Category Archives: Senza categoria

“Gridava e chiedeva aiuto”. L’ombra di un pestaggio degli agenti dietro la morte in cella di Scalabrin

Si infittisce il mistero dietro la morte Emanuel Scalabrin. Secondo un testimone, interrogato dagli inquirenti, il 33enne fermato per droga e deceduto dopo una notte in cella avrebbe gridato in cerca di aiuto lasciando intendere la possibilità di un pestaggio ad opera degli agenti.

Nessun malore, ne una tragica fatalità. Secondo alcune nuove testimonianze la morte di Emanuel Scalabrin, deceduto in cella ad Albenga dopo un fermo per droga, sarebbe stata causata da un pestaggio ad opera di alcuni agenti. Se fino ad oggi le ricostruzioni non avevano chiarito a pieno le dinamiche che avevano portato alla morte del 33enne lasciando aperte diverse possibilità, le dichiarazioni rilasciate da un testimone interrogato dagli inquirenti che stanno indagando sulla vicenda potrebbero aprire una nuova fase dell’inchiesta. Secondo la testimonianza di Pietro Pelusi, infatti, Scalabrin sarebbe stato vittima di un violento pestaggio.

Fermato anche lui per questioni di droga e portato nel penitenziario di Albenga, Pelusi ha raccontato di aver sentito più volte Emanuel urlare chiedendo aiuto. “A metà pomeriggio” ha raccontato Pelusi “sono stato prelevato dalla mia cella e portato in una sala d’attesa. Mi ero convinto che mi volessero rilasciare. A un certo punto ho sentito delle urla provenire dalla cella di Scalabrin. Diceva: “Aiuto! Aiuto! Basta!”. Non ho visto cosa gli succedeva ma lui chiedeva aiuto”. La testimonianza, tanto delicata quanto scottante, è ora al vaglio delle forze dell’ordine che ne stanno valutando l’affidabilità. Pelusi è infatti un testimone facilmente smontabile in un eventuale contenzioso: tossicodipendente, pluripregiudicato, per di più era stato arrestato con Scalabrin nell’ambito della stessa indagine. Insomma, sarebbe fin troppo facile reputarlo inaffidabile. Ma proprio il suo essere pluripregiudicato lo rende un soggetto attento alle dinamiche e ai rapporti con le forze dell’ordine e dunque ben consapevole di come una falsa accusa di omicidio a un militare potrebbe avere ripercussioni pesantissime su di lui. Ripercussioni che lo avrebbero certamente dissuaso dal testimoniare il falso.

La testimonianza di Pelusi si aggiunge così ad un quadro estremamente confuso e pieno di elementi che non tornano. Verso le 21 Scalabrin si sente male, la dottoressa che lo visita riscontra tachicardia e pressione alta e consiglia “l’accompagnamento al pronto soccorso per somministrazione metadone e monitoraggio delle condizioni cliniche”. I carabinieri lo accompagnano al pronto soccorso ma proprio questo rimane uno dei punti da chiarire della vicenda. Il referto segnala l’ingresso alle 22.57, l’apertura della cartella clinica alle 22.59 e la chiusura della cartella clinica alle 23.02. In soli tre minuti, riferisce il referto, gli vengono somministrati 90 millilitri di metadone e viene sottoposto a “visita pronto soccorso”. Dopo i tre minuti al pronto soccorso, Sclabrin viene riportato nella sua cella intorno alle 23.30. Passano quasi dodici ore e alle 10.30 del mattino seguente i carabinieri che provano a svegliarlo ne constatano la morte. Alle 11.20 il medico certifica il decesso. Sul referto la possibile causa di morte viene indicata in “abuso di sostanze, accertamenti da esperire”. Nei giorni successivi emerge il secondo punto oscuro della vicenda: i tecnici della procura non sono riusciti a recuperare i video di sorveglianza della cella di Scalabrin perché i filmati di quella notte non sono stati salvati sull’hard disk. Nessuna immagine, dunque, di quello che è accaduto quella notte nella cella di Albenga. Rimangono solo le testimonianze e un’autopsia che parla di un “arresto cardiocircolatorio” senza però chiarire i dubbi intorno ad una vicenda opaca.

“Anche se si è trattato di una morte naturale, bisognerebbe capire che cosa ha originato il decesso e se c’è qualcosa di innaturale che lo ha provocato” aveva commentato l’avvocato della famiglia di Scalabrin chiedendo chiarezza sulla vicenda. Chiarezza che a distanza di quasi due mesi dal decesso, ancora non è stata fatta. Sono anzi aumentati i dubbi e resta costante una domanda: cosa è successo ad Emanuel Scalabrin?

Tutto Gallera minuto per minuto: storia tragicomica di un assessore.

Sembra ieri che Giulio Gallera, frontman leghista dell’emergenza covid, sembrava a un passo dalla candidatura a Sindaco di Milano per il centrodestra. Oggi, invece, dopo una serie infinita di gaffe e sparate pubbliche si ritrova isolato sempre più vicino ad una sostituzione.

Giunge al capolinea l’avventura di Giulio Gallera nella giunta del presidente Fontana. Uno scenario inimmaginabile un anno fa quando l’assessore al welfare era una delle figure di punta della squadra di governo leghista. Sceso in politica nel 1990, quando venne eletto consigliere di Zona19 a Milano, fu uno dei primissimi sostenitori di Berlusconi e di Forza Italia con cui viene eletto per la prima volta nel 1997 in consiglio comunale a Milano. Dopo altri tre incarichi da consigliere, con la rielezione nel 2001 nel 2006 e nel 2011, arriva il passaggio in Regione con l’elezione al Pirellone nel 2013 come consigliere regionale. Nel 2018, dopo la vittoria di Fontana entra a far parte persino della giunta chiedendo e ottenendo anche una delle deleghe più prestigiose e complicate: la sanità.

Se gli avessero detto che proprio la sanità avrebbe posto fine anzitempo alla sua esperienza in giunta, forse ci avrebbe pensato due volte. Da marzo in poi, con lo scoppio della pandemia, quello di Giulio Gallera è diventato un nome conosciuto da tutti nel bene e nel male. L’inizio, bisogna ammetterlo, fu scoppiettante: in una situazione epocale, in cui nessuno sembrava capire nulla, lui era costantemente in tv o sui social a spiegare cosa stesse accadendo e cosa fosse necessario fare. A marzo nell’immaginario collettivo Giulio Gallera era la Lombardia. Un uomo forte e instancabile che, mentre la stessa OMS brancolava nel buio, era sempre pronto a dar risposte ai cittadini. La sovraesposizione mediatica aveva portato i suoi consensi alle stelle tanto che avevano iniziato a circolare voci su una sua candidatura per il centrodestra a sindaco di Milano. Voci mai smentite veramente e anzi cavalcate dallo stesso assessore che dichiarò apertamente: “Sono milanese, sono stato vent’anni al Comune, conosco ogni via della mia città e ne sono innamorato. Mi sono sposato qui, ho due figli al liceo, se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro”.

Poi, però, qualcosa si è rotto. La Lombardia, divenuta epicentro europeo della pandemia, ha mostrato gradualmente tutti i suoi limiti e lo scoppio di casi eclatanti, dalla gestione delle RSA all’inutilità dell’ospedale in fiera, ha alzato attorno a Gallera polemiche e richieste di dimissioni. Al dramma della sanità Lombarda si sono aggiunte poi le sue uscite pubbliche. Quello che era il suo punto di forza è diventata la sua croce e nelle sue dirette ha inanellato una serie di strafalcioni da far invidia a un Luca Giurato qualsiasi. Celebre è diventata ad esempio la sua spiegazione dell’indice RT che in quel momento era a 0,51 in Lombardia: “Che cosa vuol dire questo?” si chiese in diretta sulla pagina Facebook di regione Lombardia “Vuol dire che per infettare me bisogna trovare due persone nello stesso momento infette… Questo vuol dire che non è così semplice trovare due persone infette nello stesso momento per infettare me”. Poi ancora, dopo essere scivolato sulla temperatura corporea sostenendo che sia preoccupante se superiore al “37,5%”, aveva deciso di ringraziare le strutture private che “hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose anche a pazienti ordinari”. Una serie di dichiarazioni fuori luogo e sconclusionate che hanno costretto Matteo Salvini ad intervenire direttamente e, pur lasciando al suo posto l’assessore nonostante le richieste di dimissioni da parte di tutte le opposizioni, chiedere a Gallera di fare un passo indietro e smettere di apparire pubblicamente.

Così il frontman leghista è passato nel giro di tre mesi da uomo di punta dell’amministrazione lombarda a figura imbarazzante, da silenziare per evitare polemiche e crisi. Richieste di dimissioni e di commissariamento della sanità lombarda si sono susseguite per mesi prima di affievolirsi, solo parzialmente, con l’arrivo dell’estate e il calo nella curva dei contagi. Ma proprio in estate, soffrendo forse il calo della popolarità, Gallera ha deciso di attirare nuovamente su di sé i riflettori. Dopo mesi passati a chiedere ai cittadini lombardi sacrifici e responsabilità esortandoli a rinunciare alle vacanze per scongiurare una seconda ondata ha infatti deciso bene di pubblicare una sua foto dal pronto soccorso di Lavagna, in Liguria. Nulla di grave, per fortuna, solo una brutta ferita alla testa mentre giocava a paddle, durante una vacanza con amici e parenti. E via di nuovo con accuse e polemiche per la sua decisione di partire fregandosene dei suoi stessi appelli alla responsabilità. Polemiche che sono continuate per tutto settembre con le mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni che hanno tenuto occupato Gallera fino ad un finale di anno non meno turbolento. Con l’arrivo dell’autunno, infatti, a tenere sulla cresta dell’onda l’assessore lombardo è stato il caos vaccini con la Lombardia che si è fatta trovare ampiamente impreparata per la campagna antinfluenzale tanto che, dopo 13 gare indette e fiale pagate fino a 13 euro ciascuna (contro una media nazionale di 4,5 euro a dose), a inizio dicembre due terzi delle persone che ne avrebbero avuto diritto non avevano ancora fatto il vaccino per mancanza di dosi. Sfumata anche la polemica sui vaccini è di nuovo un suo post su Instagram a riaccendere le polemiche. Da buon milanese Gallera ha infatti deciso di celebrare Sant’Ambrogio facendo quello che lo fa stare meglio: una corsa con un gruppo di amici lungo il naviglio immortalata sul popolare social network con tanto di didascalia. “Oggi 20 km lungo il Naviglio Martesana. La maratona è maestra di vita. Stringere i denti e non mollare mai”. 20km, almeno tre comuni diversi attraversati. Il tutto mentre la Lombardia si trovava in zona arancione con il conseguente divieto di uscire dal comune e di praticare sport in gruppo.

Buio. Sipario. Applausi.

Prima di tornare in scena per salutare il suo pubblico con l’ultimo bis: “Ci avevano detto che i vaccini sarebbero arrivati a metà gennaio, poi hanno detto il 4 gennaio. Noi ci siamo organizzati per quella data. Abbiamo medici e infermieri che hanno 50 giorni di ferie arretrate. Non li faccio rientrare in servizio per un vaccino nei giorni di festa”. Immediata e inequivocabile la replica di Regione Lombardia: “Le dichiarazioni dell’assessore Gallera non sono state condivise e non rappresentano il pensiero del governo della Lombardia”. Anche il suo partito ora lo scarica, sbugiardandolo pubblicamente e prendendo le distanze. Entro metà mese sarà rimpasto in giunta e Gallera dovrà lasciare la sua poltrona. L’ex frontman lombardo, isolato come non mai, tornerà nel camerino a ripensare a quel breve momento in cui è stato il leader del centrodestra lombardo. Un ricordo lontano mentre sulla sua esperienza politica scorrono i titoli di coda.

Forse.

25 dicembre 1918: come la pandemia colpì il Natale

Nel gennaio 1918 iniziò a diffondersi nel mondo l’influenza spagnola che, in due anni, avrebbe provocato oltre 50 milioni di morti. Tra lockdown, mascherine e no-mask il Natale del 1918 sembra essere incredibilmente simile a quello che stiamo vivendo in questo 2020.

“Quest’anno mostrerete più amore per vostro padre e vostra madre, per vostro fratello, vostra sorella e il resto della famiglia rimanendo a casa anziché andandoli a visitare per Natale, o tenendo feste o riunioni familiari. Per una volta, queste feste possono essere rimandate.”. No, non si tratta di uno dei tanti appelli che in questi giorni si rincorrono in tutto il mondo per un Natale distanziato. Quello che vi abbiamo riportato è un estratto di un articolo apparso il 21 dicembre 1918 sull’Ohio State Journal con cui il Commissario alla Sanità invita i lettori a rinunciare ad alcune tradizioni natalizie per far fronte alla pandemia che quell’anno stava causando centinaia di migliaia di morti: la Spagnola.

Non è infatti la prima volta nella storia che il mondo si ritrova a dover affrontare una pandemia nel periodo delle festività natalizie. L’influenza spagnola fece la sua apparizione nel gennaio 1918 e negli ultimi mesi dello stesso anno, a partire da ottobre, raggiunse il suo picco causando quasi sei milioni di morti morti in tutto il mondo in soli tre mesi. Solo in Italia la spagnola causò 600.000 vittime, l’1,6% della popolazione totale dell’epoca. Distanziamento sociale e mascherine si iniziarono a diffondere già allora e nel tentativo di limitare la diffusione del virus vennero prese misure restrittive per le festività natalizie. Dopo la fine della Grande Guerra, terminata ufficialmente l’11 novembre 1918, la voglia di festeggiare riabbracciando i propri cari era alle stelle ma proprio il ritorno dei soldati dal fronte fu uno dei principali veicoli di diffusione dell’influenza che si diffuse in modo incontrollato. Iniziarono dunque gli appelli a non organizzare feste e riunioni familiari e addirittura a rinunciare alla tradizione del bacio sotto il vischio limitandoli a quelli tra marito e moglie. E ci fu anche il primo tentativo di ridurre gli assembramenti e chiudere le attività in quello che fu una sorta di primo lockdown della storia: negli USA a partire dal 3 ottobre, molti stati chiusero scuole, chiese, teatri e luoghi di ritrovo pubblici.

Oltre alle restrizioni, però, un altro elemento sembra accomunare il Natale 2020 a quello di oltre un secolo fa. Nei tre mesi più duri della pandemia (ottobre – dicembre) iniziò a diffondersi in molti stati l’obbligo di indossare una mascherina e, insieme ad esso, presero piede anche i primi no-mask. In molti, infatti, si rifiutarono di indossare quella particolare protezione fatta da diversi strati di garza legati insieme e fatti bollire per sterilizzarli. In una situazione che sembra quanto mai attuale c’era chi adduceva motivazioni religiosi sostenendo che fosse vietato dal proprio credo, chi si lamentava della scomodità e chi denunciava l’obbligo di mascherina come una violazione dei propri diritti. A San Francisco addirittura nacque la “lega anti mascherine” formata da cittadini comuni, medici, politici e liberali alla cui prima riunione presero parte quasi 5.000 persone che protestarono contro l’introduzione dell’obbligo da parte del sindaco della città che fu costretto a fare marcia indietro nel febbraio 1919.

Al di là delle proteste, sporadiche, di chi si rifiutava di rispettare gli obblighi imposti dai governi e dai sindaci la curva epidemiologica dell’influenza spagnola mostra come i contagi siano calati drasticamente dopo le limitazioni della fine del 1918. Pur continuando la sua diffusione in tutto il mondo, con la fine ufficiale della pandemia nel 1920 dopo 50.000.000 di morti, già nei primi mesi del 1919 ci fu un brusco calo dei contagi. Le misure funzionarono e qualche sacrificio in più durante il periodo natalizio, nonostante la voglia di festeggiare il rientro delle proprie truppe, contribuì in maniera significativa a contenere i contagi.

Fermato per droga muore in caserma: dubbi e sospetti in Liguria

Ancora troppi gli elementi da chiarire intorno alla morte di Emanuel Scalabrin, il 33enne di Albenga fermato la sera del 4 dicembre e trovato morto nella cella della caserma dei carabinieri la mattina dopo. L’autopsia esclude segni di violenza ma troppe domande sono ancora senza risposta.

Non presenterebbe segni di violenza e secondo il medico legale la causa della morte sarebbe un arresto cardiaco. Ma attorno alla morte di Emanuel Scalabrin, 33enne deceduto mentre si trovava in una cella della stazione dei carabinieri di Albenga, rimane un alone di mistero e parecchi dubbi. Arrestato per droga il 4 dicembre è deceduto durante la notte ed il suo corpo senza vita è stato ritrovato dai militari il mattino seguente. Ma i risultati dell’autopsia, resi noti in questi giorni, non hanno placato le richieste di verità dei familiari e della Comunità San Benedetto che ha inviato una interrogazione al ministro dell’Interno Lamorgese.

La vicenda ha inizio nel pomeriggio del 4 dicembre quando, in quello che sembra un vero e proprio blitz, quattro agenti fanno irruzione nell’appartamento dove Scalabrin viveva con la moglie Giulia e il figlio di nove anni. Secondo il racconto della donna, Emanuel avrebbe aperto la porta d’ingresso per andare a controllare il contatore dopo che la corrente era saltata all’improvviso e senza un apparente motivo. Davanti a sé sulla soglia ha però trovato i militari in borghese che lo avrebbero fatto rientrare e per perquisire la casa dove hanno rinvenuto dosi di cocaina e hashish. Le fasi dell’arresto sarebbero durate circa mezzora anche a causa delle resistenze di Scalabrin che si sarebbe dimenato nel tentativo di non farsi ammanettare. Spinto sul letto è stato immobilizzato per alcuni minuti, ammanettato e portato via. Una volta arrivato in caserma, però, Emanuel inizia a sentirsi male. La pressione sale (175 su 95) e inizia ad avere attacchi di tachicardia con una frequenza cardiaca di 107. Trasportato in ospedale, arriva al pronto soccorso di Pietra Ligure alle 22.59 e ne esce alle 23.02. Nemmeno cinque minuti in cui, secondo le prime ricostruzioni, gli sarebbe stato somministrato del metadone. Alle 23.30 è di nuovo nella cella della stazione dei carabinieri di Albenga da dove, la mattina seguente avrebbe dovuto essere trasferito nel carcere di Genova. Nel capoluogo ligure, però, Emanuel non ci è mai arrivato. Il mattino dopo, alle 11.40, i militari incaricati del trasferimento lo ritrovano a terra senza vita.

Sulla dinamica e su eventuali responsabilità dei militari ora indaga la procura di Savona, ma alcuni interrogativi sorgono spontanei. Dubbi che non riguardano tanto le fasi dell’arresto, seppur concitate, quanto le tempistiche relative ai soccorsi. Se l’autopsia sembra infatti aver escluso l’ipotesi di un pestaggio, rimane da capire come sia possibile che il corpo senza vita di un soggetto che dovrebbe essere costantemente sorvegliato, a maggior ragione dopo le sue resistenze e dopo il malore della sera prima, possa essere ritrovato solamente alle 11.40 del mattino seguente. Un orario che, secondo la famiglia della vittima, risulta essere particolarmente sospetto e incompatibile con la vita di una caserma dove, solitamente, i detenuti vengono svegliati ore prima di un trasferimento. Altro particolare che risulta poco chiaro è quello relativo alle telecamere di sicurezza presenti nella cella dove Emanuel ha perso la vita. I militari di turno quella notte hanno infatti affermato di averlo sorvegliato costantemente dai monitor della sala controllo ma quando la ditta specializzata ha cercato di recuperare le registrazioni per consegnarle agli inquirenti ha fatto l’ennesima strana scoperta della vicenda: l’hard disk era sparito portando con sé ogni traccia dei video di quella notte.

Incongruenze e dubbi che alimentano i sospetti della famiglia e della Comunità di San Benedetto, da sempre vicina ai detenuti e subito in prima fila per chiedere verità sul caso. Perché il corpo senza vita è stato trovato solo il mattino seguente? Dove sono finite le registrazioni? E soprattutto perché, se è vero che è stato sorvegliato tutta la notte, nessuno ha chiamato i soccorsi? Le domande senza risposta sono ancora molte. A scoprire il perché e ad accertarne le responsabilità ci penseranno i magistrati. Intanto Emanuel, però, non c’è più.

Come cambiano i decreti sicurezza

Mi stupisce la completa disumanità di questo signore
– Gino Strada-


Nella serata di lunedì, il governo ha approvato le modifiche ai “decreti Sicurezza” voluti dall’ex ministro dell’interno e leader della Lega Matteo Salvini. Con il decreto “Misure per la sicurezza delle città, l’immigrazione e la protezione internazionale”, proposto dal presidente del Consiglio Conte e il ministro dell’Interno Lamorgese, il governo ha deciso di non abrogare in toto i provvedimenti di Salvini ma di apportare delle modifiche lasciando invariate molte disposizioni presenti nel testo precedente.

Immigrazione – Con le modifiche ai decreti sicurezza si è ridisegnata la normativa in tema di immigrazione. In particolare torna in vigore il permesso di soggiorno per motivi umanitari, previsto dal “Testo Unico sull’Immigrazione” del 1998 ma abrogato dai decreti, che prenderà il nome di “protezione speciale”. Questo tipo di permesso, che avrà una durata di due anni, verrà concesso agli stranieri che presentano seri motivi di carattere umanitario o “risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. I permessi di soggiorno concessi per protezione speciale, poi, rientreranno tra quelli convertibili in permessi di lavoro che consentano di restare sul territorio italiano più a lungo.

In tema di rimpatrio, poi, l’art.1 sancisce il divieto di rimpatrio e respingimento non solo verso paesi in cui i diritti umani vengano violati in maniera sistematica ma anche per tutti quegli stranieri che hanno una vita consolidata in Italia. “Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani”, si legge nel nuovo testo “Non sono altresì ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica”.

Sempre all’art.1 è stato poi affrontato il tema più divisivo: il soccorso in mare. La maggioranza si è più volte divisa su questo tema a causa della vicinanza di molti esponenti dei 5 stelle alle posizioni leghiste in tema di ONG e aiuto ai migranti. In questo ambito, dunque, rimane in vigore la norma dei decreti sicurezza per cui ministro dell’interno, in accordo con il ministro della difesa e dei trasporti, può vietare lo sbarco di navi che abbiano effettuato operazioni di salvataggio in mare se si tratta di imbarcazioni non militari. Questo divieto, però, non è applicabile nei casi in cui le operazioni di salvataggio siano state effettuate nel rispetto del diritto internazionale e comunicando per tempo alle autorità competenti lo svolgimento delle operazioni.

Non scompaiono invece i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Pur essendo stati una delle misure più criticate negli ultimi anni, come dimostrano le recenti tensioni per l’apertura del CPR di Milano, il governo ha deciso di non abolire i centri ma di modificarne la durata massima della detenzione. Utilizzati per identificare e respingere i migranti arrivati irregolarmente in Italia, sono diventati dei veri e propri lager in cui è concessa di fatto la reclusione fino a 180 giorni. Proprio su questo aspetto è intervenuto timidamente il governo abbassando a 90 il limite massimo di permanenza. Torna invece alle origini il sistema di accoglienza Sprar che si chiamerà “Sistema di accoglienza e integrazione” e tornerà ad essere un sistema di accoglienza diffuso gestito dai comuni e destinato non più solo alle persone più vulnerabili, ai minori e a chi è beneficiario di protezione umanitaria, ma anche a tutti i richiedenti asilo.

Critiche invece sono arrivate per la decisione di non ripristinare la situazione pre-decreti sicurezza in tema di cittadinanza. L’ex ministro dell’Interno Salvini, infatti, aveva voluto prolungare il tempo massimo per l’ottenimento della domanda da due a quattro anni raddoppiando così i tempi necessari per diventare a tutti gli effetti italiano. Con le modifiche approvate lunedì, si è deciso di non riportare quel termine a due anni ma di abbassarlo di un solo anno prevedendo un tetto massimo di tre anni. Uno in meno di Salvini, uno in più rispetto al passato.

Sicurezza – Le modifiche, però, non intervengono solo in tema di immigrazione ma anche nella normativa relativa alla sicurezza pubblica. Il cosiddetto “Daspo urbano” ad esempio viene rinforzato, permettendo al questore di applicare il divieto di accesso ai locali pubblici anche a chi ha riportato una denuncia o una condanna non definitiva relativa alla vendita di sostanze stupefacenti nel corso degli ultimi tre anni. Resta intatto anche il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999 e reintrodotto da Salvini per colpire manifestanti ed antagonisti, con una pena variabile da 1 a 6 anni di reclusione che raddoppia se il fatto è commesso da più persone e non da un singolo individuo.

In tema di sicurezza, sull’onda dell’indignazione per i fatti di Colleferro, si è introdotta quella che i media hanno già ribattezzato la “norma Willy” che rende più severe le pene per risse e condotte violente. Qualora qualcuno perda la vita o riporti lesioni gravi durante una colluttazione, il solo fatto di aver preso parte alla rissa diventa punibile con la reclusione da sei mesi a sei anni.

Una serie di modifiche, timide e disomogenee a dir la verità, che non accontentano ne l’una e ne l’altra parte. Da un lato chi ha spinto in questi anni per un’abrogazione dei decreti sicurezza è rimasto senza dubbio deluso da un intervento troppo limitato seppur importante, dall’altro i sostenitori della lega vedono questo gesto come un ennesimo attacco al loro leader per spalancare le porte ai clandestini. “Si torna alla mangiatoia, si torna alla pacchia, per scafisti, trafficanti e finte cooperative.” Ha commentato l’ex ministro Salvini “Non penso sia quello di cui ha bisogno il paese”. “Eliminare i decreti sicurezza” gli risponde il ministro Provenzano “era un atto dovuto e ci abbiamo messo fin troppo a farlo”. Siamo certamente ancora lontani da una riforma organica che consideri le migrazioni come un fatto strutturale e non emergenziale ma le modifiche apportate sono certamente un primo passo. Un primo passo per uscire dall’inferno dei diritti in cui eravamo precipitati con il governo gialloverde e tornare verso la civiltà.

Come si ottiene la cittadinanza se non sei Luis Suarez

“Non siamo troppo neri, siamo solamente troppo poveri”


Da ora chiamatelo Luigi. Perché a sei anni dal clamoroso morso con cui stese Chiellini ai mondiali brasiliani, in quell’ormai celebre Italia – Uruguay che ci condannò all’eliminazione in uno dei più brutti mondiali della nostra storia, Luis Suarez ha passato il test linguistico per ottenere la cittadinanza italiana. L’ottenimento del passaporto, ormai a un passo per il calciatore del Barcellona, con tempistiche così brevi ha però scatenato la rabbia di chi pur vivendo in Italia da anni non si vede riconoscere la cittadinanza italiana.

La situazione – Tutto è iniziato nelle ultime settimane di agosto. Dopo i capricci di Messi, che per mesi ha chiesto il trasferimento salvo poi decidere di rimanere in Catalogna, a Barcellona ha preso il via la telenovela Suarez. Il nuovo allenatore dei blaugrana, l’olandese Ronald Koeman, ha infatti messo fuori squadra l’attaccante uruguaiano dando il via alle inevitabili indiscrezioni sul suo futuro. Nonostante i 33 anni e uno stipendio non indifferente, attualmente 15 milioni l’anno, il centravanti ha ovviamente attirato l’attenzione di diversi club che in queste settimane si stanno muovendo per portare “El pistolero” alla propria corte. Tra i club più interessati ci sarebbero però anche la Juventus e l’Inter, con i bianconeri che sarebbero in vantaggio rispetto alla concorrenza.

Il regolamento del campionato italiano, però, in fatto di giocatori stranieri parla chiaro: si possono tesserare al massimo due extracomunitari ogni stagione. Da questa norma sono nati i problemi per il club di Torino che in questa finestra di calciomercato ha già acquistato il brasiliano Arthur e lo statunitense McKennie esaurendo così gli slot disponibili. Sogno sfumato dunque? Assolutamente no. Il giocatore, infatti, facendo leva sulle lontane origini italiane della moglie Sofia Balbi ha deciso di richiedere la cittadinanza italiana per diventare ufficialmente comunitario e potersi aggregare ai bianconeri entro la fine del mercato prevista per il 5 ottobre. I tempi stringono e così parte la procedura lampo per italianizzare l’uruguagio. Nel giro di qualche settimana vengono risolte le pratiche burocratiche e giovedì Suarez ha sostenuto il test di lingua presso l’Università di Perugia. Risultato? Test superato in mezz’ora e certificato di lingua italiana (livello B1) ottenuto con successo. In meno di un mese, dunque, Luis Suarez è diventato cittadino Italiano ed ora non gli resta che attendere la conferma da parte del Ministero per poter finalmente trattare liberamente e concretamente con la Juventus.

Cittadinanza – Dal punto di vista strettamente legale, l’ottenimento della cittadinanza italiana per Luis Suarez è inattaccabile. La situazione del giocatore infatti rientra nelle casistiche per cui può essere concesso il passaporto italiano ad un cittadino straniero. Sulla base del decreto sicurezza, per la concessione della cittadinanza per matrimonio è necessario risiedere legalmente in Italia da almeno 12 mesi, in presenza di figli nati o adottati dai coniugi; o risiedere da almeno 24 mesi con il cittadino italiano. In caso di residenza all’estero, e questo è il caso di Suarez che è sposato con Sofia Balbi da 11 anni, si può inviare la pratica solo dopo 18 mesi in presenza di figli o dopo 36 mesi dalla data del matrimonio. Se si rispettano questi requisiti e si dimostra, attraverso un apposto esame sostenibile in 3 università per stranieri (Roma Tre, Perugia e Siena), di avere una buona conoscenza della lingua è possibile dunque ottenere la cittadinanza italiana.

Diversamente, come specificato sul sito del Ministero dell’Interno, la cittadinanza italiana può essere ottenuta “iure sanguinis” ovvero se si nasce o si viene adottati da cittadini italiani. Ma se i genitori sono stranieri o se si arriva in Italia per altri motivi la questione cambia visibilmente. Per i cittadini stranieri residenti in modo regolare nel nostro paese è infatti richiesta oltre ad una permanenza continuativa di almeno 10 anni anche il rispetto di determinati requisiti: “In particolare” si legge sul sito del Ministero “il richiedente deve dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.” Paradossalmente invece va peggio a chi nasce in Italia da cittadini stranieri. A loro infatti la cittadinanza italiana può essere riconosciuta solamente al compimento del diciottesimo anno di età. 18 anni per ottenere la cittadinanza del luogo in cui sono nati.

E sono proprio le tempistiche con cui Suarez ha ottenuto la cittadinanza ad aver scatenato le polemiche. Perché se da un lato si può chiudere un occhio sul superamento di un test di lingua che in mezzora ha attestato un livello di conoscenza dell’idioma straordinario e una capacità di comunicazione sostanzialmente perfetta, dall’altro è inevitabile chiedersi come sia possibile che nel giro di un mese si sia svolto completamente l’iter per l’ottenimento della cittadinanza. Pur non essendo prevista per legge una durata minima del processo di ottenimento del passaporto italiano questa rapidità non si è mai vista in nessun altro caso. In un paese dominato dalla burocrazia, infatti, l’ottenimento della cittadinanza si può prolungare per tempi sostanzialmente infiniti. Se prima del decreto sicurezza si prevedeva che la conclusione del procedimento di rilascio dovesse avvenire entro 2 anni dal momento della presentazione della domanda, con la nuova normativa introdotta dal governo gialloverde questo termine massimo è stato spostato a 48 mesi: quattro lunghissimi anni di attesa prima di diventare cittadino italiano.

Quattro anni se si è un comune mortale. Se si è un giocatore che guadagna 15milioni l’anno per segnare 21 gol a stagione, le regole non valgono. O meglio, se una delle principali società italiane ha bisogno che quel calciatore ottenga la cittadinanza in tempi brevi le regole non valgono. Non è Luis Suarez il problema. Non è l’avere i soldi che gli ha permesso di ottenere la cittadinanza. Il problema è un sistema in cui non conta il colore della pelle, non conta il conto in banca né conta se arrivi in Italia a bordo del tuo aereo privato: contano potere e utilità. Il problema è un sistema in cui se la principale squadra di calcio italiana ha bisogno di un giocatore si è pronti a tutto per farlo arrivare. Perché se al posto di Luis Suarez ci fosse stato un qualunque extracomunitario e al posto della Juventus ci fosse stata una squadra di serie C, in un mese la pratica per la cittadinanza non sarebbe nemmeno stata aperta.

Con i nomadi digitali l’Italia rischia di sprecare un’occasione d’oro

Entro il 2035 nel mondo ci saranno circa un miliardo di nomadi digitali che, muniti di un computer e una buona connessione, lavoreranno dai posti più disparati spostandosi da un paese all’altro. Mentre nel mondo ci si prepara a favorire questo fenomeno, l’Italia sembra essere un passo indietro.

Con l’evoluzione della tecnologia si è assistito a un costante incremento del numero di professioni che possono essere svolte da remoto, cioè in qualsiasi posto del globo purché si sia in possesso di due requisiti fondamentali: avere un portatile e una buona connessione a Internet. Ne abbiamo avuto una testimonianza diretta nei mesi di lockdown con milioni di italiani che si sono trovati catapultati in un modo totalmente nuovo di lavorare o studiare. Ma quella che per molti è stata solo una breve parentesi dettata dalla necessità, per alcuni è invece la quotidianità. Nel modo si va diffondendo sempre di più il fenomeno dei “nomadi digitali” che, muniti di un computer e di una buona connessione, si spostano da un paese all’altro viaggiando continuamente ma senza mai smettere di lavorare. Si tratta di una vera e propria filosofia di vita basata interamente su flessibilità, indipendenza e mobilità. Una scelta di vita che, secondo le ultime stime, coinvolgerà sempre più persone fino a raggiungere entro il 2035 circa un miliardo di nomadi digitali nel mondo. L’idea alla base di questo fenomeno è molto semplice: se per lavorare mi basta un pc e una connessione a internet perché non farlo da posti belli e stimolanti? Così i nomadi digitali cercano posti che abbiano un buon clima, umano più che meteorologico, un costo della vita basso e che possa garantire allo stesso tempo produttività del lavoro e qualità della vita. E quando ci si stanca di un posto o non lo si trova più stimolante ci si sposta alla ricerca di una nuova meta. Si migra da un posto all’altro alla ricerca di un nuovo nido digitale in cui fermarsi.

I nomadi digitali costituiscono comunità attive e creative in grado di far rifiorire il territorio rilanciandone l’economia e alimentando un ecosistema di imprenditoria e startup. In fuga dalle grandi citta e alla costante ricerca di pace e tranquillità, riescono anche a generare una ripopolazione di piccoli borghi che sembrano destinati a sparire per sempre e che, invece, trovano una nuova vita come borghi digitali. Opportunità che molti paesi europei, dalla Germania al Portogallo passando per Francia e paesi scandinavi, stanno cercando di sfruttare il più possibile. Capofila in Europa per la valorizzazione di queste comunità è l’Estonia che già dal 2014 ha introdotto la “E-Residency”, ovvero una residenza che consente agli imprenditori digitali di aprire e gestire un’azienda all’interno dell’Unione Europea online, avendo accesso a tutti i servizi che lo stato estone prevede per le imprese sul web. Una misura che ha riscosso grande successo attirando oltre 70mila persone e generando introiti per lo stato di circa 41milioni. Un successo tale, da spingere il paese baltico ad un passo ulteriore: dal 1° agosto, infatti, è stata introdotta la “Digital Nomads Visa”, uno speciale visto pensato apposta per i nomadi digitali che permetterà di vivere nel paese per un anno e di circolare liberamente nell’area Schengen.

Piccoli borghi, cultura, buon cibo e paesaggi mozzafiato. Il nostro paese sembra avere tutte le carte in regola per diventare il paradiso dei nomadi digitali e invece si ritrova ad essere un passo indietro rispetto agli altri paesi europei. Nella classifica sulla digitalizzazione dei paesi europei l’Italia è al terzultimo posto e in molti piccoli borghi, che potrebbero rinascere proprio grazie a comunità nomadi, manca addirittura la connessione a internet. A questo si aggiunge il fatto che 1200 comuni hanno difficoltà di ricezione telefonica e cinque milioni di italiani vedono addirittura con grande fatica (o non vedono affatto) i canali Rai. Sono le cosiddette “aree bianche” in cui i gestori hanno poco interesse ad intervenire e che attualmente non sono coperte da una rete internet veloce. Per quelle zone nel 2015 era stato lanciato il “Piano Aree Bianche” (o piano BUL), con l’intento di portare la banda larga a 14,7 milioni di italiani, ma tra ritardi e lockdown la sua attuazione è in ritardo di almeno un anno. Così, solamente le grandi città risultano essere competitive per connettività e informatizzazione ma i costi della vita elevata e il caos che le caratterizza respingono all’istante i nomadi digitali. Ne è un esempio Milano che sta provando ad attirali con una vasta offerta di spazi di coworking e la possibilità di connettersi praticamente ovunque ma tra affitti, stile di vita e divertimenti notturni il capoluogo lombardo si rivela troppo caro e ben poco attraente. Così l’Italia si scopre fragile e impreparata rischiando di perdere un’occasione. Perché al di là della conformazione geografica che rende il nostro paese allettante, sembra mancare tutto quello che serve per attrarre nomadi digitali. Per i lavoratori autonomi le tasse sono quasi insostenibili e gli incentivi sono pochi, la burocrazia lenta e un digital divide ancora consistente fanno il resto. In un paese in cui, secondo un recente rapporto di Legambiente, ci sono oltre 2.500 borghi rurali spopolati e molti altri che si avvicinano ad uno spopolamento totale, i nomadi digitali potrebbero rappresentare un’opportunità da cogliere al volo per valorizzare pezzi di Italia che rischiano di sparire per sempre. Servirebbe un piano più incisivo per rendere i paesi italiani più appetibili per chi si sposta continuamente alla ricerca di stimoli e tranquillità. Invece, ancora una volta, rischiamo di capire troppo tardi l’opportunità che ci si presenta davanti.

Il contagio italiano visto dall’estero

Con oltre 350 casi accertati, l’Italia è il terzo paese al mondo per diffusione del coronavirus. Un’emergenza che i media stranieri stanno raccontando con attenzione e la giusta dose di preoccupazione.

Da venerdì, quando l’emergenza coronavirus ha colpito direttamente il nostro paese, l’epidemia è diventata il principale argomento di tutti i mezzi di informazione italiani. Prime pagine, telegiornali, radio e siti di informazioni aggiornano costantemente il proprio pubblico sull’evoluzione della situazione generando spesso panico tra la popolazione. In questi giorni, infatti, la narrazione dell’epidemia nel nostro paese ha assunto sempre più toni epici. Come per raccontare una guerra contro un nemico invincibile, si aggiornano in diretta i numeri dei contagi, si parla di “caccia al paziente 0” di “corsa contro il tempo” di zone gialle e zone rosse, si mostrano le foto di supermercati assaltati, di persone con le mascherine, di città deserte. Il nord, descritto come uno scenario apocalittico dai media italiani, è così sprofondato in un panico autoalimentato in cui la corsa alle mascherine si è presto trasformata in corsa ai beni di prima necessità e cibi a lunga conservazione. Intanto gli occhi del mondo sono puntati tutti sul primo paese occidentale costretto ad affrontare un contagio su larga scala.

Cina – Sono quasi 80 mila le persone contagiate in Cina con oltre 2.600 decessi dall’inizio dell’epidemia ad oggi. In un sistema estremamente attento all’immagine del paese agli occhi del mondo i media cinesi stanno enfatizzando l’immenso sforzo attuato dal governo cinese per limitare i contagi ed affrontare l’emergenza. Come comprensibile, il coronavirus sta monopolizzando il dibattito pubblico e non mancano inevitabili riferimenti al resto del mondo ed al nostro paese. Diversi siti di informazione riportano notizie sulle misure di prevenzione prese nel nord Italia e sulle azioni intraprese dal governo per arginare il contagio. Con una narrazione ben lontana da quella esageratamente aggressiva dei media italiani, dall’epicentro dell’epidemia si guarda al nostro paese con apprensione ma senza allarmismi e si sottolinea da più parti come il crescente numero di casi in Italia rispetto al resto del mondo occidentale sia dato da un maggior numero di tamponi effettuati. Da sempre affezionati all’Italia e alle città d’arte nel nostro paese i cittadini cinesi hanno evidenziato grande interesse anche per quanto riguarda i monumenti e i simboli del nostro paese nel mondo, diversi siti riportano infatti notizie relative alla chiusura dei principali monumenti e delle manifestazioni pubbliche al nord sottolineando in certi casi l’eccezionalità delle decisioni prese come nel caso del teatro “alla Scala” chiuso per la 7 volta nella sua storia. Ma c’è anche chi, vede nel contagio italiano una sorta di “karma” dopo le aggressioni a cittadini orientali e lo stop ai voli da e per la Cina sempre condannato da Pechino. “L’Italia in preda all’epidemia scopre come si sentono i cinesi” titolava ieri il “South China Morning Post” sul suo sito ricordando come il nostro paese sia stato l’unico in Europa a chiudere il proprio traffico aereo verso oriente. Una decisione che avrebbe addirittura favorito il contagio perché, potendo tornare in Italia facendo scalo in altri paesi, “le autorità italiane hanno perso la capacità di rintracciare le persone che tornano dalla Cina”. Ma se i cittadini cinesi nel nostro paese hanno dovuto subire nelle scorse settimane “un contraccolpo razzista”, ora “tocca agli italiani affrontare quelle condizioni” si legge nell’articolo in riferimento ai blocchi imposti da altri stati a chi proviene dal nord Italia.

USA – Se visto dalla Cine lo scenario italiano sembra essere assolutamente sotto controllo, ancor più tranquillo appare agli occhi degli americani. Con circa 60 contagi e ancora nessun decesso registrato gli Stati Uniti risultano essere l’ottavo paese al mondo per diffusione dell’epidemia ed è evidente come oltreoceano l’isteria collettiva per il virus sia ben lontana del diffondersi. I media statunitensi seguono l’evoluzione dell’epidemia con molta apprensione e la CNN sul proprio sito fornisce aggiornamenti in tempo reale sulla diffusione del virus nel mondo. Parlando del nostro paese, proprio il principale broadcast televisivo americano, rilancia in diversi articoli apparsi sul portale web l’appello del governo a mantenere la calma etichettando come ingiustificate le scene di panico che stanno vivendo Lombardia e Veneto anche in base ai dati dell’OMS secondo cui “nella maggior parte dei casi (4 su 5) le persone manifestano sintomi lievi o assenti”. Ma l’arrivo del coronavirus, come riporta il ‘New York Times’, “ha frantumato il senso di sicurezza” degli europei pur avendo fatto “solamente 2.400 vittime su un totale d’oltre 80.000 contagi”. Il quotidiano newyorkese sottolinea come “la percezione di una minaccia crescente è stata amplificata sui canali televisivi, sui titoli dei giornali e sui feed dei social media”. La situazione sarebbe dunque ingigantita dai media che con articoli e titoli ad effetto stanno portando avanti un racconto alterato del contagio esaltandone quasi la pericolosità.

E così, più che sul panico scatenato dal coronavirus e dalla pericolosità del contagio, i media statunitensi sembrano interessarsi a tutto ciò che sta intorno all’epidemia, dalle questioni politiche a quelle economiche. È di nuovo il ‘NY Times’ a porre l’accento sulle ripercussioni economiche che il blocco del nord Italia potrebbe avere sul sistema italiano ed europeo. A preoccupare è soprattutto il ruolo di Milano, il capoluogo lombardo “da sol0 rappresenta il 10 percento dell’economia italiana, ha detto, e la regione Lombardia più del doppio” e dunque inevitabilmente secondo il quotidiano “se Milano si ferma, si ferma l’Italia.” La preoccupazione che traspare per il ruolo dell’Italia “nell’ecosistema produttivo mondiale” emerge anche dall’attenzione con cui i media statunitensi seguono le vicende politiche nostrane in relazione al virus. Le parole del premier Conte e degli altri attori politici coinvolti vengono più volte riprese da diverse testate che in questi giorni rilanciano anche le polemiche di Salvini contro governo ed Unione Europea. È il ‘TIME’, in particolare, a parlare ampiamente dell’ex ministro dell’Interno che “uscito dal governo ad agosto, ora si trova in perenne campagna elettorale” e l’epidemia fornisce al leader della Lega “materiale perfetto”. Come evidenzia il settimanale infatti “Sebbene i paesi che sono le principali fonti di migranti che viaggiano attraverso il Mediterraneo non soffrano di focolai di coronavirus, Salvini sta creando un legame implicito tra il movimento delle persone e la diffusione del virus”.

In Italia, insomma, vi sarebbe una reazione esagerata e poco razionale alimentata dai media che, per soddisfare il bisogno del pubblico di seguire la cronaca del contagio, “alimentano la sensazione che qualcosa di enorme stia accadendo”. È lo stesso ‘Dipartimento di Stato’ americano a classificare l’Italia come una nazione sicura in cui è solamente necessario “esercitare un alto grado di cautela nelle regioni della Lombardia e del Veneto”. Consiglio seguito alla lettera dal giornalista della ‘ABC News’ Dan Colasimone che afferma: “Anche se non farei mai nulla per mettere a rischio la mia famiglia, sono tranquillo nel portare le mie due figlie in Italia per una vacanza il mese prossimo”.

Europa – Un po’ meno tranquilli sembrano essere gli altri paesi europei. Dall’Austria alla Gran Bretagna, passando per Francia Germania e Spagna i nostri vicini guardano all’Italia con preoccupazione e sembrano prepararsi al peggio. In primis la BBC che questa mattina, sul proprio sito, riportava in prima pagina una vasta copertura della situazione parlando di come “l’epidemia si diffonde in Europa partendo dall’Italia” e spiegando con un lungo articolo “come il Regno Unito si prepara all’epidemia” descrivendo con una certa concitazione le procedure da seguire in caso di un nuovo focolaio e ponendosi domande certamente poco rassicuranti: “Il sistema sanitario è pronto?” “Cosa succede se fallisce il contenimento?” “E se ci fossero focolai di massa?”. Più pacato appare il Guardian che, pur riportando nella homepage del proprio sito una mappa virtuale della diffusione del virus, elogia il nostro paese per aver contenuto l’epidemia grazie a “regole draconiane”.

Eppure, nell’intero continente, tra i principali media sembra prevalere l’approccio allarmista della BBC rispetto circa la diffusione dell’epidemia. Diverse testate si interrogano sulle possibili misure da intraprendere in caso di contagio e sulla solidità del sistema sanitario nazionale. “Cosa fare in caso di epidemia in Francia?” titola ‘Le Monde’ a cui fa eco il tedesco ‘Der Spiegel’ che parla di “un focolaio imminente” portato dall’epicentro italiano, più cauto appare lo spagnolo ‘El Pais’ su cui si legge che “il sistema sanitario e la società dovranno imparare a convivere con il virus”. Ma se sulla diffusione l’allarme è al massimo, tutti sono concordi nel riportare la calma sulla gravità della malattia che “ha un tasso di mortalità del 2% circa ed ancora più bassa se si esclude la Cina”. Grave si, dunque, ma nulla per cui andare nel panico. Con toni pacati ed una copertura “normale”, a differenza di quella monopolizzante a cui assistiamo nel nostro paese, anche l’Europa sembra essere pronta al contagio.

25 dicembre 1914: come il Natale fermò la guerra

La più bella favola del Natale arriva dalla realtà. Nel 1914 una tregua spontanea sul fronte occidentale regalò una giornata di umanità e fratellanza ai due schieramenti in guerra. Una partita di pallone impresse per sempre quel momento nella storia della I Guerra Mondiale.

Doveva essere una guerra lampo, la Prima Guerra Mondiale. Era questa per lo meno l’idea di Guglielmo II, ultimo imperatore tedesco, che il 1° agosto salutò i soldati in partenza per il fronte con la celebre frase “Tornerete nelle vostre case prima che siano cadute le foglie dagli alberi”. La storia ci insegna che non fu così e l’Europa divenne teatro di violenti scontri tra due schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Russia da una parte, Germania, Austria-Ungheria e Turchia dall’altra. Più tardi sarebbero entrati nel conflitto anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di Paesi “minori”, trasformando così la contesa nella prima guerra su scala globale della storia. Cinque mesi dopo la dichiarazione di guerra, i soldati erano ancora nelle trincee. A fine autunno, la battaglia di Ypres aveva fermato l’avanzata delle truppe tedesche verso il mare ma aveva anche trasformato il conflitto in una estenuante guerra di logoramento. I due schieramenti si fronteggiavano dalle trincee. I soldati, barricati in fossati profondi due metri e rinforzati alla buona con assi di legno, venivano scagliati dai superiori all’assalto del nemico quotidianamente per guadagnare una manciata di metri. Tra le truppe dei due schieramenti, stremate da una guerra che credevano potesse essere breve come promesso, iniziò a serpeggiare un malcontento diffuso. Ma la guerra, si sa, non guarda in faccia nessuno e incuranti del malcontento malcelato dei soldati, i generali continuarono ad ordinare azioni per tutto l’inverno. Fino al giorno di Natale.

A nulla era servito l’appello di Papa Benedetto XV che, il 7 dicembre 1914, chiese ai due schieramenti di concedere una tregua natalizia auspicando che “i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano”. Una richiesta caduta nel vuoto. Rifiutata categoricamente dagli ufficiali su tutto il fronte occidentale. Nel susseguirsi di giorni drammaticamente uguali, solo gli auguri dei superiori ricordano ai soldati che è Natale. Il primo Natale lontano da casa. Il primo Natale passato al fronte a combattere una guerra ordinata da altri. Tra i soldati, nelle trincee, oltre al malcontento inizia a sentirsi una forte malinconia. Qualcuno beve per dimenticare. Alcuni mettono delle candele sul bordo delle trincee. Qualcun altro osa cantare. Un canto natalizio che ben presto contagia tutta la trincea. E mentre si leva al cielo la voce dei soldati qualcuno si accorge che nell’altra trincea, quella che dicono esser nemica, succede lo stesso. Per alcuni interminabili minuti, le voci di tedeschi e inglesi si levano all’unisono in un canto di speranza e fraternità. E allora si alza la testa oltre il fossato e, per la prima volta, non si rischia di perderla. Si esce dalla trincea e non si deve richiedere nessun fuoco di copertura. Si cammina sul campo di battaglia e, per la prima volta, nessuno rischia di morire.
È il miracolo del Natale. Quella che sembra la più bella favola è invece realtà. Il fronte occidentale si ferma. Oltre 100.000 soldati, contravvenendo agli ordini dei superiori, fermano la guerra. Una tregua spontanea, un cessate il fuoco su tutto il fronte. Soldati tedeschi e anglo-francesi si corrono incontro, si abbracciano, si scambiano doni. Quello che fino al giorno prima era un bersaglio diventa all’improvviso un amico, un fratello. Quella “terra di nessuno” tra le due trincee, fino al giorno prima luogo di morte e orrore, diventa la terra di tutti, diventa luogo di vita e festa. Tabacco, cibo, alcolici, ma anche bottoni e pezzi di divisa: qualsiasi oggetto si trasformò in un simbolo di amicizia da regalare al nemico. Lo racconta bene, nel suo diario, Bruce Bairnsfather fumettista britannico chiamato al fronte come Capitano della 34° divisione.  Non dimenticherò mai quello strano e unico giorno di Natale” scrisse “Notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei suoi bottoni. Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca. Poi gli diedi due dei miei in cambio. Vidi uno dei miei mitraglieri, che nella vita civile era una sorta di barbiere amatoriale, intento a tagliare i capelli innaturalmente lunghi di un docile soldato tedesco
All’improvviso, dalla trincea inglese, qualcuno calciò un pallone di stoffa. Quello strano oggetto, tutt’altro che sferico, rimbalzò tra i soldati. Qualcuno, siamo certi, lo guardò sorridendo mentre ripensava alle partite giocate prima della guerra. Tutti si fermarono a guardarlo fino a quando qualcuno più intrepido degli altri, o semplicemente più ubriaco, gli tirò un calcio. Iniziò così la partita più bella e significativa del secolo scorso. Iniziò così quella che, non ce ne vogliano i protagonisti di quell’indimenticabile Italia-Germania di Città del Messico, fu la vera “partita del secolo”. Senza squadre, porte nè limiti di campo. Senza arbitri, senza regole. Tedeschi e inglesi continuarono a tirare quella palla da una parte all’altra fino a notte fonda. Qualcuno continuò fino a crollare esausto al suolo. La partita finì 3-2 per i tedeschi, o almeno questo scrissero alcuni soldati nei loro diari. La tregua continuò anche il giorno seguente per permettere ai due schieramenti di recuperare i corpi abbandonati dei propri caduti e riportarli nelle trincee. Molti dei partecipanti alla tregua furono puniti dai superiori. i battaglioni iniziarono ad essere trasferiti sempre più rapidamente da un campo di battaglia all’altro per impedire ai soldati di fraternizzare con i nemici. I superiori cercarono di far dimenticare quel momento di leggerezza ai soldati. Tentarono di nasconderlo anche al mondo. Oggi, 115 anni dopo, una frase sul diario di un soldato rimane la più preziosa testimonianza di quello che quel momento rappresentò per i le truppe:

“Il pallone aveva rimpiazzato le pallottole.
Per la durata di una partita di calcio l’umanità
aveva ripreso il sopravvento sulla barbarie”

Il punto su Hong Kong

Il movimento, nato pacifico, sta diventando sempre più violento e radicale in risposta agli abusi della polizia. Il ritiro della legge sull’estradizione non ha placato le proteste che da ventiquattro settimane scuotono l’ex colonia britannica e gli Hongkongers non sembrano intenzionati a fare passi indietro mentre lo spettro di una nuova Tienanmen incombe.
9 giugno 2019. A tre giorni dalla discussione in parlamento della legge sull’estradizione voluta dalla governatrice Carrie Lam, il ‘Fronte per i diritti umani’ convoca una marcia di 3km per esprimere il proprio disappunto sul provvedimento. La manifestazione è un successo. Oltre un milione di persone si riversa per le strade di Hong Kong sfilando pacificamente da Victoria Park fino al LegCo, il palazzo governativo. È l’inzio di un movimento di protesta che, da quel momento, non si è più fermato arrivando alla 24° settimana consecutiva di proteste. Un movimento nato pacifico, trasversale ed immenso in grado di portare in piazza due milioni di persone (due volte la popolazione totale di Napoli, per intenderci) nel pomeriggio del 16 giugno. Un movimento che, però, con il passare delle settimane è diventato sempre più violento e deciso e di conseguenza meno partecipato e condiviso da chi quella violenza l’ha sempre rifiutata.
Con il passare delle settimane sono cambiate anche le richieste dei manifestanti al governo. L’Extradition Bill, la controversa legge che aveva dato il via alle manifestazioni, è stata prima sospesa e poi ritirata definitivamente dalla governatrice Carrie Lam. Un gesto di debolezza da parte della Chief Eecutive che, oltre ad averne minato in parte la credibilità agli occhi di Pechino, non ha sortito l’effetto sperato. Le proteste infatti non si sono fermate e i manifestanti hanno ribadito con forza lo slogan che li accompagna da ormai 6 mesi: “5 demands, not one less”. Cinque domande. Cinque richieste al governo e nessuna intenzione di rinunciare a nessuna di queste: il ritiro, già ottenuto della legge sull’estradizione; il rilascio di tutti i manifestanti arrestati; le dimissioni di Carrie Lam; il suffragio universale per l’elezione del consiglio legislativo e dello Chief Executive; l’istituzione di una commissione indipendente sulle violenze della polizia.
Proprio la polizia è infatti finita in questi mesi al centro delle polemiche. La repressione messa in atto dalle forze dell’ordine è stata in varie occasioni brutale e spropositata ed ha contribuito a radicalizzare e rendere più violento anche il movimento nato pacificamente. Una spirale di violenza in cui gli abusi della polizia hanno causato gli assalti sempre più duri da parte dei manifestanti innescando un infinito circolo vizioso. Se in questi mesi abbiamo assistito ad episodi estremi da entrambi gli schieramenti (dall’occupazione del LegCo, alle cariche indiscriminate in luoghi chiusi) il culmine lo si è raggiunto lunedì mattina. Alle prime luci dell’alba, infatti, un agente ha colpito con tre colpi di pistola a bruciapelo un manifestante disarmato che ora versa in condizioni critiche in ospedale. La reazione dei manifestanti è stata violentissima. La città è stata messa a ferro e fuoco ed un cittadino cinese, che si era avvicinato per provocarli, è stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme. La rabbia dei manifestanti e gli abusi della polizia hanno contribuito a ridurre la partecipazione che, se inizialmente vedeva la partecipazione di 2/3 della popolazione, ora è limitata a circa 100/200 mila persone. Numeri altissimi, certo, ma non paragonabili alla marea umana che fino a metà luglio riempiva la città ogni weekend.
Ma nonostante i numeri parzialmente ridotti, la città è sotto scacco. Dopo le violenze di lunedì, i manifestanti hanno deciso di rimanere in piazza dando vita a quello che, di fatto, è il più lungo scontro con la polizia dall’inizio delle proteste. Tre giorni ininterrotti di tumulti e guerriglia urbana stanno paralizzando Hong Kong. I manifestanti hanno preso di mira semafori e stazioni della metro paralizzando di fatto il traffico in gran parte della città. Si stima che circa 200 semafori siano stati divelti o danneggiati e gli incroci stradali bloccati con barricate improvvisate mentre gli scontri più violenti si registrano nella zona dell’Università Cinese di Hong Kong. Le forze dell’ordine da lunedì sera sono schierate in tenuta antisommossa intorno al Campus occupato dai manifestanti e hanno ripetutamente tentato di liberarlo con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A nulla è servita la mediazione dei vertici dell’Università che hanno chiesto alle forze dell’ordine di non entrare negli spazi dell’ateneo dove, invece, da giorni va in scena una vera e propria battaglia in cui sono comparsi anche archi e frecce infuocate. Secondo i dati diffusi dalla polizia nella sola giornata di lunedì gli scontri avrebbero interessato 50 aree della città e avrebbero portato all’arresto di 287 persone (e altre 150 nella giornata martedì) e all’utilizzo di 255 candelotti lacrimogeni, 90 granate in spugna e 204 proiettili di gomma. La città è nel caos totale, la polizia fatica a muoversi in città e sedare le proteste per via dei blocchi stradali, gli studenti cinesi sono stati evacuati con una nave militare e il governo condanna le violenze ma non riesce a fermarle. Una situazione ormai fuori controllo che sta evidenziando tutti i limiti di Carrie Lam, sempre più incapace di riportare l’ordine in citta.
Proprio la Chief Executive è stata al centro di diversi rumors circa un piano, smentito da Pechino, per costringerla alle dimissioni e sostituirla a inizio 2020 dopo aver sedato le proteste con la forza. Una serie di decisioni e dichiarazioni controverse e, per certi versi incomprensibili, prese dalla governatrice hanno infatti contribuito ad alimentare le proteste invece di sedarle. Dalla sospensione dell’Extradition Bill al divieto di indossare maschere, dal supporto totale alla violenza delle forze dell’ordine all’accusa di egoismo ai manifestanti che paralizzano la città: Carrie Lam sta gettando benzina sulle fiamme che da 7 mesi bruciano Hong Kong. Un atteggiamento certo non gradito a Pechino che vede nelle proteste una sfida al suo nazionalismo e non può tollerarle ancora a lungo mentre le democrazie di tutto il mondo guardano con soddisfazione l’assalto degli Hongkongers all’autoritarismo del potente vicino.  Una situazione critica in cui la Cina starebbe meditando di agire in prima persona. Se da tempo, infatti, infatti si vocifera di un possibile intervento dell’esercito cinese per ripristinare l’ordine, le nuove violenze potrebbero portare il governo a prendere una decisione drastica e irreversibile. A lanciare l’avvertimento è stato il “Global Times”, giornale cinese vicino al governo, che ha paragonato i manifestanti all’ISIS e ha ricordato come “l’Esercito Popolare Cinese può entrare ad Hong Kong e riportare la calma”.
Mentre Hong Kong brucia ed affronta la prima recessione da 10 anni a causa delle proteste che ne hanno paralizzato l’economia la Cina resta alla finestra. Ma la sensazione è che non tollererà ancora a lungo tutto questo. Ora più che mai, lo spettro di una nuova Tienanmen incombe sull’ex colonia britannica.
« Vecchi articoli Recent Entries »