Cosa sappiamo sulla morte di Giulio Regeni

Verità per Giulio Regeni


C’era un cartello giallo con una scritta nera. No, nessun addio a bocca di rosa questa volta, ma un grido disperato di un popolo che chiede verità. Verità per una vita spezzata a 28 anni. Verità sulla morte di un ragazzo che inseguiva i suoi sogni e le sue passioni. Verità sulle indicibili complicità che il 25 gennaio 2016 hanno spento per sempre il sorriso di un giovane dottorando.
Giulio Regeni, da quattro anni non c’è più.
Giulio Regeni, da quattro anni, aspetta la verità sulla sua assurda e orrenda morte.
La aspettano, sostenendosi a vicenda, mamma Paola e papà Claudio.
La aspettiamo tutti.La esigiamo tutti.

I fatti – Giulio era un ragazzo brillante, nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine. Ma Fiumicello gli sta stretta e dunque, ancora minorenne, si trasferisce a Montezuma nel New Mexico dove per due anni studia al “Armand Hammer United World College of the American West”. Nel 2012 e nel 2013 grazie alle sue ricerche sul Medio Oriente vince il premio “Europa e Giovani” indetto dall’ Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli-Venezia Giulia, un riconoscimento importante che attesta la grande propensione di Giulio per la ricerca e mette in evidenzia le sue doti. Doti che lo portano in breve tempo a collaborazioni importanti come quelle messe in atto con “l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale” e “Oxford Analytica”. In Gran Bretagna Giulio è diviso tra Oxford, dove lavora per il centro di ricerche politiche privato, e Cambridge dove ne frattempo inizia il Dottorato e continua la sua attività di ricercatore universitario. L’8 settembre 2015, per completare la sua tesi di dottorato, Giulio Regeni atterra al Cairo ed inizia una spirale di eventi che lo travolge. Una serie di complicità, di segreti, di misteri che hanno portato nel giro di 5 mesi alla morte di un ragazzo di 28 anni.


Sono le 19.41 del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana anti Mubarak, quando dal telefono di Giulio parte l’ultimo messaggio. L’ultimo segnale di vita dal ricercatore italiano. L’ultimo messaggio prima del silenzio. “Sto uscendo” scrisse alla sua ragazza, che si trovava in Ucraina, ma i suoi amici che lo aspettavano in piazza Tahrir non lo vedranno mai arrivare. Provano a contattarlo ma non ci riescono. Alle 19.50 il suo cellulare si collega al wifi della metropolitana nella stazione di El Bohoot prima di spegnersi per sempre. Per 9 lunghissimi giorni di Giulio non si hanno più notizie. Fino a quel drammatico 3 febbraio quando il suo corpo nudo e martoriato viene trovato da un tassista lungo la superstrada che dal Cairo porta ad Alessandria.


I depistaggi – è il 4 febbraio, il giorno dopo il ritrovamento del corpo, quando dalle autorità egiziane arriva la prima ipotesi che già sa di depistaggio: “non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane italiano Giulio Regeni” disse il generale Khaled Shalabi ai media egiziani “le indagini preliminari parlano di un incidente stradale”. Ma che non si possa trattare di incidente stradale appare fin troppo evidente, vuoi per quella coperta dell’esercito trovata poco distante dal corpo, vuoi per il volto sfigurato vuoi per l’assenza di vestiti. Giulio non può essere stato investito, e questo è chiaro a tutti. Ma da quel momento un elemento ben più grave e sconcertante diventa chiaro: le autorità egiziane stanno tentando di insabbiare il caso. Ed in effetti, la teoria dell’incidente stradale, è solo la prima di una lunga serie di bugie, depistaggi e ostacoli alle indagini da parte delle autorità egiziane.

Passano pochi giorni ed al Cairo arrivano gli inquirenti italiani e i genitori di Regeni. Le indagini congiunte tra carabinieri, polizia, interpol e autorità egiziane però non inizia nel modo sperato. Ancora depistaggi, ancora bugie per coprire una morte scomoda. Dal Cairo ignorano sistematicamente le richieste della Procura di Roma e non consegna i video delle telecamere a circuito chiuso delle zone in cui doveva transitare Regeni prima di scomparire e la completa documentazione su autopsia, celle telefoniche e verbali di interrogatori di importanti testimoni. Ma le bugie sono state spazzate via in un attimo dai genitori di Giulio e dalle loro parole di una drammaticità inimmaginabile. “Sul suo viso ho visto tutto il male del mondo” dirà Paola Defendi ai giornalisti dopo aver visto il corpo del figlio “era diventato piccolo, piccolo, piccolo. L’unica cosa che ho veramente ritrovato di lui è stata la punta del suo naso. È dal nazifascismo che non ci troviamo a vedere una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra”.


Ma neppure quel corpo martoriato ha convinto l’Egitto a dire la verità. Una collaborazione la si è ottenuta solo forzando la mano nell’anno e mezzo, a partire dall’aprile 2016, in cui l’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore. Da quel momento fino alla ripresa dei rapporti diplomatici, nell’agosto 2017, gli investigatori italiani hanno avuto la piena collaborazione degli inquirenti del Cairo portando alla luce “la ragnatela in cui è caduto Giulio”. Ma da quel 14 agosto 2017 ad oggi, per l’ennesima volta, una cortina di fumo ha avvolto il caso. La collaborazione che sembrava poter essere duratura è terminata un’altra volta e le richieste degli inquirenti italiani sono cadute nel vuoto. Domande precise, richieste di nomi, date, certificazioni di ingressi e uscite dal Paese, alle quali le autorità egiziane hanno evitato di dare seguito bloccando un’indagine che appare sempre più complessa.


Le evidenze – Ma qualcosa in quell’anno e mezzo lo si è appreso ed ora è innegabile. È innegabile, ad esempio, che Giulio fu torturato a più riprese per diversi giorni prima che, forse per errore, gli venisse rotto l’osso del collo provocandone la morte. È innegabile la responsabilità nelle torture e nei depistaggi della National Security egiziana, l’apparato di sicurezza statale, che oltre ad aver avuto un ruolo nel rapimento e nella morte era riuscita ad infiltrare 3 agenti nel pool che ha indagato sul caso per sviare le indagini ed informare le autorità sullo stato degli accertamenti. È innegabile, e doloroso, il ruolo svolto da quelli che Giulio considerava amici e che invece lo hanno tradito e spiato: il coinquilino Mohamed El Sayad, che immediatamente prima e durante il sequestro, tra il 22 gennaio e il 2 febbraio 2016, ebbe almeno otto contatti con la Ns; l’amica Noura Wahby, che riferiva ogni conversazione a un informatore della Ns; il sindacalista Mohamed Abdallah, legato al maggiore Magdi Sharif, tra i maggiori indiziati del rapimento.

Resta da capire il movente di un omicidio così brutale. Resta da capire se, con la sua ricerca, Giulio avesse scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto in un paese in cui i diritti e libertà non sono esattamente messi al primo posto. Per farlo, però, bisognerebbe smetterla di cedere a compromessi con lo stato nordafricano. Bisognerebbe volere la verità ad ogni costo. Bisognerebbe smetterla di ricordarsi di Giulio solo in occasione degli anniversari. Bisognerebbe smetterla con le passerelle e le dichiarazioni di circostanza. Servirebbe invece un passo più deciso da parte del nostro governo come il nuovo ritiro dell’ambasciatore italiano chiesto dai genitori di Giulio a più riprese.
Servirebbe la volontà di far emergere la verità su un omicidio di stato.

La verità sulla morte di un ragazzo italiano in terra straniero.
La verità sulle torture che ha dovuto subire.
Perché non resti solo un cartello giallo con una scritta nera.
Perché finalmente ci sia Verità per Giulio Regeni.

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