Da Johnson a Trump:guida all’impeachment

“Then conquer we must, when our cause it is just,
And this be our motto: “In God is our trust.”
And the star-spangled banner in triumph shall wave
O’er the land of the free and the home of the brave!”


“È un assalto al partito Repubblicano!”. Ma l’attacco, più che al partito, sembra proprio indirizzato a lui. Donald Trump, da mercoledì, è ufficialmente in stato di accusa dopo che la camera ha approvato con 230 voti contro 197 la mozione per aprire la procedura di impeachment nei confronti del presidente. Trump sarà così il terzo presidente americano ad essere giudicato dal senato dopo Johnson e Clinton rispettivamente nel 1868 e nel 1998.

Impeachment – L’impeachment, o messa in stato di accusa, è una procedura prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti per destituire i funzionari governativi che sono accusati di “tradimento, corruzione, altri crimini gravi e illeciti”. Non solo il presidente, dunque, ma anche il vicepresidente, i funzionari amministrativi e i giudici federali possono essere messi in stato di accusa. Nei circa 240 anni di storia degli Stati Uniti la procedura di impeachment è stata aperta 19 volte: 15 volte contro giudici federali, una volta contro un segretario di gabinetto, una volta contro un senatore e due volte contro un presidente.

La procedura per la messa in stato di accusa inizia alla Camera dei Rappresentanti su proposta di un membro della stessa presentando un elenco delle accuse sotto giuramento. Proprio la Camera dei Rappresentanti ricopre un ruolo chiave dunque nella procedura per l’impeachment ed è riconosciuta dalla Costituzione (Articolo I, Sezione 2, Clausola 5) come unica titolare del diritto di avviare tale procedura. Una volta mosse le accuse formali nei confronti del funzionario, la risoluzione deve essere votata dalla maggioranza semplice (50%+1). Se la mozione viene approvata il funzionario in questione è ufficialmente in stato di accusa ed il procedimento passa al senato dove si svolge un vero e proprio processo con ciascuna delle parti che ha il diritto di chiamare testimoni ed eseguire esami incrociati. I senatori, dopo aver prestato giuramento per garantire un approccio onesto e diligente al caso, ascoltano le accuse e le motivazioni della difesa per poi votare in privato le incriminazioni. Se i 2/3 dei senatori votano a favore della condanna, il funzionario in stato di accusa decade immediatamente dal proprio incarico senza possibilità di ricorrere né di chiedere la grazia presidenziale.

Precedenti – La prima volta che un presidente statunitense venne messo in stato di accusa era il 24 febbraio 1868. Protagonista della vicenda fu il democratico Andrew Johnson, che subentrò a Lincoln dopo il suo omicidio diventando il diciassettesimo presidente degli Stati Uniti. Nei primi anni della sua presidenza cercò di favorire un rapido ristabilimento degli Stati secessionisti in seno all’Unione a seguito della guerra civile appena conclusasi. Ma il suo percorso di ricostruzione trovò un ostacolo nel Segretario alla Guerra Edwin Stanton che tentò di ostacolare la politica presidenziale volta a favorire quanto più possibile la crescita degli stati del sud rispetto a quelli del nord. Fu proprio la figura di Stanton ad essere al centro dello scandalo che coinvolse il presidente. Il 5 agosto 1967, mentre i lavori del Senato erano in pausa, Johnson chiese formalmente le dimissioni del Segretario alla Guerra e, dopo il suo rifiuto, lo sospese in via temporanea in attesa di una nuova riunione del Senato. Riunitosi nuovamente il 4 gennaio 1968, il Congresso a maggioranza repubblicana disapprovò la decisione del Presidente e con 35 voti contro 16 rifiutò di ratificare la sospensione di Stanton. La decisione di Johnson di forzare ulteriormente la mano nominando, nonostante il voto sfavorevole, Thomas come nuovo Segretario alla Guerra scatenò la reazione del congresso che si appellò al “Tenure of Office Act”. La legge, approvata l’anno prima dal parlamento, limitava nettamente i poteri del presidente prevedendo espressamente il divieto di rimuovere dall’incarico i titolari di uffici federali durante la pausa dei lavori congressuali senza consultarlo. Accusato di abuso di potere per aver intenzionalmente violato la legge, Johnson fu incriminato dalla camera che con 128 voti contro 47 aprì ufficialmente la procedura per l’impeachment. Ma il processo, iniziato il 6 marzo e durato 3 mesi, si concluse con un risultato imprevedibile: il senatore repubblicano del Kansas Edmund G. Ross decise di non seguire la linea del suo partito e votò contro la condanna. Grazie alla sua defezione, infatti, non si raggiunse per un solo voto la maggioranza dei 2/3 necessaria per destituire il presidente e Johnson rimase in carica fino alla fine del suo mandato.

130 dopo Johnson alla sbarra finì il 42° presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton. Eletto per il secondo mandato presidenziale nel 1997, il 19 dicembre 1998 venne messo in stato d’accusa dalla Camera dei Rappresentanti che lo incriminò per spergiuro e ostruzione alla giustizia. Le accuse, mosse dal Procuratore indipendente Ken Starr e presentate al congresso dal Comitato Giudiziario della Camera, riguardavano in particolare la sua relazione extraconiugale con Monica Lewinski, stagista 22enne della Casa Bianca. Lo scandalo, conosciuto come “Sexgate”, travolse l’amministrazione Clinton ed ebbe una portata mondiale ma si concluse nuovamente con un nulla di fatto. Nel processo iniziato il 22 gennaio 1999 Clinton era rappresentato dallo studio legale Williams & Connolly di Washington i cui legali, per 21 giorni, difesero il presidente smontando udienza dopo udienza le accuse dei senatori. Il 12 febbraio dello stesso anno il senato fu chiamato a votare definitivamente per la rimozione del presidente: su 67 voti necessari, solo 50 votarono per la condanna per il reato di ostruzione della giustizia, mentre per il reato di falsa testimonianza solo 45 per la condanna.

Ma se Johnson e Clinton sono gli unici due presidenti a essere stati messi ufficialmente sotto accusa, c’è un terzo caso di “quasi impeachment”. Nel 1974 era infatti toccato al presidente Repubblicano Nixon affrontare le accuse del Parlamento e dell’opinione pubblica per il cosiddetto scandalo del “Watergate”. Il caso, risalente al 1972, riguardava i fatti accaduti nel Watergate Complex, sede del Comitato elettorale del Partito Democratico. Il 17 giugno 1972 5 uomini, Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis, furono arrestati per essersi intrufolati negli uffici ma le indagini successive rivelarono complicità ed interessi inimmaginabili. Quello che inizialmente venne definito dall’addetto stampa di Nixon come un “furto di terz’ordine” si rivelò uno dei più importanti casi di spionaggio nella storia delle elezioni americane. Dalle indagini emersero infatti collegamenti con varie sfere del Partito Repubblicano, fino ad arrivare alla Casa Bianca, ed il tentativo da parte di alti funzionari di insabbiare il caso. Con una nuova campagna elettorale all’orizzonte, Nixon avrebbe infatti ordito un piano per spiare ed indebolire l’opposizione politica per avvantaggiarsi nella competizione elettorale. L’8 agosto 1974, davanti al Congresso riunitosi per votare la messa in stato di accusa, Nixon pronunciò il discorso che ne sancì le dimissioni sottraendosi così al procedimento di impeachment.

Trump – Per Donald Trump, invece, la procedura si è già aperta. Il voto della camera ha ufficialmente messo in stato di accusa il Presidente avviando così per la terza volta nella storia il procedimento contro la massima autorità politica statunitense. Secondo l’accusa, Trump avrebbe esercitato pressioni nei confronti del presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché la magistratura di Kiev riaprisse un’indagine per corruzione a carico del figlio di Joe Biden, il candidato democratico favorito per sfidare il tycoon alle presidenziali del 2020. Per sollecitare una nuova inchiesta, Trump avrebbe persino minacciato Zelensky di bloccare un pacchetto di aiuti di 400 milioni di dollari stanziati per il paese europeo. “Si parla tanto del figlio di Biden, e di Biden che ha bloccato l’inchiesta” avrebbe detto il presidente statunitense in una telefonata al collega ucraino “siamo in tanti a volerne sapere di più, perciò tutto quello che Lei potrà fare con il procuratore generale sarà molto apprezzato. Biden se ne andava in giro a vantarsi di aver bloccato l’inchiesta, perciò se Lei può darci un’occhiata…”. Una telefonata, datata 25 luglio e rivelata da un informatore anonimo, a cui avrebbero fatto seguito le pressioni sull’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Gordon Sondland, affinché seguisse la vicenda e verificasse che fosse dato seguito alle richieste.

La linea difensiva del presidente si baserà molto probabilmente sulle tesi sostenute in questi mesi davanti all’opinione pubblica. Secondo i Repubblicani, infatti, Trump si sarebbe interessato al caso perché preoccupato per la crescente corruzione in Ucraina e la sua decisione di fornire fondi solo in caso di processo non aveva alcuna finalità politica contro Biden ma si sarebbe trattata di una garanzia per il corretto utilizzo dei 400 milioni. Una tesi che, evidentemente non ha mai convinto i Democratici che lo hanno formalmente messo sotto accusa con 230 voti contro 197. L’incognita ora riguarda però i tempi del processo. La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, al termine del voto ha infatti affermato che aspetterà a inviare gli atti dell’impeachment al Senato finché non ci saranno garanzie “per un processo giusto”. Un gesto che appare come una chiara risposta al Senatore Mitch McConnell, che coordinerà il processo di impeachment da qui in poi, il quale qualche settimana fa aveva rilasciato una dichiarazione sconcertante e pericolosa per il proseguo del processo. “Io non sarò imparziale per niente, lavorerò in completo coordinamento con la Casa Bianca” aveva affermato McConnel rifiutando la richiesta dei Democritici di interrogare i funzionari che si sono rifiutati di testimoniare durante l’inchiesta alla camera, come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton e Mick Mulvaney, il capo dello staff del presidente. Il processo dovrebbe con ogni probabilità iniziare a gennaio e, stando ai numeri, potrebbe concludersi con un nulla di fatto. I senatori dovrebbero infatti votare secondo le linee dettate dal partito di appartenenza e la maggioranza Repubblicana in Senato (53 seggi contro 47) dovrebbe garantire a Trump l’assoluzione.

Ora non resta che aspettare dunque ma il processo al senato potrebbe consegnare a Trump una vittoria politica importante in vista delle elezioni del prossimo anno. Con il Partito Democratico nel pieno del dibattito per le primarie di inizio anno, l’assoluzione del presidente repubblicano rischia di essere una sconfitta bruciante per i democratici in un momento in cui tutte le loro divisioni saranno alla luce del sole. Mentre per Trump sembra essere una manna dal cielo. Un’opportunità servitagli su un piatto d’argento dai sui stessi avversari per compattare la sua base elettorale contro i democratici verso le Presidenziali del 2020.

Daphne Caruana Galizia: il caso che scuote Malta

“Vorrei solo poter vivere la mia vita senza dovermi svegliarepensando a quali complotti stia tramando il Partito Laburista.La gente è stanca, con le loro squallide decisioni hanno creato un clima terribile.C’è solo la sensazione che nulla vada per il verso giusto.Non sono libera di dire altro per il momento.Se lo fossi, vi assicuro che lo farei”
-Daphne Caruana Galizia, 22 febbraio 2016-


Malta, La Valletta, 2 dicembre 2019. Decine di migliaia di manifestanti assediano il parlamento e bloccano le uscite costringendo i deputati e il premier Joseph Muscat a barricarsi all’interno. Per oltre due ore i maltesi tengono in ostaggio i propri governanti impedendogli di uscire. È la rabbia di un popolo stanco di corruzione e criminalità politica. Un popolo che da tempo sa quello che sta emergendo solo in questi giorni. Ci son voluti due anni per svelare le complicità indicibili che hanno portato alla morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Ma ora, due anni dopo l’autobomba che le tolse per sempre la voce, il vaso di pandora è stato scoperchiato e il governo trema sotto i colpi dei giudici e dei propri cittadini.

Le inchieste – “Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata”. Rimarrà per sempre questa l’ultima frase scritta da Daphne Caruana Galizia sul suo blog “Running Commentary”, al termine di un articolo sul capo di gabinetto Schembri. Erano le 14.35 del 16 ottobre 2017, pochi minuti dopo, alle 14.48, una bomba sventrò la sua auto togliendo per sempre la voce a quella che il Times of Malta definì “la giornalista più controversa della storia di Malta”. Corruzione, riciclaggio, evasione fiscale, criminalità politica. Per oltre 30 anni Daphne non ha fatto un passo indietro sulla strada per la verità, ha continuato a raccontare e denunciare quello che a Malta non funzionava. Non ha indietreggiato di un millimetro nemmeno davanti alle intimidazioni, più o meno esplicite, di cui era vittima: dalla scritta “se le parole sono perle, il silenzio vale di più” apparsa su un muro davanti a casa sua, al rogo della sua macchina dopo un’inchiesta sulla corruzione nel paese. Perché le minacce di morte e l’astio, mai troppo velato, di politici ed imprenditori non le hanno mai impedito di gridare al mondo la verità.

La verità l’ha detta anche negli ultimi anni. A partire dal 2016, Daphne si è occupata infatti dei cosiddetti “Malta Files” un filone dei più famosi “Panama Papers”, le informazioni riservate su 214.000 società offshore fatte trapelare dallo studio legale ‘Mossack Fonseca’. Con le sue inchieste stava mettendo sotto accusa l’intero sistema politico maltese. Già dal febbraio 2016 aveva denunciato il coinvolgimento di due esponenti di spicco del governo presieduto dal premier Joseph Muscat: il ministro del turismo Konrad Mizzi e il capo di Gabinetto Keith Schembri. I due, secondo le inchieste della giornalista, avevano aperto società offshore a Panama attraverso dei trust neozelandesi creati appositamente per agire indisturbati nel paradiso fiscale del centroamerica. Le sue inchieste, sempre più solide e dettagliate, la portarono al termine di quell’anno ad essere inserita dal quotidiano americano ‘Politico’ tra le 28 persone che avrebbero scosso l’Europa l’anno successivo. E così fu. Nell’aprile del 2017 emerse infatti dalle sue indagini un nome ancora più pesante: Joseph Muscat. Secondo le fonti in possesso della giornalista la moglie del primo ministro maltese sarebbe risultata titolare di un’altra società offshore con sede a Panama attraverso cui, lei e il marito, avrebbero ricevuto fondi da diverse personalità tra cui quasi un milione di dollari dalla figlia del presidente dell’Azerbaijan. Se non scosse l’Europa, sicuramente scosse Malta provocando un terremoto politico che portò alle dimissioni di Muscat e ad elezioni anticipate, vinte nuovamente dal Leader Laburista.

Ma a un certo punto dalle indagini di Daphne emerse un nome che, per lungo tempo, rimarrà avvolto nel mistero. Si tratta della società ‘17Black’ con sede a Dubai e riconducibile ancora una volta a Mizzi e Schembri. La connessione tra i politici e la società è evidente, Daphne lo sa. Ma fino al giorno della sua morte non riuscirà a trovare prove decisive per dimostrarlo, come non riuscirà a trovare nulla né sulle finalità né sul cosiddetto “ultimate beneficial owner”, il beneficiario finale, il proprietario dei capitali depositati e movimentati. La “17Black” rimarrà un’entità oscura, un mistero che Daphne non riuscì mai a svelare.

Daphne Project – Ma la forza dell’esplosione che ha tolto la voce a Daphne, ha prodotto un effetto dirompente che forse nessuno si sarebbe aspettato. 45 giornalisti di 18 testate internazionali hanno dato vita al “Daphne Project”, un progetto editoriale nato con l’obiettivo di continuare le inchieste iniziate da Daphne. E proprio dal “Daphne Project” è arrivata una svolta nel caso della società di Dubai. Se nell’aprile del 2018 venne documentato, per la prima volta, il legame tra i politici maltesi e la “17Black” il momento più significativo si ebbe nel novembre scorso. Due fonti diverse, ritenute altamente affidabili, citarono un rapporto della “Financial Intelligence Analysis Unit”, l’Agenzia di controllo antiriciclaggio maltese, facendo emergere per la prima volta il nome di quel “ultimate beneficial owner” a lungo cercato da Daphne: Yorgen Fenech. Amministratore delegato di una delle maggiori società immobiliari dell’isola, Fenech era proprietario e titolare del potere di firma della “17 Black” oltre che socio del gruppo che, nel 2013, vinse la concessione con cui il neoeletto governo laburista maltese affidò la costruzione della nuova centrale a gas di Malta. Si sarebbe dunque creato un sistema politico imprenditoriale fatto di corruzione e favori in cui esponenti di spicco del governo e imprenditori locali mobilitavano somme enormi di denaro da e verso società fittizie in paradisi fiscali per nascondere i reati commessi in patria. Secondo una fonte del “Daphne Project”, nel 2015 sul conto della “17Black” negli Emirati sarebbero transitati circa 10 milioni di euro spostati rapidamente verso altri fonti lasciando una giacenza attiva e depositata pari a 2 milioni. Ma se la “Noor Bank”, presso cui era aperto il conto della società, si è accorta delle irregolarità ed ha bloccato il conto nell’ottobre del 2018, lo stesso non hanno fatto gli inquirenti.

Le indagini – Le indagini sulla morte della giornalista, infatti, sono andate avanti a rilento. Se gli esecutori materiali del delitto, i fratelli George e Alfred Degiorgio e il loro amico Vincent Muscat (omonimo del presidente ma senza legami di parentela), erano stati arrestati già nei mesi successivi sull’identità dei mandanti nulla si è mosso per diverso tempo. Le implicazioni politiche hanno infatti rappresentato un enorme problema rallentando le indagini. Se da un lato Mizzi e Schembri si dicevano pubblicamente pronti a collaborare per dimostrare la loro innocenza, dall’altro hanno cercato di ostacolare gli inquirenti in ogni modo attraverso cavilli procedurali. Sulla vicenda si era espresso anche il Consiglio d’Europa che aveva criticato duramente le autorità di Malta per non essere riuscite a garantire indagini indipendenti ed efficaci sul caso, e per chiedere al governo di aprire un’indagine per trovare il mandante. Dopo due anni di indagini a vuoto e con le pressioni sempre crescenti da parte sia della popolazione locale sia della comunità internazionale il primo ministro Muscat ha dovuto cedere affidando l’indagine, nel settembre di quest’anno, al giudice Michael Malla. Da quel momento è arrivata una svolta inattesa e, per certi versi, insperata.

Dopo un mese di lavoro, Malla ha fatto arrestare il tassista Melvin Theuma considerato l’intermediario che ha fatto da tramite tra il mandante e gli esecutori materiali. Quello che sembrava un piccolo passo verso la verità, ha invece innescato una cascata di eventi che hanno provocato un vero e proprio terremoto politico istituzionale sull’isola. Theuma ha infatti iniziato a collaborare con gli inquirenti ed ha fatto un nome noto e pesantissimo: Yorgen Fenech. Sarebbe stato proprio l’imprenditore a commissionare, per 150mila euro, l’omicidio di Daphne ai tre sicari per fermare le inchieste sulla “17Black”, la società utilizzata per elargire tangenti ai politici locali nella vicenda delle concessioni per la realizzazione della centrale elettrica. Un filo rosso che parte da Dubai, passa da panama e finisce dritto nel parlamento maltese dove, secondo Fenech, vi sarebbero le vere menti dietro la morte della giornalista. Come Theuma, infatti, anche l’imprenditore ha deciso di collaborare ed ha pronunciato quei nomi che, da sempre collegati alla vicenda, non erano mai stati messi nero su bianco. Konrad Mizzi e Keith Schembri. Le parole di Fenech mettono sotto accusa i due fedelissimi di Muscat, non solo per l’omicidio di Daphne ma anche per diversi episodi di corruzione. A nulla sono valse questa volta le loro dichiarazioni di innocenza. Nessun discorso sull’estraneità al caso ha potuto salvarli da questa ennesima accusa su cui ora, con due anni di ritardo, sta indagando la polizia maltese.

Il castello di carta sta iniziando a crollare. Il governo è sotto accusa e la popolazione da alcune settimane scende in piazza praticamente ogni giorno. Stanca della corruzione e del marcio della politica, la cittadinanza ha iniziato una dura contestazione contro i propri governanti chiedendo le dimissioni del Primo Ministro Muscat che avrebbe, secondo i manifestanti, “le mani sporche di sangue”. Dopo anni di silenzi, complicità e depistaggi il vaso di pandora è stato scoperchiato ed ora trema tutta la politica maltese. Mentre Muscat prende tempo, annunciando che si dimetterà il 12 gennaio, la rabbia esplode in tutta l’isola. Shock, disgusto e assenza di fiducia alimentano la paura di un popolo che ora teme il proprio governo. Perché come scrive il “Times of Malta” in un editoriale di qualche giorno fa:

“È qualcosa che va fermato.Non si tratta più dei legami tra politica e imprenditori, si tratta di legami tra politica e criminali.Le proteste devono continuare.

Uiguri: storia di una repressione millenaria

“Nessuna esitazione, amici, la mia aspirazione rimane alta,
non tirerò giù le maniche che mi sono rimboccato per la lotta.
Il coraggioso giardiniere non lascerà appassire il suo giardino prima del tempo,
Né trascurerà la sua cura facendo morire il nostro fiore.”
-Lutpulla Mutellip-


“Ciao ragazzi. Ora vi insegno come allungare le vostre ciglia. La prima cosa è mettere le ciglia nel piegaciglia. Poi lo mettete giù e usate il vostro telefono, proprio quello che state usando ora, e cercate di capire cosa sta succedendo in Cina nei campi di concentramento dei musulmani”. Inizia così il video pubblicato da Feroza Aziz su Tik Tok per denunciare le violenze sugli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. Fingendo, a inizio e fine video, un tutorial di make-up la 17enne americana ha eluso la censura dell’app cinese ed ha spiegato ai suoi follower come nel paese asiatico si stia consumando “un nuovo olocausto”. Un video diventato presto virale e ricondiviso milioni di volte su tutti i social cha ha acceso un riflettore importante su un fenomeno spesso taciuto. Mentre Pechino prova a mascherarli come “campi di addestramento volontario” appare sempre più chiaro agli occhi della comunità internazionale come nello Xinjiang sia in atto un tentativo di rieducazione forzata della minoranza uigura di tradizione musulmana.

Gli Uiguri – Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di religione islamica che abitano prevalentemente la regione dello Xinjiang nell’ovest della Cina. Se nella regione si registra la presenza di circa 8,5 milioni di uiguri (46% della popolazione totale della regione), l’etnia è diffusa in maniera minore anche in Kazakistan, Kirghizistan, Turchia ed Unione Europea dove, secondo un censimento del 2014, vivrebbero circa 50 mila soggetti legati alla tradizione uigura. Si tratta di un’etnia antica la cui presenza nell’area risalirebbe addirittura al II secolo a.C. si oppose all’espansione dell’impero Han nella zona. Nel 1760, sotto la dinastia Quing, la regione dello Xinjang venne annessa ufficialmente ai territori dell’impero cinese che iniziò ad amministrarla in ottica centralista rifiutando sin da subito le richieste di autonomia dell’etnia islamica. La loro integrazione nella realtà cinese è sempre stata lenta e difficile essendo molto legati alla loro religione e alla loro cultura tradizionale, gli Uiguri si sentono infatti più vicini alle popolazioni dell’Asia centrale che ai loro connazionali Han, l’altra minoranza islamica fortemente legata alla Cina. Ben presto iniziarono dunque le pretese di autonomia e le aspirazioni separatiste sempre represse dalle autorità cinesi.

Aspirazioni che si sono concretizzate, per breve tempo, in due occasioni: nel 1933 e nel 1944. In quegli anni, infatti, gli Uiguri diedero vita ad un duplice tentativo di fondare la tanto sognata “Repubblica del Turkestan orientale”. Se il primo tentativo fu di breve durata e si concluse dopo qualche mese con la repressione cinese, il secondo tentativo fu più durevole. Nel 1940, visto il legame forte tra i due popoli, gli Uiguri ottennero dall’Unione Sovietica assistenza nel creare il “Comitato per la liberazione del popolo turco” che avrebbe dovuto coordinare una ribellione nello Xinjiang per l’indipendenza dalla Cina che iniziò nel novembre del 1944. Le truppe uigure combatterono contro quelle cinesi per diverse settimane assaltando ed occupando la città di Kulja fino al 15 novembre quando venne dichiarata ufficialmente la nascita della “Repubblica del Turkestan orientale”. Nata sotto la protezione sovietica, la repubblica dovette ben presto rinunciare al potente alleato che nell’agosto del 1945 siglò con la Cina un patto di amicizia ed alleanza che di fatto negò il supporto agli uiguri. Nella regione venne istituito un governo di coalizione con rappresentanti del governo cinese, della minoranza uigura e di quella han. Rimasta ormai solo sulla carta, la Repubblica del Turkestan venne ricondotta sotto il controllo cinese nel settembre del 1949 con la guerra civile che diede un forte impulso centralista rifiutando forme di autonomia come quella sognata dagli Uiguri.

La storia – La questione uigura è tornatadi strettissima attualità nel 2009. Tra il 25 e il 26 giugno di quell’anno due uiguri furono uccisi dalle forze dell’ordine durante scontri scoppiati a Shaoguan tra la minoranza turcofona e gli Han. Scesi in piazza pochi giorni dopo nella città di Ürümqi, capoluogo dello Xinjiang, gli uiguri si fronteggiarono per giorni con la polizia e gli han dando vita alla “Rivolta del luglio 2009”. Secondo le fonti ufficiali cinesi il bilancio finale sarebbe stato di 197 persone morte, 1721 ferite e di diversi veicoli ed edifici distrutti. Un bilancio che sembra essere solamente parziale e che è sempre stato contestato da associazioni per i diritti umani come “Human Rights Watch” che ha sempre denunciato le violenze subite dagli Uiguri in quei giorni documentando almeno 73 casi di persone scomparse nei rastrellamenti della polizia. La regione, da quel momento, è diventata una delle aree più sorvegliate al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Controlli indiscriminati e pervasivi che sono degenerati sempre di più fino a raggiungere un livello inimmaginabile.

A partire dal 2014, come riportato da uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica “Jamestown Foundation”, sono stati creati dei centri di detenzione che sarebbero equiparabili a veri e propri campi di concentramento. Secondo alcuni testimoni, infatti, sarebbe in atto una vera e propria persecuzione con migliaia di uiguri arrestati arbitrariamente e rinchiusi in strutture detentive sorvegliate 24 ore su 24. Abdusalam Muhemet, ex detenuto intervistato dal “New York Times”, venne arrestato a 41 anni per aver recitato ad un funerale un passo del corano, altri testimoni parlano di persone arrestate per aver indossato una maglietta riconducibile all’islam o aver fatto visita a parenti all’estero. Una volta arrestati sarebbero sottoposti a una sorta di rieducazione forzata con cui le autorità cinesi stanno provando ad eliminare la tradizione uigura ed uniformarla a quella cinese eradicando di fatto la religione islamica considerata pericolosa e deviante. Una rieducazione condotta attraverso torture che vanno dall’isolamento al waterboarding passando per tecniche invasive di privazione del sonno. Accuse sempre respinte dalla Cina che, grazie all’inaccessibilità delle strutture, nasconde quanto accade all’interno e parla di detenzioni preventive per estremisti religiosi e di operazioni di “addestramento volontario” della popolazione uigura. Una posizione, quella cinese, che sta dividendo la comunità internazionale. Se da una parte  23 paesi tra cui Regno Unito , Germania , Francia , Spagna , Canada , Giappone , Australia e Stati Uniti hanno firmato una lettera congiunta alle Nazioni Unite chiedendo la chiusura dei campi, dall’altra più di 50 paesi hanno elogiato all’UNHCR i “notevoli risultati della Cina nello Xinjiang”. Per la gioia del governo cinese.

Xinjiang Papers – Ma il governo cinese, ora, non può più nascondersi. In quella che è stata definita come “la più grande fuga di notizie nella storia della Cina, il “New York Times” ha pubblicato 400 pagine di documenti che riportano le attività cinesi nella regione. Forniti da un funzionario cinese che, ovviamente, preferisce rimanere anonimo, i “Xinjiang Papers” sarebbero costituiti da una mole immensa di documenti riservati e discorsi rilasciati in occasioni riservate dal presidente Xi Jinping e da altri alti funzionari del partito.

Emergerebbe un piano partito direttamente dal presidente e gestito dai vertici del partito che prevede una “lotta totale e senza alcuna pietà contro terrorismo, infiltrazioni e tentativi di separatismo”. Ma se nei discorsi pubblici Xi Jinping si mostra più aperto e propenso ad una mediazione pacifica con gli Uiguri, nelle trascrizioni di conversazioni private appare estremamente deciso e cinico. Critica duramente il legame con la religione della minoraza turcofona e sprona i sui uomini a mettere in atto una “trasformazione” del popolo uiguro per contrastare il terrorismo. Una trasformazione da attuare in parte con strumenti tecnologici, dall’altra con tecniche già collaudate dalla polizia cinese come gli interrogatori forzati di amici e parenti. Ma se il passaggio sul presidente risulta estremamente importante perché dimostra un suo coinvolgimento diretto sempre negato finora da Pechino, i passaggi più drammatici sono quelli che riguardano altri due funzionari: Quanguo e Wang.

Quanguo venne mandato nello Xinjiang nel 2016 e sotto il suo controllo si assistette ad una stretta repressiva senza precedenti. Secondo quanto riportato dai documenti trapelati, nel febbraio 2017 avrebbe radunato le truppe cinesi in una vasta piazza di Urumqi ed avrebbe tenuto un discorso in cui chiedeva ai suoi uomini di prepararsi ad “un offensiva devastante e distruttiva” per le settimane successive. Un’offensiva che, a tutti gli effetti, ci fu per davvero: vennero infatti eseguiti nella regione arresti di massa con migliaia di uiguri che in poche settimane finirono chiusi nelle prigioni dello Xinjiang. Sotto la guida di Quanguo la regione venne minilitarizzata e le libertà degli uiguri represse ad ogni livello secondo la concezione del funzionario che interpreta l’operazione nella regione come “una guerra di offesa prolungata e determinata per la salvaguardia della stabilità”.

Ma se Quanguo mostra il volto spietato della Cina, Wang rappresenta quello più umano. Se pubblicamente, infatti, appoggiava totalmente la politica del governo centrale nei sui discorsi privati emerge più fragile e meno convinto. Dovendo sottostare agli ordini di Pechino, Wang fece costruire “due nuove strutture di detenzione tentacolari stipando lì oltre 20.000 persone” ed aumentò drasticamente i fondi per le forze di sicurezza raddoppiando le spese per posti di blocco e impianti di sorveglianza. Ma ogniqualvolta ne avesse l’occasione, Wang chiese ai vertici del partito e ai colleghi della regione di affrontare la questione uigura in modo differente: “propose” stando a quanto riporta il New York Times “di ammorbidire le politiche religiose del partito, dichiarando che non c’era nulla di sbagliato nell’avere un Corano in casa e incoraggiare i funzionari del partito a leggerlo per comprendere meglio le tradizioni uigure”. Nei sui piani vi era infatti una politica di sviluppo economico della regione che, secondo lui, avrebbe fatto il bene dell’intera Cina ma era resa impossibile dalla detenzione degli uomini in età lavorativa. Una voce fuori dal coro che, inevitabilmente, venne presto messa a tacere con l’arresto. E non fu l’unico: secondo i dati che emergono dai documenti, nel 2017, “il partito ha aperto oltre 12.000 indagini sui membri del partito nello Xinjiang per infrazioni nella lotta contro il separatismo”.

Una storia che va avanti dunque da quasi un secolo. Una storia fatta di repressione e neagazione dell’autodeterminazione per il popolo Uiguro. Un popolo ricco di storia e tradizioni tramandate da migliaia di anni e rimaste intatte. Come i testi del poeta uiguro Lutpulla Mutellip la cui tomba è stata distrutta, insieme a molte altre, per lasciar spazio ad un parco zoologico per famiglie. Un ultimo, disperato tentativo di cancellare le radici di un popolo che non può e non vuole lasciarsi calpestare. Non può e non vuole restare sotto il controllo di una potenza che ne tarpa le ali e i sogni. Perché come scriveva Mutillup:

“Nel profondo oceano dell’amore sono un’onda,
Come potrei soddisfare la mia sete da un piccolo stagno?”

Questo non è amore

A chi trova se stesso nel proprio coraggio
A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio
A chi lotta da sempre e sopporta il dolore,
Qui nessuno è diverso, nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero
Perché niente finisce quando vivi davvero.
A chi resta da solo, abbracciato al silenzio
A chi dona l’amore che ha dentro
-Fiorella Mannoia-


 
 
L’Italia non è un paese per donne, lo dicono i numeri. Dal 2000 ad oggi sono state oltre 3.200 le vittime di femminicidio in Italia, 94 solamente nei primi 10 mesi di quest’anno: ogni 72 ore, nel nostro paese, una donna viene uccisa in contesti familiari o amorosi. Ma il femminicidio non è che l’immagine più drastica e drammatica di un fenomeno più ampio e sommerso fatto di abusi e prepotenze. Si tratta di una vera e propria emergenza che coinvolge tutto il paese, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
 
Non è amore – La Polizia di Stato ha pubblicato il rapporto “Questo non è amore” con cui dal 2016, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, diffonde i dati relativi alla violenza di genere in Italia. Dati che non sono per nulla incoraggianti e che confermano una situazione estremamente grave: ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza, una ogni 15 minuti. Dati agghiaccianti che lasciano basiti e attoniti, incapaci di capirne il motivo. Un vero e proprio bollettino di guerra in cui, nel 61% dei casi, il carnefice è l’ex partner della vittima. E mentre la politica grida all’invasione e alla violenza portata dagli stranieri, i dati diffusi dalla polizia tracciano un quadro totalmente diverso dalla retorica elettorale: il 74% delle violenze è fatta da uomini italiani, nati e cresciuti nel nostro paese. Una realtà dunque ben diversa da quella sbandierata ai fini del consenso da qualche politico in perenne campagna elettorale, una realtà che va presa seriamente e compresa a fondo per poterla contrastare.
 
Oltre alle violenze, però, c’è anche un gesto ancora più estremo. L’espressione femminicidio, coniata di recente per eliminare il termine “omicidio passionale” che quasi giustificava l’aggressore, può essere attribuita ai soli casi di commissione di un atto criminale estremo che porti all’omicidio, perpetrato in danno della donna “in ragione proprio del suo genere”. Negli ultimi 10 anni, infatti, i casi di femminicidio sono rimasti pressoché stabili ma quello che sembrerebbe essere un dato positivo diventa ancor più sinistro a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento. Come per le violenze, anche nel caso estremo del femminicidio il responsabile è la persona che dice di amare. Nel 60% dei casi l’omicidio è commesso dal partner o dall’ex partner, uomini con un’idea malata di amore accecati da una gelosia incontrollabili ed incapaci di accettare le decisioni prese dalla partner.
 
Ma in quello che appare come un quadro sempre più drammatico e preoccupante arriva, da questi dati, un piccolo barlume di speranza. Una nuova consapevolezza e determinazione delle donne. Una maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia nel denunciare quanto accaduto. Crescono infatti le donne che hanno il coraggio e la forza di dire basta alle violenze e di denunciare i loro carnefici alle forze dell’ordine.
 
Codice rosso – Una nuova forza che deriva, probabilmente, anche dalla presa di posizione del legislatore nel nostro paese.  A partire dal 1996 sono stati numerosi, infatti, gli interventi legislativi in materia di violenza di genere volti a contrastare quello che è un problema “per le donne” ma non può rimanere solo un problema “delle donne”. Se inizialmente la fattispecie di reato comprendeva principalmente la violenza sessuale, l’evoluzione normativa ha seguito con qualche ritardo l’evoluzione del fenomeno fino ad arrivare ad una legge articolata e più complessa che include le varie sfaccettature del fenomeno. Nell’agosto di quest’anno si è giunti, con 197 sì e 47 astenuti, all’approvazione della legge 69/2019, la cosiddetta legge “Codice Rosso”, che prevede importanti modifiche ed inasprimenti di pena.
 
Tra le novità più importanti, è previsto una velocizzazione per l’avvio del procedimento penale per alcuni reati tra cui i maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale, con l’effetto che saranno adottati più celermente eventuali provvedimenti di protezione delle vittime. La legge prevede, infatti, che i pubblici ministeri ascoltino chi ha presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in famiglia entro massimo tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, che avviene nel momento stesso in cui una persona si presenta alla polizia. Se i magistrati dovessero confermare le violenze hanno la possibilità di condannare il responsabile a una pena detentiva tra i tre e i sette anni con la possibilità di aumentare del 50% la pena se il reato viene compiuto in presenza di un bambino, un disabile o se l’aggressione è stata armata.
 
Con la nuova legge sono inoltre state aggiunte 4 fattispecie di reato. La prima, e più innovativa, è quella che riguarda il cosiddetto “revenge porn”, ovvero la pubblicazione e diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta. Un meccanismo crudele che spesso scatta dopo una rottura provocando inestimabili danni all’altro soggetto, solitamente donna. Come è accaduto nel caso, tristemente noto, di Tiziana Cantone, ragazza napoletana che si tolse la vita nel 2016 dopo che il proprio ex fidanzato aveva diffuso online un filmato privato a sfondo sessuale che la ritraeva. Le pene sono, anche in questo caso, severe e prevedono la reclusione per un minimo di un anno fino a un massimo di 6. Il legislatore ha inoltre previsto ammende anche per chi contribuisca alla diffusione del video ricaricandolo o condividendolo ed un aumento della pena se il responsabile è il coniuge o l’ex partner. Proprio la mamma di Tiziana aveva accolto entusiasta questa modifica del codice: “mi piace pensare” aveva detto “che Tiziana in questo momento ovunque si trovi stia sorridendo”.
 
Tra le altre innovazioni introdotte con il “codice rosso” vi è la previsione di pene severe per chi sfregia una persona sul viso deformandone l’aspetto come nei casi, purtroppo noti alle cronache, di aggressioni con l’acido. Se la vittima sopravvive all’aggressione, il responsabile può essere punito con la reclusione da 8 a quattordici anni. Se la vittima dovesse perdere la vita, invece, la pena è l’ergastolo. Una posizione forte e decisa quella del governo su questo tema che però ha sollevato alcune perplessità tra cui quella di Lucia Annibali. La donna, sfregiata con l’acido su ordine del compagno e ora deputata del gruppo “Italia Viva”, ha lamentato i limiti di questo provvedimento: “sul piano della tecnica normativa” ha commentato in un’intervista “sembra si dica che alcuni tipi di lesioni sono più importanti di altri che magari hanno una eco mediatica inferiore e dunque vengono considerati meno rilevanti”.
 
25 novembre – La violenza di genere è, con interventi più o meno riusciti, sempre più al centro del dibattito politico e mediatico e, allo stesso modo, deve essere un tema centrale per l’intera società. Dal 1999 le Nazioni Unite hanno istituito per il 25 novembre la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” nel tentativo di sensibilizzare e formare i cittadini di tutto il mondo al rispetto di ogni donna. Una ricorrenza di cui, oggi più che mai, abbiamo bisogno. Una ricorrenza che, però, non può finire il 25 novembre ma deve necessariamente continuare anche nei 364 giorni successivi. La violenza sulle donne è infatti una piaga profondissima e più che mai attuale della nostra società e non può bastare la solidarietà di un giorno a fermarla. Serve una piena e profonda presa di coscienza del fenomeno, una vera e propria rivoluzione culturale che tolga per sempre dalla testa di qualche “uomo” la sua superiorità rispetto alla partner. Ben vengano certo le panchine rosse in memoria delle vittime, ben vengano i cortei e i flash mob, ben vengano le mostre e tutte le altre iniziative che in questi giorni riempiono l’Italia. Ma non possiamo permetterci di ridurre il tutto ad una solidarietà a gettone. Una solidarietà da attivare solo in occasione di una ricorrenza e poi riporre in un cassettino della nostra mente in attesa del 25 novembre successivo o di un fatto di cronaca eclatante. Facciamo di questo 25 novembre una base su cui costruire il futuro di questo paese. Un futuro in cui nessuno debba più subire violenze per il suo essere donna. Perché sia ogni giorno il 25 novembre. Fino a quando, finalmente, non ci sarà più bisogno di un altro 25 novembre.

Leader a caccia di like: la politica ai tempi dei social


“Scegli Facebook, Twitter, Snapchat, Instagram e mille altri modi
per vomitare la tua bile contro persone mai incontrate.
Scegli di aggiornare il tuo profilo, dì al mondo cos’hai mangiato a
colazione,spera che a qualcuno da qualche parte freghi qualcosa.”
-T2 Trainspotting-


 
Che la politica si evolva inseguendo e sfruttando i nuovi media non è certo una novità, come non è una novità che in questa corsa alla colonizzazione dei nuovi mezzi di informazione qualcuno sia più svelto degli altri a capirli e a saperli usare a proprio vantaggio. Il primo fenomeno social, se così si può definire, fu addirittura Franklin Delano Roosevelt. Era il 1933 e il trentaduesimo presidente degli Stati Uniti riuscì a sfruttare come nessuno mai aveva fatto prima la radio come strumento politico e di propaganda. Le sue “Fireside Chat” (chiacchiere dal caminetto) lo fecero entrare nelle case degli americani a cui, in modo informale, spiegò le sue politiche e le decisioni prese anche nei momenti più drammatici. Le sue capacità comunicative e la sua capacità di infondere sicurezza anche durante le fasi più critiche della sua presidenza ne fecero aumentare in modo esponenziale la popolarità. Oggi, a quasi 90 anni dal primo discorso dal caminetto, la presenza politica sui social è asfissiante ma, seppur con toni profondamente diversi, è ancora finalizzata al consenso.
 
I numeri – I media, però, bisogna saperli usare altrimenti si rischia di ottenere l’effetto opposto. In Italia la caccia all’elettorato si fa sui social con politici influencer che sembrano cercare i like più dei voti. A farla da padrone è, senza dubbio, il centro-destra che proprio dai social sta traendo una forza politica impressionante. Ma se la presenza della Lega è cosa nota, con il leader del carroccio Matteo Salvini che da tempo spopola su Facebook, le recenti analisi di “YouTrend” evidenziano una crescita importante per l’alleato Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni è, secondo i dati diffusi dal sito, la politica italiana ad aver avuto la maggior crescita dalla nascita del governo “Conte II” ad oggi. Uno stile comunicativo semplice, efficace e che punta alla pancia dell’elettorato di riferimento sono stati fattori di successo della leader di quello che, ad oggi, si attesta come il secondo partito per il centrodestra. “Il governo dell’inciucio”, “il governo più anti italiano della storia”, inviti a scendere in piazza ed evocazione delle urne. È semplice, lineare e coerente nella sua opposizione al governo sia esso gialloverde o giallorosso. Per questo piace. Piace sui social e piace, anzi piacerebbe, alle urne: alla crescita su Facebook infatti è corrisposta una crescita, più o meno proporzionale nel consenso che è passato dal 6,9% di settembre al 9,5% attuale (dati SWG).

 

 
La segue a ruota Matteo Salvini cresciuto dall’inizio del Conte bis sia sul web (+14% di follower) che nei sondaggi (+ 1%).  Il nuovo ruolo di guida dell’opposizione ha dato al leader del carroccio l’opportunità, sia di rafforzare la comunicazione su vecchi temi come sicurezza e immigrazione, sia di cavalcare l’onda delle critiche al “governo delle poltrone”, come lo definisce sui suoi profili. Per numero di post pubblicati, però, Salvini non è secondo a nessuno e con una media di 19 al giorno (la Meloni è seconda con 9) punta a saturare la scena ed essere onnipresente, pubblicando aggiornamenti ininterrotti su ogni aspetto della sua vita pubblica e privata. Una copertura 24 ore su 24 portata avanti grazie ad un team di 35 esperti digitali che curano ogni dettaglio della presenza social del leader Leghista ben consapevoli di come anche abbracciare un ulivo possa portare voti. È, in tal senso, l’emblema della politica che attraverso i social cerca di abbassarsi al livello dell’elettorato. Lo dimostrano le parole usate sapientemente e mai a caso nei post, quell’“amici” tipico del leader leghista è infatti la parola più ripetuta (313 volte in 1181 post) a testimonianza di come Salvini punti sul rafforzare una sorta di legame anche affettivo tra i suoi elettori e la sua immagine. Una strategia di abbassamento della politica per provare a risultare il più vicino e simile possibile al proprio elettorato, per mostrarsi empatico e lanciare un messaggio chiaro: sono come voi, dunque vi capisco meglio di altri.
 
Ma se le opposizioni crescono, gli alleati di governo calano. Di Maio e Conte, massimi esponenti dell’area a cinque stelle, sono gli unici due leader politici ad aver perso follower dall’inizio del “Conte II”. Quasi 24mila in meno per il Ministro degli Esteri, guida politica del Movimento, e circa 6mila persi dal Presidente del Consiglio. Un calo sostanzioso, come sostanziosa è anche la perdita dei voti secondo i sondaggi: quasi 6 i punti percentuali persi passando dal 21,4% di settembre al 15,8% attuale. Mentre per Conte la perdita di follower può essere fisiologica e legata alla fine del governo precedente e al cambio di alleanza, Di Maio sembra pagare l’abbandono di uno dei temi fondanti della sua comunicazione. L’alleanza di governo con il PD, infatti, impedisce al leader 5 stelle di scagliarsi contro quello che era stato il bersaglio principale della sua presenza social. Se un tempo tuonava scagliandosi contro “il partito di Bibbiano” ora ha abbassato i toni rientrando in una cornice più istituzionale senza però riuscire a trovare temi precisi. Come fatica a trovare contenuti chiave e messaggi precisi, sui social come sulla scena politica, Nicola Zingaretti che cresce di poco sui social (+5mila follower) ma cala nei sondaggi (-2,5%). Il leader del centrosinistra è l’unico, dunque, che cresce da una parte ma cala dall’altra come a raffigurare la confusione che regna nella sua area di riferimento.

 

 
I contenuti – Ma dietro i numeri ci sono, ovviamente, persone. E se l’analisi del traffico generato dai politici può essere utile per misurarne il gradimento, l’analisi delle attività dei follower può invece fornire un identikit dell’elettore tipo dei vari leader. In una recente ricerca Matteo Flora, docente di “Corporate Reputation e Storytelling” presso la Facoltà di Economia dell’Università di Pavia, ha provato ad analizzare i contenuti condivisi dai follower dei principali capi politici. Obiettivo della ricerca era analizzare la correlazione tra diffusione di fake news ed elettori di alcune forze politiche piuttosto che altre. La correlazione però, sembra essere più debole del previsto. Un elemento critico però sembra emergere chiaramente: tra i primi 30 siti di informazione condivisi vi sono due siti che producono disinformazione. Si tratta di Voxnews, gestito da uno xenofobo e suprematista bianco italiano, e ImolaOggi che avrebbero una diffusione social maggiore rispetto a quotidiani nazionali come “la Stampa” o “il Giornale”. Quel che sorprende ancor di più e rende critica la situazione è che la condivisone di questi contenuti non è un’esclusiva dei follower di Salvini e Meloni. Pur essendo i due leader del centrodestra quelli con i seguaci più attivi nella pubblicazione di contenuti da questi siti, si riscontra un’attività simile anche nei follower degli altri leader anche se con numeri nettamente minori (115 mila le condivisioni dei follower di Salvini contro le 6mila di quelli di Zingaretti). Ciò rende trasversale e non polarizzato un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante.

 

 
Dati altrettanto preoccupanti arrivano anche dall’analisi dei contenuti esteri da cui emerge chiaramente una prevalenza, questa vota assoluta, dei follower del centrodestra. In pima posizione si trova il sito di estrema destra Breitbart condiviso quasi esclusivamente dai seguaci di Salvini così come accade per i siti russi Sputnik e RT e per il sito complottista e filo trumpiano “The Gateway Pundit” secondo solo a YouTube per numero di condivisioni da parte di follower leghisti. La tendenza a condividere contenuti stranieri sembra sottolineare una diffidenza da parte degli elettori dei quell’area politica nei confronti del giornalismo italiano, costantemente attaccato e denigrato dei leader politici di riferimento. Ed infatti la diffusione dei quotidiani italiani è appannaggio dei follower del centrosinistra (se così si può definire) e spicca la presenza de “la Repubblica”, primo tra i contenuti condivisi dai seguaci di Zingaretti e Cirinnà, secondo tra quelli di Renzi, Boldrini e Conte.
 
Una costante però, sia a destra che a “sinistra”, emerge chiaramente. Nei primi due posti tra i contenuti condivisi c’è, per tutti e 8 i politici considerati dalla ricerca, YouTube. La presenza del portale video più famoso al mondo evidenzia una preferenza chiara da parte dei seguaci di tutte le forze politiche per i contenuti prodotti direttamente dall’utente in una sorta di giornalismo diretto e senza filtri che rimbalza da un soggetto all’altro.
 
 

 

Tik Tok – Proprio a proposito di video, musicali in questo caso, Matteo Salvini è sbarcato su Tik Tok. È il primo politico italiano a sbarcare sulla nuova piazza virtuale che tanto piace agli under 18. Un social network nato per i millennials che permette di condividere brevi video aggiungendo musica, effetti sonori e filtri. È l’assalto di Salvini ai giovanissimi, a quei sedicenni a cui vorrebbe dare il voto e a tutti quelli che tra un anno o due saranno maggiorenni e potranno votare per davvero. Nel social che crea tormentoni, dove spopola il remix delle urla della Meloni in “io sono Giorgia”, Salvini punta a lasciare da parte i contenuti per fare dell’intrattenimento lo strumento principale per raggiungere i giovanissimi e “convertirli” alla sua causa. Come inizio, certo, poteva andare meglio. Pochi i follower e tante le critiche da parte di quei millennials che vogliono proteggere la loro nuova piattaforma dalle incursioni della politica. ma c’è anche chi, un po’ scherzando, gli promette voto: “se inizia a fare balletti a cadenza settimanale” ha scritto qualcuno “giuro che appena ne avrò l’età voterò per te e per la lega.” Non resta che aspettare, chissà che un giorno ci troveremo il leader leghista a ballare su una base trap. Tanto il trend sembra proprio quello. Come conferma il tormentone della Meloni, nel bene o nel male, l’importante è che se ne parli. E se ne canti.

 

Il punto su Hong Kong

Il movimento, nato pacifico, sta diventando sempre più violento e radicale in risposta agli abusi della polizia. Il ritiro della legge sull’estradizione non ha placato le proteste che da ventiquattro settimane scuotono l’ex colonia britannica e gli Hongkongers non sembrano intenzionati a fare passi indietro mentre lo spettro di una nuova Tienanmen incombe.
9 giugno 2019. A tre giorni dalla discussione in parlamento della legge sull’estradizione voluta dalla governatrice Carrie Lam, il ‘Fronte per i diritti umani’ convoca una marcia di 3km per esprimere il proprio disappunto sul provvedimento. La manifestazione è un successo. Oltre un milione di persone si riversa per le strade di Hong Kong sfilando pacificamente da Victoria Park fino al LegCo, il palazzo governativo. È l’inzio di un movimento di protesta che, da quel momento, non si è più fermato arrivando alla 24° settimana consecutiva di proteste. Un movimento nato pacifico, trasversale ed immenso in grado di portare in piazza due milioni di persone (due volte la popolazione totale di Napoli, per intenderci) nel pomeriggio del 16 giugno. Un movimento che, però, con il passare delle settimane è diventato sempre più violento e deciso e di conseguenza meno partecipato e condiviso da chi quella violenza l’ha sempre rifiutata.
Con il passare delle settimane sono cambiate anche le richieste dei manifestanti al governo. L’Extradition Bill, la controversa legge che aveva dato il via alle manifestazioni, è stata prima sospesa e poi ritirata definitivamente dalla governatrice Carrie Lam. Un gesto di debolezza da parte della Chief Eecutive che, oltre ad averne minato in parte la credibilità agli occhi di Pechino, non ha sortito l’effetto sperato. Le proteste infatti non si sono fermate e i manifestanti hanno ribadito con forza lo slogan che li accompagna da ormai 6 mesi: “5 demands, not one less”. Cinque domande. Cinque richieste al governo e nessuna intenzione di rinunciare a nessuna di queste: il ritiro, già ottenuto della legge sull’estradizione; il rilascio di tutti i manifestanti arrestati; le dimissioni di Carrie Lam; il suffragio universale per l’elezione del consiglio legislativo e dello Chief Executive; l’istituzione di una commissione indipendente sulle violenze della polizia.
Proprio la polizia è infatti finita in questi mesi al centro delle polemiche. La repressione messa in atto dalle forze dell’ordine è stata in varie occasioni brutale e spropositata ed ha contribuito a radicalizzare e rendere più violento anche il movimento nato pacificamente. Una spirale di violenza in cui gli abusi della polizia hanno causato gli assalti sempre più duri da parte dei manifestanti innescando un infinito circolo vizioso. Se in questi mesi abbiamo assistito ad episodi estremi da entrambi gli schieramenti (dall’occupazione del LegCo, alle cariche indiscriminate in luoghi chiusi) il culmine lo si è raggiunto lunedì mattina. Alle prime luci dell’alba, infatti, un agente ha colpito con tre colpi di pistola a bruciapelo un manifestante disarmato che ora versa in condizioni critiche in ospedale. La reazione dei manifestanti è stata violentissima. La città è stata messa a ferro e fuoco ed un cittadino cinese, che si era avvicinato per provocarli, è stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme. La rabbia dei manifestanti e gli abusi della polizia hanno contribuito a ridurre la partecipazione che, se inizialmente vedeva la partecipazione di 2/3 della popolazione, ora è limitata a circa 100/200 mila persone. Numeri altissimi, certo, ma non paragonabili alla marea umana che fino a metà luglio riempiva la città ogni weekend.
Ma nonostante i numeri parzialmente ridotti, la città è sotto scacco. Dopo le violenze di lunedì, i manifestanti hanno deciso di rimanere in piazza dando vita a quello che, di fatto, è il più lungo scontro con la polizia dall’inizio delle proteste. Tre giorni ininterrotti di tumulti e guerriglia urbana stanno paralizzando Hong Kong. I manifestanti hanno preso di mira semafori e stazioni della metro paralizzando di fatto il traffico in gran parte della città. Si stima che circa 200 semafori siano stati divelti o danneggiati e gli incroci stradali bloccati con barricate improvvisate mentre gli scontri più violenti si registrano nella zona dell’Università Cinese di Hong Kong. Le forze dell’ordine da lunedì sera sono schierate in tenuta antisommossa intorno al Campus occupato dai manifestanti e hanno ripetutamente tentato di liberarlo con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A nulla è servita la mediazione dei vertici dell’Università che hanno chiesto alle forze dell’ordine di non entrare negli spazi dell’ateneo dove, invece, da giorni va in scena una vera e propria battaglia in cui sono comparsi anche archi e frecce infuocate. Secondo i dati diffusi dalla polizia nella sola giornata di lunedì gli scontri avrebbero interessato 50 aree della città e avrebbero portato all’arresto di 287 persone (e altre 150 nella giornata martedì) e all’utilizzo di 255 candelotti lacrimogeni, 90 granate in spugna e 204 proiettili di gomma. La città è nel caos totale, la polizia fatica a muoversi in città e sedare le proteste per via dei blocchi stradali, gli studenti cinesi sono stati evacuati con una nave militare e il governo condanna le violenze ma non riesce a fermarle. Una situazione ormai fuori controllo che sta evidenziando tutti i limiti di Carrie Lam, sempre più incapace di riportare l’ordine in citta.
Proprio la Chief Executive è stata al centro di diversi rumors circa un piano, smentito da Pechino, per costringerla alle dimissioni e sostituirla a inizio 2020 dopo aver sedato le proteste con la forza. Una serie di decisioni e dichiarazioni controverse e, per certi versi incomprensibili, prese dalla governatrice hanno infatti contribuito ad alimentare le proteste invece di sedarle. Dalla sospensione dell’Extradition Bill al divieto di indossare maschere, dal supporto totale alla violenza delle forze dell’ordine all’accusa di egoismo ai manifestanti che paralizzano la città: Carrie Lam sta gettando benzina sulle fiamme che da 7 mesi bruciano Hong Kong. Un atteggiamento certo non gradito a Pechino che vede nelle proteste una sfida al suo nazionalismo e non può tollerarle ancora a lungo mentre le democrazie di tutto il mondo guardano con soddisfazione l’assalto degli Hongkongers all’autoritarismo del potente vicino.  Una situazione critica in cui la Cina starebbe meditando di agire in prima persona. Se da tempo, infatti, infatti si vocifera di un possibile intervento dell’esercito cinese per ripristinare l’ordine, le nuove violenze potrebbero portare il governo a prendere una decisione drastica e irreversibile. A lanciare l’avvertimento è stato il “Global Times”, giornale cinese vicino al governo, che ha paragonato i manifestanti all’ISIS e ha ricordato come “l’Esercito Popolare Cinese può entrare ad Hong Kong e riportare la calma”.
Mentre Hong Kong brucia ed affronta la prima recessione da 10 anni a causa delle proteste che ne hanno paralizzato l’economia la Cina resta alla finestra. Ma la sensazione è che non tollererà ancora a lungo tutto questo. Ora più che mai, lo spettro di una nuova Tienanmen incombe sull’ex colonia britannica.

Un calcio al razzismo: tra immobilismo e indignazione a metà

“Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.”
– Giorgio Gaber –
Verona, 3 novembre 2019. Nel secondo tempo dalla curva dell’Hellas Verona partono ululati razzisti verso l’attaccante bresciano Mario Balotelli. Il giocatore non ci sta. Raccoglie la palla e la scaglia in tribuna costringendo l’arbitro ad interrompere la partita per diversi minuti. La reazione di Balotelli, da molti considerata spropositata, è il grido disperato di un campione che non può più tollerare certi episodi. Un gesto che ha riacceso i riflettori su uno dei problemi più taciuti del calcio italiano e non solo: il razzismo negli stadi.
Italia – In Italia, nel calcio e non solo, è emergenza razzismo. Lo ha evidenziato a inizio campionato anche il presidente della FIFA Gianni Infantino sottolineando come “in Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave”. Si tratta di un problema reale e sempre più preoccupante perché ormai diffuso in ogni categoria, anche quelle in cui il calcio dovrebbe essere divertimento e veicolo di valori positivi. Come tra i “pulcini”, classe 2009, che a 10 anni già corrono dietro un pallone con un tifo spesso troppo estremo da parte dei genitori in tribuna. Così a Desio, provincia di Milano, durante la partita tra la Aurora Desio e la Sovicese dagli spalti una mamma ha iniziato a rivolgere insulti razzisti nei confronti di un bambino. “Negro di merda”. Proprio così. Senza se e senza ma. Senza pudore. Senza senso. E se sono le madri le prime pronte ad insultare dei bambini discriminando con parole d’odio, è evidente che esita un problema culturale che va combattuto con l’educazione e l’istruzione. Il caso di domenica scorsa non è dunque che la punta di un iceberg gigantesco, il caso diventato emblematico di un problema che torna a galla sono in relazione ad episodi estremi. Parole di condanna si susseguono da più parti ad ogni nuovo ululato che interrompe le partite. Parole a cui, troppo spesso, non seguono fatti.
Ne è esempio plastico l’Hellas verona. Non è la prima volta che la società finisce al centro delle polemiche: il 15 settembre durante Verona Milan il Bentegodi copre di fischi l’ivoriano Kessie e il campano Donnarumma. Il giorno dopo piovono comunicati di condanna, squadre, giocatori, esperti e federazione sono tutti concordi nel definire inaccettabili i fischi. Tutti tranne la società veronese che, tramite il suo account Twitter, minimizza la faccenda: “I ‘buuu’ a Kessie? I fischi a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del nostro tifo”. E ancora condanne e richieste di scuse, mai arrivate, alla società gialloblù. Ma a quell’episodio non sono seguiti provvedimenti e, nel giro di qualche settimana, è calato il silenzio sul razzismo al Bentegodi. Fino ad una settimana fa. Fino a quel gesto di Balotelli che ha spezzato la solita catena fatta di ululati, condanne, minimizzazione e poi silenzio. Un elemento preoccupante, però, è dato dalle dichiarazioni post partita con cui ancora una volta il Verona ha minimizzato i fatti: “Non facciamo un caso dove non c’è.” ha detto l’allenatore Juric “non ci sono stati cori ai suoi danni”. Ma il gesto di Balotelli ha interrotto, come si è detto, quel circolo a cui eravamo soliti assistere. Il clamore mediatico della vicenda ha portato il Verona all’inevitabile decisione di punire con il divieto di entrare allo stadio fino al 2030 Luca Castellini. Leader della formazione veneta di Forza Nuova e della curva gialloblù, Castellini aveva commentato la vicenda rincarando la dose ed affermando che “anche se ha la cittadinanza, Balotelli non sarà mai del tutto italiano”. Una decisione che, seppur inevitabile visto il tenore delle dichiarazioni e la copertura mediatica che hanno avuto, è un piccolo passo avanti nel panorama calcistico italiano. Un enorme passo avanti, però, per il contesto veronese.
Regolamento – In Italia appare dunque sempre più evidente come in assenza di casi eclatanti nulla si muova. Basti pensare che l’attuale regolamento federale che disciplina i casi di razzismo è stato perfezionato solo sull’onda degli ululati razzisti rivolti dalla curva interista ai danni del giocatore del Napoli Koulibaly nella partita del 26 dicembre scorso. In un ambiente già teso per gli scontri che nel prepartita avevano portato alla morte dell’ultras Daniele Belardinelli, la tifoseria organizzata nerazzurra aveva ripetutamente intonato il verso della scimmia nei confronti del giocatore senegalese. L’ennesimo episodio, in un campionato già costellato di fischi e ululati indirizzati a giocatori di colore, convinse la federazione ad operare una serie di modifiche al regolamento per snellire le procedure da seguire in caso di situazioni simili. Le norme del campionato italiano, in linea con i protocolli internazionali, prevedono che in caso di cori discriminatori l’arbitro possa sospendere la partita per qualche minuto e successivamente interromperla, se i cori dovessero continuare. Nessuna importanza ricopre, ai fini della sospensione, il numero di tifosi coinvolti ma solo se il coro è udibile in modo distinto dal direttore di gara o dal responsabile dell’ordine pubblico. Una volta fermata la partita è l’arbitro a gestire in maniera insindacabile la fase sospensiva decidendo se far rientrare o meno i giocatori negli spogliatoi e se e quando far riprendere la partita. Superati i 45’ di sospensione, però, il direttore di gara ha l’obbligo di dichiarare definitivamente sospesa la partita ed avvisare gli organi di Giustizia Sportiva. Ma è proprio la giustizia sportiva a rappresentare l’anello debole del meccanismo pensato dalla FIGC. Gli organi preposti possono infatti intervenire su segnalazione dell’arbitro e delle autorità in caso di cori discriminatori durante la gara o in caso di sospensione ma solo contro soggetti tesserati. Non vi è dunque la possibilità di colpire direttamente i singoli tifosi responsabili, lasciata in capo alla giustizia penale ed alle singole società. Il giudice si rifà dunque sul club o sull’intero settore con multe o chiusure totali o parziali dello stadio per le partite successive.
La giustizia ordinaria è dunque l’unico ambito in cui le discriminazioni vengono punite adeguatamente e nello specifico: caso per caso, spettatore per spettatore. Chi viene identificato incorre in una denuncia corredata dal cosiddetto DASPO, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Ma nulla può contro le condotte incivili e aggressive, o per i casi di razzismo meno evidenti e più controversi, insomma tutto quello che non costituisce reato può essere trattato soltanto dai club. E in Italia, raramente i club prendono posizioni così nette e, purtroppo, impopolari tra i tifosi. Punire i responsabili vorrebbe dire allontanare i propri “tifosi” dallo stadio, magari inimicandosi quell’oscuro e turbolento mondo del tifo organizzato.
Mondo Ultras – Sono proprio i gruppi organizzati a far riecheggiare, il più delle volte, nel loro settore fischi ululati e cori discriminatori. Forti di un radicamento decennale, i gruppi ultras comandano interi settori che nel tempo sono diventate vere e proprie zone franche dentro lo stadio in cui i capi delle tifoserie organizzate dettano legge. La loro forza e sicurezza è tale da tenere letteralmente in scacco le società. Accade, ad esempio, a Torino dove i tifosi della Juventus, come accertato dall’inchiesta “Alto Piemonte”, utilizzano i cori discriminatori come arma di ricatto per avanzare pretese sui biglietti omaggio. Con uno schema molto semplice, i principali gruppi ultras pretendono dalla dirigenza un certo numero di biglietti gratuiti che alimentano il business del bagarinaggio gestito dalle cosche calabresi infiltrate nella curva bianconera. In caso di risposta negativa partono i cori razzisti con un unico obiettivo: far squalificare il campo e giocare la partita successiva a porte chiuse provocando un danno economico non indifferente alla società.
Ma le curve italiane hanno un altro grosso problema: la politica. Molte tifoserie organizzate sono legate a doppio filo a formazioni politiche di estrema destra. Dall’Hellas all’Inter passando per la Lazio, ogni domenica militanti dell’ultradestra italiana svestono i panni politici e indossano quelli da ultras. Un cambio di abiti che però non può cancellare l’indole di questi soggetti che riempiono d’odio le curve di mezza Italia arrivando a schierarsi contro i propri giocatori pur di non ammettere l’insensatezza di certi comportamenti. È accaduto di recente, con la curva dell’Inter che in un comunicato ha difeso i cori razzisti indirizzati dai tifosi del Cagliari all’attaccante nerazzurro Romelu Lukaku definendo gli ululati in occasione del rigore calciato dal belga “una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli”.
Il calcio italiano è dunque fragile e sembra non essere pronto ad affrontare concretamente e seriamente il razzismo negli stadi. Eppure basterebbe poco. Basterebbe dare uno sguardo all’estero e prendere esempio dal resto del mondo. Dall’Inghilterra ad esempio, dove durante la partita di FA Cup Haringey Borough-Yeovil Tow due tifosi hanno indirizzato insulti razzisti al portiere camerunense Valery Douglas Pajetat per distrarlo in occasione di un rigore. Nessuna esitazione né da parte dell’arbitro, che dopo il rigore ha sospeso la partita, né da parte delle forze dell’ordine che hanno individuato ed arrestato i due soggetti. Pugno duro senza guanti di velluto. È questa la strategia della federazione inglese che da tempo ormai ha deciso di prendere una posizione netta contro gli episodi di questo genere arrivando addirittura a disporre 6 settimane di carcere l’autore di un tweet a sfondo razzista sul giocatore egiziano del Liverpool Mohamed Salah. Nel nostro paese, dove fino a un decennio fa potevamo vantare il calcio più bello del mondo, i silenzi sul razzismo si stanno trasformando in una sorta di legittimazione. L’immobilismo della federazione lascia troppi varchi per quegli psudo tifosi che allo stadio si sentono gli invincibili padroni di un territorio senza regole.
Non tutto però è perduto. Se la federazione resta immobile, iniziano a muoversi i club. Lo ha fatto, ad esempio, la Roma che ha daspato a vita, e segnalato alle autorità, un “tifoso” che su Instagram aveva insultato il difensore brasiliano Juan Jesus per il suo colore della pelle. Lo ha fatto il Pescara con un tweet ha risposto ad un tifoso che ne criticava le posizioni sul razzismo senza mezzi termini. “Basta con questa storia del razzismo” aveva scritto un certo Andrea dell’Amico “vi ho sempre sostenuto ma direi che è ora di finirla voi e quei comunisti del ca**o, state per perdere un tifoso fate voi”. Facciamo noi? Bene, signore e signori Andrea non è più un nostro tifoso” la risposta del club con tanto di emoticon festeggianti. Forse non sarà una svolta epocale, ma certo da speranza. In un mondo immobile e cieco, qualcosa si muove. Intanto, però, restiamo attoniti ad indignarci stancamente per qualche giorno ogni qualvolta uno pseudo tifoso decide di riempire d’odio gli stadi del Bel Paese che, come, direbbe il signor G:
ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia

L’imprevedibilità dell’America Latina tra proteste presenti e future

“Il giorno tropicale era un sudario
Davanti ai grattaceli era un sipario
Campa decentemente e intanto spera
Di essere prossimamente milionario
– Enzo Jannacci –

Cile, Equador, Bolivia, Venezuela e non solo. L’America Latina è scossa da proteste sempre più violente che rendono ancor più instabile una situazione già drammaticamente difficile mettendo in luce le fragilità di un continente spesso abbandonato a sé stesso. Manifestazioni, incendi e rivolte divampano per le strade delle principali città sudamericane contro una politica neoliberista che sta mostrando al mondo tutti i suoi limiti.
Venezuela – A dare il via ad un anno drammatico per il continente sudamericano era stato ad inizio 2019 il Venezuela. Il 23 gennaio durante una manifestazione antigovernativa, il presidente dell’assemblea parlamentare Juan Guaidò si è autoproclamato Presidente ad interim disconoscendo di fatto il potere di Maduro. L’autoproclamazione di Guaidò ha ricevuto l’appoggio di diversi paesi e nel corso dei mesi è stato riconosciuto da più di 50 stati come legittimo presidente. Una presa di posizione da parte della comunità internazionale che ha ulteriormente indispettito Maduro, eletto a gennaio per il secondo mandato presidenziale, che ha gridato al complotto internazionale ordito dagli Stati Uniti per delegittimare il governo del popolo. La situazione è ben presto degenerata trasformandosi in una lotta di potere: da una parte Maduro, appoggiato dall’esercito, dall’altra Guaidò sostenuto da una fetta della popolazione e dai leader mondiali.  Ma se la situazione sembrava essere stabile e sotto controllo nel giro di qualche giorno è scoppiata all’improvviso. Il 30 aprile con un messaggio diffuso sul web, il presidente ad interim ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza per rovesciare il governo illegittimo. Ne è nata una battaglia cruenta tra sostenitori di Guaidò e l’esercito fedele al governo che per un giorno intero ha sedato i tentativi dei manifestanti di sovvertire il potere di Maduro. A sei mesi dal tentato colpo di stato, la situazione venezuelana non è migliorata. Messa da parte, fino ad ora, la strategia più dura e violenta rimangono alte le tensioni in un interminabile braccio di ferro tra Washington e Caracas.
Il paese, ora, è sull’orlo del baratro con un’inflazione record e un sistema di welfare al collasso. Secondo ‘Medici senza frontiere’ ospedali e cliniche hanno personale inadeguato e forniture mediche insufficienti, problemi gravi anche nel settore scolastico con diversi professori costretti a fuggire dalla repressione del governo, stipendi inesistenti e strutture inadeguate. Si stima che il 94% della popolazione venezuelana, pari a circa 30 milioni di persone, viva in uno stato di insicurezza alimentare, mentre l’82% non ha accesso a fonti di acqua sicure. Le condizioni di salute hanno raggiunto livelli drammatici: il tasso di mortalità materna sfiora il 65%, per la mancanza di strutture sanitarie e pratiche igieniche adeguate. Una situazione che sta spingendo i venezuelani ad un esodo di massa. 4,5 milioni di Venezuelani, il 12% della popolazione totale, ha lasciato il paese per rifugiarsi negli stati vicini dando vita al più grande fenomeno migratorio nella storia dell’America Latina e sta mettendo il sistema di accoglienza di diversi paesi, Colombia in primis.
Bolivia – Brogli elettorali e contestazioni. Il 20 ottobre la Bolivia è scesa in piazza per contestare la vittoria alle elezioni del presidente uscente Evo Morales. Dato dai primi exit poll in vantaggio con uno scarto minimo rispetto allo sfidante Carlos Mesa, Morales è stato proclamato vincitore in serata con un vantaggio di oltre 10 punti percentuali. Un cambio improvviso nello scrutinio che ha lasciato perplessi i boliviani e l’opposizione che si è mobilitata per contestare il risultato gridando ai brogli elettorali. Anche gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina hanno espresso preoccupazione per il drastico cambio dei risultati. Michael Kozak, assistente segretario del dipartimento di Stato americano per gli affari dell’emisfero occidentale, ha definito l’interruzione nel conteggio dei voti del Tribunale Supremo Elettorale un «tentativo di sovvertire la democrazia boliviana», invitando l’organo a «ripristinare la credibilità del processo elettorale». Milioni di boliviani sono scesi in piazza e le proteste continuano tutt’ora nonostante i tentativi di reprimerle abbiano già provocato due morti e diversi feriti.
Morales, al momento della sua prima elezione nel 2006, era visto come un leader in grado di rilanciare l’economia e la vita in Bolivia. Ex coltivatore di coca e sindacalista è stato il primo boliviano di origine indigena ad essere eletto alla presidenza del paese lasciando immaginare un importante impegno a sostegno delle popolazioni indios. Quel sostegno, se non a parole, è mancato quasi totalmente e la sua politica ha fatto crescere il malcontento in tutto il paese. Se da un lato ha fatto ripartire l’economia boliviana abbassando il tasso di povertà, dall’altro ha commesso gravi errori attirando su di se critiche da ogni schieramento. Un primo momento di crisi lo si è avuto nel 2011 quando un movimento di protesta nato dalle comunità indigene fu represso nel sangue dalla polizia schierata in assetto antisommossa. Gli indios erano scesi in piazza per mostrare la loro contrarietà alla realizzazione dell’autostrada Cochabamba-San Ignacio de Moxos che, secondo i piani di Morales, avrebbe dovuto attraversare il Parco nazionale Isiboro terra abitata dagli indigeni. Proprio quelle comunità Indios che con la sua elezione aveva promesso di tutelare erano dunque le prime minacciate dall’opera e la repressione del movimento di protesta aveva scatenato la rabbia e l’indignazione di tutta la Bolivia. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il referendum del 2016 indetto da Morales per eliminare il vincolo dei due mandati e potersi candidare per una terza volta. Il risultato elettorale, che aveva sconfitto il presidente bocciando il quesito, era stato annullato dalla Corte Suprema aprendo di fatto la strada alla modifica costituzionale sognata dal presidente. La Bolivia, con l’inizio del terzo mandato di Morales, sembra scivolare verso un autoritarismo di stampo socialista confermata dai risultati ancora dubbi delle elezioni di una settimana fa. I boliviani, però, iniziano a malsopportare l’attaccamento ormai morboso al potere del leader indios che sembra aver tradito la fiducia del popolo.
Cile – Chi invece il supporto del popolo lo ha già perso è il presidente cileno Sebastian Piñera. Da più di una settimana ormai le principali città del paese sono scosse da violente proteste iniziate come risposta alla decisione del governo di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana e ben presto diventate valvola di sfogo per un malcontento più profondo. I manifestanti chiedono al governo misure concrete per contrastare le crescenti disuguaglianze nel paese e le proteste hanno scatenato una risposta durissima da parte delle autorità. L’esercito pattuglia le strade e il governo ha imposto il coprifuoco dalle 21 alle 7 disponendo l’arresto di chiunque non abbia un’autorizzazione per uscire.  Il drastico provvedimento è arrivato dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuta dopo 3 giorni di guerriglia urbana ininterrotta per le strade di Santiago. Una decisione drastica che ha riportato il paese indietro di 30 anni quando durante la dittatura di Pinochet era imposta una misura identica.
Ma se, visto da fuori, non sembra essere un paese problematico la realtà è ben diversa. “La Svizzera del sudamerica” come viene spesso chiamato il paese è l’unico paese del continente ad essere membro dell’OCSE (dal 2010) e presenta un quadro finanziario che sembra dipingere un paese benestante: Pil pro capite prossimo ai 25mila dollari, inflazione molto bassa, rispetto agli standard regionali e un debito pubblico che vale meno di un quarto del prodotto interno lordo. Ma quella che sembra essere una situazione rosea nasconde gravi disuguaglianze. Secondo le ultime rilevazioni della Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal), la ricchezza media delle famiglie cilene è di circa 115 mila dollari. Cifre importanti che non tengono conto però della sua suddivisione: solo il 11% delle famiglie cilene (550 nuclei familiari circa) ne beneficia realmente con una ricchezza media di 760 mila dollari, mentre per la metà più povera dei cittadini il dato si ferma a quota 5mila dollari. Un Cile che, sebbene i dati lo facciano sembrare un paese benestante, è pervaso da problemi strutturali che richiedono un intervento profondo del governo. Intervento che, per ora, è stato solo armato e volto a reprimere un malcontento generale ormai esploso.
Altro – In Argentina, la vittoria di Alberto Fernandez alle elezioni dello scorso weekend potrebbe aprire la strada ad un cambio di rotta. Le politiche di austerità del precedente governo, guidato dall’ex presidente del Boca Juniors Mauricio Macri, avevano causato il ristagno della produzione elettorale portando il paese alla recessione del 2018 che aveva costretto il governo a chiedere il più grande intervento nella storia del Fondo Monetario Internazionale: 58 miliardi di dollari. In Argentina, dunque, tutto sembra essersi risolto all’interno di un contesto elettorale ma la situazione rimane tesa e potrebbe esplodere da un momento all’altro se Fernandez non riuscisse a dimostrare la sua capacità di cambiare rotta.
Se in argentina è ancora latente, il malcontento ha iniziato a manifestarsi con forza in Brasile. Migliaia di persone manifestano da agosto contro le politiche del presidente Jair Bolsonaro ed in particolare contro i tagli all’istruzione e le misure di bilancio approvate dal suo governo. Già al centro di durissime critiche durante tutta l’estate per la sua gestione dei terreni dell’Amazzonia, il presidente è sempre meno popolare e le sue politiche unite al suo coinvolgimento nell’omicidio dell’attivista Marielle Franco potrebbero essere la scintilla che accende la miccia del malcontento brasiliano.
L’America Latina è una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro, dove non è già successo. Una situazione caotica e imprevedibile che sta rendendo la regione instabile politicamente ed economicamente e sta portando ad una presenza sempre maggiori di figure militari al fianco di quelle politiche. Se non è un pericolo per la democrazia, è sicuramente un segnale di come gli eserciti abbiano mantenuto enorme influenza culturale, autonomia e potere anche dopo la fine delle dittature, e che ancora oggi siano un punto di riferimento importante per le istituzioni civili deboli e in difficoltà. In un’America Latina martoriata e sempre più in difficoltà, dunque, si profila uno scontro sempre più duro tra i popoli e i loro governi. Con l’esercito che resta a guardare e la comunità internazionale che attende, magari cantando una canzone.
“Ahi Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica
E i ballerini aspettan su una gamba
L’ultima carità di un’altra rumba

Un lenzuolo per Giovanni con Libera Milano

“Essere Giornalista è sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle,è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità,è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno.”
-Giancarlo Siani-


19 luglio 1992. 57 giorni dopo la strage di Capaci altro tritolo scuote Palermo uccidendo, in via d’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un doppio attacco al cuore dell’Italia che in meno di due mesi perse i due più grandi simboli della lotta alla mafia. I palermitani, sgomenti e attoniti, decisero che non era più tempo di tacere di fronte ad una violenza sempre più feroce. I balconi del capoluogo siciliano si riempirono di lenzuoli bianchi per dire no alla mafia. Esporre un lenzuolo, nella Palermo assediata dalla mafia, era un gesto che segnava il risveglio delle coscienze. Un lenzuolo alla finestra era un modo per mostrare da che parte stare. 28 anni dopo quelle stragi i lenzuoli, divenuti ormai un simbolo per il movimento antimafia, torneranno ad invadere Palermo il 21 marzo 2020 grazie ad un’iniziativa del coordinamento di Libera Milano.

21 marzo – È il primo giorno di primavera, simbolo di rinascita e speranza. Proprio per questo motivo Libera ha scelto questo giorno per celebrare la ‘Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Dal 1996, ogni anno in una città diversa, vengono scanditi uno ad uno i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie in un interminabile “rosario civile” che faccia continuare a vivere la memoria e le idee di quanti sono stati uccisi dalla criminalità organizzata. Una lettura che si trasforma in una preghiera laica di speranza. Sono passati ormai 24 anni da quando su un palco improvvisato in Campidoglio vennero letti per la prima volta quei nomi, 300 allora e più di mille oggi, e di strada Libera ne ha fatta tanta. A Bari nel 2008 c’erano 100 mila persona, 150 mila l’anno successivo a Napoli, oltre 200 mila a Bologna nel 2015. Poi le manifestazioni regionali e provinciali che, dal 2016, hanno affiancato quella nazionale per permettere a tutti di ascoltare quella lettura nei propri territori. Nel mezzo un riconoscimento importante: Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Altro e Altrove – Nel 2020, in occasione dei 25 anni di Libera, si terrà nuovamente un’unica manifestazione nazionale e sarà a Palermo. Quella Palermo martoriata per anni dalla violenza mafiosa. Quella Palermo simbolo, però, anche di riscatto civile e rinascita. Una città profondamente cambiata dove la mafia esiste ancora ma non comanda come un tempo, mentre si moltiplicano le esperienze di resistenza ad ogni forma di oppressione e di violenza. Lo slogan che accompagnerà la manifestazione sarà “Altro e Altrove”, scelto per ribadire l’impegno dell’associazione: ““Altro”, come ulteriore impegno per procedere su questa strada battuta in venticinque anni, verso un “altrove” ancora da liberare dalla presenza di mafie e corruzione, in cui vengano messi al centro i bisogni e i desideri delle persone”. Un 21 marzo in cui Libera e le migliaia di persone che vi prenderanno parte si riapproprieranno di una città il cui nome è stato per troppo tempo accostato a quello di Cosa nostra. Lo faranno marciando insieme per le strade della città con un corteo che partirà in mattinata e si snoderà fino per le vie di Palermo fino ad arrivare al palco da cui, in un solenne silenzio, verranno letti i nomi delle 1011 vittime innocenti della mafia.  

Lenzuoliamo Palermo – Nel capoluogo siculo, con Libera, torneranno anche quei lenzuoli simbolo di legalità che nel 1992 riempirono i balconi della città. È l’iniziativa “Lenzuoliamo Palermo” lanciata dal coordinamento provinciale di Libera Milano: “vogliamo realizzare un gigantesco lenzuolo, largo 5-6 metri e lungo 180, da portare con noi in piazza a Palermo” ha raccontato la referente di Libera Milano Lucilla Andreucci “Come? Cucendo insieme 1011 lenzuoli da un metro quadrato, uno per ogni vittima innocente delle mafie censite sinora. E a scrivere i nomi sarete voi. Una follia forse ma abbiamo un debito di memoria nei loro confronti”. Dietro quel “voi” c’è una chiamata alle armi per tutta la società. Associazioni, scuole, istituzioni, singoli cittadini, tutti sono chiamati ad una mobilitazione collettiva che punta a far realizzare a 1011 realtà diverse gli striscioni da cucire insieme. Non si tratta però di realizzare un semplice lenzuolo quadrato. Nell’intenzione degli organizzatori vi è infatti l’idea che ognuno “adotti” una vittima, imparando e raccontando la sua storia, custodendone la memoria e portandone avanti le idee. Un impegno concreto, dunque, che richiede l’impegno di tutti perché, come sostiene il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, “non possiamo lasciare le persone da sole, scaricare l’impegno solo a qualcuno”. Un impegno che è già stato assunto da oltre 150 realtà che in meno di un mese hanno già contattato la segreteria di Libera Milano per realizzare un lenzuolo. Un inizio incoraggiante che fa ben sperare per i prossimi mesi. Entro fine gennaio, infatti, i 1011 lenzuoli dovranno essere pronti per poi essere cuciti insieme a formare un unico, enorme, lenzuolo di memoria.

Giovanni Spampinato – Tra le oltre 150 realtà che hanno già scelto una vittima da “adottare” c’è anche Pocket Press. Nelle prossime settimane realizzeremo il lenzuolo in memoria di Giovanni Spampinato, un “giornalista giornalista” come lo avrebbe definito il collega Giancarlo Siani, anche lui vittima della criminalità. Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni sin da ragazzo sviluppò idee di sinistra ereditate dal padre comunista che lo portarono diverse volte ad essere scartato dalla stampa cittadina schierata su posizioni anticomuniste. Nel 1969, però, iniziò a lavorare come corrispondente del quotidiano ‘L’Ora’, giornale progressista impegnato in battaglie civili e inchieste sulla criminalità organizzata. Proprio per L’Ora, Giovanni iniziò ad occuparsi ben presto dei due più grandi problemi che affliggevano il suo territorio: il neofascismo e la mafia.  Inchieste approfondite frutto di un instancabile lavoro sul campo tra Ragusa, Siracusa e Catania con cui aveva documentato i rapporti tra la destra locale, la criminalità organizzata ed esponenti di spicco di movimenti neofascisti internazionali. Relazioni sempre più strette, riportate da Spampinato sulle pagine del quotidiano, che si manifestarono definitivamente con l’omicidio di Angelo Tumino, commerciante ed ex consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano. Giovanni capì da subito che dietro l’omicidio, avvenuto in contrada Ciarberi il 25 febbraio 1972, si celavano interessi diversi: “Dalle indagini” scrisse due giorni dopo la morte di Tumino “è possibile che salti fuori qualcosa di grosso, forse al di là delle stesse previsioni”. Ed in effetti qualcosa di grosso saltò fuori. Giovanni decise, da quel momento, di andare fino in fondo. Le sue inchieste lo portarono ben presto a scoprire che dietro quel delitto si celavano rapporti impensabili. “Un nome viene sussurrato” scrisse il 28 aprile per L’Ora “ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente”, un nome che lui aveva invece deciso di urlare a squarciagola. Si trattava di Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa con una smodata passione per le armi e l’antiquariato, a cui era stato commissionato l’omicidio da “qualcuno in alto, che non deve essere colpito”. Giovanni fu il primo, e l’unico, a riportare i nomi degli indagati ed a rivelare quella pista che portava dritta nel Palazzo di Giustizia svelando una rete criminale estesa che coinvolgeva ambienti mafiosi, istituzionali e politici. Una pista mai battuta fino in fondo dagli inquirenti che abbandonarono ben presto le indagini lasciando tuttora irrisolto il delitto Tumino. L’unico a portare avanti quell’inchiesta fu Giovanni. Per mesi raccontò della pista che portava a Campria e alle aule del tribunale, denunciò le relazioni pericolose che si stavano intessendo a Ragusa e chiese a gran voce di spostare il processo fuori dalla sicilia per “legittima suspicione”. Grida disperate che rimasero inascoltate da inquirenti e istituzioni. Grida disperate ma non infondate. Il 27 ottobre 1972 Roberto Campria lo chiamò chiedendogli di poterlo incontrare. Lasciò trapelare la possibilità di una confessione ma così non fu. Mentre Giovanni ancora si trovava a bordo della sua cinquecento venne raggiunto da sei colpi di arma da fuoco esplosi dallo stesso Campria.

“Assassinato perché cercava la verità” titolò il giorno seguente L’Ora. Assassinato perché voleva andare fino in fondo a quella questione, non per diventare un eroe, ma per una profonda sete di verità e giustizia. Per non doversi piegare a quella rete criminale, tutta dio, patria, famiglia e lupara, che stava distruggendo il territorio in cui viveva e in cui credeva. Per portare avanti un giornalismo libero e imparziale, in grado di raccontare senza censure quello che accadeva intorno a lui. Giovanni questo lo fece sempre. Non indietreggiò di un passo e non scese a patti con nessuno. Quella sua determinazione la pagò con la vita. 47 anni dopo quella tragica sera ancora troppa gente vuole dimenticare la figura di Giovanni, ancora troppa gente pensa che in fondo “se l’è cercata” e magari sarebbe stato meglio se si fosse fatto gli affari suoi. Non lasciamo che sia così. Ricordiamoci di lui. Ricordiamoci del suo esempio e spieghiamolo ai giovani. Ricordiamoci, per sempre, di Giovanni Spampinato. Un eroe normale.

Odio, minacce e violenze: la libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
-Costituzione Italiana, articolo 21-


La libertà di stampa è sotto attacco. I giornalisti, nel mondo, sono sempre più bersaglio di campagne d’odio fomentate da politici, imprenditori ed altre personalità. Campagne d’odio che, sempre più spesso, sfociano in vere e proprie aggressioni, verbali ma anche fisiche, ai danni di chi racconta il presente. L’ascesa di leader autoritari, come Jair Bolsonaro in Brasile o Donald Trump in America, e situazioni di tensione o guerra rendono la libertà di stampa un diritto sempre meno tutelato mettendo in pericolo la vita dei giornalisti. Una situazione spesso creata e fagocitata dagli stessi politici.  

World Press Freedom Index – l’indice calcolato dalla organizzazione ‘Reporters without borders’ analizza ogni anno il livello di libertà di stampa in 180 paesi al mondo. La ricerca fornisce un’istantanea della situazione della libertà dei media basandosi su una valutazione del pluralismo, dell’indipendenza dei media, della qualità del quadro legislativo e della sicurezza dei giornalisti in ciascun paese. Per la realizzazione dell’indice, l’organizzazione adotta un duplice strumento di raccolta dei dati: da una parte un questionario, tradotto in 20 lingue e distribuito ai giornalisti dei 180 paesi oggetto della ricerca; dall’altra l’utilizzo di team di specialisti che compilino un report sugli abusi ai danni dei reporter nelle diverse aree geografiche. Il quadro che emerge dall’analisi per il 2019 è ben poco rassicurante però. Dal 2002, primo anno di pubblicazione dell’indice, quella di quest’anno è la situazione più grave mai registrata a livello mondiale. L’indicatore globale è peggiorato del 13 per cento dal 2013 e in questo lasso di tempo il numero di paesi in cui la situazione per i giornalisti è ritenuta buona è diminuito del 40 per cento. Al primo posto dell’indice, come accade oramai da tre anni consecutivi vi è la Norvegia dove la costituzione, all’articolo 100, tutela largamente i giornalisti e stabilisce che “la stampa è libera. Nessuno può essere punito per qualsiasi scritto pubblicato o stampato, qualunque ne sia il contenuto”. Una situazione simile si ha anche negli altri paesi scandinavi con Finlandia e Svezia che occupano rispettivamente il secondo e terzo posto e fanno registrare un clima disteso e sereno dove giornalisti e media possono operare senza incorrere in rischi eccessivi. Il trend negativo rispetto al passato è confermato dal fatto che solo il 24% dei 180 paesi è classificato come “buono” o “abbastanza buono”, rispetto al 26% dell’anno scorso mentre il 40% dei paesi risulta essere in una situazione “difficile” o “molto grave”.  

La politica – Un ruolo centrale e determinante per la condizione dei giornalisti è svolto dai leader politici dei diversi paesi che con i loro attacchi possono indirizzare l’opinione pubblica e dunque creare un clima ostile ai media. È il caso ad esempio degli Stati Uniti, passati dalla 45° alla 48° posizione. Se Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, sosteneva che sarebbe stato meglio “vivere in un paese che ha dei giornali e nessun governo piuttosto che in un paese che ha un governo e nessun giornale”, lo stesso non si può dire 230 anni dopo di Donald Trump. Il Presidente americano, a un anno dalla fine del suo mandato, non ha mai smesso di attaccare i giornalisti definendoli “nemici del popolo americano” e, nella sua prima uscita da presidente, “le persone più disoneste della terra”. Nel mirino di Trump in questi anni sono finiti tutti i principali quotidiani e broadcast del paese, dal New York Times alla Nbc, accusandoli di “fabbricare fake news” per polarizzare il dibattito politico. Se i giornalisti rifiutano di farsi imbavagliare e continuano a raccontare le loro verità l’opinione pubblica si divide tra chi sostiene il loro operato e gli elettori di Trump che seguono il leader repubblicano nei suoi attacchi. Sono proprio questi ultimi a rappresentare una criticità nel panorama americano attraverso attacchi ai giornalisti e il rifiuto di credere a ciò che dicono e scrivono cavalcando le dichiarazioni secondo cui sarebbero produttori di false informazioni. Ma la situazione è peggiore in altri paesi. Nelle filippine il presidente Duterte subito dopo la sua elezione, avvenuta nel 2016, aveva dichiarato che “non è perché siete giornalisti che siete esentati dall’essere assassinati, se siete dei figli di puttana”. Una legittimazione della violenza nei confronti dei media estremamente preoccupante, tanto più in un paese che dal 1992 ad oggi ha visto quasi 80 reporter uccisi. Una situazione sempre più difficile si registra anche in America Latina dove le elezioni in Messico (144°), Brasile (105°), Venezuela (148°), Paraguay (99°), Colombia (129°), El Salvador (81°) e Cuba (169°) hanno portato ad un aumento degli attacchi ai media e un conseguente abbassamento complessivo dell’indice per la regione. Una situazione di insicurezza che porta spesso i giornalisti dell’area a forme di autocensura con pesanti ricadute per la qualità dell’informazione. Le critiche e le pressioni politiche sui giornalisti contribuiscono dunque a creare un clima di tensione e di insicurezza per i reporter alimentando malumori che spesso si trasformano in violenti attacchi.  

Pericoli – Minacce, insulti e attacchi fanno ormai parte dei rischi del mestiere di cui deve tener conto un giornalista. Un clima d’odio testimoniato dai numeri: 30 i giornalisti uccisi dall’inizio del 2019 ad oggi. Un vero e proprio bollettino di guerra che vede in testa alla macabra classifica il Messico che con 10 giornalisti uccisi quest’anno si conferma il paese in cui chi fa questo mestiere rischia maggiormente la vita. Da Rafael Murua Manríquez, ucciso il 10 gennaio scorso, fino a Nevith Condés Jaramillo, vittima di un agguato il 24 agosto, dieci vittime che rendono il Messico un paese in cui la libertà di stampa rischia di scomparire. Problema principale dello stato centroamericano è la presenza massiccia e pericolosa dei narcos e di un sistema corruttivo esteso che porta a pesanti commistioni tra mondo politico-imprenditoriale e mondo criminale. Un quadro complesso e pericoloso che provoca più morti tra i reporter di zone di guerra come Siria (1 morto nel 2019) e Afghanistan (3 morti) e rende vulnerabile l’intera categoria. Violenze e omicidi contribuiscono a generare un clima di paura tra i giornalisti che hanno reagito con il silenzio e l’autocensura creando così zone di silenzio che garantiscono un cono d’ombra mediatico sul sistema criminale-corruttivo.

Arresti – A zittire i giornalisti, spesso, ci pensa lo stesso stato. Censure e arresti sono diventate strumenti sempre più utilizzati dai regimi per fermare giornalisti reputati scomodi. Secondo i dati di Reporters Without Borders nel 2019 sono 237 i giornalisti imprigionati di cui 70 nella sola Cina di Xi Jinping. Una situazione difficile anche in Egitto dove 27 giornalisti si trovano agli arresti, 5 fermati solo a settembre, con l’accusa di aver documentato manifestazioni anti-regime o aver condotto inchieste sul presidente Abdel Fattah al-Sisi. Una stretta sull’informazione confermata dal blocco di diversi social e siti di informazione stranieri durante le proteste iniziate il 16 settembre per chiedere le dimissioni di al-Sisi. Una situazione non troppo diversa da quella turca dove sono 28 i reporter in carcere, tutti arrestati negli ultimi due anni dopo la stretta di Erdogan sull’informazione a seguito del fallito golpe del 15 luglio 2016 che portò all’arresto di massa di diversi oppositori politici tra cui 20 giornalisti.  

Italia – Nel nostro paese, invece, la situazione sembra segnare una tendenza parzialmente positiva. Nell’indice stilato da Reporters Without Borders, l’Italia ha guadagnato 3 posizioni e risulta essere al 43° posto per libertà di stampa. Un risultato importante ma che disegna un quadro costellato da diverse difficoltà. Primo profilo critico sottolineato dall’organizzazione è la presenza di minacce da parte di diverse organizzazioni criminali. Mafia e gruppi estremisti rappresentano infatti un pericolo reale e tangibile per l’intera categoria tanto che si evidenzia come “il livello di violenza contro i giornalisti è allarmante e continua a crescere, soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, nonché a Roma e nella regione circostante”. I giornalisti, però, non si lasciano quasi mai spaventare da intimidazioni e minacce e portano avanti con coraggio e determinazione le loro inchieste garantendo così una qualità dell’informazione elevata e un effettivo dibattito democratico. Determinazione e coraggio dati, senza dubbio, anche dalla presenza di agenti di scorta che proteggono e tutelano circa una ventina di giornalisti permettendogli di svolgere più serenamente il loro lavoro. Ma proprio le scorte rischiano di diventare un pericolo per la qualità dell’informazione, non certo per il loro lavoro, ma per la presenza di politici che “minacciano il ritiro della protezione a seguito di notizie o opinioni espresse”. Un profilo che sarebbe già di per sé problematico ma lo diventa ancor di più nel caso in cui a lanciare certe minacce sia un Ministro dell’Interno nell’esercizio delle sue funzioni, come recentemente accaduto.   In un mondo in cui la libertà di stampa è sempre più minacciata c’è anche chi va controcorrente. L’Etiopia, dopo che per anni si è ritrovata in fondo a questa classifica, ha avuto un miglioramento di ben 40 posizioni e si trova al 110° posto. Dall’elezione di Abiy Ahmed Ali si è assistito ad un’inversione di tendenza significativa: è stato ripristinato l’accesso ai siti di informazione stranieri, tutti i reporter detenuti sono stati rilasciati ed è stata istituita una commissione indipendente per revisionare una legge del 2009 sul terrorismo spesso utilizzata per colpire i media. Una nuova era per l’Etiopia promossa e difesa del suo primo ministro che, non a caso, quest’anno ha ricevuto il Nobel per la pace. Il mondo, questa volta, dovrebbe guardare all’Africa. Non per commuoversi o aiutarla ma per prendere nota ed imparare. Perché l’esempio dell’Etiopia possa contagiare tutti e possa rendere, finalmente, la libertà di stampa un diritto granitico e garantito a tutti. Perché una stampa indipendente è il presupposto inalienabile per una società più libera e democratica.

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