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L’America Latina sta affrontando il coronavirus?

L’Italia sembra Copacabana,
in ogni palazzo c’è un anziano o una coppia di vecchietti.
Per questo sono molto fragili e muore tanta gente.
Hanno altre malattie, ma dicono che muoiano per Coronavirus.
– Jair Bolsonaro –


Per settimane l’America Latina ha vissuto come in una bolla. Pochi contagi e nessuna emergenza nazionale avevano illuso il continente di essere in qualche modo immune alla diffusione del virus. Nelle ultime settimane, però, quell’illusione si è sgretolata. Con oltre 10.000 casi accertati, l’America Latina si sta scoprendo vulnerabile come il resto del mondo anzi probabilmente ancora di più. In una regione con tassi di povertà in crescita, una densità di popolazione in costante aumento e il ritardo dell’assistenza sanitaria, il coronavirus rappresenta un rischio enorme per i latinoamericani. Ma se molti paesi hanno già imposto limitazioni per tentare di arginare la pandemia, altri stanno sottovalutando l’emergenza e rischiano conseguenze pesantissime.

Chi chiude – A guidare il fronte di chi ha deciso di assumere misure stringenti vi è l’Argentina. Nel paese si è registrato il primo caso il 3 marzo scorso e da allora i numeri sono cresciuti, anche se lentamente, fino a toccare gli attuali 745 contagiati e 19 morti. Una crescita che ha convinto il governo ad assumere misure più drastiche già dell’11 di marzo quando è stata annunciata la chiusura di tutte le attività non essenziali e delle frontiere fino, almeno, al 31 marzo. I ministri dell’economia e del lavoro argentini, Martín Guzmán e Claudio Moroni, hanno anche annunciato la creazione di un reddito da quarantena da destinare alle famiglie con reddito basso rimaste maggiormente penalizzate dall’impossibilità di lavorare.

Determinata anche la reazione del Cile che conta ad oggi quasi 2.000 contagi. Dopo il primo caso, registrato anche qui il 3 marzo, il presidente Pinarea ha dichiarato lo “stato di catastrofe” e schierato i militari a protezione delle linee produttive essenziali, le uniche rimaste in funzione. Pur avendo chiuso sostanzialmente tutte le attività, le frontiere e le scuole, il governo cileno non ha imposto una quarantena obbligatoria ai propri cittadini, come invece chiedono a gran voce governatori e sindaci. Proprio per questo, probabilmente, si spiega il maggior tasso di contagio nel paese rispetto alla vicina argentina che, pur essendosi mossa qualche giorno dopo, ha imposto misure più drastiche e severe. Anche Pinarea, intanto, prepara una manovra economica senza precedenti: il governo sarebbe pronto a stanziare oltre 12 miliardi (4,7% del PIL nazionale) per aumentare i fondi del Sistema Sanitario, proteggere il reddito familiare e proteggere posti di lavoro e datori di lavoro. Se dal lato sociale, dunque, la risposta del Cile sembra essere troppo timida lo stesso non si può dire per quel che riguarda il lato economico con un investimento che non ha eguali.

Chi invece ha preso misure drastiche anche a livello sociale è stato il presidente di El Salvador, Nayib Bukele. Ancor prima di registrare il primo caso, infatti, ai cittadini è stata imposta la quarantena obbligatoria, rafforzata il 13 marzo dalla dichiarazione dello stato di emergenza. Accanto a queste misure, però, il governo è al lavoro per un importante piano economico. Il presidente Bukele ha annunciato che sospenderà i pagamenti di utilità, telefono, internet, mutuo, auto e carta di credito per tre mesi per tutti i salvadoregni. Il suo piano economico include anche un pagamento di $ 300 a circa 1,5 milioni di famiglie che hanno perso il loro reddito a causa del virus. Se inizialmente la decisione di chiudere tutto ben prima dell’arrivo del virus poteva sembrare azzardata, oggi sembra aver dato i suoi frutti. Il primo contagio del paese si è infatti registrato il 18 marzo e oggi il paese sta reggendo meglio di qualsiasi altro all’ondata di contagi registrando solamente 25 tamponi positivi.

La Bolivia ha invece chiuso tutto fino al 15 di aprile seguita a ruota dalla Colombia che ha imposto un lockdown totale di almeno tre settimane. Ma proprio in Colombia si stanno registrando i danni collaterali più gravi. In uno dei paesi più violenti dell’America Latina, infatti, anche la pandemia sta portando ad effetti indesiderati che sfociano in violenze. 3 donne sono state uccise dai propri partner nel primo giorno di quarantena mentre nei penitenziari è scoppiato il caos provocato dalle gang criminali. Oltre 23 persone sarebbero morte nel carcere di Bogotà in quello che secondo le autorità del paese è stato un tentativo di evasione di massa causato dalle preoccupazioni dei detenuti per il coronavirus.

Chi no – Se in Colombia le gang criminali seminano violenza, in Brasile si stanno sostituendo al presidente per imporre misure di prevenzione nelle favelas. È di qualche giorno fa la notizia di gruppi criminali che hanno imposto il coprifuoco e misure stringenti negli slum di Rio per prevenire i contagi che, se dovessero diffondersi in ambienti così popolosi e con condizioni igienico sanitarie al limite, potrebbero generare una catastrofe. Così le gang criminali si sono sostituite al potere statale ed hanno imposto le proprie regole. Una scelta obbligata dalla totale incapacità di Bolsonaro di gestire l’emergenza.  Dopo aver definito il coronavirus “una fantasia creata dai media”, il presidente brasiliano ha adottato un approccio pericolosamente soft per contrastare la pandemia. Nonostante i quasi 4.000 casi che rendono il Brasile il paese più colpito dell’America Latina,Bolsonaro continua ad invitare i brasiliani a condurre una vita normale attaccando quei governatori e sindaci che decidono di imporre limitazioni più severe. Secondo il presidente brasiliano, infatti, il virus non sarebbe altro che un complotto ordito da media e oppositori per screditarlo e far cadere il suo governo prendendo misure restrittive che alimenterebbero, a suo dire, solo “un’isteria collettiva”.  “Alcuni moriranno” Ha detto in un’intervista. “È la vita. Ma non puoi chiudere una fabbrica di automobili solo perché la gente muore negli incidenti stradali”. Dichiarazioni sconcertanti che in questi giorni si stanno susseguendo generando sconcerto e sconforto nella comunità internazionale e nella popolazione brasiliana. Perché mentre il presidente chiede al paese di continuare la propria vita, i brasiliani non ci stanno e si chiudono in casa manifestano tutto il loro scontento nei suoi confronti. In Brasile, insomma, sembra registrarsi la situazione inversa rispetto a quella italiana: il governo chiede di uscire e il popolo rimane a casa.

A far compagnia al Brasile vi è il Messico. Lo stato centroamericano conta circa 900 contagi ma non sta intraprendendo politiche più severe per arginarlo. Il presidente Andres Manuel Lopez Obrador impiega Esercito e Marina, ma solo per fornire aiuti alle popolazioni più in difficoltà e ora, con una scelta politica di forte impatto mediatico chiede la riduzione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Una provocazione più che una misura efficace, un modo per riprendersi la scena dopo tutte le limitazioni imposte da Trump. Un modo per dire “voi siete infetti, noi no. State a casa vostra”. Misure non certo drastiche accompagnate da dichiarazioni che ricordano in modo sinistro quelle di Bolsonaro. “Questa idea che è pericoloso abbracciare le persone è sbagliata. Non solo si può abbracciare, si deve abbracciare.” ha dichiarato in un video diffuso sui social in cui si fa riprendere mentre abbraccia e bacia i suoi sostenitori, tra cui un bambino. E mentre dai medici arriva l’appello a stare a casa perché il sistema sanitario è già al collasso, Obrador in diretta sulla TV nazionale chiedeva alla popolazione di continuare “a vivere normalmente. Perché se agiamo in modo esagerato non aiutiamo nessuno”. Intanto, scuole e grandi aziende hanno deciso di chiudere in autonomia. Anticipando le decisioni del governo hanno chiesto ai propri dipendenti e ai ragazzi di rimanere a casa per proteggere la propria salute e quella degli altri.

Mentre il mondo si chiude, con oltre un terzo della popolazione globale costretta in casa, l’America Latina si conferma la terra delle contraddizioni. C’è chi prende misure drastiche e chi minimizza. C’è chi chiude tutto e chi invita ad uscire. C’è chi sta ottenendo risultati e chi ne sta pagando drammatiche conseguenze.

Patrick Zaki e i fantasmi di un nuovo caso Regeni

“Si può, siamo liberi come l’aria
Si può, siamo noi che facciam la storia
Si può, Libertà libertà libertà

libertà obbligatoria”
-Giorgio Gaber-


Ci risiamo? Speriamo di no, ma temiamo di sì. Un altro studente italiano è detenuto al Cairo, senza la possibilità di ricevere visite sottoposto a torture per quasi 17 ore. Il suo nome è unico, Patrick Zaki, ma la sua storia è tremendamente simile a quella di tanti altri. Tremendamente simile alla storia di Giulio Regeni, arrestato, torturato e ucciso dai servizi egiziani 4 anni fa. La vicenda di Patrick risveglia le coscienze e fa rivivere fantasmi che fanno paura. Fantasmi che riportano a galla le sistematiche violazioni dei diritti umani compiute dall’Egitto. Questa volta però, deve essere diverso. Questa volta l’Italia non può e non deve girarsi dall’altra parte. Non può permettere che quei fantasmi abbiano la meglio. Non può permettere un nuovo caso Regeni.

Arresto – Attivista e ricercatore egiziano, Patrick George Zaki ha 27 anni e da agosto vive a Bologna dove ha iniziato a frequentare il prestigioso master “Gema”, il primo Master Erasmus Mundus in Europa che si occupa di Women’s and Gender Studies. A inizio febbraio, dopo aver sostenuto gli ultimi esami del semestre, aveva deciso di tornare a Mansura per trascorrere qualche giorno con la sua famiglia prima della ripresa delle lezioni. Ma la sua famiglia Patrick non l’ha ancora rivista. Atterrato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio è stato fermato e preso in consegna dalla polizia egiziana che gli ha contestato i reati di “istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione”. Stando ai legali della famiglia, l’arresto sarebbe stato effettuato in esecuzione di un ordine di cattura spiccato nel 2019 ma mai notificato al ragazzo.

Da quel momento è iniziato il calvario del giovane attivista. Per le 24 ore successive all’arresto, di Patrick non si sa nulla. In quelle 24 ore, stando a quanto denunciano i suoi legali e ‘Eipr’ l’ONG con cui collaborava Zaki, il ragazzo sarebbe stato torturato. Il suo avvocato, che lo ha potuto incontrare solo nel pomeriggio dell’8 febbraio, ha raccontato di come sul suo corpo fossero evidenti i segni di botte e bruciature da scariche elettriche. Nessuno sa cosa sia successo esattamente in quelle 24 ore ma non è difficile immaginarlo. Patrick è entrato in un commissariato perfettamente sano per uscirne malconcio. Un interrogatorio condotto con la forza per tentare di estorcergli confessioni mai arrivate. E il giorno dopo, infatti, davanti al giudice che doveva convalidarne il fermo gli agenti che lo avevano in custodia non hanno potuto riportare nulla di quell’interrogatorio. Hanno anzi tentato di insabbiare il tutto, come sempre accade in casi del genere in Egitto, presentando un verbale in cui si affermava che il ragazzo era stato fermato ad un posto di blocco a pochi chilometri dalla sua città natale già in quelle condizioni. Una versione smentita dai testimoni che hanno assistito al suo fermo in aeroporto ma a cui il giudice ha creduto senza fare troppe domande. 15 giorni di custodia cautelare per permettere agli inquirenti di condurre le indagini. 15 giorni che sono diventati 30 dopo l’udienza del 22 febbraio che ha prolungato il fermo preventivo e potrebbero aumentare sempre di più. Stando a report di diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani, infatti, in vari casi questa misura è stata portata avanti ben oltre i 200 giorni previsti dalla legge come limite massimo con diversi attivisti che sono stati detenuti per oltre 3 anni con costanti rinvii. Fa tutto parte della macchina repressiva del governo egiziano. Con leggi sempre più restrittive, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti. Una campagna che porta a violazioni sistematiche dei diritti umani. Una campagna che porta alla repressione di ogni forma di opposizione. Una campagna che ora, per la seconda volta, colpisce un giovane studente del nostro paese. Il 7 marzo ci sarà una nuova udienza per decidere se prolungare il fermo o concedere la scarcerazione. Patrick potrebbe essere di nuovo libero. Ma se il cuore dice che forse questa è la volta buona, il cervello sa che difficilmente sarà così.

Fango – La detenzione di Patrick è infatti ampiamente giustificata dai media egiziani che si sono affrettati ad innescare una terribile macchina del fango per mettere alla gogna il giovane attivista. In un paese in cui l’informazione è tutt’altro che libera, all’arresto sono seguite le accuse da parte di tutti i mezzi di comunicazione. Giornali, telegiornali, radio, siti di informazioni, tutti d’accordo sulla legittimità dell’arresto. Tutti d’accordo sulla colpevolezza di Patrick, il cospiratore alimentato dall’Europa, l’eversore che in Italia studiava come diventare omosessuale, un pericoloso complottista tornato in patria per sovvertire l’ordine statale.

Non c’è spazio per ribattere in Egitto. Una macchina del fango orchestrata alla perfezione, sostenuta persino dai giornali ufficiali del governo. “Patrick è un’attivista per i diritti umani e per i diritti umani gay e transgender” riporta il settimanale ‘Akhbar El Yom’, giornale di proprietà del parlamento egiziano, secondo cui “questo fatto scioccante arriva a mettere a tacere le voci che difendono Patrick e i suoi tentativi di mostrarlo nell’immagine degli oppressi”. L’obiettivo del regime è chiaro: mostrare Patrick come un pericolo per la nazione, come un eversore che vuole far crollare l’Egitto. Il rischio, ora, è che la questione di Patrick diventi una questione di identità nazionale. La narrazione dei media punta a compattare il popolo egiziano, a convincerlo di una verità distorta. Ripetere mille volte la verità di stato per mettere a tacere le voci che arrivano da fuori. Per screditare le pressioni della comunità internazionale dipingendole come ingerenze esterne in un caso di sicurezza nazionale.

Manifestazioni – Screditata dall’Egitto, però, la comunità internazionale non intende fermarsi. Peter Stano, portavoce del Servizio di azione esterna dell’Unione Europea, ha annunciato che una delegazione dell’UE è al Cairo per effettuare accertamenti e decidere quali azioni intraprendere. Proprio all’Unione Europea chiede uno sforzo importante ‘Amnesty International’, l’organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani che sta seguendo il caso, che ha sottolineato l’importanza di un’azione concreta immediata lasciando da parte questo “eccesso di attesa e prudenza”. Azioni concrete che sono però ostacolate dall’Egitto che già in occasione dell’udienza del 22 febbraio ha lasciato fuori dall’aula i delegati UE sostenendo il proprio diritto a processare un cittadino egiziano secondo le proprie regole.

Proprio la cittadinanza egiziana di Patrick rischia di essere uno dei maggiori ostacoli da superare per effettuare pressione sulle autorità del paese arabo. Da diverse settimane in tutta Italia, e soprattutto nella sua Bologna, sono state organizzate centinaia di manifestazioni a sostegno di Patrick per tenere alta l’attenzione su un caso che rischia sempre più di essere messo in secondo piano dalle notizie dilaganti sul coronavirus. C’è una cosa però, che il governo italiano potrebbe fare per aiutare l’attivista egiziano.  Un appello che arriva dalla piazza di Bologna e sta rimbalzando sui social, rilanciato da diverse personalità italiane e non: dare la cittadinanza italiana a Patrick. Il nostro passaporto, infatti, potrebbe essere l’unico modo per fare pressione sull’Egitto e garantirgli un processo equo. Patrick studiava da noi e da noi sognava il futuro. Patrick amava l’Italia e qui aveva deciso di vivere e studiare. Patrick nel nostro paese faceva ricerca e promuoveva diritti e libertà. Patrick è italiano. È italiano come lo era Giulio. Come Giulio è stato arrestato perché da cittadino libero e pensante dava fastidio ad un regime che non accetta opposizioni e nega i diritti. Non siamo riusciti a salvare Giulio, arrestato, torturato e ucciso in gran segreto. Proviamo, almeno, a salvare Patrick. Perché possa tornare al più presto libero. Perché possa tornare al più presto nella “sua” Bologna.

Da Johnson a Trump:guida all’impeachment

“Then conquer we must, when our cause it is just,
And this be our motto: “In God is our trust.”
And the star-spangled banner in triumph shall wave
O’er the land of the free and the home of the brave!”


“È un assalto al partito Repubblicano!”. Ma l’attacco, più che al partito, sembra proprio indirizzato a lui. Donald Trump, da mercoledì, è ufficialmente in stato di accusa dopo che la camera ha approvato con 230 voti contro 197 la mozione per aprire la procedura di impeachment nei confronti del presidente. Trump sarà così il terzo presidente americano ad essere giudicato dal senato dopo Johnson e Clinton rispettivamente nel 1868 e nel 1998.

Impeachment – L’impeachment, o messa in stato di accusa, è una procedura prevista dalla Costituzione degli Stati Uniti per destituire i funzionari governativi che sono accusati di “tradimento, corruzione, altri crimini gravi e illeciti”. Non solo il presidente, dunque, ma anche il vicepresidente, i funzionari amministrativi e i giudici federali possono essere messi in stato di accusa. Nei circa 240 anni di storia degli Stati Uniti la procedura di impeachment è stata aperta 19 volte: 15 volte contro giudici federali, una volta contro un segretario di gabinetto, una volta contro un senatore e due volte contro un presidente.

La procedura per la messa in stato di accusa inizia alla Camera dei Rappresentanti su proposta di un membro della stessa presentando un elenco delle accuse sotto giuramento. Proprio la Camera dei Rappresentanti ricopre un ruolo chiave dunque nella procedura per l’impeachment ed è riconosciuta dalla Costituzione (Articolo I, Sezione 2, Clausola 5) come unica titolare del diritto di avviare tale procedura. Una volta mosse le accuse formali nei confronti del funzionario, la risoluzione deve essere votata dalla maggioranza semplice (50%+1). Se la mozione viene approvata il funzionario in questione è ufficialmente in stato di accusa ed il procedimento passa al senato dove si svolge un vero e proprio processo con ciascuna delle parti che ha il diritto di chiamare testimoni ed eseguire esami incrociati. I senatori, dopo aver prestato giuramento per garantire un approccio onesto e diligente al caso, ascoltano le accuse e le motivazioni della difesa per poi votare in privato le incriminazioni. Se i 2/3 dei senatori votano a favore della condanna, il funzionario in stato di accusa decade immediatamente dal proprio incarico senza possibilità di ricorrere né di chiedere la grazia presidenziale.

Precedenti – La prima volta che un presidente statunitense venne messo in stato di accusa era il 24 febbraio 1868. Protagonista della vicenda fu il democratico Andrew Johnson, che subentrò a Lincoln dopo il suo omicidio diventando il diciassettesimo presidente degli Stati Uniti. Nei primi anni della sua presidenza cercò di favorire un rapido ristabilimento degli Stati secessionisti in seno all’Unione a seguito della guerra civile appena conclusasi. Ma il suo percorso di ricostruzione trovò un ostacolo nel Segretario alla Guerra Edwin Stanton che tentò di ostacolare la politica presidenziale volta a favorire quanto più possibile la crescita degli stati del sud rispetto a quelli del nord. Fu proprio la figura di Stanton ad essere al centro dello scandalo che coinvolse il presidente. Il 5 agosto 1967, mentre i lavori del Senato erano in pausa, Johnson chiese formalmente le dimissioni del Segretario alla Guerra e, dopo il suo rifiuto, lo sospese in via temporanea in attesa di una nuova riunione del Senato. Riunitosi nuovamente il 4 gennaio 1968, il Congresso a maggioranza repubblicana disapprovò la decisione del Presidente e con 35 voti contro 16 rifiutò di ratificare la sospensione di Stanton. La decisione di Johnson di forzare ulteriormente la mano nominando, nonostante il voto sfavorevole, Thomas come nuovo Segretario alla Guerra scatenò la reazione del congresso che si appellò al “Tenure of Office Act”. La legge, approvata l’anno prima dal parlamento, limitava nettamente i poteri del presidente prevedendo espressamente il divieto di rimuovere dall’incarico i titolari di uffici federali durante la pausa dei lavori congressuali senza consultarlo. Accusato di abuso di potere per aver intenzionalmente violato la legge, Johnson fu incriminato dalla camera che con 128 voti contro 47 aprì ufficialmente la procedura per l’impeachment. Ma il processo, iniziato il 6 marzo e durato 3 mesi, si concluse con un risultato imprevedibile: il senatore repubblicano del Kansas Edmund G. Ross decise di non seguire la linea del suo partito e votò contro la condanna. Grazie alla sua defezione, infatti, non si raggiunse per un solo voto la maggioranza dei 2/3 necessaria per destituire il presidente e Johnson rimase in carica fino alla fine del suo mandato.

130 dopo Johnson alla sbarra finì il 42° presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton. Eletto per il secondo mandato presidenziale nel 1997, il 19 dicembre 1998 venne messo in stato d’accusa dalla Camera dei Rappresentanti che lo incriminò per spergiuro e ostruzione alla giustizia. Le accuse, mosse dal Procuratore indipendente Ken Starr e presentate al congresso dal Comitato Giudiziario della Camera, riguardavano in particolare la sua relazione extraconiugale con Monica Lewinski, stagista 22enne della Casa Bianca. Lo scandalo, conosciuto come “Sexgate”, travolse l’amministrazione Clinton ed ebbe una portata mondiale ma si concluse nuovamente con un nulla di fatto. Nel processo iniziato il 22 gennaio 1999 Clinton era rappresentato dallo studio legale Williams & Connolly di Washington i cui legali, per 21 giorni, difesero il presidente smontando udienza dopo udienza le accuse dei senatori. Il 12 febbraio dello stesso anno il senato fu chiamato a votare definitivamente per la rimozione del presidente: su 67 voti necessari, solo 50 votarono per la condanna per il reato di ostruzione della giustizia, mentre per il reato di falsa testimonianza solo 45 per la condanna.

Ma se Johnson e Clinton sono gli unici due presidenti a essere stati messi ufficialmente sotto accusa, c’è un terzo caso di “quasi impeachment”. Nel 1974 era infatti toccato al presidente Repubblicano Nixon affrontare le accuse del Parlamento e dell’opinione pubblica per il cosiddetto scandalo del “Watergate”. Il caso, risalente al 1972, riguardava i fatti accaduti nel Watergate Complex, sede del Comitato elettorale del Partito Democratico. Il 17 giugno 1972 5 uomini, Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis, furono arrestati per essersi intrufolati negli uffici ma le indagini successive rivelarono complicità ed interessi inimmaginabili. Quello che inizialmente venne definito dall’addetto stampa di Nixon come un “furto di terz’ordine” si rivelò uno dei più importanti casi di spionaggio nella storia delle elezioni americane. Dalle indagini emersero infatti collegamenti con varie sfere del Partito Repubblicano, fino ad arrivare alla Casa Bianca, ed il tentativo da parte di alti funzionari di insabbiare il caso. Con una nuova campagna elettorale all’orizzonte, Nixon avrebbe infatti ordito un piano per spiare ed indebolire l’opposizione politica per avvantaggiarsi nella competizione elettorale. L’8 agosto 1974, davanti al Congresso riunitosi per votare la messa in stato di accusa, Nixon pronunciò il discorso che ne sancì le dimissioni sottraendosi così al procedimento di impeachment.

Trump – Per Donald Trump, invece, la procedura si è già aperta. Il voto della camera ha ufficialmente messo in stato di accusa il Presidente avviando così per la terza volta nella storia il procedimento contro la massima autorità politica statunitense. Secondo l’accusa, Trump avrebbe esercitato pressioni nei confronti del presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché la magistratura di Kiev riaprisse un’indagine per corruzione a carico del figlio di Joe Biden, il candidato democratico favorito per sfidare il tycoon alle presidenziali del 2020. Per sollecitare una nuova inchiesta, Trump avrebbe persino minacciato Zelensky di bloccare un pacchetto di aiuti di 400 milioni di dollari stanziati per il paese europeo. “Si parla tanto del figlio di Biden, e di Biden che ha bloccato l’inchiesta” avrebbe detto il presidente statunitense in una telefonata al collega ucraino “siamo in tanti a volerne sapere di più, perciò tutto quello che Lei potrà fare con il procuratore generale sarà molto apprezzato. Biden se ne andava in giro a vantarsi di aver bloccato l’inchiesta, perciò se Lei può darci un’occhiata…”. Una telefonata, datata 25 luglio e rivelata da un informatore anonimo, a cui avrebbero fatto seguito le pressioni sull’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Gordon Sondland, affinché seguisse la vicenda e verificasse che fosse dato seguito alle richieste.

La linea difensiva del presidente si baserà molto probabilmente sulle tesi sostenute in questi mesi davanti all’opinione pubblica. Secondo i Repubblicani, infatti, Trump si sarebbe interessato al caso perché preoccupato per la crescente corruzione in Ucraina e la sua decisione di fornire fondi solo in caso di processo non aveva alcuna finalità politica contro Biden ma si sarebbe trattata di una garanzia per il corretto utilizzo dei 400 milioni. Una tesi che, evidentemente non ha mai convinto i Democratici che lo hanno formalmente messo sotto accusa con 230 voti contro 197. L’incognita ora riguarda però i tempi del processo. La speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, al termine del voto ha infatti affermato che aspetterà a inviare gli atti dell’impeachment al Senato finché non ci saranno garanzie “per un processo giusto”. Un gesto che appare come una chiara risposta al Senatore Mitch McConnell, che coordinerà il processo di impeachment da qui in poi, il quale qualche settimana fa aveva rilasciato una dichiarazione sconcertante e pericolosa per il proseguo del processo. “Io non sarò imparziale per niente, lavorerò in completo coordinamento con la Casa Bianca” aveva affermato McConnel rifiutando la richiesta dei Democritici di interrogare i funzionari che si sono rifiutati di testimoniare durante l’inchiesta alla camera, come l’ex consigliere alla sicurezza nazionale John Bolton e Mick Mulvaney, il capo dello staff del presidente. Il processo dovrebbe con ogni probabilità iniziare a gennaio e, stando ai numeri, potrebbe concludersi con un nulla di fatto. I senatori dovrebbero infatti votare secondo le linee dettate dal partito di appartenenza e la maggioranza Repubblicana in Senato (53 seggi contro 47) dovrebbe garantire a Trump l’assoluzione.

Ora non resta che aspettare dunque ma il processo al senato potrebbe consegnare a Trump una vittoria politica importante in vista delle elezioni del prossimo anno. Con il Partito Democratico nel pieno del dibattito per le primarie di inizio anno, l’assoluzione del presidente repubblicano rischia di essere una sconfitta bruciante per i democratici in un momento in cui tutte le loro divisioni saranno alla luce del sole. Mentre per Trump sembra essere una manna dal cielo. Un’opportunità servitagli su un piatto d’argento dai sui stessi avversari per compattare la sua base elettorale contro i democratici verso le Presidenziali del 2020.

Uiguri: storia di una repressione millenaria

“Nessuna esitazione, amici, la mia aspirazione rimane alta,
non tirerò giù le maniche che mi sono rimboccato per la lotta.
Il coraggioso giardiniere non lascerà appassire il suo giardino prima del tempo,
Né trascurerà la sua cura facendo morire il nostro fiore.”
-Lutpulla Mutellip-


“Ciao ragazzi. Ora vi insegno come allungare le vostre ciglia. La prima cosa è mettere le ciglia nel piegaciglia. Poi lo mettete giù e usate il vostro telefono, proprio quello che state usando ora, e cercate di capire cosa sta succedendo in Cina nei campi di concentramento dei musulmani”. Inizia così il video pubblicato da Feroza Aziz su Tik Tok per denunciare le violenze sugli Uiguri nella regione cinese dello Xinjiang. Fingendo, a inizio e fine video, un tutorial di make-up la 17enne americana ha eluso la censura dell’app cinese ed ha spiegato ai suoi follower come nel paese asiatico si stia consumando “un nuovo olocausto”. Un video diventato presto virale e ricondiviso milioni di volte su tutti i social cha ha acceso un riflettore importante su un fenomeno spesso taciuto. Mentre Pechino prova a mascherarli come “campi di addestramento volontario” appare sempre più chiaro agli occhi della comunità internazionale come nello Xinjiang sia in atto un tentativo di rieducazione forzata della minoranza uigura di tradizione musulmana.

Gli Uiguri – Gli Uiguri sono una minoranza etnica turcofona di religione islamica che abitano prevalentemente la regione dello Xinjiang nell’ovest della Cina. Se nella regione si registra la presenza di circa 8,5 milioni di uiguri (46% della popolazione totale della regione), l’etnia è diffusa in maniera minore anche in Kazakistan, Kirghizistan, Turchia ed Unione Europea dove, secondo un censimento del 2014, vivrebbero circa 50 mila soggetti legati alla tradizione uigura. Si tratta di un’etnia antica la cui presenza nell’area risalirebbe addirittura al II secolo a.C. si oppose all’espansione dell’impero Han nella zona. Nel 1760, sotto la dinastia Quing, la regione dello Xinjang venne annessa ufficialmente ai territori dell’impero cinese che iniziò ad amministrarla in ottica centralista rifiutando sin da subito le richieste di autonomia dell’etnia islamica. La loro integrazione nella realtà cinese è sempre stata lenta e difficile essendo molto legati alla loro religione e alla loro cultura tradizionale, gli Uiguri si sentono infatti più vicini alle popolazioni dell’Asia centrale che ai loro connazionali Han, l’altra minoranza islamica fortemente legata alla Cina. Ben presto iniziarono dunque le pretese di autonomia e le aspirazioni separatiste sempre represse dalle autorità cinesi.

Aspirazioni che si sono concretizzate, per breve tempo, in due occasioni: nel 1933 e nel 1944. In quegli anni, infatti, gli Uiguri diedero vita ad un duplice tentativo di fondare la tanto sognata “Repubblica del Turkestan orientale”. Se il primo tentativo fu di breve durata e si concluse dopo qualche mese con la repressione cinese, il secondo tentativo fu più durevole. Nel 1940, visto il legame forte tra i due popoli, gli Uiguri ottennero dall’Unione Sovietica assistenza nel creare il “Comitato per la liberazione del popolo turco” che avrebbe dovuto coordinare una ribellione nello Xinjiang per l’indipendenza dalla Cina che iniziò nel novembre del 1944. Le truppe uigure combatterono contro quelle cinesi per diverse settimane assaltando ed occupando la città di Kulja fino al 15 novembre quando venne dichiarata ufficialmente la nascita della “Repubblica del Turkestan orientale”. Nata sotto la protezione sovietica, la repubblica dovette ben presto rinunciare al potente alleato che nell’agosto del 1945 siglò con la Cina un patto di amicizia ed alleanza che di fatto negò il supporto agli uiguri. Nella regione venne istituito un governo di coalizione con rappresentanti del governo cinese, della minoranza uigura e di quella han. Rimasta ormai solo sulla carta, la Repubblica del Turkestan venne ricondotta sotto il controllo cinese nel settembre del 1949 con la guerra civile che diede un forte impulso centralista rifiutando forme di autonomia come quella sognata dagli Uiguri.

La storia – La questione uigura è tornatadi strettissima attualità nel 2009. Tra il 25 e il 26 giugno di quell’anno due uiguri furono uccisi dalle forze dell’ordine durante scontri scoppiati a Shaoguan tra la minoranza turcofona e gli Han. Scesi in piazza pochi giorni dopo nella città di Ürümqi, capoluogo dello Xinjiang, gli uiguri si fronteggiarono per giorni con la polizia e gli han dando vita alla “Rivolta del luglio 2009”. Secondo le fonti ufficiali cinesi il bilancio finale sarebbe stato di 197 persone morte, 1721 ferite e di diversi veicoli ed edifici distrutti. Un bilancio che sembra essere solamente parziale e che è sempre stato contestato da associazioni per i diritti umani come “Human Rights Watch” che ha sempre denunciato le violenze subite dagli Uiguri in quei giorni documentando almeno 73 casi di persone scomparse nei rastrellamenti della polizia. La regione, da quel momento, è diventata una delle aree più sorvegliate al mondo: gli abitanti sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Controlli indiscriminati e pervasivi che sono degenerati sempre di più fino a raggiungere un livello inimmaginabile.

A partire dal 2014, come riportato da uno studio dell’istituto di ricerca di geopolitica “Jamestown Foundation”, sono stati creati dei centri di detenzione che sarebbero equiparabili a veri e propri campi di concentramento. Secondo alcuni testimoni, infatti, sarebbe in atto una vera e propria persecuzione con migliaia di uiguri arrestati arbitrariamente e rinchiusi in strutture detentive sorvegliate 24 ore su 24. Abdusalam Muhemet, ex detenuto intervistato dal “New York Times”, venne arrestato a 41 anni per aver recitato ad un funerale un passo del corano, altri testimoni parlano di persone arrestate per aver indossato una maglietta riconducibile all’islam o aver fatto visita a parenti all’estero. Una volta arrestati sarebbero sottoposti a una sorta di rieducazione forzata con cui le autorità cinesi stanno provando ad eliminare la tradizione uigura ed uniformarla a quella cinese eradicando di fatto la religione islamica considerata pericolosa e deviante. Una rieducazione condotta attraverso torture che vanno dall’isolamento al waterboarding passando per tecniche invasive di privazione del sonno. Accuse sempre respinte dalla Cina che, grazie all’inaccessibilità delle strutture, nasconde quanto accade all’interno e parla di detenzioni preventive per estremisti religiosi e di operazioni di “addestramento volontario” della popolazione uigura. Una posizione, quella cinese, che sta dividendo la comunità internazionale. Se da una parte  23 paesi tra cui Regno Unito , Germania , Francia , Spagna , Canada , Giappone , Australia e Stati Uniti hanno firmato una lettera congiunta alle Nazioni Unite chiedendo la chiusura dei campi, dall’altra più di 50 paesi hanno elogiato all’UNHCR i “notevoli risultati della Cina nello Xinjiang”. Per la gioia del governo cinese.

Xinjiang Papers – Ma il governo cinese, ora, non può più nascondersi. In quella che è stata definita come “la più grande fuga di notizie nella storia della Cina, il “New York Times” ha pubblicato 400 pagine di documenti che riportano le attività cinesi nella regione. Forniti da un funzionario cinese che, ovviamente, preferisce rimanere anonimo, i “Xinjiang Papers” sarebbero costituiti da una mole immensa di documenti riservati e discorsi rilasciati in occasioni riservate dal presidente Xi Jinping e da altri alti funzionari del partito.

Emergerebbe un piano partito direttamente dal presidente e gestito dai vertici del partito che prevede una “lotta totale e senza alcuna pietà contro terrorismo, infiltrazioni e tentativi di separatismo”. Ma se nei discorsi pubblici Xi Jinping si mostra più aperto e propenso ad una mediazione pacifica con gli Uiguri, nelle trascrizioni di conversazioni private appare estremamente deciso e cinico. Critica duramente il legame con la religione della minoraza turcofona e sprona i sui uomini a mettere in atto una “trasformazione” del popolo uiguro per contrastare il terrorismo. Una trasformazione da attuare in parte con strumenti tecnologici, dall’altra con tecniche già collaudate dalla polizia cinese come gli interrogatori forzati di amici e parenti. Ma se il passaggio sul presidente risulta estremamente importante perché dimostra un suo coinvolgimento diretto sempre negato finora da Pechino, i passaggi più drammatici sono quelli che riguardano altri due funzionari: Quanguo e Wang.

Quanguo venne mandato nello Xinjiang nel 2016 e sotto il suo controllo si assistette ad una stretta repressiva senza precedenti. Secondo quanto riportato dai documenti trapelati, nel febbraio 2017 avrebbe radunato le truppe cinesi in una vasta piazza di Urumqi ed avrebbe tenuto un discorso in cui chiedeva ai suoi uomini di prepararsi ad “un offensiva devastante e distruttiva” per le settimane successive. Un’offensiva che, a tutti gli effetti, ci fu per davvero: vennero infatti eseguiti nella regione arresti di massa con migliaia di uiguri che in poche settimane finirono chiusi nelle prigioni dello Xinjiang. Sotto la guida di Quanguo la regione venne minilitarizzata e le libertà degli uiguri represse ad ogni livello secondo la concezione del funzionario che interpreta l’operazione nella regione come “una guerra di offesa prolungata e determinata per la salvaguardia della stabilità”.

Ma se Quanguo mostra il volto spietato della Cina, Wang rappresenta quello più umano. Se pubblicamente, infatti, appoggiava totalmente la politica del governo centrale nei sui discorsi privati emerge più fragile e meno convinto. Dovendo sottostare agli ordini di Pechino, Wang fece costruire “due nuove strutture di detenzione tentacolari stipando lì oltre 20.000 persone” ed aumentò drasticamente i fondi per le forze di sicurezza raddoppiando le spese per posti di blocco e impianti di sorveglianza. Ma ogniqualvolta ne avesse l’occasione, Wang chiese ai vertici del partito e ai colleghi della regione di affrontare la questione uigura in modo differente: “propose” stando a quanto riporta il New York Times “di ammorbidire le politiche religiose del partito, dichiarando che non c’era nulla di sbagliato nell’avere un Corano in casa e incoraggiare i funzionari del partito a leggerlo per comprendere meglio le tradizioni uigure”. Nei sui piani vi era infatti una politica di sviluppo economico della regione che, secondo lui, avrebbe fatto il bene dell’intera Cina ma era resa impossibile dalla detenzione degli uomini in età lavorativa. Una voce fuori dal coro che, inevitabilmente, venne presto messa a tacere con l’arresto. E non fu l’unico: secondo i dati che emergono dai documenti, nel 2017, “il partito ha aperto oltre 12.000 indagini sui membri del partito nello Xinjiang per infrazioni nella lotta contro il separatismo”.

Una storia che va avanti dunque da quasi un secolo. Una storia fatta di repressione e neagazione dell’autodeterminazione per il popolo Uiguro. Un popolo ricco di storia e tradizioni tramandate da migliaia di anni e rimaste intatte. Come i testi del poeta uiguro Lutpulla Mutellip la cui tomba è stata distrutta, insieme a molte altre, per lasciar spazio ad un parco zoologico per famiglie. Un ultimo, disperato tentativo di cancellare le radici di un popolo che non può e non vuole lasciarsi calpestare. Non può e non vuole restare sotto il controllo di una potenza che ne tarpa le ali e i sogni. Perché come scriveva Mutillup:

“Nel profondo oceano dell’amore sono un’onda,
Come potrei soddisfare la mia sete da un piccolo stagno?”

Cosa sta accadendo ad Hong Kong?

Le proteste contro la governatrice Carrie Lam hanno raggiunto ieri un punto di rottura. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo e il ritiro del ‘Extradition Bill’.

   
Uno striscione appeso all’esterno del Parlamento 
sintetizza lo spirito dei manifestanti 
Ieri, Nel giorno del 22° anniversario dalla fine del dominio coloniale, le proteste ad Hong Kong hanno raggiunto livelli mai visti prima. I manifestanti, dopo ore di assedio, hanno occupato per più di tre ore il palazzo del Parlamento. All’esterno dell’edificio la bandiera cinese è stata sostituita da una bandiera nera della città, simbolo delle proteste, mentre all’interno sventolavano bandiere coloniali. Dopo 156 anni di dominio inglese, Hong Kong, è diventata una Regione amministrativa speciale della Cina il 1° luglio 1997. Grazie al lungo passato coloniale la città ha però sempre goduto di una grande autonomia dalla Cina. Gli accordi stipulati tra Londra e Pechino stabiliscono infatti che Hong Kong possa mantenere un’economia capitalista fino al 2047 ed ha una totale liberà in tutti i settori con l’eccezione della difesa e della politica estera. A scatenare le proteste degli ‘Hongkongers’ è stato il rischio di perdere parte di questa libertà, a livello giudiziario, rafforzando il legame con Pechino. A preoccupare, soprattutto i più giovani, è la legge sull’estradizione voluta dalla Chief Executive, Carrie Lam. Dopo le ingenti manifestazioni, il 15 giugno la governatrice aveva deciso di sospendere ogni decisione sulla riforma rimandando la sua approvazione a data da destinarsi. Il ritiro della proposta di legge però non è bastato ai manifestanti che pensano sia solo un modo per calmare le acque per riproporla appena la situazione sarà tornata alla normalità.
 ‘Extradition bill’ – La riforma è stata proposta mesi fa dopo la mancata estradizione a Taiwan di un ragazzo accusato di aver ucciso la propria fidanzata a Taipei. Hong Kong ha attualmente accordi di estradizione con soli 20 stati, tra cui Regno Unito e Stati Uniti, e con questa legge vorrebbe colmare l’assenza di accordi con gli altri paesi regolando in linea generale i rapporti in materia in tutti i casi al di fuori di quelli già stabiliti. Portata avanti con forza dalla leader del governo di Hong Kong, Carrie Lam, la legge prevede la possibilità per le autorità di estradare chi è sospettato di gravi crimini. John Lee, segretario per la sicurezza di Hong Kong, ha precisato che i “gravi crimini” per cui sarà prevista l’estradizione sono tutti i reati punibili con una condanna uguale o superiore ai 7 anni di reclusione.
I messaggi dei manifestanti sul Lennon Wall di Hong Kong

Il procedimento per l’estradizione, previsto dalla legge, è complesso e prevede alcune garanzie. Dopo una prima richiesta formale al governo, in caso di approvazione, è la corte a disporre l’arresto e a pronunciarsi sull’eventuale estradizione. Nel caso decidesse di procedere, l’ultima parola spetterebbe nuovamente allo Chief Executive che può definitivamente disporre l’allontanamento del soggetto accusato. Nella legge è però prevista la possibilità di appellarsi contro tale decisione. In caso di ricorso dopo la pronuncia della corte, è possibile l’annullamento completo della decisione presa e l’interruzione della procedura. L’appello può avvenire anche al momento della decisione finale della governatrice. In tal caso, però, anche se il ricorso dovesse essere accolto la decisione tornerebbe nelle mani della corte che potrà decidere se confermare o meno la propria precedente decisione.

Perché ha scatenato le proteste? – Secondo i partiti di opposizione un ruolo così centrale dello Chief Executive nel procedimento di estradizione presenta degli aspetti problematici. Il rischio è che il leader del governo di Hong Kong, scelto da un comitato elettorale legato a Pechino, si sentirebbe in qualche modo obbligato ad accettare le richieste di estradizione provenienti dalla Cina. Anche le organizzazioni per la tutela dei diritti umani temono che la legge possa diventare uno strumento nelle mani di Pechino per silenziare voci dissidenti ad Hong Kong come già accade in Cina. Questo timore è aumentato dopo che Han Zheng, membro dell’Ufficio politico del Partito comunista cinese, ha annunciato il suo sostegno alla legge dichiarando che questo provvedimento potrebbe riguardare anche i cittadini di Hong Kong “sospettati di aver messo a rischio la sicurezza nazionale della Cina”. Il rischio è dunque che Hong Kong perda gran parte della propria economia diventando schiava del regime cinese, considerato liberticida dai protestanti e con un sistema giudiziario totalmente diverso. In Cina è ancora prevista, come denunciano gli attivisti per i diritti umani, la pena di morte per reati di particolare gravità, ciò non accade invece nell’ex colonia dove l’esecuzione capitale è stata abolita nel 1993.
Contro la legge sull’estradizione si è espresso anche Mike Pompeo, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ha criticato l’emendamento, sostenendo che potrebbe danneggiare lo stato di diritto a Hong Kong. Anche L’Unione Europea, il Regno Unito e numerosi altri stati hanno espresso la loro preoccupazione e i loro dubbi riguardo a tale riforma. La camera di Commercio di Hong Kong ha addirittura diffuso una nota in cui ha affermato che i cambiamenti potrebbero indurre le imprese a riconsiderare la scelta della città come sede regionale.
Due milioni di persone alla manifestazione del 16 giugno
(ph: Bloomberg)
Nonostante siano arrivate condanne unanimi a questa legge, Carrie Lam è comunque decisa a portare avanti la riforma. Nel discorso in cui annunciava il rinvio, oltre ad aver annunciato di non aver intenzione di rassegnare le dimissioni, ha ribadito la necessità di tale documento. Non è un caso, dunque, la manifestazione più imponente si è avuta il 16 giugno, proprio il giorno successivo alle dichiarazioni della governatrice, quando quasi 2 milioni di persone hanno sfilato nella più grande manifestazione della storia di Hong Kong. Se in una situazione del genere sembra inevitabile il ritiro definitivo dell’emendamento, la governatrice non sembra intenzionata a percorrere questa strada. L’impressione è che in questo caso l’autonomia della Chief Executive sia minata dalle pressioni di Pechino che spinge per l’approvazione della riforma. Dall’altra
parte, anche i manifestanti non sembrano per nulla intenzionati a fermare le proteste e in un clima di crescente tensione, giunta all’apice nella giornata di ieri, continuano a scendere in piazza e a chiedere le dimissioni della governatrice al grido di “Carrie Lam! Downstairs!”.
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