Monthly Archives: maggio 2020

Export bellico: gli affari controversi dell’Italia

L‘Italia ripudia la guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli e come mezzo
di risoluzione delle controversie internazionali

– Costituzione Italiana, art. 11-


Tra le principali attività commerciali del nostro paese rimane la vendita di armi a paesi stranieri. Come previsto dalla Legge 185/90, che regola la vendita estera dei sistemi militari italiani, nei giorni scorsi è stata trasmessa al Parlamento la relazione annuale sull’export di armamenti del nostro paese. Dalla relazione si apprende che nel corso del 2019 l’Italia ha autorizzato la produzione e vendita di oltre 5 miliardi di armi destinate soprattutto a paesi extra-NATO e in particolar modo a paesi in cui è in atto un conflitto. Una situazione che fa sorgere dubbi sulla legittimità di tali operazioni visto che la stessa legge 185/90 all’art. 1 definisce in modo esplicito che l’export va valutato “secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Cosa – L’Italia nel 2019 ha esportato di fatto ogni tipo di materiale bellico. Ad incidere maggiormente sull’export del nostro paese è stata la vendita di aeromobili che ha fruttato 1,6 miliardi grazie al ruolo leader ricoperto dell’Italia nella produzione di elicotteri militari e pezzi di ricambio. Seconda voce per introiti è rappresentata dal comparto marittimo dove l’Italia ha esportato navi da guerra o sistemi ad essi collegati per un valore di oltre 600 milioni di euro con un guadagno in netto aumento rispetto all’anno precedente quando era stato di circa 38 milioni. Ma se queste sono le voci più corpose per quel che riguarda le esportazioni italiane, analizzando i dati presenti nella relazione appare evidente come il nostro paese sia in grado di esportare ogni tipo di materiale utile in scenari bellici. Dalle armi leggere e pesanti ai materiali per la visione di immagini, dalle apparecchiature criogeniche ai veicoli terresti, qualsiasi cosa serva, l’Italia è in grado di esportarla. Anche le armi chimiche.

Scorrendo tra le voci, infatti, emerge come l’Italia nel 2019 abbia avuto commesse per un totale di 136.350 euro per la vendita di “Agenti tossici, chimici o biologici, gas lacrimogeni, materiale radioattivo”. Se in parte si tratta di maschere e altri materiali filtranti e dunque “di difesa” la gran parte delle commesse riguarda le oltre 4.000 cartucce lacrimogene di diverso tipo vendute dalla “SIMAD spa”, azienda con sede a L’Aquila. L’Italia ha venduto questi materiali a sette paesi: Albania, Algeria, Belgio, Brasile, Finlandia, Thailandia e Hong Kong. Dalla relazione emerge dunque in modo chiaro come l’Italia abbia venduto gas lacrimogeni di diverso tipo per un valore di 34.000 euro alle forze dell’ordine di Hong Kong rendendosi in qualche modo complice, per lo meno morale, della repressione del movimento democratico.

Clienti – Ma Hong Kong non è l’unico cliente scomodo del nostro paese in fatto di vendita di armamenti. Al primo posto tra i paesi a cui l’Italia ha venduto più armi, infatti, compare l’Egitto. Nel 2019 si è infatti registrata una vera e propria impennata nelle vendite di armamenti al regime di Al-Sisi che, mentre nell’anno precedente era al decimo posto tra i partner commerciali con importazioni belliche pari a 69 milioni, ha acquistato armi dall’Italia per un totale di 871 milioni di euro. A pesare maggiormente è stata la vendita di 32 elicotteri (24 elicotteri AW149 più 8 AW189) realizzati dall’azienda “Augusta Westland” del gruppo “Leonardo”. Ma tra i materiali venduti ad Al-Sisi compaiono anche armi automatiche, bombe, apparecchiature per l’addestramento militare e per la direzione di tiro. Tutto l’armamento necessario, insomma, per portare avanti la repressione interna e le guerre appoggiate dal paese. Mentre da più parti viene sottolineata la necessità di interrompere le relazioni diplomatiche e commerciali con l’Egitto per fare pressioni ed ottenere la verità sulla morte di Giulio Regeni e l’arresto di Patrick Zaki, l’Italia sta facendo di fatto l’opposto aumentando le proprie esportazioni belliche verso un regime che reprime sistematicamente le opposizioni.

Nella lista dei paesi verso cui esportiamo armamenti compare poi il Turkmenistan che dal 2007 è di fatto una dittatura totalitaria monopartitica guidata da Gurbanguly Berdimuhamedow e a cui durante il 2019 abbiamo venduto armi per un totale di quasi 450 milioni di euro. Altre situazioni controverse sono quelle relative ai due principali attori del conflitto in Yemen. Sebbene nel luglio del 2019 una mozione approvata in Parlamento abbia richiesto la sospensione delle vendite di bombe d’aereo e missili all’Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti le esportazioni verso le due monarchie non si è mai interrotta. Lo scorso anno dall’Italia sono state vendute armi ai due paesi per un totale di oltre 190 milioni di euro. Armi, munizioni e mezzi italiani, dunque continuano ad alimentare anche il conflitto nello Yemen.

Situazioni che si rivelano particolarmente controverse soprattutto alla luce di quanto dispone la stessa legge 185/90 che, sempre all’art.1 comma d, stabilisce il divieto di vendita di materiale bellico “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa”. Egitto, Hong Kong, Turkmenistan, Arabia Saudita ma anche Turchia, Israele ed India sembrano invece confermare una tendenza del nostro paese ad incrementare il più possibile le esportazioni senza curarsi troppo di come potrebbero essere utilizzati gli armamenti venduti.

Nome in codice: Caesar

Oltre cinquantamila foto di torture, omicidi, documenti segreti ed abusi. “Caesar” ha documentato per due anni quello che accadeva nelle carceri siriani per poi fuggire dal paese temendo per la sua vita. Quelle foto, ora, sono la principale prova delle violenze sistematiche del regime di Assad.

Mentre il mondo guarda all’ISIS, in Siria è il regime di Bashar al-Assad a mietere vittime civili e commettere indicibili reati. Una situazione che si protrae dall’inizio della rivoluzione cominciata nel 2011 e sfociata in un’infinita guerra. Una guerra civile che ha potato il regime di Assad a perpetrare gravi crimini contro i civili trasformando di fatto la Siria in un paese in cui tortura e violenze di stato sono all’ordine del giorno. Per anni la situazione siriana è rimasta taciuta, con i paesi occidentali distratti che non hanno visto, o hanno preferito non vedere. Per anni ci si è trincerati dietro un “io so, ma non ho le prove” di pasoliniana memoria. Fino a quando quelle prove sono arrivate. Come un pugno nello stomaco un dossier infinito di foto, documenti, metadati ha mostrato al mondo le atrocità di cui è capace il regime siriano dando il via ad indagini internazionali sfociate, fino ad ora, nella “Norimberga Siriana” di Coblenza.

“Caesar”. È questo lo pseudonimo utilizzato da un disertore dell’esercito siriano, in servizio tra il 2011 e il 2013, che fuggito dal paese ha deciso di diffondere tutto quello che possedeva. Durante la rivoluzione era stato incaricato, da ufficiali dell’esercito, di documentare fotograficamente quello che accadeva nelle carceri. Quelle foto, però, con l’aiuto di un amico le ha sistematicamente copiate e conservate su una chiavetta usb. Ogni giorno per due anni. Nell’agosto 2013 però, temendo per la sua vita, ha disertato abbandonando l’esercito e scappando dal paese in mezzo ai quasi 11 milioni di profughi che hanno lasciato il paese in questi 9 anni. Ma quelle foto, raccolte scrupolosamente ogni giorno per due anni, rappresentano la più grande prova delle atrocità commesse dal regime di Assad. Oltre 55.000 scatti che ritraggono i corpi senza vita di detenuti torturati, le fosse comuni, documenti riservati e stanze per torture.

Il rapporto sulle fotografie è stato presentato alle Nazioni Unite ed al Congresso americano e, incrociando quelle immagini con le testimonianze di altri rifugiati, è stato ricostruito un quadro completo. Le foto di Caesar hanno documentato la morte di migliaia di detenuti a causa di percosse, denutrizione, sete e almeno 72 tipi diversi di torture inflitte nelle carceri siriane dagli agenti del regime. Appesi per i polsi e presi a bastonate, colpiti con scosse elettriche, violentati sessualmente, picchiati fino a perdere i sensi. Dalle fotografie e dalle testimonianze emerge una lista interminabile di violenze e abusi che rappresentano però solo la punta di un iceberg profondissimo. Perché mentre il rapporto di Caesar copre solo due anni di una guerra civile ancora in corso, il bilancio è in realtà drammaticamente più elevato. Si stima che dal 2011 ad oggi siano stati circa 1,2 milioni i civili arrestati e detenuti in Siria dal regime di Assad e di circa 128.000 di loro non si hanno più notizie, inghiottiti per sempre dalle terribili carceri gestite da esercito e servizi segreti. Secondo un rapporto del “Syrian Network for Human Rights” sarebbero almeno 14.000, di cui circa 200 bambini, le persone morte in carcere durante le torture ma il numero diventa almeno 10 volte più grande se si considerano le morti per fame, disidratazione, percosse o le esecuzioni sommarie. Una vera e propria guerra, non contro ribelli armati ma contro i propri cittadini indifesi e pacifici colpevoli solo di avere idee diverse da quelle di Bashar al-Assad.

Così, mentre le forze armate siriane con i propri alleati russi e iraniani combattono i ribelli armati, i servizi segreti ed i funzionari del regime si occupano della resistenza civile non violenta. Per quanto il governo abbia sempre cercato di negare l’esistenza di abusi sistematici nelle prigioni del paese, la diffusione delle immagini di Caesar e di alcuni memo governativi trafugati e portati all’estero confermano il ruolo centrale del regime. Ad ordinare le torture sono funzionari in diretto contatto con Assad il quale era sempre aggiornato sulla situazione delle carceri e a cui è stato più volte chiesto un intervento per smaltire l’eccessivo numero di cadaveri. E mentre la guerra in Siria rallenta e l’attenzione del mondo sul conflitto cala, non diminuiscono gli arresti. L’anno scorso sono stati oltre cinquemila i civili arrestati, oltre 100 ogni settimana. Costretti a vivere in celle così affollate che si alternano per stare sdraiati a terra a dormire, senza cibo né acqua per giorni, senza alcun tipo di assistenza medica. E mentre si avvicina sempre più la fine del conflitto armato, con la vittoria delle truppe alleate al regime, ricominciano anche le relazioni diplomatiche tra Damasco e diversi stati. Assad, protetto dai propri alleati, si prepara ad una impunità assoluta che gli permetterà di mantenere il potere senza dover rendere conto delle atrocità commesse durante il conflitto.

La Cina spegne il sogno di Hong Kong

May people reign
proud and free

now and evermore
glory to be thee Hong Kong


Per mesi è rimasta alla finestra ad osservare da spettatrice le proteste che hanno messo a ferro e fuoco Hong Kong. Per settimane si sono rincorse voci di un possibile intervento armato per reprimere nel sangue le proteste. Ora, la Cina ha deciso di passare al contrattacco. Con una nuova legge sulla “Sicurezza Nazionale” Pechino punta ad ingabbiare Hong Kong per ricondurlo lentamente sotto la propria influenza eliminando quell’“alto grado di autonomia” su cui si basa l’ex colonia britannica.

Legge – L’annuncio di una legge per Hong Kong è arrivato, improvviso e inaspettato, durante la terza sessione del 13° “National People Congress”, l’assemblea parlamentare cinese che si riunisce annualmente per indicare la rotta politica cinese. Un annuncio, però, che rappresenta una grave intromissione della Cina negli affari interni della ex colonia che, come sancito dalla costituzione, dovrebbero essere gestiti in maniera esclusiva dagli organi politici di Hong Kong. Proprio per questo ai vertici di Pechino è corsa in soccorso la governatrice Carrie Lam, massima carica politica e principale bersaglio delle proteste degli ultimi mesi, che si è detta in queste ultime ore pronta a collaborare “pienamente con il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo per completare al più presto la legislazione pertinente”. In questo modo, formalmente la legge verrà votata nel parlamento di Hong Kong nel rispetto della costituzione. Poco importa se, dietro quella norma, vi sia la mano nemmeno troppo invisibile di Pechino.

“È necessario stabilire e migliorare il sistema giuridico e i suoi meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale Hong Kong. Per prevenire, fermare e punire le minacce alla sovranità.” Se i dettagli della Legge non sono ancora definiti le parole di Wang Chen, vicepresidente del Comitato permanente del National People’s Congress, spiegano alla perfezione quale sia l’intento cinese. Un intervento deciso e netto da parte della Cina per limitare ogni forma di dissenso nell’ex colonia. Con la nuova legge sulla Sicurezza Nazionale, Pechino si aprirebbe di fatto le porte di Hong Kong estendendo all’ex colonia britannica forme più o meno stringenti di repressione. Tra le misure più controverse vi sarebbe infatti l’apertura di un ufficio a tutela della sicurezza nazionale completamente dipendente da Pechino che avrebbe il compito di intervenire ogniqualvolta si verifichino tentativi di secessione, eversione contro lo Stato, terrorismo e interferenze straniere. Se ora per un intervento diretto della Cina sul territorio di Hong Kong è necessaria una specifica autorizzazione da parte del parlamento dell’ex colonia, con la nuova legge Pechino si aprirebbe un varco importante che gli permetterebbe di intervenire a proprio piacimento sul territorio di quella che appare sempre meno come una provincia con “alto grado di autonomia”.

Critiche – La sola proposta di una legge simile, che nelle intenzioni di Carrie Lam potrebbe essere promulgata entro settembre, ha scatenato critiche e timori. Il volto duro e risoluto del Partito Comunista Cinese si mostra ora in tutta la forza, senza alcun timore ne tentativo di mascherarsi, con un provvedimento che potrebbe porre fine non solo ai sogni di una maggior democrazia ma anche al modello “un paese, due sistemi”. Con l’apertura di un ufficio alle dipendenze di Pechino, il governo cinese potrà di fatto colpire liberamente gli oppositori anche ad Hong Kong interpretando in modo ampio e contorto il concetto vago di Sicurezza Nazionale. Storpiandolo per ricondurlo alle proprie necessità quel concetto sarà utilizzato per colpire i diritti e le libertà dei cittadini reprimendo ogni forma di protesta e dissenso per evitare che si possano ripetere manifestazioni anti-Cina come quelle che più volte si sono viste negli ultimi 10 anni.  

Questa imposizione unilaterale di una legge che rischia di mettere a repentaglio le libertà di Hong Kong è un assalto frontale e pericoloso all’autonomia, allo stato di diritto e alla libertà dell’ex colonia. Un provvedimento che potrà avere ricadute pesantissime anche sull’economia della città. L’immagine di Hong Kong come città aperta, libera e internazionale potrebbe infatti subire un duro colpo e la sua sottomissione al regime cinese potrebbe allontanare investitori esteri e visitatori. Timori confermati anche dall’andamento delle borse con il mercato di Hong Kong che venerdì, dopo l’annuncio della legge sulla sicurezza nazionale, ha ottenuto il suo peggior risultato da oltre cinque anni perdendo il 5,6%. Nel frattempo, però, fatica a sollevarsi dal resto del mondo un coro di condanna unanime al governo cinese. Se un gruppo di 200 parlamentari di 23 paesi diversi ha pubblicato un appello in cui condanna duramente la mossa di Pechino, le reazioni dei leader mondiali sono state timide e marginali. Il ruolo giocato dalla Cina come potenza economica e politica negli equilibri mondiali rappresenta sicuramente uno scoglio importante che spinge molti ad evitare interventi affrettati o duri per non compromettere i rapporti con Pechino. La prima reazione è stata quella di Donald Trump che, senza specificarne le modalità, ha spiegato di voler affrontare “la questione in maniera decisa” dicendosi pronto a porre fine allo status economico speciale che permette commerci più semplici tra gli Usa e la ex colonia, non sottoposta ai dazi imposti alla Cina. Ma mentre Hong Kong rischia di diventare un semplice pedone sulla scacchiera di una nuova guerra fredda tra Pechino e Washington, a pagarne le conseguenze saranno gli abitanti di Hong Kong. La Cina sembra pronta a muovere la sua regina per mettere sotto scacco il re degli Stati Uniti. Ma per farlo deve mangiare quel pedone che non può fare passi indietro.

Proteste – E di passi indietro, ad Hong Kong non se ne fanno da quasi un anno. Da quando sono iniziate le proteste nel maggio scorso la rabbia è divampata in città e milioni di persone hanno manifestato la loro contrarietà prima al disegno di legge sull’estradizione poi all’intero sistema. La nuova proposta di legge potrebbe dare nuova linfa ad un movimento rimasto silenzioso per mesi a causa dell’emergenza sanitaria. Qualche centinaio di manifestanti si è radunato nelle ultime ore nelle strade di Hong Kong costringendo la polizia ad intervenire con cariche e gas lacrimogeni. È una prima risposta della città al tentativo cinese di incatenarla ma nessuno sembra intenzionato a fermarsi e tutto sembra indicare la ripresa di proteste massicce e di ulteriori scontri in città. Lo sanno gli organizzatori con il Civil Human Rights Front, che ha organizzato marce con oltre un milione di persone lo scorso anno, che si dice pronto a riprendere la battaglia dalle prossime settimane. Ma lo sa anche la Cina che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe pronta a tollerare una nuova breve stagione di proteste se ad esse seguirà la promulgazione della legge che sottometterà Hong Kong. Se, insomma, lo scorso anno le proteste avevano portato al ritiro della legge sull’estradizione, questa volta la Cina sembra più determinata che mai ad andare avanti anche a costo di una nuova escalation di violenza come quella che si è registrata in autunno. E in quello che il legislatore democratico Tanya Chan ha definito come “il giorno più triste nella storia di Hong Kong”, il leader delle proteste Joshua Wong ha esortato gli “HongKongers” a non piegarsi alla rappresaglia cinese. Chiedendo l’aiuto del mondo in questa battaglia ha ricordato in un tweet che “ogni HongKongers ne è ben consapevole: non lottiamo perché pensiamo di essere più forti, lottiamo perché non c’è altra soluzione”.

Un’altra soluzione, forse, l’avrebbe la Cina. Nella piccola Hong Kong il Partito Comunista Cinese ha un’opportunità unica per mostrare al mondo che è abbastanza forte e maturo da ospitare un’isola di libertà all’interno dei suoi confini sovrani. Un’isola influenzata certo da Pechino ma non succube ad un regime totalitario. Ma di fronte alle richieste democratiche di quell’isola felice, il regime cinese si è scoperto fragile. Spaventato da una sfida così grande mostra ora tutte le sue debolezze tornando al solo strumento che conosce per mantenere il controllo della situazione: la repressione. Ma chi ad Hong Kong ha assaggiato la libertà di un paese quasi democratico non può tollerare il controllo e la repressione di un regime totalitario. Chi chiede democrazia non può tollerare la dittatura. Sono i giovani che si ribellano per un futuro fatto di diritti. Non per un capriccio ma perché “non c’è altra soluzione”.

La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Mascherine tricolori e bandiere nere

“Ogni falsità è una maschera,
e per quanto la maschera sia ben fatta,
si arriva sempre, con un po’ di attenzione,
a distinguerla dal volto”
-Alexandre Dumas-


Da due settimane scendono in piazza e promettono di farlo ogni sabato, in tutta Italia, per protestare contro la “dittatura sanitaria” imposta dal governo. Mascherina tricolore calata sul viso, petto in fuori e schieramenti a falange nel rispetto delle misure sul distanziamento sociale. Si presenta così il movimento delle “Mascherine Tricolori” che da alcune settimane ha iniziato sui social e su vari gruppi Telegram a chiamare a raccolta i cittadini per una ribellione contro le misure di prevenzione disposte, secondo loro in modo illegittimo, dal governo.

Chi sono – “Ricordo a tutti che non interessano o prevalgono colori politici. Chi è qui e vuole scendere in piazza condivide l’amore per l’Italia ed ha il tricolore come bandiera”. Recita così un messaggio inviato sul gruppo nazionale Telegram, che conta 6127 iscritti, da uno degli organizzatori delle manifestazioni che si cela dietro il nickname di “Mask451”. Ma quella realtà sbandierata come apolitica ed apartitica appare sempre più come una rete nera dell’estrema destra italiana. Basta infatti scorrere i messaggi sui vari gruppi Telegram per smentire la tesi secondo cui “non prevalgono colori politici”. Tra chi entra nel gruppo mandando “un saluto (romano) a tutti”, chi preferisce esordire con un “Presente!” accompagnato dalle emoticon del braccio teso e chi ancora sfoggia come immagine del profilo simboli, loghi e immagini legate ai movimenti neofascisti italiani. Se “non interessano” le idee politiche appare evidente come dietro il movimento delle mascherine si celi una regia di estrema destra. Perché se chi decide di entrare nelle decine di gruppi Telegram (oltre a quello nazionale ve ne sono per ogni città) sembra avere un’ideologia ben precisa, lo stesso si può dire per chi quei gruppi li gestisce e chi li sprona nelle piazze.

A Roma, ad esempio, dai video diffusi dalle pagine social del movimento si vede chiaramente come a prendersi la scena, coordinando il flash mob nazionalista, sia Mauro Antonini. Responsabile della falange laziale di CasaPound, Antonini è salito agli onori delle cronache nell’aprile scorso quando animò le proteste di Torre Maura per il trasferimento di un centinaio di migranti in una struttura della zona. “Quando mi dicono che sarò indagato per odio razziale, a parte che per me è una medaglia, ma mi viene da ridere” disse in quell’occasione alle telecamere diventando simbolo di quell’estrema destra che si batte contro l’immigrazione. Ma come Antonini sono decine e decine i dirigenti e gli esponenti di spicco del partito tartarugato che si nascondono dietro un meno evidente tricolore. Se difficile è scorgere la vera identità di quel “Mask 451” che monopolizza la comunicazione sui canali Telegram mostrandosi come vero e proprio leader, meno difficile è scovare un altro pezzo da novanta della destra italiana. Dall’analisi dei metadata dei PDF diffusi sui canali Telegram, in cui viene riportato il mascherin pensiero, spunta il nome di Simone di Stefano come autore dei documenti. Non un nome da poco conto e nemmeno uno di quelli a cui “non interessano i colori politici”. Di Stefano è vicepresidente nazionale di CasaPound secondo solamente, ma nemmeno così tanto, al leader Iannone. Lo stesso Di Stefano che si vanta di avere in mano “cinque giornalisti di punta in Rai, più una quarantina in varie redazioni locali” e che vorrebbe lanciare l’assalto sovranista al servizio pubblico. Lo stesso di Stefano che nel 2008 proprio negli uffici della Rai fece irruzione con un manipolo di estremisti e minaccio giornalisti e operatori della trasmissione “Chi l’ha visto?” dopo un servizio sulle violenze dell’estrema destra a Piazza Navona. Lo stesso Di Stefano condannato a un anno e sei mesi nel novembre scorso e su cui gravano 16 procedimenti pendenti.

Insomma, dietro quelle mascherine sembra sempre più celarsi il volto dell’estrema destra italiana. Ma perché l’estrema destra si nasconde dietro un vessillo non suo?

Cosa fanno – Quello delle mascherine tricolori sembra essere un vero e proprio tentativo di fare proseliti tra chi quei partiti dell’estrema destra non li ha sostenuti fino ad ora. Presentarsi nelle piazze con bandiere e simboli di CasaPound o del Blocco Studentesco, per dirne due, limiterebbe ai soli militanti e simpatizzanti la partecipazione. Nascondersi dietro mascherine tricolori, con continui rimandi al “popolo” e al “lavoro da salvare”, li aiuta a far cadere nella loro rete quegli italiani stanchi e in situazione di crisi a causa del lockdown. E se oggi quegli italiani sono in piazza con le mascherine domani potrebbero andare ad ingrossare le fila dell’estrema destra che, una volta gettata la mascherina, è pronta a mostrare la sua vera identità.

Una vera e propria operazione di marketing, insomma, che ha portato ad un cambiamento radicale nelle modalità con cui manifestare. Se prima le azioni dell’estrema destra erano condotte in aree periferiche ed una massiccia comunicazione social, ora sembra essere l’esatto opposto. Le mascherine si radunano nelle piazze più centrali o simboliche delle città, da piazza Giulio Cesare a Milano a piazza Cavour a Napoli, e sfidano il lockdown schierati immobili, quasi militarmente, mentre un leader autodefinito legge un comunicato diverso ogni sabato. Nessun rimando ai partiti della destra, anche se chi legge è ad essi legato, nessuna comunicazione sui canali social dei vari gruppi se non su quello delle mascherine che contano circa 8.000 seguaci su Facebook. Alla comunicazione social si preferisce, questa volta, quella stampa tradizionale che da lungo tempo viene osteggiata da quelle stesse formazioni oltranziste ma che può far maggiormente presa sulle classi sociali a cui ambiscono. Così la pagina social delle mascherine brulica di link ad articoli che ne parlano, di foto, di rimandi a testate che pubblicano notizie sulle loro manifestazioni.

Linguaggio – Ma se cambiano le modalità, non cambia il linguaggio usato. A partire da quei documenti, redatti come detto da Di Stefano, che vengono diffusi sui gruppi Telegram e letti nelle piazze. Documenti in cui si ritrovano quelle teorie complottiste e populiste che dall’inizio dell’emergenza sanitaria stanno caratterizzando i movimenti della destra italiana e non solo. Una retorica fatta di accuse ad una “politica incapace che ora rischia di farci morire di fame” e che ha “deciso che l’Italia deve fallire, che l’Italia deve uscire in ginocchio da questa crisi”. Una politica a cui bisogna ribellarsi facendo ritornare “la parola al popolo”. Ed è proprio il popolo, secondo il documento, che deve ribellarsi “ad una dittatura sanitaria che sembra uscita da un film di fantascienza, ad aspettare la diretta Facebook di un premier che ci riempie di cazzate e ci tratta come bambini” e deve farlo per “salvare la Nazione”. Popolo, lavoro e Nazione, con l’iniziale rigorosamente maiuscola. Sono queste le parole chiave di un movimento che anche nel linguaggio non riesce a staccarsi dalla retorica nazionalista ed oltranzista tipica della destra italiana che da mesi rilancia questi proclami.

E come se non bastasse, su Telegram arriva l’ennesima chiamata ad una nuova marcia su Roma. “L’obiettivo è tutti a Roma.” scrive il solito Mask 451 “e ci arriveremo passo dopo passo. Crescendo di sabato in sabato.” Insomma, non serve poi molto per distinguere la maschera dal vero volto di un movimento che pur professandosi lontano da ogni ideologia politica ne è intriso fino in fondo. Una vera e propria rete nera celata in modo maldestro dietro un tricolore che non riesce a coprirla del tutto. Una rete nera che sfida il lockdown per fare proseliti, sfruttando difficoltà economica, incertezza e paura per espandere la propria presenza e mostrare il proprio potere. Un potere nero.  

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

La libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

– art. 21, Costituzione italiana-


La diamo per scontata. Pensiamo che sia un problema che non ci riguardi. Pensiamo che l’Italia sia un’isola felice in cui questi problemi non esistono. Ma anche da noi, la libertà di stampa è in pericolo. A dirlo sono i dati del “Word Press Freedom index 2020”, la ricerca condotta ogni anno dall’ONG “Reporters Sans Frontiers” sul livello di libertà di stampa in 180 paesi del mondo. Nella classifica di quest’anno il nostro paese è al 41° posto, dietro Ghana, Sud Africa, Burkina Faso, Botswana e Namibia. Una sola posizione più in alto della Corea del Sud.

Italia – A pesare sulla situazione nel nostro paese è la presenza di tanti, troppi giornalisti costretti a vivere sotto scorta per colpa delle minacce subite. Sono almeno 20 i giornalisti nel programma di protezione secondo quanto riportato da RSF che evidenzia come nel nostro paese quello del giornalista sia ancora troppo un lavoro pericoloso. Da Saviano a Borrometi, da Federica Angeli a Donato Ungaro fino alle ultime inquietanti e dolorose minacce all’ormai ex direttore de “la Repubblica”, Carlo Verdelli. È impossibile negare che in Italia la libertà di stampa sia minacciata costantemente da estremismi politici e criminalità organizzata. Essere “Giornalisti Giornalisti” nell’accezione data da Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, espone a rischi altissimi in un paese in cui spesso diamo per scontate le libertà che abbiamo senza accorgerci di quanto invece siano in pericolo ogni giorno. In un’Italia distratta da mille dibattiti, guardiamo al dito invece che alla luna. Guardiamo alle parole di Vittorio Feltri come estremo esempio di libertà di stampa piuttosto che a quei 25 giornalisti sotto scorta come un pericolosissimo campanello d’allarme di una libertà sempre più minacciata.

E se il rapporto si riferisce al 2019, anche quest’anno non sembra registrarsi un’inversione di tendenza anzi, il trend è stato confermato in meno di una settimana. Il 7 gennaio due giornaliste di LaPresse e Alanews sono stati aggrediti ed intimiditi da militanti di estrema destra mentre tentavano di documentare la commemorazione per la strage di Acca Larentia, a Roma. Il giornalista bresciano Federico Gervasoni continua a ricevere minacce dopo le sue inchieste sull’estrema destra da cui è nato il libro “il cuore nero della città”. Andrea Pellegrino è stato minacciato sui social dopo un articolo pubblicato qualche giorno fa sulla manifestazione indetta dall’estrema destra per il 25 aprile. E poi il caso già citato del direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani minacciato di morte per settimane da diversi account social. Sono i cosiddetti “squadristi da tastiera” che nascosti dietro l’anonimato di finti profili social lanciano minacce ed anatemi prima di sparire nel nulla. Lasciando, per fortuna, qualche traccia che possa ricondurre a loro.

Mondo – Chi sembra non avere di questi problemi sono i paesi del nord. Come già accaduto negli ultimi anni Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svezia ricoprono infatti i primi quattro posti della classifica stilata da RSF e sembrano essere dei paradisi del giornalismo, dove esercitare la professione liberi da pressioni e minacce. Purtroppo, però, sono dei casi più unici che rari in un mondo in cui nel 13% dei paesi la stampa si trova in una situazione definita grave, il 26% in situazione di difficoltà e il 34% presenta concreti pericoli. In Corea del Nord (180° su 180), ad esempio, “il regime totalitario continua a mantenere i propri cittadini nell’ignoranza” grazie al “controllo quasi completo sulle comunicazioni e sui file trasmessi sul web”. Non va meglio nemmeno alla Cina (177°) la cui libertà di stampa è da settimane sotto accusa per aver nascosto i dati reali sui contagi da coronavirus e in cui “il presidente Xi Jinping è riuscito a imporre un modello sociale basato sul controllo di notizie e informazioni e sulla sorveglianza online dei suoi cittadini”.

Se le regioni peggiori per le libertà di stampa si confermano ancora una volta il Medio Oriente e l’Europa orientale, dove Russia e Turchia rappresentano modelli esemplari della repressione ai giornalisti, è proprio la regione asiatica ad aver registrato il peggioramento più consistente nell’ultimo anno con un consistente aumento nelle violazioni alle libertà di stampa. Oltre alla presenza dei due già citati regimi autoritari, pesa sulla situazione della regione il drastico peggioramento di diversi stati. L’Australia, ad esempio, ha perso cinque posizioni nella classifica delle libertà di stampa perdendo quell’immagine di paese modello per le libertà di stampa a causa dei recenti episodi di violazioni nella riservatezza delle fonti e di sistematiche violazioni in nome di una non meglio definita “sicurezza pubblica”. Ma a trascinare ancor più in basso l’intera regione è stata senza dubbio Hong Kong. Travolta dalle proteste di cui a lungo vi abbiamo parlato nei mesi scorsi, l’ex colonia britannica ha assistito ad una crescita esponenziale delle violazioni verso i media. Molti operatori e giornalisti hanno denunciato violenze della polizia nei confronti di chi documentava le manifestazioni di piazza in cui un reporter indonesiano ha addirittura perso un occhio dopo essere stato colpito da un proiettile di gomma. Cariche, violenze indiscriminate e arresti non hanno risparmiato nemmeno i media, nonostante fossero chiaramente riconoscibili grazie ad una pettorina gialla, che hanno dovuto operare in un clima di aperta ostilità.

Per molti paesi, insomma, la libertà di stampa si conferma un lusso mentre entriamo in decennio che sarà fondamentale anche per il giornalismo. Sulla libertà di stampa pendono come un’ennesima spada di Damocle cinque crisi convergenti che potrebbero  schiacciarla definitivamente: una crisi geopolitica, dovuta all’aggressività dei regimi autoritari; una crisi tecnologica, a causa della mancanza di garanzie democratiche; una crisi democratica dovuta alla polarizzazione e alle politiche repressive; una crisi di fiducia dovuta al sospetto e persino all’odio nei confronti dei media; una crisi economica che inevitabilmente mette a rischio il giornalismo, la cui qualità richiede anche costi non indifferenti.

Saranno dieci anni difficili, come lo sono stati gli ultimi. Dieci anni in cui avremo bisogno, più che mai, di “Giornalisti Giornalisti” che ci raccontino la verità ad ogni costo. Però, in questi dieci anni e per quelli a venire, è ancor più importante che non rimangano soli. È ancor più importante che tutti smettiamo di guardare al dito e iniziamo a vedere la luna. Una luna fatta di violazioni ed intimidazioni. Come una grande Morte Nera che possa da un momento all’altro toglierci libertà che pensiamo essere intoccabili.