Tag Archives: Politica

Guida alla riforma della Giustizia: i motivi dell’urgenza, il contenuto e le critiche

Chi elogia la nostra giustizia, somiglia terribilmente a quella persona
che cercava di consolare una vedova il cui marito era morto per una
grave forma di polmonite, dicendole per tranquillizzarla che forse non era andata poi tanto male.
-Karl Kraus-


A tenere banco durante l’ultima settimana è stata senza dubbio la notizia dell’accordo sulla riforma della giustizia voluta dalla ministra Marta Cartabia. Una riforma che ha suscitato perplessità e critiche sia in Parlamento che fuori con alcuni illustri esponenti della magistratura che hanno espresso la propria posizione contraria al testo. La legge Cartabia, che legge non è trattandosi sostanzialmente di una serie di emendamenti al progetto di revisione attuato dall’ex Ministro Bonafede con lo scopo di alleggerire il carico di processi penali, introdurrebbe un limite alla durata dei procedimenti, che per alcuni potrebbe mettere a rischio l’esito delle cause attualmente in corso.

Urgenza – La necessità di una riforma del sistema giudiziario italiano è cosa nota e da decenni si discute di come intervenire per rendere più veloce ed efficace la giustizia nel nostro paese. L’accelerata degli ultimi mesi, che ha portato all’accordo sul testo proposto dalla ministra Cartabia, è dovuta sostanzialmente alle pressioni arrivate dall’Unione Europea. Nell’ambito del “Next Generation EU”, lo strumento da oltre 800 miliardi messo in campo dall’Unione Europea per fronteggiare la crisi post pandemia, l’Italia ha elaborato l’ormai noto Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. All’interno del piano, il cui rispetto è necessario per accedere ai fondi europei per la ripresa, è prevista l’approvazione di due riforme strutturali definite “di contesto” perché in grado di impattare su tutti gli ambiti: la riforma della Pubblica Amministrazione e la riforma, appunto, della Giustizia.

L’inserimento della giustizia negli ambiti da riformare con urgenza è dettato dalla necessità di allinearsi agli altri paesi europei riducendo i tempi per i processi penali e civili come chiesto, sia nel 2019 che nel 2020, dall’Unione Europea al nostro governo. Le lungaggini del sistema italiano risultano infatti evidenti dall’ultimo rapporto dell’UE, relativo al biennio 2016-2018, in cui emerge chiaramente la lentezza della giustizia italiana: la durata media di un processo in Italia è di 3 anni e 9 mesi contro una durata media in Europa di circa un anno; i 527 giorni necessari per arrivare ad un verdetto di primo grado in Italia in Europa sono 233; un processo amministrativo dura da noi più di 5 anni; quello civile oltre 6 anni. Per non parlare del fatto che l’Italia è anche il Paese con la più alta percentuale di processi civili e penali pendenti nel secondo grado di giudizio dopo due anni dall’instaurazione degli stessi (44,8% per i primi e 41,5% per i secondi). Nella maggior parte dei Paesi europei questa percentuale è pari a zero.

Riforma – Da qui la necessità di intervenire sul sistema italiano per provare a rendere più rapidi e certi i processi intervenendo in particolare sulla prescrizione. La riforma della giustizia Cartabia conferma infatti che la prescrizione del reato resta bloccata dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna che di assoluzione (art. 14 del DdL), senza modifiche rispetto alla disciplina attuale. Ciò che si vorrebbe cambiare, al contrario, è il decorso successivo alla pronuncia. Viene infatti introdotto un limite di tempo massimo del giudizio d’Appello e di Cassazione, trascorso il quale l’azione penale viene dichiarata improcedibile (art. 14-bis DdL). La nuova disciplina si applica per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, data di entrata in vigore della “legge Bonafede”. Qualora vengano superati i termini di legge, il giudice della Corte di Appello o della Cassazione dovrà dichiarare il non doversi procedere, chiudendo il processo, ma l’imputato può chiedere espressamente la prosecuzione dello stesso, così come attualmente può rinunciare alla prescrizione.

A causa delle polemiche scatenate dalla presentazione del testo del 23 luglio scorso, il governo è corso ai ripari introducendo alcuni limiti alla nuova normativa sulla prescrizione. Per alcuni gravi reati, ovvero associazione di stampo mafioso, terrorismo, violenza sessuale e associazione criminale finalizzata al traffico di stupefacenti, non ci sarà un limite al numero di proroghe, che vanno però sempre motivate dal giudice sulla base della complessità concreta del processo. Per i reati con aggravante del metodo mafioso, le proroghe sono invece fino al massimo di due (sia in appello che in Cassazione), oltre a quella prevista per tutti i reati.

Alle novità procedurali si aggiunge la creazione di un Comitato tecnico scientifico istituito presso il ministero della Giustizia dovrà riferire ogni anno sull’evoluzione dei dati sullo smaltimento dell’arretrato pendente e sui tempi di definizione dei processi. Il Comitato monitorerà l’andamento dei tempi nelle varie Corti d’appello e riferisce al ministero, per i provvedimenti necessari sul fronte dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi. I risultati del monitoraggio saranno trasmessi al Csm, per le valutazioni di competenza.

Reazioni – Nonostante la riforma tocchi diversi punti, tra cui ad esempio i limiti per le indagini preliminari o le regole per i processi in assenza o speciali, le principali critiche riguardano le norme relative alla prescrizione e all’improcedibilità. Tra i primi a bocciare il testo del Governo c’è stato Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro e simbolo della lotta alla ‘ndrangheta, che ha dichiarato “con l’improcedibilità prevista dalla riforma Cartabia il 50% dei processi, considerata la gran mole dei reati di mafia e maxi processo che celebriamo, saranno dichiarati improcedibili in appello”. Dichiarazione a cui ha fatto eco il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, che ha aggiunto: “Immaginare che tanti processi vengano dichiarati improcedibili mina la sicurezza del paese”. Parole condivise da gran parte della magistratura e portate ad un livello superiore dal CSM che in settimana ha pubblicato un parere sfavorevole alla riforma.

Le voci favorevoli alla riforma sono, dunque, poche. Oltre a quella della Cartabia, che continua a dofendere il testo a spada tratta, si registra quella del Giudice della Cassazione Angelo Socci: “La riforma Cartabia risponde ai parametri del giusto processo e ai tempi che ci dà la Corte europea dei diritti dell’uomo e alla legge Pinto.”

C’è però un punto di questa riforma che fa ben sperare per il futuro: la riforma della giustizia riparativa. La Cartabia, infatti, ha deciso di introdurre una serie di modifiche che rendano più accessibile il ricorso a pene alternative al carcere che possano restituire attenzione alle dimensioni umane e sociali che investono il crimine per evitare che le pene inflitte scadano in semplici punizioni ma che possano essere motivo di crescita e reale cambiamento per chi commette un crimine. In particolare si prevede la possibilità di accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell’autore, oltre che dell’assenso del giudice. Un passo avanti importante anche, e soprattutto, dopo le immagini terribili di Santa Maria Capua Vetere.

Santa Maria Capua Vetere e quelle mele marce che in Italia sono sistema

A Santa Maria Capua Vetere è stata tradita la Costituzione
-Marta Cartabia-


Un’orribile mattanza. Le immagini riprese dalle telecamere di sicurezza del carcere di Santa Maria Capua Vetere non lasciano dubbi su quello che è stato. Violenza gratuita e brutale da uomini in divisa ai danni di quegli stessi detenuti che avevano in custodia e avrebbero dovuto tutelare. Una rappresaglia inumana, indiscriminata e che non può ammettere nessuna giustificazione. Non può essere giustificata con lo stress, con la pressione dopo le proteste di quei giorni, con il virus che dilaga e fa paura. Nessuna attenuante può rendere meno crude e disarmanti quelle immagini.

Mele marce? – Immediata la difesa del corpo di Polizia Penitenziaria da parte di diversi schieramenti politici che si sono affrettati a sottolineare come quelle intervenute a Santa Maria Capua Vetere fossero “mele marce” nate da un albero sano. Ma si può davvero giustificare il tutto con la solita retorica delle mele marce? Il primo a non crederci è l’ex senatore Luigi Manconi, ex Presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, che in un’intervista di qualche giorno fa non ha avuto dubbi: “Come è potuto accadere che oltre 50 persone abbiano commesso misfatti del genere? Io non ritengo che tutti gli agenti siano dei criminali ma non credo neanche alla retorica delle mele marce. Il problema risiede nel sistema carcerario, nella sua natura profonda e nel suo complessivo funzionamento: è un fatto culturale.”

Senza andare troppo indietro nel tempo, rievocando i fatti del G8 di Genova di cui ricorre il 20esimo anniversario tra pochi giorni, basta guardare al recente passato del nostro paese per capire quello che intende Manconi. Nel nostro paese in questo momento ci sono sette indagini aperte contro agenti di polizia penitenziaria accusati di tortura, reato introdotto nel Codice penale solo nel 2017. In due casi ulteriori, per fatti verificatisi nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si è già arrivati alla condanna di undici persone con rito abbreviato mentre altri cinque sono in attesa di giudizio. Undici condanne, cinque rinviati a giudizio e un centinaio di agenti indagati per tortura. Sono dati che rappresentano solo la punta dell’iceberg e che devono aiutare a comprendere come la violenza sia spesso elevata a sistema e non limitata alle sole “mele marce”. Perché se a Genova si registrarono per tre giorni violenze indiscriminate ed episodi di tortura su larga scala, quella mentalità sembra continuare oggi a macchiare la quotidianità delle carceri del nostro paese. Questo non vuol dire, certo, che l’intero apparato di polizia italiano sia composto da torturatori o sadici. Ma le violenze che si registrano quotidianamente in diverse parti del paese sono sintomo di un qualcosa che non funziona.

Cultura – C’è nei corpi di polizia italiani un vero e proprio problema culturale. Anzi, ce ne sono molteplici. Le violenze nelle carceri sembrano essere figlie di una tradizione di impunità che, da Genova in poi, sembra caratterizzare gli episodi simili. Dal 2001 ad oggi i passi avanti sono stati pochi. Se per approvare una legge contro la tortura si sono dovuti attendere 16 anni e i numerosi richiami delle istituzioni europee, per un’altra misura di buonsenso come i numeri identificativi sui caschi e le divise degli agenti potrebbero volercene altrettanti vista la strenua opposizione di diverse forze politiche. Quelle stesse forze politiche che accorrono a portare solidarietà agli agenti indagati e che reputano il reato di tortura una limitazione per gli le forze dell’ordine che a causa di quella legge si troverebbero nelle condizioni di non poter più svolgere il proprio lavoro.

Ma c’è anche un ulteriore problema: l’omertà. Se le brutalità di Santa Maria Capua Vetere, come di altri penitenziari, sono state possibili e sono emerse a un anno di distanza è anche e soprattutto colpa di un diffuso senso di cameratismo che rende l’omertà una virtù apprezzata e riconosciuta. Una virtù che sembra ritrovarsi ad ogni livello della scala gerarchica. Dagli agenti che fecero irruzione fino all’allora sottosegretario alla giustizia Vittorio Ferraresi che, consapevole o meno di quanto accaduto realmente, definì l’azione della polizia penitenziaria una “doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell’intero reparto”. Nel mezzo ci sono le decine di funzionari e dirigenti della polizia penitenziaria che avrebbero cercato di coprire le violenze con prove false e relazioni scritte per dimostrare che il 6 aprile la reazione delle forze dell’ordine era stata provocata dai detenuti. E, ancora, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) che pur avendo ricevuto decine di esposti da parte di detenuti che denunciavano le violenze subite a seguito delle rivolte della primavera scorsa ha preferito non intervenire lasciando cadere nel vuoto quelle parole. E se il ministro Bonafede, rimasto in silenzio sul caso in Parlamento, poteva non sapere di cosa fosse accaduto nella realtà, risulta difficile immaginare che non lo sapessero tutti gli altri.

Rieducazione – Come sarebbe un errore convincersi che la violenza è frutto solo di alcune mele marce senza vederne la portata effettiva, come se si trattasse di schegge impazzite e isolate dal resto del corpo, sarebbe un errore altrettanto grande non capire il quadro generale che quelle violenze indicano. Perché quello che si consuma in molti penitenziari italiani è il fallimento del sistema carcerario. Un sistema in cui, come sottolinea ancora Manconi, “la rieducazione del condannato viene in genere sacrificata in nome della sicurezza: ovvero della custodia coatta dei corpi dei detenuti. È così che si spiegano episodi come quello di S. M. Capua Vetere: alcuni agenti si trasformano in aguzzini perché è la struttura del carcere, ispirata alla segregazione e alla mortificazione del condannato, che induce a questo. Perché, nei fatti, l’esito della detenzione è quello di de-responsabilizzare il detenuto, privarlo dell’indipendenza, della sua autonomia e controllarlo in tutti i suoi atti”. Servirebbe un cambio culturale per riportare la rieducazione del detenuto al centro della filosofia carceraria. Basterebbe poco, forse. Basterebbe rimettere al centro della scena non più controllori in divisa ma figure professionali quali educatori, assistenti sociali, animatori, mediatori, psicologi in grado di accompagnare il detenuto in un percorso utile a lui e alla società.

Il nuovo colonialismo che svuota l’Africa silenziosamente

“La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo,
mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale.” 

-Josè Saramago-


È notizia di pochi giorni fa che la Germania, per la prima volta nella sua storia, ha riconosciuto di essere responsabile tra il 1904 e il 1908 di un vero e proprio genocidio nei confronti delle popolazioni di allevatori degli Herero e dei Nama in quella che oggi è la Namibia moderna, indipendente dal 1990 ma all’epoca colonia tedesca. Il Ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, oltre ad auspicare una riconciliazione con la Namibia, ha annunciato che la Germania intende stanziare un fondo di 1,1 miliardi di euro nei prossimi 30 anni, da investire in sviluppo dell’agricoltura e progetti di formazione ovvero per altre destinazioni che le stesse comunità colpite saranno libere di scegliere.

Europa  – Così la Germania cerca di riappacificarsi con il proprio passato coloniale a differenze di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, che ancora non riescono a riconoscere quegli orrori. Ma quando si parla di colonialismo è sbagliato pensare a qualcosa di lontano, a qualcosa che non ci appartiene. Ancora oggi, in gran parte del continente africano, perdurano forme di colonialismo diverse ma certo non meno provanti per chi le vive. In Europa è la Francia la principale attrice nel nuovo colonialismo, non più militare certo, ma fatto di influenza economica e culturale. Da questo punto di vista l’imperialismo francese sembra non essersi mai concluso e Parigi ha saldamente mantenuto un forte legame con i quattordici stati africani che un tempo erano colonie. Proprio in questi quattordici stati si verifica un caso unico di colonialismo moderno grazie all’utilizzo in tutte le ex colonie francesi di una moneta, il Franco della Comunità Francese in Africa (CFA), coniata da Parigi con un tasso di cambio fisso (655 CFA = 1 euro). Quella che sembra essere solamente una moneta racchiude in sé il senso del nuovo colonialismo francese. Da un lato, infatti, in cambio della convertibilità del CFA con l’euro la Francia richiede di partecipare alla definizione della politica monetaria della zona mentre dall’altro i paesi che utilizzando il Franco Africano sono tenuti a versare il 50% delle proprie riserve presso il Tesoro francese in un fondo comune gestito dallo stato transalpino. Tra i vantaggi derivanti dall’adozione di questa valuta vi è senza dubbio una sorta di scudo contro la svalutazione. Il CFA ripara anche dalle impennate inflattive che sovente scuotono l’Africa e rappresenta una garanzia anche in termini di integrazione regionale, facilitando gli scambi tra i Paesi che lo utilizzano. Non mancano gli svantaggi. Il più evidente è di costituire un potenziale freno allo sviluppo di questi Paesi. A farne le spese sono soprattutto i produttori africani desiderosi di esportare i loro beni in Europa. Il cambio fisso rende molto costose le loro merci e agevola gli agricoltori francesi ed europei. Rafforzando i propri legami culturali ed economici con le ex colonie, Parigi tenta di mantenere un’influenza importante sul continente per resistere al colonialismo in arrivo da oriente.

Asia – Ad oggi la principale potenza colonizzatrice dell’Africa è, senza dubbio, la Cina. Se fino al 2010 Pechino non aveva fatto grossi sforzi per aumentare la propria influenza sul continente, negli ultimi dieci anni sono stati investiti oltre cento miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti economici e commerciali e per la realizzazione di infrastrutture. Un modo silenzioso per far valere la propria forza nel continente aumentando la propria influenza sugli stati che beneficiano degli investimenti massicci in arrivo dalla Cina. Ma quegli investimeni non sono destinati ad una reale crescita dell’Africa. Sono soldi spesi da Pechino in cerca di un tornaconto. Secondo uno studio condotto dalla China-Africa Research Initiative presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, la Cina ha prestato un totale di 143 miliardi di dollari a 56 nazioni africane di cui circa un terzo dei è destinato a finanziare progetti di trasporto, un quarto all’energia e il 15% destinato all’estrazione di risorse, compresa l’estrazione di idrocarburi. Solo l’1,6% dei prestiti cinesi è stato invece destinato ai settori dell’istruzione, della sanità, dell’ambiente, alimentare e umanitario. Una cifra irrisoria che fa capire come l’investimento cinese sia finalizzato all’utilizzo dell’Africa per scopi economici e commerciali.

Quei prestiti, inoltre, stringono un cappio attorno al collo dei paesi africani che solo ora si rendono conto di essere alle dipendenze di Pechino. La difficoltà di restituire i prestiti ottenuti, infatti, sta costringendo diversi stati a cedere alla Cina infrastrutture o settori strategici della propria economia. Così l’Angola ha legato la propria produzione petrolifera alla Cina per poter ripagare il debito accumulato e il kenya potrebbe addirittura perdere il porto di Mombasa, una delle sue infrastrutture chiave e più grande porto dell’Africa orientale, cedendolo al governo cinese se la Kenya Railways Corporation (KRC) non dovesse effettuare il pagamento di 22 miliardi di dollari dovuti alla Exim Bank of China.

Mentre gli investimenti della Cina aumentano a dismisura, però, va sottolineato come anche altri paesi asiatici abbiano allungato le proprie mire sul continente nero. Tra i dieci maggiori investitori, infatti, si trovano anche Singapore, India ed Hong Kong che investono circa 20 miliardi ciascuno ogni anno in diverse zone.

Dove – Così come i partner, anche i settori e le regioni di interesse sono mutati nel corso degli anni. Gli investimenti hanno infatti iniziato ad essere diretti non solo alle materie prime, ma anche alle infrastrutture, alla manifattura, alle telecomunicazioni e, più recentemente, al settore dei servizi finanziari e commerciali, facendo uso sempre più di nuove tecnologie e puntando all’automazione. Allo stesso modo hanno subito una marcata diversificazione in termini di paesi di destinazione. I paesi destinatari di investimenti sono così cambiati e aumentati: non più solo quelli ricchi di risorse come il Sudan, la Nigeria, l’Angola, ma anche quelli con mercati e consumatori promettenti, per quantità e tipologia, come il Kenya e l’Etiopia. Per la Cina questa diversificazione è avvenuta di pari passo all’arrivo di imprese private cinesi nel continente e al crollo dei prezzi delle materie prime africane.

Il colonialismo, insomma, non sembra essere finito. Nonostante sempre più paesi prendano le distanze dal proprio passato fatto di abusi e violenze, ancora oggi la dominazione straniera in Africa sembra continuare sotto forme diverse. Più silenziose, forse, ma certo non meno pericolose. Se prima, infatti, lo sfruttamento delle risorse africane avveniva alla luce del sole, oggi prosegue nell’ombra sotto forma di investimenti e prestiti che, alla fine dei conti, sembrano servire solo in chi investe danneggiando ulteriormente chi li riceve.

Gli UFO esistono: la storica svolta dietro l’ammissione del Pentagono

Extraterrestre portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre vienimi a pigliare
Voglio un pianeta su cui ricominciare

-Eugenio Finardi-


“Esistono oggetti volanti non identificati. Non sappiamo cosa siano né come facciano a volare in quel modo e a seguire quelle traiettorie. È necessario approfondire con indagini e ricerche”. Una dichiarazione che lascerebbe un po’ il tempo che trova se a farla non fosse l’ex Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, certo non un fanatico degli avvistamenti alieni. Non una battuta, ma una frase detta con serietà istituzionale. Le dichiarazioni di Obama, arrivate durante un’intervista alla CNN, ricalcano le modalità con cui tutti i principali media americani in questi giorni stanno trattando l’argomento. Perché, a 69 anni dai “caroselli di Washington”, l’attenzione sugli UFO è tornata ai massimi livelli negli Stati Uniti.

L’avvistamento – Tutto è iniziato nei primi giorni di questa settimana quando la portavoce del Pentagono, Susan Gough, ha spiazzato tutti con una dichiarazione che conferma la veridicità di un video girato nel 2019 in cui si vede un oggetto non identificato volare a mezzaria prima di scendere in picchiata e immergersi in mare. Per anni, dopo la pubblicazione di quel video, molti appassionati hanno dibattuto sulla possibilità che si trattasse realmente di un UFO, tanto che la task force che all’interno del Dipartimento alla difesa si occupa dei fenomeni aerei non identificati aveva avviato un’indagine. Il video, pubblicato dal documentarista Jeremy Corbell, mostra quello che gli esperti del Pentagono hanno definito “transmedium veichle”, un veicolo cioè in grado di muoversi in aria, in acqua e nel vuoto e che, come si vede dalle immagini, è entrato nelle acque dell’Oceano senza subire alcun danno. Proprio a conclusione della prima parte dell’indagine la Gough ha informato il mondo del suo esito: “Posso confermare che il video è stato effettivamente girato dal personale della Marina e che sulle immagini sono ancora in corso delle indagini”. Una dichiarazione che, da sola, ha fatto riaccendere un dibattito mai realmente sopito sull’esistenza di oggetti volanti non identificati.

Il rapporto – A conferma di quanto l’interesse per la materia non sia più solo appannaggio di complottisti o fanatici degli alieni, vi è l’attenzione sempre crescente che il governo americano sta mettendo nello studio e nel contrasto del fenomeno. E se da una parte ormai le autorità non negano o smentiscono più di aver raccolto materiale sul fenomeno, dall’altra la questione diventa sempre più politica, con le parole dei senatori Marco Rubio che vede negli UFO, o UAP come vengono definiti ora, una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il democratico Martin Heinrich che parla apertamente degli Uap come “tecnologia troppo sofisticata per essere umana”. Così, mentre in Europa la tendenza è di ridurre il dibattito sul tema al classico “gli alieni non esistono è inutile parlarne”, negli Stati Uniti la vicenda si fa sempre più seria. Dopo aver desecretato, un anno fa, i video di decine di avvistamenti ad opera di mezzi militari statunitensi, il Pentagono si prepara a pubblicare un ricco dossier realizzato dalla Unidentified Aerial Phenomena Task Force, la divisione dell’intelligence americana che si occupa di UFO. Un rapporto, richiesto dal senatore Marco Rubio, che fa già tremare l’intelligence americana non solo perché dovrebbe rivelare i frutti di uno studio approfondito del fenomeno, ma anche perché, secondo molte fonti, metterebbe in luce alcuni dei più grandi fallimenti dell’intelligence dall’11 settembre ad oggi. Tutti, ovviamente, in materia di oggetti volanti non identificati. A giugno quel dossier sarà pubblico e, forse, si saprà qualcosa in più sull’esistenza e sulla natura dei misteriosi avvistamenti.

Il nuovo atteggiamento delle autorità sull’argomento, però, rappresenta già di per se un fatto degno di nota. La desecretazione di immagini e video dello scorso anno, le dichiarazioni di questi giorni e la prossima pubblicazione di un dossier governativo hanno di fatto per la prima volta nella storia spostato il focus. Ora, infatti, quando si parla di Ufo la questione non è più la loro esistenza ma la loro natura. Si tratta, come comprensibile di una svolta epocale. L’esistenza di oggetti volanti identificati, oggi, non è più negata ma viene data per assodata anche dal governo degli Stati Uniti. Il tutto mentre Louis Elizondo, ex agente Cia e responsabile dell’AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program),  dichiara pubblicamente che il governo americano è in possesso di “reperti” recuperati nei luoghi di presunti Ufo crash, da relitti degli oggetti volanti. Insomma gli Usa avrebbero parti e componenti degli Uap, custoditi in luoghi non noti. 

Da Roswell a Washington – D’altronde, che gli Stati Uniti siano in possesso di reperti del genere è uno dei temi che da sempre affascina il mondo intero. Un tema nato per la prima volta quando si verificò il cosiddetto “incidente di Roswell” del 2 luglio 1947 quando un oggetto non identificato precipitò al suolo. La vicenda divenne presto famosa in quanto le prime notizie divulgate dai giornali ipotizzarono che si fosse verificato lo schianto di uno o più UFO al quale, secondo alcune teorie, sarebbe seguito il presunto recupero di cadaveri di extraterrestri da parte dei militari statunitensi ed il successivo trasporto nella misteriosa “Area51”. Le dichiarazioni ufficiali, che parlarono di un pallone sonda schiantatosi al suolo, non convinsero mai gli scettici e da quel momento nacque il mito degli Ufo e di una base militare segreta per il loro studio. Da quel momento si sono registrate centinaia di avvistamenti alcuni smentiti, altri mai chiariti. Il più noto, e misterioso, rimane però il cosiddetto “carosello di Washington” del 1952 quando per diversi weekend i cieli off limits sopra il campidoglio furono illuminati da luci bianche che volteggiavano sopra la città. Oggetti non identificati visti sia dai cittadini sia dai militari sui propri radar tanto che in breve tempo le basi aeree intorno alla capitale vennero allarmate e diversi caccia militari si alzarono in volo. Un volo inutile, però, perché pochi secondi prima che arrivassero nell’area dell’avvistamento gli oggetti non identificati sparirono nel nulla per ricomparire pochi minuti dopo il rientro alla base degli aerei.

Probabilmente non sapremo mai con certezza cosa fossero quelle luci. Non sapremo di preciso cosa cadde a Rosewell nel 1947 e nemmeno se effettivamente, nel deserto del Nevada, esiste una base militare adibita allo studio e alla catalogazione di reperti di questo genere. Ma oggi, per la prima volta nella storia, esiste una certezza: gli UFO esistono.

Sanzioni a Cuba: perché quella dell’Italia non è stata ingratitudine

“Da parte sua, Cuba esporta vita, amore, salute.” 
-Lula da Silva-


La scorsa primavera, nel pieno della prima ondata di contagi, in Italia atterrò la “Brigada Henry Reeve”. Il gruppo di medici volontari cubani ebbe un ruolo cruciale nelle aree più colpite garantendo un supporto determinante ai medici lombardi sempre più in difficoltà. Un anno dopo l’Italia durante il Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU ha votato contro una risoluzione volta a condannare gli embarghi unilaterali come quello imposto a Cuba. Una notizia che ha fatto scalpore nel nostro paese scatenando le reazioni scomposte di chi ci ha visto un gesto di ingratitudine nei confronti di un popolo che appena dodici mesi fa ci offrì il proprio supporto nel nostro momento più buio. 

La risoluzione – Presentata da Cina, Stato di Palestina e Azerbaigian, a nome del Movimento dei Paesi non allineati la Risoluzione “sollecita gli stati a smettere di intraprendere, o di mantenere in essere, misure coercitive unilaterali con particolare riferimento alle misure con effetto extraterritoriale che creano ostacoli alle relazioni ed al commercio tra i popoli impedendo una piena realizzazione dei Diritti Umani”. A tali misure, la risoluzione chiede di sostituire un dialogo pacifico e produttivo in grado di risolvere le controversie senza ricadute sulla vita di tutti. Nonostante il voto contrario da parte dell’Italia, però, la mozione è passata con 30 voti favorevoli e 15 contrari ed esprime così una condanna all’imposizione di sanzioni unilaterali da parte di un paese nei confronti di un altro come accade in Venezuela, Siria, Iran e, appunto, Cuba.

Come testimonia il contesto in cui è avvenuta la discussione, il Consiglio Onu per i Diritti Umani, il fulcro della risoluzione presentata da Cina, Palestina ed Azerbaigian è il contrasto che vi sarebbe tra l’imposizione di misure del genere e i Diritti Umani di un popolo. Senza citarla apertamente si rimanda anche alla relazione presentata da Alina Duhan che proprio alle Nazioni Unite aveva sottolineato come gli le sanzioni imposte dagli USA al Venezuela avessero un effetto devastante non sui vertici del paese che si intendeva colpire ma sulle fasce più povere e deboli.

Cuba – Nel documento, peraltro, non viene mai citato il caso del paese caraibico e l’embargo che da 60 anni ne blocca economia e commercio. Un “bloqueo” rinnovato da ben 12 presidenti negli ultimi decenni e reso ancor più duro dall’amministrazione Trump dopo la leggera inversione di rotta intrapresa da Obama. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump ha attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959. Negli ultimi giorni prima della fine del mandato, poi, Trump aveva inserito Cuba nella lista dei paesi sostenitori del terrorismo sostenendo che l’Avana avesse fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Dopo la decisione di Obama di rimuoverla, Cuba è così tornata a far parte di un gruppo di paesi che comprende tra gli altri Siria, Iran e Corea del Nord, e prevede misure durissime per motivi di Sicurezza Nazionale. 

Per questi motivi la risoluzione votata dall’ONU è stata particolarmente sentita a Cuba con migliaia di persone che sono scese in piazza per chiedere la fine dell’embargo statunitense. Pur non essendo espressamente citata nel documento, l’isola caraibica è infatti il simbolo delle sanzioni unilaterali imposte dagli Usa (e non solo) e per questo motivo il pensiero di tutti è andato immediatamente a Cuba.

L’Italia – Ma allora perché l’Italia ha votato contro la risoluzione? Si tratta davvero di ingratitudine verso il paese che più l’ha aiutata durante la prima fase della pandemia? Se il primo impatto può sembrare questo, la realtà appare più complessa. Lasciando da parte Cuba, infatti, è evidente come la risoluzione potrebbe aiutare molti paesi attualmente colpiti da sanzioni simili. Si pensi ad esempio alla Cina, sanzionata da Canada, Regno Unito ed Unione Europea per la persecuzione degli uiguri, rinchiusi in campi di prigionia nello Xinjiang. O alla Siria, dove i diritti umani della popolazione vengono sistematicamente violati con azioni scellerate e criminali.

Non essendo una mozione esclusivamente sull’isola caraibica, mai nemmeno citata nel documento presentata all’ONU, è evidente come il voto favorevole ad una simile risoluzione avrebbe voluto dire opporsi in toto a misure a volte necessarie. Nessuno, in Italia come nel mondo, può sostenere con convinzione che le sanzioni a Cuba siano giuste e meritate e che producano effetti positivi. Ma si può dire lo stesso delle sanzioni imposte a paesi che effettivamente violano i diritti umani nei propri confini?

I rapporti tra sindaco e clan che spingono Foggia verso lo scioglimento

A Foggia la Commissione di accesso che dovrà valutare un possibile scioglimento del comune sta rilevando pesanti anomalie. Non solo una diffusa penetrazione criminale in ampi settori della pubblica amministrazione, ma anche pesanti legami tra il sindaco e i clan.

“L’insediamento della Commissione d’accesso agli atti del Comune di Foggia è una bella notizia per la nostra città. La trasparenza e la legalità sono i capisaldi dell’amministrazione che sono onorato di guidare e il vaglio della prefettura non potrà che accertarlo”. Erano state queste le parole con cui Franco Landella, sindaco di Foggia eletto con Forza Italia e passato alla Lega, aveva accolto la decisione di applicare l’art. 143 comma 2 del Testo Unico degli Enti Locali e disporre verifiche su possibili infiltrazioni nell’ente. Ora, però, quella stessa commissione avrebbe a disposizione documenti che accerterebbero, non solo una pesante infiltrazione mafiosa nell’amministrazione pubblica, ma anche legami pericolosi tra il primo cittadino e i clan.

Nella relazione sulla situazione del comune che le forze dell’ordine hanno consegnato alla Commissione, infatti, vi sarebbe anche un paragrafo interamente dedicato al sindaco eletto nel 2019 alla guida di una coalizione di centrodestra. “Il sindaco di Foggia” si legge in uno dei passaggi del documento “nel corso della campagna elettorale per le elezioni regionali della primavera 2010, ha annoverato tra i suoi più fattivi sostenitori alcuni componenti della famiglia Piserchia, noti pregiudicati in materia di traffico di stupefacenti”. In quell’anno, dopo due mandati da conigliere comunale, sfiorò l’elezione a consigliere regionale risultando il candidato più votato nella circoscrizione di Foggia. Voti che, secondo gli inquirenti, sarebbero almeno in parti stati ottenuti grazie all’appoggio dei clan. Oltre a questo, “La moglie del sindaco” si legge “è cugina di primo grado di Claudio Di Donna detto ‘Setola’, coinvolto dal 2009 in vicende penali per associazione a delinquere di stampo mafioso, che, al di là dell’esito processuale, evidenziano la contiguità se non l’organicità dello stesso all’organizzazione mafiosa Società Foggiana”. Lo stesso Di Donna che, tra l’altro, fu coinvolto nel maxi blitz “Double Edge” che nel 2002 portò all’arresto di 31 persone tra cui alcuni degli esponenti apicali della criminalità organizzata foggiana. Nell’ultima campagna elettorale, proprio da Di Donna arrivò il supporto al candidato sindaco con un video girato davanti ad un comitato elettorale di Landella in cui invitava i propri concittadini a votare per la coalizione di centrodestra.

Il sindaco ha smentito ogni suo possibile legame con i clan sostenendo che si tratti di una “colossale macchina del fango” messa in moto dai suoi oppositori. Quello che rimane, però, è una relazione nelle mani della commissione che dovrà pronunciarsi circa la possibilità di uno scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. Un provvedimento che sembra sempre più possibile visto che, oltre alle relazioni pericolose del primo cittadino, sono emersi pesanti condizionamenti della pubblica amministrazione. Secondo i documenti in possesso della Commissione, e parzialmente svelati da Repubblica, i clan storici della città avrebbero stretto un accordo per massimizzare la propria influenza sulla politica locale. Clan storicamente opposti come i Moretti-Pellegrino-Lanza, i Sinesi-Francavilla e i Trisciuoglio-Prencipe-Tolonese, avrebbero deciso di unirsi per condizionare l’amministrazione pubblica ottenendo concessioni e appalti in ogni settore: dai tributi alla gestione del cimitero, dalla manutenzione delle strade a quella del verde. I clan a Foggia controllano tutto, e non solo metaforicamente visto che tra gli appalti che sarebbero finiti nelle mani della criminalità organizzata vi sarebbe anche quello relativo agli impianti di videosorveglianza che consentirebbe agli uomini dei clan di controllare letteralmente ogni angolo della città.

Landella nega tutto e si dice sicuro di un epilogo favorevole ma nel frattempo rimane sempre più isolato. Non sembrano infatti altrettanto convinti i consiglieri della maggioranza che, stando ad alcune indiscrezioni, sarebbero pronti a dimettersi prima della scure del governo che potrebbe definitivamente chiudere il caso. Un modo, insomma, per prendere le distanze da Landella e ripresentarsi come se nulla fosse alla prossima tornata elettorale. Intanto, però, Foggia aspetta di sapere cosa accade realmente nei palazzi del potere cittadino.

Il pentito che accusa Giorgia Meloni: “Diede 35mila euro ai clan per ottenere voti”

Dalle parole di un collaboratore di giustizia arrivano pesanti accuse verso la leader di Fratelli d’Italia. Agostino Riccardi racconta ai magistrati romani di come Giorgia Meloni avrebbe pagato 35mila euro ai clan rom in cambio di voti per le elezioni politiche del 2013.

La denuncia arriva direttamente dalle parole del collaboratore di giustizia Agostino Riccardi ed è una di quelle notizie che, potenzialmente, potrebbero scatenare un terremoto politico. Parlando con i magistrati della Direzione distrettuale antimafia capitolina, Riccardi ha rivelato di come in occasione delle elezioni politiche nel 2013 Fratelli d’Italia avrebbe cercato il supporto e i voti dei clan. Con la sua collaborazione Riccardi sta aiutando i pm romani a ricostruire le vicende relative al clan nomade Travali, già finito al centro delle polemiche nei giorni scorsi per il video rap dei rampolli del clan.

Proprio il clan Travali, colpito duramente con l’indagine “Reset” delle scorse settimane, Fratelli d’Italia si sarebbe rivolto in cerca di voti. Secondo le parole del collaboratore di giustizia, infatti, sarebbe stata la stessa Giorgia Meloni a recarsi da loro per chiedere un sostegno in vista della tornata elettorale su suggerimento di Pasquale Maietta, all’epoca astro nascente della formazione politica poi finito al centro delle cronache per i suoi legami con i clan e con il boss dei Casamonica Costantino “Cha Cha” Di Silvio. “Nel 2013 alle elezioni politiche, prima di conoscere Gina Cetrone, presentata da Di Giorgi, al bar eravamo io, Pasquale Maietta, Viola, Giancarlo Alessandrini” si legge nelle dichiarazioni di Riccardi. “Maietta ci presentò Giorgia Meloni. Era presente anche il suo autista. Parlavamo della campagna elettorale e Maietta disse alla Meloni che noi eravamo i ragazzi che si erano occupati delle campagne precedenti per le affissioni e per procurare voti. Parlarono del fatto che Maietta era il terzo della lista, prima di lui c’erano Rampelli e Meloni, nonché del fatto che Rampelli, anche se eletto, si sarebbe comunque dimesso per fare posto al Maietta”. Ma ovviamente quei “ragazzi” non si sarebbero occupati gratuitamente della campagna elettorale di Fratelli d’Italia. Quando Maietta si rivolse alla Meloni per dirle che c’era bisogno di un pagamento lei non si sarebbe fatta troppi scrupoli: “Non c’è problema.” Avrebbe detto “Parlatene con il mio segretario” avrebbe detto.

L’incontro tra gli uomini del clan e il segretario di Giorgia Meloni si sarebbe svolto nei giorni successivi al Caffè Shangrila di Roma e in breve tempo, “senza usare telefoni o altre apparecchiature elettroniche”, si arrivò ad un accordo. Fratelli d’Italia avrebbe infatti pagato al clan 35mila euro per procurare voti e affiggere manifesti elettorali in giro per la città di Latina, pesantemente controllata dal clan nomade come testimoniato dalle recenti inchieste.

Si tratta, come comprensibile, di dichiarazioni che potrebbero avere ripercussioni pesantissime sul partito e sull’immagine di Giorgia Meloni. Dopo le numerose inchieste che negli ultimi anni hanno portato alla luce legami tra esponenti del partito, soprattutto a livello locale, e criminalità organizzata le parole di Riccardi mettono per la prima volta in relazioni i vertici del partito con un potente clan mafioso. Se fino ad ora Giorgia Meloni aveva (quasi) sempre avuto parole di condanna per chi, nel suo partito, veniva coinvolto in inchieste di mafia ora si ritrova coinvolta in prima persona ed è chiamata a difendersi. La prima risposta è ovviamente arrivata via Facebook con un video in cui la leader di Fratelli d’Italia ha smentito tutto: “Io non faccio affari con i rom, io non metto i soldi nelle buste del pane, la notizia è inventata” ha commentato “Devo pensare che gli inquirenti l’abbiano considerata infondata altrimenti mi avrebbero chiesto conto di una notizia che mi infanga e mi chiedo come sia possibile che una rivelazione del genere sia finita su Repubblica, senza che nessuno abbia inteso chiedermi un punto di vista. È partita la macchina del fango contro l’unico partito di opposizione. Non ci facciamo intimidire. Gli ultimi sondaggi ci danno sopra il 18%”.

Guerriglia a Tripoli: Le tre crisi che stanno mettendo in ginocchio il Libano

“Tutti noi per la patria, la gloria e la bandiera”


Guerriglia, fuoco e feriti. Dopo le proteste che hanno segnato la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 e che si sono riacutizzate dopo le tragiche esplosioni al porto di Beirut, il 4 agosto scorso, il Libano torna ad essere teatro di violente manifestazioni. Da giorni, infatti, a Tripoli migliaia di persone scendono in piazza sfidando le forze dell’ordine e le misure anti-contagio per esprimere la propria rabbia per le crisi che attanagliano il paese.

Le proteste – È stata una settimana di vera e propria guerriglia quella che si è appena conclusa a Tripoli, seconda città del Libano per popolazione e tra le più povere del paese. Per giorni, ogni sera, migliaia di persone sono scese in piazza sfidando i blindati e le camionette delle Internal Security Forces (Isf) schierati a piazza Al Nour in attesa di una nuova esplosione della rabbia popolare. A caratterizzare questa settimana di proteste, infatti, è stata proprio la violenza che ha portato a violenti scontri tra esercito e manifestanti con ripercussioni altissime. Il bilancio provvisorio degli scontri, quasi ininterrotti dal 25 gennaio, è di due manifestanti uccisi e più di 300 feriti, tra cui una trentina di militari e agenti di polizia ma l’episodio più eclatante è stato l’assalto al municipio di Tripoli. L’antico edificio che ospita il governo della città è stato dato alle fiamme dai manifestanti nell’ultima notte di scontri.

Le Isf hanno tentato di reprimere le proteste utilizzando idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma a cui i manifestanti hanno risposto con pietre, copertoni in fiamme e molotov. Molti cittadini, però, hanno denunciato l’utilizzo da parte delle forze dell’ordine di armi da fuoco caricate con proiettili veri ed il quotidiano “Orient Today” riporta di diversi manifestanti portati in ospedale con ferite d’arma da fuoco alle gambe. Quello che prima era solamente un sospetto è divenuto certezza dopo la morte di un manifestante, colpito al torace da un proiettile sparato dai militari.

Crisi – Ma gli abitanti di Tripoli non hanno nulla da perdere. In un paese che sta affrontando la peggior crisi economica della sua storia ed ha dichiarato un default tecnico a causa del mancato pagamento di 1,2 miliardi di eurobond, nella città settentrionale la situazione sembra essere peggiore che nel resto del Libano con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%. Secondo il Fondo monetario internazionale, lo scorso anno il prodotto interno lordo del Libano è diminuito del 25%, mentre i prezzi sono aumentati del 144% causando un aumento esponenziale della povertà anche estrema. Ad aggravare la situazione, le banche hanno impedito ai depositanti di accedere ai propri risparmi in valuta estera, consentendo loro di convertirli nella valuta locale solo alla metà del tasso di mercato, causando una perdita sostanziale. Si stima che circa metà della popolazione totale del Libani, di quasi 7 milioni di abitanti, viva in una condizione di povertà.

Come se non bastasse la crisi economica è arrivata la pandemia ad aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. A scatenare la rabbia della popolazione ed innescare le proteste di questa settimana è stata infatti la decisione del governo di imporre un nuovo lockdown totale fino all’8 febbraio. Una decisione che, seppur necessaria visto l’incremento dei contagi e delle morti nelle ultime settimane, rischia di mettere definitivamente in ginocchio l’economia del paese costringendo imprenditori e commercianti a chiudere, forse per sempre. Il lockdown si è però reso necessario a causa dell’aumento esponenziale dei casi confermati che dall’inizio dell’anno ad oggi sono stati quasi quanti quelli registrati nei primi dieci mesi di emergenza sanitaria con una media di quattromila contagi al giorno su un territorio grande all’incirca quanto l’Abruzzo. Una crescita che ha messo in ginocchio il sistema sanitario, con i pochi ospedali pubblici al collasso costretti a rifiutare pazienti mentre quelli privati sono un privilegio per pochi con prezzi che arrivano fino a 2,5 milioni per posto letto.

Una situazione difficilmente risolvibile, a maggior ragione perché intrecciata con un’altra profonda crisi che attanaglia il paese: quella politica. Dal novembre 2019 a oggi si sono succeduti quattro premier (Hariri, Diab, Adib e ancora Hariri) e da ottobre scorso il Libano è in attesa che si formi un nuovo governo, appoggiato dalla Francia, che faccia uscire il paese dalla crisi. Dopo l’esplosione al porto dello scorso agosto, infatti, si è giunti alle dimissioni del governo con l’apertura di una nuova crisi politica ancora irrisolta. Lo stallo politico, però, sta avendo effetti drammatici sulla situazione del paese non potendo garantire una risposta immediata alle crisi economiche e sociali che attraversano il paese. Fino a quando durerà lo stallo politico, il Libano non potrà sperare di contrastare efficacemente pandemia e crisi economica e non potrà richiedere aiuti internazionali per interventi decisi sull’economia del paese.

La formazione di un governo stabile ed in grado di guidare il paese appare dunque come la precondizione necessaria affinchè il libano possa sperare di rialzarsi. Senza una guida politica il paese non sembra in grado di uscire da un vortice che sta pericolosamente trascinando nel baratro l’intera popolazione facendola sprofondare sempre di più.

Italia radioattiva: dove e come smaltire le scorie nucleari

“Così si chiudono gli occhi e si fa finta che siano scomparse”


33mila metri cubi di rifiuti radioattivi da conservare in sicurezza per almeno trecento anni e altri 45mila metri cubi che saranno prodotti nei prossimi anni da settori come la medicina, la ricerca e l’industria. A tanto ammonta nel nostro paese la presenza di rifiuti nucleari che, per essere smaltiti, hanno bisogno di essere depositati per centinaia di anni al fine di farne calare la radioattività.

Deposito – Così, nei giorni scorsi, ha iniziato a prendere concretezza l’idea di un deposito nazionale che possa contenere tutte le scorie attualmente suddivise in oltre venti siti dislocati tra Italia, Francia e Regno Unito. Tra il 5 e il 6 gennaio Sogin, la società pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari presenti in Italia e di mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi, ha infatti pubblicato la lista di 67 luoghi idonei ad ospitare un deposito di questo tipo. La pubblicazione della mappa, pronta dal 2015 ma sempre rimasta segreta per evitare tensioni politiche e non, è il primo passo verso l’individuazione di un luogo in cui far sorgere il deposito nazionale ed ovviamente non ha mancato di suscitare la reazione di sindaci, governatori e cittadini dei luoghi individuati.

I punti in cui secondo Sogin potrebbe nascere questa struttura sono 67 distribuiti tra Lazio, Toscana, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia. Per la compilazione della mappa, validata dall’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, sono stati presi in considerazione una serie di criteri volti ad escludere aree potenzialmente a rischio. Sono stati ad esempio esclusi tutti i luoghi con alta densità abitativa, quelli dove è maggiore il rischio sismico e idrogeologico ma anche quelli troppo vicini ad autostrade, ferrovie e aeroporti e quelli in cui la falda acquifera e quelli in prossimità di aree naturali protette o siti UNESCO. Una serie di criteri stringenti volti ad individuare l’area più idonea e meno pericolosa in cui costruire, in un’area di 150 ettari, il Deposito e un Parco tecnlogico. Il primo sarà sarà costituito dalle strutture per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e da quelle per lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi a media e alta attività, che dovranno essere successivamente trasferiti in un deposito geologico idoneo alla loro sistemazione definitiva. Il Parco Tecnologico, invece, si configurerà come un polo di ricerca tecnologica e industriale all’avanguardia.

Nei prossimi due mesi verranno studiate più nello specifico le 67 aree individuate procedendo ad una ulteriore scrematura prima di aprire la fase delle consultazioni durante la quale il governo intende aprire un dibattito con i territori potenzialmente coinvolti nel tentativo di arrivare ad una decisione condivisa. Fino ad ora, però, il più grande ostacolo sembrano essere proprio i territori. Cittadini e istituzioni dei 67 luoghi individuati hanno da subito manifestato la propria contrarietà al progetto. Puglia e Basilicata hanno già fatto fronte comune per negare la costruzione nelle loro regioni, dalla Toscana sembra alzarsi un unanime coro di protesta ad un eventuale deposito e in tutta Italia sindaci e governatori stanno da giorni ripetendo di non volere scorie radioattive sul proprio territorio. Unico caso controcorrente sembra essere quello del sindaco leghista di Trino, Daniele Pepe, che si è fatta avanti dichiarando pubblicamente di voler ospitare il deposito nazionale.

Rifiuti – Il Deposito Nazionale, che sarebbe operativo entro 4 anni dal momento della decisione sulla locazione, ospiterebbe un totale di 95mila metri cubi di scorie radioattive. La gran parte, circa 78mila metri cubi, sarebbe costituita da rifiuti a bassa attività mentre i restanti 17mila metri cubi sarebbero rifiuti ad alta attività la cui permanenza all’interno della nuova struttura sarebbe solamente temporanea. Sono considerati “ad attività molto bassa” e “bassa” i rifiuti radioattivi che nell’arco di 300 anni raggiungeranno un livello di radioattività tale da non generare danni per la salute e per l’ambiente. Tali rifiuti saranno definitivamente smaltiti nel Deposito nazionale. I rifiuti considerati a “media” e “alta attività”, invece, perdono la radioattività in migliaia o centinaia di migliaia di anni, e quindi devono essere smaltiti in un deposito geologico sotterraneo: verranno stoccati temporaneamente (si prevede per alcune decine di anni) nel Deposito nazionale, per poi essere trasportati nel deposito geologico non appena sarà pronto.

Durante il periodo necessario ad abbattere la radioattività delle scorie, i rifiuti verrebbero sigillati dentro moduli di cemento armato che li isolino dall’ambiente circostante. I rifiuti a bassa attività, in particolare, sono conservati con sistemi che si basano sulla cosiddetta tecnologia multibarriera, ossia un insieme di “scatoloni” di cemento armato posti l’uno dentro l’altro, riempiti di calcestruzzo e strati terrosi e infine sigillati. Quelli ad alta attività (sempre nell’attesa della costruzione del deposito geologico) saranno invece conservati in contenitori ancora più impenetrabili, i cosiddetti cask, che sono adatti, oltre che allo stoccaggio, anche al trasporto delle scorie.

La necessità di un Deposito Nazionale è data principalmente da ragioni di tipo economico e da valutazioni sulla sicurezza. Per quanto riguarda le prime ragioni è inevitabile che la costruzione di un deposito su territorio italiano possa abbattere i costi annui derivanti dallo stoccaggio in paesi esteri. Ad oggi migliaia di metri cubi sono stoccati all’estero, tra Francia e Regno Unito, con costi elevatissimi per deposito e smaltimento che verrebbero eliminati dalla nuova struttura. Molte scorie invece, sono già stoccate negli oltre 20 depositi già presenti sul territorio nazionale i quali però presentano un livello di sicurezza inferiore rispetto a quello che si andrebbe a costruire. Da qui la necessità di un deposito nazionale che possa raccogliere in un unico luogo con condizioni di sicurezza ottimali tutte le scorie prodotte in Italia senza doverle dislocare tra più strutture meno idonee.

Ora la palla passa al confronto tra stato e regioni. Ma mentre da un lato arrivano le rassicurazioni sulla totale sicurezza dell’impianto e sul rischio quasi nullo per l’ambiente e le persone, dall’altro si registra una levata di scudi difficilmente superabile.

L’altro assalto: le violenze sui media a Capitol Hill

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla devastazione del Campidoglio e sull’orda che ha tenuto in scacco per ore la democrazia americana, un altro assedio è passato inosservato. Un secondo obiettivo è infatti stato colpito dai sostenitori di Donald Trump: i giornalisti.

“Murder the media”, tradotto: morte ai giornalisti. È la scritta incisa durante l’assalto su una porta del Congresso americano da parte di qualche sostenitore di Trump. Un grido di battaglia che, purtroppo, non è rimasto solo su quella porta ma si è tradotto in un vero e proprio assalto ai media che si trovavano sul luogo per dare copertura ad un evento senza precedenti. Giornalisti e operatori sono stati aggrediti ripetutamente con una violenza ed una sistematicità che non trova precedenti.

Mentre dentro il Campidoglio i giornalisti sono stati portati dalle forze di sicurezza in un’ala sicura del palazzo per sottrarli alla furia dei sostenitori di Trump, all’esterno del palazzo del Congresso si è consumata una vera e propria caccia ai giornalisti. Un video diffuso da William Turton, giornalista di Bloomberg News, mostra un gruppo di manifestanti accerchiare una troupe televisiva intimandogli di andarsene prima di distruggere a calci e bastonate l’attrezzatura abbandonata dai giornalisti in fuga. Una scena che si è ripetuta in diversi punti della città dove, come denunciato da diversi media statunitensi, molte delle postazioni allestite per dare copertura all’evento sono state assaltate dai manifestanti. Le attrezzature di CNN ed Associated Press sono state distrutte e diversi giornalisti sono stati aggrediti e messi in fuga mentre con il cavo di una cinepresa veniva costruito un cappio da issare davanti al Campidoglio. Anche il nostro Antonio di Bella, durante collegamento con il TG3 notte, è stato costretto da un manifestante a spegnere la telecamera e ad interrompere la diretta al grido di “le vostre sono solo fake news”.

Un vero e proprio attacco alla libertà di stampa ed al Primo Emendamento della Costituzione statunitense che ha trasformato Washington in un teatro di guerra. “È stato spaventoso” ha raccontato Chip Reid, di CBS News “non c’era polizia a proteggerci e ne hanno approfittato per attaccarci. Ho dovuto indossare il casco e un giubbotto antiproiettile. Non mi accadeva da quando coprivo i conflitti in Iraq e Afghanistan”. Scene che in una democrazia non si dovrebbero vedere e che, invece, Sotto il governo di Donald Trump sono state addirittura alimentate e giustificate dallo stesso presidente. La violenza contro i media, infatti, è frutto della retorica di Trump che per quattro anni ha soffiato sul fuoco del sentimento anti-mediatico, etichettando regolarmente i notiziari come “il nemico del popolo” e accusando i media non allineati al suo pensiero di diffondere fake news. Così per anni, supportato da un esercito di fedelissimi pronti a sostenere lo stesso in ogni occasione, ha alimentato la sfiducia dei suoi sostenitori verso i giornalisti fomentandone la rabbia. Durante le proteste la repubblicana Sarah Palin, sostenitrice di Trump, in diretta su Fox News ha rilanciato per l’ennesima volta questa teoria sostenendo che “gran parte della colpa di quel che sta accadendo è dei media”.

Nel giorno della rabbia dei fedelissimi trumpiani, quindi, oltre alla democrazia è stato assaltato l’altro nemico del presidente uscente. A Washington, come nel resto degli Stati Uniti dove si sono verificati episodi simili, si è così registrata l’ora più buia per il giornalismo occidentale, raramente finito così platealmente sotto attacco. Quella frase incisa su una porta rimarrà per sempre come manifesto di quanto sia difficile oggi essere giornalisti. Chi filma, documenta, scrive, intervista, chi insomma scrive oggi quella che sarà la storia di domani è costantemente sotto attacco da parte di chi sostiene che il giornalismo sia il male. Senza accorgersi che a manipolare la verità è proprio chi chiude la bocca agli altri per veicolare un pensiero unico.

« Vecchi articoli Recent Entries »