Author Archives: Marco Colombo

Il punto su Hong Kong

Il movimento, nato pacifico, sta diventando sempre più violento e radicale in risposta agli abusi della polizia. Il ritiro della legge sull’estradizione non ha placato le proteste che da ventiquattro settimane scuotono l’ex colonia britannica e gli Hongkongers non sembrano intenzionati a fare passi indietro mentre lo spettro di una nuova Tienanmen incombe.
9 giugno 2019. A tre giorni dalla discussione in parlamento della legge sull’estradizione voluta dalla governatrice Carrie Lam, il ‘Fronte per i diritti umani’ convoca una marcia di 3km per esprimere il proprio disappunto sul provvedimento. La manifestazione è un successo. Oltre un milione di persone si riversa per le strade di Hong Kong sfilando pacificamente da Victoria Park fino al LegCo, il palazzo governativo. È l’inzio di un movimento di protesta che, da quel momento, non si è più fermato arrivando alla 24° settimana consecutiva di proteste. Un movimento nato pacifico, trasversale ed immenso in grado di portare in piazza due milioni di persone (due volte la popolazione totale di Napoli, per intenderci) nel pomeriggio del 16 giugno. Un movimento che, però, con il passare delle settimane è diventato sempre più violento e deciso e di conseguenza meno partecipato e condiviso da chi quella violenza l’ha sempre rifiutata.
Con il passare delle settimane sono cambiate anche le richieste dei manifestanti al governo. L’Extradition Bill, la controversa legge che aveva dato il via alle manifestazioni, è stata prima sospesa e poi ritirata definitivamente dalla governatrice Carrie Lam. Un gesto di debolezza da parte della Chief Eecutive che, oltre ad averne minato in parte la credibilità agli occhi di Pechino, non ha sortito l’effetto sperato. Le proteste infatti non si sono fermate e i manifestanti hanno ribadito con forza lo slogan che li accompagna da ormai 6 mesi: “5 demands, not one less”. Cinque domande. Cinque richieste al governo e nessuna intenzione di rinunciare a nessuna di queste: il ritiro, già ottenuto della legge sull’estradizione; il rilascio di tutti i manifestanti arrestati; le dimissioni di Carrie Lam; il suffragio universale per l’elezione del consiglio legislativo e dello Chief Executive; l’istituzione di una commissione indipendente sulle violenze della polizia.
Proprio la polizia è infatti finita in questi mesi al centro delle polemiche. La repressione messa in atto dalle forze dell’ordine è stata in varie occasioni brutale e spropositata ed ha contribuito a radicalizzare e rendere più violento anche il movimento nato pacificamente. Una spirale di violenza in cui gli abusi della polizia hanno causato gli assalti sempre più duri da parte dei manifestanti innescando un infinito circolo vizioso. Se in questi mesi abbiamo assistito ad episodi estremi da entrambi gli schieramenti (dall’occupazione del LegCo, alle cariche indiscriminate in luoghi chiusi) il culmine lo si è raggiunto lunedì mattina. Alle prime luci dell’alba, infatti, un agente ha colpito con tre colpi di pistola a bruciapelo un manifestante disarmato che ora versa in condizioni critiche in ospedale. La reazione dei manifestanti è stata violentissima. La città è stata messa a ferro e fuoco ed un cittadino cinese, che si era avvicinato per provocarli, è stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme. La rabbia dei manifestanti e gli abusi della polizia hanno contribuito a ridurre la partecipazione che, se inizialmente vedeva la partecipazione di 2/3 della popolazione, ora è limitata a circa 100/200 mila persone. Numeri altissimi, certo, ma non paragonabili alla marea umana che fino a metà luglio riempiva la città ogni weekend.
Ma nonostante i numeri parzialmente ridotti, la città è sotto scacco. Dopo le violenze di lunedì, i manifestanti hanno deciso di rimanere in piazza dando vita a quello che, di fatto, è il più lungo scontro con la polizia dall’inizio delle proteste. Tre giorni ininterrotti di tumulti e guerriglia urbana stanno paralizzando Hong Kong. I manifestanti hanno preso di mira semafori e stazioni della metro paralizzando di fatto il traffico in gran parte della città. Si stima che circa 200 semafori siano stati divelti o danneggiati e gli incroci stradali bloccati con barricate improvvisate mentre gli scontri più violenti si registrano nella zona dell’Università Cinese di Hong Kong. Le forze dell’ordine da lunedì sera sono schierate in tenuta antisommossa intorno al Campus occupato dai manifestanti e hanno ripetutamente tentato di liberarlo con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. A nulla è servita la mediazione dei vertici dell’Università che hanno chiesto alle forze dell’ordine di non entrare negli spazi dell’ateneo dove, invece, da giorni va in scena una vera e propria battaglia in cui sono comparsi anche archi e frecce infuocate. Secondo i dati diffusi dalla polizia nella sola giornata di lunedì gli scontri avrebbero interessato 50 aree della città e avrebbero portato all’arresto di 287 persone (e altre 150 nella giornata martedì) e all’utilizzo di 255 candelotti lacrimogeni, 90 granate in spugna e 204 proiettili di gomma. La città è nel caos totale, la polizia fatica a muoversi in città e sedare le proteste per via dei blocchi stradali, gli studenti cinesi sono stati evacuati con una nave militare e il governo condanna le violenze ma non riesce a fermarle. Una situazione ormai fuori controllo che sta evidenziando tutti i limiti di Carrie Lam, sempre più incapace di riportare l’ordine in citta.
Proprio la Chief Executive è stata al centro di diversi rumors circa un piano, smentito da Pechino, per costringerla alle dimissioni e sostituirla a inizio 2020 dopo aver sedato le proteste con la forza. Una serie di decisioni e dichiarazioni controverse e, per certi versi incomprensibili, prese dalla governatrice hanno infatti contribuito ad alimentare le proteste invece di sedarle. Dalla sospensione dell’Extradition Bill al divieto di indossare maschere, dal supporto totale alla violenza delle forze dell’ordine all’accusa di egoismo ai manifestanti che paralizzano la città: Carrie Lam sta gettando benzina sulle fiamme che da 7 mesi bruciano Hong Kong. Un atteggiamento certo non gradito a Pechino che vede nelle proteste una sfida al suo nazionalismo e non può tollerarle ancora a lungo mentre le democrazie di tutto il mondo guardano con soddisfazione l’assalto degli Hongkongers all’autoritarismo del potente vicino.  Una situazione critica in cui la Cina starebbe meditando di agire in prima persona. Se da tempo, infatti, infatti si vocifera di un possibile intervento dell’esercito cinese per ripristinare l’ordine, le nuove violenze potrebbero portare il governo a prendere una decisione drastica e irreversibile. A lanciare l’avvertimento è stato il “Global Times”, giornale cinese vicino al governo, che ha paragonato i manifestanti all’ISIS e ha ricordato come “l’Esercito Popolare Cinese può entrare ad Hong Kong e riportare la calma”.
Mentre Hong Kong brucia ed affronta la prima recessione da 10 anni a causa delle proteste che ne hanno paralizzato l’economia la Cina resta alla finestra. Ma la sensazione è che non tollererà ancora a lungo tutto questo. Ora più che mai, lo spettro di una nuova Tienanmen incombe sull’ex colonia britannica.

Un calcio al razzismo: tra immobilismo e indignazione a metà

“Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.”
– Giorgio Gaber –
Verona, 3 novembre 2019. Nel secondo tempo dalla curva dell’Hellas Verona partono ululati razzisti verso l’attaccante bresciano Mario Balotelli. Il giocatore non ci sta. Raccoglie la palla e la scaglia in tribuna costringendo l’arbitro ad interrompere la partita per diversi minuti. La reazione di Balotelli, da molti considerata spropositata, è il grido disperato di un campione che non può più tollerare certi episodi. Un gesto che ha riacceso i riflettori su uno dei problemi più taciuti del calcio italiano e non solo: il razzismo negli stadi.
Italia – In Italia, nel calcio e non solo, è emergenza razzismo. Lo ha evidenziato a inizio campionato anche il presidente della FIFA Gianni Infantino sottolineando come “in Italia la situazione del razzismo non è migliorata e questo è grave”. Si tratta di un problema reale e sempre più preoccupante perché ormai diffuso in ogni categoria, anche quelle in cui il calcio dovrebbe essere divertimento e veicolo di valori positivi. Come tra i “pulcini”, classe 2009, che a 10 anni già corrono dietro un pallone con un tifo spesso troppo estremo da parte dei genitori in tribuna. Così a Desio, provincia di Milano, durante la partita tra la Aurora Desio e la Sovicese dagli spalti una mamma ha iniziato a rivolgere insulti razzisti nei confronti di un bambino. “Negro di merda”. Proprio così. Senza se e senza ma. Senza pudore. Senza senso. E se sono le madri le prime pronte ad insultare dei bambini discriminando con parole d’odio, è evidente che esita un problema culturale che va combattuto con l’educazione e l’istruzione. Il caso di domenica scorsa non è dunque che la punta di un iceberg gigantesco, il caso diventato emblematico di un problema che torna a galla sono in relazione ad episodi estremi. Parole di condanna si susseguono da più parti ad ogni nuovo ululato che interrompe le partite. Parole a cui, troppo spesso, non seguono fatti.
Ne è esempio plastico l’Hellas verona. Non è la prima volta che la società finisce al centro delle polemiche: il 15 settembre durante Verona Milan il Bentegodi copre di fischi l’ivoriano Kessie e il campano Donnarumma. Il giorno dopo piovono comunicati di condanna, squadre, giocatori, esperti e federazione sono tutti concordi nel definire inaccettabili i fischi. Tutti tranne la società veronese che, tramite il suo account Twitter, minimizza la faccenda: “I ‘buuu’ a Kessie? I fischi a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del nostro tifo”. E ancora condanne e richieste di scuse, mai arrivate, alla società gialloblù. Ma a quell’episodio non sono seguiti provvedimenti e, nel giro di qualche settimana, è calato il silenzio sul razzismo al Bentegodi. Fino ad una settimana fa. Fino a quel gesto di Balotelli che ha spezzato la solita catena fatta di ululati, condanne, minimizzazione e poi silenzio. Un elemento preoccupante, però, è dato dalle dichiarazioni post partita con cui ancora una volta il Verona ha minimizzato i fatti: “Non facciamo un caso dove non c’è.” ha detto l’allenatore Juric “non ci sono stati cori ai suoi danni”. Ma il gesto di Balotelli ha interrotto, come si è detto, quel circolo a cui eravamo soliti assistere. Il clamore mediatico della vicenda ha portato il Verona all’inevitabile decisione di punire con il divieto di entrare allo stadio fino al 2030 Luca Castellini. Leader della formazione veneta di Forza Nuova e della curva gialloblù, Castellini aveva commentato la vicenda rincarando la dose ed affermando che “anche se ha la cittadinanza, Balotelli non sarà mai del tutto italiano”. Una decisione che, seppur inevitabile visto il tenore delle dichiarazioni e la copertura mediatica che hanno avuto, è un piccolo passo avanti nel panorama calcistico italiano. Un enorme passo avanti, però, per il contesto veronese.
Regolamento – In Italia appare dunque sempre più evidente come in assenza di casi eclatanti nulla si muova. Basti pensare che l’attuale regolamento federale che disciplina i casi di razzismo è stato perfezionato solo sull’onda degli ululati razzisti rivolti dalla curva interista ai danni del giocatore del Napoli Koulibaly nella partita del 26 dicembre scorso. In un ambiente già teso per gli scontri che nel prepartita avevano portato alla morte dell’ultras Daniele Belardinelli, la tifoseria organizzata nerazzurra aveva ripetutamente intonato il verso della scimmia nei confronti del giocatore senegalese. L’ennesimo episodio, in un campionato già costellato di fischi e ululati indirizzati a giocatori di colore, convinse la federazione ad operare una serie di modifiche al regolamento per snellire le procedure da seguire in caso di situazioni simili. Le norme del campionato italiano, in linea con i protocolli internazionali, prevedono che in caso di cori discriminatori l’arbitro possa sospendere la partita per qualche minuto e successivamente interromperla, se i cori dovessero continuare. Nessuna importanza ricopre, ai fini della sospensione, il numero di tifosi coinvolti ma solo se il coro è udibile in modo distinto dal direttore di gara o dal responsabile dell’ordine pubblico. Una volta fermata la partita è l’arbitro a gestire in maniera insindacabile la fase sospensiva decidendo se far rientrare o meno i giocatori negli spogliatoi e se e quando far riprendere la partita. Superati i 45’ di sospensione, però, il direttore di gara ha l’obbligo di dichiarare definitivamente sospesa la partita ed avvisare gli organi di Giustizia Sportiva. Ma è proprio la giustizia sportiva a rappresentare l’anello debole del meccanismo pensato dalla FIGC. Gli organi preposti possono infatti intervenire su segnalazione dell’arbitro e delle autorità in caso di cori discriminatori durante la gara o in caso di sospensione ma solo contro soggetti tesserati. Non vi è dunque la possibilità di colpire direttamente i singoli tifosi responsabili, lasciata in capo alla giustizia penale ed alle singole società. Il giudice si rifà dunque sul club o sull’intero settore con multe o chiusure totali o parziali dello stadio per le partite successive.
La giustizia ordinaria è dunque l’unico ambito in cui le discriminazioni vengono punite adeguatamente e nello specifico: caso per caso, spettatore per spettatore. Chi viene identificato incorre in una denuncia corredata dal cosiddetto DASPO, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Ma nulla può contro le condotte incivili e aggressive, o per i casi di razzismo meno evidenti e più controversi, insomma tutto quello che non costituisce reato può essere trattato soltanto dai club. E in Italia, raramente i club prendono posizioni così nette e, purtroppo, impopolari tra i tifosi. Punire i responsabili vorrebbe dire allontanare i propri “tifosi” dallo stadio, magari inimicandosi quell’oscuro e turbolento mondo del tifo organizzato.
Mondo Ultras – Sono proprio i gruppi organizzati a far riecheggiare, il più delle volte, nel loro settore fischi ululati e cori discriminatori. Forti di un radicamento decennale, i gruppi ultras comandano interi settori che nel tempo sono diventate vere e proprie zone franche dentro lo stadio in cui i capi delle tifoserie organizzate dettano legge. La loro forza e sicurezza è tale da tenere letteralmente in scacco le società. Accade, ad esempio, a Torino dove i tifosi della Juventus, come accertato dall’inchiesta “Alto Piemonte”, utilizzano i cori discriminatori come arma di ricatto per avanzare pretese sui biglietti omaggio. Con uno schema molto semplice, i principali gruppi ultras pretendono dalla dirigenza un certo numero di biglietti gratuiti che alimentano il business del bagarinaggio gestito dalle cosche calabresi infiltrate nella curva bianconera. In caso di risposta negativa partono i cori razzisti con un unico obiettivo: far squalificare il campo e giocare la partita successiva a porte chiuse provocando un danno economico non indifferente alla società.
Ma le curve italiane hanno un altro grosso problema: la politica. Molte tifoserie organizzate sono legate a doppio filo a formazioni politiche di estrema destra. Dall’Hellas all’Inter passando per la Lazio, ogni domenica militanti dell’ultradestra italiana svestono i panni politici e indossano quelli da ultras. Un cambio di abiti che però non può cancellare l’indole di questi soggetti che riempiono d’odio le curve di mezza Italia arrivando a schierarsi contro i propri giocatori pur di non ammettere l’insensatezza di certi comportamenti. È accaduto di recente, con la curva dell’Inter che in un comunicato ha difeso i cori razzisti indirizzati dai tifosi del Cagliari all’attaccante nerazzurro Romelu Lukaku definendo gli ululati in occasione del rigore calciato dal belga “una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli”.
Il calcio italiano è dunque fragile e sembra non essere pronto ad affrontare concretamente e seriamente il razzismo negli stadi. Eppure basterebbe poco. Basterebbe dare uno sguardo all’estero e prendere esempio dal resto del mondo. Dall’Inghilterra ad esempio, dove durante la partita di FA Cup Haringey Borough-Yeovil Tow due tifosi hanno indirizzato insulti razzisti al portiere camerunense Valery Douglas Pajetat per distrarlo in occasione di un rigore. Nessuna esitazione né da parte dell’arbitro, che dopo il rigore ha sospeso la partita, né da parte delle forze dell’ordine che hanno individuato ed arrestato i due soggetti. Pugno duro senza guanti di velluto. È questa la strategia della federazione inglese che da tempo ormai ha deciso di prendere una posizione netta contro gli episodi di questo genere arrivando addirittura a disporre 6 settimane di carcere l’autore di un tweet a sfondo razzista sul giocatore egiziano del Liverpool Mohamed Salah. Nel nostro paese, dove fino a un decennio fa potevamo vantare il calcio più bello del mondo, i silenzi sul razzismo si stanno trasformando in una sorta di legittimazione. L’immobilismo della federazione lascia troppi varchi per quegli psudo tifosi che allo stadio si sentono gli invincibili padroni di un territorio senza regole.
Non tutto però è perduto. Se la federazione resta immobile, iniziano a muoversi i club. Lo ha fatto, ad esempio, la Roma che ha daspato a vita, e segnalato alle autorità, un “tifoso” che su Instagram aveva insultato il difensore brasiliano Juan Jesus per il suo colore della pelle. Lo ha fatto il Pescara con un tweet ha risposto ad un tifoso che ne criticava le posizioni sul razzismo senza mezzi termini. “Basta con questa storia del razzismo” aveva scritto un certo Andrea dell’Amico “vi ho sempre sostenuto ma direi che è ora di finirla voi e quei comunisti del ca**o, state per perdere un tifoso fate voi”. Facciamo noi? Bene, signore e signori Andrea non è più un nostro tifoso” la risposta del club con tanto di emoticon festeggianti. Forse non sarà una svolta epocale, ma certo da speranza. In un mondo immobile e cieco, qualcosa si muove. Intanto, però, restiamo attoniti ad indignarci stancamente per qualche giorno ogni qualvolta uno pseudo tifoso decide di riempire d’odio gli stadi del Bel Paese che, come, direbbe il signor G:
ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia

L’imprevedibilità dell’America Latina tra proteste presenti e future

“Il giorno tropicale era un sudario
Davanti ai grattaceli era un sipario
Campa decentemente e intanto spera
Di essere prossimamente milionario
– Enzo Jannacci –

Cile, Equador, Bolivia, Venezuela e non solo. L’America Latina è scossa da proteste sempre più violente che rendono ancor più instabile una situazione già drammaticamente difficile mettendo in luce le fragilità di un continente spesso abbandonato a sé stesso. Manifestazioni, incendi e rivolte divampano per le strade delle principali città sudamericane contro una politica neoliberista che sta mostrando al mondo tutti i suoi limiti.
Venezuela – A dare il via ad un anno drammatico per il continente sudamericano era stato ad inizio 2019 il Venezuela. Il 23 gennaio durante una manifestazione antigovernativa, il presidente dell’assemblea parlamentare Juan Guaidò si è autoproclamato Presidente ad interim disconoscendo di fatto il potere di Maduro. L’autoproclamazione di Guaidò ha ricevuto l’appoggio di diversi paesi e nel corso dei mesi è stato riconosciuto da più di 50 stati come legittimo presidente. Una presa di posizione da parte della comunità internazionale che ha ulteriormente indispettito Maduro, eletto a gennaio per il secondo mandato presidenziale, che ha gridato al complotto internazionale ordito dagli Stati Uniti per delegittimare il governo del popolo. La situazione è ben presto degenerata trasformandosi in una lotta di potere: da una parte Maduro, appoggiato dall’esercito, dall’altra Guaidò sostenuto da una fetta della popolazione e dai leader mondiali.  Ma se la situazione sembrava essere stabile e sotto controllo nel giro di qualche giorno è scoppiata all’improvviso. Il 30 aprile con un messaggio diffuso sul web, il presidente ad interim ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza per rovesciare il governo illegittimo. Ne è nata una battaglia cruenta tra sostenitori di Guaidò e l’esercito fedele al governo che per un giorno intero ha sedato i tentativi dei manifestanti di sovvertire il potere di Maduro. A sei mesi dal tentato colpo di stato, la situazione venezuelana non è migliorata. Messa da parte, fino ad ora, la strategia più dura e violenta rimangono alte le tensioni in un interminabile braccio di ferro tra Washington e Caracas.
Il paese, ora, è sull’orlo del baratro con un’inflazione record e un sistema di welfare al collasso. Secondo ‘Medici senza frontiere’ ospedali e cliniche hanno personale inadeguato e forniture mediche insufficienti, problemi gravi anche nel settore scolastico con diversi professori costretti a fuggire dalla repressione del governo, stipendi inesistenti e strutture inadeguate. Si stima che il 94% della popolazione venezuelana, pari a circa 30 milioni di persone, viva in uno stato di insicurezza alimentare, mentre l’82% non ha accesso a fonti di acqua sicure. Le condizioni di salute hanno raggiunto livelli drammatici: il tasso di mortalità materna sfiora il 65%, per la mancanza di strutture sanitarie e pratiche igieniche adeguate. Una situazione che sta spingendo i venezuelani ad un esodo di massa. 4,5 milioni di Venezuelani, il 12% della popolazione totale, ha lasciato il paese per rifugiarsi negli stati vicini dando vita al più grande fenomeno migratorio nella storia dell’America Latina e sta mettendo il sistema di accoglienza di diversi paesi, Colombia in primis.
Bolivia – Brogli elettorali e contestazioni. Il 20 ottobre la Bolivia è scesa in piazza per contestare la vittoria alle elezioni del presidente uscente Evo Morales. Dato dai primi exit poll in vantaggio con uno scarto minimo rispetto allo sfidante Carlos Mesa, Morales è stato proclamato vincitore in serata con un vantaggio di oltre 10 punti percentuali. Un cambio improvviso nello scrutinio che ha lasciato perplessi i boliviani e l’opposizione che si è mobilitata per contestare il risultato gridando ai brogli elettorali. Anche gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina hanno espresso preoccupazione per il drastico cambio dei risultati. Michael Kozak, assistente segretario del dipartimento di Stato americano per gli affari dell’emisfero occidentale, ha definito l’interruzione nel conteggio dei voti del Tribunale Supremo Elettorale un «tentativo di sovvertire la democrazia boliviana», invitando l’organo a «ripristinare la credibilità del processo elettorale». Milioni di boliviani sono scesi in piazza e le proteste continuano tutt’ora nonostante i tentativi di reprimerle abbiano già provocato due morti e diversi feriti.
Morales, al momento della sua prima elezione nel 2006, era visto come un leader in grado di rilanciare l’economia e la vita in Bolivia. Ex coltivatore di coca e sindacalista è stato il primo boliviano di origine indigena ad essere eletto alla presidenza del paese lasciando immaginare un importante impegno a sostegno delle popolazioni indios. Quel sostegno, se non a parole, è mancato quasi totalmente e la sua politica ha fatto crescere il malcontento in tutto il paese. Se da un lato ha fatto ripartire l’economia boliviana abbassando il tasso di povertà, dall’altro ha commesso gravi errori attirando su di se critiche da ogni schieramento. Un primo momento di crisi lo si è avuto nel 2011 quando un movimento di protesta nato dalle comunità indigene fu represso nel sangue dalla polizia schierata in assetto antisommossa. Gli indios erano scesi in piazza per mostrare la loro contrarietà alla realizzazione dell’autostrada Cochabamba-San Ignacio de Moxos che, secondo i piani di Morales, avrebbe dovuto attraversare il Parco nazionale Isiboro terra abitata dagli indigeni. Proprio quelle comunità Indios che con la sua elezione aveva promesso di tutelare erano dunque le prime minacciate dall’opera e la repressione del movimento di protesta aveva scatenato la rabbia e l’indignazione di tutta la Bolivia. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il referendum del 2016 indetto da Morales per eliminare il vincolo dei due mandati e potersi candidare per una terza volta. Il risultato elettorale, che aveva sconfitto il presidente bocciando il quesito, era stato annullato dalla Corte Suprema aprendo di fatto la strada alla modifica costituzionale sognata dal presidente. La Bolivia, con l’inizio del terzo mandato di Morales, sembra scivolare verso un autoritarismo di stampo socialista confermata dai risultati ancora dubbi delle elezioni di una settimana fa. I boliviani, però, iniziano a malsopportare l’attaccamento ormai morboso al potere del leader indios che sembra aver tradito la fiducia del popolo.
Cile – Chi invece il supporto del popolo lo ha già perso è il presidente cileno Sebastian Piñera. Da più di una settimana ormai le principali città del paese sono scosse da violente proteste iniziate come risposta alla decisione del governo di aumentare il prezzo del biglietto della metropolitana e ben presto diventate valvola di sfogo per un malcontento più profondo. I manifestanti chiedono al governo misure concrete per contrastare le crescenti disuguaglianze nel paese e le proteste hanno scatenato una risposta durissima da parte delle autorità. L’esercito pattuglia le strade e il governo ha imposto il coprifuoco dalle 21 alle 7 disponendo l’arresto di chiunque non abbia un’autorizzazione per uscire.  Il drastico provvedimento è arrivato dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza avvenuta dopo 3 giorni di guerriglia urbana ininterrotta per le strade di Santiago. Una decisione drastica che ha riportato il paese indietro di 30 anni quando durante la dittatura di Pinochet era imposta una misura identica.
Ma se, visto da fuori, non sembra essere un paese problematico la realtà è ben diversa. “La Svizzera del sudamerica” come viene spesso chiamato il paese è l’unico paese del continente ad essere membro dell’OCSE (dal 2010) e presenta un quadro finanziario che sembra dipingere un paese benestante: Pil pro capite prossimo ai 25mila dollari, inflazione molto bassa, rispetto agli standard regionali e un debito pubblico che vale meno di un quarto del prodotto interno lordo. Ma quella che sembra essere una situazione rosea nasconde gravi disuguaglianze. Secondo le ultime rilevazioni della Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal), la ricchezza media delle famiglie cilene è di circa 115 mila dollari. Cifre importanti che non tengono conto però della sua suddivisione: solo il 11% delle famiglie cilene (550 nuclei familiari circa) ne beneficia realmente con una ricchezza media di 760 mila dollari, mentre per la metà più povera dei cittadini il dato si ferma a quota 5mila dollari. Un Cile che, sebbene i dati lo facciano sembrare un paese benestante, è pervaso da problemi strutturali che richiedono un intervento profondo del governo. Intervento che, per ora, è stato solo armato e volto a reprimere un malcontento generale ormai esploso.
Altro – In Argentina, la vittoria di Alberto Fernandez alle elezioni dello scorso weekend potrebbe aprire la strada ad un cambio di rotta. Le politiche di austerità del precedente governo, guidato dall’ex presidente del Boca Juniors Mauricio Macri, avevano causato il ristagno della produzione elettorale portando il paese alla recessione del 2018 che aveva costretto il governo a chiedere il più grande intervento nella storia del Fondo Monetario Internazionale: 58 miliardi di dollari. In Argentina, dunque, tutto sembra essersi risolto all’interno di un contesto elettorale ma la situazione rimane tesa e potrebbe esplodere da un momento all’altro se Fernandez non riuscisse a dimostrare la sua capacità di cambiare rotta.
Se in argentina è ancora latente, il malcontento ha iniziato a manifestarsi con forza in Brasile. Migliaia di persone manifestano da agosto contro le politiche del presidente Jair Bolsonaro ed in particolare contro i tagli all’istruzione e le misure di bilancio approvate dal suo governo. Già al centro di durissime critiche durante tutta l’estate per la sua gestione dei terreni dell’Amazzonia, il presidente è sempre meno popolare e le sue politiche unite al suo coinvolgimento nell’omicidio dell’attivista Marielle Franco potrebbero essere la scintilla che accende la miccia del malcontento brasiliano.
L’America Latina è una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro, dove non è già successo. Una situazione caotica e imprevedibile che sta rendendo la regione instabile politicamente ed economicamente e sta portando ad una presenza sempre maggiori di figure militari al fianco di quelle politiche. Se non è un pericolo per la democrazia, è sicuramente un segnale di come gli eserciti abbiano mantenuto enorme influenza culturale, autonomia e potere anche dopo la fine delle dittature, e che ancora oggi siano un punto di riferimento importante per le istituzioni civili deboli e in difficoltà. In un’America Latina martoriata e sempre più in difficoltà, dunque, si profila uno scontro sempre più duro tra i popoli e i loro governi. Con l’esercito che resta a guardare e la comunità internazionale che attende, magari cantando una canzone.
“Ahi Sudamerica, Sudamerica, Sudamerica
E i ballerini aspettan su una gamba
L’ultima carità di un’altra rumba

Un lenzuolo per Giovanni con Libera Milano

“Essere Giornalista è sentire l’ingiustizia del mondo sulla propria pelle,è schierarsi dalla parte della verità, è denuncia, è ricerca, è curiosità,è approfondimento, è sentirsi troppe volte ahimè spalle al muro. Essere Giornalista significa farsi amica la paura e continuare sulla propria strada perché raccontando si diventa scomodi a qualcuno.”
-Giancarlo Siani-


19 luglio 1992. 57 giorni dopo la strage di Capaci altro tritolo scuote Palermo uccidendo, in via d’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Un doppio attacco al cuore dell’Italia che in meno di due mesi perse i due più grandi simboli della lotta alla mafia. I palermitani, sgomenti e attoniti, decisero che non era più tempo di tacere di fronte ad una violenza sempre più feroce. I balconi del capoluogo siciliano si riempirono di lenzuoli bianchi per dire no alla mafia. Esporre un lenzuolo, nella Palermo assediata dalla mafia, era un gesto che segnava il risveglio delle coscienze. Un lenzuolo alla finestra era un modo per mostrare da che parte stare. 28 anni dopo quelle stragi i lenzuoli, divenuti ormai un simbolo per il movimento antimafia, torneranno ad invadere Palermo il 21 marzo 2020 grazie ad un’iniziativa del coordinamento di Libera Milano.

21 marzo – È il primo giorno di primavera, simbolo di rinascita e speranza. Proprio per questo motivo Libera ha scelto questo giorno per celebrare la ‘Giornata della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’. Dal 1996, ogni anno in una città diversa, vengono scanditi uno ad uno i nomi di tutte le vittime innocenti delle mafie in un interminabile “rosario civile” che faccia continuare a vivere la memoria e le idee di quanti sono stati uccisi dalla criminalità organizzata. Una lettura che si trasforma in una preghiera laica di speranza. Sono passati ormai 24 anni da quando su un palco improvvisato in Campidoglio vennero letti per la prima volta quei nomi, 300 allora e più di mille oggi, e di strada Libera ne ha fatta tanta. A Bari nel 2008 c’erano 100 mila persona, 150 mila l’anno successivo a Napoli, oltre 200 mila a Bologna nel 2015. Poi le manifestazioni regionali e provinciali che, dal 2016, hanno affiancato quella nazionale per permettere a tutti di ascoltare quella lettura nei propri territori. Nel mezzo un riconoscimento importante: Il 1° marzo 2017, con voto unanime alla Camera dei Deputati, è stata approvata la proposta di legge che istituisce e riconosce il 21 marzo quale “Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.

Altro e Altrove – Nel 2020, in occasione dei 25 anni di Libera, si terrà nuovamente un’unica manifestazione nazionale e sarà a Palermo. Quella Palermo martoriata per anni dalla violenza mafiosa. Quella Palermo simbolo, però, anche di riscatto civile e rinascita. Una città profondamente cambiata dove la mafia esiste ancora ma non comanda come un tempo, mentre si moltiplicano le esperienze di resistenza ad ogni forma di oppressione e di violenza. Lo slogan che accompagnerà la manifestazione sarà “Altro e Altrove”, scelto per ribadire l’impegno dell’associazione: ““Altro”, come ulteriore impegno per procedere su questa strada battuta in venticinque anni, verso un “altrove” ancora da liberare dalla presenza di mafie e corruzione, in cui vengano messi al centro i bisogni e i desideri delle persone”. Un 21 marzo in cui Libera e le migliaia di persone che vi prenderanno parte si riapproprieranno di una città il cui nome è stato per troppo tempo accostato a quello di Cosa nostra. Lo faranno marciando insieme per le strade della città con un corteo che partirà in mattinata e si snoderà fino per le vie di Palermo fino ad arrivare al palco da cui, in un solenne silenzio, verranno letti i nomi delle 1011 vittime innocenti della mafia.  

Lenzuoliamo Palermo – Nel capoluogo siculo, con Libera, torneranno anche quei lenzuoli simbolo di legalità che nel 1992 riempirono i balconi della città. È l’iniziativa “Lenzuoliamo Palermo” lanciata dal coordinamento provinciale di Libera Milano: “vogliamo realizzare un gigantesco lenzuolo, largo 5-6 metri e lungo 180, da portare con noi in piazza a Palermo” ha raccontato la referente di Libera Milano Lucilla Andreucci “Come? Cucendo insieme 1011 lenzuoli da un metro quadrato, uno per ogni vittima innocente delle mafie censite sinora. E a scrivere i nomi sarete voi. Una follia forse ma abbiamo un debito di memoria nei loro confronti”. Dietro quel “voi” c’è una chiamata alle armi per tutta la società. Associazioni, scuole, istituzioni, singoli cittadini, tutti sono chiamati ad una mobilitazione collettiva che punta a far realizzare a 1011 realtà diverse gli striscioni da cucire insieme. Non si tratta però di realizzare un semplice lenzuolo quadrato. Nell’intenzione degli organizzatori vi è infatti l’idea che ognuno “adotti” una vittima, imparando e raccontando la sua storia, custodendone la memoria e portandone avanti le idee. Un impegno concreto, dunque, che richiede l’impegno di tutti perché, come sostiene il fondatore di Libera don Luigi Ciotti, “non possiamo lasciare le persone da sole, scaricare l’impegno solo a qualcuno”. Un impegno che è già stato assunto da oltre 150 realtà che in meno di un mese hanno già contattato la segreteria di Libera Milano per realizzare un lenzuolo. Un inizio incoraggiante che fa ben sperare per i prossimi mesi. Entro fine gennaio, infatti, i 1011 lenzuoli dovranno essere pronti per poi essere cuciti insieme a formare un unico, enorme, lenzuolo di memoria.

Giovanni Spampinato – Tra le oltre 150 realtà che hanno già scelto una vittima da “adottare” c’è anche Pocket Press. Nelle prossime settimane realizzeremo il lenzuolo in memoria di Giovanni Spampinato, un “giornalista giornalista” come lo avrebbe definito il collega Giancarlo Siani, anche lui vittima della criminalità. Nato a Ragusa il 6 novembre 1946, Giovanni sin da ragazzo sviluppò idee di sinistra ereditate dal padre comunista che lo portarono diverse volte ad essere scartato dalla stampa cittadina schierata su posizioni anticomuniste. Nel 1969, però, iniziò a lavorare come corrispondente del quotidiano ‘L’Ora’, giornale progressista impegnato in battaglie civili e inchieste sulla criminalità organizzata. Proprio per L’Ora, Giovanni iniziò ad occuparsi ben presto dei due più grandi problemi che affliggevano il suo territorio: il neofascismo e la mafia.  Inchieste approfondite frutto di un instancabile lavoro sul campo tra Ragusa, Siracusa e Catania con cui aveva documentato i rapporti tra la destra locale, la criminalità organizzata ed esponenti di spicco di movimenti neofascisti internazionali. Relazioni sempre più strette, riportate da Spampinato sulle pagine del quotidiano, che si manifestarono definitivamente con l’omicidio di Angelo Tumino, commerciante ed ex consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano. Giovanni capì da subito che dietro l’omicidio, avvenuto in contrada Ciarberi il 25 febbraio 1972, si celavano interessi diversi: “Dalle indagini” scrisse due giorni dopo la morte di Tumino “è possibile che salti fuori qualcosa di grosso, forse al di là delle stesse previsioni”. Ed in effetti qualcosa di grosso saltò fuori. Giovanni decise, da quel momento, di andare fino in fondo. Le sue inchieste lo portarono ben presto a scoprire che dietro quel delitto si celavano rapporti impensabili. “Un nome viene sussurrato” scrisse il 28 aprile per L’Ora “ma nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente”, un nome che lui aveva invece deciso di urlare a squarciagola. Si trattava di Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa con una smodata passione per le armi e l’antiquariato, a cui era stato commissionato l’omicidio da “qualcuno in alto, che non deve essere colpito”. Giovanni fu il primo, e l’unico, a riportare i nomi degli indagati ed a rivelare quella pista che portava dritta nel Palazzo di Giustizia svelando una rete criminale estesa che coinvolgeva ambienti mafiosi, istituzionali e politici. Una pista mai battuta fino in fondo dagli inquirenti che abbandonarono ben presto le indagini lasciando tuttora irrisolto il delitto Tumino. L’unico a portare avanti quell’inchiesta fu Giovanni. Per mesi raccontò della pista che portava a Campria e alle aule del tribunale, denunciò le relazioni pericolose che si stavano intessendo a Ragusa e chiese a gran voce di spostare il processo fuori dalla sicilia per “legittima suspicione”. Grida disperate che rimasero inascoltate da inquirenti e istituzioni. Grida disperate ma non infondate. Il 27 ottobre 1972 Roberto Campria lo chiamò chiedendogli di poterlo incontrare. Lasciò trapelare la possibilità di una confessione ma così non fu. Mentre Giovanni ancora si trovava a bordo della sua cinquecento venne raggiunto da sei colpi di arma da fuoco esplosi dallo stesso Campria.

“Assassinato perché cercava la verità” titolò il giorno seguente L’Ora. Assassinato perché voleva andare fino in fondo a quella questione, non per diventare un eroe, ma per una profonda sete di verità e giustizia. Per non doversi piegare a quella rete criminale, tutta dio, patria, famiglia e lupara, che stava distruggendo il territorio in cui viveva e in cui credeva. Per portare avanti un giornalismo libero e imparziale, in grado di raccontare senza censure quello che accadeva intorno a lui. Giovanni questo lo fece sempre. Non indietreggiò di un passo e non scese a patti con nessuno. Quella sua determinazione la pagò con la vita. 47 anni dopo quella tragica sera ancora troppa gente vuole dimenticare la figura di Giovanni, ancora troppa gente pensa che in fondo “se l’è cercata” e magari sarebbe stato meglio se si fosse fatto gli affari suoi. Non lasciamo che sia così. Ricordiamoci di lui. Ricordiamoci del suo esempio e spieghiamolo ai giovani. Ricordiamoci, per sempre, di Giovanni Spampinato. Un eroe normale.

Odio, minacce e violenze: la libertà di stampa è in pericolo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero
con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
-Costituzione Italiana, articolo 21-


La libertà di stampa è sotto attacco. I giornalisti, nel mondo, sono sempre più bersaglio di campagne d’odio fomentate da politici, imprenditori ed altre personalità. Campagne d’odio che, sempre più spesso, sfociano in vere e proprie aggressioni, verbali ma anche fisiche, ai danni di chi racconta il presente. L’ascesa di leader autoritari, come Jair Bolsonaro in Brasile o Donald Trump in America, e situazioni di tensione o guerra rendono la libertà di stampa un diritto sempre meno tutelato mettendo in pericolo la vita dei giornalisti. Una situazione spesso creata e fagocitata dagli stessi politici.  

World Press Freedom Index – l’indice calcolato dalla organizzazione ‘Reporters without borders’ analizza ogni anno il livello di libertà di stampa in 180 paesi al mondo. La ricerca fornisce un’istantanea della situazione della libertà dei media basandosi su una valutazione del pluralismo, dell’indipendenza dei media, della qualità del quadro legislativo e della sicurezza dei giornalisti in ciascun paese. Per la realizzazione dell’indice, l’organizzazione adotta un duplice strumento di raccolta dei dati: da una parte un questionario, tradotto in 20 lingue e distribuito ai giornalisti dei 180 paesi oggetto della ricerca; dall’altra l’utilizzo di team di specialisti che compilino un report sugli abusi ai danni dei reporter nelle diverse aree geografiche. Il quadro che emerge dall’analisi per il 2019 è ben poco rassicurante però. Dal 2002, primo anno di pubblicazione dell’indice, quella di quest’anno è la situazione più grave mai registrata a livello mondiale. L’indicatore globale è peggiorato del 13 per cento dal 2013 e in questo lasso di tempo il numero di paesi in cui la situazione per i giornalisti è ritenuta buona è diminuito del 40 per cento. Al primo posto dell’indice, come accade oramai da tre anni consecutivi vi è la Norvegia dove la costituzione, all’articolo 100, tutela largamente i giornalisti e stabilisce che “la stampa è libera. Nessuno può essere punito per qualsiasi scritto pubblicato o stampato, qualunque ne sia il contenuto”. Una situazione simile si ha anche negli altri paesi scandinavi con Finlandia e Svezia che occupano rispettivamente il secondo e terzo posto e fanno registrare un clima disteso e sereno dove giornalisti e media possono operare senza incorrere in rischi eccessivi. Il trend negativo rispetto al passato è confermato dal fatto che solo il 24% dei 180 paesi è classificato come “buono” o “abbastanza buono”, rispetto al 26% dell’anno scorso mentre il 40% dei paesi risulta essere in una situazione “difficile” o “molto grave”.  

La politica – Un ruolo centrale e determinante per la condizione dei giornalisti è svolto dai leader politici dei diversi paesi che con i loro attacchi possono indirizzare l’opinione pubblica e dunque creare un clima ostile ai media. È il caso ad esempio degli Stati Uniti, passati dalla 45° alla 48° posizione. Se Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, sosteneva che sarebbe stato meglio “vivere in un paese che ha dei giornali e nessun governo piuttosto che in un paese che ha un governo e nessun giornale”, lo stesso non si può dire 230 anni dopo di Donald Trump. Il Presidente americano, a un anno dalla fine del suo mandato, non ha mai smesso di attaccare i giornalisti definendoli “nemici del popolo americano” e, nella sua prima uscita da presidente, “le persone più disoneste della terra”. Nel mirino di Trump in questi anni sono finiti tutti i principali quotidiani e broadcast del paese, dal New York Times alla Nbc, accusandoli di “fabbricare fake news” per polarizzare il dibattito politico. Se i giornalisti rifiutano di farsi imbavagliare e continuano a raccontare le loro verità l’opinione pubblica si divide tra chi sostiene il loro operato e gli elettori di Trump che seguono il leader repubblicano nei suoi attacchi. Sono proprio questi ultimi a rappresentare una criticità nel panorama americano attraverso attacchi ai giornalisti e il rifiuto di credere a ciò che dicono e scrivono cavalcando le dichiarazioni secondo cui sarebbero produttori di false informazioni. Ma la situazione è peggiore in altri paesi. Nelle filippine il presidente Duterte subito dopo la sua elezione, avvenuta nel 2016, aveva dichiarato che “non è perché siete giornalisti che siete esentati dall’essere assassinati, se siete dei figli di puttana”. Una legittimazione della violenza nei confronti dei media estremamente preoccupante, tanto più in un paese che dal 1992 ad oggi ha visto quasi 80 reporter uccisi. Una situazione sempre più difficile si registra anche in America Latina dove le elezioni in Messico (144°), Brasile (105°), Venezuela (148°), Paraguay (99°), Colombia (129°), El Salvador (81°) e Cuba (169°) hanno portato ad un aumento degli attacchi ai media e un conseguente abbassamento complessivo dell’indice per la regione. Una situazione di insicurezza che porta spesso i giornalisti dell’area a forme di autocensura con pesanti ricadute per la qualità dell’informazione. Le critiche e le pressioni politiche sui giornalisti contribuiscono dunque a creare un clima di tensione e di insicurezza per i reporter alimentando malumori che spesso si trasformano in violenti attacchi.  

Pericoli – Minacce, insulti e attacchi fanno ormai parte dei rischi del mestiere di cui deve tener conto un giornalista. Un clima d’odio testimoniato dai numeri: 30 i giornalisti uccisi dall’inizio del 2019 ad oggi. Un vero e proprio bollettino di guerra che vede in testa alla macabra classifica il Messico che con 10 giornalisti uccisi quest’anno si conferma il paese in cui chi fa questo mestiere rischia maggiormente la vita. Da Rafael Murua Manríquez, ucciso il 10 gennaio scorso, fino a Nevith Condés Jaramillo, vittima di un agguato il 24 agosto, dieci vittime che rendono il Messico un paese in cui la libertà di stampa rischia di scomparire. Problema principale dello stato centroamericano è la presenza massiccia e pericolosa dei narcos e di un sistema corruttivo esteso che porta a pesanti commistioni tra mondo politico-imprenditoriale e mondo criminale. Un quadro complesso e pericoloso che provoca più morti tra i reporter di zone di guerra come Siria (1 morto nel 2019) e Afghanistan (3 morti) e rende vulnerabile l’intera categoria. Violenze e omicidi contribuiscono a generare un clima di paura tra i giornalisti che hanno reagito con il silenzio e l’autocensura creando così zone di silenzio che garantiscono un cono d’ombra mediatico sul sistema criminale-corruttivo.

Arresti – A zittire i giornalisti, spesso, ci pensa lo stesso stato. Censure e arresti sono diventate strumenti sempre più utilizzati dai regimi per fermare giornalisti reputati scomodi. Secondo i dati di Reporters Without Borders nel 2019 sono 237 i giornalisti imprigionati di cui 70 nella sola Cina di Xi Jinping. Una situazione difficile anche in Egitto dove 27 giornalisti si trovano agli arresti, 5 fermati solo a settembre, con l’accusa di aver documentato manifestazioni anti-regime o aver condotto inchieste sul presidente Abdel Fattah al-Sisi. Una stretta sull’informazione confermata dal blocco di diversi social e siti di informazione stranieri durante le proteste iniziate il 16 settembre per chiedere le dimissioni di al-Sisi. Una situazione non troppo diversa da quella turca dove sono 28 i reporter in carcere, tutti arrestati negli ultimi due anni dopo la stretta di Erdogan sull’informazione a seguito del fallito golpe del 15 luglio 2016 che portò all’arresto di massa di diversi oppositori politici tra cui 20 giornalisti.  

Italia – Nel nostro paese, invece, la situazione sembra segnare una tendenza parzialmente positiva. Nell’indice stilato da Reporters Without Borders, l’Italia ha guadagnato 3 posizioni e risulta essere al 43° posto per libertà di stampa. Un risultato importante ma che disegna un quadro costellato da diverse difficoltà. Primo profilo critico sottolineato dall’organizzazione è la presenza di minacce da parte di diverse organizzazioni criminali. Mafia e gruppi estremisti rappresentano infatti un pericolo reale e tangibile per l’intera categoria tanto che si evidenzia come “il livello di violenza contro i giornalisti è allarmante e continua a crescere, soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, nonché a Roma e nella regione circostante”. I giornalisti, però, non si lasciano quasi mai spaventare da intimidazioni e minacce e portano avanti con coraggio e determinazione le loro inchieste garantendo così una qualità dell’informazione elevata e un effettivo dibattito democratico. Determinazione e coraggio dati, senza dubbio, anche dalla presenza di agenti di scorta che proteggono e tutelano circa una ventina di giornalisti permettendogli di svolgere più serenamente il loro lavoro. Ma proprio le scorte rischiano di diventare un pericolo per la qualità dell’informazione, non certo per il loro lavoro, ma per la presenza di politici che “minacciano il ritiro della protezione a seguito di notizie o opinioni espresse”. Un profilo che sarebbe già di per sé problematico ma lo diventa ancor di più nel caso in cui a lanciare certe minacce sia un Ministro dell’Interno nell’esercizio delle sue funzioni, come recentemente accaduto.   In un mondo in cui la libertà di stampa è sempre più minacciata c’è anche chi va controcorrente. L’Etiopia, dopo che per anni si è ritrovata in fondo a questa classifica, ha avuto un miglioramento di ben 40 posizioni e si trova al 110° posto. Dall’elezione di Abiy Ahmed Ali si è assistito ad un’inversione di tendenza significativa: è stato ripristinato l’accesso ai siti di informazione stranieri, tutti i reporter detenuti sono stati rilasciati ed è stata istituita una commissione indipendente per revisionare una legge del 2009 sul terrorismo spesso utilizzata per colpire i media. Una nuova era per l’Etiopia promossa e difesa del suo primo ministro che, non a caso, quest’anno ha ricevuto il Nobel per la pace. Il mondo, questa volta, dovrebbe guardare all’Africa. Non per commuoversi o aiutarla ma per prendere nota ed imparare. Perché l’esempio dell’Etiopia possa contagiare tutti e possa rendere, finalmente, la libertà di stampa un diritto granitico e garantito a tutti. Perché una stampa indipendente è il presupposto inalienabile per una società più libera e democratica.

Come la Lombardia è diventata la nuova “Terra dei Fuochi”

“Non coltiviamo giardini perché in noi non c’è più pace, non c’è più bellezza. La spazzatura è lo specchio di una cultura che consuma, di una cultura crudele, agitata, cinica che produce spazzatura interiore, che si trasforma in tonnellate di spazzatura reale. La spazzatura l’abbiamo innanzitutto dentro di noi ed è dentro di noi che dovremmo fare pulizia. Dove si semina bellezza nasce qualcosa ed è triste che oggi non si abbia bisogno dell’arte e del potere sanificante della cultura.”
– Susanna Tamaro –      


Discariche abusive, rifiuti stipati in capannoni dismessi, roghi dolosi e avvisi che invitano i cittadini a tenere le finestre chiuse e non consumare prodotti agricoli della zona. La sensazione, sempre più confermata dalle indagini della magistratura, è che interessi criminali diversi stiano rendendo la Lombardia una nuova “Terra dei fuochi”. La regione, considerata da molti la “locomotiva d’Italia”, è al centro degli interessi che ruotano intorno allo smaltimento dei rifiuti come confermato dai dati della classifica regionale stilata nel 2018 da Legambiente che pongono la Lombardia al primo posto tra le regioni del nord con 399 infrazioni accertate.  

I roghi – Un anno fa, il 14 ottobre, Milano veniva avvolta dal fumo. In via Chiasserini, alle 22.40, divampò un enorme incendio in un capannone stipato fino all’inverosimile di rifiuti. Il rogo, di origine dolosa, aveva impegnato quasi 30 mezzi dei vigili del foco per tre giorni prima di essere completamente estinto. Fiamme alte fino a 40 metri e una colonna di fumo denso e nero che avvolse Milano con rischi enormi per la salute dei cittadini. Tre scuole e diversi impianti sportivi furono chiusi, la circolazione dei treni nella zona subì pesanti ripercussioni e il comune invitò tutti a tenere chiuse le finestre ed uscire il meno possibile. Uno scenario quasi apocalittico che risvegliò molte coscienze mostrando un’evidenza che non poteva più essere nascosta: gli interessi criminali dietro al business dei rifiuti coinvolgono anche la Lombardia. Decine e decine di incendi, quasi sempre dolosi, distruggono da due anni circa depositi illeciti di rifiuti ad un ritmo impressionante. Quasi due roghi al mese si sono registrati nel 2018 e la situazione non accenna a migliorare nell’anno in corso. Limbiate, Novate Milanese, Arese, Gaggiano, Cinisello, Mariano Comense, Mortara, Bedizzole e tanti altri, una lista sempre più lunga che traccia una mappa desolante che vede ai primi posti per numero di roghi le province di Milano e Pavia.  

La Ricerca – l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano, CROSS, nell’ultimo rapporto di ricerca sul fenomeno mafioso in Lombardia ha incluso un capitolo sulla gestione dei rifiuti a conferma della crescente rilevanza che tale business sta assumendo anche al nord. Stando al rapporto, il settore dei rifiuti appare come un “settore di investimento relativamente nuovo per le organizzazioni mafiose presenti in Lombardia” con una presenza più significativa della criminalità calabrese. Funzione propulsiva al business dei rifiuti sarebbe svolta da uno dei settori tradizionali dell’economia “legale” mafiosa ovvero il movimento terra. I clan hanno visto nelle fasi di spostamento di materiali un importante occasione per trasportare e smaltire rifiuti, spesso pericolosi, anche per conto di imprese legali attratte dai prezzi minori offerti dalla manodopera criminale. Un’opportunità che i clan non si sono lasciati sfuggire traendo da essa un doppio vantaggio: “da un lato, i compensi ricevuti per lo smaltimento di materiale classificato come pericoloso pur non avendone sostenuto i costi (poiché, di fatto, non smaltito); dall’altro, l’impiego degli stessi rifiuti come materiale inerte da impiegare nelle costruzioni”. Non solo dunque le discariche abusive, nella strategia della criminalità organizzata lo smaltimento dei rifiuti avviene anche attraverso il loro interramento. Se, dunque, da una parte gli incendi provocano un abbassamento drastico della qualità dell’aria respirata dall’altra il loro interramento inquina ettari ed ettari di terreno rendendo nocivi prodotti agricoli e rappresentando un forte pericolo per la salute. In questo senso, dallo studio effettuato dai ricercatori di CROSS, si individua uno schema articolato in quattro fasi che riassume le modalità di azione della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti: “L’acquisto, l’affitto o l’impiego abusivo di un terreno sul quale vengono poi effettuati scavi profondi, necessari a creare i presupposti per l’interramento dei rifiuti di varia origine e la produzione del calcestruzzo con il materiale inerte prodotto con gli stessi rifiuti”. Il fenomeno degli incendi risulta essere dunque solo un segnale, allarmante e pericoloso, di una presenza ancor più articolata.  

Feudo – Le inchieste Cerberus e Parco Sud, rispettivamente del 2008 e 2009, avevano già sottolineato gli interessi della ‘ndrangheta nella gestione dei rifiuti al nord. In particolare si faceva riferimento al clan Barbaro-Papalia che, secondo gli inquirenti, avrebbe sepolto tonnellate di rifiuti speciali e tossici negli scavi dei cantieri gestiti dallo stesso clan. Ma dietro a questa gestione dello smaltimento dei rifiuti sembra esserci un traffico ancora più grande. L’operazione “Feudo” che pochi giorni fa ha portato all’arresto di 11 persone tra Lombardia Campania e Calabria, ha svelato come nei capannoni lombardi vengano stipati i rifiuti provenienti in modo illecito dalla Campania. Partita dall’incendio che il 3 gennaio 2018 distrusse un capannone di oltre 1000 metri quadri a Corteolona. Le indagini hanno svelato un business di portate enorme individuando un’organizzazione criminale, capeggiata da soggetti di origine calabrese, tutti con numerosi precedenti penali, i quali, attraverso una struttura composta da impianti autorizzati e complici, trasportatori compiacenti, società fittizie intestate a prestanome e documentazione falsa, gestivano un ingente traffico di rifiuti urbani ed industriali provenienti da impianti campani e finivano in capannoni abbandonati del Nord Italia o interrati in Calabria. Secondo i magistrati della DDA di Milano, guidati da Alessandra Dolci, il sodalizio criminale avrebbe creato in questo modo discariche per quasi 14 tonnellate di rifiuti con un volume complessivo di profitti illeciti stimato in oltre 1,7 milioni di euro nel solo 2018. I rifiuti, che arrivavano in lombardia tramite la Smr Ecologia srl di Busto Arsizio, venivano stipati in capannoni a Como, a Varedo (Monza e Brianza) nell’area ex Snia, a Gessate e Cinisello Balsamo (Milano), per un ammontare di circa 60 mila tonnellate accertate. Un traffico illecito di rifiuti gestito in modo criminale senza curarsi delle conseguenze. Rifiuti stipati all’inverosimile in capannoni industriali dismessi spesso distrutti da roghi appiccati dagli stessi trafficanti. Una situazione sempre più preoccupante e sempre più sotto i riflettori grazie alla maggior attenzione politica, si a livello locale che nazionale, e mediatica.  

La politica – L’attenzione politica in questo ambito è sicuramente sempre più alta. Il 18 gennaio scorso la “Commissione Parlamentare di Inchiesta del Senato sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati” aveva rilanciato l’allarme circa la pericolosità di questi fenomeni attraverso la relazione conclusiva del suo lavoro. Una relazione che sottolineava un incremento di reati connessi al ciclo dei rifiuti al nord ed in particolare in Lombardia. Un documento illuminante quanto preoccupante che, incrociando tutte le segnalazioni di roghi e incendi raccolte dalle Agenzie territoriali per la protezione ambientale, i fascicoli aperti dalle procure della repubblica italiane e gli interventi dei vigili del fuoco, traccia un quadro quasi completo della situazione nazionale arrivando a indicare la Lombardia come nuova “terra dei fuochi”. Un allarme accolto con modalità diverse dalla politica locale. Se infatti la commissione antimafia di Regione Lombardia si è attivata da tempo per monitorare il fenomeno, lo stesso non si può dire del governatore Attilio Fontana. “La Lombardia nuova terra dei fuochi? Credo che chi ha fatto questa affermazione dovrebbe essere un po’ più cauto. Esiste anche il reato di procurato allarme.” ha detto Fontana commentando i dati e i continui incendi. Parole che vogliono essere tranquillizzanti ma che sortiscono l’effetto opposto. Sminuire in questo modo un fenomeno evidente e pericoloso potrebbe avere conseguenze pesanti per la salute dei cittadini e del territorio. Il primo passo per poter combattere fenomeni criminali strutturati e forti è proprio quello di prenderne consapevolezza. I cittadini lo stanno lentamente facendo allarmati dai roghi che li costringono in casa. Sarebbe ora che anche la più alta istituzione regionale ammettesse il problema. Sarebbe un primo passo per un intervento deciso, non solo della magistratura ma anche della politica. Prendere conoscenza per agire in modo mirato ed efficace, senza negare per convenienza o paura ciò che sta avvenendo da anni. Un segnale della voglia della Lombardia di scrollarsi di dosso l’appellativo “terra dei fuochi” per tornare ad essere “locomotiva d’Italia”. Prendiamone coscienza dunque. Per fare pulizia dentro di noi e ritornare finalmente a seminare bellezza. 

La favola americana dei "Safe third countries"

Solo voy con mi pena
sola va mi condena

correr es mi destino

para burlar la ley”
-Manu Chao-

“Questo accordo introdurrà una nuova era di investimenti e crescita per il Guatemala e getterà le basi per la cooperazione tra i nostri paesi”. Così il presidente americano Donald Trump annunciava entusiasta l’accordo raggiunto tra la sua amministrazione e il governo del paese centroamericano in attuazione della politica USA sui migranti che punta a fermare gli arrivi utilizzando gli stati dell’area come filtro. In sostanza l’accordo prevede che Washington possa respingere chiunque non abbia prima fatto domanda ufficiale alle autorità di Città del Guatemala. In cambio Trump ha accettato di non minacciare più sanzioni economiche contro il paese centro americano. Un identico accordo è stato firmato negli scorsi mesi con altri due paesi dell’area: El Salvador e l’Honduras. Accordi di cooperazione che puntano, più che a risolvere i problemi dell’area, ad allontanare il più possibile i migranti dagli Stati Uniti costringendoli a richiedere asilo in paesi vulnerabili e pericolosi.
La nuova politica USA – Donald Trump ha annunciato che nel 2020 gli Stati Uniti accoglieranno un massimo di 18.000 richieste di asilo. Il programma di reinsediamento di rifugiati, approvato dal Congresso nel 1980, permette al Presidente di stabilire il limite di persone a cui concedere lo status di rifugiato. Dall’inizio dell’amministrazione Trump, il numero di richieste concesse si è abbassato drasticamente e il limite di 18mila domande annunciato per l’anno prossimo è il più basso da quando è stata approvata la legge. Un’inversione di tendenza significativa quelle operata dal governo Trump che proprio sulle limitazioni alle migrazioni ha basato la sua campagna elettorale e la sua propaganda politica. Numeri, quelli previsti per il 2020, che non si erano mai visti: nemmeno dopo gli attacchi dell’11 settembre quando il limite venne abbassato fino a 27 mila per l’anno successivo. Un cambio di rotta netto e deciso rispetto a quanto visto durante l’amministrazione Obama quando il numero di richieste accettate oscillava intorno ai 50.000. I 18mila rifugiati includeranno 5mila persone che hanno subìto persecuzioni religiose nei propri paesi, 4mila iracheni che hanno collaborato con gli Stati Uniti e solo 1.500 persone provenienti da El Salvador, Guatemala e Honduras.
La situazione centroamericana – El Salvador, Guatemala e Honduras. I tre paesi con cui Trump ha stretto accordi presentano infatti criticità evidenti: non solo non possono essere considerati paesi sicuri ma sono anche i principali punti di partenza dei migranti diretti negli Stati Uniti. Violenza, corruzione, povertà e l’assenza di un futuro. Il centroamerica è in preda ad una crisi sociopolitica diffusa e preoccupante da cui, chi può, prova a scappare. L’Honduras, per esempio, grazie alla sua posizione geografica è il principale punto di passaggio del traffico di droga che dall’America latina arriva negli Stati Uniti, ed è uno dei paesi al mondo col più alto tasso di criminalità. Una criminalità così pervasiva e incontrastata che persino il presidente Juan Orlando Hernández è coinvolto in prima persona in uno scandalo legato al narcotraffico. Secondo gli inquirenti, Hernandez avrebbe utilizzato diversi milioni provenienti da un traffico di stupefacenti con gli USA per finanziare la sua campagna elettorale. In Guatemala, secondo quanto rilevato da una commissione delle Nazioni Unite, esiste una “coalizione mafiosa” tra governo, imprenditori e gruppi criminali che sarebbe disposta a “a sacrificare il presente e il futuro del Guatemala per garantire l’impunità e preservare lo status quo di tali soggetti”. El Salvador è uno dei paesi al mondo con il maggior tasso di omicidi, 62 ogni 100mila abitanti contro una media mondiale di 6, ed è pervaso da una violenza endemica eredità di una guerra civile conclusa ufficialmente 25 anni fa ma mai del tutto terminata. Un contesto complicato ed instabile, dunque, quello del “Triangolo settentrionale” del centroamerica che solleva evidenti perplessità circa la decisione degli USA di individuare i tre stati come “Safe third Country”.
I flussi – Il controsenso più grande insito negli accordi stipulati dagli USA, e ancora da ratificare nei tre paesi, sta nei numeri relativi ai flussi migratori. Honduras, El Salvador e Guatemala sono infatti i principali paesi di partenza dei migranti che attraversano il Messico per raggiungere il confine statunitense. Iconica è stata la prima carovana di migranti partita nell’ottobre scorso da San Pedro Sula, città honduregna non lontana dal confine con il Guatemala, che aveva portato migliaia di persone a marciare insieme attraverso il Messico per raggiungere un sogno chiamato America. Un sogno presto spezzato con le porte degli Stati Uniti che si sono chiuse costringendo i richiedenti asilo a vivere in accampamenti di fortuna lungo in attesa di un’autorizzazione ad entrare nel territorio a stelle e strisce. Migliaia di persone, in fuga da violenze e povertà, partono quasi quotidianamente da questi paesi per tentare di raggiungere una terra promessa che, non solo non li vuole, ma ora potrebbe addirittura rimandarli in un paese che si trova nella stessa situazione da cui sono scappati. Un honduregno in fuga dalle violenze dei narcos potrebbe dover richiedere protezione in Guatemala e ritrovarsi, non solo a pochi km da dove è stato costretto a fuggire, ma anche in una condizione identica a quella che ha lasciato. Un sistema problematico già dall’inizio dunque che oltre a mettere in pericolo la vita dei migranti che chiedono protezione proprio da quanto accade nella regione, rischia di creare problemi anche agli stati.
La sottomissione – Come afferma Iduvina Hernández, giornalista guatemalteca e attivista per i diritti umani, l’accoglienza dei migranti diretti negli Stati Uniti potrebbe mettere definitivamente in ginocchio i servizi base di tre stati. Il sistema sanitario guatemalteco, ad esempio, è già in una situazione di estrema difficoltà e verrebbe schiacciato totalmente dall’arrivo di richiedenti asilo, spesso bisognosi di cure. Le carenze strutturali e sistematiche dei tre paesi sommate all’arrivo di un numero ancora imprecisato di richiedenti asilo rischia di attivare nella regione una crisi umanitaria senza precedenti. Sistemi troppo fragili, oltre che pericolosi, per poter far fronte ad una situazione del genere. Ed allora una domanda sorge spontanea: come mai i tre stati hanno siglato gli accordi? Molti sostengono sia una scelta legata alle vicende processuali dei presidenti Morales, ora sostituito da Giammattei, e Hernandez e vedono l’accordo come il prodotto del bisogno di impunità dei due leader. Ma quello che emerge chiaramente, al di la di congetture prive di fondamento, è la sottomissione degli stati al potere statunitense. Firmare un accordo evidentemente svantaggioso per il proprio stato sottolinea ancora di più il rapporto estremamente sbilanciato che intercorre tra gli USA e i paesi del centroamerica. Honduras, Guatemala, El Salvador e tanti altri paesi nell’aerea dipendono economicamente dagli Stati Uniti e per questo risultano essere estremamente vulnerabili e sottomessi al potente vicino. In gioco, per questi paesi, vi è una posta troppo alta e per difendere i rapporti commerciali, politici e finanziari si stanno dimostrando disposti a qualsiasi cosa. Anche ad accettare un accordo evidentemente svantaggioso per loro e, soprattutto pericoloso per i migranti.
Mentre Trump esulta per aver “risolto il problema dell’asilo politico”, il mondo assiste a quella che è in realtà una evidente sconfitta. Quello di cui il presidente non si cura è che il suo piano sembra destinato ad aggravare una crisi già evidente. La decisione di chiudere ulteriormente i propri confini senza prevedere una riqualificazione dei contesti di partenza sarebbe già folle di per sé, ancor più folle lo diventa se si stringono accordi con i paesi da cui i migranti partono. Non basta certo una firma a rendere sicuri stati che non lo sono. Stati da cui i richiedenti asilo fuggono per cercare nuovi orizzonti e una vita migliore. Stati che ora dovranno farsi carico delle domande di asilo di chi scappa da un contesto perfettamente identico. Mettendo a rischio il sistema statale e, soprattutto, mettendo a rischio la vita dei migranti. Negando loro anche la speranza di una vita migliore, di una vita meno dolorosa e difficile. E ora, decine di migliaia di migranti si troveranno ancora a marciare verso gli Stati Uniti ma le loro grida disperate si perderanno nel vento. E qualcuno, nella notte, proverà ancora a varcare quella frontiera. Preferendo una vita nell’ombra a una vita senza speranza. Una vita clandestina come quella cantata da Manu Chao.
perdido en el corazón
de la grande babylon
me dicen el clandestino
por no llevar papel

I giovani che vogliono salvare il pianeta

Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi”
–  G. Rodari –


Milioni di volti, giovani e speranzosi. Milioni di colori. Balli canti e cartelli colorati. 156 paesi, più di 5000 manifestazioni organizzate. Milioni di giovani per un’impresa difficile. Il terzo sciopero globale per il clima conferma la forza di un movimento giovane ma determinato. In una settimana, in tutti e 5 i continenti, sono stati i più giovani ad alzare la voce e a farsi sentire per chiedere alle istituzioni una svolta green che sia in grado di tutelare il pianeta da una fine catastrofica che sembra sempre più vicina.  Dall’Australia alla Nigeria, dagli Stati Uniti all’India, un unico coro ha chiesto a gran voce un cambio di rotta.

“Immagini incredibili da tutta Italia” – Anche Greta Thunberg, la sedicenne paladina della lotta ai cambiamenti climatici, è entusiasta della risposta dei ragazzi italiani alla causa ambientalista. Complice la decisione del ministro dell’Istruzione Fioramonti di giustificare l’assenza a chiunque avesse deciso di scioperare per il clima, il nostro paese è stato ancora una volta quello in cui si è registrata la maggior partecipazione. Nelle principali città Italiane gli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, sono scesi in piazza senza simboli di partito, senza bandiere di associazioni, senza ideologie: solo tanti, tantissimi, cartelli con gli slogan più disparati. Da nord a sud è scesa in piazza quella generazione senza futuro che ha capito, ancor prima dei grandi, l’urgenza di una svolta radicale nel modo di produrre, di vivere e di pensare. “Ci avete rotto i polmoni” lo slogan più gettonato, indice di una profonda ed insanabile sfiducia verso una società che fatica a comprendere la gravità e l’urgenza delle istanze ambientaliste. Una società che non ascolta o sbeffeggia i giovani che, per la prima volta da tanto tempo, hanno trovato una battaglia che li unisce. “Siamo un milione” hanno comunicato nel pomeriggio di venerdì gli organizzatori della rete ‘Fridays for Future Italia” numeri imponenti che rendono il nuovo movimento ambientalista uno dei più importanti movimenti giovanili in Italia, e nel mondo, degli ultimi anni. L’Italia si è fatta trovare pronta anche a questa terza “chiamata alle armi” ed è proprio dai giovani che venerdì affollavano le piazze che si dovrebbe ripartire per creare finalmente i presupposti per un futuro migliore.

Un movimento transnazionale – Ma non c’è solo l’Italia. Quello di ‘Fridays For Future’ è diventato, in meno di un anno, un fenomeno globale come non se ne sono mai visti. Un movimento che è riuscito a raggiungere davvero ogni angolo della terra e a mobilitare i giovani di tutti i continenti per un’unica grande battaglia che coinvolge tutti. Questa settimana abbiamo assistito ad una sorta di grande staffetta iniziata con le 300 mila persone scese in piazza in Australia il 20 settembre e proseguita ininterrottamente fino alle manifestazioni europee di questo venerdì. Nel mezzo migliaia di eventi, iniziative, flash mob e cortei che hanno mobilitato, per la prima volta, anche diverse città africane e sono culminate con la manifestazione di New York guidata da Greta Thunberg e Barack Obama. E mentre i giovani scendono in piazza, i grandi cercano di dare un’etichetta ad un movimento che non riescono, o non vogliono, capire: un nuovo ’68, i gretini, i rivoluzionari del clima e chi più ne ha più ne metta. Ma quello di cui forse non ci si accorge è che non si tratta di nulla di questo. Non sono solo giovani sfaticati che vogliono saltare la scuola e non sono nemmeno i supereroi che vogliono salvare il mondo. Sono semplicemente ragazzi e ragazze. Ragazzi e ragazze che hanno preso coscienza di quello che sta accadendo al nostro pianeta ancor prima che lo capissero gli adulti. Ragazzi e ragazze che non vogliono trovarsi a vivere un mondo inabitabile. Una rete enorme e sempre più strutturata che cerca di portare nei propri stati rivendicazioni comuni come la ‘Dichiarazione di Losanna’ elaborata dai delegati dei movimenti nazionali riunitisi quest’estate nella città svizzera per una settimana di confronti dibattiti e organizzazione di un movimento che, seppur appena nato, sta già diventando un punto di riferimento per molti.

Le critiche – “Onestamente, non capisco perché gli adulti scelgano di passare il loro tempo a deridere e minacciare i teenager e i bambini per aver scelto di promuovere la scienza, quando invece potrebbero fare qualcosa di buono”. Commenta così Greta Thunberg le critiche che le sono piovute addosso dopo il suo discorso alle Nazioni Unite di lunedì. Critiche che riflettono un più generale disappunto di una buona fetta degli “adulti” che sembrano non capire quanto sta accadendo intorno a loro. Pensano che sia un capriccio dei ragazzi, una moda passeggera come furono gli emo o i paninari degli anni ’80, non capiscono che non è una moda: è un grido disperato di una generazione che vuole rimediare agli errori di quella precedente. Ma dietro gli attacchi non c’è solo la disattenzione e l’incapacità di comprendere un movimento così ampio e dirompente. C’è qualcosa di più profondo, di più preoccupante. Buona parte di quelli che criticano il movimento ambientalista lo fa per non ammettere le proprie colpe. Per non dover chiedere scusa ai propri figli per aver gradualmente distrutto il mondo. Ed allora entra in gioco la macchina del fango: Greta è mossa dalle lobby, i giovani manifestano per saltare scuola, sono gretini e viziati. Ogni accusa è buona per distogliere l’attenzione dagli errori commessi nei decenni passati. Errori per cui, evidentemente, chiedere semplicemente scusa sarebbe uno smacco troppo grande. Sarebbe darla vinta a dei ragazzini. E allora continuiamo a negare, continuiamo a inquinare. Così ci penserà l’estinzione a risolvere il problema. Così non sarà più necessario chiedere scusa. Ma se non dovesse essere così, se qualcosa dovesse cambiare e le coscienze si inizieranno a smuovere sarà uno smacco ancora più grande. Sarà la vittoria dei ragazzi contro lo scetticismo degli adulti. Sarà la vittoria di una generazione che, per dirla con le parole di Rino Gaetano, “crede in un mondo più giusto e più vero”.Madre Terra, tieni duro. Arrivano i giovani. Ci penseranno loro a salvarti.

Pallone Criminale #4: Le curve nelle mani delle mafie

Il legame tra la tifoseria organizzata della Juventus e clan della ‘ndrangheta è solo il caso simbolo in un mondo, quello ultras, fatto di rapporti pericolosi e criminali. Ma la presenza mafiosa negli stadi non si limita a Torino, è articolata in tutta Italia e sempre più preoccupante.

L’inchiesta “Alto Piemonte”, che ha svelato i rapporti tra la criminalità organizzata e la tifoseria bianconera, ha acceso un importante faro su un fenomeno pericolosamente diffuso in molte curve italiane. Nel microcosmo rappresentato dalla curva sembrano riprodursi i quattro requisiti del modello mafioso. Attraverso l’infiltrazione ai vertici dei gruppi ultras, i clan, riescono ad esercitare un capillare controllo del territorio-curva. Guadagnano un ruolo egemone sui membri della tifoseria organizzata e, sfruttando quella posizione, riescono a creare una rete di dipendenze personali in cui gli appartenenti alle varie compagini risultano essere assoggettati ai capi delle stesse e seguono le loro indicazioni diventando così soggetti funzionali al clan, dentro e fuori lo stadio. La curva può così diventare un bacino di reclutamento per le organizzazioni criminali che possono sfruttare la propensione alla violenza di certi gruppi ultras.

Questo connubio tra criminalità organizzata e mondo ultras sembra aver svolto un ruolo centrale durante le proteste contro l’apertura di una discarica a Pianura, in provincia di Napoli, nel 2008. Nel momento culmine dell’emergenza rifiuti, la protesta legittima dei cittadini che non volevano convivere con i problemi relativi alla riapertura fu affiancata da quella violenta dei gruppi ultras manovrati dai clan. Gli interessi della camorra nel settore dello smaltimento dei rifiuti cozzavano con la riapertura della discarica e dunque l’organizzazione fece intervenire, al fianco dei manifestanti pacifici, gruppi di tifosi arruolati nelle curve del San Paolo con il compito di ingaggiare duri scontri con le forze dell’ordine. Una presenza aliena e combattiva che, come un esercito privato, si mette al servizio della camorra.    

D’altro canto, è noto che la camorra sia presente in maniera pervasiva nelle due curve dello stadio San Paolo sede delle partite casalinghe del SSC Napoli. Lo ha ribadito il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli Enrica Parascandolo, sentita in audizione dalla Commissione Parlamentare Antimafia nell’aprile 2017, sottolineando come la divisione in due curve (Curva A e Curva B) della tifoseria organizzata partenopea rispecchi una diversa provenienza territoriale intesa, non solo ma anche, come presenza di diversi gruppi camorristici. Mentre la “Curva B” è sotto il controllo del clan Lo Russo, per quanto riguarda la “Curva A” emerge la presenza di diversi clan che vantano un controllo sul centro di Napoli. Proprio la Curva A è stata nel 2015 teatro degli scontri tra il gruppo ultras denominato “Mastiffs”, legato ai clan di Forcella, e quello “Rione Sanità”, legato ai clan dell’omonimo quartiere. Le due fazioni, unite dalla fede calcistica erano però divise da una lotta che stava insanguinando la città e non risparmiò nemmeno lo stadio.

La presenza all’interno dello stadio rappresenta per il soggetto criminale la dimostrazione del suo controllo su un territorio e un modo per accrescere ed affermare il suo potere. Accade, come abbiamo visto, a Napoli ma anche a Palermo dove storicamente tutti gli interessi criminali riguardanti lo stadio Renzo Barbera sono amministrati dai clan del quartiere Resuttana-San Lorenzo dove sorge l’impianto. Così, oltre ad infiltrazione in business collegati al club, si registra la presenza di esponenti del clan ai vertici della tifoseria organizzata rosanero. E proprio grazie a questa penetrazione nella curva dei supporters del Palermo negli anni sono stati esposti striscioni con messaggi che poco hanno a che fare con il mondo del calcio e sembrano piuttosto dettati dagli interessi della criminalità organizzata. Emblematico ad esempio lo striscione esposto durante Palermo – Ascoli il 22 dicembre 2002 con la scritta “Uniti contro il 41bis. Berlusconi dimentica la Sicilia”. La scelta della partita non fu certo casuale, innanzitutto perché il giorno dopo il parlamento avrebbe reso definitivo il regime del 41bis, avente fino ad allora carattere provvisorio, e in secondo luogo perché proprio nel carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli, era allora detenuto in isolamento Totò Riina. Un messaggio chiaro ed inequivocabile lanciato all’allora Presidente del Consiglio come ultimo disperato tentativo di far sentire il proprio dissenso verso un regime carcerario così temuto dai clan.    

La presenza di uomini legati ai clan negli stadi, nei territori a naturale insediamento mafioso, è dunque principalmente una dimostrazione di potere ed una conseguenza del controllo del territorio. Essere rappresentati da uno striscione esposto al San Paolo attesta il prestigio di un clan di camorra oltre a ribadire il suo dominio su una parte della città, così come la presenza di esponenti di spicco di Cosa Nostra nella tifoseria palermitana è la dimostrazione del controllo di un quartiere in cui tutto deve essere sotto il controllo criminale e lo stadio non può certo fare eccezione.  

Le recenti inchieste hanno però svelato la presenza di soggetti legati a organizzazioni mafiose anche lontano dai territori tradizionali nelle tifoserie di due squadre tra le più importanti del nostro campionato: la Juventus e il Milan. Ma se quando “giocano in casa” le mafie perseguono soprattutto interessi sociali, in trasferta sembrano puntare principalmente sull’aspetto economico. Questo sembra essere per lo meno il quadro che emerge dalle vicende legate alla tifoseria bianconera dove si registra un totale controllo del territorio-curva da parte di soggetti criminali. La “Relazione su Mafia e Calcio” redatta nel dicembre 2017 dalla Commissione Parlamentare Antimafia evidenzia come per la costituzione di un nuovo gruppo di tifosi nella curva dello Juventus Stadium sia necessaria una doppia autorizzazione: una da parte degli ultras storici e una direttamente dalle cosche calabresi. Figura centrale della vicenda è Rocco Dominello, incensurato ma legato alle famiglie Pesce-Bellocco di Rosarno, il quale grazie al prestigio guadagnato nella curva bianconera si è gradualmente posto come interlocutore tra la tifoseria organizzata e la società. I suoi rapporti con la dirigenza lo portano così a svolgere un doppio ruolo, da una parte mantiene la pace tra i vari gruppi e si fa garante dell’ordine pubblico nella curva, dall’altra si pone come gestore dei tagliandi omaggio rilasciati dalla società ai propri supporters. Ed è proprio la gestione di quei biglietti a garantire ingenti guadagni alle cosche calabresi. Rivenduti a prezzi maggiorati possono portare profitti fino a trentamila euro a partita, come sostenuto dai sostituti Procuratori Toso e Abbatecola. Un business importante e proficuo gestito in un regime di monopolio da Dominello evitando, grazie al controllo totale della curva, le pretese di altri gruppi su quei biglietti.    

Diversa è invece la situazione relativa alla tifoseria del Milan. Nel luglio 2018 i vertici storici della “Curva Sud”, sede della tifoseria organizzata rossonera, dovendo valutare l’ingresso di nuovi gruppi ultras nel settore hanno di fatto aperto le porte del cuore del tifo organizzato a un gruppo denominato “Black devil”. Scorrendo i nomi dei membri di questo gruppo si capisce quanto possa essere pericoloso il loro ingresso nella curva sud. Leader dei “Black devil” è, infatti, Domenico “Mimmo” Vottari, cinquantenne con rapporti e parentele con i clan coinvolti nell’inchiesta “Infinito” e sospettato di aver condizionato le elezioni amministrative del 2009 a Senago, nell’hinterland milanese. Pur non essendo mai stato indagato per mafia sono molti i rapporti dubbi intrattenuti da Vottari tra cui spiccano quelli con Salvatore Muscatello, nipote dell’omonimo Salvatore Muscatello per decenni punto di riferimento per le ‘ndrine del Nord, e con Domenico Agresta imparentato con il capo bastone della locale di Assago. La società si è detta consapevole della caratura di Vottari e di altri membri del gruppo ma, non essendo soggetti a Daspo non ha potuto impedirne l’accesso a San Siro. Allo stesso modo i leader della Curva Sud vedono il nuovo gruppo come una componente non gradita a cui, dopo un iniziale rifiuto, non sono però riusciti a chiudere le porte.   Anche il tifo, dunque, subisce le ingerenze di una criminalità organizzata che pervade il mondo del calcio in ogni suo aspetto. Con il nostro viaggio abbiamo provato a far luce su come le mafie provino ad inquinare lo sport più seguito dagli italiani. Uno sport malato e senza anticorpi in cui proliferano interessi di ogni genere alle spalle di tifosi che non vedono o non vogliono vedere. Una presa di coscienza collettiva deve necessariamente essere il primo passo per ripulire i nostri campionati e tornare a guardare spensierati i nostri beniamini correre dietro un pallone.

Pallone Criminale #3: la Camorra e le scommesse

L’evoluzione del business delle scommesse per l’organizzazione campana rappresenta un esempio paradigmatico della capacità delle mafie di sfruttare situazioni diverse a proprio vantaggio. Dal totonero degli anni ’70 alla gestione dei centri scommessi per adattarsi alla società che cambia.

Sono molti gli studiosi secondo cui il termine camorra deriverebbe dalla morra, gioco diffuso tra il “popolino” in cui vinceva chi indovinava il numero che i due giocatori sommavano aprendo insieme, contemporaneamente, le dita di una mano. Il camorrista, secondo questa visione era colui che dirigeva il gioco, impedendo litigi e risse e guadagnando con esso. Il legame tra la criminalità campana e il gioco d’azzardo risulta dunque essere antico e consolidato e questo interesse non poteva certo risparmiare uno dei settori più ricchi del gioco d’azzardo: il calcioscommesse. Il business delle scommesse non è più gestito in maniera monopolistica dall’organizzazione campana. Molte mafie, la ‘ndrangheta in primis, hanno iniziato a sfruttare questa inesauribile fonte di profitti ma l’analisi dell’interesse dei clan campani ci sembra paradigmatica dell’evoluzione che ha subito questo business in risposta ai mutamenti del contesto.

Un primo avvicinamento della camorra a questo settore è stato l’esercizio del cosiddetto “totonero” ovvero la gestione parallela e clandestina del totocalcio nazionale. Il meccanismo attuato dai clan era semplice, grazie alla presenza di tabaccai collusi, il clan veniva a sapere in tempo reale l’identità dei soggetti vincenti e offriva loro un pagamento immediato e in contanti della vincita, che lo stato avrebbe pagato dopo mesi, in cambio della schedina vincente. Grazie a questo scambio tra mondo criminale e non, le cosche immettevano sul circuito legale i soldi guadagnati dal narcotraffico ottenendo in cambio una somma identica ma perfettamente legale proveniente direttamente dall’Agenzia dei Monopoli di Stato. Era dunque il riciclaggio il motivo che spinse in origine la camorra ad intraprendere questo business: una vincita al totocalcio, il famoso “13”, poteva valere diversi milioni di lire (5 miliardi la vincita massima registrata nella storia del concorso) e garantiva quindi ai clan un importante canale per ripulire i propri soldi.
Lo schema seguito dai clan risultava sicuramente vantaggioso per gli interessi dei gruppi criminali ma aveva anche molti limiti. Innanzitutto era necessaria la presenza di soggetti esterni all’organizzazione disposti a collaborare: rivenditori collusi e soggetti vincenti disposti a incassare la vincita da un canale alternativo. Un’altra criticità era legata alle vincite che, seppur milionarie, non erano certo così frequenti ed erano soprattutto disseminate su tutto il territorio nazionale. Attraverso questo schema i clan erano in grado ripulire i propri soldi solo attraverso le schedine vincenti giocate presso i rivenditori complici, potevano dunque contare su un numero esiguo di cedole e dunque su un giro di affari certamente vantaggioso ma limitato. A partire dagli anni ’80 per tentare di eliminare le criticità di questo sistema si registra un cambiamento radicale nella gestione delle scommesse clandestine. Inizia così il vero e proprio “totonero”, un concorso identico a quello ufficiale ma ad esso parallelo e interamente nelle mani dei clan. Soggetti legati a diversi gruppi camorristici stilavano un palinsesto con le quote per le singole partite e raccoglievano le scommesse pagando eventuali vincite subito ed in contanti con i proventi degli affari illeciti. I principali attori coinvolti in questo settore erano Luigino Giuliano detto “O’ Re”, boss di Forcella, e Salvatore Lo Russo detto “O’ Capitone”, boss di Miano. Proprio quest’ultimo si occupava della creazione del palinsesto su cui scommettere e dell’elaborazione delle quote su cui puntare. Era un business molto più ricco di quello precedentemente sperimentato che, come riferito dal pentito Guglielmo Giuliano, fruttava all’organizzazione guadagni superiori ai due miliardi di lire settimanali.
La crisi del sistema del totonero ha inizio con il decreto 174/1998 che ha aggiornato il quadro normativo in tema di scommesse. Fino a quel momento, infatti, le uniche scommesse legali erano quelle effettuate sulle corse dei cavalli, per tentare la fortuna nel calcio vi era solamente la possibilità di giocare la famosa “schedina”. Con la nuova normativa, invece, si apre un ventaglio quasi infinito di possibili giocate per ogni partita, non più solo i risultati finali ma anche i singoli aspetti della partita: dal numero dei calci d’angolo ai marcatori, da chi batte il calcio d’inizio a chi segna per primo. Quella che poteva essere una battuta d’arresto per i clan si è trasformata però in una nuova enorme opportunità. Giuseppe di Nocera, ex esponente del clan Gallo-Cavalieri ora collaboratore di giustizia, racconta infatti che “quando le scommesse da illecite sono diventate legali anche i gruppi camorristici interessati e coinvolti nel settore delle scommesse clandestine hanno colto l’opportunità di legalizzarsi”.
A partire dagli anni 2000 si apre quindi una nuova era nella gestione illecita delle scommesse da parte della camorra. Attore principale di questa nuova fase, come risulta dall’inchiesta “Golden Gol” della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, era Vincenzo D’Alessandro, boss dell’omonimo clan operante a Castellammare di Stabia, con la collaborazione di altri due soggetti: Antonio De Simone, direttore commerciale della società greca Intralot, e Maurizio Lopez, responsabile quote presso la stessa società. Il primo aveva il compito di individuare i gestori delle agenzie Intralot sul territorio, proprio grazie a lui la camorra stabiese aveva ottenuto la gestione di sei ricevitorie ed era in procinto di aprirne altre tre. Il secondo invece, per conto della società greca, stabiliva le quote e ne seguiva l’andamento, era lui a decidere se accettare o rifiutare scommesse di somme elevate. Grazie alla collaborazione dei due il clan riesce ad elaborare un sistema quasi infallibile. Dagli sportelli con il marchio Intralot alcune puntate erano dirottate sul sito http://www.milanobet.com creato appositamente dall’organizzazione e privo di autorizzazione. A questo sito erano destinate soprattutto le scommesse con basse probabilità di vittoria mentre quelle più facilmente realizzabili venivano giocate sul circuito legale. In questo modo le puntate perdenti entravano direttamente nelle casse del clan, se invece la scommessa risulta vincente contro le aspettative del clan la vincita veniva pagata in contanti con i soldi sporchi della camorra e non tramite bonifico come dovrebbe avvenire da regolamento. Un “sistemone perfetto” che garantiva al clan un guadagno in qualsiasi caso, o in termini di riciclaggio o di profitto economico.
La genesi della gestione clandestina delle scommesse sembra dimostrare una incredibile capacità di adattamento da parte dei clan. Gli interventi normativi che avrebbero dovuto arginare il problema sono stati colti dall’organizzazione come nuove opportunità da sfruttare. La camorra si è dimostrata in questa vicenda un passo avanti rispetto alle autorità ed ha utilizzato a proprio favore i cambiamenti apportati proprio per contrastarla: nel calcio come nelle altre attività, dunque, si registra una grossa capacità di trarre vantaggio da situazioni che sembrerebbero tutt’altro che favorevoli.

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FONTI:
  • Cantone Raffele – Di Feo GianlucaFootball Clan, Best BUR, Milano, 2014
  • Romani Pierpaolo, Calcio criminale, Rubettino, Soveria Mannelli, 2012
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