Coronabond e MES: Cosa sono e perchè dividono l’Europa

“Amo furiosamente l’Europa
ma ammetto che non funziona,
che dobbiamo rifondarla.”
-Emmanuel Macron-


Il coronavirus non è più solo un’emergenza sanitaria ma, in questi giorni più che mai, si sta trasformando in un’emergenza politica. Lo è per i governi statali chiamati a rispondere ad una situazione completamente nuova che spesso li ha trovati impreparati. Lo è, ancor di più, per l’Unione Europea che rischia di morire colpita da un braccio di ferro politico senza precedenti. Intrappolata nei suoi stessi meccanismi, non è stata fino ad ora in grado di dare risposte concrete per sostenere le famiglie e le imprese colpite da una crisi senza precedenti e che negli stati più colpiti arrancano e chiedono a gran voce un aiuto che non arriva. Si parla da giorni di MES e coronabond, con scontri e barricate tra chi sostiene uno e chi sostiene l’altro. Tra chi in patria chiede a gran voce una misura ma poi la boccia in Europa. Tra chi non vuole nessuno dei due e chi, invece, chiede aiuti senza condizioni.

MES – Il Meccanismo Europeo di Stabilità, MES per gli amanti degli acronimi o “Fondo salva stati” per chi vuole semplificare, è un’organizzazione intergovernativa europea attiva dal luglio 2012. Regolato dal diritto internazionale e con sede in Lussemburgo, il fondo nasce con lo scopo di fornire assistenza finanziaria agli stati dell’area euro che versino in condizioni di difficoltà tali da mettere a rischio la stabilità dell’intera Unione. A disposizione del fondo ci sono circa 700 miliardi di euro di cui solo una parte (80 miliardi) viene finanziata direttamente dagli stati membri in modo proporzionale alla loro importanza economica mentre il restante capitale viene raccolto sui mercati finanziari attraverso l’emissione di bond. L’Italia, terza economia europea dopo Germania e Francia, ha contribuito per il 17,9% versando all’organizzazione 14,3 miliardi di euro. Sette meno dei tedeschi e due meno dei francesi.

Il problema di fondo, per cui molti lo ritengono uno strumento inadeguato ad una situazione così critica, è che il meccanismo di stabilità concede prestiti dietro condizioni severe. Per poter accedere al fondo il paese che lo richiede deve sottoscrivere una lettera d’intenti concordata con la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale in cui si impegna ad attuare interventi specifici nell’abito di un consolidamento fiscale, delle riforme strutturali, o del settore finanziario. Proprio da qui nasce lo scontro che ha spaccato il governo italiano e sta dividendo i paesi europei. I paesi che decidessero di attivare il meccanismo sarebbero infatti sottoposti a vincoli e regole più ferree rispetto agli altri stati rischiando di trovarsi ad affrontare una stagione di riforme più rigide e difficoltà finanziarie maggiori. Condizioni che stridono con il principio di solidarietà su cui si basa la comunità europea e che non sembrano in grado di rispondere in maniera efficace ad una crisi che colpisce tutti.

Coronabond – Meno condizioni sono invece richieste dai cosiddetti “eurobond”, ribattezzati “coronabond” per l’occasione. Quando si parla di Eurobond ci si riferisce ad un’obbligazione ideata nel 2011 dalla Commissione Europea presieduta dal portoghese José Manuel Barroso dietro cui si cela un ragionamento semplice: essendo l’eurozona un’entità con un’unica banca centrale e un’unica moneta, perché non creare anche un unico debito pubblico? Un titolo di stato europeo garantisce infatti una maggior stabilità e tassi di interesse minori di quelli a cui sarebbero sottoposti i titoli dei paesi più deboli.

Avendo spese superiori rispetto alle entrate, gli stati chiedono costantemente prestiti emettendo in cambio obbligazioni (bond, in inglese) che garantiscono una rendita annuale a chi li detiene. Lo stato che ha richiesto il prestito paga in questo modo gli interessi impegnandosi a ripianare il debito allo scadere delle obbligazioni. L’Italia, ad esempio, emette solitamente i cosiddetti BTP, obbligazioni decennali che al momento rende agli acquirenti un interesse di circa l’1,7%. In sostanza chi presta soldi al nostro paese riceve un 1,7% annuo per dieci anni dopodiché riottiene la somma prestata. Il rendimento dei titoli di stato è in continua evoluzione e dipende dalla solidità del paese: più un paese è stabile, più l’investimento viene considerato sicuro e più sarà basso il tasso di interesse. Al contrario per paesi in difficoltà l’interesse sarà maggiore essendo più alto il rischio che non riescano a ripagare il debito. Metro di paragone è la Germania, ritenuta l’economia più solida a livello europeo, sui cui titoli di stato viene calcolato il divario (lo “spread”) degli altri stati. Un divario che oscilla tra i 226 punti della Grecia, i cui titoli hanno un tasso di rendimento del 2,1%, e i 29 punti dell’Olanda, i cui titoli sostanzialmente non danno alcun rendimento.

Proprio le oscillazioni a cui sono sottoposte le obbligazioni rendono gli eurobond, o coronabond che dir si voglia, maggiormente utili per quei paesi meno stabili. La grande stabilità finanziaria dell’Unione Europea nel suo complesso garantisce la possibilità di emettere titoli con un tasso di interesse comune per tutti i paesi e che dunque non sia soggetto ad oscillazioni stato per stato. La condivisione di un debito comune a tutti gli stati genera però preoccupazione in quei paesi caratterizzati da un maggior rigore preoccupati per la possibilità di fallimento di stati meno inflessibili che ne potrebbero approfittare per tenere comportamenti economicamente irresponsabili lasciando di fatto il pagamento del debito in capo ai contribuenti di stati più virtuosi.

Europa – Come il premier Giuseppe Conte, anche noi siamo costretti a fare nomi e cognomi. In Europa le barricate dello scontro eurobond-Mes hanno infatti contorni e colori ben definiti: da una parte gli stati dell’area mediterranea, Italia e Spagna su tutti, dall’altra quelli del nord Europa, capeggiati dalle virtuosissime Olanda e Germania. Mentre i primi chiedono un salto culturale all’Unione Europea con l’approvazione di una misura senza precedenti, i secondi frenano spingendo invece per l’utilizzo del MES seppur con qualche correzione che lo renda meno rigido.

A chiedere l’indebitamento comune tramite coronabond è stato il cosiddetto “gruppo dei nove”, ovvero un ampio schieramento di governi nazionali che nelle scorse settimane hanno firmato una lettera indirizzata alla commissione. Italia, Spagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Portogallo e Slovenia hanno chiesto così formalmente che la Commissione Europea apra finalmente a questo debito comune per permettere lo sfruttamento di maggiori risorse e affrontare la crisi in corso. Si tratta di stati che, oltre ad essere i più colpiti dall’emergenza coronavirus, presentano i conti pubblici più fragili e quindi maggiormente in difficoltà nel finanziare misure straordinarie per il sostegno di imprese e famiglie. Ma se la Commissione Europea ha, dopo vari tentennamenti, accettato le richieste aprendo alla possibilità di indebitarsi, a fermare il tutto sono arrivati i falchi del nord: Olanda, Finlandia, Austria e, naturalmente, la Germania. I paesi più virtuosi del continente non intendono fare ulteriori concessioni dopo le misure già approvate per lo sforamento del tetto del 3% al deficit pubblico, quello del 60% al debito pubblico e la sospensione delle regole sulla concorrenza riguardo agli aiuti di Stato. Misure che permetteranno agli stati di indebitarsi senza incorrere in conseguenze mettendo a rischio la stabilità dell’intera unione. Uno strappo dell’Unione che Berlino e si suoi satelliti non hanno mai pienamente digerito e che considerano già una misura straordinaria.

E mentre lo scontro tra nord e sud Europa imperversa, il tempo passa. Bisogna urgentemente intervenire, come ha sottolineato Mario Draghi nel suo editoriale sul ‘Financial Times’, “con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura”. Bisogna farlo prima che sia troppo tardi, prima che il costo dell’esitazione sia fatale non solo per l’Unione ma anche e soprattutto per i suoi stati membri. È ora di dimostrare, in quanto europei, che quella solidarietà su cui è stata fondata l’Unione non è solo una parola vuota ma un reale valore comune e condiviso. È necessario, oggi più che mai, mostrarci uniti per combattere un nemico che, innegabilmente, sta colpendo tutti.

Hebron, la città fantasma contesa da due popoli

Tra le ingerenze dell’esercito israeliano e i tentativi di resistenza del popolo palestinese, a Hebron convivono forzatamente due popoli. Una situazione sempre più al limite nella città divenuta fantasma dopo le chiusure imposte dai militari. Una città che sembra vivere in attesa dello scontro.

Conosciuta in arabo con il nome di Al-Khalil, Hebron è la più grande città palestinese in West Bank. Tra i suoi 250’000 abitanti, a maggioranza palestinesi, si contano anche i circa 700 coloni israeliani insediati nel cuore Città vecchia e i 7’000 dell’insediamento di Kiryat Arba, situato nella periferia della città. La fondazione di Kiryat Arba, avvenuta nel 1968, rappresenta l’inizio di una colonizzazione capillare da parte dello Stato di Israele che ha portato, e ancora porta, a sistematiche violazioni di diritti umani e incessanti violenze a danno della popolazione palestinese. Ad oggi, in città si possono contare altri quattro insediamenti (Tel Rumeida, Beit Hadassah, Avraham Avinu e Beit Romano) che, nel complesso, raccolgono alcune centinaia di coloni.

Il principale centro d’interesse dell’intera città è rappresentato senza dubbio dalla Tomba dei Patriarchi, conosciuta in arabo come la “Al-Ibrahimi Mosque”, la Moschea di Abramo, luogo sacro ove si crede giacciano le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe. Trovandosi Hebron al centro di un crocevia di millenarie rotte commerciali che viaggiavano fra la Palestina, la Giordania, il Sinai e il nord della penisola arabica, la Tomba dei Patriarchi divenne presto luogo di pellegrinaggio per le tre religioni monoteiste: ebraismo, islam e cristianesimo. Tuttavia, alla prosperità e floridezza che Hebron visse in passato, si contrappone oggi la cruda immagine di una città fantasma, non più crocevia di scambi commerciali e sede di crescita spirituale per i credenti, ma centro di violenze, violazioni e intimidazioni.

DAGLI ANNI ’90 AD OGGI – Gli anni Novanta sono stati un decennio particolarmente doloroso per la storia della città. Nel novembre del 1994, il colono israeliano Baruch Goldstein irruppe nella Moschea di Abramo armato di un fucile uccidendo 29 persone in quel momento impegnate in preghiera. Alla fine della giornata il numero delle vittime fu complessivamente 60, di cui 29 nella moschea, 26 palestinesi uccisi dall’esercito israeliano e 5 israeliani uccisi dalla folla inferocita. Quest’evento, conosciuto da lì in poi come il massacro di Hebron, avvenne esattamente nel luogo più sacro della città, la Tomba dei Patriarchi, luogo di culto di massima importanza sia per la religione ebraica che per quella musulmana, oggi diventato l’emblema di una città divisa in due. Tre anni dopo il massacro, lo Stato di Israele e l’Autorità palestinese firmarono un accordo, il così detto “Protocollo di Hebron”, in virtù del quale la città venne divisa in due settori: Hebron 1 (circa l’80% delle superficie totale), il cui controllo viene affidato all’Autorità Palestinese, ed Hebron 2, controllata dall’esercito israeliano. Di conseguenza, dal 1997 Hebron è – anche formalmente – una città spaccata in due.

LA CITTA’ FANTASMA – “Dietro questa barriera c’era il mercato all’ingrosso dove si poteva trovare di tutto: frutta, verdura, cammelli…” Inizia così il racconto di Issa Amro, attivista palestinese e fondatore dell’organizzazione Youth Against Settlements, mentre indica una delle centinaia di barriere che da più di vent’anni barricano le vie della Città Vecchia di Hebron. “Quando ero bambino, mio padre doveva tenermi sempre per mano a causa della folla. Oggi Hebron è una città fantasma, per colpa della politica di chiusura e delle intimidazioni e violenze dei coloni e dei soldati israeliani”. Lungo i vicoli della Città Vecchia, un tempo animati da un fiorente mercato e dal chiassoso brulichio di intere famiglie si susseguono oggi ingressi di negozi serrati alternati a qualche sporadica bancarella di frutta, verdura o oggettistica. Camminando, si riesce a percepire la vita che un tempo animava questa zona della città, e tale sensazione la rende ancor più intrisi di nostalgica malinconia. Dal 1997, sono stati all’incirca 1800 i negozi chiusi per ordine militare israeliano, e rappresentano il 77% della zona commerciale del centro.

Proprio lì dove l’esercito sigillava quasi tutti i negozi palestinesi, i coloni israeliani si insediavano ed espandevano, occupando principalmente i tetti della Città Vecchia. I palestinesi, che ancora oggi vivono e popolano quest’area, hanno dovuto provvedere a proteggere le strade dell’antico mercato con ogni tipo di rete poiché dagli insediamenti sovrastanti viene gettato ogni genere di rifiuto e pietre, ma anche liquami, tra cui acqua sporca, candeggina e urina. Ad alimentare un progetto che mira a cancellare la storia, l’identità e la cultura palestinese, si aggiunge la distruzione di vecchi edifici del centro storico prontamente sostituiti con nuove e discordanti strutture.

Dal 2017, la Città vecchia di Hebron è stata inserita nella lista dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO nella quale, nonostante l’opposizione d’Israele, figura come “sito palestinese”. Tra le numerose vie e stradine che percorrono la Città Vecchia, la principale è Shuhada Street, la strada che conduce al centro d’interesse e cuore pulsante di Hebron, la Tomba dei Patriarchi. Ma oggi, come in un tremendo scherzo, la principale strada palestinese è chiusa ai palestinesi. Shuuada Street è diventata accessibile solamente a israeliani e internazionali.

Quello di Shuuada Street è però solo il caso più emblematico di una città che, su una superficie di appena 74 kilometri quadrati, vede la presenza circa ventidue checkpoint e cento barriere di movimento che rendono impossibile la vita di decine di migliaia di palestinesi. Oggi, nella Città Vecchia di Hebron vi si possono trovare strade completamente chiuse, alcune accessibili solo ai settlers israeliani, altre accessibili solo ai palestinesi, o altre ancora divise in due per essere percorse separatamente da israeliani e palestinesi.  E come se non bastasse, nell’estremo tentativo di cancellare la storia del popolo palestinese, le insegne originali delle vie e piazze della città sono state ormai sostituite da nuove targhe con nuovi nomi, tutti completamente in ebraico. I nomi originali arabi rimangono vivi solo nelle memorie dei palestinesi residenti ad Hebron.

Questo regime di separazione ha contribuito a rendere Hebron uno dei simboli più emblematici della profonda e lacerante frattura fra palestinesi ed israeliani che, però, proprio in questa città vissero anche gesti di solidarietà reciproca in un passato non troppo remoto. Come nell’agosto del 1929, quando, durante una serie di moti contro i primi coloni ebrei, la comunità ebraica di Hebron rifiutò la protezione dell’Haganah (un’organizzazione paramilitare ebraica) contando sui buoni rapporti instauratasi da tempo con la popolazione palestinese e i suoi rappresentanti. Ciononostante, oggi la caratteristica di Hebron è la divisione. Strade divise, accessi separati ai luoghi di culto, negozi differenti. Una città contesa e divisa. Una città dove arabi e israeliani sembrano vivere in attesa della prossima forzatura, del prossimo scontro.

Authors: Morgane Afnaim; Giulia Marini

Come la ‘ndrangheta si è presa la Germania

“Ricordati, Il mondo si divide in due:
ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.”
-Intercettazione telefonica-


“Signora Merkel, non arretri!”. Titolava così il delirante articolo, comparso qualche giorno fa sull’edizione online del quotidiano tedesco “Die Welt”, in cui il giornalista Christoph Schiltz invitava la cancelliera tedesca a non cedere sugli eurobond. Secondo l’autore, infatti, concedere aiuti comunitari ai paesi in difficoltà rappresenterebbe uno spreco di denaro pubblico per la Germania, soprattutto se destinati all’Italia dove “la mafia sta aspettando solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Una frase che lascia attoniti davanti ad un tale esempio di rara aridità intellettuale e morale. Perché se è vero le mafie in Italia sono un problema e faranno di tutto per uscire rafforzate da questa emergenza, un giornalista che si rispetti dovrebbe anche sapere che il nostro paese ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo. Un giornalista che si rispetti dovrebbe essere al corrente del fatto che i controlli antimafia che vengono fatti in Italia non sono secondi a quelli di nessun paese al mondo, nemmeno a quelli di Bruxelles invocati da Schiltz. Ma soprattutto un giornalista che si rispetti, a maggior ragione se tedesco, dovrebbe sapere che la Germania non è immune a tutto questo. Dovrebbe sapere che la mafia esiste anche a casa loro.

Duisburg – Nella città tedesca va in scena il 15 agosto 2007 l’ultimo atto della infinita faida di San Luca iniziata nel 1991 tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. Una faida che ha visto un susseguirsi di morti e di regolamenti di conti, spesso perpetrati in occasione di ricorrenze religiose come estremo atto di sfida alla famiglia rivale rendendo di fatto un giorno di festa in un giorno di lutto.  Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio dalla Germania, proprio da Duisburg. Un elemento che ha portato i Nirta-Strangio a prendere una decisione senza precedenti: spostare la faida a 2000 km di distanza e colpire i propri nemici nella città del Nordreno-Vestfalia.

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, davanti al ristorante “da Bruno”, a Duisburg, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco sei uomini di origine calabrese di età compresa tra i 16 e i 39 anni. I killer per accertarsi della loro morte colpirono una seconda volta a bruciapelo tutte le vittime. La matrice mafiosa della strage e chiara fin da subito ma il quadro per gli inquirenti tedeschi diventa ancor più chiaro, e inquietante, quando nelle tasche di Tommaso Venturi viene ritrovato un santino bruciato di San Michele Arcangelo. Nella pizzeria “da Bruno” quella notte, non si stava solo festeggiando il 18esimo compleanno di Tommaso. Quella notte da Bruno si era svolto il rito di affiliazione alla ‘ndrangheta del ragazzo.

“La strage di Duisburg è stata come un geyser.” scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia nella sua relazione annuale sulla ‘ndrangheta “Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione”. Quello che da tempo succedeva nell’ombra era ora visibile a tutti in tutta la sua drammaticità. La ‘ndrangheta era in Germania. Non vi era arrivata quel giorno, né nelle settimane precedenti. Silenziosa e letale si era infiltrata nel tessuto economico e sociale tedesco a tal punto da decidere di colpire proprio a Duisburg con una facilità tale da lasciar intendere una grande confidenza con il territorio. La Germania e l’Europa quella notte si accorsero che la mafia non era più un problema solo italiano. Era, ed è, un problema globale che non risparmia nessuno. Nemmeno la Germania.

Storia – La colonizzazione mafiosa della Germania sembra aver seguito lo stesso schema che ha portato la ‘ndrangheta nel nord Italia. Con un accordo siglato a Roma il 20 dicembre 1955, la Repubblica Federale Tedesca si impegnava a ridistribuire lavoratori italiani nei Lander occidentali del paese. Ebbe così inizio una fitta migrazione che dal sud Italia portò migliaia di persone nelle regioni più industrializzate del paese, soprattutto nel bacino della Ruhr. Una migrazione che, come accaduto per la colonizzazione del nord Italia, portò diversi soggetti legati alla criminalità organizzata a spostarsi e creò un terreno fertile per riprodurre modelli e tecniche già consolidate in patria. Si vennero a creare in Germania comunità di italiani che resero più semplice all’organizzazione calabrese, e non solo, rinsaldare quei legami di solidarietà e protezione con i propri corregionali costruendo la base per una infiltrazione profonda della società. Con il passare degli anni, grazie all’indifferenza delle istituzioni e all’inconsapevolezza della società civile, la ‘ndrangheta ha sfruttato ogni opportunità allungando i propri tentacoli anche sulla Germania orientale dopo la caduta del muro di Berlino.

Una presenza criminale che se da un lato non sembra esercitare un pieno controllo del territorio, nonostante la presenza di diverse locali, dall’altro sembra non interessarsene. In Germania, infatti, la ‘ndrangheta sembra voler applicare una strategia diversa, poco improntata ad una riproduzione totale del modello mafioso tradizionale ma più indirizzata verso interessi di carattere economico. Se mancano infatti rapporti con la politica e una presenza capillare sul territorio, è evidente come il paese abbia offerto alla criminalità organizzata opportunità di riciclaggio senza precedenti. Mantenendo un profilo basso, senza destare clamore a livello mediatico ed istituzionale con atti eclatanti, la ‘ndrangheta ha potuto operare lontana dai riflettori approfittando di una legislazione antimafia assente e di una noncuranza pressoché totale del fenomeno.

Una noncuranza divenuta evidente, e colpevole, proprio con i fatti di Duisburg. Una strage vera e propria con cui, per la prima volta, la ‘ndrangheta si espone e si manifesta in tutta la sua ferocia anche in Germania portando alla luce del sole una presenza radicata e forte anche nella prima potenza economica europea. Ma se nell’immediato Germania ed Europa se ne sono rese conto ed hanno attivato una stretta collaborazione con le autorità italiane per l’arresto dei responsabili della strage, subito dopo è calato nuovamente il silenzio. Quel silenzio di cui la ‘ndrangheta aveva bisogno per rafforzarsi ulteriormente. Lo stupore ed il clamore iniziali hanno lasciato spazio alla rimozione della società tedesca. L’immagine della Germania non poteva essere intaccata dalla presenza mafiosa. Era necessario dimenticare il più in fretta possibile i fatti di Duisburg, riportarli sotto una luce diversa e meno preoccupante. Così, non appena il processo venne spostato in Italia, la Germania spense i riflettori. La strage di Ferragosto divenne una questione tutta italiana, un problema tra famiglie calabresi che si era solo risolto sul territorio tedesco ma non interessava il paese. Così calò il silenzio su Duisburg. Calò il silenzio sulla presenza mafiosa in Germania. Così il paese perse la sua possibilità di reagire, di ribellarsi alla presenza mafiosa, e preferì fingere che quello che era successo non lo riguardasse. La Germania si voltò, colpevole, dall’altra parte lasciando campo libero alla criminalità organizzata. Lasciando che, anno dopo anno, anche la Germania divenisse Calabria.

Patrimonio culturale: il passato per proteggere il futuro

Nell’infinito conflitto israelo-palestinese anche il patrimonio storico e culturale gioca un ruolo di primo piano. Così anche luoghi di inestimabile valore diventano pedine sullo scacchiere di una guerra impari.

L’incessante conflitto israelo-palestinese si è evoluto dal ’48 ad oggi cambiando spesso forma, luogo, e modalità. Alcune di queste modalità sono piuttosto chiare ed ampliamente trattate, come ad esempio la sottrazione strategica delle risorse idriche a danno della popolazione palestinese. Tuttavia, altre fra queste, non sono facilmente individuabili rendendo così qualsiasi tipo di intervento più complicato. Tra questi, un argomento di cui poco si conosce e ancora meno si tratta è quello del patrimonio culturale palestinese.

IL PATRIMONIO CULTURALE Secondo l’UNESCO, Organizzazione delle Nazione Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, il “Patrimonio rappresenta l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future. Il nostro patrimonio, culturale e naturale, è fonte insostituibile di vita e di ispirazione”. Tale definizione racchiude in sé l’eredità ricevuta dal passato, che ispira e anima la vita nel presente e il lascito di cui godranno le generazioni future. Inevitabile è quindi lo stretto legame che si instaura fra il patrimonio culturale e l’identità del popolo che l’ha creato e mantenuto nel tempo. Senso di appartenenza, spirito d’identità collettiva e legame con la propria terra si intersecano indissolubilmente e si rispecchiano nella promozione e valorizzazione del proprio patrimonio culturale. Scriveva nel ‘75 Kapuscinsky riguardo al legame del palestinese con la propria terra che “è il saldo e irriducibile il patriottismo del contadino per il quale la terra possiede un valore sovramateriale, è parte della sua personalità e ragione della sua vita”. Si possa immaginare il valore di questa terra se su questa sia espressa una qualsiasi rappresentazione della propria storia e cultura. 

In seguito alla massiccia distruzione di patrimoni culturali durante la Seconda guerra mondiale, nel 1954 è stata approvata ed entrata in vigore la “Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in caso di Conflitto Armato”, primo trattato internazionale con l’obiettivo di salvaguardare i patrimoni culturali mondiali dalle possibili conseguenze devastanti dei conflitti. Tuttavia, in un conflitto in cui la terra è l’obiettivo e l’occupazione il mezzo, è facile, nonché strategicamente vantaggioso, non attenersi alla convenzione. Difatti, spesso, è stata sottratta al popolo palestinese la gestione del proprio patrimonio culturale, ponendo i siti di interesse sotto il controllo civile e militare israeliano, nella cosiddetta AREA C. Per quanto non si tratti di un attacco armato, tale sottrazione è un attacco alla vera identità palestinese. Inoltre, in questo modo vengono neutralizzate potenziali risorse economiche e turistiche che la Palestina potrebbe sfruttare.

BATTIR Ma esiste un caso in cui il titolo di patrimonio culturale dell’umanità conferito dall’UNESCO ha portato anche ad un trionfo palestinese. È successo con il sito UNESCO “paesaggio culturale di Battir”, situato a pochi chilometri a sudovest di Gerusalemme e noto per i suoi terrazzamenti di viti e ulivi risalenti all’epoca romana. Il villaggio di Battir è stato minacciato a lungo dal tracciato della “barriera di separazione israeliana” che avrebbe, oltre che causato danni irreversibili a questo sito culturale, isolato i contadini del villaggio dai terrazzamenti coltivati da secoli. Solamente la nomina del sito di Basir a patrimonio dell’UNESCO ha fermato la realizzazione del muro, impedendo di fatto il piano israeliano per indebolire il villaggio palestinese.

Immagine che contiene esterni, erba, pietra, roccia

Descrizione generata automaticamente

 SEBASTIA In linea con la narrazione della potenza occupante c’è Sebastia, n piccolo villaggio di 4500 abitanti a circa 12km a nord ovest di Nablus. Sebastia, città dell’antica Samaria, presenta al suo interno una divisione tra AREA B, a controllo misto di autorità palestinese ed israeliana, ed AREA C, comprendente tutto il sito archeologico, sotto completo controllo israeliano. In pochi chilometri di terra, Sebastia raccoglie nel suo territorio i resti di una città risalente all’Età del Ferro, la città romana di Erode, la Chiesa dei Crociati e la Tomba di Giovanni Battista, venerato anche dall’Islam. La ricchezza del patrimonio rende Sebastia una pedina sullo scacchiere politico israelo-palestinese che vede le due parti scontrarsi con i molti mezzi dell’uno ed i pochi dell’altro. A prendersene cura, vista la difficoltà dei locali a causa della divisione in aree, sono in particolare organizzazioni no profit internazionali, tra queste l’Associazione ATS Pro-Terra Sancta.

Si tratta di un’organizzazione no profit che realizza progetti di conservazione del patrimonio culturale, di sostegno alle comunità locali e di aiuto nelle emergenze umanitarie. L’impegno nella conservazione dei luoghi si traduce in quello di accrescere la consapevolezza del loro valore in tutte le comunità locali. Dalle attività svolte in loco si creano opportunità per formare tecnici e artigiani qualificati, occupare giovani, donne e persone con disabilità, generando inoltre fonti di reddito tramite l’attivazione di iniziative socio-imprenditoriali legate al turismo sostenibile ed a nuove forme di accoglienza. Proprio in termini di accoglienza, da diversi anni, il Mosaic Centre di Gerico e l’Associazione Pro-Terra Sancta lavorano insieme per preservare e valorizzare il patrimonio culturale delle comunità locali in due villaggi della Cisgiordania: Sabastia e Nisf Jubeil. Oggi anche sede di accoglienti guest house che hanno dato nuova vita a rovine abbandonate.

Quanto conta il patrimonio culturale? Sono due gli elementi da considerare. Esternamente, le barriere, siano esse fisiche o legislative, deturpano il patrimonio, togliendo a tutti, non soltanto alle comunità locali, la possibilità di godere della loro straordinarietà. Sarebbe stato questo il caso di Battir ed è il caso di Sebastia, dove non è scontato il semplice utilizzo di bidoni della spazzatura che ridonerebbero dignità alla bellezza antica del luogo.

Internamente, il patrimonio culturale è senso di appartenenza e radici di un popolo, ma anche possibilità di giovare di tale bellezza in termini di sviluppo economico e sbocchi lavorativi. La sottrazione di tali risorse altro non è che una strategia mirata a tagliare il cordone ombelicale che li lega alla propria storia e terra. Tuttavia, ne scaturisce un effetto opposto. Il ricordo e la lotta per la libertà divengono sinonimo di resilienza e resistenza. Sui muri di tante città Palestinesi c’è un simbolo: la chiave. Quella delle loro case di cui, prima o poi, torneranno a prendersi cura.

Authors: Morgane Afnaim; Carolina Lambiase

La privatizzazione della sanità lombarda

“Tierra de sabbia fina
di tesori in cantina
di animali strani
Formigoni e pescecani”

Alessandro Sipolo


La sanità pubblica lombarda è al limite. Assediata da oltre un mese da un nemico invisibile che riempie gli ospedali costringendo medici ed infermieri a turni massacranti per salvare vite e scongiurare il peggio. Ogni giorno alle 17.30 migliaia di lombardi assistono al bollettino di guerra diffuso quotidianamente dall’assessore al welfare Giulio Gallera sperando che non annunci il collasso del sistema sanitario lombardo. Un sistema da sempre considerato eccellenza nazionale e modello per l’Europa. Un sistema che punta sulla sinergia tra pubblico e privato grazie ad un modello pensato dall’ex governatore Formigoni e implementato dai suoi successori. Una sinergia che, come emerge con disarmante evidenza in questi giorni drammatici, è sempre più sbilanciata verso il privato mentre il pubblico perde posti letto e finanziamenti.

Il modello – La storia recente della sanità lombarda, che assorbe circa il 75% del bilancio regionale, è indubbiamente legata a doppio filo con la figura di Roberto Formigoni. L’ex governatore, quattro volte presidente della Regione dal 1995 al 2013, è stato il regista della legge 31/1997 che riformò il settore sanitario lombardo basandolo di fatto sul principio di sussidiarietà solidale tra pubblico e privato. Se nelle intenzioni del governatore, sicuramente in buona fede, vi era l’idea di una cooperazione tra sanità pubblica e sanità privata per meglio rispondere alle esigenze dei cittadini, la riforma ha invece prodotto un effetto contrario. La sanità privata ha, di fatto, iniziato una sorta di corsa ai fondi pubblici riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia o le RSA lasciando al pubblico la gestione dei settori meno redditizi quali ad esempio i servizi di pronto soccorso e la psichiatria. Una corsa ai fondi che ha visto la sanità privata sempre in vantaggio sulla pubblica con la conseguente, ed inevitabile, perdita di risorse importanti per le strutture pubbliche costrette a far fronte a continui tagli.

Quella che doveva essere una compartecipazione solidale al servizio del cittadino è dunque diventata una corsa al finanziamento a cui, a dire la verità, la sanità pubblica non ha mai partecipato per davvero. Tagliata fuori, non solo dalle risorse maggiori di cui disponevano in partenza le strutture private, ma anche dal sistema corruttivo che ha per diverso tempo favorito proprio quelle strutture che ne avrebbero avuto meno bisogno. Non è certo un caso che, proprio per il cosiddetto “Caso Mauggeri” e per tangenti milionarie alla sanità privata, Formigoni sia stato condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Così il modello solidale è diventato lo strumento per arricchire le strutture private e costringere il cittadino a rivolgersi a loro, ovviamente a pagamento, per evitare i tempi di attesa sempre più lunghi che i continui tagli hanno imposto al pubblico.

Nato con Formigoni, il modello è stato foraggiato e implementato dal suo successore Roberto Maroni durante il suo mandato. La privatizzazione della sanità ha così raggiunto livelli talmente inaccettabili da costringere l’attuale governatore, ancora una volta di centrodestra, a intraprendere una graduale riforma che smantelli il modello dei predecessori. Troppo grande il malcontento dei cittadini. Troppo rischioso, ai fini elettorali, tirare ancora la corda per farlo continuare. Con la riforma annunciata un anno fa, Regione Lombardia vuole iniziare un percorso di valorizzazione del pubblico e di finanziamenti mirati al privato con la previsione di un tavolo di confronto tra attori pubblici, privati ed istituzionali per decidere insieme priorità e investimenti. Una riforma che mira a sospendere i finanziamenti al privato su base “storica” e punta invece a finanziare il settore in modo più preciso in base a determinate esigenze.

Squilibrio – Se la riforma di Fontana mira a ridare ossigeno alla sanità pubblica, è innegabile che nei 25 anni di governi di centrodestra si sia creato uno sbilanciamento tra settore privato e settore pubblico. Nel 1994 il sistema sanitario lombardo poteva contare su 27 ospedali, 5 strutture “classificate”, 5 Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), 3 università (Milano, Pavia, Brescia) mentre il privato aveva 52 strutture, 6 Irccs, zero università. Oggi il privato conta 102 strutture, 21 Irccs e 4 università (San Raffaele, Humanitas più due progetti), mentre il pubblico si è grandemente ridimensionato. Da una ricerca condotta dalla professoressa Maria Elisa Sartor, docente di Programmazione, organizzazione, controllo nelle aziende sanitarie all’Università degli Studi di Milano, emerge chiaramente come il settore privato abbia lentamente rosicchiato terreno al pubblico fino a compiere un sostanziale sorpasso. Se a livello regionale si evidenzia una perfetta coincidenza tra le strutture private a contratto con il SSL (99) e quelle pubbliche (99) questo dato non da indicazioni esaustive sul numero dei posti letto per ricoveri ordinari e Day Hospital. I numeri dei posti letto nel settore pubblico, infatti, continuano ad essere in numero maggiore rispetto a quelli delle strutture private anche grazie alle dimensioni estremamente maggiori degli ospedali pubblici. Ma se i numeri in termini assoluti non sembrano così drammatici, il trend sembra evidenziare una lenta ma inesorabile crescita del privato. “Dalla metà degli anni ’90 al 2018” evidenzia la dott.ssa Sartor “i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati e nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti letto privati sono considerevolmente aumentati”.

Se la tendenza indica un progressivo avvicinamento del privato al pubblico per quanto riguarda i posti letto, l’avvicinamento è stato molto più veloce per quanto riguarda la destinazione dei fondi. Dal versante economico, infatti, il sorpasso del privato sul pubblico è in procinto di avverarsi. Dallo studio, che esclude dalla valorizzazione le IRCSS e i poli universitari che sbilancerebbero ancor di più i valori, emerge infatti come le strutture private abbiano in generale incassato sempre di più per ricoveri e day hospital fino a raggiungere, ed in alcuni casi sorpassare, le strutture pubbliche. Mentre a Como si registra, unico caso, il sorpasso del privato con incassi superiori ai 145 milioni (105 quelli del pubblico), nel resto della regione ci siamo sempre più vicini: a Milano il privato incassa il 47% della torta, a Bergamo il 44%, a Brescia il 43%, a Pavia il 37%, a Mantova il 36%, a Monza-Brianza il 33%.

Lo studio della professoressa Sartor indica dunque un’ascesa silenziosa ma incessante della sanità privata che, grazie alla politica lombarda, è riuscita ad insinuarsi nel Sistema Sanitario Regionale erodendo le risorse a disposizione del pubblico. Un’ascesa avvolta nella nebbia di una dissimulazione generale che ha reso quasi impossibile accertarne la portata nel corso degli anni. Come evidenzia lo stesso studio infatti “nei flussi informativi, e soprattutto nelle elaborazioni primarie di tali flussi rese pubbliche, non sono state sempre evidenziate le variabili “natura privata” e “natura pubblica” delle strutture”. Le informazioni sulla divisione pubblico-privato sono addirittura sparite completamente dai resoconti a partire da metà anni 2000, nel pieno dell’implementazione del “modello Formigoni”, rendendo di fatto impossibile storicizzare il fenomeno. Si è insomma fatto di tutto per insabbiare una trasformazione lenta ma costante che ha portato ad un sistema sanitario che poggia le proprie fondamenta sulla presenza del privato senza cui il pubblico, svuotato di risorse e fondi, non potrebbe sostenere il peso della sanità lombarda. Insomma, alla fine dei conti, il motto della classe dirigente lombarda sembra essere sempre lo stesso:

“Siamo tutti Daccò-rdo
Che se paghi me lo scordo”

Youth of Sumud – Quando esistenza significa resistenza

La sfida dei giovani palestinesi che tornano ad abitare le grotte di At-Tuwani per resistere all’espansione coloniale dell’insediamento israeliano di Ma’on

Ci troviamo ad At-tuwani, villaggio palestinese incastonato fra le pendici delle colline a sud di Hebron, in Cisgiordania. È uno di quei villaggi della cosiddetta “Area C” che, secondo la divisione amministrativa stabilita dagli Accordi di Oslo del ’93, designa il controllo esclusivo israeliano della zona, sia militare che civile.

Gli abitanti di At-tuwani e dei villaggi limitrofi sono in gran parte pastori e agricoltori, circondati da un paesaggio collinare arido, con sfumature che variano dal grigio delle pietre, al marrone-giallo della terra, al verdone di qualche solitario cespuglio. In un paesaggio così desolato distinguono zone, precisamente delineate, particolarmente folte di una vegetazione rigogliosa. Sono le aree abitate dai coloni israeliani nell’insediamento di Ma’on e nell’avamposto di Havat Ma’on, situato a soli 500 metri da At-tuwani. La differenza fra un insediamento e un avamposto israeliano è principalmente che il primo è ritenuto illegale dal diritto internazionale delle Nazioni Unite, ma legale dal punto di vista del diritto israeliano, al contrario, il secondo – l’avamposto – è illegale per entrambe le fonti del diritto.

I TRASCORSI – Le storie di At-tuwani, e di un altro di questi villaggi, Sarura, altro non sono che ennesime storie di gente semplice e di resistenza nonviolenta che chiedono a gran voce di essere raccontate e denunciate. Sarura è stato uno dei tanti posti da cui, verso la fine degli anni ’90, i residenti sono stati evacuati a seguito della costruzione di due insediamenti israeliani che hanno reso la quotidianità dei pastori palestinesi insopportabile a tal punto da dover abbandonare le proprie case. L’arrivo dei coloni in queste aree ha infatti portato con sé la brutalità di un’occupazione con violenze su tutta la popolazione, bambini inclusi, arresti arbitrari, demolizioni di case e strutture pubbliche, attacchi ai greggi, e privazione di acqua ed elettricità.

Con la costruzione nel 2001 dell’avamposto di Ma’on Farm, lungo la strada dove è situata la scuola frequentata da bambini provenienti da diversi villaggi, sono cominciati una serie di attacchi agli studenti diretti all’istituto. Violenze ed aggressioni sempre più frequenti da parte dei coloni tanto da costringere, nel 2004, diverse organizzazioni internazionali, tra cui ‘Christian Peacemaker Teams’ e ‘Operazione Colomba’, a scortare i bambini palestinesi lungo questo tragitto. Un’esperienza che non ha però fermato le violenze continuate anche ai danni dei volontari con due membri delle associazioni rimasti vittime delle aggressioni dei coloni. Un’episodio che ha convinto il Comitato per i Diritti dell’Infanzia del Parlamento israeliano (Israeli Knesset Committee for Children’s Rights) a decretare che una scorta armata dell’esercito israeliano accompagnasse i bambini palestinesi lungo questo tratto di strada. La scorta militare non ha però fermato le aggressioni ai bambini anche a causa di inadempienze ripetute. Spesso infatti chi avrebbe dovuto accompagnarli non si presenta o arriva con forti ritardi, causando così la perdita di ore e giorni di scuola ai bambini dei villaggi delle colline del sud di Hebron.

YOUTH OF SUMUD – Nel 2017 è nato un collettivo di giovani palestinesi, Youth of Sumud, dalle figlie e i figli degli attivisti nonviolenti del Comitato di Resistenza Popolare che per anni è riuscito a respingere i tentativi di evacuazione di At-tuwani, e di altri villaggi situati sulle colline a sud di Hebron, organizzando attività di solidarietà e resistenza nonviolenta per contrastare le politiche espansionistiche di colonie e avamposti israeliani. Negli ultimi anni, infatti, i coloni di Ma’on e Havat Ma’on continuano a pianificare l’espansione dei propri insediamenti incrementando le demolizioni, gli arresti e le violenze a danno dei palestinesi e moltiplicando significativamente il loro numero di abitanti. Mentre le politiche coloniali spinte dal fine ultimo di allontanare tutti gli abitanti palestinesi da quest’area aumentano, i ragazzi di YOS cercano di riappropriarsi e riportare in vita il villaggio evacuato di Sarura, tornando ad occupare le grotte in cui i pastori vivevano prima di essere costretti ad abbandonare il villaggio. È quello che hanno ribattezzato come “Sumud Freedom camp”, una semplice grotta riaperta e animata e vissuta dai ragazzi di YOS che è diventata così il simbolo della lotta nonviolenta e incessante delle generazioni delle colline a sud di Hebron. Il simbolo di un passaggio da una generazione che quelle grotte le abitava ed una che non le vuole lasciare, che vuole riappropriarsene per ribadire la propria identità. Una lotta fragile ed estenuante ma potente, in grado di costituire un esempio di speranza e perseveranza per tutti gli altri palestinesi costretti ad abbandonare le loro terre.

PERCHE’ ESISTENZA È RESISTENZA – Sumud è una parola araba che rispecchia sia una strategia politica che una determinata ideologia nata per la prima volta dalle pratiche di resistenza emerse dopo la Guerra dei Sei Giorni. Sumud può essere tradotto letteralmente con fermezza, perseveranza, tenacia, determinazione ma anche resilienza. L’ideologia dietro questo termine è esattamente quella dei ragazzi di YOS, vale a dire semplicemente esistere sulle proprie terre ed affrontare la quotidianità nonostante le violenze e gli ostacoli, al fine di resistere l’occupazione israeliana. Sumud è quindi attaccamento alla propria terra, che si declina in attaccamento alla propria storia e alla propria cultura, e mira quindi a una più alta affermazione identitaria. Ed è così che per i ragazzi di YOS cucinare, mangiare, ballare e dormire al Sumud Freedom Camp costituisce sia un atto di resistenza alle mire espansionistiche israeliane, e in particolare all’avamposto che si erge esattamente di fronte alla collina su cui si situa la grotta riaperta, sia un atto di affermazione identitaria palestinese.


Author: Morgane Afnaim


L’America Latina sta affrontando il coronavirus?

L’Italia sembra Copacabana,
in ogni palazzo c’è un anziano o una coppia di vecchietti.
Per questo sono molto fragili e muore tanta gente.
Hanno altre malattie, ma dicono che muoiano per Coronavirus.
– Jair Bolsonaro –


Per settimane l’America Latina ha vissuto come in una bolla. Pochi contagi e nessuna emergenza nazionale avevano illuso il continente di essere in qualche modo immune alla diffusione del virus. Nelle ultime settimane, però, quell’illusione si è sgretolata. Con oltre 10.000 casi accertati, l’America Latina si sta scoprendo vulnerabile come il resto del mondo anzi probabilmente ancora di più. In una regione con tassi di povertà in crescita, una densità di popolazione in costante aumento e il ritardo dell’assistenza sanitaria, il coronavirus rappresenta un rischio enorme per i latinoamericani. Ma se molti paesi hanno già imposto limitazioni per tentare di arginare la pandemia, altri stanno sottovalutando l’emergenza e rischiano conseguenze pesantissime.

Chi chiude – A guidare il fronte di chi ha deciso di assumere misure stringenti vi è l’Argentina. Nel paese si è registrato il primo caso il 3 marzo scorso e da allora i numeri sono cresciuti, anche se lentamente, fino a toccare gli attuali 745 contagiati e 19 morti. Una crescita che ha convinto il governo ad assumere misure più drastiche già dell’11 di marzo quando è stata annunciata la chiusura di tutte le attività non essenziali e delle frontiere fino, almeno, al 31 marzo. I ministri dell’economia e del lavoro argentini, Martín Guzmán e Claudio Moroni, hanno anche annunciato la creazione di un reddito da quarantena da destinare alle famiglie con reddito basso rimaste maggiormente penalizzate dall’impossibilità di lavorare.

Determinata anche la reazione del Cile che conta ad oggi quasi 2.000 contagi. Dopo il primo caso, registrato anche qui il 3 marzo, il presidente Pinarea ha dichiarato lo “stato di catastrofe” e schierato i militari a protezione delle linee produttive essenziali, le uniche rimaste in funzione. Pur avendo chiuso sostanzialmente tutte le attività, le frontiere e le scuole, il governo cileno non ha imposto una quarantena obbligatoria ai propri cittadini, come invece chiedono a gran voce governatori e sindaci. Proprio per questo, probabilmente, si spiega il maggior tasso di contagio nel paese rispetto alla vicina argentina che, pur essendosi mossa qualche giorno dopo, ha imposto misure più drastiche e severe. Anche Pinarea, intanto, prepara una manovra economica senza precedenti: il governo sarebbe pronto a stanziare oltre 12 miliardi (4,7% del PIL nazionale) per aumentare i fondi del Sistema Sanitario, proteggere il reddito familiare e proteggere posti di lavoro e datori di lavoro. Se dal lato sociale, dunque, la risposta del Cile sembra essere troppo timida lo stesso non si può dire per quel che riguarda il lato economico con un investimento che non ha eguali.

Chi invece ha preso misure drastiche anche a livello sociale è stato il presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Ancor prima di registrare il primo caso, infatti, ai cittadini è stata imposta la quarantena obbligatoria, rafforzata il 13 marzo dalla dichiarazione dello stato di emergenza. Accanto a queste misure, però, il governo è al lavoro per un importante piano economico. Il presidente Bukele ha annunciato che sospenderà i pagamenti di utilità, telefono, internet, mutuo, auto e carta di credito per tre mesi per tutti i salvadoregni. Il suo piano economico include anche un pagamento di $ 300 a circa 1,5 milioni di famiglie che hanno perso il loro reddito a causa del virus. Se inizialmente la decisione di chiudere tutto ben prima dell’arrivo del virus poteva sembrare azzardata, oggi sembra aver dato i suoi frutti. Il primo contagio del paese si è infatti registrato il 18 marzo e oggi il paese sta reggendo meglio di qualsiasi altro all’ondata di contagi registrando solamente 25 tamponi positivi.

La Bolivia ha invece chiuso tutto fino al 15 di aprile seguita a ruota dalla Colombia che ha imposto un lockdown totale di almeno tre settimane. Ma proprio in Colombia si stanno registrando i danni collaterali più gravi. In uno dei paesi più violenti dell’America Latina, infatti, anche la pandemia sta portando ad effetti indesiderati che sfociano in violenze. 3 donne sono state uccise dai propri partner nel primo giorno di quarantena mentre nei penitenziari è scoppiato il caos provocato dalle gang criminali. Oltre 23 persone sarebbero morte nel carcere di Bogotà in quello che secondo le autorità del paese è stato un tentativo di evasione di massa causato dalle preoccupazioni dei detenuti per il coronavirus.

Chi no – Se in Colombia le gang criminali seminano violenza, in Brasile si stanno sostituendo al presidente per imporre misure di prevenzione nelle favelas. È di qualche giorno fa la notizia di gruppi criminali che hanno imposto il coprifuoco e misure stringenti negli slum di Rio per prevenire i contagi che, se dovessero diffondersi in ambienti così popolosi e con condizioni igienico sanitarie al limite, potrebbero generare una catastrofe. Così le gang criminali si sono sostituite al potere statale ed hanno imposto le proprie regole. Una scelta obbligata dalla totale incapacità di Bolsonaro di gestire l’emergenza.  Dopo aver definito il coronavirus “una fantasia creata dai media”, il presidente brasiliano ha adottato un approccio pericolosamente soft per contrastare la pandemia. Nonostante i quasi 4.000 casi che rendono il Brasile il paese più colpito dell’America Latina,Bolsonaro continua ad invitare i brasiliani a condurre una vita normale attaccando quei governatori e sindaci che decidono di imporre limitazioni più severe. Secondo il presidente brasiliano, infatti, il virus non sarebbe altro che un complotto ordito da media e oppositori per screditarlo e far cadere il suo governo prendendo misure restrittive che alimenterebbero, a suo dire, solo “un’isteria collettiva”.  “Alcuni moriranno” Ha detto in un’intervista. “È la vita. Ma non puoi chiudere una fabbrica di automobili solo perché la gente muore negli incidenti stradali”. Dichiarazioni sconcertanti che in questi giorni si stanno susseguendo generando sconcerto e sconforto nella comunità internazionale e nella popolazione brasiliana. Perché mentre il presidente chiede al paese di continuare la propria vita, i brasiliani non ci stanno e si chiudono in casa manifestano tutto il loro scontento nei suoi confronti. In Brasile, insomma, sembra registrarsi la situazione inversa rispetto a quella italiana: il governo chiede di uscire e il popolo rimane a casa.

A far compagnia al Brasile vi è il Messico. Lo stato centroamericano conta circa 900 contagi ma non sta intraprendendo politiche più severe per arginarlo. Il presidente Andres Manuel Lopez Obrador impiega Esercito e Marina, ma solo per fornire aiuti alle popolazioni più in difficoltà e ora, con una scelta politica di forte impatto mediatico chiede la riduzione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Una provocazione più che una misura efficace, un modo per riprendersi la scena dopo tutte le limitazioni imposte da Trump. Un modo per dire “voi siete infetti, noi no. State a casa vostra”. Misure non certo drastiche accompagnate da dichiarazioni che ricordano in modo sinistro quelle di Bolsonaro. “Questa idea che è pericoloso abbracciare le persone è sbagliata. Non solo si può abbracciare, si deve abbracciare.” ha dichiarato in un video diffuso sui social in cui si fa riprendere mentre abbraccia e bacia i suoi sostenitori, tra cui un bambino. E mentre dai medici arriva l’appello a stare a casa perché il sistema sanitario è già al collasso, Obrador in diretta sulla TV nazionale chiedeva alla popolazione di continuare “a vivere normalmente. Perché se agiamo in modo esagerato non aiutiamo nessuno”. Intanto, scuole e grandi aziende hanno deciso di chiudere in autonomia. Anticipando le decisioni del governo hanno chiesto ai propri dipendenti e ai ragazzi di rimanere a casa per proteggere la propria salute e quella degli altri.

Mentre il mondo si chiude, con oltre un terzo della popolazione globale costretta in casa, l’America Latina si conferma la terra delle contraddizioni. C’è chi prende misure drastiche e chi minimizza. C’è chi chiude tutto e chi invita ad uscire. C’è chi sta ottenendo risultati e chi ne sta pagando drammatiche conseguenze.

Ritardi, menzogne e capriole: così il virus diventa la Chernobyl di Trump

“I contagi scompariranno.
Un giorno, come per miracolo, scompariranno”
– Donald Trump –


“Il coronavirus sarà la Chernobyl di Trump” titolava il New York Times appena due giorni fa lasciando intendere le catastrofiche conseguenze di una serie di errori di gestione da parte del presidente degli Stati Uniti. Ritardi ed errori che hanno esposto Trump a critiche pesanti costringendolo a dichiarare in fretta e furia l’emergenza nazionale e lo stanziamento di fondi federali per far fronte all’emergenza. Dopo il disastro di Chernobyl si attivò quella macchina propagandistica che tentò invano di rassicurare il mondo prima di crollare e ammettere i propri errori e la portata catastrofica di quello che era successo. Oggi, a 34 anni di distanza, in una situazione totalmente diversa anche l’amministrazione Trump ha provato a minimizzare i pericoli di una epidemia senza precedenti perdendo tempo in una lotta che di tempo ne concede poco.

Le dichiarazioni – Secondo un sondaggio condotto da YouGov, il 68% degli americani sarebbe preoccupato per la diffusione del virus e per le sue conseguenze. Trump, però, sembra far parte di quel 32% che non se ne cura e mentre si diffondeva nel mondo quel senso di vulnerabilità di fronte ad un nemico invisibile, il presidente degli Stati Uniti si è scagliato contro tutto e tutti pur di minimizzare quel che stava accadendo. Si è scagliato addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità colpevole, secondo lui, di diffondere il panico con dati lontani dalla realtà. Nel momento più drammatico, quando tutti i leader politici hanno messo da parte la retorica per concentrarsi sui fatti, Trump ha portato avanti la sua campagna di sfiducia verso tutti: scienziati, giornalisti e stato. In un momento drammatico come questo il presidente ed il partito che rappresenta, e che rappresenterà alle prossime elezioni, avrebbero dovuto basare le proprie scelte di governo su solide evidenze scientifiche. Ancora una volta, invece, ha prevalso la propaganda. Come prevalse a Chernobyl, 34 anni fa, quando il regime sovietico diceva al mondo che tutto stava andando bene.

“Ho parlato con molta gente e ritengo che il tasso di mortalità sia molto al di sotto dell’1%” ha dichiarato Trump a ‘Fox News’ il 5 marzo scorso aggiungendo che “molte persone che contrarranno il virus si riprenderanno rapidamente, senza neanche andare dal medico. Possono anche continuare ad andare al lavoro.” Il presidente della più grande potenza mondiale, insomma, affronta questa epidemia basandosi sulle sue intuizioni. È arrivato persino ad ipotizzare di “testare l’efficacia del vaccino anti influenzale” per contrastare il virus. E mentre nel mondo si cercava di correre ai ripari, in un’altra intervista Trump riportava come un successo della sua amministrazione i pochi casi registrati negli Stati Uniti. Segno che le sue intuizioni fossero corrette. Segno che, per dirla con le parole del presidente americano, “i contagi scompariranno. Un giorno, come per miracolo, scompariranno”.

I ritardi – Su una cosa, però, Trump aveva ragione. Grazie alla sua amministrazione negli USa si sono registrati solo un centinaio di casi. Non per merito, però. Dall’inizio dell’emergenza e fino allo scorso weekend, negli Stati Uniti erano stati fatti circa 2.000 tamponi su una popolazione totale di 331 milioni di abitanti. L’Italia, con una popolazione di 60 milioni di persone, ne ha fatti 36.000. La Corea del Sud 161 mila su 51 milioni di abitanti. È evidente come i numeri registrati oltreoceano non possano essere in nessun modo riportati come un successo dell’amministrazione Trump. Ma, nell’anno delle elezioni, tutto deve essere fatto passare come un successo in una interminabile campagna elettorale giocata sulla pelle dei cittadini. Perché mentre il presidente parlava di successo e puntava il dito contro il resto del mondo per gli inutili allarmi, il virus si diffondeva a macchia d’olio.

È bastato, per capirlo, l’arrivo di qualche tampone in più negli ospedali americani. 75mila più un numero imprecisato destinato a laboratori privati consegnati lo scorso weekend. Un numero di gran lunga inferiore ai quasi due milioni annunciati dall’amministrazione ma che è bastato a far schizzare il numero di casi. Nella sola New York, i casi sono passati da 11 a 75 in due giorni costringendo il governatore Cuomo a dichiarare lo stato di emergenza. E mentre Trump continuava a sostenere che “nulla va chiuso. Vita ed economia devono continuare”, gran parte degli stati hanno deciso di seguire l’esempio della Grande Mela. Un segnale rivolto al presidente per convincerlo a prendere provvedimenti più severi e fargli capire che il virus non è come “una semplice influenza”. Per oltre un mese Trump ha anteposto ai fatti oggettivi pericolosi miti trasformando le prime fasi, quelle più cruciali per contenere l’epidemia, in una costante propaganda senza azioni concrete. “La risposta degli Usa al coronavirus è stata perfetta” è stata la litania ripetuta all’infinito fino allo scorso weekend e ricorda in modo sinistro il “l’Unione Sovietica non commette errori” che seguì la catastrofe di Chernobyl.

Il cambio – A Chernobyl, dopo settimane di menzogne, la macchina della propaganda si inceppò e fu costretta a rivelare al mondo una catastrofe che non poteva più essere nascosta. Gorbačëv fu costretto ad ammettere la portata disastrosa dell’incidente ma non smise di incolpare l’occidente per la campagna d’odio con cui cercava di screditare l’URSS. Negli Stati Uniti, Donald Trump sta facendo lo stesso. Nel momento in cui la situazione non era più gestibile in altro modo ha cambiato toni e ammesso la gravità della situazione. L’11 marzo l’OMS ha dichiarato che la diffusione del virus è ufficialmente una pandemia. Una dichiarazione che ha messo in allarme tutti i paesi che ancora non erano stati colpiti e che, inevitabilmente ha costretto Trump ad una vorticosa inversione.

Poche ore dopo l’annuncio dell’OMS, Donald Trump è apparso in televisione per pronunciare un discorso alla nazione sull’emergenza coronavirus. Senza abbandonare la retorica propagandistica e ricordando la grande risposta data fino ad ora dalla sua amministrazione, ha chiesto agli americani di stare a casa. Ha ammesso che la situazione è seria, che gli anziani sono a rischio e che “siamo in un momento critico nella lotta contro il virus.” E se una settimana prima sbeffeggiava chi prendeva misure drastiche alla fine ha dovuto ammettere anche lui, nel passaggio più drammatico del suo discorso, che quelle misure sono necessarie. “Non esiterò mai” ha detto “a prendere tutte le misure necessarie per proteggere la vita, la salute e la sicurezza del popolo americano. Metterò sempre al primo posto il benessere dell’America.” Poi l’invito, che stride con la sua politica fatta di odio e attacchi, a “mettere da parte la politica, fermare la partigianeria e unirci insieme come una nazione e una famiglia.”

Costretto con le spalle al muro Trump ha dovuto cambiare rotta. Dopo mesi di accuse, bugie e negazioni ha dovuto arrendersi all’evidenza. Lo ha fatto con le parole, lo sta facendo con i fatti dichiarando lo stato d’emergenza e stanziando 50 miliardi di dollari. Una capriola che potrebbe valergli un oro olimpico ma potrebbe costargli molto caro politicamente. Innanzitutto in termini di credibilità, con questo cambio di idee improvviso che potrebbe non giovare alla sua immagine in vista delle elezioni di novembre ma anche, e soprattutto, per la capacità di gestire una situazione critica. Trump ha di fatto fallito totalmente la gestione dell’emergenza. Ha sottovalutato la minaccia nel momento in cui serviva lo sforzo di contenimento maggiore. Ha ridicolizzato chi provava a far notare la gravità della situazione. Ha interpretato, in un pericolosissimo teatrino, il suo personaggio gridando al “complotto” dei media e definendo una “montatura” il quadro della situazione per poi arrendersi all’evidenza e tirare il freno a mano a un passo dal burrone. All’improvviso il coronavirus è diventato “un nemico comune. Il nemico del mondo”. All’improvviso Trump ha ammesso la gravità della situazione. All’improvviso l’America è indifesa. All’improvviso. Ma non troppo.

Il gender pay gap in Europa

“Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria,
in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.
Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa,
ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani
che condividono il meglio e il peggio della condizione umana.”


Le discriminazioni di genere, nel mondo, sono purtroppo ancora all’ordine del giorno. Non fa differenza il mondo del lavoro dove il “gentil sesso” continua ad essere vittima di stereotipi che rendono la donna particolarmente svantaggiata rispetto ai colleghi. Le lavoratrici risultano essere vittime di una vera e propria “segregazione occupazionale” che vede interi comparti del mondo lavorativo riservati agli uomini con evidenti differenze sulle prospettive di carriera e sui guadagni. Si tratta, in quest’ultimo caso, del cosiddetto “gender pay gap” (divario retributivo di genere) ossia la differenza tra i salari medi lordi riservati alle donne e agli uomini.

Europa – L’Unione Europea, attraverso il proprio ufficio statistico ‘Eurostat’, tiene regolarmente aggiornati i dati sulla retribuzione media nei vari stati membri calcolando contestualmente il divario di genere che si registra fornendo così una panoramica della situazione al livello comunitario. Una panoramica che si basa esclusivamente sui salari e cerca di tracciare un quadro di quelle che sono le differenze retributive senza tener conto di altri fattori. Si tratta infatti, per quanto riguarda i dati Eurostat, del cosiddetto “gender pay gap unadjusted” calcolato solamente in base alla retribuzione senza tener conto di altre componenti che possono influire sul divario come per esempio l’accesso all’istruzione, il tipo di occupazione svolta, il numero di ore lavorative. Quello che ne emerge è comunque un quadro sicuramente poco rassicurante.

La media dell’Unione Europea mostra infatti come, a livello comunitario, le donne percepiscano il 14,5% in meno rispetto agli uomini. Per ogni euro guadagnato da un uomo, insomma, una donna guadagna 85 centesimi. Ma non sono pochi i paesi ad essere al di sopra della media europea, ben otto paesi (10 considerando Regno Unito e Svizzera) risultano infatti avere divari maggiori del 14,5%. Il poco onorevole primato nella classifica europea delle disparità salariali se lo aggiudica l’Estonia con un divario del 22,7% ma a sorprendere di più è, probabilmente, la seconda posizione. Dopo il paese baltico infatti troviamo la Germania dove gli uomini guadagnano in media il 20,9% in più rispetto alle donne. È come se, nella prima economia europea, le donne lavorassero due mesi e mezzo senza ricevere lo stipendio. Un’eternità. È il cosiddetto “equal pay day”, la giornata che segna il momento in cui ogni anno le donne cominciano simbolicamente a smettere di guadagnare se confrontate con i loro colleghi uomini. L’Unione Europea, per quest’anno, ha fissato come data il 4 novembre. Due mesi senza stipendio.

Italia – In un Europa con cifre esorbitanti l’Italia è tra i paesi più virtuosi. Dai dati dell’Eurostat emerge infatti come nel nostro paese il divario sia estremamente più basso della media europea e si attesterebbe intorno al 5%. Meglio di noi farebbero solo Lussemburgo (4,6%) e Romania (3%). Un dato che sembra essere estremamente incoraggiante ma che diventa maggiormente allarmante se analizzato in combinazione con altri fattori.

Per quanto riguarda la retribuzione, bisogna inevitabilmente scorporare il settore pubblico da quello privato. La forte presenza femminile nel comparto pubblico, dove i contratti per legge presentano condizioni eque, abbassa infatti sensibilmente l’indice che sarebbe estremamente più levato considerando solo gli stipendi elargiti da aziende private. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, il vero problema sarebbe proprio qui. Nel settore privato le lavoratrici italiane guadagnano in media il 29% in meno rispetto ai colleghi maschi. Il dato frutto delle minori possibilità di carriera delle donne in un settore in cui gli uomini occupano in genere posizioni più elevate. In Italia, infatti, considerando solamente il privato i dati indicano la presenza di un 73% di manager di sesso maschile contro un 27% di donne. Il settore privato, dunque, rappresenta il vero problema nel sistema lavorativo italiano per quanto riguarda le disparità di salario. Un abisso nelle retribuzioni tra uomo e donna che, se considerato da solo, ci porrebbe in coda alle classifiche europee. Si arriva così al secondo problema occupazionale in Italia, che contribuisce ad abbassare l’indice generale: la distribuzione del lavoro.

Stando ai dati forniti dall’istituto di ricerca socio-economica ‘Censis’, in Italia le donne che lavorano sono 9.768.000 e rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi. Lontane sia dalla media europea, sia dal tasso di occupazione maschile (75%). Con un tasso di attività femminile del 56,2% siamo infatti all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia dove il tasso è pari al’81,2%. Quasi la metà delle donne italiane insomma, non è occupata. Un dato che deriva, soprattutto, dall’eterno divario tra nord e sud. Se nelle regioni settentrionali infatti l’occupazione femminile è superiore al 60% (primato per la Provincia autonoma di Bolzano con il 73%) al sud cala vertiginosamente e si attesta intorno al 30-35%. Un divario che fa crollare le stime totali sull’occupazione femminile nazionale. Poche donne impiegate, insomma, e più della metà nel settore pubblico. Sono questi due fattori che, combinati, ci permettono di avere un “gender pay gap” da far invidia ai migliori paesi europei. Ma basta spostare un po’ il tappeto per trovare la polvere. È evidente, infatti, come esistano problemi enormi e strutturali che non vengono considerati nelle stime di Eurostat ma che rendono il nostro paese decisamente meno virtuoso di quanto appaia.

Percorsi lavorativi più accidentati e spesso frammentati. Difficoltà nel far carriera. Redditi inferiori. E, come se non bastasse, il divario non si riduce nemmeno dopo gli anni lavorativi. Censis ha infatti tentato di valutare il divario pensionistico evidenziando come anche in questo ambito le donne percepiscano meno degli uomini: “Nel 2017 le donne che percepivano una pensione da lavoro erano poco più di 5 milioni, con un importo medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini l’importo medio era di 23.975 euro.” La disparità tra uomini e donne è un fattore che incide fortemente sullo sviluppo della società in cui viviamo producendo effetti sull’intera popolazione riducendo la produzione economica e costringendo le donne, soprattutto in vecchiaia, a dipendere da sussidi pagati con soldi statali.  Combattere la discriminazione di genere nel mondo del lavoro è dunque un modo non solo per eliminare una disuguaglianza ingiustificata e lontana dai nostri tempi ma anche e soprattutto per favorire una crescita economica del paese.

Secondo il Word Economic Forum, per azzerare le diseguaglianze nel mondo lavorativo serviranno 250 anni. Ma a guardare, ancora una volta, i dati dell’Eurostat la situazione sembra promettere bene. In tutti i paesi europei, il divario salariale nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni è al di sotto della media comunitaria del 14%. Considerando solo gli under 25 in alcuni paesi si inverte addirittura il trend (Belgio -2,8%; Francia -3,6%). Dati che fanno sperare in un cambio di rotta per un futuro in cui le donne possano guadagnare quanto gli uomini. Un eccesso di ottimismo? Forse sì. Ma sognare non costa nulla. E ci piace sognare un mondo in cui come dice la filosofa Michela Marzano:

essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.

Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.

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