Daphne Caruana Galizia: il caso che scuote Malta

“Vorrei solo poter vivere la mia vita senza dovermi svegliarepensando a quali complotti stia tramando il Partito Laburista.La gente è stanca, con le loro squallide decisioni hanno creato un clima terribile.C’è solo la sensazione che nulla vada per il verso giusto.Non sono libera di dire altro per il momento.Se lo fossi, vi assicuro che lo farei”
-Daphne Caruana Galizia, 22 febbraio 2016-


Malta, La Valletta, 2 dicembre 2019. Decine di migliaia di manifestanti assediano il parlamento e bloccano le uscite costringendo i deputati e il premier Joseph Muscat a barricarsi all’interno. Per oltre due ore i maltesi tengono in ostaggio i propri governanti impedendogli di uscire. È la rabbia di un popolo stanco di corruzione e criminalità politica. Un popolo che da tempo sa quello che sta emergendo solo in questi giorni. Ci son voluti due anni per svelare le complicità indicibili che hanno portato alla morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Ma ora, due anni dopo l’autobomba che le tolse per sempre la voce, il vaso di pandora è stato scoperchiato e il governo trema sotto i colpi dei giudici e dei propri cittadini.

Le inchieste – “Ci sono corrotti ovunque si guardi, la situazione è disperata”. Rimarrà per sempre questa l’ultima frase scritta da Daphne Caruana Galizia sul suo blog “Running Commentary”, al termine di un articolo sul capo di gabinetto Schembri. Erano le 14.35 del 16 ottobre 2017, pochi minuti dopo, alle 14.48, una bomba sventrò la sua auto togliendo per sempre la voce a quella che il Times of Malta definì “la giornalista più controversa della storia di Malta”. Corruzione, riciclaggio, evasione fiscale, criminalità politica. Per oltre 30 anni Daphne non ha fatto un passo indietro sulla strada per la verità, ha continuato a raccontare e denunciare quello che a Malta non funzionava. Non ha indietreggiato di un millimetro nemmeno davanti alle intimidazioni, più o meno esplicite, di cui era vittima: dalla scritta “se le parole sono perle, il silenzio vale di più” apparsa su un muro davanti a casa sua, al rogo della sua macchina dopo un’inchiesta sulla corruzione nel paese. Perché le minacce di morte e l’astio, mai troppo velato, di politici ed imprenditori non le hanno mai impedito di gridare al mondo la verità.

La verità l’ha detta anche negli ultimi anni. A partire dal 2016, Daphne si è occupata infatti dei cosiddetti “Malta Files” un filone dei più famosi “Panama Papers”, le informazioni riservate su 214.000 società offshore fatte trapelare dallo studio legale ‘Mossack Fonseca’. Con le sue inchieste stava mettendo sotto accusa l’intero sistema politico maltese. Già dal febbraio 2016 aveva denunciato il coinvolgimento di due esponenti di spicco del governo presieduto dal premier Joseph Muscat: il ministro del turismo Konrad Mizzi e il capo di Gabinetto Keith Schembri. I due, secondo le inchieste della giornalista, avevano aperto società offshore a Panama attraverso dei trust neozelandesi creati appositamente per agire indisturbati nel paradiso fiscale del centroamerica. Le sue inchieste, sempre più solide e dettagliate, la portarono al termine di quell’anno ad essere inserita dal quotidiano americano ‘Politico’ tra le 28 persone che avrebbero scosso l’Europa l’anno successivo. E così fu. Nell’aprile del 2017 emerse infatti dalle sue indagini un nome ancora più pesante: Joseph Muscat. Secondo le fonti in possesso della giornalista la moglie del primo ministro maltese sarebbe risultata titolare di un’altra società offshore con sede a Panama attraverso cui, lei e il marito, avrebbero ricevuto fondi da diverse personalità tra cui quasi un milione di dollari dalla figlia del presidente dell’Azerbaijan. Se non scosse l’Europa, sicuramente scosse Malta provocando un terremoto politico che portò alle dimissioni di Muscat e ad elezioni anticipate, vinte nuovamente dal Leader Laburista.

Ma a un certo punto dalle indagini di Daphne emerse un nome che, per lungo tempo, rimarrà avvolto nel mistero. Si tratta della società ‘17Black’ con sede a Dubai e riconducibile ancora una volta a Mizzi e Schembri. La connessione tra i politici e la società è evidente, Daphne lo sa. Ma fino al giorno della sua morte non riuscirà a trovare prove decisive per dimostrarlo, come non riuscirà a trovare nulla né sulle finalità né sul cosiddetto “ultimate beneficial owner”, il beneficiario finale, il proprietario dei capitali depositati e movimentati. La “17Black” rimarrà un’entità oscura, un mistero che Daphne non riuscì mai a svelare.

Daphne Project – Ma la forza dell’esplosione che ha tolto la voce a Daphne, ha prodotto un effetto dirompente che forse nessuno si sarebbe aspettato. 45 giornalisti di 18 testate internazionali hanno dato vita al “Daphne Project”, un progetto editoriale nato con l’obiettivo di continuare le inchieste iniziate da Daphne. E proprio dal “Daphne Project” è arrivata una svolta nel caso della società di Dubai. Se nell’aprile del 2018 venne documentato, per la prima volta, il legame tra i politici maltesi e la “17Black” il momento più significativo si ebbe nel novembre scorso. Due fonti diverse, ritenute altamente affidabili, citarono un rapporto della “Financial Intelligence Analysis Unit”, l’Agenzia di controllo antiriciclaggio maltese, facendo emergere per la prima volta il nome di quel “ultimate beneficial owner” a lungo cercato da Daphne: Yorgen Fenech. Amministratore delegato di una delle maggiori società immobiliari dell’isola, Fenech era proprietario e titolare del potere di firma della “17 Black” oltre che socio del gruppo che, nel 2013, vinse la concessione con cui il neoeletto governo laburista maltese affidò la costruzione della nuova centrale a gas di Malta. Si sarebbe dunque creato un sistema politico imprenditoriale fatto di corruzione e favori in cui esponenti di spicco del governo e imprenditori locali mobilitavano somme enormi di denaro da e verso società fittizie in paradisi fiscali per nascondere i reati commessi in patria. Secondo una fonte del “Daphne Project”, nel 2015 sul conto della “17Black” negli Emirati sarebbero transitati circa 10 milioni di euro spostati rapidamente verso altri fonti lasciando una giacenza attiva e depositata pari a 2 milioni. Ma se la “Noor Bank”, presso cui era aperto il conto della società, si è accorta delle irregolarità ed ha bloccato il conto nell’ottobre del 2018, lo stesso non hanno fatto gli inquirenti.

Le indagini – Le indagini sulla morte della giornalista, infatti, sono andate avanti a rilento. Se gli esecutori materiali del delitto, i fratelli George e Alfred Degiorgio e il loro amico Vincent Muscat (omonimo del presidente ma senza legami di parentela), erano stati arrestati già nei mesi successivi sull’identità dei mandanti nulla si è mosso per diverso tempo. Le implicazioni politiche hanno infatti rappresentato un enorme problema rallentando le indagini. Se da un lato Mizzi e Schembri si dicevano pubblicamente pronti a collaborare per dimostrare la loro innocenza, dall’altro hanno cercato di ostacolare gli inquirenti in ogni modo attraverso cavilli procedurali. Sulla vicenda si era espresso anche il Consiglio d’Europa che aveva criticato duramente le autorità di Malta per non essere riuscite a garantire indagini indipendenti ed efficaci sul caso, e per chiedere al governo di aprire un’indagine per trovare il mandante. Dopo due anni di indagini a vuoto e con le pressioni sempre crescenti da parte sia della popolazione locale sia della comunità internazionale il primo ministro Muscat ha dovuto cedere affidando l’indagine, nel settembre di quest’anno, al giudice Michael Malla. Da quel momento è arrivata una svolta inattesa e, per certi versi, insperata.

Dopo un mese di lavoro, Malla ha fatto arrestare il tassista Melvin Theuma considerato l’intermediario che ha fatto da tramite tra il mandante e gli esecutori materiali. Quello che sembrava un piccolo passo verso la verità, ha invece innescato una cascata di eventi che hanno provocato un vero e proprio terremoto politico istituzionale sull’isola. Theuma ha infatti iniziato a collaborare con gli inquirenti ed ha fatto un nome noto e pesantissimo: Yorgen Fenech. Sarebbe stato proprio l’imprenditore a commissionare, per 150mila euro, l’omicidio di Daphne ai tre sicari per fermare le inchieste sulla “17Black”, la società utilizzata per elargire tangenti ai politici locali nella vicenda delle concessioni per la realizzazione della centrale elettrica. Un filo rosso che parte da Dubai, passa da panama e finisce dritto nel parlamento maltese dove, secondo Fenech, vi sarebbero le vere menti dietro la morte della giornalista. Come Theuma, infatti, anche l’imprenditore ha deciso di collaborare ed ha pronunciato quei nomi che, da sempre collegati alla vicenda, non erano mai stati messi nero su bianco. Konrad Mizzi e Keith Schembri. Le parole di Fenech mettono sotto accusa i due fedelissimi di Muscat, non solo per l’omicidio di Daphne ma anche per diversi episodi di corruzione. A nulla sono valse questa volta le loro dichiarazioni di innocenza. Nessun discorso sull’estraneità al caso ha potuto salvarli da questa ennesima accusa su cui ora, con due anni di ritardo, sta indagando la polizia maltese.

Il castello di carta sta iniziando a crollare. Il governo è sotto accusa e la popolazione da alcune settimane scende in piazza praticamente ogni giorno. Stanca della corruzione e del marcio della politica, la cittadinanza ha iniziato una dura contestazione contro i propri governanti chiedendo le dimissioni del Primo Ministro Muscat che avrebbe, secondo i manifestanti, “le mani sporche di sangue”. Dopo anni di silenzi, complicità e depistaggi il vaso di pandora è stato scoperchiato ed ora trema tutta la politica maltese. Mentre Muscat prende tempo, annunciando che si dimetterà il 12 gennaio, la rabbia esplode in tutta l’isola. Shock, disgusto e assenza di fiducia alimentano la paura di un popolo che ora teme il proprio governo. Perché come scrive il “Times of Malta” in un editoriale di qualche giorno fa:

“È qualcosa che va fermato.Non si tratta più dei legami tra politica e imprenditori, si tratta di legami tra politica e criminali.Le proteste devono continuare.

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