Dalle parole di un collaboratore di giustizia arrivano pesanti accuse verso la leader di Fratelli d’Italia. Agostino Riccardi racconta ai magistrati romani di come Giorgia Meloni avrebbe pagato 35mila euro ai clan rom in cambio di voti per le elezioni politiche del 2013.
La denuncia arriva direttamente dalle parole del collaboratore di giustizia Agostino Riccardi ed è una di quelle notizie che, potenzialmente, potrebbero scatenare un terremoto politico. Parlando con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia capitolina, Riccardi ha rivelato di come in occasione delle elezioni politiche nel 2013 Fratelli d’Italia avrebbe cercato il supporto e i voti dei clan. Con la sua collaborazione Riccardi sta aiutando i pm romani a ricostruire le vicende relative al clan nomade Travali, già finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per il video rap dei rampolli del clan.
Proprio il clan Travali, colpito duramente con l’indagine “Reset” delle scorse settimane, Fratelli d’Italia si sarebbe rivolto in cerca di voti. Secondo le parole del collaboratore di giustizia, infatti, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a recarsi da loro per chiedere un sostegno in vista della tornata elettorale su suggerimento di Pasquale Maietta, all’epoca astro nascente della formazione politica poi finito al centro delle cronache per i suoi legami con i clan e con il boss dei Casamonica Costantino “Cha Cha” Di Silvio. “Nel 2013 alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini” si legge nelle dichiarazioni di Riccardi. “Maietta ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonché del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”. Ma ovviamente quei “ragazzi” non si sarebbero occupati gratuitamente della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Quando Maietta si rivolse alla Meloni per dirle che c’era bisogno di un pagamento lei non si sarebbe fatta troppi scrupoli: “Non c’è problema.” Avrebbe detto “Parlatene con il mio segretario” avrebbe detto.
L’incontro tra gli uomini del clan e il segretario di Giorgia Meloni si sarebbe svolto nei giorni successivi al Caffè Shangrila di Roma e in breve tempo, “senza usare telefoni o altre apparecchiature elettroniche”, si arrivò ad un accordo. Fratelli d’Italia avrebbe infatti pagato al clan 35mila euro per procurare voti e affiggere manifesti elettorali in giro per la città di Latina, pesantemente controllata dal clan nomade come testimoniato dalle recenti inchieste.
Si tratta, come comprensibile, di dichiarazioni che potrebbero avere ripercussioni pesantissime sul partito e sull’immagine di Giorgia Meloni. Dopo le numerose inchieste che negli ultimi anni hanno portato alla luce legami tra esponenti del partito, soprattutto a livello locale, e criminalità organizzata le parole di Riccardi mettono per la prima volta in relazioni i vertici del partito con un potente clan mafioso. Se fino ad ora Giorgia Meloni aveva (quasi) sempre avuto parole di condanna per chi, nel suo partito, veniva coinvolto in inchieste di mafia ora si ritrova coinvolta in prima persona ed è chiamata a difendersi. La prima risposta è ovviamente arrivata via Facebook con un video in cui la leader di Fratelli d’Italia ha smentito tutto: “Io non faccio affari con i rom, io non metto i soldi nelle buste del pane, la notizia è inventata” ha commentato “Devo pensare che gli inquirenti l’abbiano considerata infondata altrimenti mi avrebbero chiesto conto di una notizia che mi infanga e mi chiedo come sia possibile che una rivelazione del genere sia finita su Repubblica, senza che nessuno abbia inteso chiedermi un punto di vista. È partita la macchina del fango contro l’unico partito di opposizione. Non ci facciamo intimidire. Gli ultimi sondaggi ci danno sopra il 18%”.
Nel silenzio pressoché totale della stampa nostrana, a Lamezia Terme si sta celebrando con ritmi serratissimi il più importante procedimento giudiziario della recente storia italiana. Ma nel disinteresse dei media, a giudicare gli oltre trecento imputati nel più grande processo alla ‘ndrangheta saranno tre donne.
È il più grande processo per mafia dai tempi del maxiprocesso di Palermo. Eppure, in Italia, del procedimento in corso nell’aula bunker di Lamezia Terme a carico di 325 imputati sembra importare a pochi. Mentre la stampa estera, dal The Guardian al Times passando per la Reuters e Associated Press, segue con attenzione e curiosità quello che è a tutti gli effetti il più importante processo in corso nel nostro paese, i media italiani non riservano che qualche trafiletto secondario al maxiprocesso calabrese, troppo presi a seguire le vicende che ruotano attorno al nuovo governo. Eppure, di spunti per parlarne ce ne sarebbero parecchi. A partire dai tre giudici che compongono il collegio che sarà chiamato a decidere la colpevolezza o l’innocenza di più di trecento persone: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Rispettivamente 39, 34 e 41 anni. Tre giovanissime donne che entreranno giocoforza nella storia giudiziaria del nostro paese per aver condotto il più importante processo contro le cosche calabresi.
La prima decisione presa dalla presidentessa Cavasino è già controcorrente e a suo modo storica: vietare le riprese televisive all’interno dell’aula bunker. Nonostante l’attenzione internazionale sia, come detto, altissima con centinaia di giornalisti che assistono alle udienze la decisione della Cavasino è volta a non spettacolarizzare il procedimento. Nessuna diretta televisiva, nessun video delle udienze per i tg o per i posteri come invece accadde al maxiprocesso di Palermo. Nessuno spazio a strumentalizzazioni o esposizioni ulteriori. Sì, perché le tre giudici del collegio sono già esposte a rischi evidenti e comprensibili, tanto che il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, rivolgendosi alla Corte ha chiesto che i giudici vengano “esonerati dal trattare altre questioni penali per dedicarsi esclusivamente a questo dibattimento”. L’obiettivo è fare il più presto possibile per ridurre al minimo le possibilità che qualcosa possa andare storto. Ed allora ecco subito fissato un calendario fittissimo con sei udienze settimanali per questo avvio di procedimento. Poi diventeranno 3 o 4 la settimana fino alla fine.
Da alcuni giorni le tre giudici hanno iniziato ad ascoltare in aula le deposizioni di pentiti e collaboratori che hanno rivelato i meccanismi della ‘ndrangheta, i rapporti tra le cosche e quella proposta arrivata da Totò Riina in persona. Secondo il pentito Franco Pino, la cui testimonianze è stata confermata dal riscontro con il collaboratore Umile Arturi, il boss corleonese avrebbe infatti chiesto alle cosche calabresi di aderire alla strategia stragista intrapresa da Cosa nostra dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992. Una proposta rifiutata però dai clan di ‘ndrangheta perché, racconta Artusi, “se avessimo aderito alla strategia stragista dei siciliani avremmo trasferito i casini successi in Sicilia anche in Calabria e ciò non era conveniente per la ‘ndrangheta”. La presidentessa Cavasino e i giudici a latere Caputo e Romano ascoltano attentamente senza lasciar sfuggire nulla. Osservano imputati e collaboratori. Si confrontano. Davanti a loro un monumento della lotta al crimine organizzato come Nicola Gratteri a guidare un pool di pubblici ministeri preparati ed agguerriti. Dalla parte opposta un esercito di avvocati determinati a dare battaglia udienza dopo udienza per difendere i loro assistiti. E loro tre nel mezzo, in quella che sembra un’avventura degna di un romanzo epico. E invece è il più importante processo della recente storia italiana. Anche se in Italia, ancora, non ce ne siamo resi conto.
“La mafia è il miglior esempio di capitalismo che abbiamo” -Marlon Brando-
La voglia di Italia, spesso, nel mondo si traduce in mafia. Per ristoranti, trattorie, brand di abbigliamento e tanto altro la criminalità è diventata un marchio da sfruttare per vendere di più ed essere direttamente ricollegabili al nostro paese. Accade all’estero, come dimostra il caso dei ristoranti “La Mafia se sienta a la mesa”, ma anche da noi come visto con i mafia tour organizzati in Sicilia o con i souvenir del padrino venduti ai turisti. E ogni volta che qualcuno accosta il nostro paese alla parola mafia, o utilizza il termine e la sua simbologia per farne un brand parte la, giustissima, levata di scudi con un’ondata di indignazione che attraversa tutto il paese.
Mafia sounding – È il cosiddetto fenomeno del “mafia sounding”, termine con cui si indicano tutti quei prodotti brandizzati “Mafia” in giro per il mondo. Senza distinzione tra mafie. Camorra, Cosa nostra, ‘ndrangheta e mafie straniere. Tutte nello stesso calderone, tutte a rimandare inequivocabilmente al nostro paese. La lista delle attività che utilizzano il “mafia sounding” è estremamente lunga: in Belgio troviamo il ristorante italiano “I Mafiosi”, a Siviglia la “Trattoria Cosa Nostra” (pure ben recensita su TripAdvisor), in Brasile la trattoria “La Mafia” (con 4,5 stelle sul sito di recensioni) e in Argentina il ristorante “Arte de Mafia”. Su internet poi è possibile acquistare il libro di ricette “The mafia cookbook”, comprare caramelle sul portale www.candymafia.com o ricevere i consigli di mamamafiosa (www.mamamafiosa.com) con sottofondo musicale a tema. Lo scorso anno la Coldiretti ha lanciato l’allarme sottolineando come nel mondo il brand mafia nel settore alimentare costituisca un business miliardario ponendosi come una sorta di certificato d’eccellenza dell’origine italiana del prodotto.
Ma il “mafia sounding” non si esaurisce nel settore alimentare, dove pure trova la sua massima espansione. Dall’abbigliamento alle band musicali, la parola mafia (o simili) si possono trovare pressoché ovunque. Di tanto in tanto spunta un nuovo esempio e subito in Italia si infiamma il dibattito sulla legittimità di utilizzare una parola che racchiude un significato ed una storia così terribile con così tanta leggerezza. Ci infervoriamo contro quei paesi esteri che non conoscono la storia delle mafie italiane, che non conoscono il dolore che hanno provocato e chiediamo a gran voce in tutte le sedi che quelle attività cessino o che cambino marchio e stile. Ma mentre guardiamo l’estero, a volte sembriamo non accorgerci di come lo stesso fenomeno si ripeta quasi identico nel nostro paese.
Italia – Non sono infatti rari in Italia i casi in cui viene utilizzato il brand mafia, o parole e simboli ad esso connessi. L’intento, però, in questo caso sembra essere diverso: non più un modo per ricondurre un prodotto al nostro paese ma un modo per sottolineare il potere e il prestigio insito in quella simbologia. Così, ad esempio è emblematico il caso delle magliette con il volto di Felice Maniero, storico boss della Mala del Brenta, e la scritta “fasso rapine”. La linea di t-shirt qualche anno fa dal produttore e stilista Stefano Cigana aveva come obiettivo, secondo l’ideatore, quello di creare maglie con frasi simpatiche in dialetto. Poco importa se con quell’immagine e quella frase in dialetto si pubblicizzava uno dei più celebri criminali veneti di tutti i tempi. A differenza di quanto accade quando ad utilizzare il “mafia sounding” sono gli altri, però, il caso non fece troppo clamore, anzi. Quello che maggiormente si lamentò di quella maglietta, minacciando querele al produttore, fu proprio Felice Maniero infastidito dall’utilizzo non autorizzato del proprio volto. Le magliette in questione, dopo le proteste del boss del Brenta e di un manipolo di cittadini veneti, ebbero vita breve e vennero ritirate dal commercio. Lo stesso non può dirsi delle migliaia di gadget, statuine, magliette e chi più ne a più ne metta che ogni anno vengono vendute ai turisti che visitano la Sicilia con immagini de “il Padrino” o simbologia mafiosa in generale.
Quando poi il brand riguarda una mafia straniera, il dibattito scompare completamente. Nessuna levata di scudi, nessuna indignazione ne polemica, come se il caso non esistesse quando non riguarda noi. Da alcuni mesi, ad esempio, circola su Facebook la pagina di un nuovo marchio di abbigliamento: El Chapo – Milano. Magliette, felpe e scaldacollo che riportano il nome del più pericoloso narcotrafficante del Messico e come logo il teschio tipico delle celebrazioni del Giorno dei morti del paese centroamericano. Un marchio che sul proprio sito si autodefinisce “riconoscibile e potente” oltre che “sinonimo di carattere risoluto, di scelte da leader e di stile da vendere”. Riconoscibile e potente, proprio come lo è Joaquín Archivaldo Guzmán: signore della droga, ora detenuto negli USA, con un patrimonio stimato in 14 miliardi che ha messo in ginocchio uno stato intero. Così riconoscibile e potente da trasformare la propria prigionia negli anni ’90 in un covo dove organizzare incontri con i suoi associati e organizzare festini servito e riverito dalle guardie che dovrebbero controllarlo. Così risoluto da riuscire ad evadere da un carcere di massima sicurezza negli USA nel 2015. Così leader da aver causato, direttamente o indirettamente, la morte di quasi ventimila (18.143) persone in dieci anni nello stato di Sinaloa da lui controllato. Eppure dal 18 settembre, giorno in cui è stata lanciata la pagina Facebook e il sito, il suo nome è accostato a quello di una delle principali città italiane senza che nessuno se ne preoccupi. Dal 18 settembre è possibile acquistare prodotti con il brand “El Chapo” sul sito mentre nella home degli utenti di Facebook compaiono le inserzioni a pagamento della pagina social.
Viene spontaneo chiedersi perché l’utilizzo del termine mafia è condannato in modo unanime quando riguarda gli stranieri ma è sopportato quando si tratta di prodotti nostrani. Sarebbe bello vedere la stessa indignazione a cui abbiamo assistito in questi giorni per l’utilizzo del nome di Falcone e Borsellino in una pizzeria di Francoforte, o quella riservata al caso della catena spagnola di ristoranti, anche per i casi italiani. Perché il “mafia sounding” va condannato allo stesso modo in cui vanno condannate le organizzazioni criminali, italiane o straniere che siano. Si tratta di buon senso, di rispetto per chi ha dato la vita per combatterle e per chi la rischia per combatterle ogni giorno. Si tratta di negare un riconoscimento di potere e prestigio alle mafie ricordandoci che sono, ancora e sempre, solo “una montagna di merda”.
Questa mattina i carabinieri della capitale hanno condotto la seconda operazione anticamorra in pochi mesi. Tra gli arrestati spicca il nome di Michele Senese, detto ‘o Pazzo a causa delle perizio psichiatriche con cui ha evitato per decenni accuse e condanne. Ecco chi era il “capo indiscusso della capitale”.
La capitale si sveglia con il suono delle volanti che che attraversano la città semi deserta a sirene spiegate seguite dall’alto dagli elicotteri dei carabinieri. I militari dell’arma si spostano da un lato all’altro della città ed irrompono nelle abitazioni per portare a termine il secondo blitz anticamorra in pochi mesi dopo quello che nel luglio scorso aveva già colpito la famiglia Senese. Ancora una volta, in questa nuova operazione, nel mirino degli inquirenti ci sono gli interessi del clan che viene colpito al cuore con 28 arresti per soggetti ritenuti appartenenti ad un’organizzazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e, a vario titolo, di estorsione, detenzione e porto illegale di armi, lesioni personali gravissime, tentato omicidio, trasferimento fraudolento di valori, reati, per la maggior parte, aggravati dal metodo mafioso.
Tra le misure cautelari eseguite stamattina c’è anche quella nei confronti di Michele Senese, detto ‘o Pazzo per le numerose perizie psichiatriche con cui ha evitato per anni arresti e condanne. È lui il fulcro dell’organizzazione. È lui che dal carcere di Catanzaro, dove sta scontando una condanna quale mandante dell’omicidio del boss della Marranella Giuseppe Carlino, tesseva le fila di un cartello della droga divenuto egemone nella capitale. “A Roma comanda tutto lui. Senese è il capo indiscusso della capitale” dicevano di lui i suoi sodali e, a quanto pare, non avevano tutti i torti. Secondo gli inquirenti, infatti, sotto la guida di Senese avrebbero agito diversi gruppi criminali dediti al traffico e alla vendita di stupefacenti raccolti in un’organizzazione sovraordinata in grado di coordinare e controllare i sodalizi autonomi. In questo modo Michele ‘o Pazzo aveva il controllo quasi assoluto del narcotraffico e delle attività criminali che si svolgevano sul territorio romano. Sotto di lui operavano boss emergenti come Maurizio Monterisi che gestiva il traffico e le piazze nel quartiere di Tor Bella Monaca, o Domenico di Giovanni che insieme al figlio Ugo aveva il controllo dell’area tra Tuscolano e Cinecittà. E torna a comparire nelle carte degli inquirenti anche il nome di Fabrizio Piscitelli, l’ultras della Lazio noto come Diabolik ucciso in un agguato nell’agosto 2019. Secondo le indagini Piscitelli sarebbe stato parte integrante del cartello controllato da Senese e sarebbe stato a capo di una banda criminale dedita all’importazione e alla distribuzione di ingenti quantità di stupefacenti dal Sudamerica.
Quello di Michele Senese, però, non è certo un nome nuovo per le cronache romane. Nato nel 1957 ad Afragola, Senese arriva nella capitale negli anni ’80 come uomo di fiducia del clan Moccia con il compito di stanare e uccidere gli affiliati alla Nco di Cutolo che proprio su Roma voleva espandere i propri interessi. Ma ‘o pazzo non si limiterà a quello. Nel giro di pochi anni aumenta il suo potere e il suo prestigio diventando un pezzo da novanta della criminalità campana nella Capitale. Tra il 1987 e il 1990 importa hashish e cocaina dalla Spagna attraverso il clan Gallo di Torre Annunziata, tra il 1991 e il 1992 si allea con gli Abate di San Giorgio a Cremano e comincia a importare anche eroina dalla Turchia. Stringe rapporti con la malavita locale sugellando un’ascesa che a fine anni ’90 lo vede in una posizione egemone che lo pone tra le più importanti personalità criminali di Roma. Laurentino, Cinecittà, Tuscolano, Primavalle, Ostia, Torvaianica, Fiumicino, Ciampino, le piazze di spaccio dei principali quartieri della città eterna iniziano ad avere un unico fornitore in grado di controllare l’attività ovunque. L’ex enfant prodige di Afragola in meno di 20 anni ha conquistato Roma diventando “il capo indiscusso della Capitale”. Nel 2009, quando viene arrestato per la prima volta nell’ambito dell’operazione Orchidea, gli inquirenti tracciano di lui il ritratto di un personaggio in grado di comandare, organizzare, coordinare. Uno capace di fare da punto di riferimento per le altre forze criminali. Tornato libero per qualche anno, nel 2014 arriva la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Carlino, boss della Marranella ucciso nel 2001 sul lungomare di Torvaianica. Senese lo avrebbe ucciso per vendicare l’omicidio del fratello Gennaro ma questa volta nessuna perizia psichiatrica è riuscito a salvarlo. Ma l’arresto di Senese non ha fermato né il clan né tantomeno lui. Michele Senese ha infatti continuato a svolgere un ruolo di vertice dal carcere durante la detenzione organizzando le attività dei suoi sodali anche a distanza.
Nella notte è scattata l’operazione “Decimabis” con l’arresto di 40 appartenenti ai tre principali clan della “Società Foggiana”. Tra gli arrestati anche dipendenti del comune di Foggia il cui coinvolgimento ha gettato ombre inquietanti su una possibile infiltrazione più profonda della criminalità nell’amministrazione pubblica.
A Foggia e provincia va in scena una “generalizzata, pervasiva e sistematica pressione estorsiva nei confronti di imprenditori e commercianti”. In sostanza, secondo quanto rivelato dagli investigatori, non c’è settore economico che la mafia foggiana abbia risparmiato. Per questo motivo questa mattina centinaia di agenti di polizia e carabinieri hanno eseguito un provvedimento cautelare nei confronti di 40 indagati ritenuti appartenenti o contigui all’organizzazione mafiosa e responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, tentata estorsione, usura, turbativa d’asta e traffico di sostanze stupefacenti, tutti aggravati dal metodo mafioso. In manette sono finiti tra gli altri anche due esponenti apicali della società foggiana: i boss, appartenenti ai clan omonimi, Federico Trisciuoglio e Pasquale Moretti. L’indagine, denominata “Decimabis”, è scaturita dagli attentati di inizio anno ed è la prosecuzione dell’operazione “Decima Azione” conclusasi nel novembre 2018 con 30 arresti.
Con questa operazione le forze dell’ordine hanno colpito i tre clan più influenti del foggiano in grado negli ultimi mesi di imporre il proprio potere sul territorio: i clan Sinesi-Francavilla, Moretti-Pellegrino-Lanza e Trisciuoglio-Tolonese-Prencipe. Le tre famiglie secondo gli inquirenti avrebbero siglato una sorta di patto di non belligeranza per calmare le acque dopo gli arresti del 2018 spartendosi il territorio per massimizzare i profitti senza generare clamore. In questo modo avrebbero di fatto tenuto sotto scacco l’intera provincia foggiana imponendo il pizzo a imprenditori e commercianti senza risparmiare nessuno. Dalla ristorazione all’edilizia passando addirittura per il mercato settimanale di Foggia, tutte le attività economiche del territorio sarebbero costrette a sottostare alle estorsioni dei clan per non subire conseguenze. E chi si ribellava rifiutandosi di pagare vedeva la propria attività danneggiata come testimoniano le bombe esplose a ripetizione a inizio anno in tutta la provincia. “È emersa” si legge inoltre nell’ordinanza “l’esistenza di una lista contenente i nominativi degli imprenditori sottoposti ad estorsione, circostanza sintomatica di una vera e propria cappa di sopraffazioni e abusi in danno dei settori produttivi operanti nella città di Foggia”.
Pur se contrapposte da sempre per una questione di leadership interna, dunque, le tre “batterie” si sarebbero ritrovate unite nella condivisione degliinteressi economico-criminali, gestiti secondo schemi di tipo consociativo. Fondamentale per la ricostruzione delle attività e dei ruoli all’interno della società foggiana è stato il ruolo di tre collaboratori di giustizia che hanno spiegato agli inquirenti il funzionamento della mafia che, secondo le parole di Cafiero de Raho, è attualmente “il nemico numero uno dello stato”. Tra i collaboratori di giustizia, oltre ad Alfonso Capotosto e Carlo Verderosa che da ormai diverso tempo sono noti per le loro rivelazioni, è emerso per la prima volta il nome di Giuseppe Folliero la cui collaborazione dura da due anni ma è sempre stata tenuta nascosta proprio per garantire il buon esito di questa operazione. Proprio grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia gli inquirenti hanno potuto accertare l’infiltrazione della criminalità organizzata anche nell’amministrazione pubblica. In manette è infatti finito anche un dipendente del comune di foggia, in servizio all’Ufficio ‘Dichiarazione Morte Stato Civile’ e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, che avrebbe fornito ad esponenti della batteria Sinesi-Francavilla, i nomi delle persone decedute, funzionali al compimento di attività estorsive nei confronti delle agenzie funerarie. Un altro dipendente pubblico, poi, avrebbe fornito ai clan informazioni su bandi e appalti pubblici per favorire l’accesso dei clan ad importanti opere nel settore dell’edilizia.
Proprio il coinvolgimento di dipendenti pubblici collegati, in modo più o meno diretto, alla società foggiana ha portato il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia a prendere una posizione dura. Nicola Morra, infatti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’accesso al Comune di Foggia come strumento di verifica per accertare fino a che punto la presenza criminale sia permeata negli uffici pubblici e verificare se vi siano i presupposti per lo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. “Per dissipare qualsiasi ombra sul Comune di Foggia” ha detto Morra “chiedo che la ministra Lamorgese si attivi immediatamente così da poter dare risposte concrete ai cittadini foggiani che devono potersi fidare dello Stato cominciando dal proprio organo di amministrazione comunale”.
I nomi di tutti gli arrestati nell’operazione di oggi:
Federico Trisciuoglio nato a Foggia il 20.10.1953 Felice Direse nato a Foggia il 20.11. 1969 Gioacchino Frascolla nato a Foggia il 20.04.1985 Antonio Riccardo Augusto Frascolla detto ‘Antonello’ nato Foggia il 17.02.1990 Raffaele Palumbo nato a Foggia il 23.01.1984 Antonio Verderosa detto ‘Sciallett’ nato a Foggia il 26.05.1968 Marco Gelormini nato a Foggia il 10.04.1986 Ivan Narciso nato a Foggia il 08.06.1990 Michele Carosiello nato a Cerignola il 30.08.1980 Giusepep Perdonò nato a Foggia il 01.02.1988 Massimiliano Russo nato a Foggia il 11.06.1975 Michele Cannone nato a Foggia il 22.09.1970 Marco Salvatore Consalvo nato a Foggia il 16.08.1975 Michele Morelli detto ‘Pace e cui’ nato a Foggia il 08.06.1989 Savino Ariostini detto ‘Nino55’ nato a Foggia il 01.04.1969 Alessandro Aprile ‘Schiattamorti’ nato a Foggia il 27/02/1984 Francesco Tizzano nato a Foggia il 20.01.197 Antonio Salvatore detto ‘Lascia Lascia’ nato a Foggia il 26/02/1991 Francesco Pesante nato a Foggia il 04/01/1988 Ivan Emilio D’Amato nato a Foggia il 11/07/1973 Massimo Perdonò nato a ·Foggia il 11/09/1977 Ernesto Gatta nato a Foggia il 02.06.1974 Giusepep De Stefano nato a Foggia il 01.03.1982 Antonio Vincenzo Pellegrino detto ‘Capantica’ nato a Foggia il 13.06.1952 Antonio Miranda nato a Foggia il 05.09.195 Tommaso Alessandro D’Angelo nato a Foggia il 18.08.1985 Domenico Valentini nato a Foggia il 15.08.1972 Rocco Moretti nato a Foggia il 29.05.1997 Nicola Valletta nato a Cerignola il 03.07.1986 Leonardo Gesualdo detto il ‘Vavoso’ nato a Foggia il 28.06.1986 Pietro Stramacchio nato a Foggia il 06.09.1976 Pasquael Moretti nato a Foggia il 11.05.1977 Benito Palumbo nato a Foggia il 05.08.1987 Mario Clemente nato a Foggia il 12.08.1980 Adelio Pio Nardella nato a Foggia il 29.02.1966 Sergio Ragno nato a Foggia il 29.05.1977 Ciro Stanchi nato a Foggia il 14.12.1973 Giovanni Rollo nato a Foggia il 18.08.1987 Alessandro Alessandro nato a Foggia il 13.01.1979 Marco D’Adduzio nato a Foggia il 21.09.1968 (agli arresti domiciliari)
Nella relazione sul secondo semestre 2019, la Direzione Investigativa Antimafia si sofferma a lungo anche su quello che accadrà in futuro. Il coronavirus porterà grandi opportunità per la criminalità organizzata offrendo un doppio scenario in cui agire
Per la prima volta la Direzione Investigativa Antimafia va oltre il semplice riepilogo. Nella relazione sul secondo semestre del 2019, infatti, la DIA inserisce uno “Speciale Covid” di 16 pagine in cui analizza gli scenari possibili per la criminalità organizzata in tempo di pandemia. Nel capitolo vengono analizzati gli obiettivi a breve e lungo termine delle mafie italiane nel tentativo di comprendere le strategie con cui i clan tenteranno di trarre vantaggio dall’emergenza sanitaria globale. Un quadro ben poco incoraggiante che porta la DIA ad ipotizzare per la criminalità “prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”. Un contesto in cui le mafie si muoveranno su un doppio scenario: un primo di breve periodo incentrato sul rafforzamento del consenso sociale sul territorio e un secondo di lungo periodo in cui le cosche proveranno ad attuare strategie di espansione.
Al primo scenario stiamo assistendo in questi mesi con tutte le organizzazioni impegnate nel garantire forme di assistenzialismo a cittadini ed imprese in difficoltà. Attraverso il proprio potere e l’ampia disponibilità di capitali, i clan sono in grado di “porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Più rapida e spesso più efficiente dello stato, la mafia riesce in questo modo a consolidare il consenso sociale nei territori di tradizionale presenza mafiosa elargendo prestiti, sostenendo le imprese e i commercianti in difficoltà e supportando l’economia locale attraverso gli aiuti a titolari di attività commerciali. Forme di assistenzialismo che rappresentano secondo gli inquirenti “un vero e proprio investimento sul consenso sociale, che se da un lato fa crescere la “rispettabilità” del mafioso sul territorio, dall’altro genera un credito, da riscuotere, ad esempio, come “pacchetti di voti” in occasione di future elezioni.”. E se nel breve periodo l’interesse sarà posto principalmente sulle comunità locali, nel medio-lungo termine la criminalità organizzata proverà ad uscire dalle aree tradizionali per allungare i propri tentacoli su scala globale. “L’economia internazionale” si legge nella relazione “avrà bisogno di liquidità ed in questo le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”.
Sul piano dell’economia legale, dunque, la DIA evidenzia come la disponibilità di ingenti capitali e “la semplificazione delle procedure di affidamento, in molti casi legate a situazioni di necessità ed urgenza” potrebbero favorire l’infiltrazione criminale in diversi settori. In particolare investimenti importanti potrebbero arrivare nel cosiddetto “ciclo della sanità” ambito che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei clan, come dimostrano i commissariamenti delle Aziende Sanitarie di Reggio Calabria e Catanzaro, sia per le consistenti risorse che vengono destinate a quel settore sia per il controllo sociale che può garantire. In ambito sanitario la criminalità organizzata potrebbe provare a mettere le mani in particolare sulla produzione e distribuzione di dispositivi medici e di protezione e sullo smaltimento dei rifiuti speciali la cui produzione è aumentata a dismisura a seguito dell’emergenza. L’utilizzo più che raddoppiato di mascherine e altri dispositivi da smaltire come rifiuti speciali con conseguenti costi più elevati per ospedali e aziende. Facendo leva su costi più bassi la criminalità potrebbe infiltrarsi in quel business e smaltire in modo irregolare e con pesanti ripercussioni su ambiente e salute i rifiuti ospedalieri.
C’è poi un aspetto, non trascurabile, connesso all’alta mortalità dovuta al coronavirus, che ha imposto carichi di lavoro maggiori sia alle imprese di onoranze funebri che ai servizi cimiteriali. Nel primo caso sarà importante verificare, specie nei presidi ospedalieri dichiarati “COVID”, se vi siano imprese che sono state favorite più di altre. Per quanto riguarda i servizi cimiteriali è invece opportuno verificare se le cosche potranno, in qualche modo, incidere sulle decisioni delle amministrazioni comunali in merito alla gestione dei cimiteri, con particolare riferimento alle modifiche ai Piani Regolatori Cimiteriali e ai criteri di assegnazione delle concessioni. Di contro, il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona sono tra i settori che hanno più risentito del lockdown, e che faranno registrare una netta diminuzione del fatturato dovuta alla prospettiva di una stagione estiva difficile, per affrontare la quale, in molti casi, sono stati già fatti investimenti e ristrutturazioni immobiliari, i cui costi dovranno comunque essere sostenuti. Ne deriverà una diffusa mancanza di liquidità, che espone molti commercianti all’usura, con un conseguente rischio di impossessamento delle attività economiche con finalità di riciclaggio e di reimpiego dei capitali illeciti soprattutto per quel che riguarda alberghi, ristoranti e bar, bed & breakfast, case vacanze e attività simili.
Da sempre la criminalità organizzata ha saputo cogliere i cambiamenti nella società e nell’economia per sfruttarli a proprio vantaggio e trarne il massimo beneficio possibile. Dalla relazione della DIA sembra emergere come l’emergenza sanitaria in corso non rappresenti un’eccezione. Il lockdown e lo shock, economico e sociale, che ne è conseguito hanno di fatto ampliato quelle sacche di povertà e disagio sociale già esistente. Ecco allora che per la mafia si è venuto a creare un terreno fertile per il consolidamento delle mafie. Nei territori a tradizionale insediamento mafioso, quella Questione meridionale non solo mai risolta, ma per decenni nemmeno seriamente affrontata, “offre alle organizzazioni criminali da un lato la possibilità di esacerbare gli animi, dall’altro di porsi come welfare alternativo, come valido ed utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”. Offre dunque quel consenso sociale che permette alle mafie di consolidare il proprio potere e fare quel salto in una dimensione macro. Così rinvigorita dal nuovo consenso sempre più ampio, la criminalità riesce a rispondere alla paralisi economica che mette in ginocchio piccoli e medi imprenditori. Riesce a sfruttare ogni singola opportunità per infiltrare il mercato e l’economia legale. Noi non dobbiamo perdere l’occasione di impedirglielo. Prima che sia troppo tardi.
La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 resterà nella storia come il momento più buio della storia recente della Repubblica. A un anno da Capaci e via d’Amelio Cosa nostra colpisce con tre bombe a Milano e Roma facendo temere il colpo di stato.
Milano, 27 luglio 1993.
Alle ore 22.55 circa, una coppia di passanti ferma una pattuglia di Vigili urbani che percorre via Palestro. “Correte, esce del fumo da una macchina”. Gli agenti Alessandro Ferrari e Catia Cucchi scendono dall’auto e controllano la Fiat Uno targata MI7P2498 parcheggiata davanti al padiglione d’Arte Contemporanea. C’è molto fumo ma nessuna fiamma.
Alle 23.05, dopo la chiamata alla centrale da parte dei due vigili, arriva sul posto una squadra di vigili del fuoco. Il fumo continua ad uscire, ma di fiamme nemmeno l’ombra. I pompieri aprono il cofano e notano una scatola chiusa con dello scotch e dei fili che fuoriescono. Non ci sono dubbi. È una bomba.
Alle 23.14, mentre gli artificieri sono in arrivo, l’ordigno esplode. Perdono la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno e Moussafir Driss, cittadino marocchino che si trovava su una panchina nel parco di fronte.
A Milano quella notte è l’inferno. L’esplosione è così potente che rompe le tubature del gas facendole bruciare per tutta la notte mentre la facciata del Padiglione d’Arte Contemporanea collassa su sé stessa. I vigili del fuoco lavorano tutta la notte per spegnere le fiamme mentre le forze dell’ordine faticano a tenere la folla accorsa per vedere cosa stava accadendo. Passano pochi minuti e altre due bombe esplodono a Roma (vicino alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) senza fortunatamente causare vittime. È l’attacco di Cosa nostra allo stato. A Palazzo Chigi saltano le linee telefoniche e, per la prima volta nella storia, il Presidente del Consiglio rimane isolato. Un blackout totale delle comunicazioni durante il quale Ciampi non poté comunicare in alcun modo con i suoi collaboratori o con gli apparati di sicurezza. “Non ho paura a dirlo” dirà Ciampi successivamente “ebbi la sensazione che fossimo a un passo da un colpo di Stato.”
Non sappiamo cosa successe esattamente quella notte a Palazzo Chigi, e non sappiamo se quel colpo di stato fallì o non era previsto. Oggi, a 27 anni da quella notte, sappiamo però che la responsabilità di quelle bombe fu di Cosa nostra. Quei tre ordigni erano parte della strategia ordita dai clan corleonesi che a partire dal 1992 avevano alzato il tiro contro lo stato. Prima le stragi di Capaci e via d’Amelio, poi il fallito attentato a Maurizio Costanzo e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Un vero e proprio attacco frontale allo Stato con l’obiettivo di colpire uomini e luoghi simbolo del paese per provare a piegare le istituzioni ed indurle a quella che verrà ricordata come “Trattativa Stato-Mafia”. Il Servizio Centrale Operativo (SCO) il 9 agosto 1993 trametterà una nota inequivocabile alla Commissione Antimafia: “l’obiettivo della strategia delle bombe” si legge “sarebbe quello di giungere ad una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che attualmente affliggono l’organizzazione: il carcerario ed il pentitismo”. Una trattativa cercata ed alimentata a suon di esplosioni che ebbe come primo risultato la decisione del Ministro della Giustizia Giovanni Conso di non rinnovare 373 provvedimenti di 41 bis revocando così il carcere duro per altrettanti mafiosi.
“Messico e nuvole la faccia triste dell’America il vento insiste con l’armonica, che voglia di piangere ho” – Enzo Jannacci-
Il Messico si appresta a vivere i momenti più drammatici dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Con oltre 10.000 contagi, di cui oltre mille nella sola giornata di ieri, e quasi 1.000 vittime il paese sta infatti entrando nel pieno della crisi con prospettive di certo non rosee. “La diffusione del virus” ha detto nei giorni scorsi il ministro della salute Lopez “può essere così veloce da non consentire l’adattamento del sistema sanitario anche se stiamo attraversando il processo di riconversione”. Il governo centrale ha imposto, seguendo l’esempio del resto del mondo, condizioni severe disponendo la quarantena per i propri cittadini e sospendendo le attività non essenziali. Ma mentre l’intero paese si chiude in casa, c’è chi proprio ora esce allo scoperto: la criminalità organizzata.
Background – Il potere dei gruppi criminali messicani è cresciuto in maniera vertiginosa negli ultimi decenni del Novecento in modo parallelo alla crisi dei cartelli colombiani. Il declino dei principali concorrenti sulle rotte del narcotraffico ha infatti portato la criminalità messicana ad assumere un controllo quasi monopolistico dei flussi di cocaina verso gli Stati Uniti che ha generato un aumento non solo dei profitti ma anche e soprattutto del loro ruolo a livello internazionale. Se nei rapporti con l’esterno, questo potere ha portato a veri e propri accordi ed alleanze con i principali gruppi mafiosi sudamericani ed internazionali, ‘ndrangheta e Cosa nostra soprattutto, all’interno dei confini messicani ha prodotto profondi rapporti con la politica, l’economia, la società e la cultura messicana. Una penetrazione totale che ha interessato ogni ambito del tessuto sociale messicano tanto da indurre molti a reputare il Messico come un narco-stato.
Se fino agli anni ’90 si poteva individuare in messico la presenza di un solo gruppo criminale prevalente, il cartello di Gadalajara, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un processo di frammentazione. Attualmente nel paese operano almeno 9 cartelli principali ma si contano almeno un centinaio di gruppi criminali minori legati in vario modo ai principali gruppi di narcos. La frammentazione ha inevitabilmente portato ad un graduale aumento del conflitto tra i vari cartelli con un sempre più frequente uso della violenza per affermare il proprio potere sul territorio.
Violenza – Ed è proprio il carattere violento di queste organizzazioni ad emergere con dirompente chiarezza in questo periodo di crisi. Il governo federale e i funzionari statali stanno infatti concentrando i propri sforzi e le proprie risorse nella lotta al coronavirus lasciando di fatto ampio argine di manovra ai gruppi criminali che si trovano ad operare in un cono d’ombra mediatico-istituzionale che gli permette di agire con maggior libertà. Una maggior libertà che si è trasformata ben presto in un riacutizzarsi dello scontro tra i cartelli nel tentativo di ridisegnare gli equilibri e la geografia criminale aggredendo, spesso militarmente, i gruppi rivali. Una strategia frutto della brusca interruzione dei traffici di droga, in forte calo a causa delle restrizioni, che ha portato i cartelli a concentrarsi maggiormente su obiettivi “politici” provocando nel solo mese di marzo 2.585 omicidi, il numero più alto dall’inizio della raccolta dei dati nel 1997.
Caso emblematico è quanto accaduto nello stato di Guanajuato dove, a metà mese, si sono verificati violenti scontri tra il cartello locale di Santa Rosa de Lima, indebolito dalla repressione statale, e il rivale Jalisco New Generation. L’intervento statale in contrasto ai furti di carburante dagli oleodotti che attraversano lo stato del Messico centrale ha infatti indebolito in maniera significativa il cartello di Santa Rosa spingendo il gruppo rivale ad approfittare dell’emergenza sanitaria per provare a infliggergli il colpo di grazia e mettere le mani su un territorio particolarmente ambito proprio per la presenza di importanti attività criminali legate al carburante. Un episodio che rappresenta solo la punta di un iceberg molto più profondo fato di scontri e faide che stanno insanguinando l’intero paese.
Ma l’aumento della violenza non si sta manifestando solo negli scontri tra cartelli. Nel computo degli omicidi rientrano anche, purtroppo, vittime innocenti. Da Isaac Medardo Herrara Avilés, storico rappresentante legale di alcune comunità dello stato di Morelos ucciso nella piazza principale di Jiutepec, alla giornalista Maria Elena Ferral, raggiunta da otto colpi di arma da fuoco a Papantla. Un messaggio chiaro e determinato da parte dei cartelli: chi lotta e denuncia violenza, corruzione e forme di antistato, oggi, deve guardarsi da un doppio nemico. Il virus e i cartelli.
Aiuti – Il carattere di anti stato, o di potere parallelo a quello ufficiale, sta in questo periodo di crisi diventando sempre più evidente. Sfruttando la disperazione della gente e l’incapacità del governo di fornire assistenza e aiuti alle fasce più deboli della popolazione, i gruppi criminali stanno correndo in soccorso dei più poveri nelle periferie messicane. Distribuiscono cibo, portano aiuti sanitari, fanno la spesa e garantiscono aiuti economici al posto di uno stato colpevolmente assente. A Ciudad de Victoria, nello stato di Tamaulipas, il cartello del Golfo ha inviato i suoi uomini a bordo di lussuosi camion e pickup per distribuire cibo e aiuti. Le foto, pubblicate sui social come forma di propaganda, mostrano persone felici e sollevate con scatole di cartone piene di cibo e la scritta “il Cartello del Golfo a sostegno di Ciudad di Victoria”. Una dimostrazione di solidarietà e vicinanza, come se ne stanno vedendo a centinaia in tutto il paese, con cui i cartelli puntano a rafforzare il loro potere e radicamento sul territorio. Distribuendo aiuti i gruppi criminali puntano ad ottenere la riconoscenza della popolazione e di conseguenza una lealtà diffusa ed un appoggio totale. Così, alla fine della pandemia, i cittadini di Citta di Victoria e tutti quelli aiutati dai cartelli, saranno pienamente disponibili ad aiutare, coprire o difendere quel potere che si è dimostrato così disponibile ad alleviare le loro sofferenze nel momento più buio.
L’assenza dello stato, dunque, nelle aree più colpite dalla crisi economica sono colmate dai cartelli e dalla loro praticamente infinita disponibilità di capitali. Solo tra la metà di marzo e l’inizio di aprile, si stima che in Messico sono stati persi 346.000 posti di lavoro a cui si aggiunge oltre mezzo milione di lavoratori in nero che non compariranno mai nelle statistiche. Una desolazione economica diffusa che permette ai cartelli di agire su una fetta di popolazione abbandonata dallo stato e che non ha alternative se non accettare gli aiuti criminali. “Sappiamo chi sono e di cosa sono capaci” ha commentato un cittadino di Guadalajara dopo aver ritirato un pacco di alimento consegnato dalla famiglia del “Chapo” Guzman “ma non abbiamo alternative. Sono la soluzione meno negativa”. Una frase che racchiude il senso della situazione messicana. I gruppi criminali sono il meno peggio. Con uno stato che non riesce ad aiutare gli ultimi, a farlo è la criminalità organizzata con conseguenze che potrebbero essere devastanti. Tra qualche mese, quando la crisi sarà finita e il Messico tornerà alla normalità lo Stato avrà perso la fiducia dei propri cittadini, più disposti ad assecondare le richieste di quei criminali che sono corsi in loro soccorso che di un governo che li ha abbandonati. E allora sarà dura pensare di iniziare a combattere sul serio i cartelli. Sarà dura pensare di riaffermare il potere statale dove ora c’è un vuoto disarmante che solo i narcos riescono a colmare.
“Ricordati, Il mondo si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà.” -Intercettazione telefonica-
“Signora Merkel, non arretri!”. Titolava così il delirante articolo, comparso qualche giorno fa sull’edizione online del quotidiano tedesco “Die Welt”, in cui il giornalista Christoph Schiltz invitava la cancelliera tedesca a non cedere sugli eurobond. Secondo l’autore, infatti, concedere aiuti comunitari ai paesi in difficoltà rappresenterebbe uno spreco di denaro pubblico per la Germania, soprattutto se destinati all’Italia dove “la mafia sta aspettando solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”. Una frase che lascia attoniti davanti ad un tale esempio di rara aridità intellettuale e morale. Perché se è vero le mafie in Italia sono un problema e faranno di tutto per uscire rafforzate da questa emergenza, un giornalista che si rispetti dovrebbe anche sapere che il nostro paese ha la legislazione antimafia più avanzata al mondo. Un giornalista che si rispetti dovrebbe essere al corrente del fatto che i controlli antimafia che vengono fatti in Italia non sono secondi a quelli di nessun paese al mondo, nemmeno a quelli di Bruxelles invocati da Schiltz. Ma soprattutto un giornalista che si rispetti, a maggior ragione se tedesco, dovrebbe sapere che la Germania non è immune a tutto questo. Dovrebbe sapere che la mafia esiste anche a casa loro.
Duisburg – Nella città tedesca va in scena il 15 agosto 2007 l’ultimo atto della infinita faida di San Luca iniziata nel 1991 tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari. Una faida che ha visto un susseguirsi di morti e di regolamenti di conti, spesso perpetrati in occasione di ricorrenze religiose come estremo atto di sfida alla famiglia rivale rendendo di fatto un giorno di festa in un giorno di lutto. Proprio secondo questo schema, a riaccendere lo scontro tra le fazioni in lotta era stato l’omicidio di Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Nirta, avvenuto a San Luca il 25 dicembre 2006, in un agguato che aveva come obiettivo principale il boss calabrese. Le armi utilizzate in quell’occasione provenivano proprio dalla Germania, proprio da Duisburg. Un elemento che ha portato i Nirta-Strangio a prendere una decisione senza precedenti: spostare la faida a 2000 km di distanza e colpire i propri nemici nella città del Nordreno-Vestfalia.
Nella notte tra il 14 e il 15 agosto, davanti al ristorante “da Bruno”, a Duisburg, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco sei uomini di origine calabrese di età compresa tra i 16 e i 39 anni. I killer per accertarsi della loro morte colpirono una seconda volta a bruciapelo tutte le vittime. La matrice mafiosa della strage e chiara fin da subito ma il quadro per gli inquirenti tedeschi diventa ancor più chiaro, e inquietante, quando nelle tasche di Tommaso Venturi viene ritrovato un santino bruciato di San Michele Arcangelo. Nella pizzeria “da Bruno” quella notte, non si stava solo festeggiando il 18esimo compleanno di Tommaso. Quella notte da Bruno si era svolto il rito di affiliazione alla ‘ndrangheta del ragazzo.
“La strage di Duisburg è stata come un geyser.” scrisse la Commissione Parlamentare Antimafia nella sua relazione annuale sulla ‘ndrangheta “Uno zampillo ribollente e micidiale che da una fessura del suolo ha scagliato verso l’alto, finalmente visibile a tutti, il liquido miasmatico e pericolosissimo di una criminalità che partendo dalle profondità più remote della Calabria, si era da tempo diffusa ovunque nel sottosuolo oscuro della globalizzazione”. Quello che da tempo succedeva nell’ombra era ora visibile a tutti in tutta la sua drammaticità. La ‘ndrangheta era in Germania. Non vi era arrivata quel giorno, né nelle settimane precedenti. Silenziosa e letale si era infiltrata nel tessuto economico e sociale tedesco a tal punto da decidere di colpire proprio a Duisburg con una facilità tale da lasciar intendere una grande confidenza con il territorio. La Germania e l’Europa quella notte si accorsero che la mafia non era più un problema solo italiano. Era, ed è, un problema globale che non risparmia nessuno. Nemmeno la Germania.
Storia – La colonizzazione mafiosa della Germania sembra aver seguito lo stesso schema che ha portato la ‘ndrangheta nel nord Italia. Con un accordo siglato a Roma il 20 dicembre 1955, la Repubblica Federale Tedesca si impegnava a ridistribuire lavoratori italiani nei Lander occidentali del paese. Ebbe così inizio una fitta migrazione che dal sud Italia portò migliaia di persone nelle regioni più industrializzate del paese, soprattutto nel bacino della Ruhr. Una migrazione che, come accaduto per la colonizzazione del nord Italia, portò diversi soggetti legati alla criminalità organizzata a spostarsi e creò un terreno fertile per riprodurre modelli e tecniche già consolidate in patria. Si vennero a creare in Germania comunità di italiani che resero più semplice all’organizzazione calabrese, e non solo, rinsaldare quei legami di solidarietà e protezione con i propri corregionali costruendo la base per una infiltrazione profonda della società. Con il passare degli anni, grazie all’indifferenza delle istituzioni e all’inconsapevolezza della società civile, la ‘ndrangheta ha sfruttato ogni opportunità allungando i propri tentacoli anche sulla Germania orientale dopo la caduta del muro di Berlino.
Una presenza criminale che se da un lato non sembra esercitare un pieno controllo del territorio, nonostante la presenza di diverse locali, dall’altro sembra non interessarsene. In Germania, infatti, la ‘ndrangheta sembra voler applicare una strategia diversa, poco improntata ad una riproduzione totale del modello mafioso tradizionale ma più indirizzata verso interessi di carattere economico. Se mancano infatti rapporti con la politica e una presenza capillare sul territorio, è evidente come il paese abbia offerto alla criminalità organizzata opportunità di riciclaggio senza precedenti. Mantenendo un profilo basso, senza destare clamore a livello mediatico ed istituzionale con atti eclatanti, la ‘ndrangheta ha potuto operare lontana dai riflettori approfittando di una legislazione antimafia assente e di una noncuranza pressoché totale del fenomeno.
Una noncuranza divenuta evidente, e colpevole, proprio con i fatti di Duisburg. Una strage vera e propria con cui, per la prima volta, la ‘ndrangheta si espone e si manifesta in tutta la sua ferocia anche in Germania portando alla luce del sole una presenza radicata e forte anche nella prima potenza economica europea. Ma se nell’immediato Germania ed Europa se ne sono rese conto ed hanno attivato una stretta collaborazione con le autorità italiane per l’arresto dei responsabili della strage, subito dopo è calato nuovamente il silenzio. Quel silenzio di cui la ‘ndrangheta aveva bisogno per rafforzarsi ulteriormente. Lo stupore ed il clamore iniziali hanno lasciato spazio alla rimozione della società tedesca. L’immagine della Germania non poteva essere intaccata dalla presenza mafiosa. Era necessario dimenticare il più in fretta possibile i fatti di Duisburg, riportarli sotto una luce diversa e meno preoccupante. Così, non appena il processo venne spostato in Italia, la Germania spense i riflettori. La strage di Ferragosto divenne una questione tutta italiana, un problema tra famiglie calabresi che si era solo risolto sul territorio tedesco ma non interessava il paese. Così calò il silenzio su Duisburg. Calò il silenzio sulla presenza mafiosa in Germania. Così il paese perse la sua possibilità di reagire, di ribellarsi alla presenza mafiosa, e preferì fingere che quello che era successo non lo riguardasse. La Germania si voltò, colpevole, dall’altra parte lasciando campo libero alla criminalità organizzata. Lasciando che, anno dopo anno, anche la Germania divenisse Calabria.
“Sconfiggere le mafie è possibile, oltre a essere unanecessità vitale per l’equilibrio e lo sviluppo del Paese.Pio La Torre ha testimoniato che le mafie possono essere duramentecolpite ogni volta che si realizza una convergenza tra le forze positive della società” -Sergio Mattarella-
20 mila persone sfidano il freddo per marciare insieme a Foggia. Nella città teatro di un sanguinoso inizio 2020, con un omicidio e 5 attentati, è andata in scena #FoggiaLiberaFoggia, una manifestazione nazionale indetta da Libera per dire basta alla violenza mafiosa in un territorio sempre più assediato. È la “Quarta Mafia” e da ormai diverso tempo ha dichiarato guerra allo stato e vuole affermare il proprio potere nella zona anche, e soprattutto, attraverso omicidi ed intimidazioni.
I fatti – il 9 agosto 2017 la mafia foggiana ha mostrato tutta la sua forza e spietatezza. Un gruppo di fuoco armato di pistola, kalashnikov e fucile a canne mozze ha atteso sulla pedegarganica il presunto boss Mario Luciano Romito e suo cognato, Matteo De Palma. Al passaggio del maggiolone nero con a bordo i due uomini gli aggressori hanno aperto il fuoco contro la vettura uccidendoli entrambi sul colpo prima di inseguire e freddare Luigi e Aurelio Luciani che nulla centravano in quelle dinamiche ma che avevano visto la scena diventando testimoni scomodi. Un delitto, passato alle cronache come strage di San Marco in Lamis, che ha scosso Foggia e l’Intera Italia dimostrando come questa nuova formazione criminale non si faccia scrupoli ad usare la violenza. Una violenza brutale ed eccessiva consumata in pieno giorno a ridosso di una strada provinciale tra le più trafficate della zona. Una violenza che da quel giorno non si è mai fermata.
L’inizio del nuovo anno ha rappresentato in tal senso una conferma di quanto accaduto negli ultimi mesi del 2019. Da Capodanno ad oggi, in soli 11 giorni, tra Foggia e provincia si sono verificati 6 attentati dinamitardi e un omicidio in pieno stile mafioso. Il 31 dicembre un ordigno era esploso a ridosso della mezzanotte ad Apricena, a pochi chilometri da San Severo, devastando un centro estetico. Poche ore più tardi un’altra bomba aveva sventrato un bar a San Giovanni Rotondo mentre a Foggia, quasi in contemporanea, due locali sono stati dati alle fiamme. Poi l’omicidio di Roberto D’Angelo, commerciante d’auto, freddato da due killer in motorino mentre si trovava a bordo della sua 500. Una scia di sangue e paura che ha convinto molti, moltissimi cittadini, a scendere in piazza per dire basta. Basta alla mentalità mafiosa che sta impregnando il territorio, basta alle intimidazioni con cui si prova a far piegare la testa agli onesti, basta con la paura che la mafia vorrebbe coltivare in questa provincia. Quasi 20.000 persone sono scese in piazza in un lungo corteo per riprendersi la città che vivono e che amano. Una città che non può essere lasciata in mano a chi la vorrebbe distruggere.
Ma la grande mobilitazione cittadina non ha fermato i clan. Poche ore dopo la grande marcia, un nuovo attentato ha fatto sprofondare il foggiano nella paura. In quella che sembra essere una risposta alla manifestazione di Libera, nella notte una bomba è stata fatta esplodere davanti ad un negozio a Orta Nova. L’ordigno ha divelto la saracinesca, frantumato la vetrina e rovinato gli arredi interni. L’ennesima intimidazione ai danni di un commerciante e, allo stesso tempo, di una figura politica. Il negozio colpito è infatti di Marianna Borea, 38 anni, sorella di Paolo Borea presidente del Consiglio Comunale a cui, il 21 dicembre scorso, era stata bruciata l’auto nella notte.
Quarta Mafia – a seminare il panico in una provincia che, da sola, è grande quanto il Friuli-Venezia Giulia è la “Quarta Mafia”. Un’organizzazione criminale di cui poco si è sentito parlare ma che, grazie a questo silenzio, ha potuto agire indisturbata e acquisire forza e potere. Una mafia per certi versi ancora “acerba” che, a differenza delle tre organizzazioni storiche, sta cercando di affermare la propria presenza sul territorio a suon di attentati e intimidazioni. Un’organizzazione che, come riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia, ha imparato da Camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta riuscendo a “coniugare tradizione e modernità”. Le tre organizzazioni presenti sul territorio foggiano, società foggiana, mafia garganica e malavita cerignolana, stanno sempre più convergendo verso posizioni comuni stringendo accordi che possano favorire tutti gli attori coinvolti in un’ottica di pacificazione che possa permettere di agire in modo meno evidente.
Tra le tre, però, una posizione di assoluta centralità è svolta dalla mafia foggiana, divenuta fulcro della criminalità organizzata del territorio attraverso la progressiva espansione nei territori della provincia e la ricerca di convergenze finalizzate ad una gestione monopolistica delle attività illecite. Nella città di Foggia sono attive tre “batterie”, i clan della quarta mafia, che pur se fortemente ridimensionate dalle attività investigative e giudiziarie, restano particolarmente attive nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni, riuscendo a specializzarsi anche nel riciclaggio: I Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Le batterie sarebbero, secondo gli inquirenti, fortemente basate su legami familistici e ciò le renderebbe in un certo senso molto simili alle famiglie di ‘ndrangheta creando un forte legame di sangue tra i vari membri. Ma se per l’affermazione del potere sembra valere la regola del più forte, che ha spesso portato ad atti di violenza anche eclatanti, non mancano “patti federativi” con cui le tre batterie cercano di trovare sinergie e interessi comuni per gli affari principali. Nell’ultimo rapporto semestrale pubblicato, la DIA parla di “rapporti magmatici e contraddittori” tra le batterie le quali sarebbero in grado di far coesistere i rapporti conflittuali e gli accordi e la conduzione in comune di affari particolarmente rilevanti. In comune vi sarebbe anche la cassa in cui vengono depositati parte dei profitti delle tre batterie e la cosiddetta “lista delle estorsioni”, documento nel quale erano analiticamente registrate le persone sottoposte al racket.
L’area garganica è caratterizzata da una presenza di diversi gruppi criminali con una forte vocazione verticistica, basati essenzialmente su vincoli familiari, gerarchicamente non legati tra loro ma che attraverso una serie di antiche alleanze con le tre batterie foggiane hanno stabilito una sorta di equilibrio anche nel territorio del Gargano. Traffico di stupefacenti, atti predatori, estorsioni e riciclaggio caratterizzano pressoché tutti i gruppi dell’area che sembrano essere particolarmente legati alla società foggiana e dunque non pienamente liberi di agire in modo indipendente. I Li Bergolis, originari di Monte Sant’Angelo, operano in sinergia con altri sodalizi presenti nell’area del promontorio nonché con il clan foggiano Francavilla. Sono in conflitto con il clan Romito-Gentile di Manfredonia-Mattinata, che vanta, invece, rapporti con i clan Moretti e Trisciuoglio della Società foggiana, con la malavita di Cerignola e con gruppi del promontorio garganico, in particolare di Vieste e Monte Sant’Angelo. Proprio in questo contesto è maturata la strage di San Marco in Lamis, per cui sono stati arrestati come esecutori materiali due esponenti del clan Li Bergolis, che aveva dato il via ad una dura contrapposizione tra i due clan nel più ampio contesto della “faida di Vieste” portando ad una luga scia di sangue che aveva interessato tutta l’area nel primo semestre del 2018.
La malavita di Cerignola, invece, sembra essere molto strutturata ed in grado di controllare in modo capillare il proprio territorio. La criminalità cerignolana, rappresentata dai clan Piarulli e Di Tommaso (rinvigorito dalla scarcerazione di alcuni esponenti di peso), mantiene la propria vocazione verso i reati predatori realizzati con forme di pendolarismo. I gruppi di Cerignola sono negli anni anche divenuti punti di riferimento per le altre organizzazioni criminali nazionali sia nel sostegno delle latitanze, sia nelle attività di riciclaggio, grazie alla capacità di schermare efficacemente i profitti illeciti, anche mediante prestanome, in attività di ristorazione, nella filiera agroalimentare e nel commercio di carburante.
Reazione – Una presenza pervasiva e forte che, però, non viene messa all’angolo dai cittadini. Se infatti la grande marcia organizzata da Libera sembra essere stata una forte risposta al potere e alla violenza mafiosa, è anche evidente che fino ad oggi il territorio foggiano è stato in gran parte assoggettato in un clima di omertà diffusa. Nel 2018 è stata la provincia in Italia con il minor numero di denunce: appena 4 esposti all’autorità giudiziaria per usura e soli 179 per estorsione. Di certo numeri che non rispecchiano la realtà di un territorio in cui, tra il 2016 e il 2019, ci sono stati 67 tentati omicidi e 58 omicidi. Ma, questa volta, non si può puntare il dito contro lo Stato. Lo sforzo di istituzioni e forze dell’ordine è evidente e prezioso. Il piano straordinario integrato per la sicurezza pubblica, coordinato dal prefetto di Foggia Massimo Mariani, sta portando ad una stretta sulla criminalità foggiana e all’arresto di diversi esponenti apicali della “Quarta Mafia” che ha subito un duro colpo e sembra ora essere nel pieno di un riassestamento interno.
La marcia di Libera, dunque, deve essere un punto di inizio. Deve essere l’inizio di una presa di coscienza da parte dei cittadini. L’inizio di una resistenza civile alla criminalità che vorrebbe ergersi ad anti stato e governare con intimidazioni e violenza il territorio foggiano. Serve una presenza più attenta dei cittadini, una maggior collaborazione on quelle forze dell’ordine che, anche a fronte di gravi perdite, stanno facendo ogni sforzo possibile per arginare un fenomeno criminale inaccettabile per un paese civile e democratico.