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La Norimberga siriana

È iniziato in Germania il primo processo ad alti funzionari del regime siriano chiamati a rispondere di oltre 4000 torture compiute nelle carceri del paese durante la rivoluzione del 2011. Speranze e timori dietro un processo che potrebbe entrare nella storia.

23 aprile 2020, Tribunale Superiore di Coblenza, Germania. Seduti al banco degli imputati Anwar Raslan e Eyad al-Gharib, 57 e 43 anni, cercano di sfuggire agli obiettivi delle macchine fotografiche mentre un giudice legge per la prima volta capi d’accusa che potrebbero entrare nella storia. Crimini contro l’umanità, tortura, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Per la prima volta due funzionari di alto grado dell’apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Per la prima volta un tribunale è chiamato ad esprimersi sulle atrocità commesse dal regime siriano nei confronti dei suoi cittadini. Un momento storico che da molti è già stato definito come “la Norimberga siriana”.

La giustizia tedesca vuole arrivare dove nemmeno la Corte dell’Aja è arrivata. Le Nazioni Unite, infatti, non hanno potuto ricorrere al Tribunale Internazionale a causa del veto posto dalla Russia che ha bloccato ogni tentativo di processare il regime di Assad per crimini contro l’umanità. In Germania, però, il processo si è reso possibile grazie alla decisione della corte di appellarsi al principio della “giurisdizione universale” che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini ritenuti particolarmente gravi o lesivi per tutti a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. La sezione speciale sui crimini di guerra presso la polizia federale tedesca, istituita nel 2003 per indagare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell’ex Jugoslavia, ha negli ultimi anni incentrato le sui indagini sul regime di Assad. Tra il 2015 e il 2017 con l’arrivo di migliaia di profughi siriani nel paese, l’unità contro i crimini di guerra ha ricevuto oltre 2.800 denunce di torture e altre violazioni commesse ai danni della popolazione durante la rivoluzione. Su Raslan e al-Gharib, in particolare, la corte ha a disposizione una trentina di denunce fatte da rifugiati siriani alla procura generale di Karlsruhe oltre ad un dossier con oltre 50mila immagini fornite da “Caesar”, pseudonimo di un ex ufficiale dell’esercito siriano che prima di fuggire dal suo paese nel 2013 documentò le torture e gli omicidi nelle carceri del paese.

I crimini commessi dai due imputati, per i quali si sono dichiarati innocenti nelle udienze dei giorni scorsi, sarebbero tutti relativi alla loro attività nella “Sezione 251” del carcere di Damasco. Un luogo tristemente noto agli attivisti siriani che durante la rivoluzione del 2011 si opposero al regime e che proprio in quel carcere vennero imprigionati in massa generando un sovraffollamento tale da costringerli a dormire in piedi appoggiati ai muri. Proprio nella “Sezione 251” si sarebbero registrate poi le torture più violente che spesso si protraevano fino alla morte del detenuto: chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a perdere conoscenza, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora. Raslan era tra i due il più alto in grado, colonnello dell’esercito siriano è stato tra il 2011 e il 2012 a capo proprio della “Sezione 251” e grazie al suo ruolo di vertice avrebbe ordinato oltre 4.000 torture ai danni di detenuti causando la morte di 58 di essi. Al-Gharib, invece, era un semplice soldato e avrebbe eseguito almeno una trentina delle torture ordinate dal suo superiore. Contro di loro saranno chiamati a testimoniare sei rifugiati siriani sopravvissuti a quelle torture che hanno riconosciuto in Raslan e al-Gharib i loro carcerieri.

Il processo di Coblenza, che sta procedendo con un ritmo serrato di 3 udienze a settimana, potrebbe durare a lungo e potrebbe diventare un primo passo per un’azione più incisiva nei confronti del regime di Assad che, in nove anni di guerra, ha ucciso centinaia di migliaia di civili e costretto undici milioni di siriani a fuggire dal proprio paese. È però necessario che a questo primo passo ne seguano altri senza che si inneschi un meccanismo di autocompiacimento che porti gli stati a pensare di aver fatto abbastanza. Quello di Coblenza, non può e non deve essere un punto di arrivo ma un punto di partenza che possa avviare una nuova stagione in grado di coinvolgere diversi paesi, uniti nel chiedere verità e giustizia per quello che sta accadendo in Siria. Serve un processo, inteso questa volta come percorso, che possa mettere a nudo quel regime che ha distrutto intere città provocando devastazione e dolori indicibili senza distinguere tra donne, bambini, giovani o anziani. Perché se nelle corti internazionali, Assad e i suoi funzionari possono contare sulla solidarietà dei loro alleati in grado di fermare ogni processo e garantire l’immunità, il regime si scopre ora fragile davanti alle corti nazionali su cui non possono intervenire in alcun modo. Il processo di Coblenza manda un chiaro messaggio a chi in Siria, ancora oggi, compie crimini quotidiani contro i civili: è finito il tempo delle impunità. Presto o tardi arriverà tutti saranno chiamati a risponderne.

Le complessità del caporalato

“Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai
un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama.
I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano.
Esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno sempre pronti a vessare il povero uomo qualunque.”
-Totò; Siamo uomini o caporali-


“Per la mia storia è un punto fondamentale e mi riferisco all’articolo 110 bis. Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili. Da oggi vince lo Stato perché è più forte della criminalità e del caporalato”. Si commuove il ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova nell’annunciare la misura da lei così fortemente voluta per la regolarizzazione dei braccianti che lavorano senza alcun diritto ne tutela nei campi di tutta Italia. Dopo un dibattito accesissimo si è giunti ad un accordo che avrebbe potuto essere un punto di svolta, o almeno di partenza, importante per eliminare la piaga del lavoro agricolo sottopagato, sfruttato ed in mano a organizzazioni criminali. Ma quello del caporalato è un fenomeno troppo complesso per essere risolto con la semplice distribuzione di permessi di soggiorno.

Caporalato – Fenomeno diffuso in tutto il paese, il caporalato consiste nello sfruttamento di manodopera irregolare attraverso l’intermediazione di un soggetto, il caporale appunto, che recluta i braccianti e tratta con le aziende. Ogni giorno, alle prime luci dell’alba, il caporale raccoglie manodopera in un punto strategico della città per portarla nei campi o noi cantieri edili dove viene sistematicamente impiegata in nero senza che le siano riconosciute tutele di alcun tipo. Senza alcuna tutela della salute con la totale assenza di misure di sicurezza. Senza tutele lavorative con paghe da fame, meno di un euro a cassetta raccolta, e orari insostenibili che prevedono fino a 12 ore consecutive di lavoro senza pause.

Si tratta di un fenomeno estremamente radicato che fonda la sua diffusione su un duplice motivo. Da un lato vi è la disperazione dei braccianti, che spesso non hanno altra soluzione per sopravvivere se non il lavoro in nero nei campi. Dall’altro lato vi è però anche una capacità organizzativa da parte dei caporali, spesso legati ad organizzazioni criminali e dunque forti di quel potere, che riescono ad essere più efficienti dei centri per l’impiego non dovendo rispettare norme e burocrazia. Se ad un imprenditore servono 50 braccianti, dunque, sarà più propenso a chiederlo a chi riesce a garantirglieli a minor prezzo e nel minor tempo. Così uno dei settori produttivi strategici del nostro paese è finito nelle mani della criminalità organizzata macchiandosi di sistematiche violazioni di diritti attraverso una vera e propria riduzione in schiavitù di centinaia di migliaia di braccianti giornalieri.  

Ma non si può, e non si deve, guardare al caporalato come una disfunzione criminale del sistema produttivo. Esso è piuttosto una reazione ad un malfunzionamento profondo che rende tortuoso e impervio il sentiero per il reclutamento regolare di manodopera. Un malfunzionamento che nasce dall’inefficienza dei centri per l’impiego e si alimenta con l’assenza dello Stato in certe zone d’Italia. Un’assenza che si fa sentire, asfissiante e pericolosa, in quei “ghetti” che non si riescono a capire. Quei “ghetti” inquadrati come un problema quando in realtà non sono che una conseguenza di quello stesso problema. Gli insediamenti e le baraccopoli informali che pullulano nel sud altro non sono se non veri e propri centri di reclutamento. È lì che si concretizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. È da lì che partono i furgoncini per trasportare la manodopera verso i campi. Ed è li che, inevitabilmente, vivono i braccianti che sperano di lavorare nei campi.

Stato – Senza capire la complessità del fenomeno non si può intervenire in maniera seria e determinata per contrastarlo. Lo dimostra la legge anti-caporalato così fortemente voluta nel 2016 dall’allora ministro delle politiche agricole Maurizio Martina. Una legge che ha sicuramente fatto fare un passo avanti al nostro paese su questo tema, aprendo la strada per la sanzionabilità del datore di lavoro oltre che dell’intermediario e prevedendo l’arresto per chi sia colto in flagranza di reato. Sanzioni che sono senza dubbio pesanti, con la reclusione da uno a sei anni e una multa da 500 a 1.000 euro per ogni bracciante reclutato, ma che difficilmente viene applicata a causa delle difficoltà di riscontrare il reclutamento di braccianti. Perché mentre la legge punendo in modo così duro il lavoro nero nei campi ha di fatto provocato un miglioramento dello scenario complessivo, non ha certo risolto il problema. Lo sfruttamento dei migranti ha cambiato volto e dal nero si è passati ad un grigio scuro: mentre risultano regolarmente assunti, i braccianti continuano ad essere sfruttati come prima. Dietro buste paga di facciata si nascondono remunerazioni in contanti fatte secondo precise tabelle di calcolo in tutto e per tutto identiche a quelle utilizzate prima della “regolarizzazione”. Una cassa di pomodori vale meno di due euro, una di arance circa 50 centesimi, l’insalata qualche centesimo. Il tutto per un lavoro che continua ad essere estenuante e con turni infiniti per portare a casa una decina di euro al giorno. Anzi meno, perché una parte spetta al caporale.

Questo perché con la legge del 2016 si è scelto di intervenire sul piano repressivo senza considerare ne tentare di risolvere i problemi più profondi che permettono una diffusione così capillare del fenomeno. Nessun intervento è stato ad esempio fatto per provare a snellire la procedura per accedere in modo regolare al mercato agricolo attraverso i centri di lavoro. Nessun controllo maggiore è stato previsto per quelle aree che sono notoriamente bacini di reclutamento per i caporali. Le baraccopoli in cui i migranti sono costretti a vivere, per miseria e necessità, sono state spesso distrutte con azioni più mediatiche che altro con il risultato della ricostruzione immediata pochi metri più in là.


E se l’intervento del 2016 non ha avuto l’effetto sperato perché ignorava troppi aspetti, lo stesso sembra emergere dalla regolarizzazione voluta così fortemente dalla Bellanova. Un provvedimento sicuramente necessario e che evidenzia l’attenzione per una piaga che non possiamo più permetterci di portarci dietro. Un provvedimento di grande umanità che però continua a non inquadrare la complessità del fenomeno. Intanto perché prevede la regolarizzazione di chi lavora nei campi escludendo di fatto da quella misura chi è vittima del caporalato in altri settori. Perché in Italia il caporalato non è solo agricoltura ma un fenomeno quantomai trasversale che va dalla logistica alla ristorazione passando dall’edilizia e dalla grande distribuzione. Pensare di risolvere la piaga del caporalato intervenendo solo sull’agricoltura significa ridurre e sottovalutare una rete criminale più ampia e complessa. Così come pensare di risolverlo con una semplice regolarizzazione di migranti irregolari. Perché quella stessa rete criminale è ampia e complessa e non aggredisce solo gli stranieri. Ce lo ha mostrato in modo tragico la storia di Paola Clemente, morta nel luglio del 2015 nei campi di Andria mentre lavorava all’acinellatura dell’uva. Quella rete criminale ha già dimostrato di essere in grado di adattarsi alle nuove leggi per aggirarle. Per cambiare volto allo sfruttamento senza cambiarne la sostanza.

Tre mesi di solitudine

Da 89 giorni Patrick George Zaki è in carcere in Egitto. Detenuto in maniera arbitraria senza alcuna condanna ne prove che ne dimostrino la colpevolezza, è l’ennesimo attivista a cui il regime vuole chiudere la bocca. L’Italia non può e non deve lasciarlo solo.

Martedì è andato in scena l’ultimo, ma non definitivo, atto della vicenda giudiziaria di Patrick Zaki. Dopo 7 udienze consecutive rinviate a causa della chiusura degli uffici per l’emergenza sanitaria, un giudice è tornato ad esprimersi sul rinnovo o meno della detenzione preventiva del ragazzo arresta il 7 febbraio all’Aeroporto Internazionale del Cairo. Presso la Procura Suprema egiziana al Cairo, però, è andato in scena uno spettacolo indegno che ha dimostrato, qualora va ne fosse ancora bisogno, l’intento repressivo dell’azione giudiziaria contro Patrick. Il giudice infatti ha pronunciato la sua decisione di rinnovare la custodia cautelare per il 28enne in un’aula completamente vuota.

Se l’assenza di Patrick, che dal 9 marzo non ha contatti né con i familiari né con gli avvocati, era prevedibile lo stesso non si può dire di quella dei suoi legali. Nonostante fossero presenti in Procura, infatti, ai suoi avvocati è stato vietato l’accesso in aula al momento della decisione da parte del giudice per non meglio precisati motivi di sicurezza. Così si è di fatto azzerato il dibattito con una grave violazione del diritto alla difesa volta ad impedire qualsiasi contestazione legale alla decisione del giudice. Una decisione quantomai arbitraria arrivata dopo tre mesi di custodia cautelare in cui le autorità competenti non sono riuscite a produrre alcuna prova della colpevolezza del ragazzo. Intanto, però, Patrick rimane nella sezione di massima sicurezza del penitenziario di Tora dove sono detenuti i prigionieri politici e gli attivisti che si ribellano al regime. Dove nel weekend è morto, dopo una notte intera a chiedere aiuto, Shady Habash detenuto dal 2018 e da allora in attesa di sentenza. Proprio come per Patrick, infatti, anche nel caso di Shady il giudice ha continuato a disporre il rinnovo della custodia cautelare in attesa di prove che confermassero la sua colpevolezza. Prove che non sono mai arrivate.

D’altronde ormai è noto che proprio il rinnovo della custodia cautelare sia diventato in Egitto il mezzo con cui colpire oppositori e dissidenti. Uno strumento che viene ormai largamente usato dalla giurisprudenza per prolungare sostanzialmente all’infinito la detenzione di soggetti sgraditi al regime, sempre più totalitario, di Al-Sisi. Se ufficialmente la legge fissa a due anni il limite massimo per la detenzione di un soggetto in attesa di processo, non mancano episodi in cui questo limite sia stato ampiamente superato o aggirato con strategie diverse come l’arresto immediato dopo una prima scarcerazione. Così, le carceri del paese si sono riempite di oltre 60.000 prigionieri politici mentre l’Egitto si sta trasformando inesorabilmente in uno stato di polizia in cui le attività di ogni singolo cittadino sono monitorate e sorvegliate costantemente. Un naufragio della democrazia in cui rischiano la vita ogni giorno migliaia di voci libere. Voci che giorno dopo giorno, rinvio dopo rinvio, si affievoliscono sempre di più fino a sprofondare nell’oblio. Con i continui rinnovi delle detenzioni infatti il regime punta da una parte a fiaccare fisicamente mentalmente il detenuto, dall’altra a far dimenticare all’opinione pubblica la sua vicenda dopo il clamore internazionale che si solleva ad ogni arresto arbitrario. Un oblio che lascia da solo il detenuto facendogli perdere anche l’ultimo barlume di speranza. E questo lo aveva capito molto bene Shady come testimonia una drammatica lettera indirizzata ad un amico nell’ottobre 2019: “La prigione non uccide, lo fa la solitudine. Ho bisogno del vostro supporto per non morire. Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto”.

Una solitudine che uccide. Una solitudine in cui non possiamo permetterci di lasciare Patrick. Mentre l’Egitto prova ad isolarlo in una solitudine fisica, impedendogli di vedere e sentire i propri avvocati e i propri cari, spetta a noi fare in modo che non vi sia anche una solitudine morale e mediatica. Non possiamo permettere che il nostro silenzio distratto ma tremendamente complice consenta a quel buco nero che è il penitenziario di Tora di risucchiare la vita di Patrick come ha fatto con Shady e con migliaia di altri ragazzi. Il rischio, più che mai concreto, è che le emergenze convergenti che stanno aggredendo il nostro paese in questi mesi possano distogliere l’attenzione da una vicenda che invece deve rimanere sotto i riflettori. Ne va della vita di un ragazzo che fino a qualche mese fa viveva e studiava da noi. Un ragazzo che sognava un futuro nel nostro paese e ora si ritrova detenuto in maniera assolutamente arbitraria in un penitenziario di massima sicurezza. E mentre da noi si discute di distanziamento sociale, Patrick è costretto in una cella sovraffollata con rischi altissimi per la sua salute. Rischi a cui non dovrebbe mai, per nessun motivo, essere esposto nessun individuo. A maggior ragione se innocente. La battaglia per la libertà di Patrick deve necessariamente diventare la nostra battaglia per il presente e per il futuro. Perché non si ripeta il dolore e la rabbia che ci ha travolti quattro anni fa per l’atroce morte di Giulio Regeni. Perché Patrick non diventi l’ennesima vittima da commemorare nelle piazze ma torni ad essere una voce libera in un Egitto che non lo è più.

La libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

– art. 21, Costituzione italiana-


La diamo per scontata. Pensiamo che sia un problema che non ci riguardi. Pensiamo che l’Italia sia un’isola felice in cui questi problemi non esistono. Ma anche da noi, la libertà di stampa è in pericolo. A dirlo sono i dati del “Word Press Freedom index 2020”, la ricerca condotta ogni anno dall’ONG “Reporters Sans Frontiers” sul livello di libertà di stampa in 180 paesi del mondo. Nella classifica di quest’anno il nostro paese è al 41° posto, dietro Ghana, Sud Africa, Burkina Faso, Botswana e Namibia. Una sola posizione più in alto della Corea del Sud.

Italia – A pesare sulla situazione nel nostro paese è la presenza di tanti, troppi giornalisti costretti a vivere sotto scorta per colpa delle minacce subite. Sono almeno 20 i giornalisti nel programma di protezione secondo quanto riportato da RSF che evidenzia come nel nostro paese quello del giornalista sia ancora troppo un lavoro pericoloso. Da Saviano a Borrometi, da Federica Angeli a Donato Ungaro fino alle ultime inquietanti e dolorose minacce all’ormai ex direttore de “la Repubblica”, Carlo Verdelli. È impossibile negare che in Italia la libertà di stampa sia minacciata costantemente da estremismi politici e criminalità organizzata. Essere “Giornalisti Giornalisti” nell’accezione data da Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985, espone a rischi altissimi in un paese in cui spesso diamo per scontate le libertà che abbiamo senza accorgerci di quanto invece siano in pericolo ogni giorno. In un’Italia distratta da mille dibattiti, guardiamo al dito invece che alla luna. Guardiamo alle parole di Vittorio Feltri come estremo esempio di libertà di stampa piuttosto che a quei 25 giornalisti sotto scorta come un pericolosissimo campanello d’allarme di una libertà sempre più minacciata.

E se il rapporto si riferisce al 2019, anche quest’anno non sembra registrarsi un’inversione di tendenza anzi, il trend è stato confermato in meno di una settimana. Il 7 gennaio due giornaliste di LaPresse e Alanews sono stati aggrediti ed intimiditi da militanti di estrema destra mentre tentavano di documentare la commemorazione per la strage di Acca Larentia, a Roma. Il giornalista bresciano Federico Gervasoni continua a ricevere minacce dopo le sue inchieste sull’estrema destra da cui è nato il libro “il cuore nero della città”. Andrea Pellegrino è stato minacciato sui social dopo un articolo pubblicato qualche giorno fa sulla manifestazione indetta dall’estrema destra per il 25 aprile. E poi il caso già citato del direttore di uno dei maggiori quotidiani italiani minacciato di morte per settimane da diversi account social. Sono i cosiddetti “squadristi da tastiera” che nascosti dietro l’anonimato di finti profili social lanciano minacce ed anatemi prima di sparire nel nulla. Lasciando, per fortuna, qualche traccia che possa ricondurre a loro.

Mondo – Chi sembra non avere di questi problemi sono i paesi del nord. Come già accaduto negli ultimi anni Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svezia ricoprono infatti i primi quattro posti della classifica stilata da RSF e sembrano essere dei paradisi del giornalismo, dove esercitare la professione liberi da pressioni e minacce. Purtroppo, però, sono dei casi più unici che rari in un mondo in cui nel 13% dei paesi la stampa si trova in una situazione definita grave, il 26% in situazione di difficoltà e il 34% presenta concreti pericoli. In Corea del Nord (180° su 180), ad esempio, “il regime totalitario continua a mantenere i propri cittadini nell’ignoranza” grazie al “controllo quasi completo sulle comunicazioni e sui file trasmessi sul web”. Non va meglio nemmeno alla Cina (177°) la cui libertà di stampa è da settimane sotto accusa per aver nascosto i dati reali sui contagi da coronavirus e in cui “il presidente Xi Jinping è riuscito a imporre un modello sociale basato sul controllo di notizie e informazioni e sulla sorveglianza online dei suoi cittadini”.

Se le regioni peggiori per le libertà di stampa si confermano ancora una volta il Medio Oriente e l’Europa orientale, dove Russia e Turchia rappresentano modelli esemplari della repressione ai giornalisti, è proprio la regione asiatica ad aver registrato il peggioramento più consistente nell’ultimo anno con un consistente aumento nelle violazioni alle libertà di stampa. Oltre alla presenza dei due già citati regimi autoritari, pesa sulla situazione della regione il drastico peggioramento di diversi stati. L’Australia, ad esempio, ha perso cinque posizioni nella classifica delle libertà di stampa perdendo quell’immagine di paese modello per le libertà di stampa a causa dei recenti episodi di violazioni nella riservatezza delle fonti e di sistematiche violazioni in nome di una non meglio definita “sicurezza pubblica”. Ma a trascinare ancor più in basso l’intera regione è stata senza dubbio Hong Kong. Travolta dalle proteste di cui a lungo vi abbiamo parlato nei mesi scorsi, l’ex colonia britannica ha assistito ad una crescita esponenziale delle violazioni verso i media. Molti operatori e giornalisti hanno denunciato violenze della polizia nei confronti di chi documentava le manifestazioni di piazza in cui un reporter indonesiano ha addirittura perso un occhio dopo essere stato colpito da un proiettile di gomma. Cariche, violenze indiscriminate e arresti non hanno risparmiato nemmeno i media, nonostante fossero chiaramente riconoscibili grazie ad una pettorina gialla, che hanno dovuto operare in un clima di aperta ostilità.

Per molti paesi, insomma, la libertà di stampa si conferma un lusso mentre entriamo in decennio che sarà fondamentale anche per il giornalismo. Sulla libertà di stampa pendono come un’ennesima spada di Damocle cinque crisi convergenti che potrebbero  schiacciarla definitivamente: una crisi geopolitica, dovuta all’aggressività dei regimi autoritari; una crisi tecnologica, a causa della mancanza di garanzie democratiche; una crisi democratica dovuta alla polarizzazione e alle politiche repressive; una crisi di fiducia dovuta al sospetto e persino all’odio nei confronti dei media; una crisi economica che inevitabilmente mette a rischio il giornalismo, la cui qualità richiede anche costi non indifferenti.

Saranno dieci anni difficili, come lo sono stati gli ultimi. Dieci anni in cui avremo bisogno, più che mai, di “Giornalisti Giornalisti” che ci raccontino la verità ad ogni costo. Però, in questi dieci anni e per quelli a venire, è ancor più importante che non rimangano soli. È ancor più importante che tutti smettiamo di guardare al dito e iniziamo a vedere la luna. Una luna fatta di violazioni ed intimidazioni. Come una grande Morte Nera che possa da un momento all’altro toglierci libertà che pensiamo essere intoccabili.   

Il gender pay gap in Europa

“Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria,
in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.
Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa,
ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani
che condividono il meglio e il peggio della condizione umana.”


Le discriminazioni di genere, nel mondo, sono purtroppo ancora all’ordine del giorno. Non fa differenza il mondo del lavoro dove il “gentil sesso” continua ad essere vittima di stereotipi che rendono la donna particolarmente svantaggiata rispetto ai colleghi. Le lavoratrici risultano essere vittime di una vera e propria “segregazione occupazionale” che vede interi comparti del mondo lavorativo riservati agli uomini con evidenti differenze sulle prospettive di carriera e sui guadagni. Si tratta, in quest’ultimo caso, del cosiddetto “gender pay gap” (divario retributivo di genere) ossia la differenza tra i salari medi lordi riservati alle donne e agli uomini.

Europa – L’Unione Europea, attraverso il proprio ufficio statistico ‘Eurostat’, tiene regolarmente aggiornati i dati sulla retribuzione media nei vari stati membri calcolando contestualmente il divario di genere che si registra fornendo così una panoramica della situazione al livello comunitario. Una panoramica che si basa esclusivamente sui salari e cerca di tracciare un quadro di quelle che sono le differenze retributive senza tener conto di altri fattori. Si tratta infatti, per quanto riguarda i dati Eurostat, del cosiddetto “gender pay gap unadjusted” calcolato solamente in base alla retribuzione senza tener conto di altre componenti che possono influire sul divario come per esempio l’accesso all’istruzione, il tipo di occupazione svolta, il numero di ore lavorative. Quello che ne emerge è comunque un quadro sicuramente poco rassicurante.

La media dell’Unione Europea mostra infatti come, a livello comunitario, le donne percepiscano il 14,5% in meno rispetto agli uomini. Per ogni euro guadagnato da un uomo, insomma, una donna guadagna 85 centesimi. Ma non sono pochi i paesi ad essere al di sopra della media europea, ben otto paesi (10 considerando Regno Unito e Svizzera) risultano infatti avere divari maggiori del 14,5%. Il poco onorevole primato nella classifica europea delle disparità salariali se lo aggiudica l’Estonia con un divario del 22,7% ma a sorprendere di più è, probabilmente, la seconda posizione. Dopo il paese baltico infatti troviamo la Germania dove gli uomini guadagnano in media il 20,9% in più rispetto alle donne. È come se, nella prima economia europea, le donne lavorassero due mesi e mezzo senza ricevere lo stipendio. Un’eternità. È il cosiddetto “equal pay day”, la giornata che segna il momento in cui ogni anno le donne cominciano simbolicamente a smettere di guadagnare se confrontate con i loro colleghi uomini. L’Unione Europea, per quest’anno, ha fissato come data il 4 novembre. Due mesi senza stipendio.

Italia – In un Europa con cifre esorbitanti l’Italia è tra i paesi più virtuosi. Dai dati dell’Eurostat emerge infatti come nel nostro paese il divario sia estremamente più basso della media europea e si attesterebbe intorno al 5%. Meglio di noi farebbero solo Lussemburgo (4,6%) e Romania (3%). Un dato che sembra essere estremamente incoraggiante ma che diventa maggiormente allarmante se analizzato in combinazione con altri fattori.

Per quanto riguarda la retribuzione, bisogna inevitabilmente scorporare il settore pubblico da quello privato. La forte presenza femminile nel comparto pubblico, dove i contratti per legge presentano condizioni eque, abbassa infatti sensibilmente l’indice che sarebbe estremamente più levato considerando solo gli stipendi elargiti da aziende private. Secondo gli ultimi dati Istat, infatti, il vero problema sarebbe proprio qui. Nel settore privato le lavoratrici italiane guadagnano in media il 29% in meno rispetto ai colleghi maschi. Il dato frutto delle minori possibilità di carriera delle donne in un settore in cui gli uomini occupano in genere posizioni più elevate. In Italia, infatti, considerando solamente il privato i dati indicano la presenza di un 73% di manager di sesso maschile contro un 27% di donne. Il settore privato, dunque, rappresenta il vero problema nel sistema lavorativo italiano per quanto riguarda le disparità di salario. Un abisso nelle retribuzioni tra uomo e donna che, se considerato da solo, ci porrebbe in coda alle classifiche europee. Si arriva così al secondo problema occupazionale in Italia, che contribuisce ad abbassare l’indice generale: la distribuzione del lavoro.

Stando ai dati forniti dall’istituto di ricerca socio-economica ‘Censis’, in Italia le donne che lavorano sono 9.768.000 e rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi. Lontane sia dalla media europea, sia dal tasso di occupazione maschile (75%). Con un tasso di attività femminile del 56,2% siamo infatti all’ultimo posto tra i Paesi europei, guidati dalla Svezia dove il tasso è pari al’81,2%. Quasi la metà delle donne italiane insomma, non è occupata. Un dato che deriva, soprattutto, dall’eterno divario tra nord e sud. Se nelle regioni settentrionali infatti l’occupazione femminile è superiore al 60% (primato per la Provincia autonoma di Bolzano con il 73%) al sud cala vertiginosamente e si attesta intorno al 30-35%. Un divario che fa crollare le stime totali sull’occupazione femminile nazionale. Poche donne impiegate, insomma, e più della metà nel settore pubblico. Sono questi due fattori che, combinati, ci permettono di avere un “gender pay gap” da far invidia ai migliori paesi europei. Ma basta spostare un po’ il tappeto per trovare la polvere. È evidente, infatti, come esistano problemi enormi e strutturali che non vengono considerati nelle stime di Eurostat ma che rendono il nostro paese decisamente meno virtuoso di quanto appaia.

Percorsi lavorativi più accidentati e spesso frammentati. Difficoltà nel far carriera. Redditi inferiori. E, come se non bastasse, il divario non si riduce nemmeno dopo gli anni lavorativi. Censis ha infatti tentato di valutare il divario pensionistico evidenziando come anche in questo ambito le donne percepiscano meno degli uomini: “Nel 2017 le donne che percepivano una pensione da lavoro erano poco più di 5 milioni, con un importo medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini l’importo medio era di 23.975 euro.” La disparità tra uomini e donne è un fattore che incide fortemente sullo sviluppo della società in cui viviamo producendo effetti sull’intera popolazione riducendo la produzione economica e costringendo le donne, soprattutto in vecchiaia, a dipendere da sussidi pagati con soldi statali.  Combattere la discriminazione di genere nel mondo del lavoro è dunque un modo non solo per eliminare una disuguaglianza ingiustificata e lontana dai nostri tempi ma anche e soprattutto per favorire una crescita economica del paese.

Secondo il Word Economic Forum, per azzerare le diseguaglianze nel mondo lavorativo serviranno 250 anni. Ma a guardare, ancora una volta, i dati dell’Eurostat la situazione sembra promettere bene. In tutti i paesi europei, il divario salariale nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni è al di sotto della media comunitaria del 14%. Considerando solo gli under 25 in alcuni paesi si inverte addirittura il trend (Belgio -2,8%; Francia -3,6%). Dati che fanno sperare in un cambio di rotta per un futuro in cui le donne possano guadagnare quanto gli uomini. Un eccesso di ottimismo? Forse sì. Ma sognare non costa nulla. E ci piace sognare un mondo in cui come dice la filosofa Michela Marzano:

essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza.

Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.

Cosa sappiamo sulla morte di Giulio Regeni

Verità per Giulio Regeni


C’era un cartello giallo con una scritta nera. No, nessun addio a bocca di rosa questa volta, ma un grido disperato di un popolo che chiede verità. Verità per una vita spezzata a 28 anni. Verità sulla morte di un ragazzo che inseguiva i suoi sogni e le sue passioni. Verità sulle indicibili complicità che il 25 gennaio 2016 hanno spento per sempre il sorriso di un giovane dottorando.
Giulio Regeni, da quattro anni non c’è più.
Giulio Regeni, da quattro anni, aspetta la verità sulla sua assurda e orrenda morte.
La aspettano, sostenendosi a vicenda, mamma Paola e papà Claudio.
La aspettiamo tutti.La esigiamo tutti.

I fatti – Giulio era un ragazzo brillante, nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine. Ma Fiumicello gli sta stretta e dunque, ancora minorenne, si trasferisce a Montezuma nel New Mexico dove per due anni studia al “Armand Hammer United World College of the American West”. Nel 2012 e nel 2013 grazie alle sue ricerche sul Medio Oriente vince il premio “Europa e Giovani” indetto dall’ Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli-Venezia Giulia, un riconoscimento importante che attesta la grande propensione di Giulio per la ricerca e mette in evidenzia le sue doti. Doti che lo portano in breve tempo a collaborazioni importanti come quelle messe in atto con “l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale” e “Oxford Analytica”. In Gran Bretagna Giulio è diviso tra Oxford, dove lavora per il centro di ricerche politiche privato, e Cambridge dove ne frattempo inizia il Dottorato e continua la sua attività di ricercatore universitario. L’8 settembre 2015, per completare la sua tesi di dottorato, Giulio Regeni atterra al Cairo ed inizia una spirale di eventi che lo travolge. Una serie di complicità, di segreti, di misteri che hanno portato nel giro di 5 mesi alla morte di un ragazzo di 28 anni.


Sono le 19.41 del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana anti Mubarak, quando dal telefono di Giulio parte l’ultimo messaggio. L’ultimo segnale di vita dal ricercatore italiano. L’ultimo messaggio prima del silenzio. “Sto uscendo” scrisse alla sua ragazza, che si trovava in Ucraina, ma i suoi amici che lo aspettavano in piazza Tahrir non lo vedranno mai arrivare. Provano a contattarlo ma non ci riescono. Alle 19.50 il suo cellulare si collega al wifi della metropolitana nella stazione di El Bohoot prima di spegnersi per sempre. Per 9 lunghissimi giorni di Giulio non si hanno più notizie. Fino a quel drammatico 3 febbraio quando il suo corpo nudo e martoriato viene trovato da un tassista lungo la superstrada che dal Cairo porta ad Alessandria.


I depistaggi – è il 4 febbraio, il giorno dopo il ritrovamento del corpo, quando dalle autorità egiziane arriva la prima ipotesi che già sa di depistaggio: “non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane italiano Giulio Regeni” disse il generale Khaled Shalabi ai media egiziani “le indagini preliminari parlano di un incidente stradale”. Ma che non si possa trattare di incidente stradale appare fin troppo evidente, vuoi per quella coperta dell’esercito trovata poco distante dal corpo, vuoi per il volto sfigurato vuoi per l’assenza di vestiti. Giulio non può essere stato investito, e questo è chiaro a tutti. Ma da quel momento un elemento ben più grave e sconcertante diventa chiaro: le autorità egiziane stanno tentando di insabbiare il caso. Ed in effetti, la teoria dell’incidente stradale, è solo la prima di una lunga serie di bugie, depistaggi e ostacoli alle indagini da parte delle autorità egiziane.

Passano pochi giorni ed al Cairo arrivano gli inquirenti italiani e i genitori di Regeni. Le indagini congiunte tra carabinieri, polizia, interpol e autorità egiziane però non inizia nel modo sperato. Ancora depistaggi, ancora bugie per coprire una morte scomoda. Dal Cairo ignorano sistematicamente le richieste della Procura di Roma e non consegna i video delle telecamere a circuito chiuso delle zone in cui doveva transitare Regeni prima di scomparire e la completa documentazione su autopsia, celle telefoniche e verbali di interrogatori di importanti testimoni. Ma le bugie sono state spazzate via in un attimo dai genitori di Giulio e dalle loro parole di una drammaticità inimmaginabile. “Sul suo viso ho visto tutto il male del mondo” dirà Paola Defendi ai giornalisti dopo aver visto il corpo del figlio “era diventato piccolo, piccolo, piccolo. L’unica cosa che ho veramente ritrovato di lui è stata la punta del suo naso. È dal nazifascismo che non ci troviamo a vedere una situazione di tortura come quella che è successa a Giulio. Ma lui non era in guerra”.


Ma neppure quel corpo martoriato ha convinto l’Egitto a dire la verità. Una collaborazione la si è ottenuta solo forzando la mano nell’anno e mezzo, a partire dall’aprile 2016, in cui l’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore. Da quel momento fino alla ripresa dei rapporti diplomatici, nell’agosto 2017, gli investigatori italiani hanno avuto la piena collaborazione degli inquirenti del Cairo portando alla luce “la ragnatela in cui è caduto Giulio”. Ma da quel 14 agosto 2017 ad oggi, per l’ennesima volta, una cortina di fumo ha avvolto il caso. La collaborazione che sembrava poter essere duratura è terminata un’altra volta e le richieste degli inquirenti italiani sono cadute nel vuoto. Domande precise, richieste di nomi, date, certificazioni di ingressi e uscite dal Paese, alle quali le autorità egiziane hanno evitato di dare seguito bloccando un’indagine che appare sempre più complessa.


Le evidenze – Ma qualcosa in quell’anno e mezzo lo si è appreso ed ora è innegabile. È innegabile, ad esempio, che Giulio fu torturato a più riprese per diversi giorni prima che, forse per errore, gli venisse rotto l’osso del collo provocandone la morte. È innegabile la responsabilità nelle torture e nei depistaggi della National Security egiziana, l’apparato di sicurezza statale, che oltre ad aver avuto un ruolo nel rapimento e nella morte era riuscita ad infiltrare 3 agenti nel pool che ha indagato sul caso per sviare le indagini ed informare le autorità sullo stato degli accertamenti. È innegabile, e doloroso, il ruolo svolto da quelli che Giulio considerava amici e che invece lo hanno tradito e spiato: il coinquilino Mohamed El Sayad, che immediatamente prima e durante il sequestro, tra il 22 gennaio e il 2 febbraio 2016, ebbe almeno otto contatti con la Ns; l’amica Noura Wahby, che riferiva ogni conversazione a un informatore della Ns; il sindacalista Mohamed Abdallah, legato al maggiore Magdi Sharif, tra i maggiori indiziati del rapimento.

Resta da capire il movente di un omicidio così brutale. Resta da capire se, con la sua ricerca, Giulio avesse scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto in un paese in cui i diritti e libertà non sono esattamente messi al primo posto. Per farlo, però, bisognerebbe smetterla di cedere a compromessi con lo stato nordafricano. Bisognerebbe volere la verità ad ogni costo. Bisognerebbe smetterla di ricordarsi di Giulio solo in occasione degli anniversari. Bisognerebbe smetterla con le passerelle e le dichiarazioni di circostanza. Servirebbe invece un passo più deciso da parte del nostro governo come il nuovo ritiro dell’ambasciatore italiano chiesto dai genitori di Giulio a più riprese.
Servirebbe la volontà di far emergere la verità su un omicidio di stato.

La verità sulla morte di un ragazzo italiano in terra straniero.
La verità sulle torture che ha dovuto subire.
Perché non resti solo un cartello giallo con una scritta nera.
Perché finalmente ci sia Verità per Giulio Regeni.

Uiguri: storia di una repressione millenaria

“Nessuna esitazione, amici, la mia aspirazione rimane alta,
non tirerò giù le maniche che mi sono rimboccato per la lotta.
Il coraggioso giardiniere non lascerà appassire il suo giardino prima del tempo,
Né trascurerà la sua cura facendo morire il nostro fiore.”
-Lutpulla Mutellip-


“Ciao ragazzi. Ora vi insegno come allungare le vostre ciglia. La prima cosa è mettere le ciglia nel piegaciglia. Poi lo mettete giù e usate il vostro telefono, proprio quello che state usando ora, e cercate di capire cosa sta succedendo in Cina nei campi di concentramento dei musulmani”. Inizia così il video pubblicato da Feroza Aziz su Tik Tok per denunciare le violenze sugli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. Fingendo, a inizio e fine video, un tutorial di make-up la 17enne americana ha eluso la censura dell’app cinese ed ha spiegato ai suoi follower come nel paese asiatico si stia consumando “un nuovo olocausto”. Un video diventato presto virale e ricondiviso milioni di volte su tutti i social cha ha acceso un riflettore importante su un fenomeno spesso taciuto. Mentre Pechino prova a mascherarli come “campi di addestramento volontario” appare sempre più chiaro agli occhi della comunità internazionale come nello Xinjiang sia in atto un tentativo di rieducazione forzata della minoranza uigura di tradizione musulmana.

Gli Uiguri – Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di religione islamica che abitano prevalentemente la regione dello Xinjiang nell’ovest della Cina. Se nella regione si registra la presenza di circa 8,5 milioni di uiguri (46% della popolazione totale della regione), l’etnia è diffusa in maniera minore anche in Kazakistan, Kirghizistan, Turchia ed Unione Europea dove, secondo un censimento del 2014, vivrebbero circa 50 mila soggetti legati alla tradizione uigura. Si tratta di un’etnia antica la cui presenza nell’area risalirebbe addirittura al II secolo a.C. si oppose all’espansione dell’impero Han nella zona. Nel 1760, sotto la dinastia Quing, la regione dello Xinjang venne annessa ufficialmente ai territori dell’impero cinese che iniziò ad amministrarla in ottica centralista rifiutando sin da subito le richieste di autonomia dell’etnia islamica. La loro integrazione nella realtà cinese è sempre stata lenta e difficile essendo molto legati alla loro religione e alla loro cultura tradizionale, gli Uiguri si sentono infatti più vicini alle popolazioni dell’Asia centrale che ai loro connazionali Han, l’altra minoranza islamica fortemente legata alla Cina. Ben presto iniziarono dunque le pretese di autonomia e le aspirazioni separatiste sempre represse dalle autorità cinesi.

Aspirazioni che si sono concretizzate, per breve tempo, in due occasioni: nel 1933 e nel 1944. In quegli anni, infatti, gli Uiguri diedero vita ad un duplice tentativo di fondare la tanto sognata “Repubblica del Turkestan orientale”. Se il primo tentativo fu di breve durata e si concluse dopo qualche mese con la repressione cinese, il secondo tentativo fu più durevole. Nel 1940, visto il legame forte tra i due popoli, gli Uiguri ottennero dall’Unione Sovietica assistenza nel creare il “Comitato per la liberazione del popolo turco” che avrebbe dovuto coordinare una ribellione nello Xinjiang per l’indipendenza dalla Cina che iniziò nel novembre del 1944. Le truppe uigure combatterono contro quelle cinesi per diverse settimane assaltando ed occupando la città di Kulja fino al 15 novembre quando venne dichiarata ufficialmente la nascita della “Repubblica del Turkestan orientale”. Nata sotto la protezione sovietica, la repubblica dovette ben presto rinunciare al potente alleato che nell’agosto del 1945 siglò con la Cina un patto di amicizia ed alleanza che di fatto negò il supporto agli uiguri. Nella regione venne istituito un governo di coalizione con rappresentanti del governo cinese, della minoranza uigura e di quella han. Rimasta ormai solo sulla carta, la Repubblica del Turkestan venne ricondotta sotto il controllo cinese nel settembre del 1949 con la guerra civile che diede un forte impulso centralista rifiutando forme di autonomia come quella sognata dagli Uiguri.

La storia – La questione uigura è tornatadi strettissima attualità nel 2009. Tra il 25 e il 26 giugno di quell’anno due uiguri furono uccisi dalle forze dell’ordine durante scontri scoppiati a Shaoguan tra la minoranza turcofona e gli Han. Scesi in piazza pochi giorni dopo nella città di Ürümqi, capoluogo dello Xinjiang, gli uiguri si fronteggiarono per giorni con la polizia e gli han dando vita alla “Rivolta del luglio 2009”. Secondo le fonti ufficiali cinesi il bilancio finale sarebbe stato di 197 persone morte, 1721 ferite e di diversi veicoli ed edifici distrutti. Un bilancio che sembra essere solamente parziale e che è sempre stato contestato da associazioni per i diritti umani come “Human Rights Watch” che ha sempre denunciato le violenze subite dagli Uiguri in quei giorni documentando almeno 73 casi di persone scomparse nei rastrellamenti della polizia. La regione, da quel momento, è diventata una delle aree più sorvegliate al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Controlli indiscriminati e pervasivi che sono degenerati sempre di più fino a raggiungere un livello inimmaginabile.

A partire dal 2014, come riportato da uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica “Jamestown Foundation”, sono stati creati dei centri di detenzione che sarebbero equiparabili a veri e propri campi di concentramento. Secondo alcuni testimoni, infatti, sarebbe in atto una vera e propria persecuzione con migliaia di uiguri arrestati arbitrariamente e rinchiusi in strutture detentive sorvegliate 24 ore su 24. Abdusalam Muhemet, ex detenuto intervistato dal “New York Times”, venne arrestato a 41 anni per aver recitato ad un funerale un passo del corano, altri testimoni parlano di persone arrestate per aver indossato una maglietta riconducibile all’islam o aver fatto visita a parenti all’estero. Una volta arrestati sarebbero sottoposti a una sorta di rieducazione forzata con cui le autorità cinesi stanno provando ad eliminare la tradizione uigura ed uniformarla a quella cinese eradicando di fatto la religione islamica considerata pericolosa e deviante. Una rieducazione condotta attraverso torture che vanno dall’isolamento al waterboarding passando per tecniche invasive di privazione del sonno. Accuse sempre respinte dalla Cina che, grazie all’inaccessibilità delle strutture, nasconde quanto accade all’interno e parla di detenzioni preventive per estremisti religiosi e di operazioni di “addestramento volontario” della popolazione uigura. Una posizione, quella cinese, che sta dividendo la comunità internazionale. Se da una parte  23 paesi tra cui Regno Unito , Germania , Francia , Spagna , Canada , Giappone , Australia e Stati Uniti hanno firmato una lettera congiunta alle Nazioni Unite chiedendo la chiusura dei campi, dall’altra più di 50 paesi hanno elogiato all’UNHCR i “notevoli risultati della Cina nello Xinjiang”. Per la gioia del governo cinese.

Xinjiang Papers – Ma il governo cinese, ora, non può più nascondersi. In quella che è stata definita come “la più grande fuga di notizie nella storia della Cina, il “New York Times” ha pubblicato 400 pagine di documenti che riportano le attività cinesi nella regione. Forniti da un funzionario cinese che, ovviamente, preferisce rimanere anonimo, i “Xinjiang Papers” sarebbero costituiti da una mole immensa di documenti riservati e discorsi rilasciati in occasioni riservate dal presidente Xi Jinping e da altri alti funzionari del partito.

Emergerebbe un piano partito direttamente dal presidente e gestito dai vertici del partito che prevede una “lotta totale e senza alcuna pietà contro terrorismo, infiltrazioni e tentativi di separatismo”. Ma se nei discorsi pubblici Xi Jinping si mostra più aperto e propenso ad una mediazione pacifica con gli Uiguri, nelle trascrizioni di conversazioni private appare estremamente deciso e cinico. Critica duramente il legame con la religione della minoraza turcofona e sprona i sui uomini a mettere in atto una “trasformazione” del popolo uiguro per contrastare il terrorismo. Una trasformazione da attuare in parte con strumenti tecnologici, dall’altra con tecniche già collaudate dalla polizia cinese come gli interrogatori forzati di amici e parenti. Ma se il passaggio sul presidente risulta estremamente importante perché dimostra un suo coinvolgimento diretto sempre negato finora da Pechino, i passaggi più drammatici sono quelli che riguardano altri due funzionari: Quanguo e Wang.

Quanguo venne mandato nello Xinjiang nel 2016 e sotto il suo controllo si assistette ad una stretta repressiva senza precedenti. Secondo quanto riportato dai documenti trapelati, nel febbraio 2017 avrebbe radunato le truppe cinesi in una vasta piazza di Urumqi ed avrebbe tenuto un discorso in cui chiedeva ai suoi uomini di prepararsi ad “un offensiva devastante e distruttiva” per le settimane successive. Un’offensiva che, a tutti gli effetti, ci fu per davvero: vennero infatti eseguiti nella regione arresti di massa con migliaia di uiguri che in poche settimane finirono chiusi nelle prigioni dello Xinjiang. Sotto la guida di Quanguo la regione venne minilitarizzata e le libertà degli uiguri represse ad ogni livello secondo la concezione del funzionario che interpreta l’operazione nella regione come “una guerra di offesa prolungata e determinata per la salvaguardia della stabilità”.

Ma se Quanguo mostra il volto spietato della Cina, Wang rappresenta quello più umano. Se pubblicamente, infatti, appoggiava totalmente la politica del governo centrale nei sui discorsi privati emerge più fragile e meno convinto. Dovendo sottostare agli ordini di Pechino, Wang fece costruire “due nuove strutture di detenzione tentacolari stipando lì oltre 20.000 persone” ed aumentò drasticamente i fondi per le forze di sicurezza raddoppiando le spese per posti di blocco e impianti di sorveglianza. Ma ogniqualvolta ne avesse l’occasione, Wang chiese ai vertici del partito e ai colleghi della regione di affrontare la questione uigura in modo differente: “propose” stando a quanto riporta il New York Times “di ammorbidire le politiche religiose del partito, dichiarando che non c’era nulla di sbagliato nell’avere un Corano in casa e incoraggiare i funzionari del partito a leggerlo per comprendere meglio le tradizioni uigure”. Nei sui piani vi era infatti una politica di sviluppo economico della regione che, secondo lui, avrebbe fatto il bene dell’intera Cina ma era resa impossibile dalla detenzione degli uomini in età lavorativa. Una voce fuori dal coro che, inevitabilmente, venne presto messa a tacere con l’arresto. E non fu l’unico: secondo i dati che emergono dai documenti, nel 2017, “il partito ha aperto oltre 12.000 indagini sui membri del partito nello Xinjiang per infrazioni nella lotta contro il separatismo”.

Una storia che va avanti dunque da quasi un secolo. Una storia fatta di repressione e neagazione dell’autodeterminazione per il popolo Uiguro. Un popolo ricco di storia e tradizioni tramandate da migliaia di anni e rimaste intatte. Come i testi del poeta uiguro Lutpulla Mutellip la cui tomba è stata distrutta, insieme a molte altre, per lasciar spazio ad un parco zoologico per famiglie. Un ultimo, disperato tentativo di cancellare le radici di un popolo che non può e non vuole lasciarsi calpestare. Non può e non vuole restare sotto il controllo di una potenza che ne tarpa le ali e i sogni. Perché come scriveva Mutillup:

“Nel profondo oceano dell’amore sono un’onda,
Come potrei soddisfare la mia sete da un piccolo stagno?”

Questo non è amore

A chi trova se stesso nel proprio coraggio
A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio
A chi lotta da sempre e sopporta il dolore,
Qui nessuno è diverso, nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero
Perché niente finisce quando vivi davvero.
A chi resta da solo, abbracciato al silenzio
A chi dona l’amore che ha dentro
-Fiorella Mannoia-


 
 
L’Italia non è un paese per donne, lo dicono i numeri. Dal 2000 ad oggi sono state oltre 3.200 le vittime di femminicidio in Italia, 94 solamente nei primi 10 mesi di quest’anno: ogni 72 ore, nel nostro paese, una donna viene uccisa in contesti familiari o amorosi. Ma il femminicidio non è che l’immagine più drastica e drammatica di un fenomeno più ampio e sommerso fatto di abusi e prepotenze. Si tratta di una vera e propria emergenza che coinvolge tutto il paese, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
 
Non è amore – La Polizia di Stato ha pubblicato il rapporto “Questo non è amore” con cui dal 2016, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, diffonde i dati relativi alla violenza di genere in Italia. Dati che non sono per nulla incoraggianti e che confermano una situazione estremamente grave: ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza, una ogni 15 minuti. Dati agghiaccianti che lasciano basiti e attoniti, incapaci di capirne il motivo. Un vero e proprio bollettino di guerra in cui, nel 61% dei casi, il carnefice è l’ex partner della vittima. E mentre la politica grida all’invasione e alla violenza portata dagli stranieri, i dati diffusi dalla polizia tracciano un quadro totalmente diverso dalla retorica elettorale: il 74% delle violenze è fatta da uomini italiani, nati e cresciuti nel nostro paese. Una realtà dunque ben diversa da quella sbandierata ai fini del consenso da qualche politico in perenne campagna elettorale, una realtà che va presa seriamente e compresa a fondo per poterla contrastare.
 
Oltre alle violenze, però, c’è anche un gesto ancora più estremo. L’espressione femminicidio, coniata di recente per eliminare il termine “omicidio passionale” che quasi giustificava l’aggressore, può essere attribuita ai soli casi di commissione di un atto criminale estremo che porti all’omicidio, perpetrato in danno della donna “in ragione proprio del suo genere”. Negli ultimi 10 anni, infatti, i casi di femminicidio sono rimasti pressoché stabili ma quello che sembrerebbe essere un dato positivo diventa ancor più sinistro a fronte del fatto che, nello stesso periodo, gli omicidi con vittime di sesso maschile sono diminuiti del 50 per cento. Come per le violenze, anche nel caso estremo del femminicidio il responsabile è la persona che dice di amare. Nel 60% dei casi l’omicidio è commesso dal partner o dall’ex partner, uomini con un’idea malata di amore accecati da una gelosia incontrollabili ed incapaci di accettare le decisioni prese dalla partner.
 
Ma in quello che appare come un quadro sempre più drammatico e preoccupante arriva, da questi dati, un piccolo barlume di speranza. Una nuova consapevolezza e determinazione delle donne. Una maggiore coscienza dei delitti subiti, una rinnovata propensione e fiducia nel denunciare quanto accaduto. Crescono infatti le donne che hanno il coraggio e la forza di dire basta alle violenze e di denunciare i loro carnefici alle forze dell’ordine.
 
Codice rosso – Una nuova forza che deriva, probabilmente, anche dalla presa di posizione del legislatore nel nostro paese.  A partire dal 1996 sono stati numerosi, infatti, gli interventi legislativi in materia di violenza di genere volti a contrastare quello che è un problema “per le donne” ma non può rimanere solo un problema “delle donne”. Se inizialmente la fattispecie di reato comprendeva principalmente la violenza sessuale, l’evoluzione normativa ha seguito con qualche ritardo l’evoluzione del fenomeno fino ad arrivare ad una legge articolata e più complessa che include le varie sfaccettature del fenomeno. Nell’agosto di quest’anno si è giunti, con 197 sì e 47 astenuti, all’approvazione della legge 69/2019, la cosiddetta legge “Codice Rosso”, che prevede importanti modifiche ed inasprimenti di pena.
 
Tra le novità più importanti, è previsto una velocizzazione per l’avvio del procedimento penale per alcuni reati tra cui i maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale, con l’effetto che saranno adottati più celermente eventuali provvedimenti di protezione delle vittime. La legge prevede, infatti, che i pubblici ministeri ascoltino chi ha presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in famiglia entro massimo tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, che avviene nel momento stesso in cui una persona si presenta alla polizia. Se i magistrati dovessero confermare le violenze hanno la possibilità di condannare il responsabile a una pena detentiva tra i tre e i sette anni con la possibilità di aumentare del 50% la pena se il reato viene compiuto in presenza di un bambino, un disabile o se l’aggressione è stata armata.
 
Con la nuova legge sono inoltre state aggiunte 4 fattispecie di reato. La prima, e più innovativa, è quella che riguarda il cosiddetto “revenge porn”, ovvero la pubblicazione e diffusione di materiale privato con contenuto sessualmente esplicito senza il consenso della persona ritratta. Un meccanismo crudele che spesso scatta dopo una rottura provocando inestimabili danni all’altro soggetto, solitamente donna. Come è accaduto nel caso, tristemente noto, di Tiziana Cantone, ragazza napoletana che si tolse la vita nel 2016 dopo che il proprio ex fidanzato aveva diffuso online un filmato privato a sfondo sessuale che la ritraeva. Le pene sono, anche in questo caso, severe e prevedono la reclusione per un minimo di un anno fino a un massimo di 6. Il legislatore ha inoltre previsto ammende anche per chi contribuisca alla diffusione del video ricaricandolo o condividendolo ed un aumento della pena se il responsabile è il coniuge o l’ex partner. Proprio la mamma di Tiziana aveva accolto entusiasta questa modifica del codice: “mi piace pensare” aveva detto “che Tiziana in questo momento ovunque si trovi stia sorridendo”.
 
Tra le altre innovazioni introdotte con il “codice rosso” vi è la previsione di pene severe per chi sfregia una persona sul viso deformandone l’aspetto come nei casi, purtroppo noti alle cronache, di aggressioni con l’acido. Se la vittima sopravvive all’aggressione, il responsabile può essere punito con la reclusione da 8 a quattordici anni. Se la vittima dovesse perdere la vita, invece, la pena è l’ergastolo. Una posizione forte e decisa quella del governo su questo tema che però ha sollevato alcune perplessità tra cui quella di Lucia Annibali. La donna, sfregiata con l’acido su ordine del compagno e ora deputata del gruppo “Italia Viva”, ha lamentato i limiti di questo provvedimento: “sul piano della tecnica normativa” ha commentato in un’intervista “sembra si dica che alcuni tipi di lesioni sono più importanti di altri che magari hanno una eco mediatica inferiore e dunque vengono considerati meno rilevanti”.
 
25 novembre – La violenza di genere è, con interventi più o meno riusciti, sempre più al centro del dibattito politico e mediatico e, allo stesso modo, deve essere un tema centrale per l’intera società. Dal 1999 le Nazioni Unite hanno istituito per il 25 novembre la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” nel tentativo di sensibilizzare e formare i cittadini di tutto il mondo al rispetto di ogni donna. Una ricorrenza di cui, oggi più che mai, abbiamo bisogno. Una ricorrenza che, però, non può finire il 25 novembre ma deve necessariamente continuare anche nei 364 giorni successivi. La violenza sulle donne è infatti una piaga profondissima e più che mai attuale della nostra società e non può bastare la solidarietà di un giorno a fermarla. Serve una piena e profonda presa di coscienza del fenomeno, una vera e propria rivoluzione culturale che tolga per sempre dalla testa di qualche “uomo” la sua superiorità rispetto alla partner. Ben vengano certo le panchine rosse in memoria delle vittime, ben vengano i cortei e i flash mob, ben vengano le mostre e tutte le altre iniziative che in questi giorni riempiono l’Italia. Ma non possiamo permetterci di ridurre il tutto ad una solidarietà a gettone. Una solidarietà da attivare solo in occasione di una ricorrenza e poi riporre in un cassettino della nostra mente in attesa del 25 novembre successivo o di un fatto di cronaca eclatante. Facciamo di questo 25 novembre una base su cui costruire il futuro di questo paese. Un futuro in cui nessuno debba più subire violenze per il suo essere donna. Perché sia ogni giorno il 25 novembre. Fino a quando, finalmente, non ci sarà più bisogno di un altro 25 novembre.

Odio, minacce e violenze: la libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
-Costituzione Italiana, articolo 21-


La libertà di stampa è sotto attacco. I giornalisti, nel mondo, sono sempre più bersaglio di campagne d’odio fomentate da politici, imprenditori ed altre personalità. Campagne d’odio che, sempre più spesso, sfociano in vere e proprie aggressioni, verbali ma anche fisiche, ai danni di chi racconta il presente. L’ascesa di leader autoritari, come Jair Bolsonaro in Brasile o Donald Trump in America, e situazioni di tensione o guerra rendono la libertà di stampa un diritto sempre meno tutelato mettendo in pericolo la vita dei giornalisti. Una situazione spesso creata e fagocitata dagli stessi politici.  

World Press Freedom Index – l’indice calcolato dalla organizzazione ‘Reporters without borders’ analizza ogni anno il livello di libertà di stampa in 180 paesi al mondo. La ricerca fornisce un’istantanea della situazione della libertà dei media basandosi su una valutazione del pluralismo, dell’indipendenza dei media, della qualità del quadro legislativo e della sicurezza dei giornalisti in ciascun paese. Per la realizzazione dell’indice, l’organizzazione adotta un duplice strumento di raccolta dei dati: da una parte un questionario, tradotto in 20 lingue e distribuito ai giornalisti dei 180 paesi oggetto della ricerca; dall’altra l’utilizzo di team di specialisti che compilino un report sugli abusi ai danni dei reporter nelle diverse aree geografiche. Il quadro che emerge dall’analisi per il 2019 è ben poco rassicurante però. Dal 2002, primo anno di pubblicazione dell’indice, quella di quest’anno è la situazione più grave mai registrata a livello mondiale. L’indicatore globale è peggiorato del 13 per cento dal 2013 e in questo lasso di tempo il numero di paesi in cui la situazione per i giornalisti è ritenuta buona è diminuito del 40 per cento. Al primo posto dell’indice, come accade oramai da tre anni consecutivi vi è la Norvegia dove la costituzione, all’articolo 100, tutela largamente i giornalisti e stabilisce che “la stampa è libera. Nessuno può essere punito per qualsiasi scritto pubblicato o stampato, qualunque ne sia il contenuto”. Una situazione simile si ha anche negli altri paesi scandinavi con Finlandia e Svezia che occupano rispettivamente il secondo e terzo posto e fanno registrare un clima disteso e sereno dove giornalisti e media possono operare senza incorrere in rischi eccessivi. Il trend negativo rispetto al passato è confermato dal fatto che solo il 24% dei 180 paesi è classificato come “buono” o “abbastanza buono”, rispetto al 26% dell’anno scorso mentre il 40% dei paesi risulta essere in una situazione “difficile” o “molto grave”.  

La politica – Un ruolo centrale e determinante per la condizione dei giornalisti è svolto dai leader politici dei diversi paesi che con i loro attacchi possono indirizzare l’opinione pubblica e dunque creare un clima ostile ai media. È il caso ad esempio degli Stati Uniti, passati dalla 45° alla 48° posizione. Se Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, sosteneva che sarebbe stato meglio “vivere in un paese che ha dei giornali e nessun governo piuttosto che in un paese che ha un governo e nessun giornale”, lo stesso non si può dire 230 anni dopo di Donald Trump. Il Presidente americano, a un anno dalla fine del suo mandato, non ha mai smesso di attaccare i giornalisti definendoli “nemici del popolo americano” e, nella sua prima uscita da presidente, “le persone più disoneste della terra”. Nel mirino di Trump in questi anni sono finiti tutti i principali quotidiani e broadcast del paese, dal New York Times alla Nbc, accusandoli di “fabbricare fake news” per polarizzare il dibattito politico. Se i giornalisti rifiutano di farsi imbavagliare e continuano a raccontare le loro verità l’opinione pubblica si divide tra chi sostiene il loro operato e gli elettori di Trump che seguono il leader repubblicano nei suoi attacchi. Sono proprio questi ultimi a rappresentare una criticità nel panorama americano attraverso attacchi ai giornalisti e il rifiuto di credere a ciò che dicono e scrivono cavalcando le dichiarazioni secondo cui sarebbero produttori di false informazioni. Ma la situazione è peggiore in altri paesi. Nelle filippine il presidente Duterte subito dopo la sua elezione, avvenuta nel 2016, aveva dichiarato che “non è perché siete giornalisti che siete esentati dall’essere assassinati, se siete dei figli di puttana”. Una legittimazione della violenza nei confronti dei media estremamente preoccupante, tanto più in un paese che dal 1992 ad oggi ha visto quasi 80 reporter uccisi. Una situazione sempre più difficile si registra anche in America Latina dove le elezioni in Messico (144°), Brasile (105°), Venezuela (148°), Paraguay (99°), Colombia (129°), El Salvador (81°) e Cuba (169°) hanno portato ad un aumento degli attacchi ai media e un conseguente abbassamento complessivo dell’indice per la regione. Una situazione di insicurezza che porta spesso i giornalisti dell’area a forme di autocensura con pesanti ricadute per la qualità dell’informazione. Le critiche e le pressioni politiche sui giornalisti contribuiscono dunque a creare un clima di tensione e di insicurezza per i reporter alimentando malumori che spesso si trasformano in violenti attacchi.  

Pericoli – Minacce, insulti e attacchi fanno ormai parte dei rischi del mestiere di cui deve tener conto un giornalista. Un clima d’odio testimoniato dai numeri: 30 i giornalisti uccisi dall’inizio del 2019 ad oggi. Un vero e proprio bollettino di guerra che vede in testa alla macabra classifica il Messico che con 10 giornalisti uccisi quest’anno si conferma il paese in cui chi fa questo mestiere rischia maggiormente la vita. Da Rafael Murua Manríquez, ucciso il 10 gennaio scorso, fino a Nevith Condés Jaramillo, vittima di un agguato il 24 agosto, dieci vittime che rendono il Messico un paese in cui la libertà di stampa rischia di scomparire. Problema principale dello stato centroamericano è la presenza massiccia e pericolosa dei narcos e di un sistema corruttivo esteso che porta a pesanti commistioni tra mondo politico-imprenditoriale e mondo criminale. Un quadro complesso e pericoloso che provoca più morti tra i reporter di zone di guerra come Siria (1 morto nel 2019) e Afghanistan (3 morti) e rende vulnerabile l’intera categoria. Violenze e omicidi contribuiscono a generare un clima di paura tra i giornalisti che hanno reagito con il silenzio e l’autocensura creando così zone di silenzio che garantiscono un cono d’ombra mediatico sul sistema criminale-corruttivo.

Arresti – A zittire i giornalisti, spesso, ci pensa lo stesso stato. Censure e arresti sono diventate strumenti sempre più utilizzati dai regimi per fermare giornalisti reputati scomodi. Secondo i dati di Reporters Without Borders nel 2019 sono 237 i giornalisti imprigionati di cui 70 nella sola Cina di Xi Jinping. Una situazione difficile anche in Egitto dove 27 giornalisti si trovano agli arresti, 5 fermati solo a settembre, con l’accusa di aver documentato manifestazioni anti-regime o aver condotto inchieste sul presidente Abdel Fattah al-Sisi. Una stretta sull’informazione confermata dal blocco di diversi social e siti di informazione stranieri durante le proteste iniziate il 16 settembre per chiedere le dimissioni di al-Sisi. Una situazione non troppo diversa da quella turca dove sono 28 i reporter in carcere, tutti arrestati negli ultimi due anni dopo la stretta di Erdogan sull’informazione a seguito del fallito golpe del 15 luglio 2016 che portò all’arresto di massa di diversi oppositori politici tra cui 20 giornalisti.  

Italia – Nel nostro paese, invece, la situazione sembra segnare una tendenza parzialmente positiva. Nell’indice stilato da Reporters Without Borders, l’Italia ha guadagnato 3 posizioni e risulta essere al 43° posto per libertà di stampa. Un risultato importante ma che disegna un quadro costellato da diverse difficoltà. Primo profilo critico sottolineato dall’organizzazione è la presenza di minacce da parte di diverse organizzazioni criminali. Mafia e gruppi estremisti rappresentano infatti un pericolo reale e tangibile per l’intera categoria tanto che si evidenzia come “il livello di violenza contro i giornalisti è allarmante e continua a crescere, soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, nonché a Roma e nella regione circostante”. I giornalisti, però, non si lasciano quasi mai spaventare da intimidazioni e minacce e portano avanti con coraggio e determinazione le loro inchieste garantendo così una qualità dell’informazione elevata e un effettivo dibattito democratico. Determinazione e coraggio dati, senza dubbio, anche dalla presenza di agenti di scorta che proteggono e tutelano circa una ventina di giornalisti permettendogli di svolgere più serenamente il loro lavoro. Ma proprio le scorte rischiano di diventare un pericolo per la qualità dell’informazione, non certo per il loro lavoro, ma per la presenza di politici che “minacciano il ritiro della protezione a seguito di notizie o opinioni espresse”. Un profilo che sarebbe già di per sé problematico ma lo diventa ancor di più nel caso in cui a lanciare certe minacce sia un Ministro dell’Interno nell’esercizio delle sue funzioni, come recentemente accaduto.   In un mondo in cui la libertà di stampa è sempre più minacciata c’è anche chi va controcorrente. L’Etiopia, dopo che per anni si è ritrovata in fondo a questa classifica, ha avuto un miglioramento di ben 40 posizioni e si trova al 110° posto. Dall’elezione di Abiy Ahmed Ali si è assistito ad un’inversione di tendenza significativa: è stato ripristinato l’accesso ai siti di informazione stranieri, tutti i reporter detenuti sono stati rilasciati ed è stata istituita una commissione indipendente per revisionare una legge del 2009 sul terrorismo spesso utilizzata per colpire i media. Una nuova era per l’Etiopia promossa e difesa del suo primo ministro che, non a caso, quest’anno ha ricevuto il Nobel per la pace. Il mondo, questa volta, dovrebbe guardare all’Africa. Non per commuoversi o aiutarla ma per prendere nota ed imparare. Perché l’esempio dell’Etiopia possa contagiare tutti e possa rendere, finalmente, la libertà di stampa un diritto granitico e garantito a tutti. Perché una stampa indipendente è il presupposto inalienabile per una società più libera e democratica.

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