la Cina sembra più determinata che mai ad andare avanti anche a costo di una nuova escalation di violenza come quella che si è registrata in autunno. E in quello che il legislatore democratico Tanya Chan ha definito come “il giorno più triste nella storia di Hong Kong”, il leader delle proteste Joshua Wong ha esortato gli “HongKongers” a non piegarsi alla rappresaglia cinese. Chiedendo l’aiuto del mondo in questa battaglia ha ricordato in un tweet che “ogni HongKongers ne è ben consapevole: non lottiamo perché pensiamo di essere più forti, lottiamo perché non c’è altra soluzione”.

Un’altra soluzione, forse, l’avrebbe la Cina. Nella piccola Hong Kong il Partito Comunista Cinese ha un’opportunità unica per mostrare al mondo che è abbastanza forte e maturo da ospitare un’isola di libertà all’interno dei suoi confini sovrani. Un’isola influenzata certo da Pechino ma non succube ad un regime totalitario. Ma di fronte alle richieste democratiche di quell’isola felice, il regime cinese si è scoperto fragile. Spaventato da una sfida così grande mostra ora tutte le sue debolezze tornando al solo strumento che conosce per mantenere il controllo della situazione: la repressione. Ma chi ad Hong Kong ha assaggiato la libertà di un paese quasi democratico non può tollerare il controllo e la repressione di un regime totalitario. Chi chiede democrazia non può tollerare la dittatura. Sono i giovani che si ribellano per un futuro fatto di diritti. Non per un capriccio ma perché “non c’è altra soluzione”.

Mascherine tricolori e bandiere nere

“Ogni falsità è una maschera,
e per quanto la maschera sia ben fatta,
si arriva sempre, con un po’ di attenzione,
a distinguerla dal volto”
-Alexandre Dumas-


Da due settimane scendono in piazza e promettono di farlo ogni sabato, in tutta Italia, per protestare contro la “dittatura sanitaria” imposta dal governo. Mascherina tricolore calata sul viso, petto in fuori e schieramenti a falange nel rispetto delle misure sul distanziamento sociale. Si presenta così il movimento delle “Mascherine Tricolori” che da alcune settimane ha iniziato sui social e su vari gruppi Telegram a chiamare a raccolta i cittadini per una ribellione contro le misure di prevenzione disposte, secondo loro in modo illegittimo, dal governo.

Chi sono – “Ricordo a tutti che non interessano o prevalgono colori politici. Chi è qui e vuole scendere in piazza condivide l’amore per l’Italia ed ha il tricolore come bandiera”. Recita così un messaggio inviato sul gruppo nazionale Telegram, che conta 6127 iscritti, da uno degli organizzatori delle manifestazioni che si cela dietro il nickname di “Mask451”. Ma quella realtà sbandierata come apolitica ed apartitica appare sempre più come una rete nera dell’estrema destra italiana. Basta infatti scorrere i messaggi sui vari gruppi Telegram per smentire la tesi secondo cui “non prevalgono colori politici”. Tra chi entra nel gruppo mandando “un saluto (romano) a tutti”, chi preferisce esordire con un “Presente!” accompagnato dalle emoticon del braccio teso e chi ancora sfoggia come immagine del profilo simboli, loghi e immagini legate ai movimenti neofascisti italiani. Se “non interessano” le idee politiche appare evidente come dietro il movimento delle mascherine si celi una regia di estrema destra. Perché se chi decide di entrare nelle decine di gruppi Telegram (oltre a quello nazionale ve ne sono per ogni città) sembra avere un’ideologia ben precisa, lo stesso si può dire per chi quei gruppi li gestisce e chi li sprona nelle piazze.

A Roma, ad esempio, dai video diffusi dalle pagine social del movimento si vede chiaramente come a prendersi la scena, coordinando il flash mob nazionalista, sia Mauro Antonini. Responsabile della falange laziale di CasaPound, Antonini è salito agli onori delle cronache nell’aprile scorso quando animò le proteste di Torre Maura per il trasferimento di un centinaio di migranti in una struttura della zona. “Quando mi dicono che sarò indagato per odio razziale, a parte che per me è una medaglia, ma mi viene da ridere” disse in quell’occasione alle telecamere diventando simbolo di quell’estrema destra che si batte contro l’immigrazione. Ma come Antonini sono decine e decine i dirigenti e gli esponenti di spicco del partito tartarugato che si nascondono dietro un meno evidente tricolore. Se difficile è scorgere la vera identità di quel “Mask 451” che monopolizza la comunicazione sui canali Telegram mostrandosi come vero e proprio leader, meno difficile è scovare un altro pezzo da novanta della destra italiana. Dall’analisi dei metadata dei PDF diffusi sui canali Telegram, in cui viene riportato il mascherin pensiero, spunta il nome di Simone di Stefano come autore dei documenti. Non un nome da poco conto e nemmeno uno di quelli a cui “non interessano i colori politici”. Di Stefano è vicepresidente nazionale di CasaPound secondo solamente, ma nemmeno così tanto, al leader Iannone. Lo stesso Di Stefano che si vanta di avere in mano “cinque giornalisti di punta in Rai, più una quarantina in varie redazioni locali” e che vorrebbe lanciare l’assalto sovranista al servizio pubblico. Lo stesso di Stefano che nel 2008 proprio negli uffici della Rai fece irruzione con un manipolo di estremisti e minaccio giornalisti e operatori della trasmissione “Chi l’ha visto?” dopo un servizio sulle violenze dell’estrema destra a Piazza Navona. Lo stesso Di Stefano condannato a un anno e sei mesi nel novembre scorso e su cui gravano 16 procedimenti pendenti.

Insomma, dietro quelle mascherine sembra sempre più celarsi il volto dell’estrema destra italiana. Ma perché l’estrema destra si nasconde dietro un vessillo non suo?

Cosa fanno – Quello delle mascherine tricolori sembra essere un vero e proprio tentativo di fare proseliti tra chi quei partiti dell’estrema destra non li ha sostenuti fino ad ora. Presentarsi nelle piazze con bandiere e simboli di CasaPound o del Blocco Studentesco, per dirne due, limiterebbe ai soli militanti e simpatizzanti la partecipazione. Nascondersi dietro mascherine tricolori, con continui rimandi al “popolo” e al “lavoro da salvare”, li aiuta a far cadere nella loro rete quegli italiani stanchi e in situazione di crisi a causa del lockdown. E se oggi quegli italiani sono in piazza con le mascherine domani potrebbero andare ad ingrossare le fila dell’estrema destra che, una volta gettata la mascherina, è pronta a mostrare la sua vera identità.

Una vera e propria operazione di marketing, insomma, che ha portato ad un cambiamento radicale nelle modalità con cui manifestare. Se prima le azioni dell’estrema destra erano condotte in aree periferiche ed una massiccia comunicazione social, ora sembra essere l’esatto opposto. Le mascherine si radunano nelle piazze più centrali o simboliche delle città, da piazza Giulio Cesare a Milano a piazza Cavour a Napoli, e sfidano il lockdown schierati immobili, quasi militarmente, mentre un leader autodefinito legge un comunicato diverso ogni sabato. Nessun rimando ai partiti della destra, anche se chi legge è ad essi legato, nessuna comunicazione sui canali social dei vari gruppi se non su quello delle mascherine che contano circa 8.000 seguaci su Facebook. Alla comunicazione social si preferisce, questa volta, quella stampa tradizionale che da lungo tempo viene osteggiata da quelle stesse formazioni oltranziste ma che può far maggiormente presa sulle classi sociali a cui ambiscono. Così la pagina social delle mascherine brulica di link ad articoli che ne parlano, di foto, di rimandi a testate che pubblicano notizie sulle loro manifestazioni.

Linguaggio – Ma se cambiano le modalità, non cambia il linguaggio usato. A partire da quei documenti, redatti come detto da Di Stefano, che vengono diffusi sui gruppi Telegram e letti nelle piazze. Documenti in cui si ritrovano quelle teorie complottiste e populiste che dall’inizio dell’emergenza sanitaria stanno caratterizzando i movimenti della destra italiana e non solo. Una retorica fatta di accuse ad una “politica incapace che ora rischia di farci morire di fame” e che ha “deciso che l’Italia deve fallire, che l’Italia deve uscire in ginocchio da questa crisi”. Una politica a cui bisogna ribellarsi facendo ritornare “la parola al popolo”. Ed è proprio il popolo, secondo il documento, che deve ribellarsi “ad una dittatura sanitaria che sembra uscita da un film di fantascienza, ad aspettare la diretta Facebook di un premier che ci riempie di cazzate e ci tratta come bambini” e deve farlo per “salvare la Nazione”. Popolo, lavoro e Nazione, con l’iniziale rigorosamente maiuscola. Sono queste le parole chiave di un movimento che anche nel linguaggio non riesce a staccarsi dalla retorica nazionalista ed oltranzista tipica della destra italiana che da mesi rilancia questi proclami.

E come se non bastasse, su Telegram arriva l’ennesima chiamata ad una nuova marcia su Roma. “L’obiettivo è tutti a Roma.” scrive il solito Mask 451 “e ci arriveremo passo dopo passo. Crescendo di sabato in sabato.” Insomma, non serve poi molto per distinguere la maschera dal vero volto di un movimento che pur professandosi lontano da ogni ideologia politica ne è intriso fino in fondo. Una vera e propria rete nera celata in modo maldestro dietro un tricolore che non riesce a coprirla del tutto. Una rete nera che sfida il lockdown per fare proseliti, sfruttando difficoltà economica, incertezza e paura per espandere la propria presenza e mostrare il proprio potere. Un potere nero.  

Qualcuno salvi l’Università

Nella conferenza stampa di domenica il Presidente del Consiglio Conte ha esposto i provvedimenti del nuovo decreto sulla “fase 2”. Un discorso di 40 minuti in cui, però, non ha avuto spazio quella che dovrebbe essere l’elemento fondamentale per ogni paese che vuole ripartire davvero: la scuola.

Dal 4 maggio si potranno rivedere i congiunti che abitano nella propria regione. Si potrà fare sport e attività motoria individuale mantenendo una distanza di sicurezza di 1 metro. Le funzioni religiose rimangono sospese ma è prevista una deroga per i funerali, solo in presenza di parenti stretti in un numero massimo di 15. Parchi, ville e giardini potranno riaprire ma saranno sottoposti ad eventuali limitazioni imposte da amministratori locali. Poi il passaggio sul “programma differito e a tappe” che porterà alla “riapertura di musei, mostre, biblioteche e la ripartenza degli allenamenti per gli sport collettivi” il 18 maggio e di “bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici, barbieri e centri massaggi” il 1° giugno. Si può riassumere così la conferenza stampa con cui il premier Giuseppe Conte ha annunciato il programma del governo per la “Fase 2” che scatterà tra 7 giorni. Dopo 40 minuti di diretta, però, sorge un dubbio: e la scuola?

Se nel decreto è riportato quanto già stabilito nelle scorse settimane, con la sospensione delle attività didattiche in presenza e l’implementazione di “modalità di didattica a distanza avuto anche riguardo alle specifiche esigenze degli studenti con disabilità”, l’assenza di un passaggio specifico se non minimo durante la conferenza è pesante. Non solo perché si fa esplicito riferimento a “centri estetici, barbieri e centri massaggi” e non a scuole ed Università, ma anche perché in un momento così delicato sono milioni gli studenti e i docenti in cerca di rassicurazioni ed aiuti. Cercano rassicurazioni i maturandi che ad oggi non sanno con che modalità si svolgerà l’esame più importante della loro vita. Cercano risposte i professori, che non sanno come muoversi. Chiedono aiuti gli universitari stretti in una morsa tra tasse da pagare, affitti da fuorisede e quei costosissimi libri da comprare per forza visti i problemi, con la digitalizzazione dei cataloghi bibliotecari.

Se in serata qualche aggiornamento sulla scuola ha provato a darlo il Ministro dell’Istruzione Azzolina, affermando che si sta lavorando per una ripresa in sicurezza a settembre e promettendo nuove assunzioni, continuano a mancare comunicazioni ufficiali mentre troppi problemi sembrano essere sottovalutati. Nulla è ancora deciso, ad esempio, sulle modalità con cui verrà svolta la maturità se non le promesse sul fatto che non sarà “un esame online ma sarà svolto in presenza”. Ritardi che, a poco meno di un mese dagli esami, stanno facendo salire le prime legittime ansie di studenti e professori che temono di doversi preparare in fretta e furia ad una maturità inedita senza un minimo di preavviso. Alla lunga stanno poi emergendo anche le disparità provocate dalla didattica a distanza: c’è chi l’ha adottata dal primo minuto, chi lo ha fatto in ritardo e chi, ancora, non riesce a garantire il corretto svolgimento delle lezioni con evidenti ricadute anche sull’esito dell’anno scolastico. C’è poi una impreparazione di fondo da parte dei docenti, non certo per colpa loro sia chiaro, che spesso provano a riproporre le stesse lezioni che avrebbero fatto in classe davanti ad uno schermo senza riuscire così a catturare l’attenzione di studenti che rimangono come automi a ricevere informazioni senza apprendere per davvero. Ma soprattutto esiste un problema economico di fondo: non tutte le famiglie italiane hanno a disposizione gli strumenti per connettersi. Banda larga, computer, webcam, tablet e chi più ne ha più ne metta sono per molti un lusso che rischia di tagliare fuori i ragazzi dal loro sacrosanto diritto allo studio.

E proprio i problemi economici si fanno sentire, ancora di più, per gli studenti universitari che in questo periodo sembrano essere abbandonati a loro stessi. Nel silenzio del Ministro Manfredi e del Governo sono molte le grida di protesta che si alzano dal mondo accademico. I primi a pagare per questa situazione sono senza dubbio quei fuorisede che, per responsabilità civica e morale, hanno deciso di non prendere parte all’esodo verso il sud della ormai celebre notte tra il 7 e l’8 marzo. Intrappolati in città non loro, senza alcuna apparente ragione che li trattenga se non la Ragione stessa, venuta meno la possibilità di sostentarsi con quei lavoretti che prima potevano svolgere saltuariamente si ritrovano ora completamente soli a dover affrontare spese che non sono diminuite. Perché il virus che li costringe in casa, non ha fermato né le tasse universitarie da pagare né gli affitti di case e studentati. E mentre il governo spinge per implementare la didattica online, incluso lo svolgimento regolare di esami e sessioni di laurea, sembra trascurare la realtà quotidiana di chi vive le università italiane. La chiusura delle biblioteche e i ritardi nella digitalizzazione dei cataloghi costringono ad esempio gli studenti a dover forzatamente comprare libri costosissimi da usare un mese o poco più. Stage e tirocini sono diventati allo stesso tempo indispensabili per potersi laureare ma impossibili da svolgere a causa delle limitazioni, costringendo di fatto molti a dover rimandare il conseguimento del titolo. Si consiglia ai professori di far lezioni più brevi per aiutare gli studenti a restare concentrati ma allo stesso tempo si pretende che venga portato a termine il programma previsto.

La possibilità, prevista dall’ultimo decreto, di svolgere esami, laboratori e sessioni di laurea in presenza su disposizione dei singoli atenei non risolve i problemi reali di un mondo che sembra essere abbandonato a sé stesso. Un mondo che ora, con la crisi economica che inevitabilmente seguirà a quella sanitaria, rischia di uscire pesantemente ridimensionato anche nei numeri. Ne abbiamo avuto un esempio nel recente passato con il drastico calo delle immatricolazioni a seguito della crisi economica del 2008 che in 5 anni ha visto gli iscritti all’università calare dai 307mila del 2007 ai 270mila del 2013. Una tendenza che si è ribaltata solo negli ultimi anni con una crescita stabile che non ha ancora portato ai livelli di un decennio fa ma che rischia di interrompersi bruscamente. Senza aiuti agli studenti e sgravi sulle imposte accademiche si rischia un calo brusco degli immatricolati per il prossimo anno. Si rischia che molti si vedano costretti ad abbandonare un percorso già iniziato ma diventato insostenibile tra tasse, affitti e sostentamento. L’Università rischia l’inizio di una crisi pesantissima.

Una crisi che non metterebbe a rischio solo migliaia di posti di lavoro ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro paese. Perché dopo aver perso la generazione “del passato” a causa del virus, non possiamo permetterci di sacrificare quella “del futuro”. Serve un intervento deciso per mettere in condizione studenti e professori di continuare quel contagio di sapere che è necessario per far ripartire la società dopo una crisi come quella che stiamo vivendo. È necessario tanto quanto far ripartire l’economia. È necessario senza dubbio di più, e non ce ne vogliano i diretti interessati, di far ripartire centri estetici e centri massaggi. Perché il futuro lo si deve costruire da ora. E ogni studente che deciderà di ritirarsi perché non riesce più a pagare le tasse, ogni diplomato che cercherà un lavoro perché non può permettersi di continuare gli studi, saranno una sconfitta per l’intero paese.

Cartelli e coronavirus: il Messico è sempre più un narco-stato

“Messico e nuvole la faccia triste dell’America
il vento insiste con l’armonica,
che voglia di piangere ho”
– Enzo Jannacci-


Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.

Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.

Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos.  La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.

Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.

Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.

Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.

Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.

L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.

Coronabond e MES: Cosa sono e perchè dividono l’Europa

“Amo furiosamente l’Europa
ma ammetto che non funziona,
che dobbiamo rifondarla.”
-Emmanuel Macron-


Il coronavirus non è più solo un’emergenza sanitaria ma, in questi giorni più che mai, si sta trasformando in un’emergenza politica. Lo è per i governi statali chiamati a rispondere ad una situazione completamente nuova che spesso li ha trovati impreparati. Lo è, ancor di più, per l’Unione Europea che rischia di morire colpita da un braccio di ferro politico senza precedenti. Intrappolata nei suoi stessi meccanismi, non è stata fino ad ora in grado di dare risposte concrete per sostenere le famiglie e le imprese colpite da una crisi senza precedenti e che negli stati più colpiti arrancano e chiedono a gran voce un aiuto che non arriva. Si parla da giorni di MES e coronabond, con scontri e barricate tra chi sostiene uno e chi sostiene l’altro. Tra chi in patria chiede a gran voce una misura ma poi la boccia in Europa. Tra chi non vuole nessuno dei due e chi, invece, chiede aiuti senza condizioni.

MES – Il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES per gli amanti degli acronimi o “Fondo salva stati” per chi vuole semplificare, è un’organizzazione intergovernativa europea attiva dal luglio 2012. Regolato dal diritto internazionale e con sede in Lussemburgo, il fondo nasce con lo scopo di fornire assistenza finanziaria agli stati dell’area euro che versino in condizioni di difficoltà tali da mettere a rischio la stabilità dell’intera Unione. A disposizione del fondo ci sono circa 700 miliardi di euro di cui solo una parte (80 miliardi) viene finanziata direttamente dagli stati membri in modo proporzionale alla loro importanza economica mentre il restante capitale viene raccolto sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia, terza economia europea dopo Germania e Francia, ha contribuito per il 17,9% versando all’organizzazione 14,3 miliardi di euro. Sette meno dei tedeschi e due meno dei francesi.

Il problema di fondo, per cui molti lo ritengono uno strumento inadeguato ad una situazione così critica, è che il meccanismo di stabilità concede prestiti dietro condizioni severe. Per poter accedere al fondo il paese che lo richiede deve sottoscrivere una lettera d’intenti concordata con la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale in cui si impegna ad attuare interventi specifici nell’abito di un consolidamento fiscale, delle riforme strutturali, o del settore finanziario. Proprio da qui nasce lo scontro che ha spaccato il governo italiano e sta dividendo i paesi europei. I paesi che decidessero di attivare il meccanismo sarebbero infatti sottoposti a vincoli e regole più ferree rispetto agli altri stati rischiando di trovarsi ad affrontare una stagione di riforme più rigide e difficoltà finanziarie maggiori. Condizioni che stridono con il principio di solidarietà su cui si basa la comunità europea e che non sembrano in grado di rispondere in maniera efficace ad una crisi che colpisce tutti.

Coronabond – Meno condizioni sono invece richieste dai cosiddetti “eurobond”, ribattezzati “coronabond” per l’occasione. Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad un’obbligazione ideata nel 2011 dalla Commissione Europea presieduta dal portoghese José Manuel Barroso dietro cui si cela un ragionamento semplice: essendo l’eurozona un’entità con un’unica banca centrale e un’unica moneta, perché non creare anche un unico debito pubblico? Un titolo di stato europeo garantisce infatti una maggior stabilità e tassi di interesse minori di quelli a cui sarebbero sottoposti i titoli dei paesi più deboli.

Avendo spese superiori rispetto alle entrate, gli stati chiedono costantemente prestiti emettendo in cambio obbligazioni (bond, in inglese) che garantiscono una rendita annuale a chi li detiene. Lo stato che ha richiesto il prestito paga in questo modo gli interessi impegnandosi a ripianare il debito allo scadere delle obbligazioni. L’Italia, ad esempio, emette solitamente i cosiddetti BTP, obbligazioni decennali che al momento rende agli acquirenti un interesse di circa l’1,7%. In sostanza chi presta soldi al nostro paese riceve un 1,7% annuo per dieci anni dopodiché riottiene la somma prestata. Il rendimento dei titoli di stato è in continua evoluzione e dipende dalla solidità del paese: più un paese è stabile, più l’investimento viene considerato sicuro e più sarà basso il tasso di interesse. Al contrario per paesi in difficoltà l’interesse sarà maggiore essendo più alto il rischio che non riescano a ripagare il debito. Metro di paragone è la Germania, ritenuta l’economia più solida a livello europeo, sui cui titoli di stato viene calcolato il divario (lo “spread”) degli altri stati. Un divario che oscilla tra i 226 punti della Grecia, i cui titoli hanno un tasso di rendimento del 2,1%, e i 29 punti dell’Olanda, i cui titoli sostanzialmente non danno alcun rendimento.

Proprio le oscillazioni a cui sono sottoposte le obbligazioni rendono gli eurobond, o coronabond che dir si voglia, maggiormente utili per quei paesi meno stabili. La grande stabilità finanziaria dell’Unione Europea nel suo complesso garantisce la possibilità di emettere titoli con un tasso di interesse comune per tutti i paesi e che dunque non sia soggetto ad oscillazioni stato per stato. La condivisione di un debito comune a tutti gli stati genera però preoccupazione in quei paesi caratterizzati da un maggior rigore preoccupati per la possibilità di fallimento di stati meno inflessibili che ne potrebbero approfittare per tenere comportamenti economicamente irresponsabili lasciando di fatto il pagamento del debito in capo ai contribuenti di stati più virtuosi.

Europa – Come il premier Giuseppe Conte, anche noi siamo costretti a fare nomi e cognomi. In Europa le barricate dello scontro eurobond-Mes hanno infatti contorni e colori ben definiti: da una parte gli stati dell’area mediterranea, Italia e Spagna su tutti, dall’altra quelli del nord Europa, capeggiati dalle virtuosissime Olanda e Germania. Mentre i primi chiedono un salto culturale all’Unione Europea con l’approvazione di una misura senza precedenti, i secondi frenano spingendo invece per l’utilizzo del MES seppur con qualche correzione che lo renda meno rigido.

A chiedere l’indebitamento comune tramite coronabond è stato il cosiddetto “gruppo dei nove”, ovvero un ampio schieramento di governi nazionali che nelle scorse settimane hanno firmato una lettera indirizzata alla commissione. Italia, Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia hanno chiesto così formalmente che la Commissione Europea apra finalmente a questo debito comune per permettere lo sfruttamento di maggiori risorse e affrontare la crisi in corso. Si tratta di stati che, oltre ad essere i più colpiti dall’emergenza coronavirus, presentano i conti pubblici più fragili e quindi maggiormente in difficoltà nel finanziare misure straordinarie per il sostegno di imprese e famiglie. Ma se la Commissione Europea ha, dopo vari tentennamenti, accettato le richieste aprendo alla possibilità di indebitarsi, a fermare il tutto sono arrivati i falchi del nord: Olanda, Finlandia, Austria e, naturalmente, la Germania. I paesi più virtuosi del continente non intendono fare ulteriori concessioni dopo le misure già approvate per lo sforamento del tetto del 3% al deficit pubblico, quello del 60% al debito pubblico e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo agli aiuti di Stato. Misure che permetteranno agli stati di indebitarsi senza incorrere in conseguenze mettendo a rischio la stabilità dell’intera unione. Uno strappo dell’Unione che Berlino e si suoi satelliti non hanno mai pienamente digerito e che considerano già una misura straordinaria.

E mentre lo scontro tra nord e sud Europa imperversa, il tempo passa. Bisogna urgentemente intervenire, come ha sottolineato Mario Draghi nel suo editoriale sul ‘Financial Times’, “con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura”. Bisogna farlo prima che sia troppo tardi, prima che il costo dell’esitazione sia fatale non solo per l’Unione ma anche e soprattutto per i suoi stati membri. È ora di dimostrare, in quanto europei, che quella solidarietà su cui è stata fondata l’Unione non è solo una parola vuota ma un reale valore comune e condiviso. È necessario, oggi più che mai, mostrarci uniti per combattere un nemico che, innegabilmente, sta colpendo tutti.

La privatizzazione della sanità lombarda

“Tierra de sabbia fina
di tesori in cantina
di animali strani
Formigoni e pescecani”

Alessandro Sipolo


La sanità pubblica lombarda è al limite. Assediata da oltre un mese da un nemico invisibile che riempie gli ospedali costringendo medici ed infermieri a turni massacranti per salvare vite e scongiurare il peggio. Ogni giorno alle 17.30 migliaia di lombardi assistono al bollettino di guerra diffuso quotidianamente dall’assessore al welfare Giulio Gallera sperando che non annunci il collasso del sistema sanitario lombardo. Un sistema da sempre considerato eccellenza nazionale e modello per l’Europa. Un sistema che punta sulla sinergia tra pubblico e privato grazie ad un modello pensato dall’ex governatore Formigoni e implementato dai suoi successori. Una sinergia che, come emerge con disarmante evidenza in questi giorni drammatici, è sempre più sbilanciata verso il privato mentre il pubblico perde posti letto e finanziamenti.

Il modello – La storia recente della sanità lombarda, che assorbe circa il 75% del bilancio regionale, è indubbiamente legata a doppio filo con la figura di Roberto Formigoni. L’ex governatore, quattro volte presidente della Regione dal 1995 al 2013, è stato il regista della legge 31/1997 che riformò il settore sanitario lombardo basandolo di fatto sul principio di sussidiarietà solidale tra pubblico e privato. Se nelle intenzioni del governatore, sicuramente in buona fede, vi era l’idea di una cooperazione tra sanità pubblica e sanità privata per meglio rispondere alle esigenze dei cittadini, la riforma ha invece prodotto un effetto contrario. La sanità privata ha, di fatto, iniziato una sorta di corsa ai fondi pubblici riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le RSA lasciando al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali ad esempio i servizi di pronto soccorso e la psichiatria. Una corsa ai fondi che ha visto la sanità privata sempre in vantaggio sulla pubblica con la conseguente, ed inevitabile, perdita di risorse importanti per le strutture pubbliche costrette a far fronte a continui tagli.

Quella che doveva essere una compartecipazione solidale al servizio del cittadino è dunque diventata una corsa al finanziamento a cui, a dire la verità, la sanità pubblica non ha mai partecipato per davvero. Tagliata fuori, non solo dalle risorse maggiori di cui disponevano in partenza le strutture private, ma anche dal sistema corruttivo che ha per diverso tempo favorito proprio quelle strutture che ne avrebbero avuto meno bisogno. Non è certo un caso che, proprio per il cosiddetto “Caso Mauggeri” e per tangenti milionarie alla sanità privata, Formigoni sia stato condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Così il modello solidale è diventato lo strumento per arricchire le strutture private e costringere il cittadino a rivolgersi a loro, ovviamente a pagamento, per evitare i tempi di attesa sempre più lunghi che i continui tagli hanno imposto al pubblico.

Nato con Formigoni, il modello è stato foraggiato e implementato dal suo successore Roberto Maroni durante il suo mandato. La privatizzazione della sanità ha così raggiunto livelli talmente inaccettabili da costringere l’attuale governatore, ancora una volta di centrodestra, a intraprendere una graduale riforma che smantelli il modello dei predecessori. Troppo grande il malcontento dei cittadini. Troppo rischioso, ai fini elettorali, tirare ancora la corda per farlo continuare. Con la riforma annunciata un anno fa, Regione Lombardia vuole iniziare un percorso di valorizzazione del pubblico e di finanziamenti mirati al privato con la previsione di un tavolo di confronto tra attori pubblici, privati ed istituzionali per decidere insieme priorità e investimenti. Una riforma che mira a sospendere i finanziamenti al privato su base “storica” e punta invece a finanziare il settore in modo più preciso in base a determinate esigenze.

Squilibrio – Se la riforma di Fontana mira a ridare ossigeno alla sanità pubblica, è innegabile che nei 25 anni di governi di centrodestra si sia creato uno sbilanciamento tra settore privato e settore pubblico. Nel 1994 il sistema sanitario lombardo poteva contare su 27 ospedali, 5 strutture “classificate”, 5 Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), 3 università (Milano, Pavia, Brescia) mentre il privato aveva 52 strutture, 6 Irccs, zero università. Oggi il privato conta 102 strutture, 21 Irccs e 4 università (San Raffaele, Humanitas più due progetti), mentre il pubblico si è grandemente ridimensionato. Da una ricerca condotta dalla professoressa Maria Elisa Sartor, docente di Programmazione, organizzazione, controllo nelle aziende sanitarie all’Università degli Studi di Milano, emerge chiaramente come il settore privato abbia lentamente rosicchiato terreno al pubblico fino a compiere un sostanziale sorpasso. Se a livello regionale si evidenzia una perfetta coincidenza tra le strutture private a contratto con il SSL (99) e quelle pubbliche (99) questo dato non da indicazioni esaustive sul numero dei posti letto per ricoveri ordinari e Day Hospital. I numeri dei posti letto nel settore pubblico, infatti, continuano ad essere in numero maggiore rispetto a quelli delle strutture private anche grazie alle dimensioni estremamente maggiori degli ospedali pubblici. Ma se i numeri in termini assoluti non sembrano così drammatici, il trend sembra evidenziare una lenta ma inesorabile crescita del privato. “Dalla metà degli anni ’90 al 2018” evidenzia la dott.ssa Sartor “i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati e nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti letto privati sono considerevolmente aumentati”.

Se la tendenza indica un progressivo avvicinamento del privato al pubblico per quanto riguarda i posti letto, l’avvicinamento è stato molto più veloce per quanto riguarda la destinazione dei fondi. Dal versante economico, infatti, il sorpasso del privato sul pubblico è in procinto di avverarsi. Dallo studio, che esclude dalla valorizzazione le IRCSS e i poli universitari che sbilancerebbero ancor di più i valori, emerge infatti come le strutture private abbiano in generale incassato sempre di più per ricoveri e day hospital fino a raggiungere, ed in alcuni casi sorpassare, le strutture pubbliche. Mentre a Como si registra, unico caso, il sorpasso del privato con incassi superiori ai 145 milioni (105 quelli del pubblico), nel resto della regione ci siamo sempre più vicini: a Milano il privato incassa il 47% della torta, a Bergamo il 44%, a Brescia il 43%, a Pavia il 37%, a Mantova il 36%, a Monza-Brianza il 33%.

Lo studio della professoressa Sartor indica dunque un’ascesa silenziosa ma incessante della sanità privata che, grazie alla politica lombarda, è riuscita ad insinuarsi nel Sistema Sanitario Regionale erodendo le risorse a disposizione del pubblico. Un’ascesa avvolta nella nebbia di una dissimulazione generale che ha reso quasi impossibile accertarne la portata nel corso degli anni. Come evidenzia lo stesso studio infatti “nei flussi informativi, e soprattutto nelle elaborazioni primarie di tali flussi rese pubbliche, non sono state sempre evidenziate le variabili “natura privata” e “natura pubblica” delle strutture”. Le informazioni sulla divisione pubblico-privato sono addirittura sparite completamente dai resoconti a partire da metà anni 2000, nel pieno dell’implementazione del “modello Formigoni”, rendendo di fatto impossibile storicizzare il fenomeno. Si è insomma fatto di tutto per insabbiare una trasformazione lenta ma costante che ha portato ad un sistema sanitario che poggia le proprie fondamenta sulla presenza del privato senza cui il pubblico, svuotato di risorse e fondi, non potrebbe sostenere il peso della sanità lombarda. Insomma, alla fine dei conti, il motto della classe dirigente lombarda sembra essere sempre lo stesso:

“Siamo tutti Daccò-rdo
Che se paghi me lo scordo”

Youth of Sumud – Quando esistenza significa resistenza

La sfida dei giovani palestinesi che tornano ad abitare le grotte di At-Tuwani per resistere all’espansione coloniale dell’insediamento israeliano di Ma’on

Ci troviamo ad At-tuwani, villaggio palestinese incastonato fra le pendici delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. È uno di quei villaggi della cosiddetta “Area C” che, secondo la divisione amministrativa stabilita dagli Accordi di Oslo del ’93, designa il controllo esclusivo israeliano della zona, sia militare che civile.

Gli abitanti di At-tuwani e dei villaggi limitrofi sono in gran parte pastori e agricoltori, circondati da un paesaggio collinare arido, con sfumature che variano dal grigio delle pietre, al marrone-giallo della terra, al verdone di qualche solitario cespuglio. In un paesaggio così desolato distinguono zone, precisamente delineate, particolarmente folte di una vegetazione rigogliosa. Sono le aree abitate dai coloni israeliani nell’insediamento di Ma’on e nell’avamposto di Havat Ma’on, situato a soli 500 metri da At-tuwani. La differenza fra un insediamento e un avamposto israeliano è principalmente che il primo è ritenuto illegale dal diritto internazionale delle Nazioni Unite, ma legale dal punto di vista del diritto israeliano, al contrario, il secondo – l’avamposto – è illegale per entrambe le fonti del diritto.

I TRASCORSI – Le storie di At-tuwani, e di un altro di questi villaggi, Sarura, altro non sono che ennesime storie di gente semplice e di resistenza nonviolenta che chiedono a gran voce di essere raccontate e denunciate. Sarura è stato uno dei tanti posti da cui, verso la fine degli anni ’90, i residenti sono stati evacuati a seguito della costruzione di due insediamenti israeliani che hanno reso la quotidianità dei pastori palestinesi insopportabile a tal punto da dover abbandonare le proprie case. L’arrivo dei coloni in queste aree ha infatti portato con sé la brutalità di un’occupazione con violenze su tutta la popolazione, bambini inclusi, arresti arbitrari, demolizioni di case e strutture pubbliche, attacchi ai greggi, e privazione di acqua ed elettricità.

Con la costruzione nel 2001 dell’avamposto di Ma’on Farm, lungo la strada dove è situata la scuola frequentata da bambini provenienti da diversi villaggi, sono cominciati una serie di attacchi agli studenti diretti all’istituto. Violenze ed aggressioni sempre più frequenti da parte dei coloni tanto da costringere, nel 2004, diverse organizzazioni internazionali, tra cui ‘Christian Peacemaker Teams’ e ‘Operazione Colomba’, a scortare i bambini palestinesi lungo questo tragitto. Un’esperienza che non ha però fermato le violenze continuate anche ai danni dei volontari con due membri delle associazioni rimasti vittime delle aggressioni dei coloni. Un’episodio che ha convinto il Comitato per i Diritti dell’Infanzia del Parlamento israeliano (Israeli Knesset Committee for Children’s Rights) a decretare che una scorta armata dell’esercito israeliano accompagnasse i bambini palestinesi lungo questo tratto di strada. La scorta militare non ha però fermato le aggressioni ai bambini anche a causa di inadempienze ripetute. Spesso infatti chi avrebbe dovuto accompagnarli non si presenta o arriva con forti ritardi, causando così la perdita di ore e giorni di scuola ai bambini dei villaggi delle colline del sud di Hebron.

YOUTH OF SUMUD – Nel 2017 è nato un collettivo di giovani palestinesi, Youth of Sumud, dalle figlie e i figli degli attivisti nonviolenti del Comitato di Resistenza Popolare che per anni è riuscito a respingere i tentativi di evacuazione di At-tuwani, e di altri villaggi situati sulle colline a sud di Hebron, organizzando attività di solidarietà e resistenza nonviolenta per contrastare le politiche espansionistiche di colonie e avamposti israeliani. Negli ultimi anni, infatti, i coloni di Ma’on e Havat Ma’on continuano a pianificare l’espansione dei propri insediamenti incrementando le demolizioni, gli arresti e le violenze a danno dei palestinesi e moltiplicando significativamente il loro numero di abitanti. Mentre le politiche coloniali spinte dal fine ultimo di allontanare tutti gli abitanti palestinesi da quest’area aumentano, i ragazzi di YOS cercano di riappropriarsi e riportare in vita il villaggio evacuato di Sarura, tornando ad occupare le grotte in cui i pastori vivevano prima di essere costretti ad abbandonare il villaggio. È quello che hanno ribattezzato come “Sumud Freedom camp”, una semplice grotta riaperta e animata e vissuta dai ragazzi di YOS che è diventata così il simbolo della lotta nonviolenta e incessante delle generazioni delle colline a sud di Hebron. Il simbolo di un passaggio da una generazione che quelle grotte le abitava ed una che non le vuole lasciare, che vuole riappropriarsene per ribadire la propria identità. Una lotta fragile ed estenuante ma potente, in grado di costituire un esempio di speranza e perseveranza per tutti gli altri palestinesi costretti ad abbandonare le loro terre.

PERCHE’ ESISTENZA È RESISTENZA – Sumud è una parola araba che rispecchia sia una strategia politica che una determinata ideologia nata per la prima volta dalle pratiche di resistenza emerse dopo la Guerra dei Sei Giorni. Sumud può essere tradotto letteralmente con fermezza, perseveranza, tenacia, determinazione ma anche resilienza. L’ideologia dietro questo termine è esattamente quella dei ragazzi di YOS, vale a dire semplicemente esistere sulle proprie terre ed affrontare la quotidianità nonostante le violenze e gli ostacoli, al fine di resistere l’occupazione israeliana. Sumud è quindi attaccamento alla propria terra, che si declina in attaccamento alla propria storia e alla propria cultura, e mira quindi a una più alta affermazione identitaria. Ed è così che per i ragazzi di YOS cucinare, mangiare, ballare e dormire al Sumud Freedom Camp costituisce sia un atto di resistenza alle mire espansionistiche israeliane, e in particolare all’avamposto che si erge esattamente di fronte alla collina su cui si situa la grotta riaperta, sia un atto di affermazione identitaria palestinese.


Author: Morgane Afnaim


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