600 soldati, 30 mezzi e 26 milioni di spesa pubblica: così l’Italia torna in Africa

L’Italia ripudia la guerra
-Costituzione, art. 11-


Roma, 16 luglio 2020. In parlamento si discute del “decreto missioni” e la maggioranza si spacca sul finanziamento alla Guardia Costiera Libica con 22 deputati guidati da Erasmo palazzotto che chiedono al governo di smetterla di far finta di non vedere i crimini commessi nel mediterraneo. Ma mentre l’attenzione su quel che accade è alta, con i media che analizzano la spaccatura che sembra mettere a rischio il governo, i contenuti del decreto restano in secondo piano. Un decreto con cui, tra le altre cose, l’Italia ha aumentato la sua presenza militare in Africa confermando il suo impegno nel Golfo di Guinea e aggiungendo la partecipazione alla Task Force internazionale “TAKUBA”.

Sahel – Regione africana che si estende tra il Sahara e la savana del Sudan attraversando cinque stati, il Sahel in pochi anni è passato da area semi-sconosciuta e marginale nelle relazioni internazionali con l’Africa, ad area strategica e di importanza centrale nell’azione di contrasto al terrorismo islamico. Il 13 gennaio scorso a Pau, in Francia, durante il vertice convocato da Macron con i cinque paesi del Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, e Niger) il presidente francese ha lanciato un appello ai partner internazionale per supportare Parigi nel contrasto al terrorismo nella regione africana. Un’occasione che l’Italia ha deciso di non farsi scappare.

Con l’approvazione del decreto missioni, infatti, il parlamento ha dato il via libera alla partecipazione italiana alla Task Force “TAKUBA” che vedrà il nostro paese impegnato al fianco della Francia nel Sahel. “La partecipazione italiana alla Task Force TAKUBA” si legge nel documento approvato in aula “oltre a fornire un contributo al rafforzamento delle capacità di sicurezza nella regione del Sahel, risponde, altresì, all’esigenza di tutela degli interessi nazionali in un’area strategica considerata prioritaria.” Un’azione a tutela degli interessi nazionali di cui, però, si sa ancora poco. L’Italia metterà a disposizione 200 soldati, 20 mezzi e 8 aerei rendendo quello del Sahel la terza missione per dimensioni dopo quella in Libia (circa 400 militari) e in Niger (295). Definiti anche i costi, con uno stanziamento di 16milioni di euro a supporto della missione, e l’area di intervento, che sarà concentrato nella cosiddetta zona “delle tre frontiere” a cavallo fra Mali, Niger e Burkina. Il comando della missione sarà completamente a guida francese e le operazioni saranno coordinate dalla base di Ansongo, sperduta località del nord Mali.

Ma alle poche certezze si accompagnano molti dubbi e aspetti non chiari di una Task Force che risulta molto opaca. Non si sa ad esempio quando inizierà ufficialmente né quando si concluderà. A fine giugno Macron era tornato sulla questione dicendosi pronto ad inviare il proprio contingente già nelle prossime settimane per un impegno di “almeno tre anni”. Più cauta l’Italia che nel documento approvato in parlamento garantisce il suo impegno fino alla fine del 2020 e rinnovabile su base annuale senza definire tempistiche per l’intervento. Sembra probabile, però, che il contingente italiano possa partire tra non meno di un paio di mesi per insediarsi nell’area a partire da fine anno ed essere pienamente operativo dal primo semestre del 2021. Pur avendo previsto un rinnovo annuale, infatti, è poco realistica l’ipotesi di un ritiro a missione in corso e tutto lascia pensare all’inizio di una nuova presenza stabile dell’esercito italiano in Africa. Una presenza che potrebbe esporre i nostri soldati a rischi maggiori rispetto a quelli corsi in altre zone in cui sono in corso missioni italiane. Nel 2019 gli attacchi nell’area sono aumentati del 25% e dal 2013, anno in cui è iniziato l’impegno francese, sono stati 43 i militari transalpini uccisi nel Sahel. L’ultimo il 24 luglio.

Ma nella decisione italiana di intervenire direttamente nell’area, secondo il ricercatore dell’ISPI Camillo Casola, vi sarebbe anche il tentativo di “rafforzare relazioni commerciali in termini di esportazioni di armi per il tramite di un’azienda strategica”. Il riferimento è ai potenziali contratti di cooperazione militare e sbocchi commerciali per l’industria bellica italiana con cui Macron ha tentato Conte durante il vertice Italia-Francia del 27 febbraio scorso a Napoli. Dal 2017 ad oggi l’Italia ha già stipulato accordi militari bilaterali con Niger, Burkina Faso e Ciad ed è attivamente interessata, come tutte le potenze straniere implicate in questo teatro, allo sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo del Sahel e l’intervento diretto in quest’area potrebbe rappresentare un incentivo a queste attività.

Guinea – Altra area in cui l’Italia conferma il proprio impegno è quella del Golfo di Guinea. In quest’area il nostro paese impegnerà “un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea”. 10 milioni di euro, 400 uomini, 2 navi e 2 aerei saranno impiegati per “esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare con l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’ area”. Interessi strategici nazionali che riguardano in particolar modo la presenza di “asset estrattivi di ENI” che operano in acque internazionali e che sarebbero esposti ad attacchi e pericoli a causa di un’intensa attività di pirateria nelle acque del golfo. “Nel 2019 il numero di marinai presi in ostaggio al largo delle coste dell’Africa occidentale è aumentato di più del 50%” si legge nelle motivazioni della missione. “Il Golfo di Guinea è considerato il più pericoloso per numero di attacchi e atti di pirateria alle imbarcazioni e agli equipaggi in transito”. L’Italia si schiererà con il suo contingente al fianco di quelli francese, statunitense, spagnolo e portoghese già presenti nell’area da diversi anni. Lo farà per tutelare l’interesse di Eni, ritenuto interesse strategico, e la sicurezza delle nostre navi mercantili italiane in viaggio verso quell’area.

Mentre si discuteva di una possibile spaccatura della maggioranza, dunque, il parlamento ha approvato nel silenzio generale le due missioni africane. Una spesa complessiva di circa 26 milioni di euro per dispiegare nel continente 600 uomini, una trentina di mezzi e le proprie conoscenze. Un impegno importante in termini di risorse impiegate ma molto opaco per quel che riguarda gli obiettivi.

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