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Relazione DIA: ecco come le mafie prenderanno tutto grazie al covid

Nella relazione sul secondo semestre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia si sofferma a lungo anche su quello che accadrà in futuro. Il coronavirus porterà grandi opportunità per la criminalità organizzata offrendo un doppio scenario in cui agire

Per la prima volta la Direzione Investigativa Antimafia va oltre il semplice riepilogo. Nella relazione sul secondo semestre del 2019, infatti, la DIA inserisce uno “Speciale Covid” di 16 pagine in cui analizza gli scenari possibili per la criminalità organizzata in tempo di pandemia. Nel capitolo vengono analizzati gli obiettivi a breve e lungo termine delle mafie italiane nel tentativo di comprendere le strategie con cui i clan tenteranno di trarre vantaggio dall’emergenza sanitaria globale. Un quadro ben poco incoraggiante che porta la DIA ad ipotizzare per la criminalità “prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Un contesto in cui le mafie si muoveranno su un doppio scenario: un primo di breve periodo incentrato sul rafforzamento del consenso sociale sul territorio e un secondo di lungo periodo in cui le cosche proveranno ad attuare strategie di espansione.

Al primo scenario stiamo assistendo in questi mesi con tutte le organizzazioni impegnate nel garantire forme di assistenzialismo a cittadini ed imprese in difficoltà. Attraverso il proprio potere e l’ampia disponibilità di capitali, i clan sono in grado di “porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Più rapida e spesso più efficiente dello stato, la mafia riesce in questo modo a consolidare il consenso sociale nei territori di tradizionale presenza mafiosa elargendo prestiti, sostenendo le imprese e i commercianti in difficoltà e supportando l’economia locale attraverso gli aiuti a titolari di attività commerciali. Forme di assistenzialismo che rappresentano secondo gli inquirenti “un vero e proprio investimento sul consenso sociale, che se da un lato fa crescere la “rispettabilità” del mafioso sul territorio, dall’altro genera un credito, da riscuotere, ad esempio, come “pacchetti di voti” in occasione di future elezioni.”. E se nel breve periodo l’interesse sarà posto principalmente sulle comunità locali, nel medio-lungo termine la criminalità organizzata proverà ad uscire dalle aree tradizionali per allungare i propri tentacoli su scala globale. “L’economia internazionale” si legge nella relazione “avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”.  

Sul piano dell’economia legale, dunque, la DIA evidenzia come la disponibilità di ingenti capitali e “la semplificazione delle procedure di affidamento, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza” potrebbero favorire l’infiltrazione criminale in diversi settori. In particolare investimenti importanti potrebbero arrivare nel cosiddetto “ciclo della sanità” ambito che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei clan, come dimostrano i commissariamenti delle Aziende Sanitarie di Reggio Calabria e Catanzaro, sia per le consistenti risorse che vengono destinate a quel settore sia per il controllo sociale che può garantire. In ambito sanitario la criminalità organizzata potrebbe provare a mettere le mani in particolare sulla produzione e distribuzione di dispositivi medici e di protezione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali la cui produzione è aumentata a dismisura a seguito dell’emergenza. L’utilizzo più che raddoppiato di mascherine e altri dispositivi da smaltire come rifiuti speciali con conseguenti costi più elevati per ospedali e aziende. Facendo leva su costi più bassi la criminalità potrebbe infiltrarsi in quel business e smaltire in modo irregolare e con pesanti ripercussioni su ambiente e salute i rifiuti ospedalieri.

C’è poi un aspetto, non trascurabile, connesso all’alta mortalità dovuta al coronavirus, che ha imposto carichi di lavoro maggiori sia alle imprese di onoranze funebri che ai servizi cimiteriali. Nel primo caso sarà importante verificare, specie nei presidi ospedalieri dichiarati “COVID”, se vi siano imprese che sono state favorite più di altre. Per quanto riguarda i servizi cimiteriali è invece opportuno verificare se le cosche potranno, in qualche modo, incidere sulle decisioni delle amministrazioni comunali in merito alla gestione dei cimiteri, con particolare riferimento alle modifiche ai Piani Regolatori Cimiteriali e ai criteri di assegnazione delle concessioni. Di contro, il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona sono tra i settori che hanno più risentito del lockdown, e che faranno registrare una netta diminuzione del fatturato dovuta alla prospettiva di una stagione estiva difficile, per affrontare la quale, in molti casi, sono stati già fatti investimenti e ristrutturazioni immobiliari, i cui costi dovranno comunque essere sostenuti. Ne deriverà una diffusa mancanza di liquidità, che espone molti commercianti all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti soprattutto per quel che riguarda alberghi, ristoranti e bar, bed & breakfast, case vacanze e attività simili.

Da sempre la criminalità organizzata ha saputo cogliere i cambiamenti nella società e nell’economia per sfruttarli a proprio vantaggio e trarne il massimo beneficio possibile. Dalla relazione della DIA sembra emergere come l’emergenza sanitaria in corso non rappresenti un’eccezione. Il lockdown e lo shock, economico e sociale, che ne è conseguito hanno di fatto ampliato quelle sacche di povertà e disagio sociale già esistente. Ecco allora che per la mafia si è venuto a creare un terreno fertile per il consolidamento delle mafie. Nei territori a tradizionale insediamento mafioso, quella Questione meridionale non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, “offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Offre dunque quel consenso sociale che permette alle mafie di consolidare il proprio potere e fare quel salto in una dimensione macro. Così rinvigorita dal nuovo consenso sempre più ampio, la criminalità riesce a rispondere alla paralisi economica che mette in ginocchio piccoli e medi imprenditori. Riesce a sfruttare ogni singola opportunità per infiltrare il mercato e l’economia legale. Noi non dobbiamo perdere l’occasione di impedirglielo. Prima che sia troppo tardi.

27 luglio 1993: La notte in cui la mafia attaccò lo Stato

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 resterà nella storia come il momento più buio della storia recente della Repubblica. A un anno da Capaci e via d’Amelio Cosa nostra colpisce con tre bombe a Milano e Roma facendo temere il colpo di stato.

Milano, 27 luglio 1993.

Alle ore 22.55 circa, una coppia di passanti ferma una pattuglia di Vigili urbani che percorre via Palestro. “Correte, esce del fumo da una macchina”. Gli agenti Alessandro Ferrari e Catia Cucchi scendono dall’auto e controllano la Fiat Uno targata MI7P2498 parcheggiata davanti al padiglione d’Arte Contemporanea. C’è molto fumo ma nessuna fiamma.

Alle 23.05, dopo la chiamata alla centrale da parte dei due vigili, arriva sul posto una squadra di vigili del fuoco. Il fumo continua ad uscire, ma di fiamme nemmeno l’ombra. I pompieri aprono il cofano e notano una scatola chiusa con dello scotch e dei fili che fuoriescono. Non ci sono dubbi. È una bomba.

Alle 23.14, mentre gli artificieri sono in arrivo, l’ordigno esplode. Perdono la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno e Moussafir Driss, cittadino marocchino che si trovava su una panchina nel parco di fronte.

A Milano quella notte è l’inferno. L’esplosione è così potente che rompe le tubature del gas facendole bruciare per tutta la notte mentre la facciata del Padiglione d’Arte Contemporanea collassa su sé stessa. I vigili del fuoco lavorano tutta la notte per spegnere le fiamme mentre le forze dell’ordine faticano a tenere la folla accorsa per vedere cosa stava accadendo. Passano pochi minuti e altre due bombe esplodono a Roma (vicino alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) senza fortunatamente causare vittime. È l’attacco di Cosa nostra allo stato. A Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche e, per la prima volta nella storia, il Presidente del Consiglio rimane isolato. Un blackout totale delle comunicazioni durante il quale Ciampi non poté comunicare in alcun modo con i suoi collaboratori o con gli apparati di sicurezza. “Non ho paura a dirlo” dirà Ciampi successivamente “ebbi la sensazione che fossimo a un passo da un colpo di Stato.”

Non sappiamo cosa successe esattamente quella notte a Palazzo Chigi, e non sappiamo se quel colpo di stato fallì o non era previsto. Oggi, a 27 anni da quella notte, sappiamo però che la responsabilità di quelle bombe fu di Cosa nostra. Quei tre ordigni erano parte della strategia ordita dai clan corleonesi che a partire dal 1992 avevano alzato il tiro contro lo stato. Prima le stragi di Capaci e via d’Amelio, poi il fallito attentato a Maurizio Costanzo e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Un vero e proprio attacco frontale allo Stato con l’obiettivo di colpire uomini e luoghi simbolo del paese per provare a piegare le istituzioni ed indurle a quella che verrà ricordata come “Trattativa Stato-Mafia”. Il Servizio Centrale Operativo (SCO) il 9 agosto 1993 trametterà una nota inequivocabile alla Commissione Antimafia: “l’obiettivo della strategia delle bombe” si legge “sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il carcerario ed il pentitismo”. Una trattativa cercata ed alimentata a suon di esplosioni che ebbe come primo risultato la decisione del Ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare 373 provvedimenti di 41 bis revocando così il carcere duro per altrettanti mafiosi.

Amministratori nel mirino: minacce, intimidazioni e violenze nel 2019

I Sindaci e gli amministratori pubblici rappresentano un baluardo di legalità.
Per questo dovrebbero interpretare il loro ruolo nella difesa della collettività,
per il soddisfacimento degli interessi dei cittadini, il rispetto dei diritti, la trasparenza
.”
-Federico Cafiero de Raho, Procuratore Nazionale Antimafia-


In Italia uomini e donne che per un estremo senso di responsabilità civile hanno deciso di dedicare parte della propria vita alla comunità che vivono sono sempre più sotto tiro. Sindaci, assessori, amministratori locali, consiglieri e chiunque svolga una funzione pubblica è sempre più esposto ad intimidazioni, violenze e minacce. A riportarlo è il report annuale dell’associazione “Avviso Pubblico” che da nove anni denuncia la crescente violenza fisica, psicologica e mediatica contro gli amministratori locali. Dal rapporto, pubblicato questa settimana, relativo al 2019 emerge un quadro destabilizzante che mette in luce come da nord a sud non esista regione dove la criminalità, sia essa organizzata o comune, non colpisca chi svolge il proprio compito con competenza, responsabilità e trasparenza. Minacce e violenze che mettono a rischio uno svolgimento pienamente democratico della funzione pubblica.

I dati – “Violento, esteso e costante”. Bastano tre parole a descrivere il quadro della situazione registrata nel 2019 dall’associazione “Avviso Pubblico” che ha censito in 12 mesi 559 tra intimidazioni, aggressioni e minacce nei confronti degli amministratori locali. una media di 11 ogni settimana. Una ogni 15 ore. Una lunga scia di violenza che ha letteralmente travolto 336 comuni, il numero più alto mai registrato, in 83 province diverse. E per la seconda volta nella storia del rapporto, la prima nel 2017, sono coinvolte tutte le regioni italiane. Emerge quindi in modo chiaro ed inequivocabile la capillare diffusione di quelle che Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente di ANCI, definisce “vere e proprie forze che, attraverso la corruzione e il disprezzo delle regole, alimentano sentimenti eversivi nei confronti dei valori democratici su cui si basa la nostra Costituzione”.

A preoccupare ancor di più è l’aumento degli attacchi diretti che sono cresciti del 6% rispetto al 2018 e lo scorso anno hanno rappresentato l’87% dei casi, dato più alto mai registrato. Gli attacchi, cioè, sono rivolti sempre più in modo diretto alle persone mentre calano gli attacchi indiretti rivolti alle proprietà o ai parenti degli amministratori. Una vera e propria sfida allo Stato e alle sue istituzioni che colpisce in modo particolare le amministrazioni comunali che, essendo le istituzioni politiche più vicine ai cittadini e al territorio, sono quelle su cui maggiormente provano a fare pressioni criminalità e estremismi. Proprio nei confronti degli amministratori locali (Sindaci, consiglieri, assessori, vicesindaci ecc) si sono infatti registrate il 56% delle intimidazioni o violenze contro un 27% al personale della pubblica amministrazione e un 3% a rappresentati di regioni e province.

Ma c’è un dato che ancor di più fa emergere come questi episodi possano minare la vita democratica del paese. Non è un caso, infatti, che lo scorso anno il mese con più intimidazioni sia stato aprile con 58 casi. Proprio in quel periodo era in pieno svolgimento in gran parte del territorio nazionale la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni amministrative del maggio scorso che hanno portato alle urne il 48% dei Comuni Italiani per la scelta del sindaco e la relativa composizione dei consigli comunali. Mai come lo scorso anni si sono registrati infatti così tanti atti intimidatori nei confronti di candidati alle elezioni amministrative. Atti intimidatori che in diversi casi hanno portato addirittura le vittime a rinunciare alla propria candidatura ritenendo insostenibile il peso di tali minacce. È accaduto ad esempio a Parabita, Comune in provincia di Lecce chiamato alle urne dopo uno scioglimento per mafia e la gestione straordinaria dei commissari prefettizi, dove i reiterati atti intimidatori hanno spinto il candidato sindaco Marco Cataldo a ritirare la propria lista. Una chiara dimostrazione del perché non sia giusto inquadrare queste situazioni a meri atti di violenza ma si debba necessariamente vederli come un tentativo di sabotare i valori democratici costituzionalmente riconosciuti.

Modalità – Il rapporto evidenzia poi come vi sia una differenza nelle modalità con cui questi atti vengono perpetrati al Nord rispetto al Sud. Se nelle regioni meridionali, infatti, il principale metodo di intimidazione rimangono gli incendi (un caso ogni quattro) al nord i roghi sono solo al settimo posto tra le minacce per gli amministratori locali mentre crescono le violenze verbali sui social network. Unico filo conduttore che unisce l’intero paese sono le aggressioni fisiche che rappresentano la seconda minaccia tanto al nord quanto al sud. In generale emerge come, mentre al nord le minacce sono per lo più verbali o scritte, al sud si manifestano in modo più evidente ed eclatante. Nelle regioni meridionali, infatti, sembra esserci una minor preoccupazione di attirare l’attenzione o generare allarme sociale forse dovuta ad un maggior radicamento di fenomeni criminali nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa. Così sono proprio le regioni del sud quelle in cui le minacce verbali si tramutano più spesso in vere e proprie aggressioni, dirette o indirette, nei confronti degli amministratori locali.

Le regioni – Come detto, per la seconda volta nella storia del rapporto, sono coinvolte tutte le regioni italiane anche se, ovviamente, in misura differente. Il triste primato per il maggior numero delle aggressioni se lo è aggiudicato per il terzo anno consecutivo la Campania con 92 episodi nel corso del 2019 e 217 se si considera il triennio 2017-2019. Dati che fanno rabbrividire e che significano un attacco ogni quattro giorni evidenziando le criticità della regione. Dietro alla Campania si trovano altre 3 regioni del sud Italia: la Puglia (71 casi), la Sicilia (66) e la Calabria (53). Ma se le prime quattro posizioni non sorprendono, confermando i livelli registrati negli anni precedenti, la prima sorpresa arriva dal Nord Italia. Al quinto posto infatti si trova, con 46 atti intimidatori e un incremento del 64% in due anni, la Lombardia. La presenza pervasiva della criminalità organizzata calabrese e di un sistema corruttivo sempre più diffuso rendono infatti gli amministratori locali della regione “locomotiva d’Italia” maggiormente esposti ad episodi di questo tipo. In particolare, emerge il ruolo della città Metropolitana di Milano in cui si sono registrati nel corso del 2019 ben 16 casi che rendono il capoluogo lombardo la nona provincia per numero di intimidazioni.

Se i dati registrati nel corso del 2019 ci appaiono già tragici e ben poco incoraggianti, sembra proprio che il peggio debba ancora venire. In questo 2020, infatti, si potrebbero aprire ulteriori spazi per episodi del genere a causa della forte instabilità economica e politica generata dal coronavirus. L’emergenza sanitaria sarà certamente accompagnata da una forte crisi economica e sociale che le mafie, come affermato dal ministro dell’Interno e dal Procuratore nazionale antimafia, stanno già cercando di sfruttare per accumulare consenso sociale sui territori ed espandere la loro presenza nel nostro sistema produttivo e all’interno degli Enti locali. Quegli stessi enti locali che dovrebbero essere baluardo di legalità sui territori potrebbero così ritrovarsi ancor più assediati da nemici pronti a tutto. Nemici contro cui tutti noi siamo chiamati a combattere. Per difendere la democrazia. Per difendere il nostro paese.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Cartelli e coronavirus: il Messico è sempre più un narco-stato

“Messico e nuvole la faccia triste dell’America
il vento insiste con l’armonica,
che voglia di piangere ho”
– Enzo Jannacci-


Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.

Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.

Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos.  La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.

Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.

Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.

Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.

Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.

L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.

Come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

“Ricordati, Il mondo si divide in due:
ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.”
-Intercettazione telefonica-


“Signora Merkel, non arretri!”. Titolava così il delirante articolo, comparso qualche giorno fa sull’edizione online del quotidiano tedesco “Die Welt”, in cui il giornalista Christoph Schiltz invitava la cancelliera tedesca a non cedere sugli eurobond. Secondo l’autore, infatti, concedere aiuti comunitari ai paesi in difficoltà rappresenterebbe uno spreco di denaro pubblico per la Germania, soprattutto se destinati all’Italia dove “la mafia sta aspettando solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Una frase che lascia attoniti davanti ad un tale esempio di rara aridità intellettuale e morale. Perché se è vero le mafie in Italia sono un problema e faranno di tutto per uscire rafforzate da questa emergenza, un giornalista che si rispetti dovrebbe anche sapere che il nostro paese ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo. Un giornalista che si rispetti dovrebbe essere al corrente del fatto che i controlli antimafia che vengono fatti in Italia non sono secondi a quelli di nessun paese al mondo, nemmeno a quelli di Bruxelles invocati da Schiltz. Ma soprattutto un giornalista che si rispetti, a maggior ragione se tedesco, dovrebbe sapere che la Germania non è immune a tutto questo. Dovrebbe sapere che la mafia esiste anche a casa loro.

Duisburg – Nella città tedesca va in scena il 15 agosto 2007 l’ultimo atto della infinita faida di San Luca iniziata nel 1991 tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. Una faida che ha visto un susseguirsi di morti e di regolamenti di conti, spesso perpetrati in occasione di ricorrenze religiose come estremo atto di sfida alla famiglia rivale rendendo di fatto un giorno di festa in un giorno di lutto.  Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio dalla Germania, proprio da Duisburg. Un elemento che ha portato i Nirta-Strangio a prendere una decisione senza precedenti: spostare la faida a 2000 km di distanza e colpire i propri nemici nella città del Nordreno-Vestfalia.

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, davanti al ristorante “da Bruno”, a Duisburg, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco sei uomini di origine calabrese di età compresa tra i 16 e i 39 anni. I killer per accertarsi della loro morte colpirono una seconda volta a bruciapelo tutte le vittime. La matrice mafiosa della strage e chiara fin da subito ma il quadro per gli inquirenti tedeschi diventa ancor più chiaro, e inquietante, quando nelle tasche di Tommaso Venturi viene ritrovato un santino bruciato di San Michele Arcangelo. Nella pizzeria “da Bruno” quella notte, non si stava solo festeggiando il 18esimo compleanno di Tommaso. Quella notte da Bruno si era svolto il rito di affiliazione alla ‘ndrangheta del ragazzo.

“La strage di Duisburg è stata come un geyser.” scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia nella sua relazione annuale sulla ‘ndrangheta “Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione”. Quello che da tempo succedeva nell’ombra era ora visibile a tutti in tutta la sua drammaticità. La ‘ndrangheta era in Germania. Non vi era arrivata quel giorno, né nelle settimane precedenti. Silenziosa e letale si era infiltrata nel tessuto economico e sociale tedesco a tal punto da decidere di colpire proprio a Duisburg con una facilità tale da lasciar intendere una grande confidenza con il territorio. La Germania e l’Europa quella notte si accorsero che la mafia non era più un problema solo italiano. Era, ed è, un problema globale che non risparmia nessuno. Nemmeno la Germania.

Storia – La colonizzazione mafiosa della Germania sembra aver seguito lo stesso schema che ha portato la ‘ndrangheta nel nord Italia. Con un accordo siglato a Roma il 20 dicembre 1955, la Repubblica Federale Tedesca si impegnava a ridistribuire lavoratori italiani nei Lander occidentali del paese. Ebbe così inizio una fitta migrazione che dal sud Italia portò migliaia di persone nelle regioni più industrializzate del paese, soprattutto nel bacino della Ruhr. Una migrazione che, come accaduto per la colonizzazione del nord Italia, portò diversi soggetti legati alla criminalità organizzata a spostarsi e creò un terreno fertile per riprodurre modelli e tecniche già consolidate in patria. Si vennero a creare in Germania comunità di italiani che resero più semplice all’organizzazione calabrese, e non solo, rinsaldare quei legami di solidarietà e protezione con i propri corregionali costruendo la base per una infiltrazione profonda della società. Con il passare degli anni, grazie all’indifferenza delle istituzioni e all’inconsapevolezza della società civile, la ‘ndrangheta ha sfruttato ogni opportunità allungando i propri tentacoli anche sulla Germania orientale dopo la caduta del muro di Berlino.

Una presenza criminale che se da un lato non sembra esercitare un pieno controllo del territorio, nonostante la presenza di diverse locali, dall’altro sembra non interessarsene. In Germania, infatti, la ‘ndrangheta sembra voler applicare una strategia diversa, poco improntata ad una riproduzione totale del modello mafioso tradizionale ma più indirizzata verso interessi di carattere economico. Se mancano infatti rapporti con la politica e una presenza capillare sul territorio, è evidente come il paese abbia offerto alla criminalità organizzata opportunità di riciclaggio senza precedenti. Mantenendo un profilo basso, senza destare clamore a livello mediatico ed istituzionale con atti eclatanti, la ‘ndrangheta ha potuto operare lontana dai riflettori approfittando di una legislazione antimafia assente e di una noncuranza pressoché totale del fenomeno.

Una noncuranza divenuta evidente, e colpevole, proprio con i fatti di Duisburg. Una strage vera e propria con cui, per la prima volta, la ‘ndrangheta si espone e si manifesta in tutta la sua ferocia anche in Germania portando alla luce del sole una presenza radicata e forte anche nella prima potenza economica europea. Ma se nell’immediato Germania ed Europa se ne sono rese conto ed hanno attivato una stretta collaborazione con le autorità italiane per l’arresto dei responsabili della strage, subito dopo è calato nuovamente il silenzio. Quel silenzio di cui la ‘ndrangheta aveva bisogno per rafforzarsi ulteriormente. Lo stupore ed il clamore iniziali hanno lasciato spazio alla rimozione della società tedesca. L’immagine della Germania non poteva essere intaccata dalla presenza mafiosa. Era necessario dimenticare il più in fretta possibile i fatti di Duisburg, riportarli sotto una luce diversa e meno preoccupante. Così, non appena il processo venne spostato in Italia, la Germania spense i riflettori. La strage di Ferragosto divenne una questione tutta italiana, un problema tra famiglie calabresi che si era solo risolto sul territorio tedesco ma non interessava il paese. Così calò il silenzio su Duisburg. Calò il silenzio sulla presenza mafiosa in Germania. Così il paese perse la sua possibilità di reagire, di ribellarsi alla presenza mafiosa, e preferì fingere che quello che era successo non lo riguardasse. La Germania si voltò, colpevole, dall’altra parte lasciando campo libero alla criminalità organizzata. Lasciando che, anno dopo anno, anche la Germania divenisse Calabria.

La “Quarta Mafia” asssalta Foggia

“Sconfiggere le mafie è possibile, oltre a essere unanecessità vitale per l’equilibrio e lo sviluppo del Paese.Pio La Torre ha testimoniato che le mafie possono essere duramentecolpite ogni volta che si realizza una convergenza tra le forze positive della società”
-Sergio Mattarella-


20 mila persone sfidano il freddo per marciare insieme a Foggia. Nella città teatro di un sanguinoso inizio 2020, con un omicidio e 5 attentati, è andata in scena #FoggiaLiberaFoggia, una manifestazione nazionale indetta da Libera per dire basta alla violenza mafiosa in un territorio sempre più assediato. È la “Quarta Mafia” e da ormai diverso tempo ha dichiarato guerra allo stato e vuole affermare il proprio potere nella zona anche, e soprattutto, attraverso omicidi ed intimidazioni.

I fatti – il 9 agosto 2017 la mafia foggiana ha mostrato tutta la sua forza e spietatezza. Un gruppo di fuoco armato di pistola, kalashnikov e fucile a canne mozze ha atteso sulla pedegarganica il presunto boss Mario Luciano Romito e suo cognato, Matteo De Palma. Al passaggio del maggiolone nero con a bordo i due uomini gli aggressori hanno aperto il fuoco contro la vettura uccidendoli entrambi sul colpo prima di inseguire e freddare Luigi e Aurelio Luciani che nulla centravano in quelle dinamiche ma che avevano visto la scena diventando testimoni scomodi. Un delitto, passato alle cronache come strage di San Marco in Lamis, che ha scosso Foggia e l’Intera Italia dimostrando come questa nuova formazione criminale non si faccia scrupoli ad usare la violenza. Una violenza brutale ed eccessiva consumata in pieno giorno a ridosso di una strada provinciale tra le più trafficate della zona. Una violenza che da quel giorno non si è mai fermata.

L’inizio del nuovo anno ha rappresentato in tal senso una conferma di quanto accaduto negli ultimi mesi del 2019. Da Capodanno ad oggi, in soli 11 giorni, tra Foggia e provincia si sono verificati 6 attentati dinamitardi e un omicidio in pieno stile mafioso. Il 31 dicembre un ordigno era esploso a ridosso della mezzanotte ad Apricena, a pochi chilometri da San Severo, devastando un centro estetico. Poche ore più tardi un’altra bomba aveva sventrato un bar a San Giovanni Rotondo mentre a Foggia, quasi in contemporanea, due locali sono stati dati alle fiamme. Poi l’omicidio di Roberto D’Angelo, commerciante d’auto, freddato da due killer in motorino mentre si trovava a bordo della sua 500. Una scia di sangue e paura che ha convinto molti, moltissimi cittadini, a scendere in piazza per dire basta. Basta alla mentalità mafiosa che sta impregnando il territorio, basta alle intimidazioni con cui si prova a far piegare la testa agli onesti, basta con la paura che la mafia vorrebbe coltivare in questa provincia. Quasi 20.000 persone sono scese in piazza in un lungo corteo per riprendersi la città che vivono e che amano. Una città che non può essere lasciata in mano a chi la vorrebbe distruggere.

Ma la grande mobilitazione cittadina non ha fermato i clan. Poche ore dopo la grande marcia, un nuovo attentato ha fatto sprofondare il foggiano nella paura. In quella che sembra essere una risposta alla manifestazione di Libera, nella notte una bomba è stata fatta esplodere davanti ad un negozio a Orta Nova. L’ordigno ha divelto la saracinesca, frantumato la vetrina e rovinato gli arredi interni. L’ennesima intimidazione ai danni di un commerciante e, allo stesso tempo, di una figura politica. Il negozio colpito è infatti di Marianna Borea, 38 anni, sorella di Paolo Borea presidente del Consiglio Comunale a cui, il 21 dicembre scorso, era stata bruciata l’auto nella notte.

Quarta Mafia – a seminare il panico in una provincia che, da sola, è grande quanto il Friuli-Venezia Giulia è la “Quarta Mafia”. Un’organizzazione criminale di cui poco si è sentito parlare ma che, grazie a questo silenzio, ha potuto agire indisturbata e acquisire forza e potere. Una mafia per certi versi ancora “acerba” che, a differenza delle tre organizzazioni storiche, sta cercando di affermare la propria presenza sul territorio a suon di attentati e intimidazioni. Un’organizzazione che, come riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia, ha imparato da Camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta riuscendo a “coniugare tradizione e modernità”. Le tre organizzazioni presenti sul territorio foggiano, società foggiana, mafia garganica e malavita cerignolana, stanno sempre più convergendo verso posizioni comuni stringendo accordi che possano favorire tutti gli attori coinvolti in un’ottica di pacificazione che possa permettere di agire in modo meno evidente.

Tra le tre, però, una posizione di assoluta centralità è svolta dalla mafia foggiana, divenuta fulcro della criminalità organizzata del territorio attraverso la progressiva espansione nei territori della provincia e la ricerca di convergenze finalizzate ad una gestione monopolistica delle attività illecite. Nella città di Foggia sono attive tre “batterie”, i clan della quarta mafia, che pur se fortemente ridimensionate dalle attività investigative e giudiziarie, restano particolarmente attive nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni, riuscendo a specializzarsi anche nel riciclaggio: I Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Le batterie sarebbero, secondo gli inquirenti, fortemente basate su legami familistici e ciò le renderebbe in un certo senso molto simili alle famiglie di ‘ndrangheta creando un forte legame di sangue tra i vari membri. Ma se per l’affermazione del potere sembra valere la regola del più forte, che ha spesso portato ad atti di violenza anche eclatanti, non mancano “patti federativi” con cui le tre batterie cercano di trovare sinergie e interessi comuni per gli affari principali. Nell’ultimo rapporto semestrale pubblicato, la DIA parla di “rapporti magmatici e contraddittori” tra le batterie le quali sarebbero in grado di far coesistere i rapporti conflittuali e gli accordi e la conduzione in comune di affari particolarmente rilevanti. In comune vi sarebbe anche la cassa in cui vengono depositati parte dei profitti delle tre batterie e la cosiddetta “lista delle estorsioni”, documento nel quale erano analiticamente registrate le persone sottoposte al racket.

L’area garganica è caratterizzata da una presenza di diversi gruppi criminali con una forte vocazione verticistica, basati essenzialmente su vincoli familiari, gerarchicamente non legati tra loro ma che attraverso una serie di antiche alleanze con le tre batterie foggiane hanno stabilito una sorta di equilibrio anche nel territorio del Gargano. Traffico di stupefacenti, atti predatori, estorsioni e riciclaggio caratterizzano pressoché tutti i gruppi dell’area che sembrano essere particolarmente legati alla società foggiana e dunque non pienamente liberi di agire in modo indipendente. I Li Bergolis, originari di Monte Sant’Angelo, operano in sinergia con altri sodalizi presenti nell’area del promontorio nonché con il clan foggiano Francavilla. Sono in conflitto con il clan Romito-Gentile di Manfredonia-Mattinata, che vanta, invece, rapporti con i clan Moretti e Trisciuoglio della Società foggiana, con la malavita di Cerignola e con gruppi del promontorio garganico, in particolare di Vieste e Monte Sant’Angelo. Proprio in questo contesto è maturata la strage di San Marco in Lamis, per cui sono stati arrestati come esecutori materiali due esponenti del clan Li Bergolis, che aveva dato il via ad una dura contrapposizione tra i due clan nel più ampio contesto della “faida di Vieste” portando ad una luga scia di sangue che aveva interessato tutta l’area nel primo semestre del 2018.

La malavita di Cerignola, invece, sembra essere molto strutturata ed in grado di controllare in modo capillare il proprio territorio. La criminalità cerignolana, rappresentata dai clan Piarulli e Di Tommaso (rinvigorito dalla scarcerazione di alcuni esponenti di peso), mantiene la propria vocazione verso i reati predatori realizzati con forme di pendolarismo. I gruppi di Cerignola sono negli anni anche divenuti punti di riferimento per le altre organizzazioni criminali nazionali sia nel sostegno delle latitanze, sia nelle attività di riciclaggio, grazie alla capacità di schermare efficacemente i profitti illeciti, anche mediante prestanome, in attività di ristorazione, nella filiera agroalimentare e nel commercio di carburante.

Reazione – Una presenza pervasiva e forte che, però, non viene messa all’angolo dai cittadini. Se infatti la grande marcia organizzata da Libera sembra essere stata una forte risposta al potere e alla violenza mafiosa, è anche evidente che fino ad oggi il territorio foggiano è stato in gran parte assoggettato in un clima di omertà diffusa. Nel 2018 è stata la provincia in Italia con il minor numero di denunce: appena 4 esposti all’autorità giudiziaria per usura e soli 179 per estorsione. Di certo numeri che non rispecchiano la realtà di un territorio in cui, tra il 2016 e il 2019, ci sono stati 67 tentati omicidi e 58 omicidi. Ma, questa volta, non si può puntare il dito contro lo Stato. Lo sforzo di istituzioni e forze dell’ordine è evidente e prezioso. Il piano straordinario integrato per la sicurezza pubblica, coordinato dal prefetto di Foggia Massimo Mariani, sta portando ad una stretta sulla criminalità foggiana e all’arresto di diversi esponenti apicali della “Quarta Mafia” che ha subito un duro colpo e sembra ora essere nel pieno di un riassestamento interno.

La marcia di Libera, dunque, deve essere un punto di inizio. Deve essere l’inizio di una presa di coscienza da parte dei cittadini. L’inizio di una resistenza civile alla criminalità che vorrebbe ergersi ad anti stato e governare con intimidazioni e violenza il territorio foggiano. Serve una presenza più attenta dei cittadini, una maggior collaborazione on quelle forze dell’ordine che, anche a fronte di gravi perdite, stanno facendo ogni sforzo possibile per arginare un fenomeno criminale inaccettabile per un paese civile e democratico.

Un lenzuolo per Giovanni con Libera Milano

“Essere Giornalista è sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle,è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità,è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno.”
-Giancarlo Siani-


19 luglio 1992. 57 giorni dopo la strage di Capaci altro tritolo scuote Palermo uccidendo, in via d’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un doppio attacco al cuore dell’Italia che in meno di due mesi perse i due più grandi simboli della lotta alla mafia. I palermitani, sgomenti e attoniti, decisero che non era più tempo di tacere di fronte ad una violenza sempre più feroce. I balconi del capoluogo siciliano si riempirono di lenzuoli bianchi per dire no alla mafia. Esporre un lenzuolo, nella Palermo assediata dalla mafia, era un gesto che segnava il risveglio delle coscienze. Un lenzuolo alla finestra era un modo per mostrare da che parte stare. 28 anni dopo quelle stragi i lenzuoli, divenuti ormai un simbolo per il movimento antimafia, torneranno ad invadere Palermo il 21 marzo 2020 grazie ad un’iniziativa del coordinamento di Libera Milano.

21 marzo – È il primo giorno di primavera, simbolo di rinascita e speranza. Proprio per questo motivo Libera ha scelto questo giorno per celebrare la ‘Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Dal 1996, ogni anno in una città diversa, vengono scanditi uno ad uno i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie in un interminabile “rosario civile” che faccia continuare a vivere la memoria e le idee di quanti sono stati uccisi dalla criminalità organizzata. Una lettura che si trasforma in una preghiera laica di speranza. Sono passati ormai 24 anni da quando su un palco improvvisato in Campidoglio vennero letti per la prima volta quei nomi, 300 allora e più di mille oggi, e di strada Libera ne ha fatta tanta. A Bari nel 2008 c’erano 100 mila persona, 150 mila l’anno successivo a Napoli, oltre 200 mila a Bologna nel 2015. Poi le manifestazioni regionali e provinciali che, dal 2016, hanno affiancato quella nazionale per permettere a tutti di ascoltare quella lettura nei propri territori. Nel mezzo un riconoscimento importante: Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Altro e Altrove – Nel 2020, in occasione dei 25 anni di Libera, si terrà nuovamente un’unica manifestazione nazionale e sarà a Palermo. Quella Palermo martoriata per anni dalla violenza mafiosa. Quella Palermo simbolo, però, anche di riscatto civile e rinascita. Una città profondamente cambiata dove la mafia esiste ancora ma non comanda come un tempo, mentre si moltiplicano le esperienze di resistenza ad ogni forma di oppressione e di violenza. Lo slogan che accompagnerà la manifestazione sarà “Altro e Altrove”, scelto per ribadire l’impegno dell’associazione: ““Altro”, come ulteriore impegno per procedere su questa strada battuta in venticinque anni, verso un “altrove” ancora da liberare dalla presenza di mafie e corruzione, in cui vengano messi al centro i bisogni e i desideri delle persone”. Un 21 marzo in cui Libera e le migliaia di persone che vi prenderanno parte si riapproprieranno di una città il cui nome è stato per troppo tempo accostato a quello di Cosa nostra. Lo faranno marciando insieme per le strade della città con un corteo che partirà in mattinata e si snoderà fino per le vie di Palermo fino ad arrivare al palco da cui, in un solenne silenzio, verranno letti i nomi delle 1011 vittime innocenti della mafia.  

Lenzuoliamo Palermo – Nel capoluogo siculo, con Libera, torneranno anche quei lenzuoli simbolo di legalità che nel 1992 riempirono i balconi della città. È l’iniziativa “Lenzuoliamo Palermo” lanciata dal coordinamento provinciale di Libera Milano: “vogliamo realizzare un gigantesco lenzuolo, largo 5-6 metri e lungo 180, da portare con noi in piazza a Palermo” ha raccontato la referente di Libera Milano Lucilla Andreucci “Come? Cucendo insieme 1011 lenzuoli da un metro quadrato, uno per ogni vittima innocente delle mafie censite sinora. E a scrivere i nomi sarete voi. Una follia forse ma abbiamo un debito di memoria nei loro confronti”. Dietro quel “voi” c’è una chiamata alle armi per tutta la società. Associazioni, scuole, istituzioni, singoli cittadini, tutti sono chiamati ad una mobilitazione collettiva che punta a far realizzare a 1011 realtà diverse gli striscioni da cucire insieme. Non si tratta però di realizzare un semplice lenzuolo quadrato. Nell’intenzione degli organizzatori vi è infatti l’idea che ognuno “adotti” una vittima, imparando e raccontando la sua storia, custodendone la memoria e portandone avanti le idee. Un impegno concreto, dunque, che richiede l’impegno di tutti perché, come sostiene il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, “non possiamo lasciare le persone da sole, scaricare l’impegno solo a qualcuno”. Un impegno che è già stato assunto da oltre 150 realtà che in meno di un mese hanno già contattato la segreteria di Libera Milano per realizzare un lenzuolo. Un inizio incoraggiante che fa ben sperare per i prossimi mesi. Entro fine gennaio, infatti, i 1011 lenzuoli dovranno essere pronti per poi essere cuciti insieme a formare un unico, enorme, lenzuolo di memoria.

Giovanni Spampinato – Tra le oltre 150 realtà che hanno già scelto una vittima da “adottare” c’è anche Pocket Press. Nelle prossime settimane realizzeremo il lenzuolo in memoria di Giovanni Spampinato, un “giornalista giornalista” come lo avrebbe definito il collega Giancarlo Siani, anche lui vittima della criminalità. Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni sin da ragazzo sviluppò idee di sinistra ereditate dal padre comunista che lo portarono diverse volte ad essere scartato dalla stampa cittadina schierata su posizioni anticomuniste. Nel 1969, però, iniziò a lavorare come corrispondente del quotidiano ‘L’Ora’, giornale progressista impegnato in battaglie civili e inchieste sulla criminalità organizzata. Proprio per L’Ora, Giovanni iniziò ad occuparsi ben presto dei due più grandi problemi che affliggevano il suo territorio: il neofascismo e la mafia.  Inchieste approfondite frutto di un instancabile lavoro sul campo tra Ragusa, Siracusa e Catania con cui aveva documentato i rapporti tra la destra locale, la criminalità organizzata ed esponenti di spicco di movimenti neofascisti internazionali. Relazioni sempre più strette, riportate da Spampinato sulle pagine del quotidiano, che si manifestarono definitivamente con l’omicidio di Angelo Tumino, commerciante ed ex consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano. Giovanni capì da subito che dietro l’omicidio, avvenuto in contrada Ciarberi il 25 febbraio 1972, si celavano interessi diversi: “Dalle indagini” scrisse due giorni dopo la morte di Tumino “è possibile che salti fuori qualcosa di grosso, forse al di là delle stesse previsioni”. Ed in effetti qualcosa di grosso saltò fuori. Giovanni decise, da quel momento, di andare fino in fondo. Le sue inchieste lo portarono ben presto a scoprire che dietro quel delitto si celavano rapporti impensabili. “Un nome viene sussurrato” scrisse il 28 aprile per L’Ora “ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente”, un nome che lui aveva invece deciso di urlare a squarciagola. Si trattava di Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa con una smodata passione per le armi e l’antiquariato, a cui era stato commissionato l’omicidio da “qualcuno in alto, che non deve essere colpito”. Giovanni fu il primo, e l’unico, a riportare i nomi degli indagati ed a rivelare quella pista che portava dritta nel Palazzo di Giustizia svelando una rete criminale estesa che coinvolgeva ambienti mafiosi, istituzionali e politici. Una pista mai battuta fino in fondo dagli inquirenti che abbandonarono ben presto le indagini lasciando tuttora irrisolto il delitto Tumino. L’unico a portare avanti quell’inchiesta fu Giovanni. Per mesi raccontò della pista che portava a Campria e alle aule del tribunale, denunciò le relazioni pericolose che si stavano intessendo a Ragusa e chiese a gran voce di spostare il processo fuori dalla sicilia per “legittima suspicione”. Grida disperate che rimasero inascoltate da inquirenti e istituzioni. Grida disperate ma non infondate. Il 27 ottobre 1972 Roberto Campria lo chiamò chiedendogli di poterlo incontrare. Lasciò trapelare la possibilità di una confessione ma così non fu. Mentre Giovanni ancora si trovava a bordo della sua cinquecento venne raggiunto da sei colpi di arma da fuoco esplosi dallo stesso Campria.

“Assassinato perché cercava la verità” titolò il giorno seguente L’Ora. Assassinato perché voleva andare fino in fondo a quella questione, non per diventare un eroe, ma per una profonda sete di verità e giustizia. Per non doversi piegare a quella rete criminale, tutta dio, patria, famiglia e lupara, che stava distruggendo il territorio in cui viveva e in cui credeva. Per portare avanti un giornalismo libero e imparziale, in grado di raccontare senza censure quello che accadeva intorno a lui. Giovanni questo lo fece sempre. Non indietreggiò di un passo e non scese a patti con nessuno. Quella sua determinazione la pagò con la vita. 47 anni dopo quella tragica sera ancora troppa gente vuole dimenticare la figura di Giovanni, ancora troppa gente pensa che in fondo “se l’è cercata” e magari sarebbe stato meglio se si fosse fatto gli affari suoi. Non lasciamo che sia così. Ricordiamoci di lui. Ricordiamoci del suo esempio e spieghiamolo ai giovani. Ricordiamoci, per sempre, di Giovanni Spampinato. Un eroe normale.

Come la Lombardia è diventata la nuova “Terra dei Fuochi”

“Non coltiviamo giardini perché in noi non c’è più pace, non c’è più bellezza. La spazzatura è lo specchio di una cultura che consuma, di una cultura crudele, agitata, cinica che produce spazzatura interiore, che si trasforma in tonnellate di spazzatura reale. La spazzatura l’abbiamo innanzitutto dentro di noi ed è dentro di noi che dovremmo fare pulizia. Dove si semina bellezza nasce qualcosa ed è triste che oggi non si abbia bisogno dell’arte e del potere sanificante della cultura.”
– Susanna Tamaro –      


Discariche abusive, rifiuti stipati in capannoni dismessi, roghi dolosi e avvisi che invitano i cittadini a tenere le finestre chiuse e non consumare prodotti agricoli della zona. La sensazione, sempre più confermata dalle indagini della magistratura, è che interessi criminali diversi stiano rendendo la Lombardia una nuova “Terra dei fuochi”. La regione, considerata da molti la “locomotiva d’Italia”, è al centro degli interessi che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti come confermato dai dati della classifica regionale stilata nel 2018 da Legambiente che pongono la Lombardia al primo posto tra le regioni del nord con 399 infrazioni accertate.  

I roghi – Un anno fa, il 14 ottobre, Milano veniva avvolta dal fumo. In via Chiasserini, alle 22.40, divampò un enorme incendio in un capannone stipato fino all’inverosimile di rifiuti. Il rogo, di origine dolosa, aveva impegnato quasi 30 mezzi dei vigili del foco per tre giorni prima di essere completamente estinto. Fiamme alte fino a 40 metri e una colonna di fumo denso e nero che avvolse Milano con rischi enormi per la salute dei cittadini. Tre scuole e diversi impianti sportivi furono chiusi, la circolazione dei treni nella zona subì pesanti ripercussioni e il comune invitò tutti a tenere chiuse le finestre ed uscire il meno possibile. Uno scenario quasi apocalittico che risvegliò molte coscienze mostrando un’evidenza che non poteva più essere nascosta: gli interessi criminali dietro al business dei rifiuti coinvolgono anche la Lombardia. Decine e decine di incendi, quasi sempre dolosi, distruggono da due anni circa depositi illeciti di rifiuti ad un ritmo impressionante. Quasi due roghi al mese si sono registrati nel 2018 e la situazione non accenna a migliorare nell’anno in corso. Limbiate, Novate Milanese, Arese, Gaggiano, Cinisello, Mariano Comense, Mortara, Bedizzole e tanti altri, una lista sempre più lunga che traccia una mappa desolante che vede ai primi posti per numero di roghi le province di Milano e Pavia.  

La Ricerca – l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, CROSS, nell’ultimo rapporto di ricerca sul fenomeno mafioso in Lombardia ha incluso un capitolo sulla gestione dei rifiuti a conferma della crescente rilevanza che tale business sta assumendo anche al nord. Stando al rapporto, il settore dei rifiuti appare come un “settore di investimento relativamente nuovo per le organizzazioni mafiose presenti in Lombardia” con una presenza più significativa della criminalità calabrese. Funzione propulsiva al business dei rifiuti sarebbe svolta da uno dei settori tradizionali dell’economia “legale” mafiosa ovvero il movimento terra. I clan hanno visto nelle fasi di spostamento di materiali un importante occasione per trasportare e smaltire rifiuti, spesso pericolosi, anche per conto di imprese legali attratte dai prezzi minori offerti dalla manodopera criminale. Un’opportunità che i clan non si sono lasciati sfuggire traendo da essa un doppio vantaggio: “da un lato, i compensi ricevuti per lo smaltimento di materiale classificato come pericoloso pur non avendone sostenuto i costi (poiché, di fatto, non smaltito); dall’altro, l’impiego degli stessi rifiuti come materiale inerte da impiegare nelle costruzioni”. Non solo dunque le discariche abusive, nella strategia della criminalità organizzata lo smaltimento dei rifiuti avviene anche attraverso il loro interramento. Se, dunque, da una parte gli incendi provocano un abbassamento drastico della qualità dell’aria respirata dall’altra il loro interramento inquina ettari ed ettari di terreno rendendo nocivi prodotti agricoli e rappresentando un forte pericolo per la salute. In questo senso, dallo studio effettuato dai ricercatori di CROSS, si individua uno schema articolato in quattro fasi che riassume le modalità di azione della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti: “L’acquisto, l’affitto o l’impiego abusivo di un terreno sul quale vengono poi effettuati scavi profondi, necessari a creare i presupposti per l’interramento dei rifiuti di varia origine e la produzione del calcestruzzo con il materiale inerte prodotto con gli stessi rifiuti”. Il fenomeno degli incendi risulta essere dunque solo un segnale, allarmante e pericoloso, di una presenza ancor più articolata.  

Feudo – Le inchieste Cerberus e Parco Sud, rispettivamente del 2008 e 2009, avevano già sottolineato gli interessi della ‘ndrangheta nella gestione dei rifiuti al nord. In particolare si faceva riferimento al clan Barbaro-Papalia che, secondo gli inquirenti, avrebbe sepolto tonnellate di rifiuti speciali e tossici negli scavi dei cantieri gestiti dallo stesso clan. Ma dietro a questa gestione dello smaltimento dei rifiuti sembra esserci un traffico ancora più grande. L’operazione “Feudo” che pochi giorni fa ha portato all’arresto di 11 persone tra Lombardia Campania e Calabria, ha svelato come nei capannoni lombardi vengano stipati i rifiuti provenienti in modo illecito dalla Campania. Partita dall’incendio che il 3 gennaio 2018 distrusse un capannone di oltre 1000 metri quadri a Corteolona. Le indagini hanno svelato un business di portate enorme individuando un’organizzazione criminale, capeggiata da soggetti di origine calabrese, tutti con numerosi precedenti penali, i quali, attraverso una struttura composta da impianti autorizzati e complici, trasportatori compiacenti, società fittizie intestate a prestanome e documentazione falsa, gestivano un ingente traffico di rifiuti urbani ed industriali provenienti da impianti campani e finivano in capannoni abbandonati del Nord Italia o interrati in Calabria. Secondo i magistrati della DDA di Milano, guidati da Alessandra Dolci, il sodalizio criminale avrebbe creato in questo modo discariche per quasi 14 tonnellate di rifiuti con un volume complessivo di profitti illeciti stimato in oltre 1,7 milioni di euro nel solo 2018. I rifiuti, che arrivavano in lombardia tramite la Smr Ecologia srl di Busto Arsizio, venivano stipati in capannoni a Como, a Varedo (Monza e Brianza) nell’area ex Snia, a Gessate e Cinisello Balsamo (Milano), per un ammontare di circa 60 mila tonnellate accertate. Un traffico illecito di rifiuti gestito in modo criminale senza curarsi delle conseguenze. Rifiuti stipati all’inverosimile in capannoni industriali dismessi spesso distrutti da roghi appiccati dagli stessi trafficanti. Una situazione sempre più preoccupante e sempre più sotto i riflettori grazie alla maggior attenzione politica, si a livello locale che nazionale, e mediatica.  

La politica – L’attenzione politica in questo ambito è sicuramente sempre più alta. Il 18 gennaio scorso la “Commissione Parlamentare di Inchiesta del Senato sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati” aveva rilanciato l’allarme circa la pericolosità di questi fenomeni attraverso la relazione conclusiva del suo lavoro. Una relazione che sottolineava un incremento di reati connessi al ciclo dei rifiuti al nord ed in particolare in Lombardia. Un documento illuminante quanto preoccupante che, incrociando tutte le segnalazioni di roghi e incendi raccolte dalle Agenzie territoriali per la protezione ambientale, i fascicoli aperti dalle procure della repubblica italiane e gli interventi dei vigili del fuoco, traccia un quadro quasi completo della situazione nazionale arrivando a indicare la Lombardia come nuova “terra dei fuochi”. Un allarme accolto con modalità diverse dalla politica locale. Se infatti la commissione antimafia di Regione Lombardia si è attivata da tempo per monitorare il fenomeno, lo stesso non si può dire del governatore Attilio Fontana. “La Lombardia nuova terra dei fuochi? Credo che chi ha fatto questa affermazione dovrebbe essere un po’ più cauto. Esiste anche il reato di procurato allarme.” ha detto Fontana commentando i dati e i continui incendi. Parole che vogliono essere tranquillizzanti ma che sortiscono l’effetto opposto. Sminuire in questo modo un fenomeno evidente e pericoloso potrebbe avere conseguenze pesanti per la salute dei cittadini e del territorio. Il primo passo per poter combattere fenomeni criminali strutturati e forti è proprio quello di prenderne consapevolezza. I cittadini lo stanno lentamente facendo allarmati dai roghi che li costringono in casa. Sarebbe ora che anche la più alta istituzione regionale ammettesse il problema. Sarebbe un primo passo per un intervento deciso, non solo della magistratura ma anche della politica. Prendere conoscenza per agire in modo mirato ed efficace, senza negare per convenienza o paura ciò che sta avvenendo da anni. Un segnale della voglia della Lombardia di scrollarsi di dosso l’appellativo “terra dei fuochi” per tornare ad essere “locomotiva d’Italia”. Prendiamone coscienza dunque. Per fare pulizia dentro di noi e ritornare finalmente a seminare bellezza. 

Pallone Criminale #4: Le curve nelle mani delle mafie

Il legame tra la tifoseria organizzata della Juventus e clan della ‘ndrangheta è solo il caso simbolo in un mondo, quello ultras, fatto di rapporti pericolosi e criminali. Ma la presenza mafiosa negli stadi non si limita a Torino, è articolata in tutta Italia e sempre più preoccupante.

L’inchiesta “Alto Piemonte”, che ha svelato i rapporti tra la criminalità organizzata e la tifoseria bianconera, ha acceso un importante faro su un fenomeno pericolosamente diffuso in molte curve italiane. Nel microcosmo rappresentato dalla curva sembrano riprodursi i quattro requisiti del modello mafioso. Attraverso l’infiltrazione ai vertici dei gruppi ultras, i clan, riescono ad esercitare un capillare controllo del territorio-curva. Guadagnano un ruolo egemone sui membri della tifoseria organizzata e, sfruttando quella posizione, riescono a creare una rete di dipendenze personali in cui gli appartenenti alle varie compagini risultano essere assoggettati ai capi delle stesse e seguono le loro indicazioni diventando così soggetti funzionali al clan, dentro e fuori lo stadio. La curva può così diventare un bacino di reclutamento per le organizzazioni criminali che possono sfruttare la propensione alla violenza di certi gruppi ultras.

Questo connubio tra criminalità organizzata e mondo ultras sembra aver svolto un ruolo centrale durante le proteste contro l’apertura di una discarica a Pianura, in provincia di Napoli, nel 2008. Nel momento culmine dell’emergenza rifiuti, la protesta legittima dei cittadini che non volevano convivere con i problemi relativi alla riapertura fu affiancata da quella violenta dei gruppi ultras manovrati dai clan. Gli interessi della camorra nel settore dello smaltimento dei rifiuti cozzavano con la riapertura della discarica e dunque l’organizzazione fece intervenire, al fianco dei manifestanti pacifici, gruppi di tifosi arruolati nelle curve del San Paolo con il compito di ingaggiare duri scontri con le forze dell’ordine. Una presenza aliena e combattiva che, come un esercito privato, si mette al servizio della camorra.    

D’altro canto, è noto che la camorra sia presente in maniera pervasiva nelle due curve dello stadio San Paolo sede delle partite casalinghe del SSC Napoli. Lo ha ribadito il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Enrica Parascandolo, sentita in audizione dalla Commissione Parlamentare Antimafia nell’aprile 2017, sottolineando come la divisione in due curve (Curva A e Curva B) della tifoseria organizzata partenopea rispecchi una diversa provenienza territoriale intesa, non solo ma anche, come presenza di diversi gruppi camorristici. Mentre la “Curva B” è sotto il controllo del clan Lo Russo, per quanto riguarda la “Curva A” emerge la presenza di diversi clan che vantano un controllo sul centro di Napoli. Proprio la Curva A è stata nel 2015 teatro degli scontri tra il gruppo ultras denominato “Mastiffs”, legato ai clan di Forcella, e quello “Rione Sanità”, legato ai clan dell’omonimo quartiere. Le due fazioni, unite dalla fede calcistica erano però divise da una lotta che stava insanguinando la città e non risparmiò nemmeno lo stadio.

La presenza all’interno dello stadio rappresenta per il soggetto criminale la dimostrazione del suo controllo su un territorio e un modo per accrescere ed affermare il suo potere. Accade, come abbiamo visto, a Napoli ma anche a Palermo dove storicamente tutti gli interessi criminali riguardanti lo stadio Renzo Barbera sono amministrati dai clan del quartiere Resuttana-San Lorenzo dove sorge l’impianto. Così, oltre ad infiltrazione in business collegati al club, si registra la presenza di esponenti del clan ai vertici della tifoseria organizzata rosanero. E proprio grazie a questa penetrazione nella curva dei supporters del Palermo negli anni sono stati esposti striscioni con messaggi che poco hanno a che fare con il mondo del calcio e sembrano piuttosto dettati dagli interessi della criminalità organizzata. Emblematico ad esempio lo striscione esposto durante Palermo – Ascoli il 22 dicembre 2002 con la scritta “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. La scelta della partita non fu certo casuale, innanzitutto perché il giorno dopo il parlamento avrebbe reso definitivo il regime del 41bis, avente fino ad allora carattere provvisorio, e in secondo luogo perché proprio nel carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli, era allora detenuto in isolamento Totò Riina. Un messaggio chiaro ed inequivocabile lanciato all’allora Presidente del Consiglio come ultimo disperato tentativo di far sentire il proprio dissenso verso un regime carcerario così temuto dai clan.    

La presenza di uomini legati ai clan negli stadi, nei territori a naturale insediamento mafioso, è dunque principalmente una dimostrazione di potere ed una conseguenza del controllo del territorio. Essere rappresentati da uno striscione esposto al San Paolo attesta il prestigio di un clan di camorra oltre a ribadire il suo dominio su una parte della città, così come la presenza di esponenti di spicco di Cosa Nostra nella tifoseria palermitana è la dimostrazione del controllo di un quartiere in cui tutto deve essere sotto il controllo criminale e lo stadio non può certo fare eccezione.  

Le recenti inchieste hanno però svelato la presenza di soggetti legati a organizzazioni mafiose anche lontano dai territori tradizionali nelle tifoserie di due squadre tra le più importanti del nostro campionato: la Juventus e il Milan. Ma se quando “giocano in casa” le mafie perseguono soprattutto interessi sociali, in trasferta sembrano puntare principalmente sull’aspetto economico. Questo sembra essere per lo meno il quadro che emerge dalle vicende legate alla tifoseria bianconera dove si registra un totale controllo del territorio-curva da parte di soggetti criminali. La “Relazione su Mafia e Calcio” redatta nel dicembre 2017 dalla Commissione Parlamentare Antimafia evidenzia come per la costituzione di un nuovo gruppo di tifosi nella curva dello Juventus Stadium sia necessaria una doppia autorizzazione: una da parte degli ultras storici e una direttamente dalle cosche calabresi. Figura centrale della vicenda è Rocco Dominello, incensurato ma legato alle famiglie Pesce-Bellocco di Rosarno, il quale grazie al prestigio guadagnato nella curva bianconera si è gradualmente posto come interlocutore tra la tifoseria organizzata e la società. I suoi rapporti con la dirigenza lo portano così a svolgere un doppio ruolo, da una parte mantiene la pace tra i vari gruppi e si fa garante dell’ordine pubblico nella curva, dall’altra si pone come gestore dei tagliandi omaggio rilasciati dalla società ai propri supporters. Ed è proprio la gestione di quei biglietti a garantire ingenti guadagni alle cosche calabresi. Rivenduti a prezzi maggiorati possono portare profitti fino a trentamila euro a partita, come sostenuto dai sostituti Procuratori Toso e Abbatecola. Un business importante e proficuo gestito in un regime di monopolio da Dominello evitando, grazie al controllo totale della curva, le pretese di altri gruppi su quei biglietti.    

Diversa è invece la situazione relativa alla tifoseria del Milan. Nel luglio 2018 i vertici storici della “Curva Sud”, sede della tifoseria organizzata rossonera, dovendo valutare l’ingresso di nuovi gruppi ultras nel settore hanno di fatto aperto le porte del cuore del tifo organizzato a un gruppo denominato “Black devil”. Scorrendo i nomi dei membri di questo gruppo si capisce quanto possa essere pericoloso il loro ingresso nella curva sud. Leader dei “Black devil” è, infatti, Domenico “Mimmo” Vottari, cinquantenne con rapporti e parentele con i clan coinvolti nell’inchiesta “Infinito” e sospettato di aver condizionato le elezioni amministrative del 2009 a Senago, nell’hinterland milanese. Pur non essendo mai stato indagato per mafia sono molti i rapporti dubbi intrattenuti da Vottari tra cui spiccano quelli con Salvatore Muscatello, nipote dell’omonimo Salvatore Muscatello per decenni punto di riferimento per le ‘ndrine del Nord, e con Domenico Agresta imparentato con il capo bastone della locale di Assago. La società si è detta consapevole della caratura di Vottari e di altri membri del gruppo ma, non essendo soggetti a Daspo non ha potuto impedirne l’accesso a San Siro. Allo stesso modo i leader della Curva Sud vedono il nuovo gruppo come una componente non gradita a cui, dopo un iniziale rifiuto, non sono però riusciti a chiudere le porte.   Anche il tifo, dunque, subisce le ingerenze di una criminalità organizzata che pervade il mondo del calcio in ogni suo aspetto. Con il nostro viaggio abbiamo provato a far luce su come le mafie provino ad inquinare lo sport più seguito dagli italiani. Uno sport malato e senza anticorpi in cui proliferano interessi di ogni genere alle spalle di tifosi che non vedono o non vogliono vedere. Una presa di coscienza collettiva deve necessariamente essere il primo passo per ripulire i nostri campionati e tornare a guardare spensierati i nostri beniamini correre dietro un pallone.

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