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Un esercito di nostalgici del fascismo nelle liste elettorali

Un esercito di nostalgici del fascismo è pronto a scendere in campo per le elezioni regionali e comunali. C’è chi posta foto con il braccio teso e chi invoca una marcia su Roma, chi usa per la campagna elettorale slogan del regime e chi per anni ha militato in organizzazioni neofasciste. Ecco chi sono e da chi sono stati candidati.

Domenica e lunedì nel nostro paese non si terrà solo il referendum costituzionale. Questa tornata elettorale prevede infatti anche le elezioni amministrative in 1.177 comuni, tra cui 18 capoluoghi di provincia, e le elezioni regionali in sette regioni (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto e Valle d’Aosta). È dunque pronto, e in attesa di giudizio, un vero e proprio esercito di candidati che da lunedì potrebbero iniziare una nuova avventura politica. Ma mentre la commissione antimafia ha presentato ieri un elenco di 13 impresentabili in diversi comuni con criticità soprattutto in Puglia e Campania, nelle liste di molti partiti da nord a sud Italia si registra una massiccia presenza di un altro tipo di impresentabili: i nostalgici del ventennio fascista.

 Il caso che ha trovato più spazio sui giornali, e generato più clamore, è senza dubbio quello di Christian D’Adamo. Candidato consigliere a Fondi con una lista civica a sostegno del candidato sindaco di Fratelli d’Italia Giulio Mastrobattista, D’Amato non nasconde in alcun modo la sua affinità con certi ambienti della destra più estrema e su Twitter, dove come immagine del profilo sfoggia una foto con la bandiera di Forza Nuova, si definisce “naziskin, negazionista, omofobo, xenofobo, antidemocratico, anticostituzionale, anticomunista e antisemita”. Tra foto con il braccio teso e immagini di svastiche, il profilo del pizzaiolo 32enne candidato a Fondi sembra essere tutto tranne che il profilo di un candidato democratico. E come può essere, allora, che sia stato candidato a consigliere comunale? Secondo Francesco Mastrobattista, ex Forza Nuova e responsabile della lista civica che lo ha candidato oltre che nipote dell’aspirante sindaco, si sarebbe trattato di una svista: “ho controllato” ha assicurato “certificato penale, carichi pendenti, casellario giudiziario e profili Facebook di tutti i candidati. Mi dicono che D’Adamo aveva postato foto indecenti su Twitter. Mi dispiace ma è impossibile controllare tutto.”

Ma quello di Fondi non è c’erto l’unico caso in cui i responsabili di Fratelli d’Italia non sono riusciti a controllare tutto. In Campania, ad esempio, nel partito di Giorgia Meloni sembra esserci un boom di nostalgici. “Me ne frego” è ad esempio lo slogan elettorale scelto da Gimmi Cangiano, ex militante del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile dell’MSI) che da due anni è coordinatore regionale per Fratelli d’Italia con cui ora si è candidato nel collegio di Caserta. Cangiano, però, è senza dubbio in buona compagnia. A Napoli, infatti, Fratelli d’Italia candida anche l’attuale consigliere comunale Marco Nonno il cui passato sembra essere composta più da ombre che da luci. Nonno, infatti, non solo è stato condannato ad 8 anni per aver fomentato gli scontri in occasione dell’apertura della discarica di Pianura (definita da lui “una medaglia”) ma ha anche una forte nostalgia per il ventennio fascista. Nel 2016 infatti, in un’intervista a Repubblica, Nonno definì Mussolini “il più grande statista del ‘900” e la sua simpatia per il duce è cosa così nota che i suoi compagni di partito nel marzo 2019 gli fecero trovare una torta con la faccia di Mussolini e la scritta “A Noi!”.

Ma è nelle Marche che Fratelli d’Italia si supera. Nell’unica Regione, insieme alla Puglia, in cui Giorgia Meloni ha avuto il via libera dal centrodestra a candidare un proprio uomo la scelta è ricaduta su Francesco Acquaroli. L’ex sindaco di Potenza Picena, in provincia di Macerata era però finito al centro delle polemiche il 28 ottobre scorso quando partecipò a una cena ad Acquasanta Terme in occasione dell’anniversario della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Nella sala in quell’occasione era un tripudio di bandiere italiane marchiate con fasci littori, loghi di Fratelli d’Italia e menù con citazioni del ventennio e immagini del duce. L’allora coordinatore regionale di FdI, Carlo Ciccioli, presente all’evento insieme ad Acquaroli commentò laconicamente: “Una cena è una cena e un menu è un menu. Non sono entrambi documenti politici”. E dunque non sorprende se a sostegno di Acquaroli presidente si sia candidato a consigliere regionale proprio Carlo Ciccioli, nel tentativo forse di fare di quell’ambiente un documento politico vero e proprio.

Da Riva del Garda dove è candidato con il partito di Giorgia Meloni Matteo Negri, esponente di CasaPound e vicinissimo agli ambienti della destra più estrema, fino a Cologno Monzese dove è candidato Salvatore Giuliano, che su Facebook scrive “prima di chiedermi l’amicizia, sappi che sono fascista e odio gli islamici”, la lista di candidati nostalgici in Fratelli d’Italia sarebbe pressoché infinita. Ma il partito di Giorgia Meloni non è certo l’unico a strizzare l’occhio a certi ambienti. Per non essere da meno, la Lega a Capriano del colle sostiene la candidatura a sindaco di Stefano Sala che non solo dice di “rimpiangere il fascismo” ma propone anche di suonare per il 25 aprile al posto di ‘Bella Ciao’ l’inno delle unità d’elite del fascismo ‘Battaglioni’. E per dimostrare l’unità del centrodestra, Forza Italia a Mantova candida a consigliere il 53 enne Fabrizio Bonatti che non solo vanta un passato di militanza con il Movimento Sociale di Almirante e la Fiamma Tricolore di Rauti ma sul suo profilo Facebook ha postato un fotomontaggio che lo ritrae abbracciato a Mussolini. Un gesto “goliardico” dice lui, che comunque ci tiene a definirsi un “moderato”.

Sempre Forza Italia poi è protagonista di un altro caso simile, insieme questa volta ad un inedito alleato: Italia Viva. Forzisti e Renziani, infatti, correranno insieme a Corsico a sostegno della candidatura a sindaco del comune in provincia di Milano di Roberto Mei, iscritto al partito di centrodestra dal 1996. Proprio Mei è però finito al centro delle polemiche per una serie di post scritti tra il 2010 e il 2012 in cui inneggia ripetutamente a Mussolini ed al regime fascista. Tra citazioni del duce, video del ventennio e post contro il 25 aprile, definito “giornata di lutto nazionale”, Mei rivela le sue simpatie per l’estrema destra di cui pare molti fossero a conoscenza. “A Corsico tutti sanno che Mei ha delle simpatie fasciste” aveva infatti commentato il candidato di Rifondazione comunista, Beppe Vivone e mi ero anche premurato di avvertire i referenti locali di Iv”. Un avvertimento che, però, non ha portato alcun risultato con Mei ancora in corsa per il posto da primo cittadino.

Ma in un paese in cui tutto è possibile, nostalgici del ventennio si trovano anche nelle liste del centrosinistra. Così ad Arezzo in una lista a sostegno del candidato PD Luciano Ralli era finito anche Flavio Sisi che dal suo profilo Facebook non usava mezze parole: “Sono fascista e morirò fascista, basta ipocrisie.” si legge in un post “Il duce è il vero artefice di tutte le infrastrutture, le opere, il sociale che la sinistra si spaccia di aver realizzato”. Pronta è arrivata in questo caso l’esclusione dalla lista e lo stop alla sua candidatura anche se, a detta del candidato sindaco Ralli, “si tratta di una persona generosa e sicuramente cambiata nel tempo”.

SI, NO, forse: guida al referendum costituzionale

Il 20 e 21 settembre gli italiani torneranno alle urne per esprimersi su un referendum costituzionale relativo al taglio del numero di parlamentari. Sarà la quarta volta nella storia della Repubblica che gli elettori esprimeranno il proprio parere sulla modifica della Costituzione dopo il referendum del 2001 che ha portato all’approvazione della riforma del “Titolo V” e i due sulla riforma della “Parte II” respinti nel 2006 e 2016. Il tema del referendum di quest’anno sarà, tecnicamente, meno complesso poiché la riforma in questione andrebbe a modificare solamente tre articoli della Costituzione: il 56, il 57 e il 59.

Il quesito – Essendo un referendum confermativo, gli elettori dovranno decidere se approvare o meno le modifiche alla costituzione già votate dal parlamento lo scorso ottobre.

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Sarà questo dunque il teso del quesito, seguito da due riquadri: uno per il “SI” e uno per il “NO”.  A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto alcun quorum per validarne l’esito, non esiste cioè una soglia minima di votanti al di sotto della quale la consultazione non sarebbe ritenuta valida. Quindi, a prescindere dal numero di partecipanti, la riforma sarà approvata definitivamente se ci saranno più Sì che No, mentre sarà respinta se i No saranno più dei Sì.

Il cuore della riforma è, ovviamente, la riduzione del numero dei parlamentari e proprio in tal senso sono stati modificati gli articoli 56 e 57 relativi ai numeri di deputati e senatori. L’art. 56 verrebbe modificato, se dovesse vincere il “SI”, riducendo da 630 a 400 i deputati eletti alla camera a cui si aggiungerebbero 8 e non più 12 deputati eletti nella circoscrizione Estero. Un taglio netto che non risparmia nemmeno i Senatori previsti dall’art. 57 il cui numero, se la modifica venisse approvata, scenderebbe da 315 a 200 più quattro eletti nella circoscrizione Estero contro i sei attuali. Se dovesse vincere il “SI”, insomma, il numero di parlamentari eletti a partire dalle prossime elezioni scenderebbe da 945 a 600.

Ma oltre al taglio dei parlamentari la riforma, attraverso la modifica dell’art. 59, punta anche a porre fine ad un’ambiguità circa il numero di senatori a vita che da sempre accende il dibattito tra i costituzionalisti. “Il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica” si legge nel nuovo articolo “non può in alcun caso essere superiore a cinque”. Il testo attuale, per cui “il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini”, è sempre stato controverso perché interpretabile in diversi modi. Se inizialmente l’articolo è stato letto come un divieto ad avere più di 5 senatori a vita, a partire dalla presidenza di Pertini venne visto come un vincolo per ogni Presidente della Repubblica a nominare al massimo cinque senatori a vita a prescindere da quanti già siedano in parlamento. La riforma vuole dunque sancire una volta per tutte che la prima interpretazione è quella da seguire, mettendola nero su bianco. Ma era davvero necessaria una modifica del genere? In effetti, nel complesso della riforma sul taglio dei parlamentari era necessario. Dietro questa decisione infatti vi è la consapevolezza che con una diminuzione così drastica dei senatori il peso dei senatori a vita aumenta considerevolmente. Avere più di 5 senatori a vita (più gli ex Presidenti della Repubblica che continueranno a diventarlo di diritto a fine mandato) in un parlamento composto da 200 membri eletti andrebbe ad incidere in maniera non indifferente sulla rappresentatività popolare della camera alta.

Perché SI, perché NO – Con la decisione presa martedì dalla direzione nazionale del PD di invitare i suoi elettori a votare SI al referendum assistiamo ad un sostanziale allineamento dei principali partiti a votare a favore per il taglio dei parlamentari. Ad invitare i propri elettori ad esprimersi a favore della riforma sono stati infatti, oltre ai 5 stelle che di questa riforma hanno fatto una bandiera, il Partito Democratico, la Lega e Fratelli d’Italia. Italia Viva e Forza Italia, invece, non hanno dato indicazioni di voto nonostante entrambi i leader abbiano definito “demagogica” la riforma esprimendo più di qualche perplessità sul contenuto. Schierato per il NO è invece il leader di “Liberi e Uguali” Pietro Grasso che già aveva votato contro la riforma in senato.

Le ragioni che spingono i fautori del SI al taglio dei parlamentari sono principalmente legate ai costi e all’efficienza del Parlamento al contrario chi si è espresso a favore del NO ha sottolineato come il risparmio a livello economico sia irrilevante e con il taglio dei parlamentari non solo non migliorerebbe l’efficienza del Parlamento ma si andrebbe a minare la rappresentanza.

Per quel che riguarda i costi va da sé che tagliando 315 posti da parlamentare si taglierebbero in automatico anche 315 stipendi con un conseguente risparmio per le casse dello stato. Su questo risparmio insiste in modo deciso il fronte del SI che lo ha reso punto centrale della propria campagna elettorale approfittando anche dell’incertezza sulle cifre. Infatti quanto si risparmierebbe esattamente con il taglio dei parlamentari non è facilmente calcolabile essendo i compensi variabili, tra quote base, diaria, indennità e altre voci. Ad oggi le stime più accreditate, basate sul Bilancio e tenendo conto di rimborsi vari, arrivano ad ipotizzare uno stipendio medio di 19mila euro mensili alla Camera e 21 al Senato. Tenendo buone queste stime, considerate attendibili dai principali istituti di statistica, si arriverebbe dunque ad un risparmio annuo di 53milioni di euro alla Camera e 29 al Senato. Proprio da questi dati nascono invece le ragioni del NO i cui sostenitori evidenziano come sia un risparmio irrisorio che rappresenta meno dello 0,01% delle spese statali (stimate in 662 miliardi con la legge di Bilancio 2020).

Un risparmio irrisorio che, sempre secondo chi sostiene il NO, non potrebbe in alcun modo giustificare il crollo della rappresentanza a cui esporrebbe la riforma. Considerando i numeri attuali, infatti, alla Camera siede un deputato ogni 96.000 cittadini con un tasso di rappresentanza che ci vede tra i migliori in Europa (1 ogni 116mila in Francia e Germania, 1 ogni 133mila in Spagna). Se il referendum dovesse essere approvato, sottolineano i fautori del NO, questo dato precipiterebbe ad 1 deputato ogni 156mila cittadini facendoci scivolare all’ultimo posto nell’Unione Europea. Chi sostiene il SI, però, si dice disposto a rinunciare ad una buona rappresentanza in Parlamento in cambio di una maggior efficienza delle camere sostenendo che con meno parlamentari il processo decisionale sarà più veloce e si riuscirà a legiferare più agilmente. Anche su questo, però, sono state sollevate diverse perplessità. La “lentezza” del Parlamento italiano, infatti, non è data dal numero eccessivo di parlamentari ma dal sistema bicamerale perfetto, sancito dalla costituzione, che prevede che due camere con le stesse funzioni. Ogni legge, insomma, prima di entrare in vigore rimbalza da una camera all’altra fino a quando non sono tutti d’accordo con un inevitabile allungamento dei tempi. Una situazione su cui il semplice taglio dei parlamentari senza una riforma delle camere non potrebbe influire.

Cosa sta succedendo in Bielorussia

“È stato un risveglio improvviso, come se un intero Paese fosse uscito dall’incantesimo”
Iryna Khalip


È domenica sera quando la commissione elettorale, a seggi ancora aperti, annuncia con certezza la rielezione per il sesto mandato consecutivo di Aleksandr Lukashenko. Questa volta, però, i bielorussi non ci stanno e a pochi minuti dall’annuncio migliaia di persone si riversano nelle strade delle principali città del paese. Esplode con tutta la forza possibile la rabbia di un popolo che non vuole più sottostare ad un regime che dura da 26 anni, da quando cioè la Bielorussia è tornata votare dopo l’indipendenza dall’Unione Sovietica.

Lukashenko – Era il 1994 quando, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, venne approvata la Costituzione della Repubblica di Bielorussia. Un passo fondamentale per un paese che attraverso i 146 articoli di quel documento sognava l’inizio di un nuovo corso democratico dopo settant’anni di regime sovietico. Ma quello che doveva essere l’inizio di un sogno democratico si è trasformato in quella che è a tutti gli effetti l’ultima dittatura europea.

Le prime elezioni democratiche videro la partecipazione di sei candidati tra cui vinse, a sorpresa, un giovane Aleksandr Lukashenko ottenendo il 45% dei voti al primo turno e l’80% al ballottaggio contro lo sfidante Vjačaslaŭ Francavič Kebič. Quarantenne ex militare delle forze armate sovietiche e già deputato del Soviet bielorusso dal 1990, Lukashenko condusse una campagna elettorale incentrata sulle promesse di fare pulizia nel paese rimuovendo dalle posizioni di vertice gli ufficiali corrotti e di impedire privatizzazione e riforme di mercato. Una volta eletto, però, le sue idee politiche e la sua linea antioccidentale iniziò ad apparire sempre più chiara. Nel 1999 promosse una modifica alla costituzione per allungare da 5 a 7 anni il suo mandato presidenziale mentre due anni più tardi alzò il tiro contro i paesi occidentali facendo espellere gli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America, Germania, Italia, Grecia accusandoli di cospirazione. È l’inizio di un regime mai più interrotto che ha trasformato la presidenza della repubblica in un gioco personale nelle mani di una sola persona.

Rieletto per un secondo mandato nel 2001, nonostante l’OCSE avesse sollevato dubbi sulla legittimità delle consultazioni, promosse e fece approvare una nuova modifica alla costituzione eliminando il limite di due mandati per i Presidenti della repubblica e spianandosi la strada verso un futuro alla guida del paese. Da quel momento il copione si è ripetuto identico per altre 3 volte prima di quest’anno (2006, 2010, 2015). Ad ogni tornata elettorale Lukashenko ha trionfato con un consenso tra il 70 e l’80% portandosi dietro critiche da tutti i paesi occidentali e dall’OCSE che ha più volte sottolineato come nei mesi precedenti alle elezioni venissero sistematicamente fermati tutti i principali sfidanti. Negli anni ha ridotto infatti in modo drastico le libertà di stampa e di parola in Bielorussia comprimendo i diritti delle minoranze e portando avanti una costante campagna persecutoria nei confronti degli oppositori politici.

Elezioni – E così è stato anche quest’anno. La stanchezza per il suo dominio infinito, la crisi economica e il suo spudorato negazionismo della pandemia hanno dato vigore a reali candidature alternative: il vlogger Serghej Tikhanovskij, l’ex direttore di una banca controllata da Mosca Viktor Babariko e l’ex ambasciatore negli Usa e fondatore della “Silicon Valley” bielorussa Valerij Tsepkalo. Candidature forti che, a pochi mesi dalle elezioni sembravano poter strappare finalmente lo scettro all’ultimo dittatore d’Europa e dar vita a un vero cambiamento per il paese. Ma in una Bielorussia in cui nulla deve impedire a Lukashenko di governare una tale voglia di cambiamento non è ammissibile. Così, dopo averli definiti “burattini della Russia”, l’eterno leader ha fatto arrestare i primi due e invalidato la candidatura del terzo. Unica ammessa alle elezioni per sfidarlo è stata la moglie di Serghej, Svetlana Tikhanovskaja considerata meno pericolosa perché donna. Su questo però, si sbagliava.

L’arresto dei principali candidati ha dato uno slancio inimmaginabile alla Tikhanovskaja che ha raccolto la rabbia e la stanchezza dei bielorussi. Timida insegnante trentasettenne, è riuscita infatti a galvanizzare le folle radunando addirittura 60mila sostenitori a Minsk in quello che è stata la manifestazione politica più partecipata dalla caduta dell’Unione Sovietica. Così la sua candidatura ha preso forza giorno dopo giorno tanto da arrivare, secondo alcuni sondaggi, ad avere oltre il 60% dei consensi nel paese. Ogni tentativo di Lukashenko di arginare la sua ascesa, come i quasi 1.300 attivisti arrestati durante manifestazioni a sostegno della Tikhanovskaja, sembrava andare nella direzione opposta rafforzando la sua candidatura. Ma quando l’opposizione era pronta a festeggiare un risultato storico, i dati ufficiali hanno gelato gli animi. Il 9 agosto la commissione elettorale ha diffuso, a seggi ancora aperti, i risultati delle elezioni: Lukashenko 80%, Tikhanovskaja 7%.

Proteste – L’ennesima tornata elettorale viziata da evidenti brogli e la prospettiva di un sesto mandato per Lukashenko ha scatenato la rabbia dei bielorussi che sono scesi in strada in oltre 30 città. Ancora una volta, però, il regime ha reagito come meglio sa fare. L’accesso a internet è stato interrotto isolando di fatto per diverse ore la Bielorussia dal resto del mondo mentre decine di migliaia di agenti venivano schierati in tenuta antisommossa per reprimere le proteste. Il bilancio a notte fonda è drammatico: 3.000 manifestanti arrestati, oltre 1.000 feriti e un manifestante ucciso. Ma è solo l’inizio.

Per tutta la settimana la tensione in Bielorussia resta altissima, centinaia di migliaia di persone scendono in strada sventolando drappi bianchi simbolo dell’opposizione. La Tikhanovskaja fugge in Lituania, dove da alcune settimane aveva mandato i suoi figli, temendo per la propria sicurezza in un paese che sembra sull’orlo di una rivoluzione. Perché più i giorni passano più la rabbia aumenta e con essa anche la repressione. Diverse associazioni denunciano il pestaggio e le torture inflitte ai manifestanti arrestati mentre i video mostrano una repressione sempre più dura da parte della polizia che, però, inizia a perdere i pezzi. Alcuni video mostrano infatti anche gruppi di militari che si tolgono la divisa per unirsi alle proteste rifiutandosi di combattere una guerra tra poveri per fare il gioco di Lukashenko.

Tendopoli di San Ferdinando: un altro sgombero senza prospettive

Da sabato la tendopoli di San Ferdinando non ci sarà più, smantellata dal comune senza trovare soluzioni alternative per i migranti che la abitano. La gestione dell’emergenza abitativa per i braccianti che lavorano nella Piana è l’emblema dell’incapacità di capire e risolvere un problema sempre più grave.

A San Ferdinando, cuore pulsante dell’emergenza braccianti nella Piana di Gioia Tauro, sembra di essere tornati indietro di un anno. Le stesse preoccupazioni sui volti dei migranti, gli stessi proclami da parte delle autorità, le stesse prospettive per il futuro. Era il marzo 2019 quando l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini si faceva riprendere dalle tv di tutto il paese tra le macerie delle baracche del “ghetto di San Ferdinando” appena abbattuto dalle ruspe. “Io vi ripago con il mio coraggio! Avevo promesso pulizia e l’abbiamo fatta” aveva annunciato con la tracotanza di chi pensa di aver la soluzione a ogni problema, vantandosi di aver finalmente “ripristinato la legalità in quella che era una favela di immigrati”. Ma quello del marzo scorso si è rivelato un siparietto mediatico e poco più. Il problema è tutt’altro che risolto e l’intervento delle ruspe sembra anzi averlo peggiorato aggiungendo all’emergenza abitativa dei migranti anche una distesa di baracche abbattute mai rimosse che hanno trasformato quella che un tempo era un ghetto in un’enorme discarica.

Il problema abitativo dei braccianti, poi, non è stato nemmeno affrontato. Per chi abitava a San Ferdinando non è stata pensata alcuna soluzione alternativa e, una volta abbattuta la baraccopoli, i braccianti sono stati lasciati a loro stessi. Molti hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare di raggiungere illegalmente altri paesi europei ma quelli mentre quelli che sono rimasti si sono semplicemente trasferiti in altri ghetti simili andando solamente a peggiorare situazioni già difficili. Campi sovraffollati e senza servizi si sono trova a dover accogliere centinaia di nuovi migranti in fuga dalle ruspe di Salvini generando situazioni complicate e potenzialmente esplosive. Tra i campi che hanno accolto più persone c’è sicuramente quello che dal 2017 sorge a pochi metri dall’ex ghetto di San Ferdinando. Costruita nel 2017 come soluzione temporanea e “ufficiale”, la tendopoli voluta dal ministero si è trasformata in un accampamento permanente che ha accolto nei periodi di maggior crisi fino a 1.500 persone nonostante i soli 500 posti disponibili.

Ma adesso, appunto, sembra di essere tornati indietro di un anno. “L’amministrazione comunale comunica ai signori ospiti che sono in atto le procedure di chiusura definitiva della tendopoli. I signori ospiti sono pertanto invitati ad individuare una nuova e diversa soluzione abitativa”. È l’avviso freddo, ma dai toni gentili, diffuso il 24 luglio dal Comune di San Ferdinando per annunciare che dal 15 agosto la tendopoli non ci sarà più. Le tende, già in parte smontate in queste settimane, spariranno definitivamente da sabato lasciando un’altra volta i braccianti che abitano la tendopoli davanti al nulla. Anche questa volta, infatti, non è stata prevista nessuna soluzione alternativa alle tende e per i, molti, migranti che non possono permettersi una casa l’unica alternativa sembra essere spostarsi in un altro ghetto, andando ancora una volta ad aggiungere miseria dove già ce ne è fin troppa. Il comune ha motivato la sua decisione di chiudere la tendopoli affermando di essere stato lasciato solo dalle altre autorità competenti (Regione, prefettura e governo) nella gestione di un problema che non riguarda solo San Ferdinando ma tutta la Piana di Gioia Tauro e, per certi versi, tutto il sud Italia.

La decisione di smantellare la tendopoli evidenzia in tutta la sua gravità il problema annoso del fare fronte in modo sistematico ai bisogni dei migranti che lavorano nei campi, e sottolinea la mancanza di un piano adeguato e strategico di interventi trasversali che rispondano alle numerose criticità. Se da un lato la soluzione tampone della tendopoli deve considerarsi sicuramente una misura emergenziale e da superare, dall’altro non si può neanche pensare di demolire l’accampamento senza aver individuato delle alternative idonee, delle soluzioni abitative che consentano condizioni alloggiative dignitose per i lavoratori. Soluzioni abitative che, per di più, ci sarebbero da tempo ma non vengono concesse. Nel 2011, infatti, utilizzando fondi europei vincolati il Comune di Rosarno aveva costruito sei palazzine, per un totale di 36 appartamenti con 6 posti letto ciascuno, destinate unicamente all’accoglienza dei migranti che lavorano i campi della piana. Un progetto costato 3 milioni che avrebbe dovuto aiutare a superare le tendopoli e le baraccopoli che sorgono in una delle aree più soggette a caporalato e sfruttamento dove i migranti vivono come animali ammassati in alloggi di lamiera. Un progetto che, però, non è mai stato inaugurato e dal 2011 ad oggi non ha mai aperto i battenti costringendo i braccianti a vivere nella miseria in cui si si consuma la segregazione e la riduzione in schiavitù di migliaia di lavoratori agricoli.

Si tratta, insomma, dell’ennesima soluzione senza soluzione. Una toppa messa un po’ a casaccio senza centrare il buco che nel frattempo si allarga. Una situazione che si ripete uguale ogni volta a San Ferdinando come nel resto d’Italia. Come a Cassibile, in provincia di Siracusa, dove entro metà settembre sarà smantellata completamente la baraccopoli che ospita i lavoratori agricoli senza trovare soluzione alternativa nemmeno per loro. Si dimostra ogni volta di più l’incapacità dell’Italia di affrontare in modo strutturato questo problema, con i campi dei braccianti che tornano a far parlare di sé solo quando scoppia qualche rivolta o perde la vita qualche migrante per colpa delle condizioni in cui si vive. Allora inizia il carosello dei proclami, un susseguirsi di promesse di una soluzione in tempi rapidi che si esaurisce in qualche giorno facendo tornare nel dimenticatoio una delle più gravi crisi umanitarie che esistano nel nostro paese.

Tutto quello che c’è da sapere sulla legge contro l’omotransfobia

 “L’intolleranza affonda infatti le sue radici nel pregiudizio e deve essere contrastata
attraverso l’informazione, la conoscenza, il dialogo, il rispetto”

-Sergio Mattarella-

A inizio settimana è iniziata alla Camera la discussione del disegno di legge contro discriminazioni e violenze per orientamento sessuale, genere e identità di genere, che prende il nome dal suo relatore, il deputato del Partito democratico, Alessandro Zan. il disegno di legge contro l’omofobia, come è stato ribattezzato dai media, potrebbe essere approvato entro metà agosto alla camera per poi approdare all’esame del senato. Ma come sempre, in Italia, quando si parla di omofobia e diritti LGBTQ si scatena il putiferio. Non a caso sono almeno 25 anni che si parla di una legge contro l’omofobia, da quando cioè il Parlamento Europeo l’8 febbraio 1994 approvò una risoluzione che chiedeva agli stati di adottare misure e di intraprendere campagne, in cooperazione con le organizzazioni nazionali di gay e lesbiche, contro gli atti di violenza e di discriminazione sociale nei confronti degli omosessuali. Una legge che nel nostro paese non è mai arrivata.

La legge – Il disegno di legge approdato alla camera a inizio settimana è la sintesi di cinque proposte di legge avanzate negli ultimi anni dai deputati Boldrini, Zan, Scalfarotto, Perantoni, Bartolozzi. “Con questa proposta di legge” si legge nel testo “anche l’ordinamento italiano si potrà dotare di uno strumento di protezione della comunità LGBTI in linea con una visione più moderna e inclusiva della società e nel tentativo di realizzare quella pari dignità che la Costituzione riconosce a ciascuna persona”. Una legge tanto fondamentale quanto, tecnicamente, semplice. La proposta del deputato Zan, infatti, è composta da nove articoli che apporterebbero modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale e alla cosiddetta “Legge Mancino” del 1993.

Il fulcro del ddl Zan sta nelle modifiche alla legge Mancino del 1993. Se diventasse legge, infatti, si aggiungerebbero le discriminazioni e le violenze “fondate sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere” alla normativa già presente per quanto riguarda le fattispecie di “discriminazione razziale etnica e religiosa”. Se la legge venisse approvata, dunque, chi incita a commettere o commette violenza per motivi fondati sull’orientamento sessuale potrebbe essere punito con la reclusione tra i 4 mesi e i sei anni. Un passo avanti che colmerebbe un vuoto legislativo che dura da 25 anni e che, dopo ben 6 tentativi naufragati, darebbe all’Italia una legge contro l’omofobia riportandola al passo degli altri stati Europei. Negli altri articoli il ddl prevede un incremento di 4 milioni annui al fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, da destinare all’implementazione di politiche anti discriminazione, e commissione all’Istat un rilevamento statistico da effettuare ogni 3 anni per verificare gli atteggiamenti della popolazione che possano essere di aiuto nell’attuazione di politiche di contrasto alla discriminazione e alla violenza. Ultimo punto è l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. La ricorrenza verrebbe fissata per il 17 maggio, data in cui nel 1990 l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali, con lo scopo di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di uguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla costituzione.

Europa – Il nostro paese, se questa legge dovesse essere approvata, si conformerebbe ad un quadro generale che vede quasi tutti gli stati membri dell’Unione Europea che si sono dotati più o meno recentemente di leggi contro l’omofobia e le discriminazioni di genere. La prima a prendere una posizione è stata la Norvegia che nel 1981 ha, prima al mondo, modificato il Codice penale prevedendo la persecuzione penale per chi “in attività economiche o similari” rifiuta beni o servizi ad una persona per la sua “disposizione, stile di vita o tendenza all’omosessualità”.

L’esempio norvegese è stato seguito a distanza da pochi anni dagli altri paesi scandinavi che entro la metà degli anni ’90 si sono dotati di una legislazione contro l’omofobia spinti anche dalla rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nel 1990. Poi è stata la volta di Paesi Bassi, Islanda, Belgio e via via tutti gli altri paesi europei. Nel 2003 sono state Spagna e Regno Unito ad adeguare la propria legislazione prevedendo tutele per le minoranze LGBTQ e in Francia dal 2004 chi insulta gay e lesbiche rischia un anno di carcere e fino a 45.000 euro di multa. L’unica eccezione, tra i principali paesi europei, sembra essere la Germania che ad oggi non ha una legge federale contro l’omofobia ma ha preferito delegare ai governi territoriali l’emanazione di norme su questo tema. Così a partire dalla metà degli anni ’90 molti Lander tedeschi hanno aggiunto addirittura nelle proprie costituzioni passaggi contro l’omofobia.

Italia – Resta nel panorama europeo un’unica nazione che ancora non si è mossa. L’Italia è rimasta sorda ai richiami dell’Unione Europea rimandando continuamente la discussione e l’approvazione di una legge su questo tema. Dopo 25 anni e sei proposte di legge naufragate siamo di nuovo alla vigilia di uno scontro ideologico su quella che dovrebbe essere una legge di civiltà condivisa da tutti. Da un lato c’è ovviamente la destra, con Lega e Fratelli d’Italia che si oppongono in maniera ferma e netta al ddl Zan parlando di “legge liberticida”. Ma mentre Salvini e Meloni parlano di un Parlamento paralizzato dal testo sull’omofobia diventata, secondo loro l’unico tema in discussione, i parlamentari dei due partiti hanno portato avanti un ostruzionismo a oltranza presentando in Commissione Giustizia 975 emendamenti al testo. Emendamenti fantasiosi, come quello che propone di estendere la legge mancino a chi ha “tratti fisici caratterizzanti, quali calvizie e canizie”, con cui leghisti e fratelli d’Italia hanno provato a bloccare la discussione in commissione per impedire al testo di arrivare alla camera. Un ostruzionismo che il leghista Alessandro Pagano ha sostenendo che “questa legge crea una super categoria, gli omosessuali lobbisti, che sovrasta il resto del mondo. Sono loro gli illiberali, noi siamo per la libertà”.

Se dalla destra arriva una posizione netta, più mite è quella del centro. Forza Italia, nonostante Berlusconi abbia definito la legge “inutile e pericolosa”, si trova in un limbo e rimane un’incognita in caso di voto. Allineata con Forza Italia, anche in vista di una possibile alleanza alle urne, è Italia Viva che grazie al suo ruolo nella maggioranza potrebbe puntare a smorzare la legge. I due partiti stanno infatti convergendo sulla necessità di asciugare il testo: vorrebbero mantenere solo la parte di contrasto alla violenza di genere, stralciando gli articoli che puntano alla sensibilizzazione, con l’istituzione di una Giornata nazionale contro l’omofobia (il 17 maggio), il potenziamento delle competenze dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni (Unar) in materia, mentre i 4 milioni di maggiori fondi per il Dipartimento per le pari opportunità sono già entrati in un articolo del dl Rilancio.

Ma mentre il parlamento si spacca e tra maggioranza e opposizioni volano gli stracci, nel paese l’omofobia dilaga. Intimidazioni, aggressioni verbali e fisiche e minacce aumentano giorno dopo giorno. Solo questa settimana si sono registrati episodi di omofobia a Roma, a Siracusa, a Firenze e a San Benedetto del Tronto dove alcuni ragazzi in vacanza ha aggredito per le strade un gruppo di amici perché tra di loro vi era un ragazzo gay. Episodi che si moltiplicano e che in questi mesi stanno toccando vette mai raggiunte prima. Una situazione che stride con le parole di chi definisce “inutile” la legge sull’omofobia. Una situazione che, invece, dovrebbe farci capire che forse serve proprio una legge del genere.

600 soldati, 30 mezzi e 26 milioni di spesa pubblica: così l’Italia torna in Africa

L’Italia ripudia la guerra
-Costituzione, art. 11-


Roma, 16 luglio 2020. In parlamento si discute del “decreto missioni” e la maggioranza si spacca sul finanziamento alla Guardia Costiera Libica con 22 deputati guidati da Erasmo palazzotto che chiedono al governo di smetterla di far finta di non vedere i crimini commessi nel mediterraneo. Ma mentre l’attenzione su quel che accade è alta, con i media che analizzano la spaccatura che sembra mettere a rischio il governo, i contenuti del decreto restano in secondo piano. Un decreto con cui, tra le altre cose, l’Italia ha aumentato la sua presenza militare in Africa confermando il suo impegno nel Golfo di Guinea e aggiungendo la partecipazione alla Task Force internazionale “TAKUBA”.

Sahel – Regione africana che si estende tra il Sahara e la savana del Sudan attraversando cinque stati, il Sahel in pochi anni è passato da area semi-sconosciuta e marginale nelle relazioni internazionali con l’Africa, ad area strategica e di importanza centrale nell’azione di contrasto al terrorismo islamico. Il 13 gennaio scorso a Pau, in Francia, durante il vertice convocato da Macron con i cinque paesi del Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, e Niger) il presidente francese ha lanciato un appello ai partner internazionale per supportare Parigi nel contrasto al terrorismo nella regione africana. Un’occasione che l’Italia ha deciso di non farsi scappare.

Con l’approvazione del decreto missioni, infatti, il parlamento ha dato il via libera alla partecipazione italiana alla Task Force “TAKUBA” che vedrà il nostro paese impegnato al fianco della Francia nel Sahel. “La partecipazione italiana alla Task Force TAKUBA” si legge nel documento approvato in aula “oltre a fornire un contributo al rafforzamento delle capacità di sicurezza nella regione del Sahel, risponde, altresì, all’esigenza di tutela degli interessi nazionali in un’area strategica considerata prioritaria.” Un’azione a tutela degli interessi nazionali di cui, però, si sa ancora poco. L’Italia metterà a disposizione 200 soldati, 20 mezzi e 8 aerei rendendo quello del Sahel la terza missione per dimensioni dopo quella in Libia (circa 400 militari) e in Niger (295). Definiti anche i costi, con uno stanziamento di 16milioni di euro a supporto della missione, e l’area di intervento, che sarà concentrato nella cosiddetta zona “delle tre frontiere” a cavallo fra Mali, Niger e Burkina. Il comando della missione sarà completamente a guida francese e le operazioni saranno coordinate dalla base di Ansongo, sperduta località del nord Mali.

Ma alle poche certezze si accompagnano molti dubbi e aspetti non chiari di una Task Force che risulta molto opaca. Non si sa ad esempio quando inizierà ufficialmente né quando si concluderà. A fine giugno Macron era tornato sulla questione dicendosi pronto ad inviare il proprio contingente già nelle prossime settimane per un impegno di “almeno tre anni”. Più cauta l’Italia che nel documento approvato in parlamento garantisce il suo impegno fino alla fine del 2020 e rinnovabile su base annuale senza definire tempistiche per l’intervento. Sembra probabile, però, che il contingente italiano possa partire tra non meno di un paio di mesi per insediarsi nell’area a partire da fine anno ed essere pienamente operativo dal primo semestre del 2021. Pur avendo previsto un rinnovo annuale, infatti, è poco realistica l’ipotesi di un ritiro a missione in corso e tutto lascia pensare all’inizio di una nuova presenza stabile dell’esercito italiano in Africa. Una presenza che potrebbe esporre i nostri soldati a rischi maggiori rispetto a quelli corsi in altre zone in cui sono in corso missioni italiane. Nel 2019 gli attacchi nell’area sono aumentati del 25% e dal 2013, anno in cui è iniziato l’impegno francese, sono stati 43 i militari transalpini uccisi nel Sahel. L’ultimo il 24 luglio.

Ma nella decisione italiana di intervenire direttamente nell’area, secondo il ricercatore dell’ISPI Camillo Casola, vi sarebbe anche il tentativo di “rafforzare relazioni commerciali in termini di esportazioni di armi per il tramite di un’azienda strategica”. Il riferimento è ai potenziali contratti di cooperazione militare e sbocchi commerciali per l’industria bellica italiana con cui Macron ha tentato Conte durante il vertice Italia-Francia del 27 febbraio scorso a Napoli. Dal 2017 ad oggi l’Italia ha già stipulato accordi militari bilaterali con Niger, Burkina Faso e Ciad ed è attivamente interessata, come tutte le potenze straniere implicate in questo teatro, allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo del Sahel e l’intervento diretto in quest’area potrebbe rappresentare un incentivo a queste attività.

Guinea – Altra area in cui l’Italia conferma il proprio impegno è quella del Golfo di Guinea. In quest’area il nostro paese impegnerà “un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea”. 10 milioni di euro, 400 uomini, 2 navi e 2 aerei saranno impiegati per “esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare con l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’ area”. Interessi strategici nazionali che riguardano in particolar modo la presenza di “asset estrattivi di ENI” che operano in acque internazionali e che sarebbero esposti ad attacchi e pericoli a causa di un’intensa attività di pirateria nelle acque del golfo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%” si legge nelle motivazioni della missione. “Il Golfo di Guinea è considerato il più pericoloso per numero di attacchi e atti di pirateria alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”. L’Italia si schiererà con il suo contingente al fianco di quelli francese, statunitense, spagnolo e portoghese già presenti nell’area da diversi anni. Lo farà per tutelare l’interesse di Eni, ritenuto interesse strategico, e la sicurezza delle nostre navi mercantili italiane in viaggio verso quell’area.

Mentre si discuteva di una possibile spaccatura della maggioranza, dunque, il parlamento ha approvato nel silenzio generale le due missioni africane. Una spesa complessiva di circa 26 milioni di euro per dispiegare nel continente 600 uomini, una trentina di mezzi e le proprie conoscenze. Un impegno importante in termini di risorse impiegate ma molto opaco per quel che riguarda gli obiettivi.

27 luglio 1993: La notte in cui la mafia attaccò lo Stato

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 resterà nella storia come il momento più buio della storia recente della Repubblica. A un anno da Capaci e via d’Amelio Cosa nostra colpisce con tre bombe a Milano e Roma facendo temere il colpo di stato.

Milano, 27 luglio 1993.

Alle ore 22.55 circa, una coppia di passanti ferma una pattuglia di Vigili urbani che percorre via Palestro. “Correte, esce del fumo da una macchina”. Gli agenti Alessandro Ferrari e Catia Cucchi scendono dall’auto e controllano la Fiat Uno targata MI7P2498 parcheggiata davanti al padiglione d’Arte Contemporanea. C’è molto fumo ma nessuna fiamma.

Alle 23.05, dopo la chiamata alla centrale da parte dei due vigili, arriva sul posto una squadra di vigili del fuoco. Il fumo continua ad uscire, ma di fiamme nemmeno l’ombra. I pompieri aprono il cofano e notano una scatola chiusa con dello scotch e dei fili che fuoriescono. Non ci sono dubbi. È una bomba.

Alle 23.14, mentre gli artificieri sono in arrivo, l’ordigno esplode. Perdono la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno e Moussafir Driss, cittadino marocchino che si trovava su una panchina nel parco di fronte.

A Milano quella notte è l’inferno. L’esplosione è così potente che rompe le tubature del gas facendole bruciare per tutta la notte mentre la facciata del Padiglione d’Arte Contemporanea collassa su sé stessa. I vigili del fuoco lavorano tutta la notte per spegnere le fiamme mentre le forze dell’ordine faticano a tenere la folla accorsa per vedere cosa stava accadendo. Passano pochi minuti e altre due bombe esplodono a Roma (vicino alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) senza fortunatamente causare vittime. È l’attacco di Cosa nostra allo stato. A Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche e, per la prima volta nella storia, il Presidente del Consiglio rimane isolato. Un blackout totale delle comunicazioni durante il quale Ciampi non poté comunicare in alcun modo con i suoi collaboratori o con gli apparati di sicurezza. “Non ho paura a dirlo” dirà Ciampi successivamente “ebbi la sensazione che fossimo a un passo da un colpo di Stato.”

Non sappiamo cosa successe esattamente quella notte a Palazzo Chigi, e non sappiamo se quel colpo di stato fallì o non era previsto. Oggi, a 27 anni da quella notte, sappiamo però che la responsabilità di quelle bombe fu di Cosa nostra. Quei tre ordigni erano parte della strategia ordita dai clan corleonesi che a partire dal 1992 avevano alzato il tiro contro lo stato. Prima le stragi di Capaci e via d’Amelio, poi il fallito attentato a Maurizio Costanzo e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Un vero e proprio attacco frontale allo Stato con l’obiettivo di colpire uomini e luoghi simbolo del paese per provare a piegare le istituzioni ed indurle a quella che verrà ricordata come “Trattativa Stato-Mafia”. Il Servizio Centrale Operativo (SCO) il 9 agosto 1993 trametterà una nota inequivocabile alla Commissione Antimafia: “l’obiettivo della strategia delle bombe” si legge “sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il carcerario ed il pentitismo”. Una trattativa cercata ed alimentata a suon di esplosioni che ebbe come primo risultato la decisione del Ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare 373 provvedimenti di 41 bis revocando così il carcere duro per altrettanti mafiosi.

Come l’Europa sta disboscando l’Amazzonia

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a tanta ingiustizia
-Chico Mendes-


A parole, l’ambiente è il tema centrale su cui si sta concentrando l’Unione Europea. Da mesi ormai le istituzioni europee parlano del “Green New Deal”, il pacchetto di provvedimenti e incentivi per azzerare le emissioni entro il 2050 e rendere più sostenibile la crescita economica, come assoluta priorità sottolineando la necessità di agire il prima possibile per salvare il pianeta. “Nessuno deve essere lasciato indietro” si legge sul sito “nessuna persona e nessun luogo possono essere trascurati”. Ma la grande sfida europea fallisce ogni giorno a 10.000 km da Bruxelles, nel cuore della Foresta Amazzonica.

Disboscamento – Quello che era il polmone verde del mondo, una lussureggiante foresta pluviale con un ecosistema unico, si sta trasformando a ritmi da record in un’arida savana. Secondo i dati ufficiali, diffusi dall’Istituto nazionale per le ricerche spaziali del Brasile, tra gennaio e aprile 2020 sono stati disboscati 1.200 km quadrati di foresta, il 55% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi 12 mesi (aprile 2019 – aprile 2020) sono stati in totale 9.320 i km quadrati di foresta distrutti, il dato più alto mai registrato dall’inizio del monitoraggio nel 2007.

Non è certo un caso che la deforestazione abbia subito un’impennata nell’ultimo anno. Nel gennaio scorso infatti si è insediato come presidente del Brasile, paese che ospita la maggior parte della Foresta Amazzonica, Jair Bolsonaro. Dopo una campagna elettorale basata, anche, sulla promessa di uno sfruttamento massiccio di quell’area per rilanciare l’economia del paese, il presidente ha mantenuto le promesse smantellando di fatto le politiche a tutela della foresta e tagliando drasticamente i fondi destinati al controllo sulle attività illecite nell’area. Non sorprende dunque che al suo fianco abbia un ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, che ha definito la crisi climatica “una questione secondaria” o un ministro degli esteri secondo cui sarebbe solo un “complotto marxista”. In un anno di governo Bolsonaro ha sostituito o licenziato tutti i dirigenti dei principali enti preposti alla difesa della foresta, da Ricardo Galvao a Lubia Vinhas, creando così un esercito di collaboratori pronti a sostenere la sua strategia politica basata sullo sfruttamento indiscriminato dell’area per coltivazioni, allevamenti e miniere. Così si sono moltiplicati i roghi appiccati dai proprietari terrieri per far largo alle proprie attività e le azioni dei taglialegna illegali che abbattono intere aree di foresta per sfruttare il suolo.

Ma un fenomeno così complesso non può essere ridotto a questo. Dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo la volontà politica di una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo alimentare che ha in quelle aree del Brasile uno dei propri baricentri. È un sistema dove gran parte della popolazione mondiale fonda la propria dieta sul consumo di proteine animali. E se aumenta il consumo di carne, aumentano gli animali da allevare, e aumenta la necessità di produrre materie prime agricole per i loro mangimi. Diventa così indispensabile la presenza di vaste aree da destinare alla produzione intensiva di cereali e soia da destinare al nutrimento degli allevamenti di tutto il mondo. Secondo un recente studio del canadese Tony Weiss, un terzo delle aree coltivate nel mondo non è destinato al consumo da parte degli uomini ma alla produzione di prodotti per la zootecnica. È proprio a questo che sono destinate le aree disboscate in amazzonia. Abbattere gli alberi permette da un lato di ampliare la superfice coltivabile a soia, principale alimento per gli allevamenti, e dall’altro di creare aree in cui allevare in modo intensivo bovini.

Europa – Ma cosa c’entra in questo contesto l’Unione Europea? Il Brasile, maggior produttore di soia al mondo, è il principale partner commerciale dei paesi europei per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali. Secondo un recente studio della rivista “Science”, circa un quinto della soia prodotta in zone disboscate della regione amazzonica è destinata al mercato europeo. Solamente pochi giorni fa nel porto di Amsterdam ha attraccato la nave mercantile “Pacific South” proveniente dal Brasile e carica di oltre 100.000 tonnellate di soia per la cui coltivazione sono stati necessari secondo le stime circa 40.000 ettari di terreno. L’arrivo della “Pacific South” non è però che l’ultima dimostrazione di un rapporto commerciale consolidato e sempre più stabile tra l’UE e il Brasile.

Lo scorso anno, tra le polemiche di alcuni europarlamentari e il silenzio della stampa italiana, l’UE ha stretto un patto politico e commerciale con il cosiddetto “Blocco Mercasur” composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’accordo, presentato da Junker come “un momento storico per l’Europa”, oltre a favorire le esportazioni dall’UE verso quei paesi riducendo dazi e alleggerendo la burocrazia rende anche più semplice l’importazione in Europa di prodotti agroalimentari dall’area “Mercasur”. È evidente dunque come l’Europa, attraverso il fitto commercio con il paese sudamericano, sia almeno in parte responsabile di quel disboscamento che pubblicamente condanna e contrasta. Sulla spinta di una domanda che non accenna a diminuire, e anzi aumenta sempre più, la frontiera agricola brasiliana si muove verso nord ad un ritmo impressionante rosicchiando senza sosta km di foresta per destinarli al soddisfacimento del fabbisogno mondiale, e soprattutto Europeo, di soia e cereali.

E se l’Europa, mentre rilancia politiche green, alimenta un disboscamento incontrollato della foresta pluviale brasiliana il nostro paese non può dirsi estraneo a questo fenomeno. Anche per l’Italia, infatti, il Brasile si conferma principale partner commerciale per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali e gli accordi tra i due paesi non sono mai stati messi in discussione. Tra il gennaio e il luglio 2019, secondo le statistiche ufficiali, abbiamo importato più di 130 milioni di dollari di prodotto non lavorato (tra semi e macinato) dal paese sudamericano. Come l’Europa, però, anche il nostro paese fa finta di non sapere da dove provengano i cargo carichi di soia. Fingiamo di non sapere che per produrla ogni giorno una fetta di Amazzonia scompare per sempre. E mentre alimentiamo tutto questo continuiamo imperterriti a ripeterci che il nostro obiettivo deve essere la salvaguardia dell’ambiente. Perché non esiste un pianeta di riserva.

Sconti su iscrizione e tasse per i fuorisede che tornano al sud: ma servono davvero?

Gli atenei del sud, nel tentativo di contrastare il calo delle immatricolazioni post coronavirus, offrono sconti sulle rette a tutti coloro che decidono di tornare dopo aver iniziato altrove gli studi. Ma possono bastare queste misure per frenare la fuga degli studenti dal sud Italia?

Nella corsa alle immatricolazioni per il prossimo anno sono iniziati anche i saldi di fine stagione. Con la crisi economica post emergenza sanitaria molte Università italiane vedranno un drastico calo delle iscrizioni per il prossimo anno accademico. Un fenomeno che potrebbe pesare maggiormente sugli atenei del sud Italia che già da diverso tempo soffrono di uno spopolamento cronico dovuto alla fuga di migliaia di ragazzi verso le facoltà del nord. Ed è proprio su quei fuorisede che sembrano indirizzati gli incentivi proposti da diversi rettori del mezzogiorno che vorrebbero convincere chi ha iniziato gli studi fuori regione a tornare e incentivare chi ancora deve iniziarli a non lasciare la propria città. Una vera e propria “guerra” tra nord e sud che sta accendendo il dibattito sulle immatricolazioni al prossimo anno.

A lanciare la sfida è stata pochi giorni fa la Regione Sicilia che nella nuova Legge di Stabilità ha previsto un bonus di 1.200 euro per tutti coloro che decidono di tornare sull’isola per proseguire gli studi iniziati fuori regione. Una proposta già di per sé allettante su cui l’Università di Palermo ha addirittura deciso di giocare al rialzo aggiungendo l’iscrizione gratuita, solo per quest’anno, per tutti gli studenti che decidono di tornare. Scelte simili sono state prese in Puglia, dove l’iscrizione sarà gratuita per chi era immatricolato altrove, e in Basilicata, dove gli atenei garantiscono uno sconto del 50% sulle tasse universitarie per chi torna in regione. Insomma, le porte del sud, per chi vuole tornare, sembrano essere spalancate e l’appello a tornare a casa sembra essere molto attraente. Oltre agli sconti su iscrizioni e tasse, infatti, a far gola ai fuorisede travolti dalla crisi economica potrebbe essere il minor costo della vita. Affitti, bollette, spese, spostamenti e chi più ne ha più ne metta in un periodo di grande crisi economica potrebbero diventare un lusso non sostenibile per molti fuorisede che potrebbero così decidere di tornare a casa per non dover spendere un patrimonio, o gravare sulle proprie famiglie, per continuare gli studi.

È bastato l’annuncio di questi incentivi a scatenare le proteste di rettori e amministratori locali del nord che temono una fuga di massa degli studenti da città in cui il costo della vita per i fuorisede è sempre più alto. Critico verso queste misure anche il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi che ha sottolineato la sua netta contrarietà ad ogni iniziativa su base territoriale che crea “diseguaglianze inaccettabili”. Il ministro ha sottolineato in particolare come sarebbe più saggio e utile lavorare tutti insieme “per fare in modo che ci siano opportunità identiche per tutti gli studenti, lasciando solo a loro ovviamente la libertà di scelta”. Incentivi del genere, che siano proposti dalla Lombardia o dalla Sicilia, portano infatti gli studenti a scegliere un Ateneo piuttosto che un altro non in base a quello che ritengono più giusto per loro e per il loro percorso ma in base a quello che ritengono più abbordabile dal punto di vista economico. Una dinamica che rischia di innescare un circolo vizioso pericoloso e in grado di minare il diritto allo studio di molti ragazzi.

Ma quello che sembra mancare in questo piano di rilancio delle Università del sud Italia è una visione d’insieme. Da anni ormai sono in crescita gli studenti fuorisede (+2,7% annuo secondo le stime dell’osservatorio “Talents Venture”) con una grande fetta degli studenti che si allontanano dal sud per vivere e studiare negli atenei del nord. A fronte di una media di iscritti all’Università superiore rispetto alla media nazionale, con il 16% dei giovani iscritti ad un corso di laurea contro il 15% della media nazionale, le regioni del sud devono infatti fare i conti con quella che è una vera e propria fuga verso altre regioni. Quasi il 35% dei giovani meridionali, infatti, sceglie di trasferirsi per i propri studi lontano da casa ed in particolare verso Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio che da sole accolgono oltre il 50% dei fuorisede italiani. Ma l’aspetto che sembrano sottovalutare le recenti misure pensate per riportare a casa gli studenti fuorisede è il motivo che spinge molti ad andarsene. Non si tratta solo di una sfida personale o della voglia di scoprire nuove realtà ma anche e soprattutto una questione di opportunità future. Chi dal sud si muove verso il nord lo fa perché sa che una volta terminata l’università sarà più semplice impostare la propria vita in regioni diverse da quelle da cui è costretto a scappare. I dati mostrano come i laureati negli atenei del sud presentino un tasso di occupazione del 61% contro al 74% dei colleghi del nord e al 70% di quelli del centro. Chi sta al sud, insomma, fa più fatica a trovare lavoro dopo la laurea e, ad un anno dal titolo, guadagna in media tra i 100 e i 200 euro medo degli omologhi del centro-nord.*

Dunque, se da un lato sono sicuramente apprezzabili gli sforzi fatti dalle Università per tenere gli studenti al sud, non si può trascurare il quadro generale che costringe migliaia di giovani ad abbandonare, il più delle volte a malincuore, la propria terra per studiare in una regione diversa. Incentivi e sgravi fiscali da soli non bastano per risolvere un problema che è in realtà più ampio e complesso e che si collega all’annosa questione dello sviluppo delle regioni meridionali. Incentivare gli studenti a studiare al sud senza garantire servizi adeguati durante il percorso di studi, dalla mobilità ai campus, o prospettive lavorative post-laurea sembra essere un controsenso. È necessario una visione più ampia che punti a richiamare gli studenti non per i prezzi più bassi, come se l’istruzione fosse una merce esposta al mercato, ma per la qualità dell’insegnamento e della vita. Un’offerta formativa di qualità maggiore porterebbe inevitabilmente un maggior numero di studenti a preferire quell’ateneo piuttosto che un altro, formerebbe studenti più qualificati e di conseguenza più cercati dal mercato del lavoro innescando un circolo in grado di ripopolare gli atenei del sud senza bisogno di fare ulteriori saldi.

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*Fonte dati:
Bianchi P.; Laddomada P.; Valdes C., Il fenomeno degli studenti fuorisede, Osservatorio Talents Venture, 2019

Amministratori nel mirino: minacce, intimidazioni e violenze nel 2019

I Sindaci e gli amministratori pubblici rappresentano un baluardo di legalità.
Per questo dovrebbero interpretare il loro ruolo nella difesa della collettività,
per il soddisfacimento degli interessi dei cittadini, il rispetto dei diritti, la trasparenza
.”
-Federico Cafiero de Raho, Procuratore Nazionale Antimafia-


In Italia uomini e donne che per un estremo senso di responsabilità civile hanno deciso di dedicare parte della propria vita alla comunità che vivono sono sempre più sotto tiro. Sindaci, assessori, amministratori locali, consiglieri e chiunque svolga una funzione pubblica è sempre più esposto ad intimidazioni, violenze e minacce. A riportarlo è il report annuale dell’associazione “Avviso Pubblico” che da nove anni denuncia la crescente violenza fisica, psicologica e mediatica contro gli amministratori locali. Dal rapporto, pubblicato questa settimana, relativo al 2019 emerge un quadro destabilizzante che mette in luce come da nord a sud non esista regione dove la criminalità, sia essa organizzata o comune, non colpisca chi svolge il proprio compito con competenza, responsabilità e trasparenza. Minacce e violenze che mettono a rischio uno svolgimento pienamente democratico della funzione pubblica.

I dati – “Violento, esteso e costante”. Bastano tre parole a descrivere il quadro della situazione registrata nel 2019 dall’associazione “Avviso Pubblico” che ha censito in 12 mesi 559 tra intimidazioni, aggressioni e minacce nei confronti degli amministratori locali. una media di 11 ogni settimana. Una ogni 15 ore. Una lunga scia di violenza che ha letteralmente travolto 336 comuni, il numero più alto mai registrato, in 83 province diverse. E per la seconda volta nella storia del rapporto, la prima nel 2017, sono coinvolte tutte le regioni italiane. Emerge quindi in modo chiaro ed inequivocabile la capillare diffusione di quelle che Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente di ANCI, definisce “vere e proprie forze che, attraverso la corruzione e il disprezzo delle regole, alimentano sentimenti eversivi nei confronti dei valori democratici su cui si basa la nostra Costituzione”.

A preoccupare ancor di più è l’aumento degli attacchi diretti che sono cresciti del 6% rispetto al 2018 e lo scorso anno hanno rappresentato l’87% dei casi, dato più alto mai registrato. Gli attacchi, cioè, sono rivolti sempre più in modo diretto alle persone mentre calano gli attacchi indiretti rivolti alle proprietà o ai parenti degli amministratori. Una vera e propria sfida allo Stato e alle sue istituzioni che colpisce in modo particolare le amministrazioni comunali che, essendo le istituzioni politiche più vicine ai cittadini e al territorio, sono quelle su cui maggiormente provano a fare pressioni criminalità e estremismi. Proprio nei confronti degli amministratori locali (Sindaci, consiglieri, assessori, vicesindaci ecc) si sono infatti registrate il 56% delle intimidazioni o violenze contro un 27% al personale della pubblica amministrazione e un 3% a rappresentati di regioni e province.

Ma c’è un dato che ancor di più fa emergere come questi episodi possano minare la vita democratica del paese. Non è un caso, infatti, che lo scorso anno il mese con più intimidazioni sia stato aprile con 58 casi. Proprio in quel periodo era in pieno svolgimento in gran parte del territorio nazionale la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni amministrative del maggio scorso che hanno portato alle urne il 48% dei Comuni Italiani per la scelta del sindaco e la relativa composizione dei consigli comunali. Mai come lo scorso anni si sono registrati infatti così tanti atti intimidatori nei confronti di candidati alle elezioni amministrative. Atti intimidatori che in diversi casi hanno portato addirittura le vittime a rinunciare alla propria candidatura ritenendo insostenibile il peso di tali minacce. È accaduto ad esempio a Parabita, Comune in provincia di Lecce chiamato alle urne dopo uno scioglimento per mafia e la gestione straordinaria dei commissari prefettizi, dove i reiterati atti intimidatori hanno spinto il candidato sindaco Marco Cataldo a ritirare la propria lista. Una chiara dimostrazione del perché non sia giusto inquadrare queste situazioni a meri atti di violenza ma si debba necessariamente vederli come un tentativo di sabotare i valori democratici costituzionalmente riconosciuti.

Modalità – Il rapporto evidenzia poi come vi sia una differenza nelle modalità con cui questi atti vengono perpetrati al Nord rispetto al Sud. Se nelle regioni meridionali, infatti, il principale metodo di intimidazione rimangono gli incendi (un caso ogni quattro) al nord i roghi sono solo al settimo posto tra le minacce per gli amministratori locali mentre crescono le violenze verbali sui social network. Unico filo conduttore che unisce l’intero paese sono le aggressioni fisiche che rappresentano la seconda minaccia tanto al nord quanto al sud. In generale emerge come, mentre al nord le minacce sono per lo più verbali o scritte, al sud si manifestano in modo più evidente ed eclatante. Nelle regioni meridionali, infatti, sembra esserci una minor preoccupazione di attirare l’attenzione o generare allarme sociale forse dovuta ad un maggior radicamento di fenomeni criminali nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Così sono proprio le regioni del sud quelle in cui le minacce verbali si tramutano più spesso in vere e proprie aggressioni, dirette o indirette, nei confronti degli amministratori locali.

Le regioni – Come detto, per la seconda volta nella storia del rapporto, sono coinvolte tutte le regioni italiane anche se, ovviamente, in misura differente. Il triste primato per il maggior numero delle aggressioni se lo è aggiudicato per il terzo anno consecutivo la Campania con 92 episodi nel corso del 2019 e 217 se si considera il triennio 2017-2019. Dati che fanno rabbrividire e che significano un attacco ogni quattro giorni evidenziando le criticità della regione. Dietro alla Campania si trovano altre 3 regioni del sud Italia: la Puglia (71 casi), la Sicilia (66) e la Calabria (53). Ma se le prime quattro posizioni non sorprendono, confermando i livelli registrati negli anni precedenti, la prima sorpresa arriva dal Nord Italia. Al quinto posto infatti si trova, con 46 atti intimidatori e un incremento del 64% in due anni, la Lombardia. La presenza pervasiva della criminalità organizzata calabrese e di un sistema corruttivo sempre più diffuso rendono infatti gli amministratori locali della regione “locomotiva d’Italia” maggiormente esposti ad episodi di questo tipo. In particolare, emerge il ruolo della città Metropolitana di Milano in cui si sono registrati nel corso del 2019 ben 16 casi che rendono il capoluogo lombardo la nona provincia per numero di intimidazioni.

Se i dati registrati nel corso del 2019 ci appaiono già tragici e ben poco incoraggianti, sembra proprio che il peggio debba ancora venire. In questo 2020, infatti, si potrebbero aprire ulteriori spazi per episodi del genere a causa della forte instabilità economica e politica generata dal coronavirus. L’emergenza sanitaria sarà certamente accompagnata da una forte crisi economica e sociale che le mafie, come affermato dal ministro dell’Interno e dal Procuratore nazionale antimafia, stanno già cercando di sfruttare per accumulare consenso sociale sui territori ed espandere la loro presenza nel nostro sistema produttivo e all’interno degli Enti locali. Quegli stessi enti locali che dovrebbero essere baluardo di legalità sui territori potrebbero così ritrovarsi ancor più assediati da nemici pronti a tutto. Nemici contro cui tutti noi siamo chiamati a combattere. Per difendere la democrazia. Per difendere il nostro paese.

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