Il contagio italiano visto dall’estero

Con oltre 350 casi accertati, l’Italia è il terzo paese al mondo per diffusione del coronavirus. Un’emergenza che i media stranieri stanno raccontando con attenzione e la giusta dose di preoccupazione.

Da venerdì, quando l’emergenza coronavirus ha colpito direttamente il nostro paese, l’epidemia è diventata il principale argomento di tutti i mezzi di informazione italiani. Prime pagine, telegiornali, radio e siti di informazioni aggiornano costantemente il proprio pubblico sull’evoluzione della situazione generando spesso panico tra la popolazione. In questi giorni, infatti, la narrazione dell’epidemia nel nostro paese ha assunto sempre più toni epici. Come per raccontare una guerra contro un nemico invincibile, si aggiornano in diretta i numeri dei contagi, si parla di “caccia al paziente 0” di “corsa contro il tempo” di zone gialle e zone rosse, si mostrano le foto di supermercati assaltati, di persone con le mascherine, di città deserte. Il nord, descritto come uno scenario apocalittico dai media italiani, è così sprofondato in un panico autoalimentato in cui la corsa alle mascherine si è presto trasformata in corsa ai beni di prima necessità e cibi a lunga conservazione. Intanto gli occhi del mondo sono puntati tutti sul primo paese occidentale costretto ad affrontare un contagio su larga scala.

Cina – Sono quasi 80 mila le persone contagiate in Cina con oltre 2.600 decessi dall’inizio dell’epidemia ad oggi. In un sistema estremamente attento all’immagine del paese agli occhi del mondo i media cinesi stanno enfatizzando l’immenso sforzo attuato dal governo cinese per limitare i contagi ed affrontare l’emergenza. Come comprensibile, il coronavirus sta monopolizzando il dibattito pubblico e non mancano inevitabili riferimenti al resto del mondo ed al nostro paese. Diversi siti di informazione riportano notizie sulle misure di prevenzione prese nel nord Italia e sulle azioni intraprese dal governo per arginare il contagio. Con una narrazione ben lontana da quella esageratamente aggressiva dei media italiani, dall’epicentro dell’epidemia si guarda al nostro paese con apprensione ma senza allarmismi e si sottolinea da più parti come il crescente numero di casi in Italia rispetto al resto del mondo occidentale sia dato da un maggior numero di tamponi effettuati. Da sempre affezionati all’Italia e alle città d’arte nel nostro paese i cittadini cinesi hanno evidenziato grande interesse anche per quanto riguarda i monumenti e i simboli del nostro paese nel mondo, diversi siti riportano infatti notizie relative alla chiusura dei principali monumenti e delle manifestazioni pubbliche al nord sottolineando in certi casi l’eccezionalità delle decisioni prese come nel caso del teatro “alla Scala” chiuso per la 7 volta nella sua storia. Ma c’è anche chi, vede nel contagio italiano una sorta di “karma” dopo le aggressioni a cittadini orientali e lo stop ai voli da e per la Cina sempre condannato da Pechino. “L’Italia in preda all’epidemia scopre come si sentono i cinesi” titolava ieri il “South China Morning Post” sul suo sito ricordando come il nostro paese sia stato l’unico in Europa a chiudere il proprio traffico aereo verso oriente. Una decisione che avrebbe addirittura favorito il contagio perché, potendo tornare in Italia facendo scalo in altri paesi, “le autorità italiane hanno perso la capacità di rintracciare le persone che tornano dalla Cina”. Ma se i cittadini cinesi nel nostro paese hanno dovuto subire nelle scorse settimane “un contraccolpo razzista”, ora “tocca agli italiani affrontare quelle condizioni” si legge nell’articolo in riferimento ai blocchi imposti da altri stati a chi proviene dal nord Italia.

USA – Se visto dalla Cine lo scenario italiano sembra essere assolutamente sotto controllo, ancor più tranquillo appare agli occhi degli americani. Con circa 60 contagi e ancora nessun decesso registrato gli Stati Uniti risultano essere l’ottavo paese al mondo per diffusione dell’epidemia ed è evidente come oltreoceano l’isteria collettiva per il virus sia ben lontana del diffondersi. I media statunitensi seguono l’evoluzione dell’epidemia con molta apprensione e la CNN sul proprio sito fornisce aggiornamenti in tempo reale sulla diffusione del virus nel mondo. Parlando del nostro paese, proprio il principale broadcast televisivo americano, rilancia in diversi articoli apparsi sul portale web l’appello del governo a mantenere la calma etichettando come ingiustificate le scene di panico che stanno vivendo Lombardia e Veneto anche in base ai dati dell’OMS secondo cui “nella maggior parte dei casi (4 su 5) le persone manifestano sintomi lievi o assenti”. Ma l’arrivo del coronavirus, come riporta il ‘New York Times’, “ha frantumato il senso di sicurezza” degli europei pur avendo fatto “solamente 2.400 vittime su un totale d’oltre 80.000 contagi”. Il quotidiano newyorkese sottolinea come “la percezione di una minaccia crescente è stata amplificata sui canali televisivi, sui titoli dei giornali e sui feed dei social media”. La situazione sarebbe dunque ingigantita dai media che con articoli e titoli ad effetto stanno portando avanti un racconto alterato del contagio esaltandone quasi la pericolosità.

E così, più che sul panico scatenato dal coronavirus e dalla pericolosità del contagio, i media statunitensi sembrano interessarsi a tutto ciò che sta intorno all’epidemia, dalle questioni politiche a quelle economiche. È di nuovo il ‘NY Times’ a porre l’accento sulle ripercussioni economiche che il blocco del nord Italia potrebbe avere sul sistema italiano ed europeo. A preoccupare è soprattutto il ruolo di Milano, il capoluogo lombardo “da sol0 rappresenta il 10 percento dell’economia italiana, ha detto, e la regione Lombardia più del doppio” e dunque inevitabilmente secondo il quotidiano “se Milano si ferma, si ferma l’Italia.” La preoccupazione che traspare per il ruolo dell’Italia “nell’ecosistema produttivo mondiale” emerge anche dall’attenzione con cui i media statunitensi seguono le vicende politiche nostrane in relazione al virus. Le parole del premier Conte e degli altri attori politici coinvolti vengono più volte riprese da diverse testate che in questi giorni rilanciano anche le polemiche di Salvini contro governo ed Unione Europea. È il ‘TIME’, in particolare, a parlare ampiamente dell’ex ministro dell’Interno che “uscito dal governo ad agosto, ora si trova in perenne campagna elettorale” e l’epidemia fornisce al leader della Lega “materiale perfetto”. Come evidenzia il settimanale infatti “Sebbene i paesi che sono le principali fonti di migranti che viaggiano attraverso il Mediterraneo non soffrano di focolai di coronavirus, Salvini sta creando un legame implicito tra il movimento delle persone e la diffusione del virus”.

In Italia, insomma, vi sarebbe una reazione esagerata e poco razionale alimentata dai media che, per soddisfare il bisogno del pubblico di seguire la cronaca del contagio, “alimentano la sensazione che qualcosa di enorme stia accadendo”. È lo stesso ‘Dipartimento di Stato’ americano a classificare l’Italia come una nazione sicura in cui è solamente necessario “esercitare un alto grado di cautela nelle regioni della Lombardia e del Veneto”. Consiglio seguito alla lettera dal giornalista della ‘ABC News’ Dan Colasimone che afferma: “Anche se non farei mai nulla per mettere a rischio la mia famiglia, sono tranquillo nel portare le mie due figlie in Italia per una vacanza il mese prossimo”.

Europa – Un po’ meno tranquilli sembrano essere gli altri paesi europei. Dall’Austria alla Gran Bretagna, passando per Francia Germania e Spagna i nostri vicini guardano all’Italia con preoccupazione e sembrano prepararsi al peggio. In primis la BBC che questa mattina, sul proprio sito, riportava in prima pagina una vasta copertura della situazione parlando di come “l’epidemia si diffonde in Europa partendo dall’Italia” e spiegando con un lungo articolo “come il Regno Unito si prepara all’epidemia” descrivendo con una certa concitazione le procedure da seguire in caso di un nuovo focolaio e ponendosi domande certamente poco rassicuranti: “Il sistema sanitario è pronto?” “Cosa succede se fallisce il contenimento?” “E se ci fossero focolai di massa?”. Più pacato appare il Guardian che, pur riportando nella homepage del proprio sito una mappa virtuale della diffusione del virus, elogia il nostro paese per aver contenuto l’epidemia grazie a “regole draconiane”.

Eppure, nell’intero continente, tra i principali media sembra prevalere l’approccio allarmista della BBC rispetto circa la diffusione dell’epidemia. Diverse testate si interrogano sulle possibili misure da intraprendere in caso di contagio e sulla solidità del sistema sanitario nazionale. “Cosa fare in caso di epidemia in Francia?” titola ‘Le Monde’ a cui fa eco il tedesco ‘Der Spiegel’ che parla di “un focolaio imminente” portato dall’epicentro italiano, più cauto appare lo spagnolo ‘El Pais’ su cui si legge che “il sistema sanitario e la società dovranno imparare a convivere con il virus”. Ma se sulla diffusione l’allarme è al massimo, tutti sono concordi nel riportare la calma sulla gravità della malattia che “ha un tasso di mortalità del 2% circa ed ancora più bassa se si esclude la Cina”. Grave si, dunque, ma nulla per cui andare nel panico. Con toni pacati ed una copertura “normale”, a differenza di quella monopolizzante a cui assistiamo nel nostro paese, anche l’Europa sembra essere pronta al contagio.

L’epidemia delle fake news sul coronavirus

Uno scienziato cinese di nome Li Chen fuggì negli Stati Uniti,
portando una copia su dischetto dell’arma biologica cinese
più importante e pericolosa del decennio: la chiamano ‘Wuhan-400’


La Lombardia e il Veneto sono piegati dal coronavirus. Contagi in Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio mentre il Friuli-Venezia Giulia dichiara lo stato di emergenza. Ma la vera emergenza, da alcune settimane corre sui social network e nel passaparola. Centinaia di fake news stanno circolando da giorni alimentando un clima di paura e creando inutili allarmismi tra la popolazione favorendo così la diffusione del contagio con consigli tanto inutili quanto controproducenti. Dalle finte istruzioni date da anonimi dirigenti sanitari ai finti casi di contagio che aumentano la psicosi. Dalle diete miracolose che renderebbero immuni ad una profezia nascosta in un romanzo del 1981. Notizie incontrollate che stanno facendo il giro del web costringendo in diversi casi le autorità ad intervenire per smentirle prima che la situazione degeneri.

Aggressioni – La situazione, però, in diversi casi è degenerata. Il caso più grave a livello europeo è sicuramente quello andato in scena in Ucraina nel corso di questa settimana. Sei pullman con a bordo oltre 70 cittadini ucraini evacuate da Wuhan e dirette al centro di quarantena sono stati assaltati da un centinaio di manifestanti che hanno tentato di fermarli con barricate e lancio di sassi. Solo l’intervento della polizia ha evitato il peggio e permesso il passaggio dei mezzi. A scatenare la protesta, come prevedibile, una bufala. Sui social avrebbe infatti iniziato a circolare una finta mail, attribuita ala ministero della Salute, in cui si parlava della positività ai test di tutti i rimpatriati diretti all’ospedale di Novi Sanzhary per la quarantena. Tanto è bastato a metter in allarme i cittadini della regione e a creare un clima ostile nei confronti di tutti i rimpatriati. Una fake news circolata così in fretta da non lasciare il tempo per una smentita ufficiale arrivata solo dopo l’assalto ai pullman con la ministra della salute che ha condannato il gesto e deciso di mettersi in quarantena con i propri connazionali in segno di solidarietà.

E mentre in Ucraina si vivono scenari da film apocalittico, l’Italia non è certo immune ad episodi di violenza alimentati da bufale e razzismo. Sono infatti diversi i cinesi aggrediti nel nostro paese, accusati di essere “untori” e di diffondere il contagio in modo intenzionale. L’ultimo caso risale a ieri, a Torino una donna di 40 anni residente nel capoluogo piemontese dal 1977 è stata fermata per strada da una coppia di italiani. “Sei una cinese di merda. Hai il virus vattene” gli avrebbe gridato l’uomo mentre la donna tentava di colpirla. Un’aggressione che si aggiunge a quelle dei giorni scorsi e che ha spinto l’Ambasciata cinese a chiedere un intervento per fermare questa tendenza sottolineando come “nella comunità cinese si sta diffondendo il panico. Non per l’epidemia di coronavirus, ma per la sicurezza”. Aggressioni, verbali e fisiche, non tollerabili e assolutamente non giustificabili in nessun modo, frutto di una serie di informazioni distorte o non comprese che sul web accostano ripetutamente i cinesi al coronavirus. Un abbinamento entrato ormai nella testa di tutti foraggiato dalle continue notizie, dalle foto e dai video che inondano i social network. Poco importa se ad essere contagiati, in tutto il nord Italia, siano quasi esclusivamente cittadini italiani. Il racconto delle ultime settimane ha mostrato al popolo del web l’accostamento tra cinesi e virus e tanto basta con articoli allarmisti sulle comunità cinesi in Italia e foto di cinesi con la mascherina o addirittura malati.

Social – Sui social network, come sempre accade in casi del genere si sta verificando quella che è già stata da più parti definita come una infodemia: la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili. Articoli, foto, video e chi più ne ha più ne metta, spesso citando fonti inesistenti diffondono infatti false informazioni sulla situazione relativa al virus. Un atteggiamento quantomai pericoloso perché, non limitandosi a fornire un quadro della situazione a dir poco catastrofico, consigliano una serie di comportamenti che non solo risultano inefficaci per contrastare il coronavirus ma si possono rivelare controproducenti. C’è chi, ad esempio, sostiene che per prevenire il contagio siano sufficienti gargarismi regolari con il collutorio e chi pensa che lavare il naso con una soluzione salina possa essere un modo efficacie per disinfettare le vie aeree e immunizzarsi dal covid-19. In alcuni casi si è addirittura arrivati ad ipotizzare che cospargendo con olio di semi di girasole o con soluzioni alcoliche i sospetti contagiati si potesse uccidere il virus prima che prendesse piene. Si tratta ovviamente di misure totalmente inefficaci che potrebbero mettere a rischio la salute e su cui è dovuta intervenire l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, da alcune settimane, sta cercando di limitare la diffusione di notizie false che possano creare pericoli ulteriori per la salute. Sul sito dell’organizzazione è stato pubblicato un decalogo con le domande più frequenti e le bufale più diffuse nel tentativo di fare chiarezza sugli aspetti che potrebbero risultare più problematici.

Chi si sta spendendo per fermare la diffusione di notizie non confermate sono proprio i Social Network. Tutte le principali piattaforme stanno infatti correndo ai ripari nel tentativo di arginare la diffusione di bufale e articoli che possano diffondere il panico o inutili allarmismi. Twitter ha cambiato il proprio prompt di ricerca per fare in modo che cercando #coronavirus o hashtag collegati vengano mostrati per primi i risultati più attendibili e utili per gli utenti mentre Instagram rimanda al sito dell’OMS tutti gli utenti che cerchino sull’applicazione hashtag correlati alla malattia. Facebook, dal canto suo, sta lavorando con fact-checker terzi per rivedere i contenuti e smascherare false informazioni relative al virus. È in corso, insomma, una vera e propria task force che vede coinvolti i principali attori del web e il mondo scientifico nel tentativo di eliminare i contenuti falsi e cospirazionisti e far emergere tra i risultati di ricerca le fonti affidabili e scientifiche.

WhatsApp – In ritardo rispetto alle altre piattaforme risulta essere, forse inevitabilmente, WhatsApp. L’app di messaggistica più utilizzata nel nostro paese sta infatti diventando veicolo di informazioni errate o parziali. È il caso, ad esempio, di un audio in cui un fantomatico italiano residente in Cina racconta di come il virus fosse una versione potenziata della Sars realizzata in un laboratorio di Wuhan a scopo militare e del rimpatrio di 200 italiani contagiati con un volo fantasma diretto a Roma. Notizie false, come falsi sono gli audio di presunti dirigenti sanitari lombardi che in questi giorni diffondono informazioni allarmiste sul contagio con numeri assolutamente distanti dalla realtà e informazioni non verificate. Così come falsa è la notizia di una paziente contagiata al Policlinico di Tor Vergata come ripetuto in due audio da una ragazza che si autodefinisce la sorella di un’infermiera dell’ospedale. Ma i casi sono decine, da Peschiera a Messina, passando per Bari, la Toscana e il Lazio la psicosi è totale. Messaggi e audio in cui si diffondono quasi sempre notizie di nuovi contagi in zone sempre diverse che alimentano una psicosi sempre più pericolosa.

 Se dunque i principali social network sono corsi ai ripari e stanno tentando di arginare un fenomeno tanto diffuso quanto pericoloso lo stesso non si può dire per WhatsApp. Ed è proprio l’app, di proprietà del gruppo Facebook, quella dove rimbalzano maggiormente bufale e allarmi. L’impossibilità, per motivi di privacy e di portata, di scandagliare ogni messaggio inviato o ricevuto dagli utenti riduce quasi a zero le possibilità di contrastare la diffusione di simili messaggi che si diffondono come catene di sant’Antonio. È un’epidemia dentro l’epidemia, ugualmente pericolosa alla diffusione del virus ma meno controllabile. Messaggi che rimbalzano di chat in chat e che molti credono affidabili perché inoltrati da persone fidate. In realtà, ascoltando gli audio e leggendo i messaggi è facile capire quando si tratta di bufale. Si tratta in quasi tutti i casi di messaggi che citano fonti non verificabili (“mi ha detto mio fratello”, “ho il cugino che lavora all’ospedale”) e che riescono a mixare in modo quasi perfetto l’allarmismo e la serietà citando dati di dubbia provenienza e casi inventati di sana pianta.

Mentre il virus si diffonde a macchia d’olio al nord Italia, una nuova epidemia sta contagiando ancora più persone in tutta Italia. Il contagio da fake news rischia, ogni giorno di più, di far più danni del contagio da coronavirus. Se è encomiabile lo sforzo fatto dalle varie piattaforme per ridurre al minimo la diffusione di notizie false risulta però evidente come sia impossibile fermare completamente l’epidemia da bufale. Un’epidemia che porta paura e diffidenza nella popolazione. Che genera tensioni e può sfociare, come già avvenuto in diversi casi, in vere e proprie aggressioni fisiche o verbali. Un’epidemia che corre silenziosa sui social e si nasconde tra le pagine del web sfruttando l’incapacità di molti nel distinguere notizie vere da notizie false. Forse è ignoranza, forse ingenuità. Se per chi le riceve e le diffonde si può cercare una flebile giustificazione, nulla si può dire su chi le mette in circolazione consapevole che molti sono disposti a credere che il virus sia stato creato il laboratorio per distruggere l’umanità. D’altronde lo aveva già profetizzato Koontz nel 1981, e poco importa se la versione originale non era così:

“Wuhan-400 è un arma perfetta e colpisce solo gli uomini.”

Ascesa e caduta di un dio dello sport

Dalle Alpi francesi solcate da una tempesta,
si leva solenne, al di là delle nuvole della fantasia, un dio dello sport:
si chiama Marco, il nome forte di un evangelista.
-Candido Cannavò-

Era un dio Marco Pantani. Un dio dello sport, come lo descrisse la penna di Candido Cannavò sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport il 28 luglio 1998. Un dio salito fino al paradiso prima della tremenda caduta che lo ha portato all’inferno, una caduta iniziata il 5 giugno 1999 e finita meno di cinque anni più tardi. Finita nel modo più tragico che si possa immaginare, in una stanza d’albergo nel giorno di San Valentino. Il personaggio più amato nella storia del ciclismo italiano, l’ultima vera leggenda in grado di emozionare appassionati e semplici spettatori. L’ultimo personaggio sportivo che ha saputo tenere incollati milioni di spettatori alla televisione per vederlo danzare sui pedali, curvo sul manubrio in quell’inconfondibile posizione che solo lui riusciva a tenere. Una posizione da velocista. Mani basse sul manubrio mentre la strada va su. 9%, 10%, 15%. Sulle rampe più ripide, lo scalatore venuto dal mare dava tutto sé stesso. Sulle rampe più ripide ha fatto emozionare un’intera nazione.
La carriera – Marco non è stato certo un vincente. Nella sua, purtroppo breve, carriera ha collezionato 46 vittorie da professionista tra il 1992 e il 2003. Ma sono vittorie che nessun appassionato di ciclismo può dimenticare. La stella di Pantani inizia a brillare il 5 giugno 1994, su una delle salite più dure d’Europa. Nella tappa che va da Merano all’Aprica Pantani, dopo aver vinto quella del giorno precedente, attacca sul Mortirolo e stacca sia la maglia rosa Berzin sia lo spagnolo Miguel Indurain. Passa in cima al passo del Mortirolo da solo, aspetta i rivali, riprende fiato, si fa raggiungere e poi scatta di nuovo sul valico di Santa Caterina. Va via, arriva all’Aprica a braccia alzate. Bastava guardarlo per capire che aveva qualcosa di diverso dagli altri. Quando la strada saliva sembrava che la sua bici non toccasse nemmeno per terra, sembrava galleggiasse leggera e composta ondeggiando dolcemente ad ogni pedalata del Pirata. Quella bandana lanciata via come ad annunciare l’imminente attacco e poi via. In piedi sui pedali a fuggire da tutto e da tutti verso un traguardo da tagliare a braccia alzate. Come quel 4 giugno 1998 e quel traguardo di Montecampione tagliato a braccia aperte. Gli occhi socchiusi e un sospiro profondo, come a dire: “anche questa è andata. Anche oggi ce l’ho fatta.”
Quell’anno Marco fu insuperabile. La vittoria di Montecampione gli spianò la strada per la vittoria del suo primo giro d’Italia conquistato con un vantaggio di 1’33’’ di vantaggio sul russo Tonkov. Ma il bello doveva ancora venire. Dopo il Giro, Pantani si mise in testa di correre anche il Tour e di provare ad entrare nell’olimpo del ciclismo vincendo entrambe le corse nello stesso anno. L’inizio non fù entusiasmante, dopo sette tappe il ritardo in classifica generale era di circa 5 minuti e i presentimenti su quel Tour de France non sembravano essere buoni. Ma Marco, si sa, era in grado di tirar fuori tutto quello che aveva nelle situazioni più difficili. Giorno dopo giorno riuscì a ridurre il suo ritardo, vincendo anche la tappa di Plateau de Beille, ma il capolavoro lo fece il 27 luglio. “Sulle alpi francesi solcate da tempesta” Marco attacca sul Galibier, a 50km dal traguardo. La nebbia e la pioggia fitta a rendere quella giornata, quella salita, la cornice perfetta di un’impresa che rimane nella storia. Un’impresa con cui Marco ha cambiato maglia e vita. Al traguardo arriva con 9 minuti di vantaggio sul tedesco Jan Ullriche indossa la maglia gialla che porterà fino a Parigi. È trionfo. Il 2 agosto 1998, sugli Champs-Elysées, Pantani può sorridere. Il 2 agosto 1998 il pirata diventa il settimo, e ultimo, corridore a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Il 2 agosto 1998, Marco è leggenda.
Una leggenda che è stata in grado di rialzarsi dopo ogni caduta. Perché dietro quei successi, c’è un Pantani maledetto. Un Pantani che ha dovuto affrontare ogni genere di sfortuna. Dopo l’incidente del 1995, quando durante la Milano-Torino fu investito da un fuoristrada e si ruppe tibia e perone, si riprende e torna a correre con una squadra costruita attorno a lui. Sembra essere finalmente il suo anno, quello della consacrazione. E invece no. E invece un’altra volta ci si mette la sfortuna. Durante la 7 tappa, lungo la discesa dal valico di Chiunzi, un gatto gli attraversa la strada mentre è lanciato a oltre 50 km/h. Marco sbanda, sbatte contro il muro, cade e si rialza. Finisce la tappa ma all’ospedale scoprì di aver subito la lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari della coscia sinistra. Abbandonò la corsa. E forse abbandona anche un po’ di leggerezza.
La caduta – il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando sta per iniziare la penultima tappa di un Giro dominato, inizia la fine della carriera e della vita del Pirata. Alle 10.10 del mattino, a un’ora dall’inizio della tappa vengono diffusi i risultati del test antidoping condotto su diversi corridori. Era un test programmato da tempo e per questo nessuno lo temeva particolarmente, in un ciclismo invaso da sostanze dopanti era infatti sufficiente risultare entro i limiti per evitare squalifiche. Ma quella mattina a Madonna di Campiglio accadde l’impensabile: nel sangue di Pantani viene riscontrata una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Il valore di ematocrito rilevato al cesenate fu infatti del 52% contro il limite del 50% consentito dal regolamento. Per qualche minuto si pensa se insabbiare il caso e far concludere la corsa a Pantani o dire la verità. È Candido Cannavò, direttore della Gazzetta dello Sport, a prendere la decisione finale: i dati ufficiali vengono diffusi, Marco Pantani viene squalificato con effetto immediato. Il pirata è incredulo, non vuole lasciare l’albergo, non vuole lasciare la corsa. È convinto che non sia possibile un valore così alto, è convinto che ci sia qualcosa di sbagliato. Esce dall’albergo scortato dai carabinieri mentre una folla di giornalisti lo assale, è la caduta del dio dello sport. È la fine di una carriera straordinaria, perché anche se la squalifica è di soli 15 giorni, il contraccolpo psicologico è devastante per Pantani: “C’è qualche cosa di strano.” Dice ai giornalisti che lo attendono in strada “Ripartire dopo una batosta come questa… L’ho fatto dopo grossi incidenti, mi sono sempre rialzato, ma questa volta non mi rialzo più.” E infatti Marco non si rialzerà più. Quel giorno a Madonna di Campiglio finì la carriera dello scalatore venuto dal mare. Il suo tentativo di tornare in sella nelle stagioni successive naufragò. Aveva perso la spensieratezza e la fiducia. Aveva perso la voglia di stare in un mondo che lo aveva fatto cadere.
Mentre da Madonna di Campiglio torna a Cesenatico, Pantani decide di fare una sosta. Un prelievo volontario in un centro specializzato di Imola per vedere cosa non andasse nel suo sangue. Il risultato è inequivocabile: il livello di ematocrito è intorno al 45%. Ben lontano dal 52% rilevato solo poche ore prima. La conferma che qualcosa non andava.
La morte – da quel giorno per Pantani inizia un vortice infinito che lo trascina sempre più in basso. Quel dio dello sport che come un profeta scalava le montagne per diffondere il suo verbo si ritrova all’improvviso all’inferno. La depressione prima e la droga poi. Fino al drammatico epilogo di quel tragico San Valentino. Il 14 febbraio 2004, il corpo senza vita di Marco Pantani viene ritrovato nella stanza D5 al residence ‘Le Rose’ di Rimini dove alloggiava da 4 giorni. Lontano da tutti, da solo con la sua depressione. La stanza a soqquadro e una dose di cocaina fecero subito pensare ad un delirio da overdose e l’autopsia stabilì che la causa della morte fosse un edema polmonare. Tanto bastò per far emergere quella come verità. Ma c’è qualcosa in questa vicenda che non torna. Dal metodo che sarebbe stato utilizzato per assumere la cocaina, l’ingestione secondo i carabinieri, al caos troppo ordinato per essere frutto di un delirio. Tonina Pantani, la mamma di marco che da allora cerca la verità, ha sempre fatto notare come le firme per il prelievo dei soldi che Pantani avrebbe usato per comprare la droga siano state falsificate e che non c’era traccia di droga nella camera del residence, se non quella che Marco avrebbe ingerito. Dubbi anche sulla stanza messa “scientificamente” in disordine e non in modo naturale da una singola persona in preda a overdose come attestato dalla Procura. Infine quei residui di cibo cinese, che Pantani detestava, l’assenza di una bottiglia d’acqua per ingerire la cocaina e alcuni lividi sul corpo dell’atleta pestato probabilmente da più persone per costringerlo a bere l’acqua con la cocaina. E sulla vicenda, ci sarebbe infatti una mano esterna al mondo del ciclismo. A rivelarlo per primo fu Renato Vallanzasca che, in una lettera indirizzata a Tonina, affermo che un suo amico habitué delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del “fatto” di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Pantani per la classifica finale, e assicurandogli che “il Giro non lo vincerà sicuramente lui”. Una mano criminale confermata negli anni anche dalla procura di Forlì che, prima di archiviare le indagini, evidenziò come “un clan camorristico minacciò un medico per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma”.

Quello che accadde dal 1999 al 20004 è troppo confuso e nascosto per poter sapere con esattezza cosa portò alla morte del pirata ma, se è oramai certo che l’esclusione dal giro del 1999 fosse un modo per fermare il campione romagnolo e incassare milioni in scommesse, possiamo solo ipotizzare cosa accadde dopo. Il campione ferito che cerca la verità su quel giorno. I suoi amici raccontano di un Pantani che non si da per vinto e indaga, cerca i nomi, cerca i motivi. Probabilmente Marco ha scoperto qualcosa. Probabilmente era troppo vicino alla verità. Probabilmente andava fermato in qualche modo per non scoperchiare un vaso di pandora. A fermarlo fu quella morte assurda su cui ancora aspettiamo verità. Una morte che ci ha tolto l’uomo, cinque anni dopo l’inganno che ci tolse il campione. Quel campione che ci faceva saltare sul divano ogni volta che lanciava la bandana. Quel campione che tenne un’intera nazione sognante davanti alla TV mentre leggero fluttuava nella nebbia del Galibier. Quel campione che ci fece scoprire il ciclismo e ci fece innamorare dei pirati. Perché da allora nulla è più come prima ma nel nostro cuore resterà indelebile il ricordo. In piedi sui pedali, mani basse sul manubrio, occhi dritti sulla strada. La bandana gettata via, l’orecchino che luccica e quello striscione che attende il suo passaggio:
“Dio c’è ed è pelato”.

La guerra di Bolsonaro al polmone del mondo

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace,
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà
a rispettare la vita.


“La foresta amazzonica non è patrimonio dell’umanità, ed è sbagliato dire che sia il polmone del mondo. La foresta è del Brasile, basta mettere in dubbio la nostra sovranità”. Era il settembre scorso quando, dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Jair Bolsonaro attaccava leader mondiali e media arrogandosi il diritto di decidere il futuro della foresta amazzonica. Ora, a quasi cinque mesi da quelle dichiarazioni, il presidente brasiliano sta provando a fare quello che nessuno aveva osato fare prima di lui: anteporre gli interessi economici alla salvaguardia dell’Amazzonia.

Piano – Ma la salvaguardia della foresta pluviale più grande del pianeta per Bolsonaro è un fattore secondario. Già durante la campagna elettorale del 2018, che lo aveva portato alla vittoria delle elezioni, il presidente brasiliano aveva più volte evidenziato come la presenza di un’area “intoccabile” come quella amazzonica rappresentasse un freno per l’economia del paese. Dal 1° gennaio 2019, momento dell’insediamento ufficiale, Bolsonaro ha forzato la mano provando a dar seguito con i fatti a quelle parole che avevano scatenato le preoccupazioni degli ambientalisti di tutto il mondo. Prima ancora che cambiando le leggi, lo ha fatto principalmente riducendo le sanzioni, gli avvertimenti e i sequestri operati dalle autorità verso società e proprietari terrieri che portano avanti opere di disboscamento illegale. Nei primi sei mesi del suo mandato (fino a luglio 2019) le sanzioni per il disboscamento illegale sono diminuite quasi del 70% garantendo un livello di impunità tale da spingere molti a non rispettare più alcun limite imposto dalla legge. Un atteggiamento passivo a cui è seguito un atteggiamento attivissimo con la rimozione di qualsiasi funzionario pubblico abbia tentato di denunciare il problema. Come accaduto con il fisico Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale di ricerche spaziali, colpevole di aver diffuso dati che testimoniavano un drammatico incremento del disboscamento. In questo modo Bolsonaro è riuscito a costruire un apparato statale a sui immagine e somiglianza con funzionari e uomini di governo scelti strategicamente per poter proseguire incontrastato nella sua opera di riforme. Strategica in tal senso è stata ad esempio la nomina di Ricardo Salles come ministro dell’ambiente. Finito al centro di un’indagine nel 2017 per aver violato le leggi sulla tutela ambientale per fini economici, Salles ha espresso più volte i suoi dubbi sull’effettiva esistenza di un cambiamento climatico. Un paradosso che diventa normalità nel Brasile di Jair Bolsonaro.

Come diventa normale affidare il Ministero per le Miniere e l’Energia ad un ex militare senza esperienze politiche né tantomeno nel settore energetico. Si tratta in questo caso dell’Ammiraglio Bento Albuquerque protagonista, insieme al presidente brasiliano del nuovo piano di sfruttamento dell’amazzonia. I due hanno infatti presentato alla stampa, in occasione della conferenza stampa per i 300 giorni del governo Bolsonaro, il nuovo piano per lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nei territori indigeni consegnato dallo stesso Albuquerque al termine dell’incontro al presidente della Camera, Rodrigo Maia, che nei prossimi giorni darà inizio all’iter per l’approvazione. Il provvedimento rappresenta il culmine della politica attuata dall’esecutivo nonché la realizzazione di quelle promesse fatte dal Bolsonaro durante la campagna elettorale. Con questa legge, se approvata, si aprirebbe allo sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie presenti nella foresta amazzonica e finora rimaste intatte. Il parlamento sarebbe chiamato di volta in volta a concedere o meno l’autorizzazione alle varie società per sfruttare i giacimenti o realizzare opere idroelettriche previo un parere, non vincolante, delle tribù indigene. E proprio quelle tribù sono quelle maggiormente a rischio, il provvedimento aprirebbe infatti ad uno sfruttamento massiccio della foresta pluviale per finalità economiche senza prevedere vincoli né per lo sfruttamento delle risorse, attualmente utilizzate solamente dagli indigeni in minima quantità, né per i territori interessati da tali attività. È un vero e proprio attacco alle riserve indigene con una decisione che nessuno fino ad ora aveva mai osato prendere. Se il congresso dovesse approvare il disegno di legge, infatti, centinaia di tribù rischierebbero di rimanere senza terra, sfrattati dalle riserve che occupano da millenni per perseguire uno sviluppo economico obsoleto già in partenza. La vita di centinaia di tribù in cambio di risorse che tutto il mondo cerca di eliminare: petrolio, gas e carbone.

Indigeni – La vita degli indigeni, d’altra parte, non è mai stata così poco tutelata dalle istituzioni brasiliane come nel primo anno di presidenza Bolsonaro. Taglialegna e minatori illegali hanno in questo periodo aumentato il livello di violenza nei confronti delle tribù indigene e, coperti da un’impunità pressoché totale, non si sono fatti scrupoli ad uccidere chiunque provasse ad intralciare le loro attività. A farne le spese sono stati in particolare i cosiddetti “Guardiani della Foresta”, una sorta di corpo di polizia istituito dagli indios per vigilare sulla foresta amazzonica nel tentativo di limitare le attività economiche illegali, diventati negli ultimi mesi sempre più un bersaglio. Ma non sono i soli a pagare con la vita, l’intera popolazione indigena è a rischio. Un’ondata di violenza che ha portato un gruppo di giuristi, accademici e attivisti a denunciare Jair Bolsonaro alla Corte Penale Internazionale dell’Aja per incitamento al genocidio delle popolazioni native e crimini contro l’umanità. Due accuse pesanti e giustificate dal bassissimo livello di attenzione posto dal suo governo sulle esigenze e sulle difficoltà delle popolazioni indigene oltre che dal totale disinteresse per i crimini portati avanti dai disboscatori illegali. Un genocidio istituzionale che trae la propria forza dai continui tentativi del presidente brasiliano di indebolire sistematicamente tutti gli enti preposti alla salvaguardia delle tribù. Dall’inizio del suo mandato, Bolsonaro ha rimosso 22 funzionari su 27 sostituendoli con uomini di fiducia pronti ad obbedire ai suoi ordini.

Nei giorni scorsi è arrivata la nomina del missionario evangelico Ricardo Lopez Dias alla guida del Funai, l’agenzia governativa agli affari indigeni. Un missionario evangelico dovrà dunque gestire i rapporti con le tribù incontattate nel delicato passaggio per lo sfruttamento delle risorse in quei territori con tutti i rischi che ciò può comportare. E le critiche non sono mancate. Diversi attivisti hanno ricordato la precedente esperienza di Dias nella New Tribes Mission (oggi Ethos360), un’organizzazione fondamentalista che con le sue missioni nel cuore della foresta amazzonica cerca di portare ad un’evangelizzazione forzata delle tribù incontattate. “È come mettere una volpe a guardia del pollaio” è stato il commento lapidario della ong “Survival International” che da anni si occupa di difendere i diritti delle popolazioni indigene messi in serio pericolo da un Bolsonaro che “cede agli interessi evangelici e di proselitismo, minando una politica secolare di rispetto per le popolazioni indigene”. La nomina di Dias si aggiunge così a quella di un altro pastore evangelico, la ministra dei Diritti Umani Damares Alves che, insieme al Funai, ha il compito di delimitare i confini delle terre indigene. Due figure che hanno già dimostrato, con una sola dichiarazione, di poter rappresentare il più grande problema per la storia recente dei popoli indigeni: “Nessun rapporto con le ONG. Ora l’indiano deve parlare direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Due missionari evangelici fondamentalisti a curare i delicati rapporti con popolazioni che non vogliono aver contatti con la società. Non è un libro di storia aperto sul capitolo del colonialismo. È la drammatica situazione del Brasile di oggi.

Disboscamento – E se gli indios sono in pericolo, la loro casa non è certo al sicuro. Dove prima c’era il verde ora campeggiano macchie giallastre, dove prima c’erano gli alberi ora la desolazione. Nel 2019 la deforestazione è aumentata del’85% rispetto all’anno precedente con oltre 9.000 chilometri quadrati di vegetazione persi per sempre. E in questo 2020 la rotta non sembra destinata ad invertirsi, al contrario. Nel solo mese di gennaio, stando ai dati dell’Inpe basati sul sistema di monitoraggio DETER, 284, 27 chilometri quadrati sono già andati distrutti con un incremento del 108% rispetto al gennaio 2019. Dati allarmanti che indicano come i fattori che hanno potato ad una deforestazione record durante tutto lo scorso anno, non siano cambiati. Alimentata e coperta dal governo la deforestazione rischia di non fermarsi nemmeno quest’anno. E mentre le autorità brasiliane nascondono i crimini ambientali e tentano di legalizzarli, il polmone del mondo muore per far vivere il profitto. Per arricchire i pochi e far morire gli altri. Però forse non è il momento di perdere la speranza ma di combattere ancora di più contro chi abusa del mondo condannandoci tutti. Perché gli alberi continuano a cadere. Gli indios continuano a morire. Ma forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme. Speriamo che quel giorno arrivi presto.

Perchè piangiamo Kobe Bryant

“Whether you view me as a hero or a villain,please know I poured every emotion,every bit of passion and my entire self.”

“Sia che mi vediate come un eroe o come il cattivo,per favore, sappiate che ci ho messo ogni emozioneogni briciolo di passione, tutto me stesso.”
-Kobe Bryant, Lettera ai tifosi-


Un silenzio irreale. Un violoncello in mezzo al campo suona l’Hallelujah mentre sul tabellone scorrono le immagini di una carriera indimenticabile. Sugli spalti lacrime, commozione ed un silenzio che allo Staples Center di Los Angeles probabilmente non si sente nemmeno quando è vuoto. È il grande omaggio del popolo gialloviola ad un giocatore che per i Lakers, e per tutto il basket, ha significato molto più di quello che si può immaginare. Il prepartita è tutto per lui. Fuori dallo Staples Center migliaia di persone si sono radunate per portare fiori e ricordi. Sugli spalti ventimila maglie con i numeri 24 e 8 e due posti vuoti. Per Kobe Bryant e Gianna Bryant.


Kobe – Nato a Philadelphia il 23 agosto 1978, Kobe ha iniziato a giocare a basket all’età di 3 anni e non ha mai smesso. Figlio di Joe Bryant, ex cestista nel nostro campionato, Kobe ha vissuto per 7 anni in Italia seguendo il padre nelle sue avventure sportive tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. L’amore tra Kobe e il nostro paese è rimasto immutato in lui per tutta la vita, conquistato de un Italia così diversa dagli USA ma così bella e calorosa. E proprio quell’amore per l’Italia lo stava per portare a giocare nel nostro campionato. Nel 2011 in NBA scatta il “lockout”, lo sciopero delle proprietà delle squadre della lega che blocca totalmente il basket americano: le squadre non possono operare sul mercato, non si possono organizzare amichevoli, esibizioni o summer camp, i giocatori non ricevono gli stipendi e non possono avere nessun tipo di rapporto con i loro club. Una situazione che porta molti giocatori a scegliere, per qualche mese, di giocare in Europa per non perdere l’allenamento. Nasce li la pazza idea della Virtus Bologna di portare Kobe in Italia: dieci partite per un ingaggio totale di 3 milioni di euro, tra il 9 ottobre e il 16 novembre 2011. Kobe ci pensa, si confronta con il suo procuratore, e alla fine accetta. Nemmeno il tempo dei titoloni sui giornali, “Kobe quasi sì a Bologna” scrisse la Gazzetta, e arrivò il ripensamento. La NBA sarebbe potuta ricominciare da un momento all’altro e il Mamba non voleva rischiare di perdere un mese di regular season per il contratto con Bologna. Kobe scelse quell’NBA che lo aveva reso leggenda.

E in NBA Kobe ha lasciato un segno indelebile. Con 33.643 punti è il quarto miglior marcatore della storia della lega superato al terzo posto, con uno strano scherzo del destino, da LeBron James la sera prima dell’incidente proprio in quella Philadelphia che gli diede i natali. In carriera ha avuto una media di 25 punti a partita, da aggiungere a uno score di 4,7 assist, 5,3 rimbalzi e un totale di oltre 1.800 palle rubate. In carriera è stato due volte MVP delle Finals NBA, ha vinto due ori olimpici, cinque titoli NBA e anche un Oscar per il miglior cortometraggio. Dal 13 novembre 1996, Los Angeles Lakers-Minnesota Timberwolves (0 punti), al 13 aprile 2016, Los Angeles Lakers – Utah Jazz (60 punti). 20 anni con la stessa maglia, 1346 partite con la canotta gialloviola e quei due numeri: l’8 fino al 2006 “per piantare la sua bandierina nella lega” poi il 24 “simbolo della crescita: gli attributi fisici non sono quelli di una volta, ma la maturità e aumentata”. Due numeri che oggi tutto il mondo omaggia in ogni modo possibile. Due numeri che ora sono indissolubilmente legati ad un nome: Kobe Bean Bryant.


Leggenda – La morte di Kobe lascia increduli e storditi. Non solo per il modo in cui è arrivata, e non entreremo nel merito della vicenda e del dibattito sulla scelta di volare in condizioni non ideali, ma anche e soprattutto perché inaspettata e imprevedibile. Inaspettata ed imprevedibile come erano le sue giocate. Inaspettata e imprevedibile e dunque ancora più dolorosa. Il mondo del basket e quello sportivo più in generale hanno pianto la scomparsa di un campione che ha saputo travalicare i confini del suo sport diventando icona. Pochi prima di lui ci sono riusciti. Pochi riusciranno a farlo dopo di lui.

Perché Kobe ha rappresentato per un’intera generazione, quella nata tra gli anni ’80 e i ’90, il punto di riferimento nel mondo del basket. In un basket che sembrava potesse sprofondare nel buio dopo il ritiro di Michael Jordan, Kobe ha riacceso la luce prendendosi la scena e diventando per quella generazione ciò che Jordan fu per la precedente. Kobe era quel giocatore che conosceva anche chi non seguiva il basket. Era quel giocatore di cui tutti i ragazzini al campetto avevano la canotta e imitavano le mosse.  Per 20 anni Kobe ha rappresentato l’atleta individualista per eccezione, un maestoso solista capace di fare canestro quando voleva e come voleva, a prescindere dal difensore, dal compagno, dall’allenatore in panchina o dai fischi dei tifosi in tribuna. Per 20 anni Kobe è stato anche un meraviglioso direttore d’orchestra in grado di smistare palloni d’oro ai compagni, la coppia Bryant-O’Neal è nella storia della pallacanestro, e di motivarli all’inverosimile prima e durante le partite. Kobe è riuscito ad essere contemporaneamente icona individuale e uomo squadra perfetto. Ci ha insegnato che non importa quanto si può essere forti, non si è mai migliori degli altri e si può vincere solo facendolo tutti insieme. Con i suoi allenamenti notturni mentre tutti dormivano, con i suoi tiri in solitaria alle 5 del mattino in una palestra deserta, con la sua “mamba mentality” ci ha insegnato che si può sempre migliorare, anche dopo 5 titoli NBA. Basta crederci e dare tutto. Kobe ha reso reale quello che tutti pensavamo potesse esistere solo nella nostra immaginazione. Perché tutti noi abbiamo iniziato da quei calzini arrotolati lanciati nel cestino, come in quel cortometraggio da Oscar. Perché se nel silenzio di un campetto di periferia, mentre la palla lasciava le mani, abbiamo sentito la sirena di fine quarto e il boato dello Staples Center è stato solo grazie a lui. Perché se quando tiriamo, gridiamo ancora “Kobe!” scoprendoci campioni quando la palla danza sul ferro è grazie a lui. Da NBA Action di Italia1 alla pay-tv passando per Sportitalia e i siti pirata con telecronaca in russo. Quella sveglia puntata alle 2 o alle 3 di notte era dolcissima. Per vent’anni le nostre notti insonni hanno avuto lui come attore protagonista, le sue movenze, i suoi arresto e tiro, i suoi sorrisi. Per vent’anni lo abbiamo visto danzare su un parquet con la palla in mano. Lo abbiamo visto cadere, piangere e rialzarsi più forte. Lo abbiamo visto vincere e lo abbiamo visto perdere. Per vent’anni Kobe è stato il basket. E forse no, non siamo pronti a lasciarlo andare. E ora che non c’è più, chiudendo gli occhi immagino ancora quel cronometro che scorre. Cinque secondi alla fine, palla in mano. Quella danza sulla linea dei tre punti, e un finale che già si sa.


“5… 4… 3… 2… 1…Love you always.”

Cosa sappiamo sulla morte di Giulio Regeni

Verità per Giulio Regeni


C’era un cartello giallo con una scritta nera. No, nessun addio a bocca di rosa questa volta, ma un grido disperato di un popolo che chiede verità. Verità per una vita spezzata a 28 anni. Verità sulla morte di un ragazzo che inseguiva i suoi sogni e le sue passioni. Verità sulle indicibili complicità che il 25 gennaio 2016 hanno spento per sempre il sorriso di un giovane dottorando.
Giulio Regeni, da quattro anni non c’è più.
Giulio Regeni, da quattro anni, aspetta la verità sulla sua assurda e orrenda morte.
La aspettano, sostenendosi a vicenda, mamma Paola e papà Claudio.
La aspettiamo tutti.La esigiamo tutti.

I fatti – Giulio era un ragazzo brillante, nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine. Ma Fiumicello gli sta stretta e dunque, ancora minorenne, si trasferisce a Montezuma nel New Mexico dove per due anni studia al “Armand Hammer United World College of the American West”. Nel 2012 e nel 2013 grazie alle sue ricerche sul Medio Oriente vince il premio “Europa e Giovani” indetto dall’ Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli-Venezia Giulia, un riconoscimento importante che attesta la grande propensione di Giulio per la ricerca e mette in evidenzia le sue doti. Doti che lo portano in breve tempo a collaborazioni importanti come quelle messe in atto con “l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale” e “Oxford Analytica”. In Gran Bretagna Giulio è diviso tra Oxford, dove lavora per il centro di ricerche politiche privato, e Cambridge dove ne frattempo inizia il Dottorato e continua la sua attività di ricercatore universitario. L’8 settembre 2015, per completare la sua tesi di dottorato, Giulio Regeni atterra al Cairo ed inizia una spirale di eventi che lo travolge. Una serie di complicità, di segreti, di misteri che hanno portato nel giro di 5 mesi alla morte di un ragazzo di 28 anni.


Sono le 19.41 del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana anti Mubarak, quando dal telefono di Giulio parte l’ultimo messaggio. L’ultimo segnale di vita dal ricercatore italiano. L’ultimo messaggio prima del silenzio. “Sto uscendo” scrisse alla sua ragazza, che si trovava in Ucraina, ma i suoi amici che lo aspettavano in piazza Tahrir non lo vedranno mai arrivare. Provano a contattarlo ma non ci riescono. Alle 19.50 il suo cellulare si collega al wifi della metropolitana nella stazione di El Bohoot prima di spegnersi per sempre. Per 9 lunghissimi giorni di Giulio non si hanno più notizie. Fino a quel drammatico 3 febbraio quando il suo corpo nudo e martoriato viene trovato da un tassista lungo la superstrada che dal Cairo porta ad Alessandria.


I depistaggi – è il 4 febbraio, il giorno dopo il ritrovamento del corpo, quando dalle autorità egiziane arriva la prima ipotesi che già sa di depistaggio: “non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane italiano Giulio Regeni” disse il generale Khaled Shalabi ai media egiziani “le indagini preliminari parlano di un incidente stradale”. Ma che non si possa trattare di incidente stradale appare fin troppo evidente, vuoi per quella coperta dell’esercito trovata poco distante dal corpo, vuoi per il volto sfigurato vuoi per l’assenza di vestiti. Giulio non può essere stato investito, e questo è chiaro a tutti. Ma da quel momento un elemento ben più grave e sconcertante diventa chiaro: le autorità egiziane stanno tentando di insabbiare il caso. Ed in effetti, la teoria dell’incidente stradale, è solo la prima di una lunga serie di bugie, depistaggi e ostacoli alle indagini da parte delle autorità egiziane.

Passano pochi giorni ed al Cairo arrivano gli inquirenti italiani e i genitori di Regeni. Le indagini congiunte tra carabinieri, polizia, interpol e autorità egiziane però non inizia nel modo sperato. Ancora depistaggi, ancora bugie per coprire una morte scomoda. Dal Cairo ignorano sistematicamente le richieste della Procura di Roma e non consegna i video delle telecamere a circuito chiuso delle zone in cui doveva transitare Regeni prima di scomparire e la completa documentazione su autopsia, celle telefoniche e verbali di interrogatori di importanti testimoni. Ma le bugie sono state spazzate via in un attimo dai genitori di Giulio e dalle loro parole di una drammaticità inimmaginabile. “Sul suo viso ho visto tutto il male del mondo” dirà Paola Defendi ai giornalisti dopo aver visto il corpo del figlio “era diventato piccolo, piccolo, piccolo. L’unica cosa che ho veramente ritrovato di lui è stata la punta del suo naso. È dal nazifascismo che non ci troviamo a vedere una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra”.


Ma neppure quel corpo martoriato ha convinto l’Egitto a dire la verità. Una collaborazione la si è ottenuta solo forzando la mano nell’anno e mezzo, a partire dall’aprile 2016, in cui l’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore. Da quel momento fino alla ripresa dei rapporti diplomatici, nell’agosto 2017, gli investigatori italiani hanno avuto la piena collaborazione degli inquirenti del Cairo portando alla luce “la ragnatela in cui è caduto Giulio”. Ma da quel 14 agosto 2017 ad oggi, per l’ennesima volta, una cortina di fumo ha avvolto il caso. La collaborazione che sembrava poter essere duratura è terminata un’altra volta e le richieste degli inquirenti italiani sono cadute nel vuoto. Domande precise, richieste di nomi, date, certificazioni di ingressi e uscite dal Paese, alle quali le autorità egiziane hanno evitato di dare seguito bloccando un’indagine che appare sempre più complessa.


Le evidenze – Ma qualcosa in quell’anno e mezzo lo si è appreso ed ora è innegabile. È innegabile, ad esempio, che Giulio fu torturato a più riprese per diversi giorni prima che, forse per errore, gli venisse rotto l’osso del collo provocandone la morte. È innegabile la responsabilità nelle torture e nei depistaggi della National Security egiziana, l’apparato di sicurezza statale, che oltre ad aver avuto un ruolo nel rapimento e nella morte era riuscita ad infiltrare 3 agenti nel pool che ha indagato sul caso per sviare le indagini ed informare le autorità sullo stato degli accertamenti. È innegabile, e doloroso, il ruolo svolto da quelli che Giulio considerava amici e che invece lo hanno tradito e spiato: il coinquilino Mohamed El Sayad, che immediatamente prima e durante il sequestro, tra il 22 gennaio e il 2 febbraio 2016, ebbe almeno otto contatti con la Ns; l’amica Noura Wahby, che riferiva ogni conversazione a un informatore della Ns; il sindacalista Mohamed Abdallah, legato al maggiore Magdi Sharif, tra i maggiori indiziati del rapimento.

Resta da capire il movente di un omicidio così brutale. Resta da capire se, con la sua ricerca, Giulio avesse scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto in un paese in cui i diritti e libertà non sono esattamente messi al primo posto. Per farlo, però, bisognerebbe smetterla di cedere a compromessi con lo stato nordafricano. Bisognerebbe volere la verità ad ogni costo. Bisognerebbe smetterla di ricordarsi di Giulio solo in occasione degli anniversari. Bisognerebbe smetterla con le passerelle e le dichiarazioni di circostanza. Servirebbe invece un passo più deciso da parte del nostro governo come il nuovo ritiro dell’ambasciatore italiano chiesto dai genitori di Giulio a più riprese.
Servirebbe la volontà di far emergere la verità su un omicidio di stato.

La verità sulla morte di un ragazzo italiano in terra straniero.
La verità sulle torture che ha dovuto subire.
Perché non resti solo un cartello giallo con una scritta nera.
Perché finalmente ci sia Verità per Giulio Regeni.

La “Quarta Mafia” asssalta Foggia

“Sconfiggere le mafie è possibile, oltre a essere unanecessità vitale per l’equilibrio e lo sviluppo del Paese.Pio La Torre ha testimoniato che le mafie possono essere duramentecolpite ogni volta che si realizza una convergenza tra le forze positive della società”
-Sergio Mattarella-


20 mila persone sfidano il freddo per marciare insieme a Foggia. Nella città teatro di un sanguinoso inizio 2020, con un omicidio e 5 attentati, è andata in scena #FoggiaLiberaFoggia, una manifestazione nazionale indetta da Libera per dire basta alla violenza mafiosa in un territorio sempre più assediato. È la “Quarta Mafia” e da ormai diverso tempo ha dichiarato guerra allo stato e vuole affermare il proprio potere nella zona anche, e soprattutto, attraverso omicidi ed intimidazioni.

I fatti – il 9 agosto 2017 la mafia foggiana ha mostrato tutta la sua forza e spietatezza. Un gruppo di fuoco armato di pistola, kalashnikov e fucile a canne mozze ha atteso sulla pedegarganica il presunto boss Mario Luciano Romito e suo cognato, Matteo De Palma. Al passaggio del maggiolone nero con a bordo i due uomini gli aggressori hanno aperto il fuoco contro la vettura uccidendoli entrambi sul colpo prima di inseguire e freddare Luigi e Aurelio Luciani che nulla centravano in quelle dinamiche ma che avevano visto la scena diventando testimoni scomodi. Un delitto, passato alle cronache come strage di San Marco in Lamis, che ha scosso Foggia e l’Intera Italia dimostrando come questa nuova formazione criminale non si faccia scrupoli ad usare la violenza. Una violenza brutale ed eccessiva consumata in pieno giorno a ridosso di una strada provinciale tra le più trafficate della zona. Una violenza che da quel giorno non si è mai fermata.

L’inizio del nuovo anno ha rappresentato in tal senso una conferma di quanto accaduto negli ultimi mesi del 2019. Da Capodanno ad oggi, in soli 11 giorni, tra Foggia e provincia si sono verificati 6 attentati dinamitardi e un omicidio in pieno stile mafioso. Il 31 dicembre un ordigno era esploso a ridosso della mezzanotte ad Apricena, a pochi chilometri da San Severo, devastando un centro estetico. Poche ore più tardi un’altra bomba aveva sventrato un bar a San Giovanni Rotondo mentre a Foggia, quasi in contemporanea, due locali sono stati dati alle fiamme. Poi l’omicidio di Roberto D’Angelo, commerciante d’auto, freddato da due killer in motorino mentre si trovava a bordo della sua 500. Una scia di sangue e paura che ha convinto molti, moltissimi cittadini, a scendere in piazza per dire basta. Basta alla mentalità mafiosa che sta impregnando il territorio, basta alle intimidazioni con cui si prova a far piegare la testa agli onesti, basta con la paura che la mafia vorrebbe coltivare in questa provincia. Quasi 20.000 persone sono scese in piazza in un lungo corteo per riprendersi la città che vivono e che amano. Una città che non può essere lasciata in mano a chi la vorrebbe distruggere.

Ma la grande mobilitazione cittadina non ha fermato i clan. Poche ore dopo la grande marcia, un nuovo attentato ha fatto sprofondare il foggiano nella paura. In quella che sembra essere una risposta alla manifestazione di Libera, nella notte una bomba è stata fatta esplodere davanti ad un negozio a Orta Nova. L’ordigno ha divelto la saracinesca, frantumato la vetrina e rovinato gli arredi interni. L’ennesima intimidazione ai danni di un commerciante e, allo stesso tempo, di una figura politica. Il negozio colpito è infatti di Marianna Borea, 38 anni, sorella di Paolo Borea presidente del Consiglio Comunale a cui, il 21 dicembre scorso, era stata bruciata l’auto nella notte.

Quarta Mafia – a seminare il panico in una provincia che, da sola, è grande quanto il Friuli-Venezia Giulia è la “Quarta Mafia”. Un’organizzazione criminale di cui poco si è sentito parlare ma che, grazie a questo silenzio, ha potuto agire indisturbata e acquisire forza e potere. Una mafia per certi versi ancora “acerba” che, a differenza delle tre organizzazioni storiche, sta cercando di affermare la propria presenza sul territorio a suon di attentati e intimidazioni. Un’organizzazione che, come riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia, ha imparato da Camorra, Cosa nostra e ‘ndrangheta riuscendo a “coniugare tradizione e modernità”. Le tre organizzazioni presenti sul territorio foggiano, società foggiana, mafia garganica e malavita cerignolana, stanno sempre più convergendo verso posizioni comuni stringendo accordi che possano favorire tutti gli attori coinvolti in un’ottica di pacificazione che possa permettere di agire in modo meno evidente.

Tra le tre, però, una posizione di assoluta centralità è svolta dalla mafia foggiana, divenuta fulcro della criminalità organizzata del territorio attraverso la progressiva espansione nei territori della provincia e la ricerca di convergenze finalizzate ad una gestione monopolistica delle attività illecite. Nella città di Foggia sono attive tre “batterie”, i clan della quarta mafia, che pur se fortemente ridimensionate dalle attività investigative e giudiziarie, restano particolarmente attive nel traffico degli stupefacenti e nelle estorsioni, riuscendo a specializzarsi anche nel riciclaggio: I Sinesi-Francavilla, i Moretti-Pellegrino-Lanza e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese. Le batterie sarebbero, secondo gli inquirenti, fortemente basate su legami familistici e ciò le renderebbe in un certo senso molto simili alle famiglie di ‘ndrangheta creando un forte legame di sangue tra i vari membri. Ma se per l’affermazione del potere sembra valere la regola del più forte, che ha spesso portato ad atti di violenza anche eclatanti, non mancano “patti federativi” con cui le tre batterie cercano di trovare sinergie e interessi comuni per gli affari principali. Nell’ultimo rapporto semestrale pubblicato, la DIA parla di “rapporti magmatici e contraddittori” tra le batterie le quali sarebbero in grado di far coesistere i rapporti conflittuali e gli accordi e la conduzione in comune di affari particolarmente rilevanti. In comune vi sarebbe anche la cassa in cui vengono depositati parte dei profitti delle tre batterie e la cosiddetta “lista delle estorsioni”, documento nel quale erano analiticamente registrate le persone sottoposte al racket.

L’area garganica è caratterizzata da una presenza di diversi gruppi criminali con una forte vocazione verticistica, basati essenzialmente su vincoli familiari, gerarchicamente non legati tra loro ma che attraverso una serie di antiche alleanze con le tre batterie foggiane hanno stabilito una sorta di equilibrio anche nel territorio del Gargano. Traffico di stupefacenti, atti predatori, estorsioni e riciclaggio caratterizzano pressoché tutti i gruppi dell’area che sembrano essere particolarmente legati alla società foggiana e dunque non pienamente liberi di agire in modo indipendente. I Li Bergolis, originari di Monte Sant’Angelo, operano in sinergia con altri sodalizi presenti nell’area del promontorio nonché con il clan foggiano Francavilla. Sono in conflitto con il clan Romito-Gentile di Manfredonia-Mattinata, che vanta, invece, rapporti con i clan Moretti e Trisciuoglio della Società foggiana, con la malavita di Cerignola e con gruppi del promontorio garganico, in particolare di Vieste e Monte Sant’Angelo. Proprio in questo contesto è maturata la strage di San Marco in Lamis, per cui sono stati arrestati come esecutori materiali due esponenti del clan Li Bergolis, che aveva dato il via ad una dura contrapposizione tra i due clan nel più ampio contesto della “faida di Vieste” portando ad una luga scia di sangue che aveva interessato tutta l’area nel primo semestre del 2018.

La malavita di Cerignola, invece, sembra essere molto strutturata ed in grado di controllare in modo capillare il proprio territorio. La criminalità cerignolana, rappresentata dai clan Piarulli e Di Tommaso (rinvigorito dalla scarcerazione di alcuni esponenti di peso), mantiene la propria vocazione verso i reati predatori realizzati con forme di pendolarismo. I gruppi di Cerignola sono negli anni anche divenuti punti di riferimento per le altre organizzazioni criminali nazionali sia nel sostegno delle latitanze, sia nelle attività di riciclaggio, grazie alla capacità di schermare efficacemente i profitti illeciti, anche mediante prestanome, in attività di ristorazione, nella filiera agroalimentare e nel commercio di carburante.

Reazione – Una presenza pervasiva e forte che, però, non viene messa all’angolo dai cittadini. Se infatti la grande marcia organizzata da Libera sembra essere stata una forte risposta al potere e alla violenza mafiosa, è anche evidente che fino ad oggi il territorio foggiano è stato in gran parte assoggettato in un clima di omertà diffusa. Nel 2018 è stata la provincia in Italia con il minor numero di denunce: appena 4 esposti all’autorità giudiziaria per usura e soli 179 per estorsione. Di certo numeri che non rispecchiano la realtà di un territorio in cui, tra il 2016 e il 2019, ci sono stati 67 tentati omicidi e 58 omicidi. Ma, questa volta, non si può puntare il dito contro lo Stato. Lo sforzo di istituzioni e forze dell’ordine è evidente e prezioso. Il piano straordinario integrato per la sicurezza pubblica, coordinato dal prefetto di Foggia Massimo Mariani, sta portando ad una stretta sulla criminalità foggiana e all’arresto di diversi esponenti apicali della “Quarta Mafia” che ha subito un duro colpo e sembra ora essere nel pieno di un riassestamento interno.

La marcia di Libera, dunque, deve essere un punto di inizio. Deve essere l’inizio di una presa di coscienza da parte dei cittadini. L’inizio di una resistenza civile alla criminalità che vorrebbe ergersi ad anti stato e governare con intimidazioni e violenza il territorio foggiano. Serve una presenza più attenta dei cittadini, una maggior collaborazione on quelle forze dell’ordine che, anche a fronte di gravi perdite, stanno facendo ogni sforzo possibile per arginare un fenomeno criminale inaccettabile per un paese civile e democratico.

Australia, storia di una catastrofe senza precedenti

With courage let us all combineTo advance Australia fair.
In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!
– Advance Australia Fair, Inno nazionale australiano-


La tregua di Natale è durata poco. La speranza degli australiani è finita con la nuova ondata di caldo. Sono ripresi, più impetuosi e devastanti di prima, gli incendi che da quattro mesi stanno mettendo in ginocchio l’intera Australia. Un’area grande quanto il Belgio è andata in fumo, la barriera corallina agonizza, le foreste pluviali sono in fiamme e per la fauna locale cresce un terribile rischio di estinzione. È una catastrofe senza precedenti. Nemmeno il lavoro, instancabile e ininterrotto, di volontari e vigili del fuoco può nulla contro il gigante di fuoco che sta inghiottendo l’intero paese.

La storia – L’Australia è da sempre particolarmente esposta al rischio di incendi a causa del suo clima particolarmente arido. Il più grande della storia del continente fu il 6 febbraio 1851, passato alla storia come “The black Thursday”, quando nello stato di Vittoria le temperature di oltre 40° C e i forti venti alimentarono un muro di fuoco che incenerì in un solo giorno oltre 5 milioni di ettari causando la morte di 12 persone e oltre un milione di animali. Ottant’anni più tardi fu il turno del “Black Friday” con le fiamme che nella giornata del 13 gennaio 1939 distrussero due milioni di ettari uccidendo 71 persone. Più recente il caso del “Black Saturday” che nel 2009 causò la morte di 173 persone con i roghi che, divampati il 7 febbraio, distrussero un’area di circa 450.000 ettari in un mese. Questa volta, però, c’è qualcosa di diverso. Non si tratta di un evento di un giorno o di qualche settimana. Non si tratta di un “Black Friday” o di un “Black Monday”. Questa volta, se si vuole continuare con questa denominazione, si può parlare di “Black Year”

Gli incendi in Australia sono iniziati 121 giorni fa e da 17 settimane ininterrotte stanno divorando l’Australia. Il 6 settembre i primi roghi sono divampati nel Nuovo Galles del Sud, nel sud est del paese, e da lì si sono rapidamente estesi arrivando a toccare a inizio novembre il Wollemi National Park, alle porte di Sidney. Attualmente si contano circa 90 focolai diversi tra Nuovo Galles del Sud, Vittoria e Queensland con un’area di oltre 5 milioni di ettari, quanto Piemonte e Lombardia messi insieme, già distrutta dalle fiamme. Nel sud est del paese, la regione più popolosa, è stato dichiarato lo stato di emergenza e venerdì oltre 100.000 persone sono state evacuate anche via mare con mezzi della marina militare in quella che è la più grande evacuazione della storia. Centinaia di proprietà sono andate distrutte e 24 persone hanno già perso la vita mentre le fiamme, alimentate da un forte vento e da temperature di oltre 40° C, minacciano Sidney. La città più popolosa dell’Australia è circondata dalle fiamme e rischia di rimanere isolata con continue interruzioni di corrente dopo che la rete elettrica è stata danneggiata dagli incendi. Intanto, per far fronte ad un’emergenza senza precedenti, è partita la più grande mobilitazione dal dopoguerra ad oggi con il premier Scott Morrison che ha richiamato oltre 3.000 riservisti da schierare sul territorio per aiutare i vigili del fuoco. Intanto uno dei simboli dell’Australia è andato completamente distrutto: Sull’Isola dei Canguri, al largo di Adelaide nel sud del paese, oltre 10 mila ettari del Flinders Chase National Park, santuario per le specie in via di estinzione, sono andati in fumo.


Conseguenze – È una strage senza precedenti. Il cielo sopra l’Australia è grigio e arancione. Il fumo e la cenere stanno avvolgendo gradualmente l’intero paese causando problemi di respirazione a buona parte della popolazione. Secondo i dati raccolti, Sidney in questi giorni è la città più inquinata sull’intero pianeta. Il fumo e la cenere sono arrivati fino alla in Nuova Zelanda, dove le nevi e i ghiacciai si sono tinti di marrone. L’impatto degli incendi sull’inquinamento è stato fortissimo. Le fiamme, secondo i dati diffusi dalla NASA, avrebbero provocato l’emissione di 250 milioni di tonnellate di CO2, la maggior parte delle quali, circa 195 milioni di tonnellate, generate dai roghi scoppiati nelle antiche foreste del Nuovo Galles del Sud. Si tratta di cifre impressionanti equivalenti a circa la metà delle emissioni annuali medie dell’intero paese (532 milioni di tonnellate di CO2 emesse dall’Australia nel 2018).

Ma se l’inquinamento da fumo è la conseguenza più evidente della catastrofe che sta attraversando l’Australia, ce n’è una più nascosta ma forse più preoccupante. Dall’inizio degli incendi si stima che siano morti quasi 500 milioni di animali. La stima, effettuata dai ricercatori dell’Università di Sidney, si basa su un rapporto del 2007 del World Wild Fund for Nature (Wwf) relativo agli impatti del disboscamento sulla fauna selvatica australiana. Se la gran parte degli animali è morta nei roghi, molti altri hanno perso la vita per intossicazioni da fumo ma ancor più preoccupante è la situazione per tutti quegli animali scampati ai roghi ma che ora si trovano a dover vivere in un habitat diverso dal loro. Colpito duramente dalla catastrofe è anche l’animale simbolo dell’Australia. Circa 8.000 koala hanno infatti perso la vita negli incendi. Si tratta di quasi un terzo della popolazione totale dello stato che, con quasi 28.000 esemplari, era ritenuta la patria naturale di questa specie. I Koala, spiegano gli scienziati, sono particolarmente vulnerabili agli incendi perché vivono sugli alberi, facilmente infiammabili, è perché si spostano molto lentamente con velocità medie di circa 2 Km/h e massime di 20 km/h per gli esemplari più giovani. Se sarà necessario attendere la fine degli incendi per valutarne l’impatto, si può stimare che ad oggi circa il 30% dell’habitat naturale di questi animali sia andato distrutto. I ricchi ecosistemi che caratterizzavano il continente stanno sparendo trasformandosi in aride distese di cenere. L’impatto ambientale rischia dunque di essere devastante sia per la distruzione della flora e della fauna, con diverse specie che potrebbero trovare l’estinzione se i roghi continuassero, sia per l’inquinamento che stanno provocando le fiamme.

Suicidio Climatico – Ma anche per un evento di questa portata, non si può parlare esclusivamente di fatalità. Se temperature elevate e venti caldi non sono contrastabili, se non con un cambio di rotta globale in risposta ai cambiamenti climatici, la situazione poteva certamente essere gestita in maniera migliore. Il premier Scott Morrison, la cui partenza con la famiglia per festeggiare Capodanno aveva provocato un vero e proprio scandalo costringendolo a tornare, è stato duramente contestato durante la sua visita nel Nuovo Galles del Sud. Molti dei volontari impiegati nell’area si sono rifiutati di stringere la mano al premier in segno di protesta per le sue decisioni politiche che, secondo molti, avrebbero favorito il propagarsi delle fiamme. La mancanza di fondi e di mezzi e la sua iniziale contrarietà allo stanziamento di circa 4 milioni per garantire un compenso alle migliaia di volontari impegnati in tutto il paese hanno alimentato parecchie critiche. Le sue posizioni sono sempre più impopolari e le sue recenti dichiarazioni non fanno che alimentare lo scontento di un popolo in ginocchio. “Continuerei a chiedere alle persone di essere pazienti” ha detto in conferenza stampa. “So che puoi avere bambini in macchina e c’è ansia e c’è stress e il traffico non si muove rapidamente ma la cosa migliore da fare è mantenere ordine e calma”.

Dichiarazioni che non migliorano certo la posizione del premier che da diverso tempo è accusato anche politicamente di essere passivo di fronte ai problemi del clima e di essere in combutta con la lobby del carbone. Dalle pagine del New York Times, il giornalista Richard Flanagan ha definito quello che sta avvenendo con il “suicidio climatico dell’Australia” sottolineando la riluttanza da parte dei governi conservatori a rispettare gli impegni internazionali sul clima. Scott Morrison non è altro che la figura apicale di un sistema politico imprenditoriale impegnato da diverso tempo in un’azione di negazionismo climatico. Ne è una prova lo United Australia Party, partito politico creato dal magnate del carbone Clive Palmer con l’unico scopo di togliere voti ai laburisti ed impedirgli di prendere il potere e attuare politiche più green. E se la politica si muove in una direzione senza ritorno, la stampa le dà man forte. Rupert Murdoch, il moloch dei media planetari che nel suo paese controlla il 58%, da anni utilizza i suoi media per diffondere notizie apertamente schierate sul negazionismo climatico. Posizioni certamente funzionali alla difesa del settore più remunerativo dell’Australia, primo esportatore al mondo di gas e carbone, ma altrettanto sicuramente dannose non solo per il paese ma anche, in prospettiva più ampia, per l’intero pianeta.

Ma c’è una nuova speranza che nasce da questi incendi. Gli australiani, nonostante la macchina della propaganda lavori a pieno regime, si stanno accorgendo dell’incompetenza di un premier che non ammette i propri errori e anzi sostiene che gli incendi siano “solamente in minima parte” dovuti alle sue politiche. La rabbia nei confronti di Morrison è esplosa e il consenso nei suoi confronti è in picchiata. Da qui deve ripartire l’Australia. I roghi che stanno devastando il paese possono essere per il popolo australiano un nuovo inizio. Possono essere l’evento scatenante di una presa di coscienza collettiva. L’inizio di un cambiamento profondo che scuota l’intera popolazione a partire dalle cariche di governo. Perché, come si auspica nell’inno nazionale scritto dal britannico Peter Dodds McCormick, la bella Australia possa migliorarsi anche in questa terribile fase storica e i suoi abitanti possano tornare a vivere una vita normale. E possano tornare a cantare, con un po’ più di speranza

In joyful strains then let us singAdvance Australia fair!

La lunga via per la libertà di Omoyele Sowore

“Hey, what are we waiting for?
We’ve come to far to let this go
Always on the outside looking in
The door is swinging in the wind
It’s time to go and march on in
It’s time to show them what we’re all about”


La Nigeria è uno dei paesi più corrotti al mondo. Lo dicono i dati raccolti da “Transparency International”, l’organizzazione non governativa nata nel 1993 a Berlino che ogni anno monitora il livello di trasparenza e corruzione nel mondo. Nel “Corruption Perception Index”, una lista comparativa della corruzione percepita in tutto il mondo che viene aggiornata e pubblicata ogni anno, la Nigeria occupa costantemente le ultime posizioni (144esima su 180 nel 2018) segno di come il problema sia diffuso nel paese africano. Una situazione certamente nota in tutto il mondo. Un sistema corruttivo così penetrante da aver coinvolto anche altri paesi tra cui l’Italia, finita al centro di un caso politico internazionale a seguito della maxitangente che sarebbe stata pagata da Eni a funzionari nigeriani nell’affare OPL245. Un sistema criminale corruttivo contro cui da anni si batte Omoyélé.

Sowore – Nato nel sud del paese il 16 febbraio 1971 Sowore è stato cresciuto in una famiglia poligama con sedici fratelli. Appena maggiorenne, nel 1989, scese in piazza insieme a migliaia di Nigeriani per protestare contro le pretese del Fondo Monetario Internazionale. Un accordo siglato dal governo con l’ente, infatti, prevedeva lo stanziamento di 120 milioni di dollari per la realizzazione di un oleodotto ma tra le condizioni imposte dal FMI vi era anche la riduzione del numero di università in Nigeria da 28 a 5. Un’imposizione accettata di buon grado dal governo nigeriano, pronto a sacrificare l’istruzione sulla via dello sviluppo economico, ma non dai giovani e dai movimenti studenteschi. Iniziò così l’attivismo politico di Sowore che nel giro di un paio d’anni sarebbe diventato anche presidente dell’Unione studentesca dell’Università di Lagos, dove si è reso protagonista di ferventi battaglie contro cultismo e corruzione.  Battaglie che lo portarono spesso ad essere in prima linea su diversi fronti.

Nel 1992, con la Nigeria sempre più nel caos dopo due tornate elettorali annullate per frodi, fu a capo di una protesta studentesca contro il regime di Babangida. Le manifestazioni guidate da Sowore furono represse nel sangue dalla polizia che aprì il fuoco sugli studenti uccidendone sette e ferendone centinaia. Sowore, salvatosi dai colpi degli agenti, non riuscì a sfuggire all’arresto. Condotto in carcere fu detenuto e torturato per alcune settimane prima di essere rilasciato. Arresti e detenzioni arbitrarie divennero in quegli anni quasi la normalità per Sowore che nonostante le violenze subite rimase in prima nelle proteste antigovernative. Rimase in prima linea soprattutto in occasione delle elezioni del 12 giugno 1993. Considerate, ancora oggi, le elezioni più regolari della storia della Nigeria venero nuovamente annullate da Babangida scatenando un’ondata di proteste senza precedenti. Migliaia di persone scesero in piazza e, ancora una volta, la polizia represse nel sangue le manifestazioni provocando oltre cento morti. Ma, questa volta, i manifestanti ne uscirono vittoriosi e, rimasto senza supporto popolare e militare, Babangida fu costretto a dimettersi e a passare il potere ad un “governo ad interim” il 27 agosto 1993.

L’attivismo di Sowore, però, non si interruppe. Il governo di Shonekan non riuscì ad imprimere alla Nigeria quella svolta auspicata dai manifestanti e corruzione e criminalità continuarono a pervadere ogni ambito della vita politica e civile. Nei primi anni 2000, per sfuggire ai continui arresti politici, Sowore decise di lasciare il paese e rifugiarsi negli Stati Uniti. Nel 2006 fondò nel New Jersey l’agenzia di stampa “Sahara Reporters” con l’intenzione di continuare a denunciare anche a distanza le nefandezze che continuavano a susseguirsi nel suo paese natale. Un progetto di “citizen Journalism” con cui Sowore vuole mettere al centro i racconti dei propri connazionali incoraggiando le persone comuni a riferire storie di corruzione, violazioni dei diritti umani e altre condotte politiche. Protetto dal primo emendamento della Costituzione statunitense, Sowore ha pubblicato oltre 5.000 inchieste attirando su di sé diverse minacce da individui di cui aveva denunciato i crimini.  

Revolution Now – Dopo aver guadagnato un importante seguito con le proprie inchieste, però, Sowore ha sentito la necessità di agire in modo concreto per il proprio paese. Il 25 febbraio 2018 ha annunciato il suo ritorno in patria per candidarsi ufficialmente alle elezioni presidenziali dell’anno successivo con un proprio partito: l’African Action Congress. Durante tutta la campagna elettorale, consapevole di non avere grosse possibilità di ottenere un buon risultato, Sowore ha denunciato i crimini commessi dal governo e il livello insostenibile di corruzione nel paese. Con il suo slogan “Riprendi l’azione!” ha provato a spronare i propri concittadini a prendere coscienza dei problemi di una Nigeria sempre più in ginocchio e bisognosa di una svolta radicale. Svolta che, come prevedibile, non è arrivata dalle urne che hanno visto la vittoria del presidente uscente Muhammadu Buhari, al centro di pesanti critiche e di numerose inchieste per i suoi legami con il vecchio regime.

Una sconfitta che ha però dato a Sowore la forza di organizzare una delle più grandi manifestazioni nella storia del paese. A giungo infatti viene annunciata per il 4 agosto una manifestazione di massa per protestare contro la rielezione di Buhari, contro la corruzione, contro la criminalità sempre più presente e le continua violazioni dei diritti umani in Nigeria. “Tutto ciò che è necessario per una #Rivoluzione” aveva dichiarato “è che gli oppressi scelgano una data che desiderano per la libertà, senza sottoporsi all’approvazione dell’oppressore” e proprio per questo motivo, la protesta, aveva preso un nome provocatorio e significativo: #RevolutionNow. Ma proprio i toni e i continui inviti ad una rivoluzione, anche se pacifica, hanno portato ad una violenta repressione. Il 4 agosto decine di migliaia di persone sono scese in piazza nelle principali città del paese ma le proteste sono state sedate ovunque con lacrimogeni ed arresti massicci. Nella capitale Abuja si sono reistrati scontri tra polizia e manifestanti in cui diverse persone sono rimaste ferite. Ma in piazza quel giorno, non c’era Omoyele Sowore.

Arresto – Alla vigilia della protesta, infatti, agenti dell’intelligence del Dipartimento dei Servizi di Stato (DSS) hanno fatto irruzione nel suo appartamento e lo hanno arrestato con accuse pesanti e spropositate: cospirazione, tradimento e terrorismo. Un arresto che ha da subito destato pesanti preoccupazioni sia in Nigeria che nel resto del mondo. Un arresto che è sin da subito sembrato un modo per togliere la voce ad uno dei più importanti attivisti della storia del paese proprio alla vigilia della più importante manifestazione degli ultimi anni. Di Sowore, per alcuni giorni, non si è saputo nulla. Nessuno ammetteva l’arresto, nessuno sapeva dove fosse detenuto ne in che condizioni. È stato lui stesso, il giorno successivo alla manifestazione a rompere il silenzio. “Sto bene e sono in ottima salute” ha detto ai compagni di partito che dopo 4 giorni senza notizie erano riusciti ad ottenere un incontro con lui, “Sono lieto che le pacifiche proteste #RevolutionNow siano andate avanti”.

Ma quello che sembrava potesse essere l’ennesimo arresto lampo nel lungo attivismo di Omoyele, si è invece trasformato in un incubo infinito. Se da una parte il tribunale di Abuja ne aveva disposto il rilascio immediato per permettere ulteriori accertamenti, il Dipartimento dei Servizi di Stato ha sempre rifiutato la richiesta trasformando di fatto il suo arresto in una detenzione arbitraria. Da quel momento, infatti, sono stati negati a Sowore i più basilari diritti che un detenuto dovrebbe avere. Costretto a stare in una stanza senza mai la luce del sole e senza nessun contatto con l’esterno, nemmeno telefonicamente.  Una detenzione che ha sempre più sollevato polemiche per la sua chiara connotazione politica e per l’evidente tentativo di mettere a tacere un oppositore tenace e sempre più seguito. Per due volte il tribunale della capitale ne ha disposto il rilascio su cauzione e, per due volte, il DSS ha negato ai familiari il rilascio. Persino quando, il 6 dicembre, sembrava tutto finito l’intelligence ha sparigliato le carte macchiandosi dell’ennesima violazione. Costretti dal tribunale, i Servizi di Stato avevano accettato di rilasciare Sowore su cauzione e gli avevano concesso la libertà. La libertà, però, è durata il tempo di un abbraccio con gli amici. Dopo circa 3 ore, infatti, l’intelligence è tornata a bussare alla porta di Omoyele e lo ha ricondotto in carcere con nuove accuse tra cui “cyberstalking al presidente”.

L’ennesimo abuso delle autorità nigeriane. L’ennesima prevaricazione che ha fatto tornare il paese ai tempi della dittatura provocando lo sdegno dell’intera comunità internazionale. Sdegno e prese di posizione che hanno messo sempre più nell’angolo il presidente Buhari fino alla spallata finale del 20 dicembre che lo ha costretto a cedere. Con un documento ufficiale firmato da 6 senatori il Congresso degli Stati Uniti ha indirizzato ad Abubakar Malami, procuratore generale e ministro della Giustizia della Nigeria, un appello affinché Sowore fosse rilasciato. Nella lettera, i senatori si dicevano “estremamente preoccupati per la mancata applicazione della normale procedura e dello stato di diritto nei confronti di un cittadino statunitense” ed auspicavano una rapida risoluzione del caso che potesse far tornare la Nigeria ad essere “un modello democratico per tutta l’Africa”. Una posizione, quella degli Stati Uniti, a cui il presidente non poteva rimanere indifferente e che ha contribuito in maniera determinante agli avvenimenti dei giorni successivi.

 “Il mio ufficio” ha comunicato Malami il 24 dicembre “ha deciso di ottemperare alle ordinanze del tribunale e rilasciarlo su cauzione”. È il miracolo del Natale. Il pomeriggio della Vigilia di Natale, Sowore è tornato in libertà. A bordo di un’utilitaria rossa ha lasciato il Dipartimento di Sicurezza dove era detenuto dal 3 agosto ed è potuto finalmente tornare a casa dove, oltre a decine di giornalisti da tutto il mondo tranne che dall’Italia, lo aspettavano in lacrime i suoi amici. Chi era con lui in macchina ha raccontato la sua felicità. La sua gioia per la ritrovata libertà. Le sue risate e quel canto che ha voluto sussurrare, più a se stesso che agli altri, per ricordarsi che tutto questo non cambierà il suo impegno:

“I can feel the change is coming in the air

I can feel the revolution now

I can feel the change is coming in the air

I can feel the revolution now”

25 dicembre 1914: come il Natale fermò la guerra

La più bella favola del Natale arriva dalla realtà. Nel 1914 una tregua spontanea sul fronte occidentale regalò una giornata di umanità e fratellanza ai due schieramenti in guerra. Una partita di pallone impresse per sempre quel momento nella storia della I Guerra Mondiale.

Doveva essere una guerra lampo, la Prima Guerra Mondiale. Era questa per lo meno l’idea di Guglielmo II, ultimo imperatore tedesco, che il 1° agosto salutò i soldati in partenza per il fronte con la celebre frase “Tornerete nelle vostre case prima che siano cadute le foglie dagli alberi”. La storia ci insegna che non fu così e l’Europa divenne teatro di violenti scontri tra due schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Russia da una parte, Germania, Austria-Ungheria e Turchia dall’altra. Più tardi sarebbero entrati nel conflitto anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di Paesi “minori”, trasformando così la contesa nella prima guerra su scala globale della storia. Cinque mesi dopo la dichiarazione di guerra, i soldati erano ancora nelle trincee. A fine autunno, la battaglia di Ypres aveva fermato l’avanzata delle truppe tedesche verso il mare ma aveva anche trasformato il conflitto in una estenuante guerra di logoramento. I due schieramenti si fronteggiavano dalle trincee. I soldati, barricati in fossati profondi due metri e rinforzati alla buona con assi di legno, venivano scagliati dai superiori all’assalto del nemico quotidianamente per guadagnare una manciata di metri. Tra le truppe dei due schieramenti, stremate da una guerra che credevano potesse essere breve come promesso, iniziò a serpeggiare un malcontento diffuso. Ma la guerra, si sa, non guarda in faccia nessuno e incuranti del malcontento malcelato dei soldati, i generali continuarono ad ordinare azioni per tutto l’inverno. Fino al giorno di Natale.

A nulla era servito l’appello di Papa Benedetto XV che, il 7 dicembre 1914, chiese ai due schieramenti di concedere una tregua natalizia auspicando che “i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano”. Una richiesta caduta nel vuoto. Rifiutata categoricamente dagli ufficiali su tutto il fronte occidentale. Nel susseguirsi di giorni drammaticamente uguali, solo gli auguri dei superiori ricordano ai soldati che è Natale. Il primo Natale lontano da casa. Il primo Natale passato al fronte a combattere una guerra ordinata da altri. Tra i soldati, nelle trincee, oltre al malcontento inizia a sentirsi una forte malinconia. Qualcuno beve per dimenticare. Alcuni mettono delle candele sul bordo delle trincee. Qualcun altro osa cantare. Un canto natalizio che ben presto contagia tutta la trincea. E mentre si leva al cielo la voce dei soldati qualcuno si accorge che nell’altra trincea, quella che dicono esser nemica, succede lo stesso. Per alcuni interminabili minuti, le voci di tedeschi e inglesi si levano all’unisono in un canto di speranza e fraternità. E allora si alza la testa oltre il fossato e, per la prima volta, non si rischia di perderla. Si esce dalla trincea e non si deve richiedere nessun fuoco di copertura. Si cammina sul campo di battaglia e, per la prima volta, nessuno rischia di morire.
È il miracolo del Natale. Quella che sembra la più bella favola è invece realtà. Il fronte occidentale si ferma. Oltre 100.000 soldati, contravvenendo agli ordini dei superiori, fermano la guerra. Una tregua spontanea, un cessate il fuoco su tutto il fronte. Soldati tedeschi e anglo-francesi si corrono incontro, si abbracciano, si scambiano doni. Quello che fino al giorno prima era un bersaglio diventa all’improvviso un amico, un fratello. Quella “terra di nessuno” tra le due trincee, fino al giorno prima luogo di morte e orrore, diventa la terra di tutti, diventa luogo di vita e festa. Tabacco, cibo, alcolici, ma anche bottoni e pezzi di divisa: qualsiasi oggetto si trasformò in un simbolo di amicizia da regalare al nemico. Lo racconta bene, nel suo diario, Bruce Bairnsfather fumettista britannico chiamato al fronte come Capitano della 34° divisione.  Non dimenticherò mai quello strano e unico giorno di Natale” scrisse “Notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei suoi bottoni. Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca. Poi gli diedi due dei miei in cambio. Vidi uno dei miei mitraglieri, che nella vita civile era una sorta di barbiere amatoriale, intento a tagliare i capelli innaturalmente lunghi di un docile soldato tedesco
All’improvviso, dalla trincea inglese, qualcuno calciò un pallone di stoffa. Quello strano oggetto, tutt’altro che sferico, rimbalzò tra i soldati. Qualcuno, siamo certi, lo guardò sorridendo mentre ripensava alle partite giocate prima della guerra. Tutti si fermarono a guardarlo fino a quando qualcuno più intrepido degli altri, o semplicemente più ubriaco, gli tirò un calcio. Iniziò così la partita più bella e significativa del secolo scorso. Iniziò così quella che, non ce ne vogliano i protagonisti di quell’indimenticabile Italia-Germania di Città del Messico, fu la vera “partita del secolo”. Senza squadre, porte nè limiti di campo. Senza arbitri, senza regole. Tedeschi e inglesi continuarono a tirare quella palla da una parte all’altra fino a notte fonda. Qualcuno continuò fino a crollare esausto al suolo. La partita finì 3-2 per i tedeschi, o almeno questo scrissero alcuni soldati nei loro diari. La tregua continuò anche il giorno seguente per permettere ai due schieramenti di recuperare i corpi abbandonati dei propri caduti e riportarli nelle trincee. Molti dei partecipanti alla tregua furono puniti dai superiori. i battaglioni iniziarono ad essere trasferiti sempre più rapidamente da un campo di battaglia all’altro per impedire ai soldati di fraternizzare con i nemici. I superiori cercarono di far dimenticare quel momento di leggerezza ai soldati. Tentarono di nasconderlo anche al mondo. Oggi, 115 anni dopo, una frase sul diario di un soldato rimane la più preziosa testimonianza di quello che quel momento rappresentò per i le truppe:

“Il pallone aveva rimpiazzato le pallottole.
Per la durata di una partita di calcio l’umanità
aveva ripreso il sopravvento sulla barbarie”
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