Come l’Europa sta disboscando l’Amazzonia

Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a tanta ingiustizia
-Chico Mendes-


A parole, l’ambiente è il tema centrale su cui si sta concentrando l’Unione Europea. Da mesi ormai le istituzioni europee parlano del “Green New Deal”, il pacchetto di provvedimenti e incentivi per azzerare le emissioni entro il 2050 e rendere più sostenibile la crescita economica, come assoluta priorità sottolineando la necessità di agire il prima possibile per salvare il pianeta. “Nessuno deve essere lasciato indietro” si legge sul sito “nessuna persona e nessun luogo possono essere trascurati”. Ma la grande sfida europea fallisce ogni giorno a 10.000 km da Bruxelles, nel cuore della Foresta Amazzonica.

Disboscamento – Quello che era il polmone verde del mondo, una lussureggiante foresta pluviale con un ecosistema unico, si sta trasformando a ritmi da record in un’arida savana. Secondo i dati ufficiali, diffusi dall’Istituto nazionale per le ricerche spaziali del Brasile, tra gennaio e aprile 2020 sono stati disboscati 1.200 km quadrati di foresta, il 55% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Negli ultimi 12 mesi (aprile 2019 – aprile 2020) sono stati in totale 9.320 i km quadrati di foresta distrutti, il dato più alto mai registrato dall’inizio del monitoraggio nel 2007.

Non è certo un caso che la deforestazione abbia subito un’impennata nell’ultimo anno. Nel gennaio scorso infatti si è insediato come presidente del Brasile, paese che ospita la maggior parte della Foresta Amazzonica, Jair Bolsonaro. Dopo una campagna elettorale basata, anche, sulla promessa di uno sfruttamento massiccio di quell’area per rilanciare l’economia del paese, il presidente ha mantenuto le promesse smantellando di fatto le politiche a tutela della foresta e tagliando drasticamente i fondi destinati al controllo sulle attività illecite nell’area. Non sorprende dunque che al suo fianco abbia un ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, che ha definito la crisi climatica “una questione secondaria” o un ministro degli esteri secondo cui sarebbe solo un “complotto marxista”. In un anno di governo Bolsonaro ha sostituito o licenziato tutti i dirigenti dei principali enti preposti alla difesa della foresta, da Ricardo Galvao a Lubia Vinhas, creando così un esercito di collaboratori pronti a sostenere la sua strategia politica basata sullo sfruttamento indiscriminato dell’area per coltivazioni, allevamenti e miniere. Così si sono moltiplicati i roghi appiccati dai proprietari terrieri per far largo alle proprie attività e le azioni dei taglialegna illegali che abbattono intere aree di foresta per sfruttare il suolo.

Ma un fenomeno così complesso non può essere ridotto a questo. Dietro agli incendi e alla deforestazione dell’Amazzonia non c’è solo la volontà politica di una leadership poco sensibile ai temi ambientali. C’è un sistema di produzione e di consumo alimentare che ha in quelle aree del Brasile uno dei propri baricentri. È un sistema dove gran parte della popolazione mondiale fonda la propria dieta sul consumo di proteine animali. E se aumenta il consumo di carne, aumentano gli animali da allevare, e aumenta la necessità di produrre materie prime agricole per i loro mangimi. Diventa così indispensabile la presenza di vaste aree da destinare alla produzione intensiva di cereali e soia da destinare al nutrimento degli allevamenti di tutto il mondo. Secondo un recente studio del canadese Tony Weiss, un terzo delle aree coltivate nel mondo non è destinato al consumo da parte degli uomini ma alla produzione di prodotti per la zootecnica. È proprio a questo che sono destinate le aree disboscate in amazzonia. Abbattere gli alberi permette da un lato di ampliare la superfice coltivabile a soia, principale alimento per gli allevamenti, e dall’altro di creare aree in cui allevare in modo intensivo bovini.

Europa – Ma cosa c’entra in questo contesto l’Unione Europea? Il Brasile, maggior produttore di soia al mondo, è il principale partner commerciale dei paesi europei per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali. Secondo un recente studio della rivista “Science”, circa un quinto della soia prodotta in zone disboscate della regione amazzonica è destinata al mercato europeo. Solamente pochi giorni fa nel porto di Amsterdam ha attraccato la nave mercantile “Pacific South” proveniente dal Brasile e carica di oltre 100.000 tonnellate di soia per la cui coltivazione sono stati necessari secondo le stime circa 40.000 ettari di terreno. L’arrivo della “Pacific South” non è però che l’ultima dimostrazione di un rapporto commerciale consolidato e sempre più stabile tra l’UE e il Brasile.

Lo scorso anno, tra le polemiche di alcuni europarlamentari e il silenzio della stampa italiana, l’UE ha stretto un patto politico e commerciale con il cosiddetto “Blocco Mercasur” composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. L’accordo, presentato da Junker come “un momento storico per l’Europa”, oltre a favorire le esportazioni dall’UE verso quei paesi riducendo dazi e alleggerendo la burocrazia rende anche più semplice l’importazione in Europa di prodotti agroalimentari dall’area “Mercasur”. È evidente dunque come l’Europa, attraverso il fitto commercio con il paese sudamericano, sia almeno in parte responsabile di quel disboscamento che pubblicamente condanna e contrasta. Sulla spinta di una domanda che non accenna a diminuire, e anzi aumenta sempre più, la frontiera agricola brasiliana si muove verso nord ad un ritmo impressionante rosicchiando senza sosta km di foresta per destinarli al soddisfacimento del fabbisogno mondiale, e soprattutto Europeo, di soia e cereali.

E se l’Europa, mentre rilancia politiche green, alimenta un disboscamento incontrollato della foresta pluviale brasiliana il nostro paese non può dirsi estraneo a questo fenomeno. Anche per l’Italia, infatti, il Brasile si conferma principale partner commerciale per quel che riguarda l’importazione di soia e cereali e gli accordi tra i due paesi non sono mai stati messi in discussione. Tra il gennaio e il luglio 2019, secondo le statistiche ufficiali, abbiamo importato più di 130 milioni di dollari di prodotto non lavorato (tra semi e macinato) dal paese sudamericano. Come l’Europa, però, anche il nostro paese fa finta di non sapere da dove provengano i cargo carichi di soia. Fingiamo di non sapere che per produrla ogni giorno una fetta di Amazzonia scompare per sempre. E mentre alimentiamo tutto questo continuiamo imperterriti a ripeterci che il nostro obiettivo deve essere la salvaguardia dell’ambiente. Perché non esiste un pianeta di riserva.

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